Chi la paga – Audio lettura 5

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Legge Giuseppe Tizza
«Sentiva che la sorte lo aveva frodato: non gli aveva dato nulla di ciò che da giovine aveva sperato; gli aveva tolto, da vecchio, quasi tutto quel po’ che, senza desiderio, aveva avuto.»

Prime pubblicazioni: Corriere della Sera, 25 agosto 1912, poi in Le due maschere, Quattrini, Firenze 1914.

Chi la paga Audiolibro
William Henry Davis (1803 – 1865), A Leicester Sow

Chi la paga

Voce di Giuseppe Tizza

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             Da tre notti zi’ Neli Sghembri dormiva al sereno, su la paglia rimasta su l’aja dopo la trebbiatura, a guardia delle bestie, la mula e due asinelli, che strappavano la stoppia lì presso.

             La paglia era bagnata di guazza, o, come zi’ Neli diceva, dal pianto delle stelle. I grilli scampanellavano tutt’intorno, e la blanda e chiara sonorità del loro concerto ristorava dopo il trito raspio secco, duro, monotono delle cicale, che aveva assordato gli orecchi lungo la giornata.

             Tuttavia il vecchio, sdrajato a pancia all’aria, si sentiva triste. Guardava le stelle e, di tratto in tratto, socchiudeva gli occhi e sospirava.

             Sentiva che la sorte lo aveva frodato: non gli aveva dato nulla di ciò che da giovine aveva sperato; gli aveva tolto, da vecchio, quasi tutto quel po’ che, senza desiderio, aveva avuto. E da quattr’anni, per giunta, gli era morta la moglie, di cui aveva ancora bisogno; e d’andare in cerca d’amore, coi capelli grigi e la schiena curva, si vergognava.

             Tutt’a un tratto, mentre se ne stava così, quasi assente da sé, nel chiaror tenue e umido delle stelle, si vide passare davanti agli occhi lo sprazzo verde d’una lucciola, che venne a posarsi su la paglia, accanto a lui.

             Ebbe, a quello sprazzo, un’impressione come di cielo vicino e pur tanto lontano, e balzò a sedere, quasi destato di soprassalto da un sogno; ma sogno gli sembrò invece la vista delle cose intorno, confuse nella notte: la sua casetta colonica, screpolata e affumicata, la mula, i due asinelli tra la stoppia, e laggiù laggiù i lumi esitanti del suo paesello di Raffadali.

             La lucciola era ancora lì, su la paglia, accanto a lui. Zi’ Neli la acchiappò e, mirandola nel cavo della grossa mano callosa ov’essa ancora diffondeva un fievolissimo lucor verde, pensò che quella «candelina di pecorajo» veniva a lui dai begli anni lontani della gioventù, forse era quella stessa che in una se rata di giugno, su un’aja come questa, più di quarantacinque anni addietro, svolando, s’era impigliata nei capelli neri di Trisuzza Tumminìa, che con altre giovani di Raffadali, spigolatrici, era rimasta a passar la notte al sereno per festeggiar la fine della mietitura, con balli a suono di cembali, sotto la Luna.

             – Gioventù!

             Come s’era spaventata Trisuzza Tumminìa di quell’insetto venuto a cacciarlesi tra i capelli, non sapendo che fosse una «candelina di pecorajo»! Egli le si era accostato, aveva preso con due dita, delicatamente, quella lucciola ditra i capelli e, mostrandogliela, come nell’atto d’improvvisarle uno stornello, le aveva detto:

             – Luce, vedete? Era venuta a mettervi una stella in fronte.

             Così aveva cominciato a fare all’amore con Trisuzza Tumminìa, allora, quando il mondo era un altro! Ma i parenti, da entrambe le parti, si erano opposti alle loro nozze, per antica nimicizia di casato; poi Trisuzza aveva sposato un altro; egli, un’altra; più di quarantacinque anni erano passati; e ora egli era vedovo, e vedova era anche lei, da circa dieci anni… Perché era ritornata quella luccioletta? Perché gli aveva sprazzato il suo bagliore davanti agli occhi, mentr’egli si sentiva così triste e solo? e perché era venuta a posarsi lì su la paglia bagnata dalle stelle, accanto a lui?

             Tratto di tasca un pezzetto di carta, zi’ Neli ve la chiuse dentro accuratamente; seguitò a pensare gran parte della notte e a sorridere tra sé; la mattina appresso, vedendo passare per la via mulattiera una ragazzetta, che dalla campagna si recava a Raffadali, la chiamò a sé di dietro la siepe:

             – Nicù’, Nicuzza, senti qua.

             Gli occhi gli ridevano; voleva ridergli anche la bocca. Si pose il dorso della mano su le ispide labbra rase.

             –    Di’, conosci la za Tresa Tumminìa?

             –    Quella della troja?

             Il vecchio aggrottò le ciglia, offeso. Già! Così, quella della troja, era intesa adesso, a Raffadali, Trisuzza Tumminìa! Ed era intesa così, perché da tanti anni allevava con sviscerato amore una troja di così spettacolosa grassezza, che ormai la bestiaccia non si reggeva più su le zampe. Rimasta sola, morto il marito, accasati i figliuoli, aveva la compagnia di quella troja, e guaj a chi le facesse la proposta di scannarla! Si chinava a grattarle la fronte, e quella, rosea e cretosa, con la ventraja sparsa su la paglia, grugnendo di beatitudine al solletico, si stirava tutta, storceva il grifo, come se volesse sorridere, e presentava la gola. Pareva a tutti un’ingiustizia, questa beatitudine, e tutti ne provavano dispetto, perché, sottratta al macello, non poteva più essere considerata come una fatica per quella bestiaccia l’ingrassare. E perché allora ingrassava?

             – La za Tresa, sì, – disse zi’ Neli alla ragazzetta. – La conosci? Bene, guarda: qua, dentro questo pezzetto di carta, c’è una candelina di pecorajo. Bada che non voli, e non schiacciarla! Portala alla za Tresa, e dille che gliela manda zi’ Neli Sghembri; che è quella stessa – le dirai – di tanti e tanti anni fa! Così. Non te lo scordare: Quella stessa di tanti e tanti anni fa! Portami questa sera la risposta, che ti darò in premio uno ziretto di macco. Va’ !

             Eh, alla fine, aveva sessantatré anni; forte e ferrigno però come un ceppo d’olivo; e la za Tresa era anche lei pur fresca come una fava non colta, bella in salute, sanguigna e prosperosa.

             La sera la ragazzetta ritornò con la risposta:

             –    Dice la za Tresa, che i capelli sono bianchi e la candelina non fa più lume. – Così t’ha detto?

             –    Così.

             Il giorno dopo, zi’ Neli, sbarbato come uno sposo e vestito di festa, si presentò a Raffadali alla za Tresa Tumminìa per dichiarare che il lume di quella candelina di pecorajo egli lo aveva ancora vivo nel cuore, vivo e verde, come quando glielo aveva visto rilucere in fronte come una stella.

             – Facciamo le nozze e scanniamo la troja!

             La za Tresa lo respinse, puntandogli tutt’e due le braccia sul petto.

             – Se non ve ne andate, vecchiaccio stolido!

             Ma rideva. Di scannare la troja non se ne doveva parlare. Ma, quanto alle nozze… ebbene, perché no?

             Era destino. Come un tempo i padri, così adesso i figliuoli dell’uno edell’altra fecero guerra alle loro nozze.

             Ma questa volta della guerra i due vecchi non si curarono. I padroni adesso erano loro. Di fuori, se ne mostrarono offesi; in fondo se ne compiacquero, per un certo sapore di gioventù che quella guerra veniva a dare alle loro nozze. Era veramente uno spasso sentir parlare di senno e di convenienza quei loro figliuoli.

             Ne avevano avuti quattro ciascuno, dal primo letto: Tresa Tumminìa, tutti maschi; zi’ Neli, due maschi e due femmine. Quelli di Tresa eran già bene accasati tutti e quattro, con la bella roba paterna divisa con giustizia in parti uguali; zi’ Neli aveva ancora con sé una figliuola, Narda, già anch’essa in età da marito.

             Per farli tacere, i due vecchi, prima di sposarsi, fecero gli atti davanti al notajo, in modo da salvaguardare gl’interessi degli uni e degli altri, a un caso di morte, per la roba che restava a ciascuno di loro. Speravano così di togliere la nimicizia sorta fierissima tra essi fin dal primo momento; ma invano. I più accaniti rimasero i figli di zi’ Neli, che pure avevano avuto di più, essendosi il vecchio spogliato non solo della roba della moglie defunta, ma anche della sua, risoluto, finché poteva, a vivere del suo lavoro, del frutto della terra della seconda moglie e anche di quella della figliuola Narda, fino a tanto che questa fosse rimasta con lui.

             Segnatamente la maggiore delle femmine, Sidora, che per via del marito si chiamava adesso Peronella, aveva, dalla rabbia, la schiuma alla bocca. E parlando col marito, con le cognate e coi fratelli Saru e Luzzu, della povera Narda andata a convivere con la matrigna, diceva:

             – Possa la mia lingua esser mangiata dai vermi; ma vedrete che quella vecchia strega la farà spighire zitella. Anche se verrà a domandarla in isposa il figlio del re in persona, dirà che il partito non è conveniente.

             E diceva così perché, a suo credere, la vecchia Tresa Tumminìa non avrebbe mai permesso che il marito, data via la roba assegnata in dote a Narda, si fosse messo a campare sul suo.

             Alle vicine, che venivano a raccontarle tutte le amorevolezze che la za Tresa faceva a Narda, cose che non si sarebbero fatte nemmeno a una vera figliuola: orecchini d’oro, anelli d’oro, collane di corallo, fazzoletti di seta, da capo e da collo, «guardaspalle» di seta con quattro dita di frangia, scarpe di vitello col tacco alto e la mascheretta di coppale; cose, insomma, cose da non credersi; rispondeva, verde dalla bile:

             – Ah! baggiane! E non capite che lo fa per adescarla? Se la vuole ingrassare e tenere in casa come la troja!

             Restò, quando quelle vennero a dirle che la sorella sposava. E che partito! Coi fiocchi, e procurato proprio dalla za Tresa: Pitrinu Cinquemani, nientemeno! giovine d’oro, cognato del maggiore dei figliuoli; Pitrinu Cinquemani, quel picciottone che pareva una bandiera, con terre e case e bestie da soma e da lavoro.

             – Ah! sì? davvero? oh guarda! – si mise a dire allora, per non darla vinta a quelle pettegole che avrebbero goduto del suo dispetto. – Pitrinu Cinquemani? Ci ho piacere, povera Narda! ci ho piacere davvero.

             Né lei né i due fratelli erano mai andati a veder la sorella, da che stava con la matrigna. Eppure la chiusa di Saru, il maggiore dei fratelli, era quasi a un tiro di schioppo da quella della za Tresa; tanto che dalla parte della roba, di tra gli alberetti di fico e di mandorlo, non solo si poteva vedere il tettuccio del cortile della matrigna ov’era la mangiatoja delle bestie, ma finanche contar le galline che razzolavano nel letame. Non avevano più voluto saperne, perché, adescata dalle buone maniere e dai regali, Narda era divenuta tutta di quella, di quella e dei fratellastri, i quali, cresciuti com’erano senza una sorella, se la disputavano tra loro e le facevano un mondo di carezze.

             Quando fu la vigilia dello sposalizio, venne alla chiusa di Saru zi’ Neli, accigliato, grattandosi con una mano sul mento gl’ispidi peli rinascenti su le gote raschiose. Parlò al maggiore dei figliuoli, perché questi poi riferisse il discorso anche agli altri, e parlò con gli occhi a terra:

             – Le annate sono scarse, figli miei, e siamo tutti poverelli. Dio sa se, per questo sposalizio di vostra sorella Narda, vi vorrei tutti con me per fare una gran festa. Ma come dicono le campane di Raffadali? Dicono: Con che? con che? con che? Mi sono spogliato di tutto, e sono come Cristo alla colonna. Non posso più niente. Lo schietto idoneo, e basta. Se venite voi, parenti della sposa, Pitrinu Cinquemani pretenderà che vengano anche i suoi parenti, che sono dalla parte di Tresa, lo sapete; e tra voi non c’è buon sangue. Così abbiamo stabilito che non venga nessuno, né essi né voi. Saremo io e Tresa per la sposa e il padre e la madre dello sposo. Lo schietto idoneo, e basta.

             Saru ascoltò, con gli occhi bassi anche lui, e la mano sul mento, il discorso del padre, evidentemente studiato; alla fine disse:

             – Pa’, badiamo bene. Voi siete il padrone; siamo sangue vostro, e noi faremo come volete voi. Ma non facciamo che la proibizione di venire debba essere soltanto per noi! Pa’, ve l’avverto: finirebbe male.

             Il vecchio, senza alzar gli occhi, restò ancora un pezzo a raschiarsi le gote, aggrondato.

             –    Io per me, figli miei, ho fatto dire a quelli che non vengano, come dico a voi di non venire.

             –    E se qualcuno di quelli viene?

             Il vecchio non rispose. Il suo silenzio lasciava intendere chiaramente che, se qualcuno dell’altra parte fosse venuto, egli non avrebbe saputo come regolarsi.

             – Va bene, pa’, – disse allora Saru. – Andate, andate. Ci penseremo noi.

             E seguì con gli occhi il padre che se ne andava, stirandosi con due dita il lobo dell’orecchia manca. Rientrato nella roba, trasse dal fondo d’una bisaccia appesa a un chiodo un coltellaccio lungo, di quelli chiamati trincialardo; prese da terra, sotto la tavola, la pietra d’affilare; bagnò la lama del coltello; andò a sedere sulla soglia dell’uscio con quella pietra fra le ginocchia e si diede ad affilar la lama.

             La moglie, spaventata, lo chiamò tre volte, senza ottener risposta; alla fine, con le mani nei capelli e gli occhi pieni di lagrime, scongiurò:

             –    Oh Madre santa, Saru mio, che pensi di fare? Saru balzò in piedi come un tigre, col coltello levato:

             –    Corpo di Dio, non fiatare, o comincio da te!

             La moglie allora, per soffocare il pianto, si tirò sul volto con le due mani il grembiule e andò a rintanarsi in un angolo. Saru si rimise ad affilare il coltellaccio sotto gli occhi dei tre figliuoli, seduti attorno, silenziosi. Dal cortile della chiusa della za Tresa cantò il gallo, e subito il gallo di qua gli rispose, con una zampa levata, squassando la cresta sanguigna.

             – Una… due… tre… quattro!… cinque!… sei!…

             Già sei mule bardate, nella mangiatoja sotto il tettuccio del cortile della chiusa dirimpetto. Eccole là: si discernevano bene al lume della luna, tutt’e sei, l’una accanto all’altra.

             Davanti all’uscio della sua roba, Saru le contava, piegando il collo di qua e di là, per vedere di tra gli alberi, e fremeva.

             Già sei. E forse altre ne sarebbero venute.

             Il festino voleva esser grande. Tutti i figliuoli della matrigna e le loro donne e i loro figliuoli, tutti, tutti quelli dell’altra parte erano stati invitati. Loro soli, i parenti più stretti, i fratelli e la sorella della sposa, erano esclusi. Forse adesso banchettavano di là, più tardi sarebbero cominciati il suono e i balli.

             S’era tolta la giacca e se l’era messa al braccio per nascondere il coltello affilato. Dall’interno della roba, la moglie e Niluzzu, il maggiore dei figliuoli, stavano a spiarlo, intenti e tremanti. Poc’anzi, aveva ordinato alla moglie di accendere il fuoco e di metter su il caldajo grosso a bollire. E la moglie, imbalordita dallo sgomento, aveva ubbidito, senza capire che volesse fare di quel caldajo d’acqua bollente.

             – Oh Madre santa, – pregava ora, – fate venire qualcuno! Oh Madre santa, quietategli il sangue e la mente.

             Fuori nell’aria chiara di luna, eran zighi sommessi di grilli, fili di suono lunghi, acuti, quasi luminosi.

             – Niluzzu, – chiamò a un tratto il padre. – Corri da tua zia Sidora qua presso; poi da tuo zio Luzzu, e di’ loro che vengano qua da me, subito: marito, moglie, figliuoli, tutti qua da me. Hai capito? Va’.

             Niluzzu, invece di muoversi, rimase a mirare il padre, sbigottito, con un braccio levato a riparo della testa, come se si aspettasse uno scapaccione.

             –    Pa’, ho paura, pa’…

             –    Paura? Carognone! – gli gridò il padre, scrollandolo. Si rivolse alla moglie: – Va’ anche tu; accompagnalo! E tornate qua presto, tutti insieme!

             La moglie s’arrischiò a chiedergli ancora una volta, con voce di pianto:

             – Ma tu che vuoi fare, Saru mio? Per carità!

             Saru si pose un dito sulla bocca e poi, con la stessa mano, fé’ cenno imperioso alla moglie d’ubbidire.

             Poco dopo si mosse anche lui, cauto, verso il cortile della chiusa dirimpetto, facendosi riparo, nel procedere sotto la luna, ora di questo, ora di quell’albero. Giunse così all’ultimo alberetto di fico, proprio davanti il cortile. Il cuore gli ballava in petto e le tempie gli martellavano. Diede un balzo allo sbruffare d’una delle mule nella mangiatoja vicinissima. Gli arrivava alle narici il lezzo caldo e grasso del letame, e agli orecchi il suono confuso delle grida, delle risa, e l’acciottolio dei piatti dei banchettanti dentro la roba della matrigna. Sporse il capo oltre i rami del fico, a spiare. Nel cortile non c’era nessuno, oltre le sei cavalcature ancora bardate, e più là, presso l’entrata della roba, la troja gigantesca.

             Questa se ne stava col grifo allungato su le zampe anteriori, le orecchie abbattute e gli occhi socchiusi, come in una languida contemplazione del fresco, dolcissimo chiaro di luna. Di tratto in tratto sospirava; ma era sospiro di soddisfazione per la sua sicura plenitudine beata.

             Saru le andò dietro, cheto e chinato; le allungò adagio adagio una mano alla fronte e lievemente si mise a grattargliela. Come la bestia, al solletico, si stirò, torcendo il grifo, quasi volesse sorridere alla consueta carezza della padrona, e alla fine presentò da sé la gola, Saru, pronto, con l’altra mano le affondò il coltello fino al cuore.

             Ritornò con l’enorme carico alla roba, quasi a un tempo con la moglie e il figliuolo, seguiti da tutto il parentado in allarme.

             – Zitti, per la Madonna! – intimò a tutti, liberandosi del carico con un gran respiro, ansante e insanguinato da capo a piedi. – Faremo festa anche noi, qua, meglio di loro! Un quarto per uno a voi, e due quarti a me, che me li merito! Ma prima aspettate. Qua, qua, ajutatemi a sparar la bestia! Luzzu, tieni fermo qua! Tu, Sidora, di qua. E tu, Niluzzu, piglia il piatto grande, quello tondo, dallo stipo! Il fegato, il fegato lo voglio dare alla vecchia! Zitti tutti! Il fegato alla vecchia!

             Sparò per lungo la bestia; ne trasse il fegato e corse a lavarlo in una conca, poi lo compose, lucido compatto tremolante, nel piatto e lo porse al figliuolo:

             –   Va’ da tuo nonno, Niluzzu, e digli così: Mi manda papà Saru, con questo regalo per Mamma Tresa, e con la preghiera che gli saluti la troja!

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