Sua Maestà – Audio lettura

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Legge Gaetano Marino
«Ed ecco il treno, sbuffante, maestoso. Tutti si allineano, in attesa, ansiosi e con quell’eccitazione che l’arrivo del convoglio con la sua imponenza rumorosa e violenta suol destare»

Prima pubblicazione: Il Marzocco, 3 luglio 1904, col titolo S.M. 

Sua Maestà
Ed ecco il treno, sbuffante, maestoso…..

Sua Maestà

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino
Da QuartaRadio.it (sito non più attivo)

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             Accanto alla tragedia, però, si ebbe anche la farsa a Costanova, quando fu sciolto il Consiglio comunale e arrivò da Roma il Regio Commissario.

             Quel giorno, Melchiorino Pali, nella sala d’aspetto della stazione, picchiandosi il petto con tutte e due le manine perdute in un vecchio pajo di guanti grigi sforacchiati nelle punte, si sfogava a dire:

             – Ma la faremo noi, noi, la rivoluzione… one. Noi!

             I suoi colleghi del Consiglio disciolto (icconsiglio andato a male, come diceva sotto sotto il guardasala, ch’era un vecchietto toscano, ascritto, com’era allora di regola, alla lega socialista dei ferrovieri) avevano, dopo lungo dibattito, deciso di venire alla stazione per accogliere l’ospite, quantunque avversario. Ed erano venuti in abito lungo e cappello a stajo. Il Pali aveva cercato di dissuaderli, dimostrando loro che non si doveva in nessun modo. Non c’era riuscito e alla fine era venuto anche lui. Coi miseri panni giornalieri, però. In segno di protesta.

             Piccino, piccino, con la barbetta rossa e gli occhiali azzurri, oppresso da un cappello duro, roso, inverdito che gli sprofondava fin su la nuca, gli orecchi curvi sotto le tese, oppresso da un greve soprabito color tabacco, continuava a sfogarsi, gestendo furiosamente. Ma si rivolgeva ora di preferenza ai manifesti illustrati, appesi alle pareti della sala d’aspetto, visto che nessuno dei colleghi gli dava più ascolto.

             II vecchio guardasala, intanto, se lo stava a godere, con un sorrisetto canzonatorio su le labbra.

             Da uno di quei manifesti, un bel tocco di ragazza scollacciata gli offriva ridendo una tazza di birra dalla spuma traboccante, come per farlo tacere. Ma invano.

             – Rivoluzione! Rivoluzione! – incalzava Melchiorino Pali, il quale, quan d’era così eccitato, soleva ripetere due e tre volte le ultime sillabe delle parole, come se egli stesso si facesse l’eco: – One… one…

             Era indignato non tanto per lo scioglimento del Consiglio (glien’importava un fico…ico… un fico secco… ecco… a lui, se non era più consigliere) quanto per lo spettacolo stomachevole che il Governo dava all’intera nazione trescando spudoratamente col partito socialista, fino a darla vinta a quei quattro mascalzoni che a Costanova andavano per via col garofano rosso all’occhiello, protetti dall’on. Mazzarini, deputato del collegio, che a Costanova però non aveva raccolto più di ventidue voti… oti.

             Ora questa, senz’alcun dubbio, era una vendetta del Mazzarini, il quale, partendo per Roma, aveva giurato di dare una lezione memorabile al paese che gli si era dimostrato così acerrimamente nemico… ico. Ma che lezione? Lo scioglimento del Consiglio? Eh via! Miserie! Melchiorino Pali considerava da un punto più alto la questione… one. Dieci, venti, trenta lire al giorno a un tramviere, a un ferroviere? Quattro, cinque mesi di preparazione, seppure! E un professor di liceo, un giudice, che han dovuto studiar vent’anni per strappare una laurea e affrontare esami e concorsi difficilissimi, non le avevano, non le avevano trenta lire al giorno! E tutte le commiserazioni, intanto, e tutte le cure per il così detto proletariato… cito!… cito!…

             A questo punto, non si sa come, la ragazza scollacciata di quel manifesto, quasi fosse stufa di offrire invano la sua tazza di birra a uno che le avventava contro tanta furia di gesti irosi, si staccò dalla parete e precipitò con fracasso suldivano di cuojo, ove stava seduto l’ex-sindaco, cav. Decenzio Cappadona.

             – Vai! E ito via icchiodo! – esclamò allora, accorrendo e sghignando, il vecchietto guardasala.

             Il Cappadona balzò in piedi sacrando e tirò una spinta così furiosa a Melchiorino Pali rimasto a bocca aperta e con le dieci dita per aria, che lo mandò a schizzare addosso a uno dei colleghi.

             – Io? Che c’entro io? So un corno io se il chiodo si stacca! – si rivoltò furibondo il Pali; quindi, parandosi di faccia a quel collega e prendendogli un bottone sul petto della finanziera: – Non ti pajono sacrosante ragioni? Perché, sissignore, io ci sto: trenta lire al giorno… orno… al tramviere, al ferroviere…ci sto! ma datene allora cento al giudice, al professore… ore… e se no, perdio, la faremo noi, la rivoluzione… one… perdio! Noi!

             Quel collega si guardava il bottone. Aveva un tubino spelacchiato, ma lo portava con tanta dignità e s’era tutto aggiustato con tanta cura, che si sentiva struggere, ora, a quel discorso e approvava e sbuffava e strabuzzava gli occhi. Alla fine, non ne potè più: lo lasciò lì in asso e s’accostò al cavalier Cappadona per pregarlo che, avvalendosi della sua autorità, facesse tacere quell’energumeno. Era un’indecenza strillare così, con tutta quella trucia addosso. Comprometteva, ecco!

             Ma il cavalier Decenzio Cappadona, che s’era già ricomposto e se ne stava ora astratto e assorto, fece un atto appena appena con la mano e seguitò a lisciarsi il gran pizzo regale.

             Lo chiamavano a Costanova Sua Maestà, perché era il ritratto spiccicato di Vittorio Emanuele II vestito da cacciatore: la stessa corporatura, gli stessi baffi; lo stesso pizzo, lo stesso naso rincagnato all’insù; Vittorio Emanuele II insomma, purus et putus, purus et putus, come soleva ripetere il notajo Colamassimo che sapeva il latino.

             Anche lui, il cavalier Cappadona, era venuto coi panni giornalieri; ma che c’entra! era noto a tutti ch’egli non cambiava mai, neanche nelle più solenni occasioni, quel suo splendido abito di velluto alla cacciatora e gli stivali e il cappellaccio a larghe tese con la penna infitta da un lato nel nastro, ch’erano tali e quali quelli che il Gran Re portava nel ritratto famoso che al cavalier Decenzio serviva da modello.

             I maligni dicevano che non aveva altri titoli per esser sindaco di Costanova fuor che quella straordinaria somiglianza, e che non aveva fatto in vita sua altri studii oltre a quello attentissimo sul ritratto del primo re d’Italia.

             Questa seconda malignazione poteva forse avere qualche fondamento di verità: la prima no.

             Non bastava, infatti, nemmeno a quei tempi, somigliare a Vittorio Emanuele II per esser sindaco di un comune d’Italia. Tanto vero che in ogni città era raro il caso che non ci fosse per lo meno uno che non somigliasse o non si sforzasse di somigliare a Vittorio Emanuele II, o anche a Umberto I, senz’esser per questo nemmeno consigliere della minoranza.

             In verità, ci voleva qualcos’altro.

             E questo qualcos’altro il cavalier Decenzio Cappadona lo aveva. Milionario, poteva pigliarsi il gusto di sfogare esclusivamente l’attività morale e materiale di cui era capace nella professione di quella somiglianza.

             A Costanova era re; la sua casa, una reggia; teneva in campagna una numerosa scorta di campieri in divisa, ch’erano come il suo esercito; tutti gli abitanti, tranne quel pugno di buffoni capitanati dal repubblicano Leopoldo Paroni, eran per lui più sudditi che elettori; aveva una scuderia magnifica, una muta di cani preziosa; amava le donne, amava la caccia; e dunque chi più Vittorio Emanuele di lui?

             Ora, durante l’ultima amministrazione, qualcuno degli assessori aveva dovuto commettere qualche piccola sciocchezza amministrativa: il cavalier Decenzio non sapeva bene: era re, lui: regnava è non governava. Il fatto è che il Consiglio era stato sciolto. A momenti sarebbe arrivato il Regio Commissario; il cavalier Decenzio s’era incomodato a venire alla stazione; lo avrebbe accolto cortesemente, nella certezza che anche costui sarebbe diventato suo suddito temporaneo devotissimo; si sarebbero fatte le nuove elezioni, e sarebbe stato rieletto sindaco, riacclamato re, senz’alcun dubbio.

             L’avvisatore elettrico cominciò a squillare. Il cavalier Cappadona sbadigliò, si alzò, si batté il frustino su gli stivali, facendo al solito con le labbra: – Bembé… Bembé…  – e uscì, seguito dagli altri, sotto la tettoja della stazione. Melchiorino Pali ripeteva ancora una volta che dobbiamo farla noi la rivolu… ma vide due carabinieri alla porta della sala d’aspetto, e le ultime sillabe della parola gli rimasero in gola: ne venne fuori, poco dopo, al solito, l’eco soltanto, attenuata:

             – One… one…

             La cornetta del casellante strepè in distanza: s’intese il fischio del treno.

             – Campana! – ordinò allora il capostazione, che s’era avvicinato a ossequiare il cavalier Cappadona.

             Ed ecco il treno, sbuffante, maestoso. Tutti si allineano, in attesa, ansiosi e con quell’eccitazione che l’arrivo del convoglio con la sua imponenza rumorosa e violenta suol destare; i ferrovieri corrono ad aprir gli sportelli gridando: Costanova! Costanova! Da una vettura di prima classe uno spilungone miope, squallido, con certi baffi biondicci alla cinese, tende una valigia al facchino, e gli dice piano:

             – Regio Commissario.

             Gli aspettanti lo mirano delusi, toccandosi sotto sotto coi gomiti, e il cavalier Decenzio Cappadona si fa avanti con la sua impostatura regale, quando tutt’a un tratto – è uno scherzo? un’allucinazione? – dietro quello spilungone miope scende maestoso su la predella della vettura un altro Vittorio Emanuele II, più Vittorio Emanuele II del cavalier Decenzio Cappadona.

             I due uomini, così davanti a petto, si guatano allibiti. Nessuno degli ex-consiglieri osa farsi avanti; anche il capostazione, che s’era proposto di presentare l’ex-sindaco al Regio Commissario, rimane inchiodato al suo posto; e quell’altro Vittorio Emanuele che è il commendatore Amilcare Zegretti, proprio lui, il Regio Commissario, passa tra tutti quegli uomini quasi esterrefatti, e si caccia con un acuto sgrigliolio delle scarpe, che pare esprima la fierissima stizza ond’è preso, nella sala d’aspetto, seguito dal suo allampanato segretario particolare.

             – Mi… mi… mi…

             Non trova più la voce. Quegli intanto non ardisce alzare gli occhi a guardarlo in faccia.

             – Mi chiami il ca… il capostazione, la prego.

             Sotto la tettoja, il capostazione è rimasto a guardare a uno a uno i membri del Consiglio disciolto, tutti ancora come intronati, e il cavalier Decenzio Cappadona basito addirittura e quasi levato di cervello. Il segretario particolare gli s’accosta, timido, vacillante:

             – Scusi, signor Capo, una parolina.

             Il capostazione accorre premuroso alla sala d’aspetto e vi trova il commendator Zegretti con tanto d’occhi sbarrati e fulminanti e una mano spalmata sotto il naso in atteggiamento pensieroso, sì, ma che par fatto apposta per nascondere baffi e appendici.

             –    Quei… quei signori, scusi…

             –    Del Consiglio disciolto, sissignore. Venuti apposta per ossequiarla, signor Commendatore.

             –    Grazie, e… c’è, scusi, c’è anche il… come si chiama?

             –    L’ex-sindaco? Cavalier Cappadona, sissignore. Sarebbe anzi appunto…

             –    Va bene, va bene. Me lo ringrazi tanto, ma dica che… che io son venuto anche per fare una… una piccola inchiesta, ecco. Non sarebbe dunque prudente… Ci vedremo al Municipio. Mi faccia venire qua, la prego, il mio segretario. Dov’è? dove s’è cacciato?

             Il segretario, sotto la tettoja, era assediato dai membri del Consiglio disciolto. Melchiorino Pali aveva posto crudamente il dilemma:

             – O si rade l’uno o si rade l’altro.

             Ma che! ma no! bisognava che si radesse il nuovo arrivato, per forza; perché del Cappadona era nota a tutti la somiglianza con Vittorio Emanuele II, e perciò, se si fosse raso lui e il Regio Commissario fosse entrato in sua vece da Vittorio Emanuele in Costanova, lo scandalo non si sarebbe evitato. Scandalo inaudito, perché a Costanova l’arrivo di quel Regio Commissario rappresentava un vero e proprio avvenimento. Una fischiata generale sarebbe scoppiata; tutto il paese sarebbe crepato dalle risa; fin le case di Costanova avrebbero traballato per un sussulto di spaventosa ilarità; fino i ciottoli delle vie sarebbero saltati fuori, scoprendosi come tanti denti, in una convulsione di riso.

             – Mazzarini! Mazzarini! – strillava più forte degli altri Melchiorino Pali. – È stato lui, l’on. Mazzarini! Ecco la vendetta che ci ha giurato! la lezione memorabile! L’ha scelto lui, a Roma, il Regio Commissario per Costanova… ova… ova… Mascalzone! Offesa alla memoria, alla effigie del nostro Gran Re! Irrisione, attentato al prestigio dell’autorità!

             Bisognava a ogni costo impedirlo; mandare presto presto per un barbiere fidato; e lì stesso, nella sala d’aspetto, indurre il Regio Commissario a sacrificare almeno il pappafico… sì, e un pochino pochino anche i baffi, prima d’entrare in paese.

             Ma chi si prendeva l’accollo di fare una simile proposta al commendator Zegretti?

             Il cavalier Decenzio Cappadona s’era allontanato, fosco, e col frustino si sfogava contro la innocente ruchetta bianca e il crespignolo dai fiori gialli, che crescevano di tra le crepe dell’antica spalletta che impedisce l’ingresso alla stazione.

             – Marcocci! – tonò in quel punto il commendator Zegretti, facendosi su la soglia della sala d’aspetto, furibondo.

             Il povero segretario, schiacciato sotto l’incarico che gli avevano dato gli ex consiglieri, accorse come un cane che fiuti in aria le busse.

             –    Una vettura!

             –    Aspetti… perdoni, signor Commendatore… – si provò a dire il Marcocci. – Se… se lei volesse… dicevano quei signori… prima d’entrare in paese… qui stesso… dicevano quei signori… perché, Lei ha veduto? c’è qui… quello che… l’ex-sindaco, Lei ha veduto? Ora, dicevano quei signori…

             –    Insomma si spieghi! – gli urlò lo Zegretti.

             –    Ecco, sissignore… qui stesso, si potrebbe… se lei volesse… dicevano…mandare per un… come si chiama? e farsi… un pochino pochino almeno… ecco, i baffi soltanto, signor Commendatore, dicevano quei signori.

             –    Che? – ruggì il commendator Zegretti e gli si parò di fronte, quasi per scoppiargli addosso, gonfio com’era di collera e di sdegno. – Sa lei che io sono qua, adesso, la prima autorità del paese?

             –    Sissignore! sissignore! come non lo so?

             –    E dunque? Una vettura! Marche!

             E s’avviò innanzi, col petto in fuori, aggrondato, i baffoni in aria, il naso al vento.

             Naturalmente a Costanova accadde quel che i membri del Consiglio disciolto avevano purtroppo preveduto.

             Più fiera vendetta di quella Fon. Mazzarini non poteva prendersi, non solo contro il cavalier Decenzio Cappadona, suo acerrimo avversario, ma anche contro l’autorità costituita; lui socialista.

             Retrogrado, conservatore, il paese di Costanova? Là, due re! Di cui l’uno il ritratto dell’altro, e l’un contro l’altro armato.

             Ora, come un leone in gabbia, il commendator Zegretti nella magna sala dèi Municipio, ripensando all’impegno di quel deputato a Roma, perché lui e non altri fosse mandato quale Regio Commissario a Costanova; ripensando alla grande soddisfazione che egli per quell’impegno aveva provato, fremeva di rabbia, s’arrotolava i baffoni fino a storcersi il labbro di qua e di là, si stirava il gran pizzo, si affondava le unghie nelle palme delle mani, vedeva rosso!

             Come fare il Regio Commissario in quel paese, a cui non poteva mostrarsi, senza promuover subito uno Scoppio di risa?

             Se non ci fosse stato quell’altro, egli avrebbe certo ispirato maggior reverenza col suo aspetto, che attestava devozione alla monarchia, culto anche fanatico della memoria del Gran Re. Ma ora… così… E se qualcuno ne avesse scritto a Roma, ai giornali? se qualche deputato ne avesse parlato alla Camera?

             Così pensando, il commendator Zegretti, sentiva di punto in punto crescer l’orgasmo; passeggiava, si fermava, passeggiava ancora un po’, si rifermava, sbuffando ogni volta e sedendo in aria le pugna.

             Quella sala del Municipio era magnifica, dal palco scompartito, in rilievo, ornato di dorature. Il cavalier Decenzio Cappadona l’aveva fatta decorare e addobbare sontuosamente a sue spese. Nella parete di fondo troneggiava un gran ritratto a olio del primo re d’Italia, che il Cappadona stesso aveva fatto eseguire lì a Costanova, da un pittore di passaggio, sedendo lui per modello.

             – Imbecille! Buffone! Così nero? Quando mai Vittorio Emanuele II fu così nero?

             Biondo scuro e con gli occhi cilestri: ecco com’era Vittorio Emanuele II; com’era lui, insomma, il commendator Zegretti, che aveva perciò quasi un diritto naturale a professarne la somiglianza. Eh, ma allora, qualunque mascalzone, purché avesse il naso un po’ in su e un po’ di crescenza nei peli della faccia, poteva figurare da Vittorio Emanuele II: se non si doveva tener conto del colore del pelo, del colore degli occhi.

             Più d’uno a Costanova dava ragione al Regio Commissario, sosteneva cioè che veramente egli più del Cappadona somigliava a Vittorio Emanuele II con quegli occhi da vitellone; altri invece sosteneva il contrario: e le discussioni si facevano di giorno in giorno più calorose. Appena lo vedevano passare per via tutti uscivano fuori dalle botteghe, s’affacciavano alle finestre, si fermavano a mirarlo:

             – Ma bello, vah! magnifico! guardatelo!

             Nessuno poté assistere però alla scena più buffa, che si svolse nella sala del Municipio, dove una mattina dovettero pur trovarsi di fronte tutt’e due, quei Vittorii Emanueli. E ce n’era pure un terzo, lì, dipinto a olio, grande al vero, che se li godeva dall’alto della parete, così ammusati.

             Una gran folla, quella mattina, all’annunzio dell’invito che il Regio Commissario aveva fatto al Cappadona per interrogarlo su l’ultima gestione amministrativa, s’era raccolta sotto il Municipio. Figurarsi dunque l’animo del cavalier Decenzio nel recarsi, tra tanta gente assiepata, a quel convegno; e l’animo del commendator Zegretti, a cui ne saliva dalla piazza il brusio.

             Oltre l’irrisione, che era patente nella curiosità di tutti quegli oziosi, qualche altra cosa irritava sordamente il cavalier Cappadona.

             Quantunque molto munifico al paese, era pur non di meno gelosissimo di tutti i suoi doni al Comune.

             Ora, da più giorni, passando sotto il Municipio, aveva veduto spalancate al sole le ampie finestre poste sul davanti, ch’eran quelle appunto del salone. Povere tende, dunque! poveri mobili, a quella luce sfacciata! e chi sa quanta polvere! che disordine!

             Quando, introdotto dal segretario Marcocci, vide il gran tappeto persiano, che copriva da un capo all’altro il pavimento, ridotto in uno stato miserando, come se ci fosse passato sopra un branco di porci, si sentì tutto rimescolare. Ma sentì addirittura artigliarsi le dita nel vedere che colui lo accoglieva senza il minimo riguardo. Signori miei, quell’intruso lì! Quell’intruso, che – dimostrandosi fino a tal segno villano e indegno d’abitare in un luogo addobbato con tanto decoro e tanto sfarzo – osava pure scimmiottare l’immagine d’un re.

             Il commendator Zegretti stava seduto innanzi a un’elegantissima scrivania, piena zeppa di carte, che s’era fatta trasportare lì nel salone, e scriveva. Senza neppure alzar gli occhi, disse seccamente:

             – S’accomodi.

             Ma s’era già accomodato da sé, senz’invito, il Cappadona, sulla poltrona di faccia.

             Il Regio Commissario, tenendo ancora gli occhi bassi, prese a esporre all’ex-sindaco la ragione per cui lo aveva invitato a venire.

             A un certo punto il Cappadona, che lo guardava fieramente, scattò in piedi, serrando le pugna.

             – Scusi, – disse, – non si potrebbero almeno accostare un tantino queste finestre?

             Due, tre fischi partirono in quel momento dalla folla raccolta nella piazza sottostante.

             Il commendator Zegretti alzò il capo, stirandosi un baffo con aria grave, e disse:

             –    Ma io non ho paura, sa.

             –    E chi ha paura? – fece il Cappadona. – Dico per queste povere tende… per questo tappeto, capirà…

             Il commendator Zegretti guardò le tende, guardò il tappeto, si buttò indietro su la spalliera del seggiolone e, accarezzandosi ora l’interminabile pizzo:

             –    Mah! – sospirò. – Mi piace, sa, mi piace lavorare alla luce del sole!

             –    Eh, – squittì il Cappadona, – se non si rovinasse la tappezzeria… Capisco che a lei non importa nulla; ma, se permette, le faccio osservare che importa a me, perché è roba mia.

             –    Del Municipio, se mai…

             –    No! Mia, mia, mia. Fatta a mie spese! Mia la sedia, su cui lei siede; mia la scrivania, su cui lei scrive. Tutto quello che lei vede qua, mio, mio, mio, fatto col denaro mio, lo sappia! E se si vuole prendere il disturbo d’affacciarsi un pochino alla finestra, le faccio vedere là l’edificio delle scuole, che ho fatto levare io di pianta e costruire a mie spese e arredare di tutto punto: io! E ci sono anche le scuole tecniche che il signor Mazzarini, deputato del collegio, non è stato buono a ottenere dal Governo, com’era d’obbligo, e che mantengo io, a mie spese: io! Se si vuole alzare un pochino e affacciare alla finestra, le faccio vedere, più là, un altro edificio, l’ospedale, costruito, arredato e mantenuto anche da me, a mie spese… E questa, ora, è la ricompensa, caro signore!

             Mi si manda qua lei, non so perché: aspetto che lei me lo dica… mi spieghi bene che cosa sia venuto a far qua, lei… Ma già lo vedo… già lo vedo…

             E il cavalier Decenzio Cappadona, aprendo le braccia, si mise a guardare il tappeto rovinato.

             Con fredda calma ostentata, il commendator Zegretti, inarcando le ciglia a mezzaluna:

             –    Ma io, – disse, – io invece, sa? sono qua per vedere che cosa ha fatto lei, piuttosto.

             –    Gliel’ho detto, che cosa ho fatto io! E ci sono le prove lì: c’è tutto il paese che può rispondere per me! Chi è lei? che cosa vuole da me?

             –    Io rappresento qua il Governo! – rispose infoscandosi il commendator Zegretti, e poggiò ambo le mani su la scrivania.

             Il Cappadona si scrollò tutto, tre volte:

             –    Ma nossignore! ma che Governo! ma non ci creda! Glielo dico io che cosa rappresenta lei qua.

             –    Oh insomma! – gridò il Regio Commissario, levandosi in piedi anche lui. – Io non posso assolutamente tollerare che lei si dia codeste arie davanti a me!

             E i due Vittorii Emanueli si guardarono finalmente negli occhi, pallidi e vibranti d’ira.

             –    Io, le arie? – fece con un sogghigno il Cappadona. – Ma se le dà lei, mi pare, le arie. Non si è degnato nemmeno d’alzarsi, quando io sono entrato, come se fosse entrato il signor nessuno qua, dove pure tutto mi appartiene.

             –    Ma io non le so, non le voglio, né le debbo sapere io, codeste cose! – rispose, sempre più eccitandosi, il commendator Zegretti. – Questa è la sede del Municipio.

             –    Benissimo! Del Municipio! Non stalla, dunque!

             –    Lei m’offende!

             –    Come le pare…

             –    Ah sì? E allora io la invito a uscir fuori! Là!

             E il commendator Zegretti additò fieramente la porta.

             Si videro, ora, l’uno addosso all’altro, i due re: i baffi tremavano, tremavano i pappafichi, e i nasi all’erta fremevano.

             – A me osa dir questo? – tonò il Vittorio Emanuele paesano.

             La sua voce s’intese nella piazza sottostante e un uragano di fischi e di grida scomposte si levò minaccioso.

             –    Proprio a lei! sissignore! Perché io non ho paura! – inveì, pallidissimo, il commendator Zegretti. – E se trovo qua, fra queste carte, qualche irregolarità…

             –    Mi manda in galera? – compì la frase il Cappadona, sghignazzando. – Ma si provi, si provi: vedrà che cosa succede… Lei qua non rappresenta che quattro mascalzoni messi su da quel farabutto del Mazzarini, deputato socialista, nemico della patria e del re, ha capito? Del re, del re; glielo grido sul muso a lei mascherato a codesto modo!

             Trasecolò, nel suo furore, il commendator Zegretti.

             –    Io, mascherato? – disse. – Come… E lei? Ci vuole un bel coraggio, perdio! Ma si levi! Ma vada via! Io, mascherato? Ma dove, ma quando lo vide mai lei, Vittorio Emanuele, che ha fatto calunniare lì, in quel ritratto? Non era mica così nero, sa? come lei se l’immagina, Vittorio Emanuele II!

             –    Ah, no? com’era? rosso? nero? repubblicano? socialista come voi? protettore di farabutti? Ma radetevi! radetevi! ci farete miglior figura! Non profanate così l’immagine del Re! E basta, non vi dico altro. Ce la vedremo, caro signore, alle prossime elezioni!

             E il cavalier Decenzio Cappadona, col volto in fiamme, uscì tutto sbuffante di fierissimo sdegno.

             In piazza fu accolto da un fragoroso scoppio d’applausi. Agli amici più •intimi, che lo attendevano ansiosi, non potè rispondere fuorché queste parole:

             – Faccio nascere un macello, parola d’onore!

             E la guerra cominciò, ferocissima, tra i due re.

             Com’era però da prevedersi, la sconfitta fu per il commendator Zegretti, avendo il Cappadona tutto il paese dalla sua. Appena si mostrava per via, due, tre lo chiamavano forte:

             – Cavaliere! Signor sindaco!

             Tirava via di lungo; e un quarto, ecco, lo raggiungeva di corsa, gli batteva amichevolmente una mano su la spalla.

             – Caro Decenzio!

             Si voltava di scatto, con gli occhi che gli schizzavano fiamme; e subito:

             – Ah, scusi, signor Commendatore! Credevo che fosse il cavalier Cappadona… Capirà! Perdoni…

             Rientrava al Municipio? Lungo l’androne c’erano parecchie porte murate; rimanevano però, di qua e di là, gli sguanci nella grossezza del muro, come tante nicchie: bene: da ciascuna saltava fuori un monello, al passaggio del commendatore. Un saluto militare; uno strillo: – Maestà! – e via a gambe levate.

             Il commendator Zegretti licenziò allora il guardaportone ch’era un povero vecchietto allogato lì per carità e che non ne aveva nessuna colpa. Egli, infatti, lasciava in custodia alla moglie l’entrata e andava in giro tutto il giorno, domandando ad alta voce, da lontano, se per caso ci fosse qualcuno che volesse farsi la barba.

             Buttato in mezzo alla strada, se n’andò a piangere dal cavalier Cappadona. Sua Maestà gli promise che, rifatte le elezioni, lo avrebbe riassunto in servizio, e intanto gli diede da vivere per sé e per la sua famiglia. Contento, il vecchietto mostrò le forbici al cavalier Cappadona:

             – Non dubiti, signor Cavaliere, che se m’avviene di ripigliarlo a comodo, lo acciuffo e lo toso di prepotenza. Baffi e pappafico, signor Cavaliere!

             Questa minaccia arrivò agli orecchi del commendator Zegretti, il quale d’allora in poi prese a uscire seguito da due guardie. E allora, da lontano, fischi, urli e altri rumori sguajati, che arrivavano al cielo.

             Fu peggio, quando il segretario Marcocci, divenuto d’un estremo squallore e molto più miope dal giorno dell’arrivo, una sera, cercando in uno sgabuzzino alcune carte, si bruciò per disgrazia con la candela che teneva in mano uno di quei suoi baffi biondicci alla cinese, e fu perciò costretto a radersi anche l’altro.

             Tutto il paese, il giorno dopo, vedendolo così raso lo riaccompagnò quasi in trionfo al Municipio, come se quel pover uomo si fosse raso per dare una soddisfazione al Comune di Costanova e il buon esempio al suo principale.

             Il commendator Zegretti non si lasciò più vedere per il paese.

             Il giorno per le elezioni era ormai vicino. Per prudenza, prevedendo l’esplosione del giubilo popolare per la vittoria incontrastabile del Cappadona, domandò al Prefetto del capoluogo un rinforzo di soldati.

             Ma la popolazione di Costanova, ben pagata ed eccitata dal vino delle cantine di Sua Maestà, non si lasciò intimidire da quel rinforzo; e il giorno segnato insorse in una frenetica dimostrazione. Le guardie che presidiavano il Municipio caricarono violentemente la folla; ma le spinte, gli urtoni, che scaraventavano di qua e di là i dimostranti e li lasciavano un pezzo, compressi da tutte le parti, a boccheggiar come pesci, non giovarono a nulla: riprendevano fiato quei demonii scatenati e urlavano più forte di prima.

             – Abbasso Zegrettììì! Abbasso il pappaficòòò! Si rada! si radààà! Viva Cap – padonààà! Raditi, Zegrettììì!

             Un pandemonio.

             Ma radersi, no. Ah, radersi, no! Piuttosto il commendator Zegretti, non per paura, ma per non darla vinta a colui che indegnamente si credeva il ritratto di Vittorio Emanuele II, e per non far fuggire sconfitta nella sua persona la vera immagine del gran Re, s’era lasciati crescere da parecchi giorni i peli su le guance.

             La sera stessa di quel giorno memorabile, egli, profondamente accorato, se ne andò con una barbacela da padre cappuccino, mentre l’altro s’insediava di nuovo trionfante nel Municipio di Costanova più Vittorio Emanuele che mai.

Sua Maestà – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
Sua Maestà – Audio lettura 2 – Legge Giuseppe Tizza
Sua Maestà – Audio lettura 3 – Legge Valter Zanardi

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