Pirandello, scrittore di Dio

Di Giorgio Patrizi. 

Introduzione di Salvatore Lo Leggio. 

È noto che Pirandello volle definire con la categoria dell’umorismo una forma specifica di approccio alla realtà, ai fatti e ai personaggi di essa, che permettesse di andare al di là del semplice rilievo dei fenomeni per coglierne le motivazioni più profonde e complesse. Ed è ugualmente noto che questa particolare idea di umorismo fu, in qualche modo, l’idea guida di tutta l’opera narrativa e teatrale, la prospettiva verso cui indirizzò il suo modo rivoluzionario di concepire il romanzo o la pièce drammatica.

dal Blog di Salvatore Lo Leggio

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Pirandello scrittore di Dio
Immagine dal Web

Nel 1986, anno del cinquantenario della morte, non mancarono contributi importanti sullo scrittore agrigentino (di grande valore quelli di Leonardo Sciascia), ma su di lui si protesero anche le mani lunghe e avide degli ideologi integralisti di Comunione e Liberazione, che nello stesso torno di tempo tentavano un’operazione analoga con Leopardi.
Il meccanismo dell’appropriazione è abbastanza banale: la denuncia del “limite” delle umane facoltà, l’inquietudine di fronte al mistero diventano per costoro tout court “bisogno di Dio” e non già di un dio generico, ma proprio di quello dei preti cattolici.
L’articolo di Patrizi per “Rinascita” cerca di mostrare gli effetti deleteri di questo insulso giochino: ridurre a santini anche gli scrittori più complessi e ricchi di contraddizioni e a formulette rassicuranti la loro problematica ricerca. Le argomentazioni convincono, ma si sarebbe desiderato un tono più netto, un linguaggio meno criptico.
Salvatore Lo Leggio

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Pirandello, scrittore di Dio

È noto che Pirandello volle definire con la categoria dell’umorismo una forma specifica di approccio alla realtà, ai fatti e ai personaggi di essa, che permettesse di andare al di là del semplice rilievo dei fenomeni per coglierne le motivazioni più profonde e complesse. Ed è ugualmente noto che questa particolare idea di umorismo fu, in qualche modo, l’idea guida di tutta l’opera narrativa e teatrale, la prospettiva verso cui indirizzò il suo modo rivoluzionario di concepire il romanzo o la pièce drammatica. Il saggio che quindi Pirandello dedicò all’umorismo nel 1908 — indirizzandolo al «suo» Mattia Pascal, assurto così ad eroe eponimo di un’epopea della letteratura umoristica — è perciò molto di più di un intervento un po’ erudito e un po’ paradossale, ricco di verve polemica ma anche di intenzione teorica: è in realtà una sorta di manifesto, di dichiarazione programmatica, di istruzione per l’uso dei propri testi che Pirandello stila per i suoi lettori con la piena consapevolezza di inserirsi in una tradizione culturale di alto valore: una tradizione cioè, quella della letteratura umoristica, che nelle singole epoche storiche si è posta come voce dissacrante e rivitalizzante.

Tutto ciò viene in mente mentre ci si avvia alla chiusura di un anno pirandelliano: l’anno in cui si è commemorato il cinquantesimo anniversario della morte dello scrittore di Agrigento, è stato, come al solito, nel bene e nel male, l’occasione perché di Pirandello si parlasse anche fuori delle sedi tradizionali. […] Quello che lascia perplessi, a scorrere le pagine che i quotidiani hanno dedicato alla commemorazione pirandelliana, a ripensare alle serate televisive o alle pubblicazioni specifiche con cui si è voluto celebrare il cinquantenario, è la dimensione accattivante, per così dire, che è elaborata, in tutte queste sedi, del personaggio. È la possibilità, inaugurata da pagine quali quelle dedicate dal “Corriere” all’anniversario e consacrata dal supplemento proposto per l’occasione dal settimanale di Comunione e Liberazione, “Il Sabato”, di fare dello scrittore agrigentino una sorta di «uomo per tutte le stagioni», un rapsodo dell’inquietudine umana capace di trovare, però, formule rassicuranti, o smorzando la dissacrazione nella comicità — e non nell’umorismo che è cosa molto diversa — oppure delineando alle spalle della denuncia del «male di vivere», una salvezza spirituale, una proiezione dell’esigenza di verità, terrena e mondana, in una realtà superiore e inattingibile a quell’esercizio radicale della ragione che Pirandello pure non ha cessato di praticare per tutto l’arco della sua carriera di scrittore.

Il fatto è indicativo dei tempi che stiamo vivendo: difficilmente, in altri momenti, sarebbe stata pensabile — e praticabile — una simile omologazione di un fatto estetico tanto complesso qual è il mondo pirandelliano a prospettive ideologiche così univoche e asseverative. Il problema dello spiritualismo certamente c’è in Pirandello, è in quella ambiguità di cui si tingono spesso alcune sue pagine e che risulta ancora più evidente se estrapolata da un contesto sempre invece contraddittorio, polivoco, ricco di sollecitazioni emotive ed intellettuali che certo non possono ridursi a paradigmatiche petizioni di principio.

Se si facesse una stima statistica delle voci lessicali più ricorrenti negli articoli celebrativi di cui dicevo, si avrebbero dati molto significativi: come ad esempio, probabilmente, il prevalere di sostantivi come enigma, mistero, verità, realtà umana, rivelazione, ecc. vale a dire l’emergere deciso di un universo di discorso che ruota attorno alla problematica del «mistero» esistenziale e della ricerca di una più profonda natura dell’uomo dietro le apparenze fenomeniche della vita quotidiana e dei suoi valori. E questo tanto per il Pirandello del Mattia Pascal quanto per quello dei Sei personaggi o dei Miti.

È una lettura pirandelliana insomma, quella che emerge dominante da queste pagine celebrative, che riduce tanti complessi problemi al leit motiv — consolante perché immediatamente accessibile, grazie alla retorica, appresa fin sui banchi di scuola, del «mondo imperfetto» — di una denuncia della finitezza della ragione umana che si dichiara sconfitta nel suo sforzo di comprendere il mondo e individua l’appagamento della sua tensione nel proprio annullarsi nella dimensione gratificante dello spirito.

Una corretta lettura di Pirandello — anche divulgativa — renderebbe obbligatori dei distinguo e proprio a partire da quel saggio sull’Umorismo di cui si diceva (riedito recentemente dalla Mondadori, nella collana degli Oscar) che offre la grande opportunità ai pirandelliani del “Sabato” di ripensare in forme più complesse la presupposta spiritualità dell’agrigentino. Ad esempio con la lettura di quella pagina in cui sono enumerate le caratteristiche dell’opera «umoristica»: «Caratteristiche più comuni, però più generalmente osservate, sono la “contraddizione” fondamentale, a cui si suoi dare per causa principale il disaccordo che il sentimento e la meditazione scoprono o tra la vita reale e l’ideale umano o fra le nostre aspirazioni e le nostre debolezze e miserie, e per principale effetto quella tal perplessità tra il pianto e il riso; poi lo scetticismo, di cui si colora ogni osservazione, ogni pittura umoristica, e in fine il suo procedere minuziosamente e anche maliziosamente analitico».

Contraddizione, scetticismo, atteggiamento analitico sono tre costanti dell’opera di Pirandello che attraversano i romanzi più «materialisti» come in fondo è il Mattia Pascal, e quelli più spiritualisti quel è probabilmente Uno, nessuno, centomila: ciò che è importante e determinante è il fatto che l’approccio umoristico è costituzionalmente un incontro con il mondo che si fonda sui dati concreti, storici, reali — magari dell’esperienza della psicologia profonda dei soggetti — della vita quotidiana e da questi dati muove per attivare un profondo, radicale, processo conoscitivo. Questo processo si articola, per Pirandello, come si è detto, in un costante esercizio della ragione: analisi paradossale o ossessione distintiva, esasperato controllo delle passioni come in Leone Gala del Gioco delle parti o calcolato rifugio nell’apparenza come in Enrico IV, osservazione disincantata del mondo come in Serafino Gubbio o consapevolezza che la coscienza di sé e del reale si oppone alla meccanica vita quotidiana come in Vitangelo Moscarda di Uno, nessuno, centomila, in tutti i casi Pirandello non abdica mai alla tensione razionale che sottende ogni rapporto con se stessi e con gli altri. E se la prospettiva in cui si proietta lo scontro tra ragione e contraddittorietà dell’esistenza — il cosiddetto mistero dell’uomo — è quella di un rapporto «panico» con la natura (così per Moscarda) o di un universo mitico della creazione fantastica (come nei Giganti della montagna), è sempre una prospettiva di arroccamento, di difesa patologica dalla realtà, di tranquilla, consapevole rinuncia alla vita.

Nessun enigma inviolabile spinge Pirandello verso i luoghi della «verità» e dell’«autenticità» dello spirito, come recita lo stereotipo delle commemorazioni, la lettura tipicamente ideologica di un fatto culturale storicamente e linguisticamente di grande complessità. Ma piuttosto è verso una concezione dell’arte come contraddizione e lettura straniata della realtà che guarda l’occhio sarcastico di Mattia Pascal ben cosciente che la realtà è fatta di «drammi anagrafici» (come Benedetto Croce definì riduttivamente il tema della perdita di identità del romanzo) e di concetti di «estetica del simpatico» (altra definizione crociana per deridere la fisiologicità della psicologia dell’umorismo pirandelliano).
La materialità del dato conoscitivo che emerge dall’analisi o la visceralità, tutta quotidiana, della passione che non riesce a razionalizzare se stessa, disegnano il mondo intellettuale e sentimentale in cui si muove lo scrittore degli «enigmi» e delle «rivelazioni».

Giorgio Patrizi
Rinascita, 20 settembre 1986

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