Pirandello e la fede nelle “Novelle per un anno”

di Umberto Colombo
dalla rivista OTTO/NOVECENTO, anno XV, n. 6, Novembre-dicembre 1991


(…) A prima lettura, le Novelle possono apparire una raccolta di pagine sparse (anche se cronologicamente lo sono) che raccontano, attraverso cronache episodiche, interiorità fatte e disfatte (e tali, in genere, restano, quasi cristallizzate per sempre), in un arruffato intreccio di riflessioni (molte, anche dove erroneamente sembra ci sia soltanto un narrare divertito), connesse e sconnesse, tra pietà e ironia (buttata lì, magari, nella pittura di un atteggiamento esterno), tra inumanità e sofferenza portata, tra interrogativi senza riscontro e appelli a un indefinito mistero, tra congedi e ritorni. Dire combinazione dei contrari è troppo, se poi non è contraddizione. Dire caos soltanto è ugualmente ingiusto.

Diario, anche, di quella terra — la Sicilia, avvolta da una atmosfera di immutabilità — nel quale la finzione e l’invenzione, per quella libertà che concedono, più gravemente accentuano le realtà apparentemente o no a diverbio(…).

Tutti i personaggi, eppure, appaiono ‘veri’ (candidamente o crudamente): si incontrano e, forse di più, si scontrano per schiarirsi a vicenda, e ciascuno, mentre sembra proporre la strada maestra, indica un tratto di sentiero che si interseca con altri a formare la multiformità della geografia umana. Un labirinto? In quale via dovrebbero sfociare i sentieri?

Certo è da rilevare che le varie vite generalmente non diventano vita altrui. Detto in altro modo: la conversione, ovvero l’inversione di rotta, c’è, positiva (come nella Fede) o negava (come nella Madonnina), ma insolita, e improvvisa.

Tuttavia mi pare che la peregrinazione di Pirandello di casa in casa, di strada in strada, sia pure un viaggio alla ricerca del bene imprigionato e quasi soffocato dal male: piccole odissee, stralciate dallo sterminato mondo, per le quali stanno, segretamente a porto e a rapporto, lontane itache, intraviste, implicitamente riconosciute: si chiamino terraferma o, come è stato biblicamente proposto, “terra promessa”.

Se mi è concessa un’approssimazione, parlerei — a paradosso, ben inteso — di un cristianesimo anonimo perché acefalo: lontano da un ‘credo’; e, quindi, per l’assenza di una relazione specifica con Dio (il ‘là’ o l’‘Oltre’), l’uomo (il ‘qui’) rimane inappagato, sconvolto o sconcertato da sentimenti in groviglio, sotto il giogo di miserie: a volte, vita grottesca mescolata al funesto. Perché la spiegazione del male sta oltre il male, come la spiegazione della storia sta oltre la storia.

Da qui il problematismo soggettivo, che diventa frattura psicologica, vicina ad una specie di anarchia spirituale.

Ma Pirandello, puntando sulla singolarità quotidiana dell’uomo, pretende ad una sistematica universalità? Dall’intuizione del fatto vuole passare ad una teoria di vita? Con la molteplice esperienza dell’io, per quanto vasta e ad arcipelago, intende rappresentare il naufragio sociale dell’umanità? Siamo di fronte a ‘tipi’ o ad ‘individui’? L’isola è l’universo e quel tempo è il tempo? Pirandello dissolve o narra un mondo in dissoluzione? Fin dove parla Pirandello e fin dove i personaggi? Pirandello si pone in continuo colloquio con i contrastanti sentimenti di ciascuno? Lontanissimo dal voler scrivere per divertire, protesta anche? Solo volontà di denuncia o desiderio d’altro? Autobiografia di propri sentimenti scoperti in cronache vere o un caos di possibili inverati in invenzioni? C’è un Pirandello progressivo? Tra affermazioni e negazioni che cosa prevale?

Anch’io mi sono lasciato prendere da una serie di problemi, ai quali, dico subito, non intendo dare — perché incapace — risposte asciutte, quasi colpi di scure, che, mentre paiono risolvere, tagliano l’albero alla radice o lo disseccano, anche perché non m’arrogo di intendere una persona qualsiasi, Pirandello compreso che qualsiasi non è.

La fede, imparata nella prima età, è un ritorno ad un paese goduto e ora perduto, con un viaggio di nostalgia: momentaneo recupero di valori?

In Sogno di Natale c’è quel giorno da “rivivere, fors’anche per un minuto” (viene facile, con altre dimensioni interiori, ricordare Leopardi e Ungaretti) nell’”anima […] errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza”, dei quali gli spira “ancor dentro il sentimento”:

Era festa dovunque; in ogni chiesa, in ogni casa; intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andare frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo: “Buon Natale!” e sparivo…

Già in Natale sul Reno:

Andai presso la finestra, e schiarendo con un dito il vetro appannato, mi misi a guardar fuori: nevicava, nevicava ancora, turbinosamente.

Quel guardar fuori attraverso il tratto lucido nell’appannatura mi ridestò d’improvviso un ricordo degli anni miei primi, quand’io, credulo fanciullo, la notte della vigilia, non pago del grande presepe illuminato entro la stanza, spiavo così, se in quel cielo pieno di mistero apparisse veramente la nunzia cometa favoleggiata….

I due ricordi rimangono sospesi da quei puntini a pausa per una ripresa che nega, ora, una arcadica pastorelleria.

Il “rivivere” si impone non tanto come viaggio tra “le vie deserte d’una grande città” di questo “mondo” che, “per uso”, festeggia ancora il Natale (mentre il festeggiato è escluso dalla festa) oppure come sosta “in una chiesa magnifica” in cui Gesù sarebbe pur contento di nascere “per la prima volta” — si avverta — “veramente” quella “notte”, bensì come ricerca di una casa — quale? — in cui albergare indefinitamente. È Gesù a parlare:

— Cerco un’anima in cui rivivere. Tu vedi ch’io son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare anche la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi di allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.

Alle obiezioni di Pirandello — che dimostra di ben conoscere la teologia dell’‘oggi’ natalizio, ma che è ingombro, dentro, dell’amore di tante cose: e “casa” e “cari” e “sogni”, per cui non c’è spazio per Colui che bussa — c’è la risposta di Gesù: “Otterresti da me cento volte quel che perderai”: parafrasi di Mt. 19, 29:

Chiunque avrà lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna.

Ma a Pirandello manca il coraggio di accettare questa ‘rinascita’ in sé:

— Ah! io non posso, Gesù… — feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona;

un rifiuto dettato dalla “fronte”:

È qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

Pare la sintesi del Secretum: come Petrarca, Pirandello avverte — forse non ‘vede’ — , ma non osa fare il passo dell’uscio che dà sull’Oltre e, con tristezza, non lascia che l’Oltre passi l’uscio di casa sua. Vorrebbe che l’incarnazione di Cristo ripredichi vivo il regno divino quaggiù: ma il sogno è infranto dalla sua stessa dura realtà. Riconosce il suo io e chi è il Tutto sulle soglie, che, però, restano invalicate: ragione e fede rimangono due, sofferte.

La dolce malinconia dei ricordi si scioglie in fretta. Resta tuttavia — sempre nella memoria di un tempo da tempo passato — una di quelle sostanze che, comunque, hanno contribuito a costruire la propria esistenza, anche se relegata nel più buio angolo dell’anima, come è nell’Avemaria di Bobbio:

… lo studio della filosofia, a poco a poco, aveva avuto per conseguenza la perdita della fede, fervidissima un tempo, quando Bobbio era fanciullino e ogni mattina andava a messa con la mamma e ogni domenica si faceva la santa comunione nella chiesetta della Badiola al Carmine.

Ciò che conosciamo di noi è però solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa. Bobbio anzi diceva che ciò che chiamiamo coscienza è paragonabile alla poca acqua che si vede nel collo d’un pozzo senza fondo. E intendeva forse significare con questo che, oltre i limiti della memoria, vi sono percezioni e azioni che ci rimangono ignote, perché veramente non sono più nostre, ma di noi quali fummo in altro tempo, con pensieri e affetti già da un lungo oblio oscurati in noi, cancellati, spenti; ma che al richiamo improvviso d’una sensazione, sia sapore, sia colore o suono, possono ancora dar prova di vita, mostrando ancor vivo in noi un altro essere insospettato.

Marco Saverio Bobbio, ben noto a Richieri non solo per la sua qualità di eccellente e scrupolosissimo notajo, ma anche e forse più per la gigantesca statura, che la tuba, tre menti e la pancia esorbitante rendevano spettacolosa; ormai senza fede e scettico, aveva tuttora dentro — e non lo sapeva — il fanciullo che ogni mattina andava a messa con la mamma e le due sorelline e ogni domenica si faceva la santa comunione nella chiesetta della Badiola al Carmine; e che forse tuttora, all’insaputa di lui, andando a letto con lui, per lui giungeva le manine e recitava le antiche preghiere, di cui Bobbio forse non ricordava più neanche le parole.

Sentimenti indefinibili che riportano al manzoniano “cuore umano”, indecifrabile proprio ancor più perché “guazzabuglio”. Solo che, mentre la filosofia non diventa preambolo alla maturazione dell’ingenuità fanciullesca della fede, questa si traveste di occasionale devozionalismo superstizioso a soccorso del mal di denti.

Il risorgere dell’avemaria, alla vista del “lanternino acceso, pendulo innanzi alla grata” del “tabernacolo della SS. Vergine delle Grazie”, a Bobbio fa “vergogna” per più motivi:

… riconoscere, prima di tutto, il fatto che lui, come una femminuccia, aveva potuto recitare l’avemaria, e che poi, veramente, dopo l’avemaria il mal di denti gli era passato, lo irritava e lo sconcertava; e poi il rimorso di riconoscere anche, nello stesso tempo, che si mostrava ingrato non credendo, non potendo credere, che si fosse liberato dal male per quella preghiera, ora che aveva ottenuto la grazia; e infine un segreto timore che, per questa ingratitudine, subito il male lo potesse riassalire:

“vergogna” di credere ciò che aveva creduto, senza che la filosofia lo soccorra a negare quel credere al di fuori di ogni intelligente ‘credo’.

Ma poi, in aggiunta, gli fa rabbia — e rabbia “feroce” — quel l’avemaria che, alla ripresa del mal di denti, gli esce “con invocazione non sua […], con voce non sua, con fervore non suo”. Di chi sono, allora? Erano state sue quelle parole. E ora, pur di non sentirle più, pur di non essere costretto a recitarle o istintivamente o ingenuamente, va a cacciarsi “furibondo” nello studio del dentista, pronto a farsi strappare tutti i denti. Come se possa, strappati i denti, cancellare ogni pretesto di recitare avemarie.

Ma non professava, Bobbio, che “niente […] poteva meglio disporre allo studio della filosofia, che il mal di denti” e che Schopenhauer ne doveva avere “più d’uno” guasto?

Al di là del grottesco, una domanda: la novella è parabola di ciò che si vorrebbe cancellare, e non si può?

Canta l’Epistola ( è vezzo incollare un nomignolo, suggerito da un’occasione) perde la fede. Ma se

in generale, chi perde la fede è convinto, almeno nel primo momento, di aver fatto in cambio qualche guadagno; non foss’altro, quello della libertà di fare e dire certe cose che, prima, con la fede non riteneva compatibili;

e se quella rimossa non è per “violenza di appetiti terreni”,

ma [per] sete d’anima che non riesca più a saziarsi nel calice dell’altare e nel fonte dell’acqua benedetta, difficilmente chi perde la fede è convinto d’aver guadagnato in cambio qualche cosa. Tutt’al più, lì per lì, non si lagna della perdita, in quanto riconosce d’aver perduto in fine una cosa che non aveva più per lui alcun valore.

Canta l’Epistola perde soltanto: si svuota persino della coscienza di sé: termina nella dimenticanza del proprio “essere”:

… non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii. né memorie, né pensieri; senza più nulla che desse senso e valore alla propria vita. Ecco: sdrajato lì su l’erba, con le mani intrecciate dietro la nuca, guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti, gonfie di sole; udire il vento che faceva nei castagni del bosco come un fragor di mare, e nella voce di quel vento e in quel fragore sentire, come da un’infinita lontananza, la vanità d’ogni cosa e il tedio angoscioso della vita.

Nuvole e vento.

Retrocede: cerca la natura, trova il “filo d’erba”, in cui quasi si identifica con “blanda smemorata mestizia”: la fralezza di tutte le cose gli suscitano “una tenerissima pietà” per quel loro nascere e durare “alcun poco, senza sapere perché, in attesa del deperimento e della morte” (par di sentirvi l’eco della “vanità della vanità, tutto è vanità” di Qoelet 1, 2 o dell’erba germogliata al mattino e secca a sera del Salmo 89, 5-6; o anche di quel pensiero leopardiano sul giardino splendido e già con i segni del disfacimento).

Canta l’Epistola, chiuso in sé e agli altri, si schiude nelle cose, sperando ai scoprirvi un luogo d’amore per rispondere alla “sere d’anima”, che, invece, rimane inappagata (come in Di sera, un geranio).

— Uomo, — diceva Tommasino Unzio, lì sdrajato sull’erba, — lascia di volare. Perché vuoi volare? E quando hai volato?

Le domande sorgono dall’abbandono di una realtà trascendente, all’insù. La risposta in un orizzontalismo, alla fine è tragica. Il senza “nome” Canta l’Epistola, “stanco dell’inutile vita” ridotta alla sacralizzazione di un filo d’erba, accetta l’assurda “sfida” del tenente purché siano “gravissime” le condizioni del duello.

A che vivere se il cielo, vuoto, più nulla ha di metafisico e se la terra è uno “stupido” sciupìo che va verso la morte?

Anche in Va bene il dogma è d’inciampo. Cosmo Antonio Corvara Amidei sbatte in un assioma del De gratia: “Si quis dixerit gratiam perseverantiae non esse gratis datam, anathema sit”. Su questo punto s’impunta come se il trattato sia tutto lì; e la fede se ne va:

Cosmo Antonio Corvara Amidei ci ragiona su ben bene parecchie settimane, e una notte alla fine vien sorpreso in camicia, con una candela in mano, infocato in volto, con gli occhi sbarrati, brillanti di febbre, che va cercando per il dormitorio una chiave

Una chiave?

La chiave della perseveranza.

Assieme se ne va la ragione:

È ammattito. Per fortuna, gli sopravviene la meningite. Esce dal seminario. Un mese tra la vita e la morte.

Quando alla fine può riaversi, ha perduto la fede […].

Dal terrore della predestinazione teologica passa al fatalismo psicologico, professato “frequentissimamente”, ad ogni disavventura, con la formuletta “E va bene”, sia, per esempio, che gli scrivani del Ministero gli combinino apposta sciocchi scherzi, sia che gli precipiti in testa una pigna, sia che scaraventi Satanina dalla finestra. “E va bene” chiude il racconto quando gli si apre la via della prigione.

Scrive Pirandello:

Quando il saltimbanco, tra l’accorato stupore della folla raccolta intorno, fa lavorare un suo pagliaccetto gracile, pallido, come grida? “Ancora più difficile, signori! Stiano a vedere: si passa a un esercizio ancora più difficile!”.

Quanti esercizi, dalla nascita in poi, il destino saltimbanco non aveva fatto eseguire a Cosmo Antonio Corvara Amidei, suo pagliaccetto?

Il dolore — meglio: il mistero di questa universalità — è un buio fitto, senza fine e senza un fine. Ma di tanta distruttiva fatalità è persuaso alla fine, Pirandello? Se lo dovessi pensare, se dovessi pensare che Pirandello leghi ad una “pigna” il governo del mondo, giungerei ad una conclusione puerile (pur ammessa, anche qui, una microstoria da parabola), non certo degna di una intelligenza che, per quanto staccata dalla trascendenza, a questa è rivolta non ad accusa ma a modo di domanda.

È da notare, inoltre, e non come appendice (tutt’altro), il credito dato da Pirandello alla fede degli umili, sovente in antitesi con le ‘formule’ del clero e sempre in antitesi con i ‘lumi’ dei filosofi. Potremmo dire che le Novelle sono brevi romanzi popolati da povera gente, persuasa, sì, che l’allegrezza della terra è poca, ma altrettanto convinta che un po’ di amorevolezza vale per continuare a vivere (un arcobaleno sul diluvio): ‘piccola’ accolta di maestri di vita a rinfrescare i giorni torridi, com’è nello Storno e l’Angelo Centuno, quando don Celesrino Calandra — finalmente un prete “giovane e santo” — insorge a difendere nientemeno che una leggenda:

Ma la fede, la fede! non si doveva tener conto della fede, di cui si nutre e s’appaga la povera gente? Gli uomini così detti intellettuali non vedono, non sanno veder altro che la vita, e non pensano mai alla morte. La scienza, le scoperte, la gloria, il dominio. E si domandano come faccia a vivere senza tutte queste belle e grandi cose la gente del popolo, quella che zappa la terra e che appare loro condannata alle più dure e umili fatiche; come faccia a vivere e perché viva; e la stimano bruta, perché no: pensano che una ben più grande idealità, di fronte alla quale diventano vane e ridicole miserie tutte le scoperte della scienza e il dominio del mondo e la gloria delle arti, vive come certezza irrefragabile in quelle povere anime e rende loro desiderabile come un giusto premio la morte.

Tra la “logica” degli intellettuali — professionisti del gelo — e la “fede” degli umili Pirandello sceglie questa, e la guarda — come nel Fu Mattia Pascal — con “invidia angosciosa”: crede il mistero: e nel mistero vive e perché l’intelligenza gli vieta certezze e perché, mentre pare collocarlo nell’illusione, gli riconosce il potere reale di far vivere. Anzi il mistero si rivela il possibile dell’impossibile (come nella Prova e nell’Avemaria di Bobbio).

Torna — in altro modo, significativo maggiormente perché non segno “pendulo” di una cappelletta come nell’Avemaria di Bobbio ma immagine interiore — , torna il “lanternino” nel Vecchio Dio:

Speranze, illusioni, ricchezza e tant’altre belle cose aveva perduto il signor Aurelio lungo il cammino della vita: gli era solo rimasta la fede in Dio ch’era, tra il bujo angoscioso della rovinata esistenza, come un lanternino: un lanternino ch’egli, andando così curvo, riparava alla meglio, con trepida cura, dal gelido soffio degli ultimi disinganni.

Una “umile e dolorosa dolcezza” — scrive Divo Barsotti — permea la figura del signor Aurelio che trascorre la villeggiatura da chiesa a chiesa, tutte deserte, a far compagnia a Dio, magari leggendo

qualche libretto d’amena lettura, che per la dimensione poteva parere un libro di preghiere […]. Di tanto in tanto levava il capo per riassumere o fingersi davanti agli occhi la scena descritta dal poeta. E con quella lettura di libri profani non temeva d’offendere la casa del Signore. Secondo il suo modo di vedere, Dio non poteva aversi a male delle cose belle create dai poeti per innocente delizia degli uomini:

le invenzioni “belle” dovevano essere belle anche per Dio (l’arte con la religiosità e l’amore viene a formare la ‘trinità’ pirandelliana positiva).

Lì, anche da morti, con quel “buon odor d’incenso; e messe e preghiere tutti i giorni”, si può star bene:

La morte però, anche lì nel camposanto, eh… una liberazione; quando sulla terra, più che per viver bene, ci si duri per prepararsi a morir senza paura. Premii di là, il signor Aurelio, non se n’attendeva; gli bastava portarsi di qua, fino all’ultimo passo, la coscienza tranquilla, di non aver mai fatto il male per volontà. Conosceva i dubbii tenebrosi accumulati dalla scienza come tanti nuvoloni su la luminosa spiegazione che la fede ci dà della morte, sì per averne fatta lettura in qualche libro, e sì per averli quasi respirati nell’aria; e rimpiangeva che il Dio dei suoi giorni anche per lui, credente, non potesse più esser quello che in sei dì aveva creato il mondo, e s’era nel settimo riposato.

Pensando

amaramente ai meschini profitti dell’anima in questo tanto decantato secolo dei lumi rivolto col pensiero al vecchio Dio dell’intatta fede dei padri, a poco a poco s’addormentò.

In sogno gli appare il “vecchio Dio” in fuga dalIa città per la campagna (si rilegga la città deserta del Sogno di Natale):

— Mali tempi, figlio mio! Vedi come mi son ridotto? Sto qui a guardia delle panche. Di tanto in tanto, qualche forestiere. Ma non entra mica per Me, sai! Viene a visitar gli affreschi antichi e i monumenti; monterebbe anche su gli altari per veder meglio le immagini dipinte in qualche pala! Mali tempi, figlio mio. Hai sentito? hai letto i libri nuovi? Io, Padre Eterno, non ho fatto nulla: tutto s’è fatto da sé, naturalmente, a poco a poco. Non ho creato Io prima la luce, poi il cielo, poi la terra e tutto il resto, come ti avevano insegnato ne’ tuoi gracili anni. Che! che! Non c’entro più per nulla Io. Le nebulose, capisci? la materia cosmica… E tutto s’è fatto da sé. Ti faccio ridere: uno c’è stato finanche, un certo scienziato, il quale ha avuto il coraggio di proclamare che, avendo studiato in tutti i sensi il cielo, non vi aveva trovato neppur una minima traccia dell’esistenza mia. Di’ un po’: te lo immagini questo pover’uomo che, armato del suo cannocchiale, si dannava sul serio a darmi la caccia per i cieli, quando non mi sentiva dentro il suo misero coricino? Ne riderei di cuore, tanto tanto, figliuolo mio, se non vedessi gli uomini far buon viso a siffatte scempiaggini. Ricordo bene quand’Io li tenevo tutti in un sacro terrore, parlando loro con la voce dei venti, dei tuoni e dei terremoti. Ora hanno inventato il parafulmine, capisci? e non mi temono più; si sono spiegati il fenomeno del vento, della pioggia e ogni altro fenomeno, e non si rivolgono più a Me per ottenere in grazia qualche cosa. Bisogna, bisogna ch’io mi risolva a lasciare la città e mi restringa a fare il Padreterno nelle campagne: là vivono tuttora, non dico più molte, ma alquante anime ingenue di contadini, per cui non si muove foglia d’albero se Io nol voglia, e sono ancora Io che faccio il nuvolo e il sereno. Sù, sù, andiamo, figliuolo! Anche tu qua ci stai maluccio, lo vedo. Andiamocene, andiamocene in campagna, fra la gente timorata, fra la buona gente che lavora.

Come nello Storno e l’Angelo Centuno.

Desolante, certamente, è l’avviso del sagrestano (che, qui, più propriamente, è scaccino): “La chiesa si chiude”.

Il Dio della Chiesa non è amato in chiesa. Se vuol trovare ospitalità (come nel Sogno di Natale), deve cercare altrove: nelle case e nel cuore degli umiliati, che gli costruiscono una dimora su misura della loro fede: “incomparabilmente più nobile e più prezioso di ogni altare” è “lo spirito dell’uomo in adorazione del mistero divino”, afferma il filosofo del “mistero profano” All’uscita, in parziale sintonia con Gv. 4, 21-24, quando Cristo dice alla samaritana:

Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. […] è giunto il momento ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità…

Pirandello è in serena ammirazione del sgnor Aurelio. E tanto è.

Il conflitto continuo e irrisolto è sempre tra la logica e la fede, che, nei personaggi pirandelliani, si presentano antinomicamente, cercandosi e allontanandosi appena si intravedono, in un andirivieni di ragioni e di sentimenti: o l’una o l’altra, quando, invece, sarebbe occorso sostituire alla ‘o’ una ‘e’, lasciando a ciascuna il compito proprio e di vicendevole soccorso, come sinteticamente aveva già scritto Manzoni invocando la “riflessione sentita” e avrebbe invocato Ungaretti con Cristo “pensoso palpito”.

Nella novella La fede c’è ben più di un rispetto per la fede dei semplici: una fede, se si vuole, con tutte le caratteristiche esterne di incrostazioni dal gusto agro; ma fede, comunque. E don Angelino — risoluto “d’abbandonare il sacerdozio […] perché con gli studii e la meditazione è sinceramente convinto” d’avere acquistata un’altra fede, “più viva e più libera”, per cui ormai rifiuta “i dommi, i vincoli, le mortificazioni” dell’antica (si torna a Canta l’Epistola) — di fronte alla “decrepita” e “lercia” zia Croce, lì in attesa con due galletti, tre lire d’argento e una bisaccia di mandorle e noci (tutto raccolto con disperante fatica) per una messa promessa a san Calogero, crolla: ovvero scrolla da sé la seconda fede e riprende la prima:

Chiamò il sagrestano; corse al lavabo; e mentre quello lo ajutava a pararsi, pensò che avrebbe trovato modo di ridare alla vecchia, dopo la messa, le tre lire e i galletti e quell’altra offerta della bisaccia. Ma ecco, questa carità perché avesse il valore che potesse renderla accetta a quella povera vecchia, non richiedeva forse qualcosa ch’egli non sentiva più d’avere in sé? Che carità sarebbe stata il prezzo d’una messa, se per tutti gli stenti e i sacrifizi durati da quella vecchia per adempiere il voto, egli non avesse celebrato quella messa col più sincero e acceso fervore? Una finzione indegna, per una elemosina di tre lire?

E don Angelino, già parato, col calice in mano, si fermò un istante, incerto e oppresso d’angoscia, su la soglia della sagrestia a guardare nella chiesetta deserta; se gli conveniva, così senza fede, salire all’altare. Ma vide davanti a quell’altare prosternata con la fronte a terra la vecchia, e si sentì come da un respiro non suo sollevare tutto il petto, e fendere la schiena da un brivido nuovo. O perché se l’era immaginata bella e radiosa come un sole, finora, la fede? Eccola lì, eccola lì, nella miseria di quel dolore inginocchiato, nella squallida angustia di quella paura prosternata, la fede!

E don Angelino salì come sospinto all’altare, esaltato di tanta carità, che le mani gli tremavano e tutta l’anima gli tremava, come la prima volta che vi si era accostato.

E per quella fede pregò, a occhi chiusi, entrando nell’anima di quella vecchia come in un oscuro e angusto tempio, dov’essa ardeva; pregò il Dio di quel tempio, qual esso era, quale poteva essere: unico bene, comunque, conforto unico per quella Miseria

E finita la messa, si tenne l’offerta e le tre lire, per non scemare con una piccola carità la carità grande di quella fede.

La ricchezza di quella ‘povera’ fede riconduce don Angelino a celebrare ancora come sua la messa. Scrive il Barsotti:

La grandezza di questa fede che dà vita, una speranza, un conforto anche a chi non ha più davanti a sé che la morte, giustifica ed esalta il sacrificio di Don Angelino che sale l’altare. Se si deve vivere, nulla è più sacro allora che votarsi a un ministero che solo assicura una ragione, un senso alla vita, un valore alla sofferenza più nuda e deserta. Non è la fede del popolo e la religione del cuore che, in questo caso, è a servizio della religione pubblica e ufficiale; al contrario, è questa a servizio di quella.

Ma non si può dimenticare la riflessione del vecchio e malato parroco don Pietro a proposito dell’”altra fede”:

Un’altra fede? Ma quale, se non ce n’è che una? Più viva? più libera? Ecco appunto dov’era la vanità; e se ne sarebbe accorto bene quando, caduto quell’impeto giovanile, spento quel fervore diabolico, intepidito il sangue nelle vene, non avrebbe più avuto tutto quel fuoco negli occhietti arditi e, coi capelli canuti o calvo, non sarebbe stato più così bellino e fiero:

l’atmosfera paolina sull’”una fides” e sulla boriosa vanità di risolvere, ‘pensando’, gli enigmi dell’uomo introduce al mistero del trascendente che sorregge quando tutto l’umano si sfalda, all’esigenza del divino per la soluzione dell’oggi: introduce alla fede vivente — e rozza al di fuori — di zia Croce.

Non è facile dire quale e quanta importanza dare a La fede. È vero che, talvolta, gli umili credenti appaiono ingenui che non ‘sanno’. È anche vero che certa religiosità folcloristica fa parte del ‘paesaggio’. Ma forse è altrettanto vero che, nonostante queste condizioni, o proprio per queste condizioni, la fede ha risonanza in Pirandello.

Che cosa manca a Pirandello perché quella fede — tanto presente, tanto discussa, tanto tormentosa — diventi suo possesso, tolto quanto di devozionalismo o di arcaico tradizionalismo l’avvolge, e pur la svela?

Si chiamano a giudizio gli studi, il positivismo, il risorgimento, l’idealismo, e altro ancora. Possibili le concorrenze. Ma c’è pure un’altra concorrenza: la Chiesa istituzionale. E basterebbe il lungo elenco di preti e di vescovi per trovare, nella pirandelliana storia (in piccolo e in grande) del tempo, una religione priva, in molta parte, di religiosità: si chiamino, i rappresentanti, Landolina, Partanna, Lagàipa, Montoro, Buti, Righi, Zonchi, Lelli, Agrò, Fiorica…

Da che cosa è determinata l’avversione al clero? Se la risposta si dovesse trovare in una tradizione storica (che annovera, per esempio, Foscolo, Sismondi, Leopardi, il primo Manzoni, un certo Pascoli, Carducci e, molto dopo e diversamente, Silone), si giungerebbe ad un’accusa di assunzione acritica di portati più o meno anticlericali (a cui non sfuggì neppure Dante nella critica ottocentesca). Se dovesse trovarsi, quella risposta, in una voluta parzialità (poiché mi pare impensabile un’esclusiva e massiccia negatività del clero siciliano: tuttavia non ho conoscenze tali da poter ammettere un parere ragionato), si dovrebbe, di conseguenza, accusare Pirandello di insincerità:

…riguardo alla Chiesa, alla religione positiva, Pirandello è giudice duro, agli uomini di Chiesa non riserba alcuna pietà. C’è in lui quasi un astio, un livore sordo contro di loro; egli li fa in qualche modo responsabili del male del mondo, e più ancora vede in loro degli uomini che approfittano del male, della sofferenza altrui per i loro interessi, per un loro sordido egoismo, coltivano la superstizione, ci vivono. Il suo sdegno, più ancora il suo disprezzo, può essere nobile e religioso di una religione che non conosce Dio, ma conosce l’umana pietà, la solidarietà col dolore del mondo? Come grave è la responsabilità di coloro che gli hanno fatto conoscere la Chiesa così! (Divo Barsotti)

E se quello di Pirandello è stato un severo giudizio ‘storico’, Pirandello lo disse con gioia (quasi augurio di una scomparsa della Chiesa “ab imis”) o con tristezza per chi la tradiva?

Un discorso a metà, e forse persino falsato, verrebbe se leggessimo Un goj prima di Berecche e la guerra:

Da tre sere, nel villino di Monsignore dirimpetto, si fanno preghiere per il Papa che sta male, per il Papa che muore.

Berecche rientra nello studio, si riappressa alla finestra e guarda al villino dirimpetto, con l’animo ora oscurato e compreso di cordoglio per questo Papa, santo vecchio paesano, cui solo la schiettezza grande della fede fa degno del gran seggio. Ah, chi più di lui, Pio veramente, volle richiamar Cristo nel cuore dei fedeli. E muore in mezzo a tanta guerra, ucciso dal dolore di tanta guerra. Certo, sul suo letto di morte, egli non dirà, come forse dice piano qualcuno accanto a lui, che questa guerra è per la Francia la retribuzione giusta di Dio per i suoi torti verso la Chiesa. Più nefandi peccatori per lui sono certo quegli altri che hanno osato chiamar Dio a proteggere la marcia e la carneficina dei loro eserciti e il segno della divina protezione hanno osato vedere ed esaltare nelle atrocità delle loro vittorie. Egli non ha detto più nulla; con orrore ha ritratto la mano, che altri voleva levata a benedire questa scelleraggine mostruosa, e s’è chiuso nel dolore che l’uccide.

Lume maledetto della ragione! Ragione maledetta, che non sa accecarsi nella fede! Lui Berecche vede, o crede di veder con questo lume tante cose che gl’impediscono ora di pregare con la sua piccola figliuola Margherita, cieca nella cieca fede, per il Papa buono che muore. Ma è contento, sì, ch’ella preghi di là, la sua Margheritina; è contento che una parte di lui, così angosciosamente amata, priva di quel suo lume di ragione, cieca preghi di là per il buon Papa che muore. Gli sembra veramente che con le pallide gracili mani di quella sua piccola cieca, giunte nella preghiera, egli, della sua anima che per sé non sa pregare, dia adesso qualcosa — quel che può — in suffragio del buon Papa che muore.

Pirandello sa riconoscere chi vuole il bene: e religiosamente l’ama.

In questa prospettiva occorre leggere lo “scherzo” dell’ebreo Daniele Levi-Catellani al “cristianissimo e imbecille” suocero Pietro Ambrini, che vuole costringere

ad aprir bene gli occhi e a considerare che, via, non è lecito persistere a vedere nel suo genero un deicida, quando in nome di questo Dio ucciso duemil’anni fa dagli ebrei, i cristiani che dovrebbero sentirsi in Cristo tutti quanti fratelli per cinque anni si sono scannati tra loro allegramente in una guerra che, senza pregiudizio di quelle che verranno, non aveva avuto finora l’eguale nella storia.

È ‘logica’ proclamarsi “tutti fratelli” e “poi scannarsi”?

Il suocero deve ‘vedere’ l’assurdo.

Daniele Catellani, quando tutti sono andati a messa di mezzanotte, toglie dal presepio le tradizionali statuine e vi pone

più propriamente, che cosa? niente, altri giocattoli: soldatini di stagno, ma unti, ma tanti, eserciti di soldatini di stagno, d’ogni nazione, francesi e tedeschi, italiani e austriaci, russi e inglesi, serbi e rumeni, bulgari e turchi, belgi e americani e ungheresi e montenegrini, tutti coi fucili spianati contro la grotta di Bethlehem, e poi, e poi tanti cannoncini di piombo, intere batterie, d’ogni foggia, d’ogni dimensione, puntati anch’essi di su, di giù, da ogni parte, tutti contro la grotta di Bethlehem, i quali avrebbero fatto veramente un nuovo e graziosissimo spettacolo.

Ride sempre Catellani: ride, dietro il presepio, all’arrivo della comitiva dalla messa:

Certo, la risata dovrebbe culminare in quel punto; ma la risata in sé nel suo valore estetico, era già esaurita prima, e al momento in cui dovrebbe culminare più alta, non se ne sentono che gli echi. Perché? Cosa la smorza? La coscienza che quello scherzo è tanto atroce anche perché ha un così triste fondo di verità umana, soverchia a un tratto l’uomo Pirandello; lo soverchia la disperazione di non saper vedere altra verità, oltre quella così umanamente desolante; e la risata del goj — cioè la risata sua, di Pirandello — smuore anche sulla pagina. (Nella Zoja)

Pare che tutto si spenga per la constatazione di uno scontro che rinnova il tristo annuncio del messaggero manzoniano: “I fratelli hanno ucciso i fratelli: / Questa orrenda novella vi do”, invece dell’annuncio evangelico: “Vi annuncio una grande gioia… Pace in terra agli uomini di buona volontà”. E ancora potremmo porre a confronto i “cori omicidi” che intonano il Te Deum per la vittoria del Carmagnola e il costretto canto del Te Deum di cui narra Pirandello nei Colloqui coi personaggi.

Nella incompletissima rassegna di novelle non può mancare la bellissima pagina della prima messa di Giovanni, in Alla zappa, vissuta intensamente dal padre:

Il ricordo di quella prima messa era rimasto incancellabile nell’animo del vecchio, perché aveva proprio sentito la presenza di Dio quel giorno, nella chiesa. E gli pareva di vedere ancora il figlio, parato per la solennità con quella splendida pianeta tutta a brusche d’oro, pallido e tremante, muoversi piano piano su la predella dell’altare, davanti al tabernacolo; genuflettersi; congiungere le mani immacolate nel segno della preghiera; aprirle; poi voltarsi, con gli occhi socchiusi verso i fedeli per bisbigliare le parole di rito, e ritornare al messale sul leggìo. Non gli era mai parso così solenne il mistero della messa. Con l’anima quasi aliena dai sensi, lo aveva seguito e ne aveva tremato, con la gola stretta da un’angoscia dolcissima; aveva sentito accanto a sé piangere di tenerezza la moglie; la sua santa vecchia, e s’era messo a piangere anche lui, senza volerlo, irrefrenabilmente, prosternandosi fino a toccare la terra con la fronte, allo squillo della campanella, nell’istante supremo dell’elevazione.

D’allora in poi, egli, di tanto più vecchio, e provato e sperimentato nel mondo, s’era sentito quasi bambino di fronte al figlio sacerdote. Tutta la sua vita, trascorsa tra tante miserie e tante fatiche senza una macchia, che valore poteva avere davanti al candore di quel figlio cosi vicino a Dio?

Quando il figlio sacerdote logora la sua vocazione in una infame colpa, il vecchio padre insorge anche contro il vescovo che, dopo un tempo di segregazione, vorrebbe fargli “riavere la messa”, contro la Chiesa ufficiale pronta a “chiudere gli occhi” sul caso: “Lui, toccare ancora con quelle mani sporcate l’ostia consacrata?”. Al figlio fa togliere quanto di clericale indossa, gli indica la scala:

Giù! Aspetta. Lì c’è una zappa. E ti faccio grazia, perché neanche di questo saresti più degno. Zappano i tuoi fratelli e tu non puoi stare accanto a loro. Anche la tua fatica sarà maledetta da Dio!

Rimasto solo, prese la tonaca, la spazzolò, la ripiegò diligentemente, la baciò; raccattò da terra la fibbia d’argento e la baciò; la calotta e la baciò; poi si recò ad aprire una vecchia e lunga cassapanca d’abete che pareva una bara, dov’erano religiosamente conservati gli abiti dei tre figliuoli morti, e, facendovi su con la mano il segno della croce, vi conservò anche questi altri, del figlio sacerdote — morto.

Richiuse la cassapanca, vi si pose a sedere, nascose il volto tra le mani, e scoppiò in un pianto dirotto.

Anche questo è Pirandello.

La rassegna, appunto, potrebbe — dovrebbe — continuare:

Natale sul Reno: ricordiamo la protesta dell’abetino ai cui rami sono appese le noci:

No, queste noci, no! — pensava forse l’abetino. — Queste noci non m’appartengono: sono frutti d’un altr’albero.

e la riflessione di Pirandello:

Ingenuo abetino! Tu non sai che è l’arte nostra più comune, questa di farci belli di quel che non ci appartiene, e che noi non abbiamo scrupolo, troppo spesso, d’appropriarci il frutto dei sudori altrui…

La messa di quest’anno: la “cupa logica del prete”, per un Natale da “stalla” gela il villaggio che ama un Gesù in festa.

La trappola: “fissati per la morte”, siamo “morti affaccendati” a “fabbricarci la vita”: sigillo di tutta la storia. Ma qui sarebbe da aggiungere la dolcezza della Visita a compensare la rigidità della morte.

La Madonnina: autobiografia di una disillusione e di un abbandono?

Sopra e sotto: “…l’uomo è solo grande quando al cospetto dell’infinito si sente e si vede piccolissimo; e non è mai così piccolo, come quando si sente grande”. Ma chi è, allora, quest’uomo “piccolo, piccolo”? Chi è l’”infinito”?

Nel gorgo: si è posti a contatto con una realtà ignota alla ragione.

fortunati: don Filomarino è ingannato da chi, furbo clero, approfitta delle sue sincere intenzioni caritative che vorrebbero compensare l’usura praticata dal padre.

Dono della Vergine Maria: mentre appare un Dio che calpesta chi si affida alla sua volontà, sta il dolce colloquio di Nuccio con la Madonna:

Tanto ho penato, tante ne ho viste, e ancora non ho finito… Vergine Santa, e sempre V’ho lodata! Morire io prima, no, Voi non avete voluto: sia fatta la Vostra santa volontà! Comandatemi, e sempre, fino all’ultimo, V’ubbidirò! Ecco io stesso, con le mie mani sono venuto a offrire l’ultima mia figlia, l’ultimo sangue mio: prendetevela presto, Madre degli afflitti; non me la fate penare più. Lo so, né soli né abbandonati: abbiamo l’aiuto Vostro prezioso, e a codeste mani pietose e benedette ci raccomandiamo. O sante mani, o dolci mani, mani che sanano ogni piaga: beato il capo su cui si posano in cielo! Codeste mani, se io ne sono degno, ora mi soccorreranno, m’ajuteranno a provvedere alla figlia mia. O Vergine santa, i ceri e la bara. Come farò? Farete Voi: provvederete Voi: è vero? è vero?

Il tabernacolo: Spatolino, accogliendo la sfida di Ciancarella, “nemico di Dio” secondo la diffusa fama, finisce per ripetere in sé volontariamente e pubblicamente l’immagine dell’”Ecce Homo”: due sfide parallele, che si aprono con il notturno noioso e tormentoso “Fififì… fififì… fififì” di Spatolino e si chiudono con lo stesso notturno fischiettare.

Quand’ero matto: “… non c’è via di mezzo: o si è santi o si è matti”.

La prova: l’arcano della chiusa:

… nessuno meglio di Dio può sapere per continua esperienza che tante azioni, che agli uomini per il loro corto vedere paiono cattive, le fa proprio Lui, per i suoi alti fini segreti, e gli uomini invece credono scioccamente che sia il diavolo.

Padron Dio: i poveri pagano con il dolore, i ricchi con briciole di elemosina. C’è, sì, Dio dalla parte dei poveri, ma non dà loro alcun diritto.

Pirandello coglie i più disparati aspetti della persona in situazioni contraddittorie, da cui deriva quella irrazionalità che complica maggiormente il già complicato mistero dell’esistenza, osservato da un unico punto di vista non sufficiente a chiarirlo: la fenomenologia. Questo il punto di partenza.

Ma Pirandello cammina. Testimone, né freddo né rassegnato, vive pensoso il dramma della realtà malata, cominciando dalla sua, segnata da una molteplicità di croci. Interroga e si interroga per tentare di superare l’orfanezza dell’io, inappartenente a sé e a Dio. Per questo si avvicina all’uomo non con curiosità, ma con amore, per salvarlo, anche se, a volte, la penna gli s’intinge di crudele amarezza: coglie la legge della carità — e non è poco — , l’unica che può far continuare a vivere nonostante le bufere.

Gli aspri sentimenti dichiarati esplicitamente sorgono da delusioni: non può, Pirandello, accettare che una comunità così scaduta pigra rancorosa si presenti incarnazione del cristianesimo.

Come superare la tristezza della storia, la pena di vivere così?

Poiché non si deve morire nel vuoto delle cose, l’Oltre appare e sull’Oltre Pirandello si affaccia.

Ma ogni scelta è rischio.

Pirandello, morso dal ‘tempo’, rimane tra la desolazione dell’uomo e la gravità della fede, tra l’appassionata nostalgia di tanti valori umani mortificati e l’aspirazione al divino, purtroppo visto storicamente logorato.

Potrebbe, se avesse furia, strappare il grano estirpando il loglio. Invece sul fuoco butta lo scadente, non l’essenza. perché avverte l’urgenza di un appello a Dio, che cerca dentro mentre pare sdegnarlo fuori.

Secondo Papini, Pirandello scamuffa cieli dipinti e soli elettrici, ma non scoperchia il tetto per ritrovare il cielo autentico e il sole divino.

Direi: toglie un po’ di tegole. Quante, non so. Ma mi pare di poter dire che Pirandello, più che mosso da una vaga e vacillante ispirazione religiosa, è volto alla scoperta della religione. Anche lui viaggiatore con il “lanternino” che si spegne prima che alla nostra curiosità indiscreta riveli la copiatura del ‘credo’.

Se vuoi contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come vuoi essere citato a
pirandelloweb@gmail.com

  •  
  •  
  •  
  •