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Risposta pubblicata nella rubrica “La stanza di Montanelli” sul Corriere della Sera del 17 marzo 2001, nata da una domanda sulle ragioni che spinsero Luigi Pirandello ad aderire al fascismo. Il tema del “tubo vuoto” diventa qui una chiave interpretativa per leggere il rapporto tra lo scrittore e il regime.
La fotografia è diventata negli anni il simbolo stesso del giornalismo vissuto come vocazione e mestiere quotidiano. Anche un dettaglio spesso trascurato contribuisce al suo fascino storico: la macchina da scrivere ritratta nell’immagine non è la celebre Olivetti Lettera 22, che sarebbe stata prodotta solo dal 1950, ma un modello portatile precedente, probabilmente una Olivetti MP1, tra le prime macchine leggere pensate per il lavoro dei reporter e degli inviati speciali.
Per questa pubblicazione l’originale è stato restaurato, ampliato in formato panoramico 16:9 e rielaborato cromaticamente, mantenendo inalterati soggetto, ambientazione e significato documentario dello scatto.
Luigi Pirandello e il «tubo vuoto»
Fonte: La stanza di Montanelli, Corriere della Sera, 17 marzo 2001
Caro Montanelli,
Come lei certamente sa, Luigi Pirandello fu tra i primi intellettuali ad aderire al fascismo chiedendo direttamente a Mussolini la tessera del Pnf (gennaio ’24), subito seguito da Riccardo Bacchelli, Corrado Alvaro e tanti altri. Senonché, dopo l’adesione, dovette darsi da fare per convincere il suo massimo critico, Tilgher, della validità del consenso dato affermando che il movimento fascista era una «necessità storica». Le chiedo: condivide, nell’ottica di oggi, la sintetica motivazione di Pirandello?
Stefano Bertorello, Milano
Caro Bertorello,
Io conobbi Pirandello in un’altra fase della sua vita, purtroppo l’ultima. Era la fine del ’36, io rientravo dall’Etiopia. Una delle mie prime visite la feci a Massimo Bontempelli che, senza conoscermi, mi aveva molto aiutato nella pubblicazione del mio primo libro, «XX battaglione eritreo». Mi chiese di accompagnarlo all’Accademia d’Italia, di cui era membro, dove aveva un appuntamento non ricordo con chi.
Ci trovammo per caso Pirandello, al quale Bontempelli mi presentò e col quale cominciammo a chiacchierare della situazione politica.
Essendo rimasto lontano dall’Italia per due anni, non immaginavo che questa situazione fosse così scopertamente marcia da indurre i due interlocutori a una diagnosi tanto spietata: oltre tutto, eravamo in uno dei sacrari del regime, di cui entrambi facevano parte.
A un certo punto mi presi la libertà d’intervenire per chiedere, un po’ sprovvedutamente: «Ma allora questo regime come fa a stare in piedi ?».
Ricordo che Pirandello mi guardò quasi con tenerezza. Poi mi disse: «Semplicissimo, ragazzo mio: questo regime è un tubo vuoto, che ognuno può riempire di ciò che più gli aggrada. I vecchi conservatori ci vedono il ripristino dello Stato, i nazionalisti il culto della patria, i liberali l’ordine, i socialisti la corporazione, gli intellettuali la feluca e lo spadino dell’accademico, o alla peggio il sussidio del Minculpop… Un simile regime, chi può aver interesse a buttarlo giù?».
Quando uscimmo, dissi a Bontempelli: «Non mi è parso molto entusiasta della situazione».
«Ma sai – mi rispose – lui chiese la tessera del partito all’indomani del delitto Matteotti per dispetto e provocazione verso tutti coloro che in quel momento buttavano via tessera e distintivo pensando che il regime fosse finito…».
Una spiegazione, come vede, molto diversa da quella che Pirandello avrebbe dato a Tilgher, ma che poteva anche coabitare con essa.
Pirandello di politica si interessava poco. È quindi possibile che fosse uno dei tanti italiani che, delusi dalla democrazia, o meglio dal modo italiano d’intendere e praticare la democrazia, avesse realmente visto nel fascismo una «necessità storica» e che la spinta risolutiva all’adesione gli fosse venuta dalla «gestione» (chiedo scusa dell’orrenda parola) che gran parte dell’antifascismo stava facendo dell’affare Matteotti, fino a provocare anche in fior di galantuomini la reazione contraria a quella che si voleva.
Per intenderci: Giovanni Amendola era uomo di alto intelletto e di coscienza illibata: ma ciò non toglie che il suo Aventino sia stato un marchiano errore e abbia precipitato la corsa del fascismo verso il regime, cioè verso la dittatura.
Comunque, dal momento (1924) in cui si schierò a quello in cui lo incontrai, anche per Pirandello il fascismo era diventato ben altra cosa da ciò che ve lo aveva attratto. Perché quella del fascismo è la storia di una parabola che va dal duce equestre che impugna la spada dell’Islam a quello pèndulo da un gancio di piazzale Loreto; e non so quale di queste due raffigurazioni sia, per noi italiani, la più vergognosa.
Ci hanno insegnato, almeno, qualcosa? Ne dubito, caro Bertorello.
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