Pirandello e Girgenti. Nel paese degli aranci fra memoria e desiderio

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Di Luciano Lucignani

Girgenti non era certo un’accogliente cittadina, ma per Pirandello era il paese dell’infanzia, l’unico luogo di cui avesse memoria. Girgenti gli rimase nel cuore. E sarà il luogo al quale continuamente farà ritorno []

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Pirandello e Girgenti
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Pirandello e Girgenti.
Nel paese degli aranci fra memoria e desiderio

da Archivio Repubblica.it

Agrigento – Dominata, in vetta al colle, dall’antica cattedrale normanna, dedicata a San Gerlando, dal Vescovado e dal Seminario, Girgenti era la città dei preti e delle campane a morto. Dalla mattina alla sera, le trenta chiese si rimandavano con lunghi e lenti rintocchi il pianto e l’invito alla preghiera, diffondendo per tutto un’angosciosa oppressione. Non passava giorno che non si vedessero per via in processione funebre le orfanelle grigie del Boccone del povero: squallide, curve, tutte occhi nei visini appassiti, col velo in capo, la medaglina sul petto, e un cero in mano. Tutti, per poca mancia, potevano averne l’accompagnamento; e nulla era più triste che la vista di quella fanciullezza oppressa dallo spettro della morte, seguito così ogni giorno, a passo a passo, con un cero in mano, dalla fiamma vana nella luce del sole.

Questo è il ritratto che Pirandello disegna, nel romanzo I vecchi e i giovani, di Girgenti (oggi Agrigento, dal 1927), l’amata e odiata sua città natale. Akràgas per i Greci coloni di Gela, Agrigentum per i romani, Kerkent per gli arabi e infine Girgenti: poco più d’un borgo, un ammasso di case schiacciate contro una collina e separate da viuzze strette e ripide come sentieri per capre.

La città di Girgenti, si legge nel Dizionario topografico della Sicilia di Vito Amico (citato da Sciascia in Pirandello e la Sicilia, 1961), è una delle capitali delle sette province di Sicilia, distante 76 miglia da Palermo, con soggetti i distretti di Bivona e di Sciacca oltre il proprio. E’ sede del Vescovo, di un Intendente, di una Gran Corte Criminale, di un Consiglio di Ospizii, di una Deputazione Sanitaria di terza classe, di una Dogana di prima classe… La pubblica biblioteca vicinissima al duomo, fondata con pochi libri da Monsignor Lucchesi-Palli, senza sistema bibliografico, senza fondi, viene a poco a poco scemando anziché aumentarsi, e non merita alcuna attenzione…

Fu costruita nel 1832 una casa di compagnia denominata il Casino Empedocleo…
Si costruiva nel 1732 un camposanto presso la sommità della Rupe Atenea.

Basterebbero questi scarni cenni per rendersi conto di come, in certo senso questa cittadina fosse stata preparata, in quello scorcio di fine secolo, ad ospitare il suo cantore, Luigi Pirandello. Il quale appunto vi nacque il 28 giugno 1867 (l’anno del colera), e vi trascorse gli anni decisivi dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza. Gli anni della prima infanzia di Luigi sono avvolti nel buio. Sensibile, precoce, psicologicamente fragile, il bambino ha (e conserverà ancora per molto tempo) un estremo bisogno di affetti familiari.

Ne riceverà dalla madre, dai fratelli e dalle sorelle (da una soprattutto, Lina, la primogenita), non dal padre. Insicuro, attenderà dagli altri, con ingenua fiducia, ripetutamente delusa, quella sicurezza che sa di non possedere. In questa dolorosa infanzia alcune esperienze segneranno in modo indelebile la sua vita di uomo; e resteranno sempre nella sua memoria di scrittore. Noi possiamo rintracciarle con sufficiente precisione perché Pirandello ha utilizzato, come forse nessun altro autore, fatti e personaggi della sua vita privata, naturalmente con quel minimo di trasfigurazione che la materia richiedeva. Intorno ai tredici anni (ma c’è qualche incertezza sulla data esatta) Luigi dovette lasciare Girgenti per Palermo.

Causa del trasferimento fu un improvviso rovescio finanziario del padre, travolto dal fallimento di due produttori di zolfo ai quali aveva anticipato quasi tutto il suo capitale. Stefano (così si chiamava il padre di Luigi) ricorse al fratello che lo aiutò affidandogli un deposito di zolfo a Porto Empedocle, la marina di Girgenti.

Luigi soffrì del distacco.
Girgenti non era certo un’accogliente cittadina, ma per lui era il paese dell’infanzia, l’unico luogo di cui avesse memoria. Girgenti gli rimase nel cuore. E sarà il luogo al quale continuamente farà ritorno, a cogliervi l’ispirazione per novelle, drammi, romanzi e poesie, anche quando, ormai celebre sarà divenuto cittadino del mondo. A volte Girgenti è indicata col suo nome come nei romanzi Il turno e soprattutto I vecchi e i giovani; ma è anche la Miragno de Il fu Mattia Pascal, la Richieri di Uno, nessuno e centomila, la Costanova de L’imbecille e il paese del romanzo L’esclusa, di novelle come La madonnina, Scialle nero, di drammi come Il berretto a sonagli, Questa sera si recita a soggetto: l’elenco sarebbe lunghissimo, oltreché inutile.

Ed è Girgenti il teatro dei due avvenimenti più importanti (e drammatici) della vita di Pirandello. Dopo Palermo, Luigi venne a Roma, per frequentarvi l’università, ma uno screzio con il rettore lo convinse a trasferirsi a Bonn, in Germania, dove si laureò, nel marzo del 1891, con una tesi in filologia romanza, Suoni e sviluppi di suoni nella parlata di Girgenti (ancora e sempre Girgenti!).

Poco dopo il ritorno in Italia ricevette dal padre la proposta di sposare la figlia d’un suo socio in affari. La ragazza era bella, giovane, onestissima e portava una cospicua dote. Luigi non sollevò obiezioni; andò a vederla, gli piacque e dette il suo consenso. L’unica difficoltà era rappresentata dal padre, Calogero Portulano, affetto da una gelosia paranoica. Dopo aver patrocinato il matrimonio della figlia, Antonietta, con il giovane Pirandello, fece marcia indietro: la sola idea che quel giovanotto avrebbe tenuto fra le braccia sua figlia, dormito con lei (per giunta a Roma, lontano dalla casa paterna), gli era intollerabile. Inventò calunnie sul conto di Luigi, disse che a Roma aveva un’amante e cercò di dare la figlia in moglie a un ricco commerciante di tessuti. Ma Antonietta rifiutò e il progetto andò a monte.

Questo Calogero Portulano era un personaggio d’una gelosia folle. Abitava solo case le cui finestre fossero provviste di inferriate e controllava la figlia come un carceriere avrebbe controllato una prigioniera (Pirandello, molti anni dopo, si servì di lui come modello per disegnare la figura di Verri, nella famosa scena di Questa sera si recita a soggetto).

Il matrimonio ebbe luogo nel gennaio 1894, in chiesa e in municipio. Poi gli sposi partirono per Roma, dove andarono ad abitare nella casa che Luigi aveva preparato, all’angolo tra via Sistina e via del Tritone. Nel 1895 nacque Stefano, e, a distanza di due anni l’uno dall’altro, Lietta e Fausto. Luigi era stato nominato docente di linguistica al Magistero Femminile di Roma e con la tranquillità economica derivante dagli interessi della dote di Antonietta, affidata al padre perché la investisse nel commercio dello zolfo, il futuro scrittore poteva guardare con un certo ottimismo alla sua vita familiare. Ma un brutto giorno accadde l’irreparabile.

Una nuova miniera di zolfo, acquistata dal padre, e nella quale aveva messo tutto il denaro della dote oltre al suo capitale personale, fu allagata. Era un disastro e Luigi ne fu informato nel modo più drammatico. Tornato a casa dalla passeggiata serale che usava fare prima di cena trovò la moglie a letto. Antonietta era come paralizzata, non parlava, non si muoveva. La lettera contenente la ferale notizia era giunta mentre Luigi non c’era, lei l’aveva aperta ed era crollata a terra. Niente più dote, niente più interessi.

Luigi doveva mettersi a lavorare sul serio e a farsi pagare. Una rivista letteraria, La Nuova Antologia offriva mille lire per un romanzo inedito e Luigi si mise a scrivere, perché aveva bisogno di quel denaro: il romanzo era Il fu Mattia Pascal ed ebbe uno straordinario successo, forse il maggiore riscosso da Pirandello nella narrativa. Antonietta, intanto, non migliorava. La paralisi che l’aveva colta era in parte scomparsa, ma al suo posto erano subentrati i primi sintomi d’una malattia peggiore, la follia. Una follia che presto raggiunse le forme d’una gelosia paranoica, con pause di calma sempre meno frequenti.

Era gelosa delle allieve del Magistero e spesso andava a prendere Luigi al termine delle lezioni e aspettava che uscisse, nascosta dietro un albero per osservare il suo comportamento. I medici consigliarono di riportarla in Sicilia, al paese natìo e Luigi si sottopose a frequenti viaggi a Girgenti, ma senza nessun apprezzabile progresso.

Finché Antonietta non indirizzò la sua gelosia verso la figlia Lietta, accusandola, praticamente, di avere un rapporto incestuoso con il padre. La ragazza ne fu sconvolta e tentò di suicidarsi. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Con l’accordo dei figli, Luigi decise che bisognava ricoverare la moglie in una casa di cura per malattie mentali. Ma intanto era scoppiata la guerra, Stefano andato volontario, era stato fatto prigioniero e solo al suo ritorno dal campo di Mauthausen fu possibile internare Antonietta in una clinica di via Nomentana a Roma, dove restò fino alla morte, avvenuta molti anni dopo quella del marito.

Luigi non la vide mai più. In quegli anni il suo lavoro di autore teatrale lo prendeva completamente: dall’Enrico IV recitato da Ruggeri ai Sei personaggi in cerca d’autore e alla nascita del Teatro d’arte che gli dette l’opportunità di conoscere Marta Abba, l’attrice del suo ultimo grande amore, non ricambiato. In una lettera del 30 marzo 1930, Pirandello scriveva alla Abba che si apprestava a recitare in Sicilia:

Se ti avvenisse di toccare per qualche giorno Girgenti… salutami il bosco del Caos e la vecchia bicocca dove sono nato. Forse non li vedrò mai più.

Moriva sei anni dopo, il 10 dicembre 1936.

Luciano Lucignani
28 agosto 1998

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