Pirandello e Girgenti, città dai mille nomi

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Di Joshua Nicolosi

Spesso, quando si trattava di ricercare l’ispirazione giusta che alimentasse la sua scrittura, di ritagliarsi un istante intimo e personale con la propria coscienza, Pirandello amava tornare nei suoi luoghi d’infanzia abbandonati.

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Pirandello e Girgenti: città dai mille nomi
Pirandello davanti al tempio della Concordia, 1927. Immagine dal Web.

Pirandello e Girgenti, città dai mille nomi:

un legame oltre il tempo e la miseria

da Sicilian Post

Non sempre il celebre scrittore si sentì a suo agio nella terra che gli aveva dato i natali, ma altrettanto spesso la sua ispirazione lo portò a tornare nei luoghi dell’infanzia, dove la solitudine si mischiava ad una bellezza immortale e dove il suo essere siciliano, tra sofferenza e reazione, contribuiva ad esaltare il suo genio.

I suoi pendii, da secoli, sono ricoperti di giardini e vigneti. Le tracce della sua storia sembrano possedute da un’anima intermittente: a volte, nascoste dalla medesima vegetazione che la circonda cullandola, si intravedono come un luccichio provvisorio; altre volte, irrompono alla vista con strabordante potenza, ergendosi sotto forma di templi monumentali. I suoi nomi sono stati numerosi, eppure la sua identità si è sempre affermata con la stessa forza a chi si è impegnato per scoprirla: stiamo parlando di Agrigento, fino al 1927 conosciuta con il toponimo normanno Girgenti, terra natale del genio di Luigi Pirandello, che più volte la ritrasse nelle sue opere e che con lei intrattenne sempre un rapporto oscillante tra appartenenza ed estraneità. La stessa Girgenti, città dai mille nomi sopravvissuta al logorio del tempo, che ancora oggi conserva una patina misteriosa e insondabile, un lato inafferrabile che la rende unica nel suo genere, benché non sempre felice.

Scrive Pirandello nell’incipit de I Vecchi e i giovani, romanzo pubblicato nel 1909: «Pioggia e vento parevano un’ostinata crudeltà del cielo sopra la desolazione di quelle piagge estreme della Sicilia, su le quali Girgenti, nei resti miserevoli della sua antichissima vita raccolti lassù, si levava silenziosa e attonita superstite nel vuoto di un tempo senza vicende, nell’abbandono di una miseria senza riparo». Solitudine e miseria, dunque: sembra questo il quadro deprimente tramandatoci dallo scrittore. Ma ecco un fatto: spesso, quando si trattava di ricercare l’ispirazione giusta che alimentasse la sua scrittura, di ritagliarsi un istante intimo e personale con la propria coscienza, Pirandello amava tornare nei suoi luoghi d’infanzia abbandonati. Per non parlare di tutte le altre opere in cui la sua città fa più o meno veementemente capolino, perfino ne Il fu Mattia Pascal, dove la città immaginaria ha come nome Miragno. Nonostante i ricordi degli albori della vita si concretizzassero in immagini di cancelli cadenti e angusti sentieri battuti da bestie da soma affaticate, nonostante quella stessa terra lo avesse in un certo senso tradito privandolo della miniera che rappresentava la principale fonte di introiti della famiglia e facendo cadere la moglie in una profonda crisi di nervi. Nonostante avesse conosciuto il meglio della vitale cultura italiana ed europea, l’istinto lo portava irrimediabilmente ad anelare l’aria di casa. Da buon, verace siciliano: perché noi saremo anche un popolo pieno di imperfezioni, troppo spesso incapace di scegliere adeguatamente il nostro destino, ma c’è una cosa che sappiamo fare meglio di chiunque altro ed è amare casa nostra a prescindere dai suoi difetti.

Siamo cultori abituati di una bellezza ferita, deperita, decadente, eppure non possiamo farne a meno: quando non materialmente, vorremmo rianimarla col solo sguardo. E a volte torniamo a casa proprio perché ci compiaciamo della solitudine che essa porta in dote: perché la solitudine è una parte costitutiva della nostra natura, un momento riflessivo a cui non possiamo rinunciare. Nella solitudine cogliamo tutta la sofferenza di un luogo che fa fatica a ritrovare la sua vitalità, ma al tempo stesso lo gustiamo nella sua sospensione inattaccabile, lo cogliamo nel suo essere sempre uguale e sempre diverso nel corso dei secoli. Ed è proprio il caso della Girgenti pirandelliana, centro delle sue memorie, delle sue sofferenze come anche delle sue gioie. Quando si ama un posto dal sapore dolceamaro, quando si soffre per la sua condizione e al tempo stesso ci si esalta per il suo irripetibile valore, si è in grado di accettare il mondo nel suo irriducibile essere controverso e si può anche arrivare ad amarlo. Per questo Pirandello sapeva che tornare era necessario all’uomo e allo scrittore: perché tornare in Sicilia è fare i conti con la concretezza del mondo intero. È imparare a conciliare inizio e fine, ad entrare nel grande cerchio della vita, come a qualcuno piacerebbe dire. Perché a volte ci vogliono anche solitudine e sconforto per apprezzare pienamente la vita.

Joshua Nicolosi
9 Giugno 2019

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