Notizie del mondo – Audiolibro

Notizie del mondo
Roma, cimitero del Verano, 1912. Immagine da Roma sparita

Legge Riccardo Fasol

Da LibriVox.org

Prima pubblicazione: Rivista d’Italia, marzo e aprile 1901, poi in Beffe della morte e della vita, Lumachi, Firenze 1902.

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             I. In tutto, due lagrimucce, tre ore coi gomiti sul tavolino, la testa tra le mani; sissignori: a forza di strizzarmi il cuore, eccole qua nel fazzoletto: proprio due, spremute agli angoli degli occhi. Da buoni amici, caro Momo, facciamo a metà. Una per te morto, una per me vivo. Ma sarebbe meglio, credi, che me le prendessi tutt’e due per me.

             Come un vecchio muro cadente sono rimasto, Momino, a cui una barbara mano abbia tolto l’unico puntello. (Bella, eh? la barbara mano.) Ma non so piangere, lo sai. Mi ci provo, e riesco solo a farmi più brutto, e faccio ridere.

             Sai che beli idea piuttosto m’è venuta? di mettermi ogni sera a parlare da solo con te, qua, a dispetto della morte. Darti notizia di tutto quanto avviene ancora in questo porco mondaccio che hai lasciato e di ciò che si dice e di ciò che mi passa per il capo. E così mi parrà di continuarti la vita, riallacciandoti a essa con le stesse fila che la morte ha spezzate.

             Non trovo altro rimedio alla mia solitudine.

             Ridotto monaco di clausura nel convento della tua amicizia, nessuna parte di me è rimasta aperta a una relazione, sia pur lontana, con altri esseri viventi. E ora… mi vedi? ora che non ho più nulla da fare per te come in questi tre ultimi giorni dopo la tua morte, eccomi qua solo, in questa casa che non mi par mia, perché la vera casa mia era la tua.

             Sentirai, sentirai, se mi ci metto per davvero, che bellissimi paragoni ti farò! Intanto, oltre a quello del muro cadente e della barbara mano, pigliati quest’altro del monaco di clausura.

             Ho comperato un lume, lo vedi? Bello, di porcellana, col globo smerigliato. Prima non ne sentivo bisogno, perché le sere le passavo da te, e per venirmene a letto qua mi bastava un mozzicone di candela, che spesso mi davi tu.

             Ora tanto è il silenzio, Momino, che lo sento ronzare. Un ronzio, sai? che pare piuttosto degli orecchi, quando ti s’otturano. Eh, tu l’hai otturati bene adesso, Momino mio! E m’immagino difatti che questo ronzio venga da lontano lontano. Da dove sei tu. Ed ecco, lo ascolto con piacere; mi ci metto dietro col pensiero, e vado e vado, finché – guarda, guarda, Momino, è venuta! – una terza lagrimuccia, di sperduta malinconia. Ma sarà per me, se permetti: mi sento davvero così solo!

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