1923 – L’uomo dal fiore in bocca – Dialogo in un atto

FONTE  Novella «Caffè notturno» (1918) poi intitolato «La morte addosso» (1923)
STESURA ?
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 21 febbraio 1923 – Roma, Teatro degli Indipendenti, Compagnia degli «Indipendenti» diretta da Anton Giulio Bragaglia.

En Español – El hombre de la flor en la boca

Approfondimenti nel sito:
Sezione Novelle – La morte addosso
Sezione Video – L’uomo dal fiore in bocca – 1970 – Vittorio Gassmann
Link esterni
dicoseunpo.it – Introduzione e trama

L’uomo dal fiore in bocca
Gabriele Lavia, Michele Demaria, L’uomo dal fiore in bocca, 2017

Premessa

È un «dialogo» in un atto, derivato con poche varianti, dalla novella Caffè notturno (1918), successivamente intitolata La morte addosso (1923). Fu rappresentato a Roma dal Teatro degli Indipendenti diretto da Anton Giulio Bragaglia, il 21 febbraio 1923.

        Il dialogo si svolge in un bar notturno tra un uomo condannato a morte per un epitelioma («il fiore in bocca») e un «pacifico avventore» che ha perduto il treno; e cioè tra uno che vive intensamente il poco tempo concessogli e uno che è ricco di ore da trascorrere oziosamente, in attesa del treno del mattino ed è tutto preso dal banale contrattempo.

        L’eccezionalità del momento, per chi sente la morte addosso – per usare un’espressione pirandelliana – e la normalità per chi è preso nel giro usuale della vita con i suoi piccoli impegni quotidiani, segnano i due termini della dialettica che sì anima nel grande soliloquio del protagonista.

        Egli analizza lucidamente le sue ultime sensazioni, evocando brandelli di vita comune, particolari di una quotidianità che per lui s’allontana irrimediabilmente e per questo rende preziosi i ricordi anche di fatti di poco conto. Nella solennità della sua solitudine sembra aver raggiunto inattese consapevolezze sulla vita che gli sfugge e sulla morte, senza rimpianti e senza pentimenti, quasi godendo amaramente della sua irripetibile esperienza segnata dall’eco della fine, che gli consente di dedicarsi con interesse a osservare l’anonima vita degli altri, per coglierne il senso.

        L’atto unico, benché sia una letterale trasposizione scenica della novella, risulta artisticamente molto superiore a essa. La suggestione dell’atmosfera notturna, resa visivamente, la presenza fisica di un interlocutore che quasi non parla ma che con il suo «pacifico» atteggiamento fa da contrappunto all’estrema tensione del protagonista, la misura poetica del soliloquio scandito dall’attore, che sembra scritto proprio per essere recitato come un’ode sommessa alla vita che sfugge, hanno contribuito al salto di qualità che ha reso L’uomo dal fiore in bocca un capolavoro del teatro pirandelliano.

Persone del dialogo
L’uomo dal fiore in bocca
Un pacifico avventore

N. B. -Verso la fine, ai luoghi indicati, sporgerà due volte il capo dal cantone un’ombra di donna, vestita di nero, con un vecchio cappellino dalle piume piangenti. 

1923 – L’uomo dal fiore in bocca 
Dialogo in un atto

        Si vedranno in fondo gli alberi d’un viale, con le lampade elettriche che tra­spariranno di tra le foglie. Ai due lati, le ultime case d’una via che immette in quel viale. Nelle case a sinistra sarà un misero Caffè notturno con tavolini e seggiole sul marciapiede. Davanti alle case di destra, un lampione acceso. Allo spigolo dell’ultima casa a sinistra, che farà cantone sul viale, un fanale anch’esso acceso. Sarà passata da poco la mezzanotte. S’udrà da lontano, a intervalli, il suono titillante d’un mandolino.

        Al levarsi della tela, l’Uomo dal fiore in bocca, seduto a uno dei tavolini, os­serverà a lungo in silenzio l’Avventore pacifico che, al tavolino accanto, succhierà con un cannuccio di paglia uno sciroppo di menta.

        L’UOMO DAL FIORE: Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico è… Ha perduto il treno?

        L’AVVENTORE: Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti.

        L’UOMO DAL FIORE: Poteva corrergli dietro!

        L’AVVENTORE: Già. È da ridere, lo so. Bastava, santo Dio, che non avessi tutti quegli impicci di pacchi, pacchetti, pacchettini… Più carico d’un somaro! Ma le donne – commissioni… commissioni… – non la finiscono più. Tre minuti, creda, appena sceso di vettura, per dispormi i nodini di tutti quei pacchetti alle dita; due pacchetti per ogni dito.

        L’UOMO DAL FIORE: Doveva esser bello! Sa che avrei fatto io? Li avrei lasciati nella vettura.

        L’AVVENTORE: E mia moglie? Ah sì! E le mie figliuole? E tutte le loro amiche?

        L’UOMO DAL FIORE: Strillare! Mi ci sarei spassato un mondo.

        L’AVVENTORE: Perché lei forse non sa che cosa diventano le donne in villeggia­tura!

        L’UOMO DAL FIORE: Ma sì che lo so. Appunto perché lo so. (Pausa.) Dicono tutte che non avranno bisogno di niente.

        L’AVVENTORE: Questo soltanto? Capaci anche di sostenere che ci vanno per ri­sparmiare. Poi, appena arrivano in un paesello qua dei dintorni, più brutto è, più misero e lercio, e più imbizzarriscono a pararlo con tutte le loro galante­rie più vistose! Eh, le donne, caro signore! Ma del resto è la loro profes­sione… – «Se tu facessi una capatina in città, caro! Avrei proprio bisogno di questo… di quest’altro… e potresti anche, se non ti secca (caro, il «se non ti secca»):… e poi, giacché ci sei, passando di là…» – Ma come vuoi, cara mia, che in tre ore ti sbrighi tutte codeste faccende? – «Uh, ma che dici? Prendendo una vettura…» – Il guajo è che, dovendo trattenermi tre ore sole, sono venuto senza le chiavi di casa.

        L’UOMO DAL FIORE: Oh bella! E perciò?

        L’AVVENTORE: Ho lasciato tutto quel monte di pacchi e pacchetti in deposito alla stazione; me ne sono andato a cenare in trattoria; poi, per farmi svaporar la stizza, a teatro. Si crepava dal caldo. All’uscita, dico, che faccio? Sono già le dodici; alle quattro prendo il primo treno; per tre orette di sonno, non vale la spesa. E me ne sono venuto qua. Questo caffè non chiude, è vero?

        L’UOMO DAL FIORE: Non chiude, nossignore. (Pausa.) E così, ha lasciato tutti quei pacchetti in deposito alla stazione?

        L’AVVENTORE: Perché me lo domanda? Non vi stanno forse sicuri? Erano tutti ben legati…

        L’UOMO DAL FIORE: No, no, non dico! (Pausa.) Eh, ben legati, me l’immagino: con quell’arte speciale che mettono i giovani di negozio nell’involtare la roba venduta… (Pausa.) Che mani! Un bel foglio grande di carta doppia, rossa, levigata… ch’è per se stessa un piacere vederla… così liscia, che uno ci mette­rebbe la faccia per sentirne la fresca carezza… La stendono sul banco e poi con garbo disinvolto vi collocano su, in mezzo, la stoffa lieve, ben piegata. Levano prima da sotto, col dorso della mano, un lembo; poi, da sopra, vi ab­bassano l’altro e ci fanno anche, con svelta grazia, una rimboccaturina, come un di più per amore dell’arte; poi ripiegano da un lato e dall’altro a triangolo e cacciano sotto le due punte; allungano una mano alla scatola dello spago; tirano per farne scorrere quanto basta a legare l’involto, e legano così rapi­damente, che lei non ha neanche il tempo d’ammirar la loro bravura, che già si vede presentare il pacco col cappio pronto a introdurvi il dito.

        L’AVVENTORE: Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai giovani di ne­gozio.

        L’UOMO DAL FIORE: Io? Caro signore, giornate intere ci passo. Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta… quel bordatino… quel nastro rosso o celeste che le giovani di merce­ria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d’in­cartarlo. (Pausa.) Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l’involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio… li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista… immaginando… – uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un’idea. (Pausa. – Poi, cupo, come a se stesso:) Ma mi serve. Mi serve questo.

        L’AVVENTORE: Le serve? Scusi… che cosa?

        L’UOMO DAL FIORE: Attaccarmi così – dico con l’immaginazione – alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata. (Pausa.) Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione: – aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri… – ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire… sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. – Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo più, perché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo che lei dice di sì…

        L’AVVENTORE: Sì, perché… dico, deve essere un bel piacere codesto che lei prova, immaginando tante cose…

        L’UOMO DAL FIORE (con fastidio, dopo averci pensato un po’): Piacere? Io?

        L’AVVENTORE: Già… mi figuro…

        L’UOMO DAL FIORE: Mi dica un po’. E stato mai a consulto da qualche medico bravo?

        L’AVVENTORE: Io no, perché? Non sono mica malato!

        L’UOMO DAL FIORE: Non s’allarmi! Glielo domando per sapere se ha mai veduto in casa di questi medici bravi la sala dove i clienti stanno ad aspettare il loro turno per essere visitati.

        L’AVVENTORE: Ah, sì. Mi toccò una volta d’accompagnare una mia figliuola che soffriva di nervi.

        L’UOMO DAL FIORE: Bene. Non voglio sapere. Dico, quelle sale… (Pausa.) Ci ha fatto attenzione? Divano di stoffa scura, di foggia antica… quelle seggiole imbottite, spesso scompagne… quelle poltroncine… E roba comprata di combinazione, roba di rivendita, messa lì per i clienti; non appartiene mica alla casa. Il signor dottore ha per sé, per le amiche della sua signora, un ben altro salotto, ricco, bello. Chi sa come striderebbe qualche seggiola, qualche poltroncina di quel salotto portata qua nella sala dei clienti a cui basta questo ar­redo così, alla buona, decente, sobrio. Vorrei sapere se lei, quando andò con la sua figliuola, guardò attentamente la poltrona o la seggiola su cui stette se­duto, aspettando.

        L’AVVENTORE: Io no, veramente…

        L’UOMO DAL FIORE: Eh già; perché non era malato… (Pausa.) Ma neanche i ma­lati spesso ci badano, compresi come sono del loro male. (Pausa.) Eppure, quante volte certuni stanno lì intenti a guardarsi il dito che fa segni vani sul bracciuolo lustro di quella poltrona su cui stan seduti! Pensano e non vedono. (Pausa.) Ma che effetto fa, quando poi si esce dalla visita, riattraversando la sala, il rivedere la seggiola su cui poc’anzi, in attesa della sentenza sul nostro male ancora ignoto, stavamo seduti! Ritrovarla occupata da un altro cliente, anch’esso col suo male segreto; o là, vuota, impassibile, in attesa che un altro qualsiasi venga a occuparla. (Pausa.) Ma che dicevamo? Ah, già… Il piacere dell’immaginazione. – Chi sa perché, ho pensato subito a una seggiola di queste sale di medici, dove i clienti stanno in attesa del consulto!

        L’AVVENTORE: Già… veramente…

        L’UOMO DAL FIORE: Non vede la relazione? Neanche io. (Pausa.) Ma è che certi richiami d’immagini, tra loro lontane, sono così particolari a ciascuno di noi; e determinati da ragioni ed esperienze così singolari, che l’uno non intende­rebbe più l’altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di più il­logico, spesso, di queste analogie. (Pausa.) Ma la relazione, forse, può esser questa, guardi: – Avrebbero piacere quelle seggiole d’immaginare chi sia il cliente che viene a sedere su loro in attesa del consulto? che male covi dentro? dove andrà, che farà dopo la visita? – Nessun piacere. E così io: nessuno! Vengono tanti clienti, ed esse sono là, povere seggiole, per essere occupate. Ebbene, è anche un’occupazione simile la mia. Ora mi occupa questo, ora quello. In questo momento mi sta occupando lei, e creda che non provo nes­sun piacere del treno che ha perduto, della famiglia che lo aspetta in villeg­giatura, di tutti i fastidi che posso supporre in lei.

        L’AVVENTORE: Uh, tanti, sa!

        L’UOMO DAL FIORE: Ringrazii Dio, se sono fastidi soltanto. (Pausa.) C’è chi ha di peggio, caro signore. (Pausa.) Io le dico che ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla vita altrui, ma così, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi… anzi… per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla. (Con cupa rabbia:) E questo è da dimostrare bene, sa? con prove ed esempi conti­nui, a noi stessi, implacabilmente. Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è, ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddi­sfare, perché la vita, nell’atto stesso che la viviamo, è così sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare. Il sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. Il gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua… a queste noje… a tante stu­pide illusioni… insulse occupazioni… Sì, sì. Questa che ora qua è una sciocchezza… questa che ora qua è una noja… e arrivo finanche a dire, questa che ora è per noi una sventura, una vera sventura… sissignori, a distanza di quat­tro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà… che gusto, queste la­grime… E la vita, perdio, al solo pensiero di perderla… specialmente quando si sa che è questione di giorni… (A questo punto dal cantone a destra spor­gerà il capo a spiare la donna vestita di nero.) Ecco… vede là? dico là, a quel cantone… vede quell’ombra di donna? – Ecco, s’è nascosta!

        L’AVVENTORE: Come? Chi… chi era?…

        L’UOMO DAL FIORE: Non l’ha vista? S’è nascosta.

        L’AVVENTORE: Una donna?

        L’UOMO DAL FIORE: Mia moglie, già.

        L’AVVENTORE: Ah! la sua signora?

        L’UOMO DAL FIORE (dopo una pausa): Mi sorveglia da lontano. E mi verrebbe, creda, d’andarla a prendere a calci. Ma sarebbe inutile. E come una di quelle cagne sperdute, ostinate, che più lei le prende a calci, e più le si attaccano alle calcagna. (Pausa.) Ciò che quella donna sta soffrendo per me, lei non se lo può immaginare. Non mangia, non dorme più. Mi viene appresso, giorno e notte, così, a distanza. E si curasse almeno di spolverarsi quella ciabatta che tiene in capo, gli abiti. – Non pare più una donna, ma uno strofinaccio. Le si sono impolverati per sempre anche i capelli, qua sulle tempie; e ha appena trentaquattro anni. (Pausa.) Mi fa una stizza, che lei non può credere. Le salto addosso, certe volte, le grido in faccia: – Stupida! – scrollandola. Si pi­glia tutto. Resta lì a guardarmi con certi occhi… con certi occhi che, le giuro, mi fan venire qua alle dita una selvaggia voglia di strozzarla. Niente. Aspetta che mi allontani per rimettersi a seguirmi a distanza. (Di nuovo a questo punto, la donna sporgerà il capo.) Ecco, guardi… sporge di nuovo il capo dal cantone.

        L’AVVENTORE: Povera signora!

        L’UOMO DAL FIORE: Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce? ch’io me ne stessi a casa, quieto, tranquillo, a coccolarmi in mezzo a tutte le sue più amo­rose e sviscerate cure; a godere dell’ordine perfetto di tutte le stanze, della lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di specchio che c’era prima in casa mia, misurato dal tic-tac della pendola del salotto da pranzo. – Questo vor­rebbe! Io domando ora a lei, per farle intendere l’assurdità… ma no, che dico l’assurdità! la macabra ferocia di questa pretesa, le domando se crede possi­bile che le case d’Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che di lì a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene tranquille sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano regola­tore della commissione edilizia municipale. Case, perdio di pietra e travi, se ne sarebbero scappate! Immagini i cittadini di Avezzano, i cittadini di Mes­sina, spogliarsi placidi placidi per mettersi a letto, ripiegare gli abiti, mettere le scarpe fuori dell’uscio, e cacciandosi sotto le coperte godere del candor fresco delle lenzuola di bucato, con la coscienza che fra poche ore sarebbero morti. – Le sembra possibile?

        L’AVVENTORE: Ma forse la sua signora…

        L’UOMO DAL FIORE: Mi lasci dire! Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegli insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre ad­dosso… Lei passa per via; un altro passante, all’improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese le dice: – «Scusi, permette? lei, egregio signore, ci ha la morte addosso». E con quelle due dita protese, la piglia e butta via… Sarebbe magnifica! Ma la morte non è come uno di questi insetti schifosi. Tanti che passeggiano disinvolti e alieni, forse ce l’hanno addosso; nessuno la vede; ed essi pensano quieti e tranquilli a ciò che faranno domani e doman l’altro. Ora io, (si alzerà) caro signore, ecco… venga qua… (lo farà alzare e lo condurrà sotto il lampione acceso) qua sotto questo lampione… venga… le faccio vedere una cosa… Guardi, qua, sotto questo baffo… qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo… più dolce d’una caramella: – Epitelioma, si chiama. Pronunzii, sentirà che dol­cezza: epitelioma… La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca, e m’ha detto: – «Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!». (Pausa.) Ora mi dica lei, se con questo fiore in bocca, io me ne posso stare a casa tranquillo e quieto, come quella disgraziata vorrebbe. (Pausa.) Le grido: – Ah sì, e vuoi che ti baci? – «Sì, baciami!» – Ma sa che ha fatto? Con uno spillo, l’altra settimana, s’è fatto uno sgraffio qua, sul labbro, e poi m’ha preso la testa e mi voleva baciare… baciare in bocca… Perché dice che vuol morire con me. (Pausa.) E pazza… (Poi con ira:) A casa io non ci sto. Ho bi­sogno di starmene dietro le vetrine delle botteghe, io, ad ammirare la bravura dei giovani di negozio. Perché, lei capisce, se mi si fa un momento di vuoto dentro… lei lo capisce, posso anche ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco… cavare la rivoltella e ammazzare uno che come lei, per disgrazia, abbia perduto il treno… (Riderà.) No no, non tema, caro si­gnore: io scherzo! (Pausa.) Me ne vado. (Pausa.) Ammazzerei me, se mai…

        (Pausa.) Ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche… Come le mangia lei? con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà; si premono con due dita, per lungo… come due labbra socchiuse… Ah, che delizia! (Riderà. -Pausa.) Mi ossequi la sua egregia signora e anche le sue figliuole in villeg­giatura. (Pausa.) Me le immagino vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra… (Pausa.) E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione. – All’alba, lei può fare la strada a piedi. – Il primo cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò. (Pausa.) Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando. (Riderà. Poi:) Buona notte, caro si­gnore.

        E s’avvìerà, canticchiando a bocca chiusa il motivetto del mandolino lontano, verso il cantone di destra; ma a un certo punto, pensando che la moglie sta lì ad aspettarlo, volterà e scantonerà dall’altra parte, seguito con gli occhi dal pacifico avventore quasi basito.

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En Español – El hombre de la flor en la boca

Elenco delle opere in versione integrale

Introduzione al Teatro di Luigi Pirandello

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