Luigi Pirandello e il suo cuore di cenere. Il ricordo di Corrado Alvaro

Da Sul romanzo.it

Annunziandomi che il 13 dicembre Luigi Pirandello è stato cremato, il figlio mi ha detto: «Avessi visto; un pugno di cenere. Come se fossero passati mille anni». Gli ho chiesto: «E il cuore, la piccola pallottola del cuore che non si consuma alla fiamma, lo hai veduto?» Risponde: «No, niente. Cenere».

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Pirandello il ricordo di Alvaro
Corrado Alvaro

Non si può definire con certezza che quella tra Luigi Pirandello e Corrado Alvaro sia stata una vera e propria amicizia. I due comunque si frequentarono con una certa assiduità al punto da costruire un rapporto fondato su una confidenza reciproca, almeno stando a quanto racconta Corrado Alvaro nel suo «Quasi una vita», il diario edito da Bompiani e che gli valse il Premio Strega nel 1951.

In alcuni inserti del diario, nel periodo che va dal 1928 al 1934, Alvaro riporta notizie di alcuni incontri e scambi intercorsi con Luigi Pirandello mentre, dopo la morte del Premio Nobel, Alvaro rievocherà la sua figura in altri due inserti ugualmente interessanti e intensi.
La prima volta che lo scrittore menziona Pirandello è per ricordare il loro incontro a Berlino nel 1928, e qui offre anche un ritratto molto particolare del siciliano:

Eravamo con Pirandello, con una neve alta così, a uno dei trecento tavoli di Zoo, una delle tante sale da ballo per il piccolo borghese berlinese. […] Pirandello portava i suoi gilè abbottonati fino al mento che finiscono col colletto e la cravatta color grigio. La sua figura colore d’argento, geometrica, staccava sulla tappezzeria rossa del luogo, e al tavolo basso pareva un oggetto d’arte, con la testa fine e la barba a punta. Sembrava una maschera antica di teatro. Mi figuravo che cosa potesse pensare. Sono i particolari e le creature che lo interessano; non accade quasi mai di sentirgli enunciare un sistema. Di Londra, si ricorda di una signora ubriaca e seminuda trascinata dai camerieri fuori dell’atrio di un albergo. Di Parigi ricorda un gruppo di inglesi davanti a una vetrina di libri di Wallace. Si parla della civiltà americanizzante della Germania d’oggi. Pirandello dice: «La vita oggi ha troppo poco valore pei tedeschi. Vita e morte sono i due cardini del pensiero degli uomini, e qui hanno un valore transitorio. Da questa relatività di valori, la morale dell’America ha preso la sua forza di espansione. Per noi italiani, vita e morte significano ancora qualche cosa. Sono due termini entro cui dobbiamo adempiere un dovere. Noi sappiamo ancora che il mondo non finisce con noi».

Nel 1929, Pirandello e Alvaro sono ancora in Germania, e si frequentano spesso, anche presso la pensione in cui alloggia l’autore di Uno, nessuno e centomila:

La signora Stresmann ha chiesto a Pirandello, per un ballo mascherato, l’idea di un travestimento stile 1950. «Una maschera, i guanti, e per il resto, nuda», è stata la risposta. Pirandello abita un appartamento mobiliato a Herkules Bruecke. Ha dimenticato il tedesco. A Bonn, studente, aveva scritto in tedesco la sua tesi di laurea sull’idioma della sua Agrigento.

Quando vado a trovarlo, la sera, si passano delle belle ore. Vivono nello stesso albergo le due sorelle Abba. A volte si esce per la città che la sera è tutto un abbraccio, e noi come un gruppo di discepoli o di collegiali intorno a Pirandello, questo padre siciliano, e che resta sempre padre con le donne che lo attorniano, a Berlino. L’altra mattina, Marta Abba andò al mercato col proposito di comperare un dentice, e chiese un pesce «coi denti». Diligentemente, il venditore passò in rassegna i suoi pesci, aprendo a ciascuno la bocca per trovare quello che avesse i denti. I tedeschi, così bruschi in genere, quando si tratta di una ricerca tirano fuori una pazienza e una pedanteria inesauribili.

Non potevano mancare inserti dedicati al rapporto tra Pirandello e il fascismo. Questo ad esempio risale al 1930:

Pirandello deve avvertire oscuramente che il conformismo del regime ha tarpato le ali alla sua ispirazione e alla sua libertà. Non soltanto gli scrittori più giovani di lui sentono un limite o se lo fanno sulla misura di quello che vedono attorno; ma lui stesso deve avvertire come il fatto teatrale si riduca a un piccolo pettegolezzo della vita quotidiana, e di preferenza erotico, poiché l’erotica è la sola libertà. Così gli attori perdono il contatto coi grandi modelli. O li reciteranno con lo stile di questi pettegolezzi.

E, nel periodo di massima difficoltà nei rapporti tra Alvaro e il fascismo, Pirandello diede all’autore di Gente in Aspromonte un consiglio molto preciso:

1932
Pirandello che lo ha veduto [parla di Mussolini, ndr] e al quale egli ha chiesto di me, mi ha detto di andarlo a trovare, chiedere un’udienza. Gli ho risposto che ho paura.

un rapido ritratto umano di Pirandello:

Solitudine d’un uomo arrivato alla celebrità. Pirandello in tutti i suoi atteggiamenti ha l’aspetto dell’uomo solo. Spesso tiene le mani nelle tasche dei calzoni, coi gomiti stretti ai fianchi. A volte apre lui la porta a chi suona. Non vuole disturbare il suo autista che s’è comperata una macchina da scrivere e sta componendo una commedia.

Quello che segue è l’ultimo inserto che risale al periodo in cui Pirandello era ancora in vita:

1934
Si parlava di sogni in casa di Pirandello. I sogni musicali sono indizio di stati morbosi dell’organismo, si diceva. Maselli dice di aver sognato la statua di Sofocle che suonava la cetra soavemente. Una signora ha sognato una musica che diventava luce. Maselli però è inesauribile: ha sognato di essere un tassì fermo a Piazza Quadrata; due signori vi salivano, ed egli chiudeva il suo sportello e si metteva in marcia. S’è svegliato facendo il suono della trombetta. Labroca ha sognato di trovarsi davanti a uno specchio. Si stava tirando su i pantaloni, e così diventava leggero, e levitando usciva dalla finestra, e volava.

È solo nel 1936 che Alvaro scriverà qualcosa del Pirandello scrittore, pur senza commentare le sue opere:
Pirandello mi dice d’un suo racconto che vorrebbe scrivere. Un uomo ride mentre tutti sono intenti a uno spettacolo o a qualcosa di molto serio. Creare un tipo di vendicatore di uno stato di oppressione, che semini il dubbio, il sospetto, il ridicolo.

[….]

Pirandello non dubita mai che qualunque idea gli venga in mente non sia importante. Fra le sue carte non ha niente di inedito.

Della morte di Pirandello, invece, Alvaro parlerà ricordando una breve conversazione intercorsa con il figlio dello scrittore pochi giorni dopo la sua scomparsa:

Annunziandomi che il 13 dicembre Luigi Pirandello è stato cremato, il figlio mi ha detto: «Avessi visto; un pugno di cenere. Come se fossero passati mille anni». Gli ho chiesto: «E il cuore, la piccola pallottola del cuore che non si consuma alla fiamma, lo hai veduto?» Risponde: «No, niente. Cenere».

È del 1945 infine l’ultimo inserto in cui Alvaro rievoca Pirandello e un suo discorso sulla libertà e la dittatura:

Vi sono state città che, rimaste senza polizia per due o tre giorni fra lo sgombero dei tedeschi e l’arrivo degli alleati, sgomente di diventare preda dei malviventi, non ebbero a subire una sola violenza privata o un delitto contro la proprietà. È difficile regolare la propria vita dopo che della libertà si fu privi per troppo tempo. Questo mi ricorda ciò che mi disse Pirandello, quando mi lamentavo con lui di dover essere legato a troppo lavoro a scadenza fissa, a impegni puntuali, ed egli mi disse che mi sarei accorto, un giorno, quanto sia meno comodo e più difficile servirsi di una conquistata libertà di lavoro. La dittatura e la guerra sono tempi in cui l’uomo non dispone più di sé, non conosce le sue possibilità morali, aspetta di saggiarle, di essere se stesso; confinato in una cellula, l’uomo è tutto nel suo potere di resistenza e di difesa, aspetta domani, contro il nemico della sua integrità morale e della sua persona fisica. Tra i selvaggi che vivono in perpetuo pericolo, i casi di suicidio sono del tutto eccezionali. E in guerra, tutto lo sappiamo, il delitto è una bassezza indegna di chi combatte e di chi resiste.

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