L’illustre estinto – Audiolibro

L illustre estinto audiolibro
Claude Monet (1840-1923) Arrivo del treno alla stazione di Saint-Lazare, 1877. Immagine dal Web

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino.

Da QuartaRadio.it

Prima pubblicazione: La lettura, novembre 1909, poi in Terzetti, Treves, Milano 1912.

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             Messo a sedere sul letto, perché l’asma non lo soffocasse, abbandonato su i guanciali ammontati, l’on. Costanzo Ramberti guardava, attraverso le gonfie palpebre semichiuse, il raggio di sole che, entrando dalla finestra, gli si stendeva su le gambe e indorava la calugine di uno scialle grigio, di lana, a quadri neri.

             Si sentiva morire; sapeva che per lui non c’era più rimedio, e se ne stava ormai tutto ristretto in sé, vietandosi anche d’allungare lo sguardo oltre le sponde del letto, nella camera, non già per raccogliersi nel pensiero della fine imminente, ma, al contrario, per timore che, allargando anche d’un po’ l’orizzonte al suo sguardo, la vista degli oggetti attorno lo richiamasse con qualche rimpianto alle relazioni che poteva avere ancora con la vita, e che la morte tra poco avrebbe spezzate.

             Raccolto, rimpiccolito entro quel limite angustissimo, si sentiva più sicuro, più riparato, quasi protetto. E, tutt’intento ad avvistar le minime cose, gli esilissimi fili arricciolati e indorati dal sole della calugine di quello scialle, assaporava la lunghezza del tempo, di tutto il suo tempo, che poteva essere di ore; o forse di qualche altro giorno; di due o di tre giorni; fors’anche – al più – d’una settimana. Ma se un minuto, tra quelle minuzie là, passava così lento, così lento, eh! avrebbe avuto anche il tempo di stancarsi – sì, proprio di stancarsi – in una settimana. Non avrebbe avuto mai fine, così, una settimana!

             La stanchezza però, che già egli avvertiva, non era a cagione di quell’eternarsi del tempo tra la peluria del suo scialle di lana: era effetto dello sforzo che faceva su se stesso per impedirsi di pensare.

             Ma a che voleva pensare, ormai? Alla sua morte? Piuttosto… ecco: poteva darsi a immaginare tutto ciò che sarebbe avvenuto dopo. Sì: sarebbe stato un modo anche questo d’impedire che, almeno al suo pensiero smarrito, privo d’ogni conforto di religione, la vita diventasse d’un tratto – fra breve – come niente; un modo di rimanere di qua ancora, per poco, innanzi a gli occhi degli altri, se non più innanzi ai suoi proprii.

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