Quella lettera del settembre 1906 alla sorella Annetta

Di Elio Providenti. 

Ad Annetta non era sembrato accettabile che il fratello potesse ora recriminare così aspramente per una situazione in cui tutti gli altri figli, chi più e chi meno, s’erano trovati a dover pagare un prezzo. In fondo, nel chiuso del suo cuore, lo stesso Luigi condivideva quell’affanno e quella sofferenza, e l’esternava servendosi della stessa sorella minore perché in segreto rassicurasse la madre santa e disgraziatissima sul suo animo immutato verso di lei.

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lettera di Pirandello alla sorella Annetta
Le figlie di Annetta Pirandello

Quella lettera del settembre 1906 alla sorella Annetta. 

da Academia.edu

Dal fondo del mio archivio, che di recente ho riordinato e catalogato, spunta una lettera, questa, non entrata nel terzo volume dell’epistolario giovanile di Luigi Pirandello, dove sarebbe naturalmente andata.

Mi domando il perché, e la risposta è facile. Non era stato piacevole per Annetta il tono di risentimento e di rimprovero del fratello su una questione che li aveva divisi e contrapposti. La lettera era stata quindi sottratta alla raccolta e collocata a parte, perché di contenuto doloroso.

La ritrovo ora, dopo la scomparsa avvenuta nel 1996 del figlio di Annetta, Gaetano Agrò, tra le carte da lui pervenutemi, come del resto a suo tempo da lui m’era venuto per studiarlo e ordinarlo il grande corpus dell’epistolario giovanile edito a mia cura da 1984 al 1996 in tre volumi per conto dell’Istituto di studi pirandelliani e sul teatro italiano contemporaneo di Roma dal compianto editore ed amico Mario Bulzoni.

D’altronde, a caratterizzare quel momento di grandi difficoltà basterebbero le contemporanee lettere all’altra sorella maggiore Lina, del 5, 9 e 20 settembre 1906, nelle quali l’animo esulcerato di Luigi s’era già manifestato appieno. [1]

[1] I testi, per chi volesse, sono reperibili nel terzo volume dell’Epistolario familiare giovanile, Lettere della formazione 1891-1898 con appendice di lettere sparse 1899-1919, Roma 1996, ed. Bulzoni, p. 359-64.

«Perduti gli averi, distrutta la casa, lontano dai figli…» (lettera del 5 settembre): tale la situazione nella quale s’era trovato dopo il fallimento dell’azienda zolfifera paterna. Da qui l’accusa di

«non aver avuto pietà del figlio per odio verso il Portolano» (lettera del 20 settembre), avendo il padre lasciata scomparire nel vortice della crisi la dote della nuora (figlia appunto di Calogero Portolano), che come capitale fruttifero gli era stata affidata per il mantenimento della nuova famiglia, debito sacro dunque da salvaguardare e difendere a tutti i costi. La decisione della moglie, infine, di abbandonare la casa coniugale portando con sé i figli in Sicilia per rifugiarsi nella casa paterna, era stato l’ultimo durissimo colpo ricevuto in quell’anno nefasto.

Nelle risposte ricevute da Lina aveva invece sentito il tono amorevole della sua voce che l’invitava a Firenze per ritrovare presso di lei e la sua famiglia una tregua e un momento di pace. Ma non aveva potuto accettare l’offerta, tali e tanti erano gli impegni di lavoro, gli obblighi che sentiva verso se stesso e i propri figli, cui non poteva né voleva sottrarsi. E del resto gli arrivavano ormai dalla Sicilia segni di pentimento della moglie e inviti di venire a riprendersela.

Lina, la sorella maggiore, lontana ormai dalla casa paterna da circa vent’anni per seguire il marito ingegnere del Corpo reale delle miniere nei suoi vari trasferimenti in Sardegna, a Torino e infine a Firenze, era stata dunque la sola ad avere comprensione per lui. Non così Annetta, che, abitando vicino al padre e alla madre, in quel momento di gravi difficoltà era stata pronta a offrire loro soccorso morale e a farsi carico con non lievi sacrifici delle loro difficoltà materiali. Non le era sembrato accettabile che il fratello – considerato e trattato in famiglia come il prediletto e il privilegiato – potesse ora recriminare così aspramente per una situazione in cui tutti gli altri figli, chi più e chi meno, s’erano trovati a dover pagare un prezzo. In fondo, nel chiuso del suo cuore, lo stesso Luigi condivideva quell’affanno e quella sofferenza, e l’esternava servendosi della stessa sorella minore perché in segreto rassicurasse la madre santa e disgraziatissima sul suo animo immutato verso di lei.

E passiamo alla seconda parte della lettera, nella quale un desiderio espressogli da Annetta viene trattato con una tal quale sufficienza. Certo la richiesta in quelle circostanze è quanto meno speciosa, sollecitata da un cognato che a quanto pare cerca una via facilitata per metter su un istituto d’insegnamento privato. Ma c’è qualcosa in più che offre uno scorcio interessante su quell’Italia del 1906. La vita sociale è in tale rapida evoluzione da esser ben facilmente percepita e registrata dalla coscienza inquieta, analitica e critica di Pirandello.

I due istituti femminili superiori di magistero esistenti a Roma e a Firenze (e in quello di Roma insegnava appunto Luigi) ottemperavano a una funzione, consolidatasi via via nella legislazione, per offrire alle nuove generazioni soprattutto femminili che si orientavano verso gli impieghi, un diploma qualificato d’insegnamento nelle scuole magistrali, normali e professionali. Ma, come avrebbe scritto a Bontempelli qualche anno dopo, il 29 marzo 1908, tali istituti «…sono soggetti a tutti i rigori delle leggi e delle disposizioni regolamentari delle Università, e non ne hanno poi né il grado, né i privilegii, né la considerazione, né gli stipendii». In sostanza si trattava di scuole di livello superiore da cui uscivano i nuovi insegnanti con un diploma di abilitazione; ne derivava una buona selezione qualitativa del loro addestramento professionale e una condizione tutelata dei loro futuri diritti e doveri di insegnanti, che si riverberava positivamente sulla scuola pubblica, al cui miglioramento era impegnato lo stato liberale. Qui, in questa lettera, sembrano prevalere gli aspetti positivi, a differenza dei toni critici che troviamo nella lettera a Bontempelli, dove oltre all’inferiorità del trattamento economico rispetto a quello universitario Pirandello lamenta il pressappochismo dei corsi e dei programmi d’insegnamento.

Elio Providenti
2012

Il testo della lettera

Roma, 26. IX. 1906.

Cara Annetta,

io non ti serbo il minimo rancore. Ti dissi nell’ultima mia che ti compativo perché non intendevi come tuttora non intendi, (e forse non puoi) tutto il male che mi hai cagionato con le tue lettere tanto pietose per altrui quanto per me ingiuste e accanitamente crudeli.

Non ritorniamo più su tale argomento. Soltanto ti dico di assicurare in segreto la santa e disgraziatissima Mamma nostra, che il mio cuore per Lei, per Lei soltanto, non è per nulla mutato, che io sono e voglio esser per sempre per Lei il suo Luigi, e che per tale, senza dirlo a nessuno, Ella mi deve tenere. Questo Le dirai, e che io purtroppo non ho più ormai alcun mezzo per dimostrarLe apertamente questo mio amore immutato, unico superstite, insieme con quello pei miei figli, nel mio cuore esulcerato.

Quanto all’incarico che mi dài di trovarti due maestre, debbo dirti che le professoresse che escono dall’Istituto Superiore son fornite d’un diploma ch’equivale alla laurea universitaria, e vanno ad insegnare nelle scuole normali. Per 80 lire al mese, alloggio e servizio, non possono venire a insegnare a Porto-Empedocle, in un istituto privato, cioè senza nessuna garanzia di stabilità. Oggi, non dico le maestre di scuole normali, ma anche quelle delle elementari son pagate bene, e han tutte le garenzie e il diritto a gli aumenti e alla pensione. A ogni modo, fuori dall’Istituto Superiore dove insegno io, di cui non è il caso di parlare, di codesta tua faccenda potrebbe occuparsi Vincenzo al Provveditorato degli Studii (ove presta servizio), se tu dessi qualche notizia più particolareggiata dell’istituto che tuo cognato vorrebbe fondare, cioè del grado di esso, delle materie da insegnare e via di seguito, e spiegassi più chiaramente che cosa sia il servizio gratis.

Addio, cara Annetta. Salutami Alfonso, baciami fortemente le tue belle dolcissime bambine, che vedo qua, nello studio di Rocco, effigiate in un caro atteggiamento, sotto un ombrello, e tu abbiti un abbraccio dal

tuo

Luigi

lettera di Pirandello alla sorella Annetta

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