L’Avemaria di Bobbio – Audio lettura 3

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Legge Giuseppe Tizza
«I denti, i denti erano la disperazione di Bobbio! Se n’era fatti strappare cinque, sei, non sapeva più quanti; ma quei pochi che gli erano restati pareva si fossero incaricati di torturarlo anche per gli altri andati via.»

Prima pubblicazione: Corriere della Sera, 21 febbraio 1912.

L Avemaria di Bobbio audiolibro
Manifesto pubblicitario Regno Unito, 1890, da Web (Pears, Expressions Pain Toothache Soap)

L’Avemaria di Bobbio

Voce di Giuseppe Tizza

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             Un caso singolarissimo era accaduto, parecchi anni addietro, a Marco Saverio Bobbio, notajo a Richieri tra i più stimati.

             Nel poco tempo che la professione gli lasciava libero, si era sempre dilettato di studii filosofici, e molti e molti libri d’antica e nuova filosofia aveva letti e qualcuno anche riletto e profondamente meditato.

             Purtroppo Bobbio aveva in bocca più d’un dente guasto. E niente, secondo lui, poteva meglio disporre allo studio della filosofia, che il mal di denti. Tutti i filosofi, a suo dire, avevano dovuto avere e dovevano avere in bocca almeno un dente guasto. Schopenhauer, certo, più d’uno.

             Il mal di denti, lo studio della filosofia; e lo studio della filosofia, a poco a poco, aveva avuto per conseguenza la perdita della fede, fervidissima un tempo, quando Bobbio era fanciullino e ogni mattina andava a messa con la mamma e ogni domenica si faceva la santa comunione nella chiesetta della Badiola al Carmine.

             Ciò che conosciamo di noi è però solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa. Bobbio anzi diceva che ciò che chiamiamo coscienza è paragonabile alla poca acqua che si vede nel collo d’un pozzo senza fondo. E intendeva forse significare con questo che, oltre i limiti della memoria, vi sono percezioni e azioni che ci rimangono ignote, perché veramente non sono più nostre, ma di noi quali ora siamo, viviamo in noi, quali fummo in altro tempo, con pensieri e affetti già da un lungo oblio oscurati in noi, cancellati, spenti; ma che al richiamo improvviso d’una sensazione, sia sapore, sia colore o suono, possono ancora dar prova di vita, mostrando ancor vivo in noi un altro essere insospettato.

             Marco Saverio Bobbio, ben noto a Richieri non solo per la sua qualità di eccellente e scrupolosissimo notajo, ma anche e forse più per la gigantesca statura, che la tuba, tre menti e la pancia esorbitante rendevano spettacolosa; ormai senza fede e scettico, aveva tuttora dentro – e non lo sapeva – il fanciullo che ogni mattina andava a messa con la mamma e le due sorelline e ogni domenica si faceva la santa comunione nella chiesetta della Badiola al Carmine; e che forse tuttora, all’insaputa di lui, andando a letto con lui, per lui giungeva le manine e recitava le antiche preghiere, di cui Bobbio forse non ricordava più neanche le parole.

             Se n’era accorto bene lui stesso, parecchi anni fa, quando appunto gli era occorso questo singolarissimo caso.

             Si trovava a villeggiare con la famiglia in un suo poderetto a circa due miglia da Richieri. Andava la mattina col somarello (povero somarello!) in città, per gli affari dello studio, che non gli davano requie; ritornava, la sera.

             La domenica, però, ah la domenica voleva passarsela tutta, e beatamente, in vacanza. Venivano parenti, amici; e si facevano gran tavolate all’aperto; le donne attendevano a preparare il pranzo o cicalavano; i ragazzi facevano il chiasso tra loro; gli uomini andavano a caccia o giocavano alle bocce.

             Era uno spasso e uno spavento veder correre Bobbio dietro alle bocce, con quei tre menti e il pancione traballanti.

             – Marco, – gli gridava la moglie da lontano, – non ti strapazzare! Bada, Marco, se starnuti!

             Perché, Dio liberi se Bobbio starnutava! Era ogni volta una terribile esplosione da tutte le parti; e spesso, tutto sgocciolante, doveva correre ai ripari con una mano davanti e l’altra dietro.

             Non aveva il governo di quel suo corpaccio. Pareva che esso, rompendo ogni freno, gli scappasse via, gli si precipitasse sbalestrato, lasciando tutti con l’anima pericolante in atto di pararglielo. Quando poi gli ritornava in dominio, riequilibrato, gli ritornava con certi strani dolori e guasti improvvisi, a un braccio, a una gamba, alla testa.

             Più spesso, ai denti.

             I denti, i denti erano la disperazione di Bobbio! Se n’era fatti strappare cinque, sei, non sapeva più quanti; ma quei pochi che gli erano restati pareva si fossero incaricati di torturarlo anche per gli altri andati via.

             Una di quelle domeniche, ch’era sceso in villa da Richieri il cognato con tutta la famiglia, moglie e figli e parenti della moglie e parenti dei parenti, cinque carrozzate, e si era stati allegri più che mai, paf! all’improvviso, sul tardi, giusto nel momento di mettersi a tavola, uno di quei dolori… ma uno di quelli!

             Per non guastare agli altri la festa, il povero Bobbio s’era ritirato in camera con una mano sulla guancia, la bocca semiaperta, e gli occhi come di piombo, pregando tutti che attendessero a mangiare senza darsi pensiero di lui. Ma, un’ora dopo, era ricomparso come uno che non sapesse più in che mondo si fosse, se un molino a vapore, proprio un molino a vapore, strepitoso, rombante, era potuto entrargli nella testa e macinargli in bocca, sì, sì, in bocca, in bocca, furiosamente. Tutti erano restati sospesi e costernati a guardargli la bocca, come se davvero s’aspettassero di vederne colar farina. Ma che farina! bava, bava gli colava. Non questo soltanto, però, era assurdo: tutto era assurdo nel mondo, e mostruoso, e atroce. Non stavano lì tutti a banchettare festanti, mentre lui arrabbiava, impazziva? mentre l’universo gli si sconquassava nella testa?

             Ansando, con gli occhi stravolti, la faccia congestionata, le mani sfarfallanti, levava come un orso ora una cianca ora l’altra da terra, e dimenava la testa, come se la volesse sbattere alle pareti. Tutti gli atti e i gesti erano, nell’intenzione, di rabbia e violenti: ma si manifestavano molli e invano, quasi per non disturbare il dolore, per non arrabbiarlo di più.

             Per carità, per carità, a sedere! a sedere! Oh, Dio! Lo volevano fare impazzire peggio, saltandogli addosso così? A sedere! a sedere! Niente. Nessuno poteva dargli ajuto! Sciocchezze… imposture… Niente, per carità! Non poteva parlare… Uno solo… andasse giù uno solo a far attaccare subito i cavalli a una delle carrozze arrivate la mattina. Voleva correre a Richieri a farsi strappare il dente. Subito! subito! Intanto, tutti a sedere. Appena pronta la carrozza… Ma no, voleva andar su, solo! Non poteva sentir parlare, non poteva veder nessuno… Per carità, solo! solo!

             Poco dopo, in carrozza – solo, come aveva voluto – abbandonato, sprofondato, perduto nel rombo dello spasimo atroce, mentre lungo lo stradone in salita i cavalli andavano quasi a passo nella sera sopravvenuta… Ma che era accaduto? Nello sconvolgimento della coscienza, Bobbio all’improvviso aveva provato un tremore, un tremito di tenerezza angosciosa per se stesso, che soffriva, oh Dio, soffriva da non poterne più. La carrozza passava in quel momento davanti a un rozzo tabernacolo della SS. Vergine delle Grazie, con un lanternino acceso, pendulo innanzi alla grata, e Bobbio, in quel fremito di tenerezza angosciosa, con la coscienza sconvolta, senza sapere più quello che si facesse, aveva fissato lo sguardo lagrimoso a quel lanternino, e…

             «Ave Maria, piena di grazie, il Signore è con Te, benedetta tra tutte le donne, e benedetto il frutto del Tuo ventre, Gesù. Santa Maria madre di Dio, prega per noi peccatori, ora e nell’ora della nostra morte. Così sia.»

             E, all’improvviso, un silenzio, un gran silenzio gli s’era fatto dentro; e, anche fuori, un gran silenzio misterioso, come di tutto il mondo: un silenzio pieno di freschezza, arcanamente lieve e dolce.

             Si era tolta la mano dalla guancia, ed era rimasto attonito, sbalordito, ad ascoltare. Un lungo, lungo respiro di refrigerio, di sollievo, gli aveva ridato l’anima. Oh Dio! Ma come? Il mal di denti gli era passato, gli era proprio passato, come per un miracolo. Aveva recitato l’avemaria e… Come, lui? Ma sì, passato, c’era poco da dire. Per l’avemaria? Come crederlo? Gli era venuto di recitarla così, all’improvviso, come una feminuccia…

             La carrozza, intanto, aveva seguitato a salire verso Richieri; e Bobbio, intronato, avvilito, non aveva pensato di dire al vetturino di ritornare indietro, alla villa.

             Una pungente vergogna di riconoscere, prima di tutto, il fatto che lui, come una feminuccia, aveva potuto recitare l’avemaria, e che poi, veramente, dopo l’avemaria il mal di denti gli era passato, lo irritava e lo sconcertava; e poi il rimorso di riconoscere anche, nello stesso tempo, che si mostrava ingrato non credendo, non potendo credere, che si fosse liberato dal male per quella preghiera, ora che aveva ottenuto la grazia; e infine un segreto timore che, per questa ingratitudine, subito il male lo potesse riassalire.

             Ma che! Il male non lo aveva riassalito. E rientrando nella villa, leggero come una piuma, ridente, esultante, a tutti i convitati, che gli erano corsi incontro, Bobbio aveva annunziato:

             – Niente! Mi è passato tutt’a un tratto, da sé, lungo lo stradone, poco dopo il tabernacolo della Madonna delle Grazie. Da sé!

             Orbene, a questo suo caso singolarissimo di parecchi anni fa pensava Bobbio con un risolino scettico a fior di labbra, un dopopranzo, steso su la greppina dello studio, col primo volume degli Essais di Montaigne aperto innanzi agli occhi.

             Leggeva il capitolo XXVII, ov’è dimostrato che c’est folie de rapporter le vray et le faux à notre suffisance.

             Era, non ostante quel risolino scettico, alquanto inquieto e, leggendo, si passava di tratto in tratto una mano su la guancia destra.

             Montaigne diceva:

             «Quand nous lisons dans Bouchet les miracles des reliques de sainct Hilaire, passe; son credit n’est pas assez grandpour nous oster la licence d’y contre-dire; mais de condamner d’un train toutes pareilles histoires me semole singulière imprudence. Ce grand sainct Augustin tesmoigne…».

             – Eh già! – fece Bobbio a questo punto, accentuando il risolino. – Eh già! Cegrand sainct Augustin attesta, o diciamo, autentica d’aver veduto, su le reliquie di San Gervaso e Protaso a Milano, un fanciullo cieco riacquistare la vista; una donna a Cartagine, guarire d’un cancro col segno della croce fattovi sopra da una donna di recente battezzata… Ma allo stesso modo il gran sant’Agostino avrebbe potuto affermare, o diciamo, autenticare su la mia testimonianza, che Marco Saverio Bobbio, notajo a Richieri tra i più stimati, guarì una volta all’improvviso d’un feroce mal di denti, recitando un’avemaria…

             Bobbio chiuse gli occhi, accomodò la bocca ad o, come fanno le scimmie, e mandò fuori un po’ d’aria.

             – Fiato cattivo!

             Strinse le labbra e, piegando la testa da un lato, sempre con gli occhi chiusi, si passò di nuovo, più forte, la mano su la mandibola.

             Perdio, il dente! Ò non gli faceva male di nuovo, il dente? E forte, anche, gli faceva male. Perdio, di nuovo.

             Sbuffò; si levò in piedi faticosamente; buttò il libro su la greppina, e si mise a passeggiare per la stanza con la mano su la guancia e la fronte contratta e il naso ansante. Si recò davanti allo specchio della mensola; si cacciò un dito a un angolo della bocca e la stirò per guardarvi dentro il dente cariato. All’impressione dell’aria, sentì una fitta più acuta di dolore, e subito serrò le labbra e contrasse tutto il volto per lo spasimo; poi levò il volto al soffitto e scosse le pugna, esasperato.

             Ma sapeva per esperienza che, ad avvilirsi sotto il male o ad arrabbiarsi, avrebbe fatto peggio. Si sforzò dunque di dominarsi; andò a buttarsi di nuovo su la greppina e vi rimase un pezzo con le palpebre semichiuse, quasi a covar lo spasimo; poi le riaprì; riprese il libro e la lettura.

             «… une femme nouvellement baptisée lui fit; Hesperius… no, appresso… Ah, ecco…une j”emme en une procession ayant touché à la chasse sainct Estienne d’un bouquet, et de ce bouquet s’estant frottée les yeux, avoir recouvré la vene qu’elle avoit piega perdile…»

             Bobbio ghignò. Il ghigno gli si contorse subito in una smorfia, per un tiramento improvviso del dolore, ed egli vi applicò la mano su, forte, a pugno chiuso. Il ghigno era di sfida.

             – E allora, – disse, – vediamo un po’. Montaigne e Sant’Agostino mi siano testimonii. Vediamo un po’ se mi passa ora, come mi passò allora.

             Chiuse gli occhi e, col sorriso frigido su le labbra tremanti per lo spasimo interno, recitò pian piano, con stento, cercando le parole, l’avemaria, questa volta in latino… grafia piena…Dominus tecum… fructus ventris tui… nunc et in hora mortis… Riaprì gli occhi, Amen… Attese un po’, interrogando in bocca il dente… Amen…

             Ma che! Non gli passava. Gli si faceva anzi più forte… Ecco, ahi ahi… più forte… più forte…

             – Oh Maria! oh Maria!

             E Bobbio rimase sbalordito. Quest’ultima, reiterata invocazione non era stata sua; gli era uscita dalle labbra con voce non sua, con fervore non suo. E già… ecco… una sosta… un refrigerio… Possibile? Di nuovo?… Ma che, no! Ahi ahi… ahi ahi…

             – Al diavolo Montaigne! Sant’Agostino!

             E Bobbio si cacciò la tuba in capo e, aggrondato, feroce, con la mano su la guancia, si precipitò in cerca d’un dentista.

             Recitò o non recitò, durante il tragitto, senza saperlo, di nuovo, l’avemaria? Forse sì… forse no… Il fatto è che, davanti alla porta del dentista, si fermò di botto, più che mai aggrondato, con rivoli di sudore per tutto il faccione, in tale buffo atteggiamento di balorda sospensione, che un amico lo chiamò:

             –    Signor notajo!

             –    Ohe…

             –    E che fa lì?

             –    Io? Niente… avevo un… un dente che mi faceva male…

             –    Le è passato?

             –    Già… Da sé…

             –    E lo dice così? Sia lodato Dio!

             Bobbio lo guardò con una grinta da cane idrofobo.

             – Un corno! – gridò. – Che lodato Dio! Vi dico, da sé! Ma perché vi dico così, vedrete che forse, di qui a un momento, mi ritornerà! Ma sapete che faccio? Non mi duole più: ma me lo faccio strappare lo stesso! Tutti me li faccio strappare, a uno a uno, tutti, ora stesso me li faccio strappare. Non voglio di questi scherzi… non voglio più di questi scherzi, io! Tutti, a uno a uno, me li faccio strappare!

             E si cacciò, furibondo, tra le risa di quell’amico, nel portoncino del dentista.

L’Avemaria di Bobbio – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
L’Avemaria di Bobbio – Audio lettura 2 – Legge Valter Zanardi
L’Avemaria di Bobbio – Audio lettura 3 – Legge Giuseppe Tizza

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