La biblioteca del Fu Mattia Pascal

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Di Annalisa Grasso

La biblioteca configura uno spazio separato dalla vita; essa trova il suo riflesso speculare non solo nel cimitero dove il protagonista si reca a rendere omaggio alla propria salma fittizia, ma anche nel letto dove è morta la madre e dove egli ora va a dormire ogni sera.

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La biblioteca del Fu Mattia Pascal
Irma Gramatica, Pierre Blanchar e Nella Maria Bonora in una foto di scena del film Il fu Mattia Pascal, regia di Pierre Chenal (1937). Immagine dal Web

La biblioteca del Fu Mattia Pascal

da 900 Letterario

A fare da sfondo scenografico alle due Premesse del notissimo Il Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello è una biblioteca, utilizzata come un originale cronotopo: essa significa uno spazio fuori dello spazio e un tempo fuori del tempo, lo spazio e il tempo in cui si svolge la narrazione. Qui il protagonista “defunto” scrive la sua storia.

La biblioteca funge da teatro di una serie di paradossali defunzioni, siglate da quelle modalità proprie di quel sentimento che di li a qualche anno nel saggio L’umorismo, Pirandello avrebbe teorizzato come “sentimento del contrario”, ponendolo alla base della sua intera poetica. Le defunzioni riguardano prima di tutto la biblioteca come luogo dove è disatteso il rito della lettura e della scrittura di un testo destinato a mescolarsi all’esistenza degli altri testi sepolti nella polvere, ma che solo in quel luogo può essere concepito.

Sotto il segno del «fu», sono coinvolti il personaggio, l’io narrante e la pratica stessa del romanzo redatto quando si certifica l’eclissi del suo ufficio. La biblioteca costituisce il fondale dei primi due capitoli del romanzo che, con l’ultimo, formano la cornice della narrazione di cui è protagonista un uomo divenuto estraneo alla vita e delegato al racconto di essa, narrando la vita delle tre identità in gioco nella storia.

La biblioteca in questione, di Boccamazza è deformata umoristicamente, sita nell’immaginario paesino di Miragno; la sua rappresentazione è resa ancora più grottesca dalla presenza di “cinque preti della vicina cattedrale e di tre carabinieri dell’attigua caserma” intenti presso un tavolo polveroso “a divorare un’insalata di cocomeri e pomodori”. Ai loro occhi di commensali l’occasionale visitatore, ovvero il fu Mattia Pascal, appare come “una bestia rara e insieme molesta”.

La narrativa pirandelliana è costellata di biblioteche; nello stesso Fu Mattia Pascal, un’altra biblioteca, quella piccola di Anselmo Paleari, finalizzata al sapere teosofico e all’esoterismo, “serve come un fondale scenico per dare risalto all’istrionismo del personaggio”, come ha notato lo studioso Borsellino. A ridosso del romanzo del 1904 la novella L’eresia catara mette in scena la biblioteca del professor Lamis; qualche anno dopo ci si imbatte della biblioteca del visionario Valeriano Balicci , il protagonista di Mondo di carta. Nel romanzo I vecchi e i giovani, nel villino di via Sommacampagna, è posta la “ricca biblioteca” dove Lando Lauretano “soleva passare parecchie ore al giorno”.

La tradizione umoristica di Pirandello include una vasta formalizzazione del tema della biblioteca a cominciare dalla libreria del don Chisciotte, folta di centinaia di romanzi cavallereschi, passando a quelle in cui si imbatte il lettore dei Promessi Sposi: lo scaffale di libri vecchi di Azzeccagarbugli, l’anonima libreria di un curato di campagna, lo studio di don Ferrante, l’imponente Ambrosiana. A questa serie si aggiungono Il barone di Nicastro di Nievo che nasce e finisce in una polverosa biblioteca e l‘incipit della Vita di Alberto Pisani di Carlo Dossi, dove il lettore è invitato sulla scena di una biblioteca votata all’apoteosi di un sapere ciarlatanesco.

La biblioteca configura uno spazio separato dalla vita; essa trova il suo riflesso speculare non solo nel cimitero dove il protagonista si reca a rendere omaggio alla propria salma fittizia, ma anche nel letto dove è morta la madre e dove egli ora va a dormire ogni sera. Dalla sua prospettiva intemporale, Mattia non può avviare una vicenda esistenziale, può solo raccontarne una trascorsa. Ricusando ogni impegno identitario, tirandosi fuori dallo spazio diegetico del romanzo per farsi narratore, il fu Mattia Pascal sceglie come palcoscenico della sua prova narrativa una biblioteca in cui non si celebra più il culto che le dovrebbe essere proprio , ovvero quello della memoria.

Il romanzo mette in atto una narrazione centrifuga, digressiva impossibilitata a ricostruire, a concludere,, trovando rifugio tra i bislacchi detriti della memoria culturale, predisponendoli ad un amalgama casuale, illogica dove vige la regola tutto e il suo contrario. Il riordino dei libri inutili ammassati nella biblioteca, si svolge secondo il ritmo parodico di una pantomimica gestualità:

Molti libri curiosi e piacevolissimi don Eligio Pellegrinotto, arrampicato tutto il giorno su una scala da lampionajo, ha pescato negli scaffali della biblioteca. Ogni qualvolta ne trova uno, lo lancia dall’alto, con garbo sul tavolone che sta in mezzo […].

Il bibliotecario, che dovrebbe officiare il culto della memoria custodita dai libri, fuoriesce dall’abside, in cui si è autosepolto; l’oggetto libro è sconsacrato; in questo senso quella attuata da Il fu Mattia Pascal è una scrittura sotto il marchio del doppio, dove accanto al finto defunto e al finto bibliotecario, nonché fittizio vate dell’arte, è di scena un vero sacerdote, anch’egli custode della biblioteca. Se i nomi dei personaggi rispondono ad un evidente gioco umoristico, quello di don Eligio Pellegrinotto allude al suo essere ligio alla tradizione.

Annalisa Grasso
22 Settembre 2015

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