Il turno – Capitolo 6

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Il turno - Capitolo 6

VI.

            Pepè trovò la sorella che si aggirava come un’ombra per le stanze quasi al bujo. Pareva già vecchia a trentaquattro anni: un male, che ancora i medici non riuscivano a precisare, la consumava da parecchi mesi; ma di questo ella non si lagnava, considerandolo come una lieve giunta ai tanti danni della sua vita. Non si lagnava veramente di nulla, neanche di non poter vedere la madre, già da anni in rottura mortale col genero. Avrebbe avuto tanta consolazione anche dalla sola vista di lei! Ma donna Bettina aveva giurato di non rimetter piede mai più in casa del Coppa; ed ella, per la gelosia feroce del marito, non che uscire di casa, non poteva neppure sporgere un po’ il naso fuor della finestra. Non glien’importava più; non si crucciava più nemmeno in cuore della sorte tristissima che le era toccata, nascendo. L’amarezza d’una totale remissione le si leggeva ormai negli occhi silenziosi, costantemente assorti in una pena ignota, indefinita.

            – Filomè, come ti senti?

            Ella alzò le spalle e aprì un po’ le braccia, in risposta. Pepè sbuffò per il naso; poi riprese:

            – Non si potrebbe aprire un tantino la finestra?

            – No! – gridò subito Filomena. – Se, Dio liberi, venisse a saperlo!

            – Non c’è, è andato al Tribunale; poi andrà in campagna; tornerà stasera…

            – Pepè, per piacere, lascia star chiuso. Lo sa Dio quanto desidererei prendere una boccata d’aria. Ma ormai sono arrivata, Pepè; lo sento, ne ho poco di questa prigionia. Ringraziamo Dio in cielo e in terra!

            – Non dire bestialità! – esclamò Pepè, commosso.

            – Mi dispiace solo – riprese con la stessa voce stanca la sorella – per i figli miei, povere anime innocenti… Ma per me sarà la liberazione… e anche per lui, per Ciro. Non lo dico per male, bada! Voi Ciro non lo conoscete: ne vedete solo i difetti… questa sua gelosia feroce, per esempio… Ma mi vuol bene, sai, a suo modo: lo dimostra così! Non doveva prender moglie, ecco tutto: era nato per un’altra vita… che so! per far l’esploratore…

            – Già – approvò Pepè, – tra le bestie feroci…

            – No no, – corresse amorevolmente Filomena. – Voglio dire, per una vita di rischi, e libera… Tu lo vedi, è eccessivo in tutto, e in un piccolo paese, tra la – meschinità della vita di tutti i giorni, con le sue esuberanze pare anche ridicolo talvolta… Tutti i torti vuole aggiustarli lui… E una povera donna come me, qui rinchiusa, deve vivere per forza in continua apprensione…

            Pepè approvava col capo, e quella sua approvazione era insieme segno di compianto per la sorella; guardava nella penombra la ricca mobilia della stanza, e tra sé diceva: «T’ha fatto ricca; ma che n’hai goduto?».

            A questo punto entrò la servetta ad annunziargli che qualcuno lo attendeva giù nello studio. Pensò che fossero i padrini (così presto?), e s’affrettò a discendere; trovò invece nello studio don Marcantonio Ravì tutt’ansante e scalmanato.

            – Don Pepè mio, che avete fatto? Non me ne so dar pace!

            – Il mio dovere, – rispose Pepè, breve, serio e compunto.

            – Ma com’è nata codesta lite maledetta? E ora che avverrà?

            – Nulla… non so… Ma state pur sicuro che la signorina… cioè, la signo…

            – Dite signorina, dite signorina, don Pepè! Ah, se sapeste… Ho l’inferno in casa. Urli, strilli, convulsioni… Si ricusa assolutamente di seguire il marito! E jersera m’è rimasta in casa, capite? signorinissima! Oggi la stessa storia. Non vuol neanche vederlo! Don Diego se ne sta dietro l’uscio a sentire, e n’ha sentite… pensateci voi! Io… io per me non so più dove battere la testa… Ci voleva per giunta quest’altro guajo qui… il vostro duello! Dovete per forza fare il duello?

            – È necessario, – rispose Pepè, accigliato – siamo uomini… Le cose, del resto, sono arrivate a tal punto, che…

            – Ma nient’affatto! – lo interruppe don Marcantonio. – Che uomini e uomini… chi ve l’ha messo in capo? Siete stato tanto buono voi, jersera, don Pepe mio… E ora, in compenso, vi tocca fare il duello?

            – È necessario, – ripetè l’Alletto con aria grave e pur malinconica. – Credete, peraltro, che me n’importi? Non m’importa più di nulla, ormai. Possono anche ammazzarmi: ci avrei anzi piacere.

            – Un corno! – gli gridò, quasi con le lagrime a gli occhi, il Ravì. – Importa a chi vi vuol bene… Scusate se ve lo dico, siete un minchione! Credete che tutto sia finito per voi? Date tempo al tempo, non vi precipitate… lasciate fare il duello a chi ci prova gusto, a chi ve l’ha messo in capo… Dite la verità, è stato vostro cognato? Lui, è vero? L’ho immaginato subito!

            Non potè continuare. Entravano nello studio Gerlando D’Ambrosio e Nocio Tucciarello, i due padrini scelti da Ciro: il D’Ambrosio alto, biondo, con le spalle in capo, miope, il mento e la guancia sinistra deturpati da una lunga cicatrice; l’altro, tozzo, barbuto, panciuto, dall’andatura stentatamente bravesca.

            – Pepè, a gli ordini tuoi! Benedicite, grosso Marcantonio! – salutò il D’Ambrosio.

            Nocio Tucciarello non disse nulla; contrasse soltanto una guancia come per fare un mezzo sorriso e chinò appena il capo.

            – Accomodatevi, accomodatevi, – propose Pepè, premuroso, con gli occhi ora all’uno ora all’altro.

            – Tante grazie, – parlò il Tucciarello, rifacendo con la guancia la smorfia di prima e alzando lentamente una mano in segno negativo. – Noi, caro don Pepè, col permesso del nostro caro si-don Marcantonio, avremmo da dirvi una parolina.

            – Debbo andarmene? – chiese angustiato il Ravì a l’Alletto. E, volgendosi ai due sopravvenuti: – So tutto, signori miei; anzi, ero venuto…

            Il Tucciarello lo interruppe, posandogli leggermente una mano sul petto.

            – Non c’è bisogno che aggiungiate altro. Caro don Pepè, l’affare è combinato secondo il nostro desiderio. L’amico, appena ci ha veduti, ha cambiato avviso. Gnorsì. Ci ha detto che intendeva di far le cose per benino. «E anche noi!», gli abbiamo risposto, naturalmente. Insomma, poche parole; un solo, brevissimo abboccamento coi due padrini avversarii, e tutto combinato: arma, la sciabola; finché i medici non dicono basta. Siamo intesi? Domattina, alle sette in punto, io e Gerlando saremo alla porta di casa vostra: la carrozza, per non dar sospetto, ci attenderà col medico alla punta della Passeggiata, fuori del paese, donde scenderemmo a Bonamorone. Mi spiego?

            – Sta bene, sta bene, – s’affrettò a rispondere Pepè, con la vista intorbidata dall’interna agitazione, affermando ripetutamente col capo. – Alle sette, sta bene.

            – Ma che diavolo dite, don Pepè! – scattò su don Marcantonio. – Vi portano al macello, e sta bene? Signori miei, scherzate o dove avete il cervello? Metter di fronte così due giovanotti a cui il sangue bolle nelle vene? Io son padre di famiglia, santo e santissimo diavolone!

            – Piano col diavolo, don Marcanto’ ! – disse allora Nocio Tucciarello pacatamente, un po’ accigliato, con un lento gesto della mano. – Quando in un affar d’onore c’è di mezzo il signor me, nessuno, neanche il figlio di Domineddio, deve più metterci becco. Se voi avete da darmi comandi, sono a vostra disposizione.

            E che c’entra questo, Signore Iddio? – esclamò il Ravì – Io parlo a fin di bene; che c’entrano i comandi? sono il vostro servo umilissimo, don Nociarello mio! Dico per il come si chiama… il duello! Se ne potrebbe fare a meno… Pensate alle conseguenze, signori miei! In fin dei conti, don Pepè ha dato di porco e ha ricevuto di Pulcinella, è vero? ha dato una bastonata e ha ricevuto uno spintone; dunque, pari e patta, e affar finito. Ora il duello perché?

            – Domandatelo all’illustrissimo avvocato Coppa! – rispose il Tucciarello con la stessa aria spocchiosa. – Noi abbiamo servito lui e don Pepè qui presente, che si merita questo e altro. Domattina alle sette, dunque, e baciamo le mani.

            I due padrini andarono via, seguiti da don Marcantonio, cui premeva di far intendere al Tucciarello, umilmente, il suo pensiero.

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