Il settimo personaggio: la sfida dell’immedesimazione nei lavori di Pirandello

Di Ivano Mugnaini

I Sei Personaggi hanno saputo con la loro bizzarra natura di confine, estrema e tuttavia riconoscibile, quasi paradigmatica, dare misura e paradossale corpo a quella mistura di tragico e comico, fantastico e verosimile, che ci porta di prepotenza in una dimensione surreale per poi smarrirci, straniarci direbbe qualcuno, riconducendoci, contestualmente, a casa, nel bel mezzo del mondo a noi caro, o, perlomeno, noto.

da Il Cartello

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Il settimo personaggio

Sei personaggi in cerca d’autore, regia di Nanni Garella, 2017I Sei Personaggi di Pirandello cercano un autore per rappresentare un dramma a fosche tinte.

Viene fuori, dalla ricerca, dall’attesa, una commedia. Una farsa amara che si realizza a tradimento, nell’atto del parlare, del dire, nello spazio occupato pensando a come dovrebbe essere. Anche questo forse richiama qualcosa di assai simile alla vita.

Busso in modo sommesso alla porta di Pirandello, con fare incerto, tra timore e ironia, un po’ alla Mattia Pascal. Sono quasi sicuro che il padrone di casa mi aprirà. Me ne rallegro, ma i tendini della mano sono quanto mai rigidi. Sì perché, lo confesso, don Luigi Pirandello da Girgenti un po’ mi spaventa. Sulla sua faccia qualcosa a metà tra riso e ghigno, ragione e follia, misura e ferocia. Mezzo siciliano e mezzo tedesco, per studi e temperamento, suadente come un ufficiale prussiano. Vissuto per decenni a fianco della pazzia, in famiglia, in casa, negli affetti più cari, e, al di là e al di sopra di tutto, dentro di sé. Eppure l’occhietto quasi strabico è rimasto brillante come una spada lucidata a specchio per una parata militare e carnevalesca al contempo. Assurda, ineluttabile. La vita. Forse.

Busso alla porta di Pirandello, spaventato ma anche ammirato. Sorrido anch’io con l’occhio altrettanto oscillante dell’ironia e della curiosità. Busso e insisto, quasi fossi il settimo dei suoi “Personaggi in cerca d’autore”. Settimo tra cotanto senno. O assenza di senno.

La parte che recito e vivo è quella di un lettore-spettatore che aspira a farsi personaggio per chiedere all’autore qualcosa riguardo all’ingranaggio perfetto e stritolante di una “Commedia da fare” che risulta quanto mai compiuta, completa. Perfino sovrabbondante di spunti, contesti, pretesti, realtà cruda nella spirale ritorta della menzogna.

I Sei Personaggi sono “contrariati nei loro disegni, frodati nelle loro speranze”, come osserva Pirandello stesso nella Prefazione. A loro pare unirsi idealmente una schiera infinita di altre figure, alla cui testa, chissà perché, mi viene fatto di immaginare il Principe di Danimarca, con o senza teschio nella mano. Il risultato non cambia. I Sei sono alla ricerca di un autore, scritto con o senza maiuscola. Anche qui l’esito è identico. Così è se Gli pare. Cercano un autore per rappresentare un dramma a fosche tinte. Viene fuori, dalla ricerca, dall’attesa (ancora lei), una commedia. Una farsa amara che si realizza a tradimento, nell’atto del parlare, del dire, nello spazio occupato pensando a come dovrebbe essere. Anche questo forse richiama qualcosa di assai simile alla vita.

Parlando di Pirandello, per forza e per amore, i “forse” possono e debbono abbondare come non mai. E probabilmente è questa una delle chiavi della sua grandezza e attualità. “Nati vivi volevano vivere”, così l’autore descrive le sue petulanti creature. Scrittore di natura propriamente filosofica, Pirandello ha bisogno di far sì che figure e vicende si imbevano di un particolare senso della vita.

I Sei Personaggi hanno saputo con la loro bizzarra natura di confine, estrema e tuttavia riconoscibile, quasi paradigmatica, dare misura e paradossale corpo a quella mistura di tragico e comico, fantastico e verosimile, che ci porta di prepotenza in una dimensione surreale per poi smarrirci, straniarci direbbe qualcuno, riconducendoci, contestualmente, a casa, nel bel mezzo del mondo a noi caro, o, perlomeno, noto.

Da buon Settimo Personaggio, o aspirante tale, griderei alle orecchie di Pirandello, aggiungendo frastuono al frastuono, che l’idea dell’autore che si rifiuta di far vivere alcuni personaggi nati dalla sua fantasia, è follemente geniale. Geniale e disperata, perché alla fine in un modo o in un altro la vita e la non-vita si strappano a vicenda le corde e i bavagli e corrono sul palco a smaniare e sbraitare. Griderei anch’io ad un palmo dalla faccia stordita che è vero, c’è un senso universale “nella concitazione della lotta disperata che ciascuno fa contro l’altro e tutti contro il Capocomico e gli attori che non li comprendono”. Ed è altrettanto vero, sulla polvere del palcoscenico e in quella delle strade e delle case, che “l’inganno della comprensione reciproca è fondato irrimediabilmente sulla vuota astrazione delle parole”. Ma è bello, l’Autore di Girgenti lo sa bene, provare a dare un senso, un gusto, alla vuota e vitale astrazione. Fosse pure per vedere in uno specchio una bocca che si apre in un sorriso parente stretto di un ghigno.

Fosse pure per discutere come La Prima Attrice e Il Primo Attore per stabilire se “il povero ragazzo” sia morto davvero o per finta. Per poi magari ascoltare l’urlo finale del Capocomico che, non potendone più, sbraita: “Finzione! Realtà! Andate al diavolo tutti quanti! Luce! Luce! Luce!”.

E in quella luce c’è la fine e l’inizio. Una nuova fine e un nuovo inizio.

Ivano Mugnaini

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