Il matrimonio di Pirandello

Di Giovanni Fighera

dal blog dell’autore La ragione del cuore

(quarto capitolo del libro di Giovanni Fighera, Pirandello. Un personaggio in cerca d’autore. Una rilettura)

Pirandello con la moglie e bambini piccoli (Lietta, Fausto, Stefano seduto a terra)

Ritornato dalla Germania e stabilitosi a Roma, Pirandello abbandonò gli studi di filologia e si dedicò all’attività letteraria.

Il padre Stefano gli propose di sposare la bella e umbratile Antonietta Portulano, figlia del socio in affari del padre che vedeva nel matrimonio la possibile risoluzione dei problemi economici. Prima di acconsentire Luigi Pirandello volle vedere la ragazza. Per l’occasione si progettò un incontro casuale fra le carrozze delle due famiglie lungo la strada tra Agrigento e Porto Empedocle.

Nacque, quindi, un’intesa più fisica che spirituale tra i due che si videro poche volte prima di sposarsi il 27 gennaio 1894, l’anno in cui Pirandello terminò il suo primo romanzo L’esclusa.  I due novelli sposi si trasferirono a Roma ove lo scrittore iniziò ad insegnare.

L’anno successivo uscì la terza raccolta di poesie intitolata Elegie renane, mentre era pronto il secondo romanzo, Il turno, pubblicato solo più tardi nel 1902. La famiglia frattanto si accrebbe con i figli Stefano, Rosalia e Fausto. Probabilmente, il carattere instabile, la lontananza dalla Sicilia e la cura della prole generarono nella moglie i primi segnali d’instabilità psichica.

Nel 1903 accadde un fatto che avrebbe inciso in maniera decisiva sulla vita della famiglia di Pirandello. Un’alluvione provocò l’allagamento della zolfatara in cui il padre Stefano aveva investito i suoi averi. Da un lato il tracollo finanziario non consentì più allo scrittore di godere dell’assegno mensile che gli permetteva di sostentare la famiglia senza disporre di cospicui introiti personali, dall’altro accentuò la debolezza psichica di Antonietta che trascorse sei mesi a letto e iniziò poi a soffrire di crisi paranoiche da cui non si sarebbe più ripresa.

Il giorno in cui apprese la notizia del disastro della solfatara Antonietta rimase immobile e bloccata. I medici la sottoposero ad un elettroshock. La donna riprese a muoversi, ma fu indebolita a livello nervoso per sempre.

Il fu Mattia Pascal, scritto proprio in quell’anno traumatico, venne pubblicato nel 1904 ottenendo grande successo di pubblico e di critica e facendo ottenere all’autore un successo sul territorio nazionale. Il romanzo sarebbe stato, poi, pubblicato anche in altre lingue.

Nel 1908 Pirandello ottenne una cattedra di Lingua italiana e di stilistica all’Istituto superiore di magistero a Roma. Nel contempo, pubblicò due saggi molto significativi per comprendere il suo pensiero e la sua poetica: L’umorismo Arte e scienza.

La morte di Calogero Portulano prima (1909) e la prigionia dei figli più tardi durante la Grande Guerra portarono ad un ulteriore aggravamento della condizione di salute di Antonietta che arrivò ad accusare il marito di intrattenere rapporti incestuosi con la figlia Lietta che tentò il suicidio nel 1916 all’età di vent’anni. Il colpo di pistola, però, non ferì mortalmente la ragazza.

Solo al ritorno dei figli dalla prigionia, nel 1919, Pirandello decise di far ricoverare la moglie nella clinica psichiatrica Villa Giuseppina sulla Nomentana a Roma.

Antonietta non voleva farsi ricoverare, ma venne persuasa che per ottenere la separazione dal marito avesse bisogno di un documento che attestasse la sua integrità mentale: tale certificato poteva essere rilasciato solo da una casa di cura specializzata nelle malattie psichiatriche e nervose.

Era il 13 gennaio 1919. Il dottore Ferruccio Montesano dell’Università di Roma aveva certificato che il delirio di Antonietta Portulano si era esteso «in maniera impressionante con riferimento a tutto e a tutti»: la paziente soffriva di un «delirio sistemizzato di persecuzione», di «delirio di grandezza» e di «allucinazioni auditive» che la rendevano «pericolosa per sé e per gli altri».

Il primogenito Stefano doveva alla fine accettare un atto inevitabile e accompagnò la madre insieme al fratello Fausto.

Nei primi mesi Pirandello si recò spesso a trovare la moglie uscendo dalla clinica sempre sgomento. Del resto, i deliri di persecuzione della moglie erano quasi sempre rivolti al marito e manifestavano «idee di nocumento fisico».

Senza Antonietta la casa ora appariva vuota, senza quella madre che si era sempre sentita estranea alla passione e al talento del marito Pirandello. I figli erano totalmente affascinati dal padre e vedevano in lui l’ancora di salvezza in quel drammatico ménage familiare. Lo testimonia la lettera che Lietta scrisse al fratello Stefano l’anno prima del ricovero della madre:

Papà, il nostro cuore e la nostra mente, quello che con l’esempio ci ha detto come si vive, secondo il dovere, che ha atteso un po’ di pace, un po’ di caldo, un po’ d’amore per tutti questi anni della sua vita […] avrà bisogno d’aiuto, e verranno i suoi giorni di fiacchezza, i giorni in cui avrà bisogno di tutto il nostro affetto e del poco di gioja che sapremo dargli.

Lietta adorava il padre ed era la figlia prediletta dello scrittore, aveva una grande sensibilità artistica e letteraria, amava sentir leggere e parlare il papà di poeti, a differenza della madre Antonietta, che era sempre stata molto lontana dal mondo del marito.

Fu Lietta a divenire ben presto il rapporto affettivo fondamentale del padre, ma solo per qualche anno. Infatti, nel 1921 Lietta sposò Manuel Aguirre, addetto militare alla legazione cilena in Italia, conosciuto solo pochi mesi prima. Proprio in questi mesi così drammatici dal punto di vista delle vicende familiari Pirandello conseguì la notorietà internazionale con I sei personaggi in cerca d’autore (1921).

Il matrimonio di Lietta svuotò la casa come appunta il fratello Fausto:

Partiti gli sposi, i convitati all’uscita del grande albergo, ci separammo mio padre e me sull’acciottolato con un grande struggimento per la separazione e il rivolgimento che recava alla nostra famiglia il matrimonio di mia sorella.

Pochi mesi dopo le nozze, il Cile si trovò a dover limitare le spese per il personale all’estero e richiamò in patria gli addetti militari. Lietta partì per Santiago in compagnia del marito nel 1922.

Un paio di giorni dopo la partenza Pirandello le scrisse:

La casa mi par vuota, come la vita mia. Bisogna che tu ritorni presto, Lillinetta mia piccola bella; se no, Papà tuo morrà d’angoscia. Non sto un minuto solo senza pensare a te […]. Non so proprio rassegnarmi, e temo che sarà sempre peggio con l’andare del tempo. Ho tanta paura che questo vuoto si faccia sempre più profondo e che alla fine m’inghiotta.

Nello stesso 1922 Pirandello si congedò dall’insegnamento dedicandosi totalmente solo all’attività creativa e assistette alla prima dell’Enrico IV.

Nel 1924 il figlio Stefano, che non aveva mai smesso di sperare che la madre potesse ritornare a casa, progettò per l’estate la prima uscita di Antonietta dalla casa di cura. Affittò una casa isolata a Monteluco presso Spoleto, ma quando tutto era pronto, la madre si rifiutò. Scrisse Stefano:

Sul punto di uscire dalla prigione in cui smaniava, da cui, con accenti strazianti, ci supplicava di liberarla, invece vi si aggrappò come a un rifugio che aveva paura di abbandonare, e le rinacquero d’improvviso tutte le avversioni contro il suo eterno nemico… Fu soltanto allora che mio padre rinunciò alla speranza di potersi un giorno riprendere la donna che aveva sempre in cuore e nei sensi.

Nove anni più tardi Pirandello acconsentì a rivedere la moglie in un incontro organizzato sempre dal figlio Stefano nella sua casa. C’erano la moglie Olinda e i tre figli. Erano passati quasi tre lustri dall’ultimo incontro dello scrittore con la moglie: i due non si abbracciarono, ne si diedero la mano, ma rimasero a distanza, chiamandosi per nome e scrutandosi. Uno dei figli di Stefano, Andrea, raccontò quell’ultimo incontro tra il nonno e la nonna:

Avevamo già consumato il pasto con lei; forse mio nonno aveva pranzato fuori. In casa nostra, la sala da pranzo comunicava con lo studio, senza bisogno di passare per il corridoio. Finito di mangiare, non ricordo di preciso quando e come, venne aperto l’uscio e mio padre, sorridendo emozionato, invitò la nonna e tutti noi ad attraversarlo. Lì nello studio era mio nonno, in piedi accanto alla scrivania e con la mano sulla spalliera di una sedia come fosse in attesa.

Forse da un po’ rientrato a casa, aveva origliato per udire i nostri discorsi e soprattutto le parole della moglie di là dalla porta. Pareva meravigliato, ma può darsi che fingesse. «Antonietta!». «Luigi!». Si chiamavano per nome l’uno l’altra, turbati.

I due coniugi non si sarebbero più rivisti.

(quarto capitolo del libro di Giovanni Fighera, Pirandello. Un personaggio in cerca d’autore. Una rilettura)

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