Il debutto shock dei “Sei personaggi”

Di Sarah Zappulla Muscarà

La prima al Teatro Valle di Roma il 9 maggio 1921, dopo tre settimane di prove: splendidi Vera Vergani, la Figliastra, e Luigi Almirante, il Padre. Al grido “Manicomio! Manicomio!”, “Buffone! Buffone!”, la baraonda finale. Raccontava la Vergani di essere stata lei a fargli fermamente scudo con il proprio corpo e a bloccare gli scalmanati che stavano per abbattere la porta del camerino dove si erano rifugiati Pirandello e la figlia Lietta che uscirono dalla porta di servizio.

da la Repubblica Palermo

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Il debutto shock dei Sei personaggi
Vera Vergani fotografata da Mario Nunes Vais, Prima del 1932

Il debutto shock dei “Sei personaggi”.
Pirandello messo in fuga dal pubblico: “Buffone”

È alla Compagnia Niccodemi, appena fondata da uno dei drammaturghi più acclamati del tempo, che Luigi Pirandello affida i Sei personaggi in cerca d’autore . “La commedia da fare”, con cui Pirandello rivoluziona la scena internazionale, sconvolgendo il rapporto tra autore e attori, palcoscenico e pubblico, realtà e finzione, lascerà un segno indelebile anche nella storia di direttore e interpreti.

Scrive Dario Niccodemi, il 17 aprile 1921, d’essere rimasto, alla lettura del copione, “stordito, tanto dalla grandezza veramente nobile del tema, quanto dalla stranezza della forma”. La sua fascinosa narrazione della memorabile, travolgente e insieme sconvolgente lettura del copione alla compagnia da parte di Pirandello, del “logorante martirio delle prove”, dell’illustrazione delle sue teorie sceniche, ci restituisce, plasticamente, succus et sanguis, il giuoco delle parti, la drammatizzazione viva e sofferta della parola, il conflitto tra la concezione e la realizzazione. È il “prodigio” dell'”incarnazione” quello che l’autore chiede all’attore che deve “sentire il personaggio come l’autore l’ha sentito”, “renderlo sulla scena come l’autore l’ha voluto” : “L’ammirazione incominciò quando finì la comprensione. E questa finì subito – scrive Niccodemi – Eravamo tutti travolti nel torrente, ansimanti, immobili. L’entusiasmo tra gli attori scoppiò unanime, irresistibile, convinto, e profondo. Ma nessuno aveva capito niente. Eravamo sbalorditi, nel caos. Per tutti le linee della commedia sono ancora confuse, imprecise, informi; ma lui le vede subito chiare e inconfondibili. Tutti sono nell’abbozzo mentre lui è nel quadro compiuto; la commedia è già viva sul palcoscenico. E vedere come la segue, come la respira e come la parla è uno spettacolo imperioso d’umano interesse. In lui, seduto, c’è più movimento che in tutti. La scena è lui. La riassume, la riassorbe e la ributta fuori da tutti i pori del suo viso, come le bocche spalancate in certe rocce delle coste della sua Sicilia – i mostri omerici – risucchiano il mare con una potente incalcolabile aspirazione per poi rigettarlo in pulvischio con la violenza del tifone”.

La prima al Teatro Valle di Roma il 9 maggio 1921, dopo tre settimane di prove: splendidi Vera Vergani, la Figliastra, e Luigi Almirante, il Padre. Al grido “Manicomio! Manicomio!”, “Buffone! Buffone!”, la baraonda finale. Raccontava la Vergani di essere stata lei a fargli fermamente scudo con il proprio corpo e a bloccare gli scalmanati che stavano per abbattere la porta del camerino dove si erano rifugiati Pirandello e la figlia Lietta che uscirono dalla porta di servizio. E Niccodemi, dopo lo spettacolo, annota: “Serata di battaglia. Esecuzione che non è esagerato chiamare inappuntabile. Vera rivela con mirabile vigoria la sua semplice ed umanissima drammaticità. Almirante veramente straordinario per chiarezza ed intelligenza. Il pubblico fece prodigi d’attenzione per penetrare nel groviglio di bizzarrie cerebrali di questo potente lavoro; e ci rimase per due atti. Ma al terzo, come se quel che avveniva in scena oltrepassasse tutte le comprensioni e tutte le pazienze, si ribellò. E fu la battaglia. Poche volte ho veduto maggiore passione di dissidio in un teatro”. All’autore Niccodemi scriverà tutto il vanto di aver messo in scena la commedia e di averne compreso subito “la potenza, il significato, le dinamiche poderose; d’aver sentito, subito, il suo fascino abbagliante di fosforescenze nuove”.

Al Teatro Manzoni di Milano, il 27 settembre 1921, presente Pirandello, fu un trionfo. Frutto, forse, di gelosia per l’orgogliosa primogenitura fu la livorosa lettera di Niccodemi a Veruzzi, vezzeggiativo di Vera, il 9 aprile 1923, dopo avere assistito alla prova generale della tanto osannata messa in scena alla Comédie-Française des Champs-Élysées:

“Non puoi immaginare che cosa sia divenuta, nelle voci e nei gesti di questi dilettanti, l’avventura cerebrale di Pirandello! Per far contrasto col nero dei sei personaggi le attrici della compagnia sono state vestite di rosso, di verde, di giallo, di celeste. La signora Pitoëff è vestita di nero ma con una cappa bianca e scarpe e calze bianche; sembra una vedova in carnevale. Veruzzi, poco fa, nel mio spirito, tu eri grande come la Duse! Tutto grigio, tutto unito, tutto regolato, tutto definito! Gli attori truccati come dei macchiettisti di music-hall: le attrici scintillanti come una vetrina della Rinascente nei giorni di liquidazione.
E Pirandello, commovente d’imbecillità e di servilismo mentale, approvava, gongolava, s’estasiava. Ma quando si voltava dalla mia parte e s’incontrava col pericolo dei miei occhi diventava rosso come un peperone della sua Sicilia. È un pover’uomo! Sono sicuro che quando scrive le sue commedie è in istato d’assoluta incoscienza. Pirandello uomo è il succubo di Pirandello autore. Non c’è in lui ombra di discernimento critico. Quando segue una prova il suo viso si plasma nel viso dell’attore che recita, ne segue le contrazioni e le rifà, ride o s’addolora come ride e s’addolora l’interprete. Dopo la prova però, temendo forse la burrasca che mi rombava dentro, mi ha detto le mille mirabilia della nostra interpretazione, della tua specialmente. Povero Pirandello. Si direbbe che vive nel continuo stupore di avere tanto ingegno!”.

L’unica cosa buona per Niccodemi, quella per cui soprattutto la messa in scena di Pitoëff passerà alla storia, dovuta al palcoscenico troppo piccolo, è il montacarichi di servizio su cui, avvolti da una luce verdastra, quasi provenienti dall’al di là, i personaggi arrivano e infine scompaiono.

L’indomani della prima, da Parigi Pirandello telegrafa a Vera:

“Confermo intera più che mai mia esultante ammirazione divina inarrivata inarrivabile Vera. Pirandello “.

Il 13 gennaio 1930, al culmine di una brillante carriera, all’età di 35 anni, Vera abbandona le scene per sposare il comandante Leonardo Pescarolo. Quando, nel maggio 1985, l’andammo a trovare a Procida, dove si era rintanata in una villa immersa in un giardino profumato di limoni, sorpresa esclamò: “Come mi avete scovata?” Fu una deliziosa giornata in cui, con delicatezza, pur consapevoli del patto che aveva sancito col marito, non parlare mai del loro passato, ne sollecitammo il racconto di una vita d’eccezione. Il commiato fu l’amoroso ricordo di Leonardo: “Le mie labbra ne hanno raccolto l’ultimo respiro”.

Sarah Zappulla Muscarà
28 aprile 2021

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