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Legge Giuseppe Tizza
«Gli scaltri però non sempre riescono a valersi a lungo della loro scaltrezza, tenendola nascosta; non resistono alla tentazione di scoprirla, specie quando li obblighi ad avvilirsi e colui su cui la esercitano si mostri soddisfatto del loro avvilimento.»

Prima pubblicazione: Rivista di Roma col titolo Allegri, anno IX, nr. XXIV 25 dicembre 1905 e anno X, nr. II, 25 gennaio 1906.

Guardando una stampa
Giovanni Boldini (1842–1931), Uomo in piedi che guarda un dipinto, 1924

Guardando una stampa

Voce di Giuseppe Tizza

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             Un viale scortato da giganteschi eucalipti. A sinistra, un poggio con su in cima un ricovero notturno. Due mendicanti che confabulano tra loro per quel viale, e che hanno lasciato un po’ più giù sulla spalletta una bisaccia e una stampella. Un’alba di luna che si indovina dal giuoco delle ombre e delle luci.

             E una vecchia stampa, ingenua e di maniera, che quasi commuove per il piacere manifesto che dovette provare l’ignoto incisore nel far preciso tutto ciò che ci poteva entrare: questa zana qua, per esempio, a pie del poggio, con l’acqua che vi scorre sotto la palancola; e là quella bisaccia e quella stampella sulla spalletta del viale; il cielo dietro il poggio con quel ricovero in cima; e il chiaror lieve e ampio che sfuma nella sera dalla città lontana.

             S’immagina che debba arrivare il rombar sordo della vita cittadina, e che qua tra gli sterpi del poggio forse qualche grillo strida di tratto in tratto nel silenzio, e che se la romba lontana cessi per un istante, si debba anche udire il borboglio fresco sommesso dell’acqua che scorre per questa zana sotto la palancola e il tenue stormire di questi alti alberi foschi. La luna che s’indovina e non si vede, quella bisaccia e quella stampella illuminate da essa, l’acqua della zana e questi eucalipti formano per conto loro un concerto a cui i due mendicanti restano estranei.

             Certo, per fare da sentinelle alla miseria che va ogni notte a rintanarsi in quel ricovero su in cima al poggio, più bella figura farebbero, lungo questo viale, alberetti gobbi, alberetti nani, dai tronchi ginocchiuti e pieni di giunture storpie e nodose, anziché questi eucalipti che pare si siano levati così alti per non vedere e non sentire.

             Ma la pena che fa tutta questa puerile precisione di disegno è tanta che vien voglia di comunicare a tutte le cose qui rappresentate, a questi due mendicanti che confabulano tra loro appoggiati alla spalletta del viale, quella vita che l’ignoto incisore, pur con tutto lo studio e l’amore che ci mise, non riuscì a comunicare. Oh Dio mio, un po’ di vita, quanto può averne una vecchia stampa di maniera.

             Vogliamo provarci?

             Per cominciare, questi due mendicanti, uno mi pare che si potrebbe chiamare Alfreduccio e l’altro il Rosso.

             La luna è certo che sale di là; da dietro gli alberi. E più volte, scoperti da essa, Alfreduccio e il Rosso si sono tratti più su, nell’ombra, lasciando al posto di prima, sulla spalletta, la bisaccia e la stampella. Parlano tra loro a bassa voce. Il Rosso s’è tirati sulla fronte gli occhialacci affumicati e, parlando, fa girare per aria la corona del rosario e poi se la raccoglie attorno all’indice ritto.

             – La corona, sì: santa! ma sgranane pure i chicchi quanto ti pare, se poi non ti dai ajuto da te!

             E dice che tutti i signori con l’estate se ne sono andati in villeggiatura, chi qua chi là; per cui l’unica sarebbe d’andare in villeggiatura anche loro.

             Alfreduccio però è titubante. Non si fida del Rosso. E cieco da tutt’e due gli occhi, con una barbetta di malato, pallido, gracile. Insomma, civilino. Palpa con le mani giro giro le tese del tubino che gli hanno regalato da poco, e ripete con voce piagnucolosa:

             –    Ma noi due soli?

             –    Noi due soli, – miagola il Rosso, rifacendogli il verso. – Ti sto dicendo che bisogna andare da Marco domattina.

             (Marco è un mendicante di mia conoscenza, a cui ho pensato subito, guardando questi due mendicanti della stampa. Può stare benissimo in loro compagnia perché, se questi due sono disegno di maniera, quello, pur essendo vivo e vero, come ognuno può andare a vederlo e toccarlo seduto davanti la chiesa di San Giuseppe con una ciotolina di legno in mano, non è meno di maniera di loro, uguale del resto a tanti altri che fanno con arte e coscienza il mestiere di mendicanti.)

             Ma Alfreduccio seguita a non fidarsi e domanda:

             –    E se Marco non vorrà venire?

             –    Verrà, se andrai a dirglielo tu. È una bella pensata. Tutto sta a sapergliela presentare, là, come se venisse in mente a te: «Marco, che stiamo più a fare in città? Tutti i signori sono andati via in villeggiatura».

             – Marco, che stiamo più a fare in città?  – prende a recitare sotto sotto Alfreduccio, come un ragazzo che voglia imparare la lezione.

             Il Rosso si volta a guardarlo; stende una mano e gli stringe le gote col pollice e il medio, schiacciandogli contemporaneamente con l’indice la punta del naso.

             – Bello! – gli grida. – Mi fai il pappagallo? Alfreduccio si lascia fare lo sfregio senza protestare. E l’altro soggiunge:

             – La carità, caro mio, chi te la fa? La gente allegra per levarti dai piedi. Chi soffre, non te ne fa; non compatisce: pensa a sé. Anche con una piccola sventura, crede alla sua e non vede la tua; e se lo vuoi fare capace, s’indispettisce e ti volta le spalle. Là là, in villeggiatura. Se Marco ti domandasse, come tu a me: «Ma noi due soli?» tu perché non ti fidi di me, lui perché non si fida di te; e tu allora glielo dici: «C’è anche il Rosso che ha tre piedi e sale vie della campagna». Benché lui, Marco, di’ la verità, ci veda un po’ meglio di te?

             –    Meglio di me? – dice Alfreduccio maravigliato, e ride come uno scemo. – Se io non ci vedo niente!

             –    Eh via, Alfreduccio, tra compagni! Dimmi almeno che ci vedi poco!

             –    Ti dico niente: parola d’onore! E niente neanche Marco.

             –    Tanto meglio, allora! – conclude il Rosso. – Vi guiderò io. Ma bisognerebbe concertare qualche cosa. Mi sono morte quelle tre cavie ch’erano lamia ricchezza. Cerco da tanto tempo una bertuccia e non la trovo. Se tu non fossi tanto stupido, potresti almeno fare le veci delle cavie. Ho più di trecento pianete stampate proprio bene, per militari, ragazze da marito, giovani spose, vedove e vecchie. Tutto sta a sapere pescare giusto nelle caselline. Potresti imparare a trovare a tasto, subito, nella casella ch’io t’indicherei con qualche malizia combinata tra noi. Cieco come sei, farebbe effetto. Ma sempre Marco ci vuole. Tu, invece delle cavie; e Marco invece della bertuccia. Poeta; lo sai com’è? si mette a predicare che perfino i cani, oh, gli s’acculano davanti a sentire; noi mungiamo i signori villeggianti e sorteggiamo le pianete ai paesanelli. Più di questo non possiamo fare. Ti va?

             –    Eh, – sospira Alfreduccio, alzando le spalle. – Se Marco volesse venire…

             –    Mi secchi, – sbadiglia il Rosso, e si gratta con tutt’e due le mani la testa arruffata. – Ne riparleremo domani. Intanto, guarda: va’ a prendermi la stampella che ho lasciato laggiù.

             –    Dove? – domanda Alfreduccio senza voltarsi.

             –    Laggiù! Va’ rasente alla spalletta, e cerca a tasto; così impari. Guarda che c’è pure la bisaccia.

             Alfreduccio si muove, a testa alta, una mano sulla spalletta. Quand’è a un passo dalla stampella si ferma e domanda;

             –    Ancora?

             –    Ma costà, non vedi: ci sei! – gli grida il Rosso; poi scoppia a ridere; si dà una rincalcata al cappellaccio e, balzellone con quattro gambate lo raggiunge; gli prende la faccia tra le mani; gliela alza verso la luna e gli osserva da vicino gli occhi tumidi, orribili, sghignandogli sul muso:

             –    Tu ci vedi, cane!

             Alfreduccio non si ribella: attende con la faccia volta alla luna che quello gli esamini ben bene gli occhi, poi domanda come un bambino:

             –    Ci vedo?

             –    Ma, sai? – dice allora il Rosso, lasciandolo, – dopo tutto, dovendo fare il cieco, è una fortuna.

             Due giorni dopo, per tempo, eccoli con Marco per lo stradone polveroso, il Rosso in mezzo, Alfreduccio a sinistra, Marco a destra; l’uno a braccetto e l’altro reggendo un lembo della giacca del Rosso.

             Marco, il Poeta, ha una dignitosa e serena aria da apostolo, col petto inondato da una solenne barba fluente, un po’ brizzolata. La sua cecità non è orribile come quella d’Alfreduccio. Gli occhi gli si sono disseccati; le palpebre, murate. E va come beandosi dell’aria che gli venta sulla bella faccia di cera. Sa d’avere un dono prezioso, il dono della parola; e la vanità di farsi conoscere anche nei paesi vicini lo ha forse indotto ad accompagnarsi con quei due. (Bisogna ch’io supponga così, perché i due mendicanti della stampa so di certo che Marco non se li farebbe compagni per nessun’altra ragione.)

             Il Rosso è scaltro. Per entrargli in grazia, a un certo punto gli domanda:

             –    Sei andato a scuola, tu Marco, da ragazzo? Marco accenna di sì col capo.

             –    Anch’io, – vuol far sapere Alfreduccio. – Fino alla terza elementare.

             –   Zitto tu, bestia! – gli dà sulla voce il Rosso. – Ti vuoi mettere col nostro Marco che mi figuro deve sapere anche il latino?

             Marco accenna di sì un’altra volta; poi stropiccia la fronte e dice con gravità:

             –    Latino, italiano, storia e geografia, storia naturale e matematica. Arrivai fino alla terza del ginnasio.

             –    Uh, e quasi quasi allora ti potevi far prete!

             –    Sì, prete! Avrò avuto appena tredici anni quando ammalai d’occhi e mio padre mi levò dalle scuole per mandarmi dalla zia in città a curarmi.

             –    Già, perché tu nasci bene, lo so.

             Gli scaltri però non sempre riescono a valersi a lungo della loro scaltrezza, tenendola nascosta; non resistono alla tentazione di scoprirla, specie quando li obblighi ad avvilirsi e colui su cui la esercitano si mostri soddisfatto del loro avvilimento.

             –    È vero, – soggiunge infatti il Rosso, – che tuo padre era scrivano in un botteghino del lotto e che si metteva in tasca, dice, le poste dei gonzi che andavano a giocare? Io non ci credo.

             –    Io, sì, – risponde secco secco Marco.

             –    Ah sì? Ma faceva bene, sai? Benone! Vedendo tutto quel danaro sprecato, povero galantuomo, lui n’avrà avuto bisogno. Lo capisco. Sicché dunque accecasti in città?

             –    Vuoi farmi parlare? – dice Marco. – In città, sì. Da quella mia zia, ch’era monaca di casa.

             –    Che t’insegnò la Bibbia, è vero?

             –    M’insegnò… La leggeva; l’imparai.

             –    Sorella di tuo padre?

             –    Sì. Me la ricordo appena. Tirava certi calci!

             –    Calci?

             –    Stentava a leggere; s’arrabbiava…

             –    …e tirava calci?

             –    Perché io le suggerivo le parole che lei stentava a leggere. Non voleva. Le voleva leggere da sé. Ero già accecato. Mi dicevano di no; che m’avrebbero fatto l’operazione, quando… non so, dicevano che si doveva maturare. E aspettavo. Ma mi annojavo lì in casa della zia: volevo ritornare al mio paese, e piangevo. Zia alla fine si seccò e mi disse che al paese non avevo più nessuno, perché mio padre, perduto l’impiego, era partito per l’America. Per l’America? E come? Mi avevano abbandonato là, solo, in casa della zia? Ma seppi poi che cosa significava quell’America. L’altro mondo. Me lo disse la serva, quando mi morì anche la zia. Già due volte avevo cambiato casa, stando con lei e non sapevo dove mi fossi ridotto ad abitare. Vedevo ancora come in sogno casa mia, e mi credevo vestito come quando mio padre m’accompagnava a scuola. Ma la serva, due giorni dopo la morte di zia, mi prese per mano, mi fece scendere una scala che non finiva mai e mi condusse per istrada. Lì si mise a dir forte, mica a me, certe parole che io in prima non compresi: «Fate la carità a questo povero orfanello cieco, abbandonato, solo al mondo!». Mi voltai: «Ma che dici?». E lei: «Zitto bello, di’ con me, e stendi la manina, così». La manina? Me la cacciai subito dietro come se avesse voluto farmi toccare il fuoco.

             Alfreduccio, commosso, ha un brivido alla schiena che lo fa ridere:

             –    Allegri!

             –    Allegri, mannaggia Macometto! – gli fa eco il Rosso. – Dopo tutto, la professione t’è andata sempre bene, no?

             –    Benone, figurati! – esclama Marco. – Ma sai che potevo entrare in un ospizio, io, dove avrei potuto imparare qualche arte o mestiere da guadagnare: sonare il violino o il flauto, per esempio? Quanto mi sarebbe piaciuto il flauto! Ma anche gli studii avrei potuto seguitare. Quella invece mi sfruttò; mi tenne per più di dieci anni con sé… Quando ci penso!

             –    Non ci pensare più! – gli consiglia il Rosso. – Pensa piuttosto a svagarti in questi giorni, che ne hai bisogno. Mi sembri un Cristo di cera. Vedessi che bella giornata e che belle campagne!

             –    Ormai! – sospira Marco, scrollando le spalle. – Del resto, non t’illudere, sai? Non c’è niente di niente, neanche per te.

             –    Come non c’è niente?

             –    Niente. Gli occhi, caro mio! Qua siamo due ciechi e mezzo. Metti che anche tu sii cieco tutto, e dove se ne va la tua bella giornata e la tua bella campagna?

             Il Rosso si ferma un pezzetto a mirarlo, come per vedere se dica sul serio; poi scoppia a ridere.

             –    Oh, non ti sciupare! – gli dice. – Con me non serve, sai? Aspetta a fare il poeta quando saremo in mezzo alla gente.

             –    Ignorante! – esclama Marco. – Che c’entra il poeta? Fisica, caro mio.

             –    Fisica? Non ne mangio.

             –    Le cose, come sono, nessuno lo può sapere. Così mi consolo io. Tu dici qua. Sì: ci sono tante cose perché tu le vedi; mentre io no. Ma come sono, tu che le vedi, mica lo sai meglio di me. E te lo spiego. Che vedi là?

             –    Una croce, che ci ammazzarono padron Dodo, l’altro anno.

             –    Volta; lo so. Di qua che vedi?

             –    Un pagliajo, con un pentolino in cima per cappello.

             –    E come ti pare? Giallo?

             –    Colore di paglia, direi.

             –    Di paglia, per te. La paglia, poi, per conto suo, chi sa cos’è, chi sa com’è. Sai dove sono i colori? Tu credi nelle cose? Che! Negli occhi sono. E bada, finché vedono la luce. Difatti, ne vedi tu colori di notte, stando al bujo? Sicché gli occhi, caro mio, vedono finto; con la luce.

             –    Aspetta, – dice il Rosso. – Ora me li cavo. Tanto, sono per finta.

             –    Ignorante! – ripete Marco. – Non dico questo. Tu vedi la cosa come i tuoi occhi te la fanno vedere. Io la tocco e me la figuro, con le dita. Dimmi un po’, se pensi alla morte, che vedi anche tu? Nero più nero di questo mio. Davanti alla morte, ciechi tutti! ciechi tutti!

             –    E ora comincia la predica! – esclama il Rosso. – Sta’ zitto, che qua non c’è nessuno!

             Così difatti è solito cominciare le sue prediche Marco, quelle almeno più solenni e terribili. «Ciechi tutti! ciechi tutti!» e leva le braccia, agitando le mani per aria, mentre la faccia, col volume di tutta quella gran barba nera, gli si sbianca di più.

             Un cieco che dica ciechi gli altri non è di tutti i giorni. E fa furore.

             Ora il Rosso apprezza queste doti di Marco perché sa che gli fruttano bene; ma si può essere certi che stima sciocchi tutti coloro che gli fanno la carità. Vivendo per le campagne come un animale forastico, s’è formata anche lui una sua particolare filosofia, di cui, strada facendo, per non restare indietro a nessuno, vuol dare un saggio ai due compagni. Li pianta lì in mezzo allo stradone dicendo loro d’aspettare un pochino, perché ha riflettuto che Sopri è molto lontana e non potrebbero arrivarci se non dopo il tocco.

             –    Ragionate tra voi dei colori che non ci sono. Me li arrotolo e me li porto via con me sotto il braccio per cinque minuti. Tanto, a voi non servono!

             –    E dove vai? – domanda Alfreduccio.

             –    Qua vicino. Non temete, torno presto. Penso per tutti.

             Alfreduccio allunga una mano per toccare Marco e stringersi a lui; non tocca nulla perché Marco gli sta dietro; e allora chiama:

             –   Marco!

             –    Eh? – fa questi, protendendo anche lui una mano, nel vuoto. Ma basta a confortarli la voce, sentendosi almeno vicini.

             –    Bell’aria!

             –    Allegri!

             Traggono un sospiro di sollievo udendo il tonfo cupo della stampella del Rosso.

             – Eccomi, zitti! – dice questi, ansimando e trascinandoli via per lo stradone. – Andiamo! andiamo!

             Marco, costernato, sentendosi strappare avanti con tanta furia, domanda:

             – Perché?

             E Alfreduccio, arrancando dietro, chiede anche lui:

             –    Perché?

             –    Zitti! – impone loro il Rosso di nuovo. E finalmente, fermandosi a una svoltata dello stradone, acchiappa una mano d’Alfreduccio per fargli palpare qualcosa dentro la bisaccia.

             –    Gallina? – dice subito Alfreduccio. Marco aggrotta le ciglia:

             –    L’hai rubata?

             –    No. Presa, – risponde il Rosso tranquillamente. Marco si ribella:

             –    Via subito a lasciarla dove l’hai rubata!

             –    Perché se la mangino i cani? È già morta!

             –    Non so niente! Buttala via! Se dobbiamo stare insieme, rubare niente! Te lo pongo per patto.

             –    Ma chi ruba? – dice il Rosso sghignazzando. – Lo chiami rubare tu, questo? Sì, forse in città. Ma qua siamo in campagna. Caro mio! La volpe sì, se le vien fatto, si prende una gallina, e io uomo no? Allarga le idee, all’aria aperta!

             –    Non allargo niente! – ribatte Marco, pestando un piede. – Me ne torno indietro, bada, a costo di rompermi l’osso del collo. Coi ladri non fo lega!

             E si strappa da Alfreduccio che s’è afferrato con una mano al suo braccio. Il Rosso lo trattiene:

             –    Eh via, che furia! Vuol dire che non ne mangerai, tu che sei tanto dabbene! Ma se la paglia, scusa, è paglia per me, perché la volpe poi ti deve parer ladra? Sarà ladra per te che hai comprato la gallina. Ma la volpe ha fame, caro mio; non è ladra. Vede una gallina? Se la prende.

             –    E tu che sei, volpe? – gli domanda Marco.

             –    No, – risponde il Rosso. – Ma essere uomo per te che vuol dire? Morire di fame?

             –    Lavorare! – gli urla Marco.

             –    Bravo, cane! E se non puoi?

             –    Faccio così!

             E Marco stende una mano, in atto di chiedere l’elemosina.

             Allora il Rosso, irresistibilmente:

             – Puh!

             Uno sputo su quella mano. Partito proprio dal fondo dello stomaco.

             Marco diventa furibondo:

             – Porco! Schifoso! Vigliacco! A me, uno sputo? T’approfitti che sono così? E con quella mano da cui pende filando lo sputo, levata in aria per schifo, e

             con l’altra armata del bastone, cerca il Rosso che lo scansa dando indietro e sghignazzando. Alfreduccio, più là, spaventato, si mette a gridare:

             – Ajuto! ajuto!

             Ma subito il Rosso gli è sopra e gli tura la bocca.

             – Zitto, bestia! Ho fatto per ischerzo!

             Marco pesta i piedi, si contorce dalla rabbia, curvo, e grida che vuol tornare indietro. Tra le mani del Rosso Alfreduccio, come un annegato, gli lancia una voce:

             – E io con te, Marco!

             Allora il Rosso lo caccia a spintoni:

             – E andate a rompervi il collo tutt’e due! Voglio vedervi! Andate, andate!

             I due si raggiungono, si prendono per mano, e via di furia, tastando coi bastoni la polvere dello stradone. Quella fretta arrabbiata di poveri impotenti che andando ballano dall’ira, provoca di nuovo le risa del Rosso che s’è fermato a guardarli. Se non che, a un certo punto, vedendo che alla svoltata seguitano a tirar via di lungo:

             – Ferma! ferma, perdio! – si mette a gridare.

             E correndo giunge appena in tempo a strapparli dal pericolo di precipitare giù nel burrone.

             – Ecco, tieni, schiaffeggiami, – dice poi a Marco, lasciandosi prendere. – Sono qua.

             Marco, ancora rabbioso, gli afferra la camicia sul petto e gli grida in faccia, come in confidenza:

             –    Ringrazia Dio, carogna, che non ho nulla addosso! Ti ammazzerei!

             –    Vuoi il coltello? Tieni, ammazzami, – fa il Rosso, cacciandosi una mano in tasca per finta di cercarvi il coltello. Ma scoppia a ridere di nuovo, scoprendo che Alfreduccio lo ha cavato di tasca per davvero, lui, sotto sotto. – Bello! – gli grida, agguantandogli la mano. – Ah, tu lo cacci per davvero? Bravo, rospo! E guarda com’è affilato! E fuori misura! Ma sai che potrei schiaffarti in catorbia come niente? Giù, lascialo, buttalo! Così… E a terra anche tu!

             –    Per carità! per carità! – geme Alfreduccio, buttandoglisi davanti in ginocchio.

             –    Che gli fai? – urla Marco.

             –    Niente, – dice subito il Rosso, raccattando con una mano il coltello e afferrando con l’altra un orecchio ad Alfreduccio. – Gli mozzo per segno quest’orecchio.

             –    No! – grida Alfreduccio con una strappata di testa e abbracciandogli le gambe, atterrito.

             –    Eh via, lasciami le gambe! Mi hai fatto ridere, – dice allora il Rosso. – Alzati e andiamo: finiamola! Se no, a Sopri ci arriveremo per l’anno santo. Andiamo, andiamo. E tieni qua il coltello, che ti può servire per il pane. Io ho fatto per ischerzo, Marco. Tu dici chiedere l’elemosina, come se questa non fosse anche la mia professione… Ma scusa, quando sono per le campagne, che ho fame e nessuno mi vede; se vedo una gallina, scusa, mica posso andare a chiederle: «Fammi un ovetto, cocca bella, per carità!». Non me lo fa. E allora io me la prendo, me l’arrosto e me la mangio. Tu dici che rubo; io dico che ho fame. Qua siamo in campagna, caro mio. Gli uccellini fanno così, i topi fanno così, le formiche fanno così… Creaturine di Dio, innocenti. Bisogna allargare le idee. E sta’ pur sicuro che non prendo per arricchire, che allora sì sarei ladro svergognato: prendo per mangiare; e chi muore muore. Sazio, non tocco neppure una mosca. Prova ne sia, che ho una pulce adesso che mi sta a succhiare una gamba. La lascio succhiare. Quantunque, di’ un po’, ci può essere bestia più stupida di questa pulce? Succhiare il sangue a me, il sangue mio che non può essere dolce, né puro, né nutritivo, e lasciare in pace le gambe dei signori!

             Alfreduccio scoppia a ridere e fa ridere anche Marco che non ne ha nessuna voglia. Il sangue gli s’è tutto rimescolato; si sente come un gran fuoco alla testa; stenta a respirare.

             Il Rosso se n’accorge e si mette in apprensione.

             – Bisogna che tu ti riposi un poco, – gli dice. – Lascia fare a me. Lassù all’ombra.

             Ajuta, prima l’uno e poi l’altro, a montare sul ciglio dello stradone e li pone a sedere all’ombra d’un grande platano; siede anche lui e dice all’orecchio d’Alfreduccio:

             – Ho paura che non regga al cammino.

             –    Ho paura anch’io, – fa Alfreduccio. – Toccagli la mano. Scotta. Il Rosso ha uno scatto d’ira:

             –    E che vorresti fare?

             –    Mah! Io direi…

             – Di tornare indietro? Bel negozio ho fatto io a mettermi con vojaltri due! Lascialo riposare; vedrai che gli passerà tutto. Domando e dico che ci state a fare su la faccia della terra l’uno e l’altro! Neanche buoni a fare tre miglia a piedi! E ammazzatevi! Che vita è la vostra! Guarda che faccia, oh! Guarda che occhi! Fortuna che non ti vedi, caro mio!

            Alfreduccio ascolta con un sorriso da scemo sulle labbra, appoggiato al tronco dell’albero.

             –    Ah tu ridi?

             –    Eh, – risponde Alfreduccio, – che vuoi che faccia?

             –    Ti vorrei mettere un fiore in bocca, – riprende il Rosso, – lavare, pettinare e vestire come un signore: poi condurti per le fiere: «Guardate, signori, che belle cose fa il buon Dio!». Chiudi codesta bocca, mannaggia!, o te la muro con un pugno di terra! Non te la posso vedere così aperta.

            Alfreduccio chiude subito la bocca; e allora il Rosso ripiglia con altro tono:

             – Se arriveremo a Sopri, vedrai che raccoglieremo bene. Avendo poi qualche cosa da parte, non saremo forzati a trottar sempre. Potremo prendercela anche comoda e far davvero la villeggiatura anche noi. Sopri è un bel paese, sai? grande; e ci conosco parecchia gente, uomini e anche… anche donne, sì.

             Sghignazza e soggiunge:

             – Donne, tu… niente?

            Alfreduccio gli mostra la faccia squallida, con la bocca di nuovo aperta a un ineffabile sorriso:

             –    Mai, – dice.

             –    E come hai fatto? Non ci hai mai pensato?

             –    Sì, sempre, anzi. Ma…

             –    Capisco. Ma i ciechi, sai (chiudi la bocca!), i ciechi con le donne oneste possono aver fortuna. Guarda, scommetterei che Marco, bell’uomo, avrà avuto le sue avventure. Perché la donna, capisci? tutto sta che possa farlo senza esser veduta. Un cieco, che non può sapere né dire domani con chi sia stato, è proprio quello che ci vuole per lei. E io so di tanti ciechi che sono ricercati e mandati a prendere fino a casa da certe vecchie… Ah, ma non brutti come te, però. Di’, ti piacerebbe?

             –    Eh, – fa di nuovo Alfreduccio, stringendosi nelle spalle.

             –    Ebbene, a Sopri, se ci arriveremo, – promette il Rosso. – Ma tu persuadi Marco a seguirci.

             –    Sì sì, non dubitare, – s’affretta a dire Alfreduccio, con tale impegno che il Rosso scoppia a ridere forte.

             Alla risata Marco, che s’è steso tutto per terra e addormentato, si sveglia di soprassalto e domanda spaventato:

             – Chi è?

             Il Rosso allunga una mano; gli tocca la fronte, e fa una smusata.

             – Stai lì, stai lì, – gli dice, – dormi tranquillo. Poi, volgendosi ad Alfreduccio:

             –   Ha la febbre per davvero, oh! e forte. Sai che faccio? Ti lascio qua di guardia e vado a vedere se mi riesce far cuocere in qualche posto la gallina. So bene come sono i galantuomini: la gallina no, non se la mangerà perché l’ho rubata; ma inzupperà certo il pane nel brodo che ne caveremo. Aspettami. Torno presto. E pensa intanto alle donne, tu; così starai allegro.

            Alfreduccio riapre la bocca al suo riso da scemo. Il Rosso, scendendo, si volta a guardarlo, per un’idea che gli balena: strappa uno dei papaveri che avvampano al sole, lì sul ciglio, e va a ficcarne il gambo amaro in bocca ad Alfreduccio che subito stolza, facendo boccacce e sputando.

             –   Sciocco, sta’ fermo! E un fiore. Apri la bocca. Ti voglio lasciare così, come uno sposino.

             Torna a sghignazzare, e se ne va.

             Alfreduccio resta fermo un pezzo con quel papavero in bocca. Ode dallo stradone ancora una risata del Rosso. Poi, più nulla.

             – Marco!

             Gli risponde un lamento.

             –    Ti senti molto male? E Marco:

             –    Passa un carro. Buttamici sopra.

             – Un carro? – fa Alfreduccio, tendendo l’orecchio. – No, sai. Non passa nessun carro. Vorresti tornare indietro? Appena verrà il Rosso, glielo diremo. Siamo nelle sue mani.

             Marco scuote la testa su la terra. L’altro attende ancora un poco; poi, non sentendosi dire più nulla, rimane zitto anche lui. Tutt’intorno è un gran silenzio.

             A un tratto Marco ha un sussulto e ritrae la mano dalla mano del compagno.

             –    Ch’è stato?

             –    Non so. M’è passata qualche cosa su la faccia.

             –    Foglia?

             –    Non so. Dormivo.

             –    Dormi, dormi. Ti farà bene.

             Una voce lontana, di donna che passa cantando. Il vuoto s’allarga intorno ad Alfreduccio, di quanto è lontana quella voce. Con tutta l’anima nell’orecchio, egli cerca d’avvicinarsi a quella voce. Ma la voce tutt’a un tratto si spegne. E Alfreduccio rimane in ansia, costernato, non potendo più indovinare se quella donna si avvicini o si allontani. Si rimette in bocca il fiore.

             – Le donne…

             (Forse è meglio finire qui. Non vai la pena stare ancora a far spreco di fantasia su questa vecchia stampa di maniera.)

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Guardando una stampa – Audio lettura 2 – Legge Giuseppe Tizza
Guardando una stampa – Audio lettura 3 – Legge Valter Zanardi

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