Felicità – Audiolibro

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Felicità aaudiolibro
Yvetta Fedorova, I Dreaded Winter Until My Newborn Taught Me to Embrace It. Immagine  dal sito dell’Autrice

Legge Lorenzo Pieri

Da Spreaker.com

Prima pubblicazione: Corriere della Sera, 26 aprile 1911, poi in Terzetti, Treves, Milano 1912.

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             La vecchia mamma duchessa uscì quasi imbalordita dalla stanza ove il marito s’era segregato, dal giorno che la nuora coi due nipotini aveva abbandonato il palazzo e la città per ritornare dai suoi parenti di Nicosìa.

             Quasi si sentisse lacerare dentro, contrasse il volto e si restrinse tutta in sé al cigolio lamentoso dell’uscio, che avrebbe voluto richiudere pian piano. Che era stato quel cigolio? Niente. Forse il duca non lo aveva nemmeno avvertito. Eppure la vecchia duchessa ne rimase un pezzo vibrante e ansante e in preda a una sorda stizza, quasi quell’uscio, pur trattato con tanta delicatezza, avesse voluto farle un crudelissimo dispetto.

             Come gli animi, tutti gli oggetti di quella casa, animati da tanti ricordi familiari, pareva fossero da qualche tempo in una tensione di spasimo violenta: a toccarli appena appena, davano un lamento.

             Stette un po’ in orecchi; poi, con la cerea faccia disfatta, il collo piegato come sotto un giogo, si mosse sui soffici tappeti, attraversò molte stanze in penombra, dove tra i cortinaggi antichi e gli alti mobili scuri e quasi funebri stagnava un alido strano, come un’afa del passato, e si presentò sulla soglia della camera remota, nella quale Elisabetta, la figliuola, stava ad attenderla in smaniosa ambascia.

             Nel vedere quell’aria della madre, Elisabetta si sentì venir meno. L’impeto, con cui nell’attesa avrebbe voluto correrle incontro, le mancò a un tratto, e subito tutte le membra le si rilassarono così, che non potè neanche sollevare le gracili mani per nascondersi il volto.

             Ma la vecchia mamma le si accostò e, posandole lievemente una mano sulla spalla:

             – Figlia mia, – le annunziò, – ha detto di sì.

             La figliuola ebbe un sussulto e, con la faccia sconvolta, guardò la madre. Era così violento il contrasto fra l’esultanza che quell’annunzio le suscitava e la soffocazione che le incuteva quell’aria di stordimento e di pena della madre, che la poverina, storcendosi le mani, stridette convulsa tra il riso e il pianto:

             –    Sì? sì? ma come? sì?

             –    Sì, – ripeté la mamma, più col cenno che con la voce.

             –    Ha gridato? s’è infuriato?

             –    No, niente.

             –    E allora?

             Ma subito comprese che, appunto perché il padre aveva detto di sì senza gridare né infuriarsi, la madre era così oppressa di doloroso stupore.

             Aveva fatto chiedere al padre, che volesse condiscendere alle nozze di lei col precettore de’ due figliuoli della nuora andata via da poco.

             Ma la condiscendenza del padre, così, senza gridi né furie, aveva per lei un significato ben diverso da quello che aveva per la madre.

             Ben diverso; non meno penoso.

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