Dieci giorni di Pirandello nella dittatura di Lisbona

Di Tano Gullo

In quei dieci giorni, dal 19 al 29 settembre 1931, in terra portoghese si giocano più partite nella stessa scacchiera. Sfide estenuanti e dagli esiti dubbi. Alla fine di quelle intense giornate di incontri e dibattiti si consuma, seppure di straforo un altro piccolo passo nello smarcamento di Pirandello dalla dittatura italiana che va diventando sempre più feroce.

da Archivio Repubblica.it

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Dieci giorni di Pirandello nella dittatura di Lisbona
Immagine da The Wright House.

Fosse solo per il fatto che in quella circostanza venne coniato il termine “Pirandellismo” ha fatto bene Maria Josè de Lancastre a ricostruire quel settembre del 1931 di Luigi Pirandello a Lisbona, in qualità di ospite d’ onore del quinto Congresso della critica drammatica e musicale. La vicenda viene raccontata con tono appassionato nel libro “Con un sogno nel bagaglio” pubblicato da Sellerio che svela i pensieri segreti dello scrittore, le tenerezze per Marta Abba, i suoi giudizi sul mondo letterario. Sullo sfondo le preoccupazioni per i segnali cupi che si colgono un po’ ovunque in Europa.

In quei dieci giorni, dal 19 al 29, in terra portoghese si giocano più partite nella stessa scacchiera. Sfide estenuanti e dagli esiti dubbi. Una partita la gioca il regime dittatoriale che ha spento una fragile democrazia parlamentare. Al momento al vertice c’è il generale Gomes de Costa, ma l’ anno dopo, nel 1932, avrebbe passato la mano all’uomo forte Salazar. I militari sperano di trovare consenso interno e legittimazione internazionale allentando la briglia agli irrequieti intellettuali. Che a loro volta si dividono tra chi appoggia in modo acritico il nuovo regime illiberale e chi vorrebbe cogliere la circostanza per puntellare una libertà sempre più fragile.

Lo scrittore siciliano, già una superstar consacrata della drammaturgia europea, invece punta a un obiettivo decisamente di basso profilo: trovare sponde per organizzare in terra iberica una tournée per la sua protetta Marta Abba, l’unica donna capace di riscaldargli il cuore al tempo in cui, a 64 anni compiuti, comincia a intravedere gli scricchiolii della decadenza fisica. E gioca anche la sua partita il regime fascista di Mussolini che, come i nazionalsocialisti tedeschi, vede di cattivo occhio un convegno che nelle intenzioni issa il vessillo della libertà di scrittura e di opinione e trova incomprensibile la presenza dello scrittore italiano che riteneva “allineato e fedele”. Alla fine di quelle intense giornate di incontri e dibattiti si consuma, seppure di straforo un altro piccolo passo nello smarcamento di Pirandello dalla dittatura italiana che va diventando sempre più feroce.

I gerarchi senza mezzi termini rinfacciano allo scrittore agrigentino di «aver fatto da padrino a un congresso dal quale il suo paese era assente». Ma questi ha più di un motivo di rivalsa nei confronti di Mussolini, a cominciare dal disappunto per la promessa al vento della costituzione del Teatro nazionale che il maestro avrebbe dovuto dirigere. A Lisbona si colgono le prime avvisaglie di una tempesta che si sarebbe abbattuta in tutto il vecchio continente. Dietro l’angolo, infatti, incombono già la guerra civile spagnola e l’invasione della Polonia da parte di Hitler, atrocità che avrebbero spazzato ogni residua illusione di svolte morbide. Ci vorranno 14 anni per seppellire le follie nazifasciste e addirittura oltre 40 anni per rivedere la democrazia in Portogallo, sospinta da quel movimento di massa passato alla storia come “la rivoluzione dei garofani”. Una rivoluzione gentile che affida le spinte il cambiamento ai fiori e non alle armi o alle guerre civili. Ma in quei giorni lusitani non ci sono sfere magiche, ne fondo di tazzine di caffè a focalizzare il futuro. E nessuno può ipotizzare nemmeno lontanamente le follie che avrebbero sfregiato per sempre l’ innocenza del mondo.

A leggere le lettere che spedisce da Lisbona, i pensieri di Pirandello sono quasi interamente occupati dalla sua attrice prediletta e dalla messa in scena in prima mondiale in lingua portoghese del dramma Sogno (ma forse no)“, una pièce sulla realtà onirica che sostanzia quella materiale. In quegli anni le dicotomie sogno-veglia, individualità-pluralità, verità-menzogna sono al centro della produzione di diversi artisti; oltre a Pirandello, Arhur Schnitzler, che con “Doppio sogno” apre la strada all’irruzione di Freud nella drammaturgia, e Fernando Pessoa. Pirandello non solo ha la genialità divinatoria dei grandi, ma negli anni giovanili capta a Bonn quegli input innovativi. Conosce Schnitzler e comincia la sua esplorazione dell’interiorità umana consapevole che non è solo in questo cammino. La rappresentazione del dramma dell’agrigentino, uno dei pochi soggetti “originali” che non è ispirato da una precedente novella, è il pezzo forte del convegno.

Il “Sogno (ma forse no)” è diviso in due parti distinte. Nella prima mette in scena il sogno di una donna e nella seconda la realtà. Ma non è la realtà a influenzare il sogno. «Al di la di ogni interpretazione di tipo freudiano – scrive Maria Josè de Lancastre – o esoterico (senso di colpa, stato onirico quale luogo deputato di preveggenza, ecc.) un fatto è certo: che un oggetto sognato, e dunque non appartenente al piano della realtà, all’improvviso diventa reale. E questo ci porta a un altro versante: il pensiero filosofico di Pirandello (su cui molto superficialmente ebbe a ironizzare Croce)». Con l’agrigentino, infatti, si va ben oltre il vecchio tema della realtà illusoria di Shakespeare. Lui ci porta in una terra di confine fra realtà e sogno e ci sfida a capire dove stia la verità.

«Il sogno non è tanto una proiezione della realtà, eventualmente strumento utile alla decifrazione della verità profonda, freudianamente intesa; semmai è il contrario, è la realtà che è una continuazione del sogno». Anzi che viene sostanziata dalla dimensione onirica. A inventare il “Pirandellismo” è un brillante giornalista, poeta in pectore: Carlos Queiròs che coglie al volo la fortuna che si materializza davanti ai suoi occhi. Il giovane nipote di Pessoa assiste a una proiezione cinematografica (si tratta del film “A Severa”, biografia della mitica cantante di fado di fine Ottocento, Maria Severa Onofriana) seduto nel palco con l’autore di “Uno nessuno e centomila” dopo una giornata estenuante di dibattiti. Pirandello molto provato decide di rientrare nell’ albergo in cui ospitato a Estoril, a una ventina di chilometri di distanza. Dando un dispiacere ad Antònio Ferro, patron della kermesse culturale, che come vuole il turbinoso spirito iberico ha organizzato, una full immersion in una festa popolare, fado e danze folk, che si svolge a Alfama, uno dei quartieri più pittoreschi. Il giovane viene comandato ad accompagnare il maestro in taxi. Dopo un lungo silenzio il timido poeta trova il coraggio di porgere qualche domanda al santone della drammaturgia, il quale senza paludamenti esprime le proprie opinioni su letteratura e letterati: Valéry più che un poeta è un prosatore; Crommelynck, autore de “Le cocu magnifique”, è un grande; Marcel Pagnol è stato solo fortunato; Jean Cocteau pur abile non riesce a sfuggire al vizio francese di battere e ribattere il tema dell’ amore, finendo con l’ essere banale; André Maurois resterà nella storia; Bernard Shaw, che doveva partecipare al congresso ma poi ha dato forfait, è un’ intelligenza superiore, Keyserling è un bluff massimo. Pirandello strada facendo confessa di amare i classici russi: Dostoevskij, Tolstoi e Puskin. Queiròs riporta tutto in un articolo che parafrasando il titolo della commedia titola “Un’ intervista (ma forse no).

Infine le lettere a Marta Abba: nella prima racconta le sue impressioni sul Portogallo, nella seconda le parla del trionfo del suo “Sogno” e si sofferma sulla cosa che gli preme di più: organizzare la tournée per la sua pupilla. «Marta mia… non so più nulla di Te; so che sei partita da Caspoggio e che da lunedì sei a Milano; non altro; e questa mancanza di notizie dell’ unica persona al mondo che mi interessi, tra tutti questo festeggiamenti qua, che non mi interessano affatto, mi cagiona un fastidio irritato, un’insofferenza, che riesco a vincere a stento per non parer scortese». In verità era abbastanza sensibile alle celebrazioni. Infatti la lettera continua «Mi hanno reso onori regali. Il Presidente della Repubblica, dopo la rappresentazione al Teatro Nazionale del “Sogno (ma forse no)” mi ha insignito della più alta onorificenza portoghese” La gran Croce di San Giacomo della Spada. Tutto il teatro era in piedi e non Ti dico le ovazioni fino al delirio… Tutti i discorsi erano in mio onore, e insomma tutto il Congresso è consistito nella mia presenza a Lisbona». E sul suo trionfo ritorna nella successiva lettera che le scrive da Parigi. Piccole debolezze di un grande genio.

Tano Gullo
18 maggio 2006

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