Concorso per referendario al Consiglio di Stato – Audio lettura 4

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Legge Giuseppe Tizza
«E si mise con molta diligenza a disporre i libri per materia, poi preparò la carta per gli appunti, temperò il lapis nero e poi quello rosso e turchino, per certi suoi segni particolari (espedienti mnemonici!) e finalmente si sedette per intraprendere la grande preparazione.»

Prime pubblicazioni: Forse già composta nel 1894; pubblicata in Quand’ero matto, Streglio, Torino 1902/1903, poi in Il vecchio Dio, Bemporad, Firenze 1926.

Concorso per referendario al consiglio di stato audiolibro
Pierre-Auguste Renoir (1841-1919), Le déjeuner des canotiers, 1880-1882

Concorso per referendario al Consiglio di Stato

Legge Giuseppe Tizza

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           I pochi avventori del Romitorio, esiliati lassù in vetta al monte, da un pezzo sentivano la vociaccia di Natale il somararo, su per l’erta faticosa sotto la macchia:

             – Sci… brrr! Sci… brrr!

             E nella calura asfissiante, nell’ozio opprimente, fra lo stridor lontano, continuo, delle cicale e gli zighi acuti dei grilli vicini, ansiosi di sapere se quello stortacelo conducesse lassù qualche nuovo compagno di sventura o un visitatore momentaneo, si affacciavano di tanto in tanto alle finestre dell’ex-convento, ridotto da alcuni anni ad albergo.

             Il convento, a dir vero, era rimasto tal quale, con le sue anguste cellette, fornite di un lettuccio così stretto che a mala pena ci si poteva rigirare, d’un rustico tavolino, d’un lavamano e di tre o quattro seggiole impagliate; tal quale, col suo refettorio, coi suoi lunghi e cupi corridoj rintronanti, con le grige scalette logore e la chiesuola accanto, ora sempre chiusa.

             Gli avventori, pe’ primi giorni, tolleravano quella mancanza d’ogni comodità in grazia dello strano sapor di vita claustrale; poi si annojavano, pur senza volerlo riconoscere. E al signor Lanzi che aveva avuto la peregrina idea d’assumer l’impresa di quel sedicente albergo lassù e che prometteva ogni anno per l’anno venturo un albergo nuovo, levato di pianta, di tipo svizzero, e la funicolare:

             –    Eh sì, – dicevano. – Perbacco! È un vero peccato! Questo è un luogo delizioso di villeggiatura.

             –    Senonché, – rispondeva sospirando e grattandosi il capo il signor Lanzi, – senonché, quando io ci avrò rimesso l’osso del collo e avrò loro offerto tutti i comodi, come sul Generoso o sul Pilatus, lor signori diranno che i prezzi sono cari e non verranno, o penseranno: «Tanto vale andarcene in 1 svizzera! Si fa miglior figura!». E allora Pilatus qua resterò io, con tutti i miei comodi, e un palmo di naso.

             Non sarebbe dunque mai sorto l’albergo di tipo svizzero lassù?

             Ma sì, l’anno venturo senza dubbio.

             E il signor Lanzi, per distrarre i suoi avventori, mostrava loro il punto preciso dove la nuova costruzione sarebbe sorta, e la descriveva coi più minuti particolari, la faceva vedere, lì, come se già ci fosse, – che splendore! – e discuteva e accettava i sennati consigli di questo e di quello; e poi parlava degli studii già compiuti per la costruzione della funicolare. Tutto pronto. Al prossimo ottobre.

             –    Bravo, bravo, signor Lanzi! Una vera indecenza, quel Natale co’ suoi somarelli arrembati!

             –    Sci… brrr! Sci… brrr!

             La voce di Natale si sentiva ora, a mano a mano, più prossima, sotto la macchia.

             Il signor Lanzi con l’ex-deputato Quagliola, calvo e bottacciuolo, il giovane professor di liceo Tancredi Picinelli, rosso di pelo, magro, lentigginoso, compitissimo, si fece su la spianata innanzi al convento. Trovarono affacciati alle finestre delle cellette gli altri quattro avventori, in attesa: la bionda signora Ardelli, il cui marito (uomo da bene, anzi da benissimo) veniva ogni sabato sera dalla città vicina, ov’era impiegato già cavaliere; l’avvocato Mesciardi che faceva la corte alla signora; Quagliolino, il figlio del deputato, che tentava di farle la corte anche lui, e si rovinava la salute, da povero collegiale; e infine il pretino don Vinè che ne fuggiva la tentazione.

             Prima comparve l’asino e cadde: si abbandonò disperatamente, con le orecchie ciondoloni, gli occhi chiusi, tutto trafelato e sbuffante, come a dire che proprio non ne poteva più. Sopravvenne, arrovellato, come una furia d’inferno, Natale, col randello brandito.

             – Su, majale! su!

             Perché pare che un asino si debba offendere a sentirsi dare del majale. Ma invece no. Forse Natale lo comprese e cominciò allora anche a sonargli randellate di santa ragione. Però l’asino, – Suona! – come se non le dessero a lui. Soltanto si provò a levare a metà un’orecchia spelata, quasi per sentire da qual parte venissero.

             Terzo, stronfiando, arrangolato, comparve il nuovo avventore, l’avvocato Pompeo Lagùmina: un gigante miope, furibondo contro la propria lente che non gli si reggeva più sul naso sudato. Le ampie tese del cappello di tela bianca gli s’erano ammoscite e appiccicate sul faccione, dal troppo sudore. Si precipitò su l’asino, gridando a Natale che si cacciò la testa tra le spalle:

             – Me lo carico io, mascalzone, come Morgan te il cavai de la badia!

             E si provò davvero a caricarsi l’asino, tra le risate fragorose degli spettatori.

             –    Ma se è una montagna! – gemette l’asinajo, per scusarsi col principale.

             –    E son venuto a piedi! – gridò, sollevandosi, Pompeo Lagùmina. – Codesto tuo asino non si regge su le gambe, più asino di te!

             –    Con quella cassa piena di piombo… – grugnì allora Natale.

             –    Di scienza, bestia! Sono libri! – incalzò Pompeo Lagùmina, prendendo per le spalle Natale e dandogli un poderoso scrollone.

             –    E perciò l’asino non li porta, – osservò placidamente l’ex-deputato Quagliola; mentre il Lagùmina, infuriato, diceva a Natale:

             –    Non ti pago! Non avrai mercede!

             Il signor Lanzi s’interpose, pieno di garbo:

             –    Faccia come vuole, signore; ma si levi di qua, prego: è troppo sudato: può prendere un malanno.

             –    Grazie. Non c’è pericolo, – rispose il Lagùmina, protendendo il possente torace. – Lei è l’albergatore?

             –    A servirla.

             –    Favorirmi, grazie. Dunque senta: io l’asino non l’ho toccato. Mi son provato a cavalcarlo: i piedi mi strisciavano per terra, poi, a un certo punto, mi si piegò sotto.

             –    Gli ha rotto il filo della schiena! – tornò a brontolare Natale.

             –    T’uccido! – tonò Pompeo Lagùmina, voltandosi e alzando, terribile, un pugno. – Non fiatare!

             La signora Ardelli, dalla finestra, sbruffò un’irrefrenabile risata. Il Lagùmina alzò il capo, irato; ma vide che il riso era partito da una signora e provò a spiccicarsi dal capo sudato il cappello di tela, sorridendo anche lui come un buon bamboccione.

             – Non se ne parli più! Lo prende in grazia lei, signora? Ma la signora Ardelli era già scappata via dalla finestra.

             –    Son venuto qua appositamente per studiare, – riprese il Lagùmina, rivolgendosi all’albergatore e facendosi all’improvviso molto serio, quasi scuro. – Avrei bisogno d’una stanza appartata.

             –    Ah, qua son tutte cellette di frati, – disse il signor Lanzi, – fatte apposta per lo studio e per la meditazione, signore. Ecco, venga a vedere.

             –    Signori, – salutò con un profondo inchino il Lagùmina; e seguì impettito, con passo da granatiere, il signor Lanzi.

             L’ex-deputato Quagliola e il professor Picinelli alzarono il capo a guardare quelli che si erano goduta la scena dalle finestre. Il Mesciardi si stropicciò le mani, come per dire: – «Allegri! è venuto lo spasso!» – e Quagliolino domandò:

             –    Piombo, Natale? Hai ragione.

             –    Mi ha ammazzato l’asino, mannaggia! – sacrò questi, mentre sudava a svincolar con le mani e coi denti la corda che teneva legato il carico sul basto.

             Il Picinelli si provò a persuadere con le buone l’asino a rialzarsi; ma la povera bestia, che conosceva soltanto il linguaggio del bastone, alle amorevoli esortazioni drizzò le orecchie e le ribassò subito, chiudendo gli occhi e pensando evidentemente: «Non dicono a me!».

             Poco dopo, tramontato il sole, gli avventori del Romitorio si disponevano a desinare sotto gli alberi della vetta, dalla parte di levante.

             Pompeo Lagùmina s’era tutto rinfrescato con abbondanti abluzioni, e venne a prender posto, beato e sorridente nell’ampio faccione di gigante pacifico, tra il professor Picinelli e i due Quagliola. Portava sotto il braccio un grosso libraccio rilegato.

             – Eh, – sospirò, chiudendo gli occhi e deponendo il libro su la tavola. – Non ho proprio un minuto da perdere.

             Ciascuno degli avventori aveva il suo tavolino; solo i due Quagliola desinavano insieme. L’avvocato Mesciardi tese l’orecchio per sentire ciò che diceva il nuovo venuto: avrebbe voluto goderselo anche lui; ma non voleva lasciare il posto accanto alla signora Ardelli. Ebbe un’idea: trasse dal portafogli un biglietto da visita e andò a presentarsi al Lagùmina.

             –    Poiché lei s’è fatto monaco con noi…

             –    Giustissimo! Obbligatissimo! – esclamò il Lagùmina. Si alzò e, con molto garbo, distribuì in giro il suo.

             –    Io sono il più anziano, – disse il Quagliola, – ma, in considerazione della statura, sarà meglio cedere a lei, avvocato Lagùmina, il priorato del nostro convento.

             –    Accetterei molto, molto volentieri, – rispose dolente il Lagùmina, – e saprei, non dubiti, istituire (col beneplacito del nostro don Vinè) un nuovo Ordine coi fiocchi, di romiti gaudenti: brigata spendereccia. Ma proprio non posso: ho i minuti contati! Debbo prepararmi a un concorso difficilissimo: quello di referendario al Consiglio di Stato.

             –    Nientemeno! – esclamò il Mesciardi.

             –    Eh, purtroppo, come si fa? – sospirò il Lagùmina. – Per me è vitale! Se non riuscissi… ma che! ma che! non voglio neanche metterlo in dubbio. Ho però solo un mese davanti a me. Quando ci penso, mi sento mancar l’animo.

             Non l’appetito, però, per dire la verità. Divorava. Si calò pulitamente nella voragine dello stomaco un bislungo di risotto senza accorgersene, discorrendo del concorso. Tanto che, quando con la forchetta nel bislungo, frugando, non trovò più nulla, guardò in giro i commensali, poi il cameriere, e disse:

             –    Se non m’inganno, m’è parso buono. Vogliamo fare un bis”! Portamene un altro. Eh, l’aria montanina! Peccato che non possa goderne. Ma mi… mi… mi conforta, ecco, mi conforta il pensiero che lo studio è stato sempre la mia passione.

             –    Anche il risotto, direi, – osservò piano il Quagliola, rivolto al Picinelli.

             E anche, bisogna dire la verità, anche le cotolette e il pollo e l’insalata, e via seguitando. Don Vinè, magrolino e disappetente, ne rimase addirittura esterrefatto.

             E il libro? Un po’ di pazienza: a fin di tavola.

             – Qua si sta d’incanto! – esclamò, levandosi insieme con gli altri e prendendosi il ventre con le mani, soddisfatto, satollo. – E ora, un tantino al rezzo, eh? Proprio ci vuole.

             E andò a sdrajarsi, più là, a pie d’un faggio.

             «Oggi è sabato… Arrivo adesso… » si mise a pensare poco dopo, accendendo il sigaro, beatamente. «Domani, domenica… Meglio cominciar da lunedì, per assuefarmi prima, almeno un po’, e togliermi ogni curiosità del luogo.»

             E guardava, intanto, laggiù in fondo, azzurre e lievi nella lontananza, le giogaje degli Appennini.

             «Buona spina dorsale della patria nostra!»

             Ecco: belle idee, così nell’ozio, senza starci a pensare, gliene venivano, di tanto in tanto, e qualche immagine robusta. Via via, l’avrebbe superata, quella prova tremenda. Non era uno sciocco, perbacco! «Gli Appennini, spina dorsale della patria.» – Chi sa se qualcuno lo aveva mai detto prima di lui?

             La testa gli riposava male, appoggiata al tronco dell’albero: si tirò più giù e la posò sul libro. Poco dopo ronfava, contemplato dagli altri avventori, accorsi in punta di piedi al richiamo del terribile Quagliolino.

             – Zitti! Studia… – disse alla fine Quagliola padre, ponendosi un dito su le labbra. – Non lo disturbiamo. E già entrato al Consiglio di Stato.

             Ma ve lo lasciarono star poco! Ogni sabato sera, la colonia del Romitorio accoglieva con rumorosa festa il cavaliere Ardelli di ritorno dalla città. Alle risa, al frastuono, il Lagùmina si svegliò di soprassalto, e poiché aveva sognato gli esami e aveva avuto paura, d’un subito si tolse il libro di sotto il capo per mettersi a leggere, con gli occhi gonfi e rossi dal sonno interrotto. Quegli sfaccendati intanto gli vennero sopra, portando in trionfo su l’asino l’Ardelli, che per la statura rivaleggiava col Quagliola, ma aveva in compenso un testone da Golia.

             – Ecco la novità! – esclamò il Mesciardi, indicando il Lagùmina. – Le presentiamo il nostro padre priore!

             Il Lagùmina si alzò sorridente.

             –    Ho detto che non posso accettare. Mi vedono? Sto qui a rompermi la testa. Perdio, è già sera? Leggendo, non me n’ero accorto.

             –    Lei ci perderà la vista; glielo dico io! – esclamò con molta serietà il Quagliola.

             Domenica.

             Veramente, ecco, s’era proposto di non perdere neppure un giorno, neppure un minuto. Ma non aveva già la sera avanti stabilito con se stesso, che avrebbe cominciato da lunedì? Sì, per assuefarsi un po’ alla montagna, ecco. E poi, era già troppo tardi.

             – Le nove?

             Perbacco, che dormitona! Domani, lunedì, alle cinque, in piedi!

             Si levò, si vestì, si cacciò un altro librone sotto il braccio, e scese su la spianata.

             Quanta gente! Signore, signorine, venute su, giocondamente, coi somarelli dai paesi vicini. Dalla parte di levante, tra due alberi, l’altalena: vi montavano a turno altre signorine, con gridolini d’allegro spavento, a ogni spinta un po’ troppo forte dei giovanotti, ai quali, fingendo di non badarci, di non pensarci, lasciavano intanto ammirare, nelle volate, i bei polpacci stretti nelle calze colorate e traforate, e anche…

             Pompeo Lagùmina distolse gli occhi da quello spettacolo, aggrottando le ciglia. Ah, lui, no! lui non doveva più guardare donne. Ne portava una nel cuore, e basta. L’uomo serio, quando abbia preso un impegno, sia da vicino sia da lontano, deve rispettarlo, fedele anche col pensiero. Via, via! E s’intenerì pensando alla sua Sandra, alla sua modesta Sandrina, che da due anni si consumava d’amore, aspettando il giorno delle nozze e lottando contro l’arcigna madre che le teneva continuamente tra i piedi un cugino ricco, quello stupido Mimmino Orrei, a cui Sandrina non risparmiava né sgarbi né beffe. Povera Sandrina! Ma che poteva farci lui? Il cuore, sì, largo: un mare! Quanto a cuore, Creso; quanto a soldi… – eh? Diogene… sì, Diogene quando buttò via anche la ciotola, per bere nel cavo delle mani. Ma veramente Diogene non quadrava bene al caso. Quel che sarebbe andato a capello veramente – ah! – entrare al Consiglio di Stato. Allora sì la madre avrebbe acconsentito alle nozze. Ma come studiare, come prepararsi al concorso, lì, in città, dopo tante ore passate al Ministero di Agricoltura Industria e Commercio, con la voglia matta di correre dalla fidanzata? Impossibile! Ci voleva un mesetto di licenza, e andar lontano, in qualche posto solitario. Ma ci volevano anche i mezzi.

             Per miracolo a Pompeo Lagùmina non spuntarono le lagrime, lì, in presenza di tanta gente, pensando a quello che aveva saputo fare Sandrina per lui. Aveva messo da parte, di nascosto, chi sa con quanto stento quelle mille lire che gli aveva date a viva forza per mandarlo via, lontano da lei, a studiare. E tutto ora dipendeva da quell’esame.

             Subito Pompeo Lagùmina aprì il libro.

             – Anche qui? fra tanto chiasso? – venne a dirgli l’avvocato Mesciardi, il quale per far dispetto alla signora Ardelli che in quel giorno era tutta del marito, se ne stava a guardar le gambe delle signorine su l’altalena.

             – Ha ragione! – sospirò il Lagùmina. – Qua non è possibile! Il nostro convento è invaso oggi dalle demonia!

             E rise. (Ecco! un’altra bella frase, di sapore classico. Erano il suo forte. Gli venivano spesso, così, a lampi, spontaneamente!) Si alzò, pensò d’internarsi giù nella macchia che vestiva, nel ripidissimo pendio, tutto il monte.

             Che bellezza! Che ombra! Che frescura!

             – Ohi! ohi!

             Niente. Un ruzzolone. Perbacco, bisognava andar cauti, con tutto quel pacciame di foglie per terra, lubrico tappeto. S’era fatto un po’ male all’osso sacro. E il libro? Guarda, era scivolato fino a quel tronco laggiù…

             Il Lagùmina non ebbe più coraggio di muovere un passo: si teneva aggrappato a un cespuglio e provava ad allungare un piede… via… fino a quel tronco… là! Ma il naso, no! che c’entrava? E per miracolo non gli s’erano rotte le lenti, urtando nel tronco. Via, con più cautela… Era pur divertente quell’andar così, a volate. Un’altra… e poi un’altra… Giù giù, di tronco in tronco, si ridusse fin quasi a pie del monte.

             – Bravo, Pompeo! E ora a risalire ti voglio!

             E il libro? Ma guarda un po’! se l’era dimenticato per terra, lassù… E come ritrovarlo, adesso? fra tanti alberi?

             – Se non lo trovo, son rovinato! Su… su…

             Lo ritrovò, per fortuna, dopo circa tre ore di smaniosa ricerca: lo ritrovò lì aperto, tra le foglie secche a pie del tronco, con un segno evidentissimo che un uccellino vi s’era posato a leggere, a studiare in sua vece e a digerir per lui, subito subito, tutte le cognizioni apprese in un batter d’occhio.

             – Ma che sporcaccione!

             Riguadagnò infine la vetta, infocato strappato sbracato, in un mar di sudore e con un formidabile appetito.

             Lunedì.

             Prima di tutto, i libri a posto! – Erano le cinque in punto: l’ora stabilita; e Pompeo Lagùmina, contentone, si diede una fregatina alle mani.

             Ma il tavolino… eh, troppo piccolo per tutti quei grossi libri! voleva averli sotto gli occhi, tutti, a portata di mano. Un tavolino più grande, intanto, non sarebbe entrato nella cellette. Come fare? Un lampo! dei suoi! La cassa, su due seggiole, accanto al tavolino. Ecco fatto!

             E si mise con molta diligenza a disporre i libri per materia, poi preparò la carta per gli appunti, temperò il lapis nero e poi quello rosso e turchino, per certi suoi segni particolari (espedienti mnemonici!) e finalmente si sedette per intraprendere la grande preparazione.

             – Avvocato Lagùmina! Avvocato Lagùmina! Ecco gli sfaccendati!

             Pompeo Lagùmina sbuffò, scotendo in aria, rabbiosamente, le pugna. Ma li avrebbe lasciati cantare. Perbacco, era una vera indiscrezione! Sapevano bene che egli non era venuto lassù per divertirsi.

             –    Padre Lagùmina.

             –    Padre Priore!

             E dalli col priore! Intanto, a non rispondere, chi sa per quanto tempo avrebbero seguitato a chiamarlo; e poi potevano anche credere che egli se ne stesse ancora a dormire.

             S’affacciò alla finestra:

             – Signori miei, chiedo scusa. Sto qui dalle cinque a studiare. Già lo sanno.

             – Non so nulla! – gridò il signor Ardelli montando su l’asino. – Io me ne ritorno in città e voglio essere accompagnato da tutta la comunità fino all’uscita della macchia!

             –    Non posso, mi scusi, – rispose il Lagùmina. – Lei ha già tanta bella compagnia. Mi lasci studiare.

             –    Non sento ragione! – rispose l’Ardelli. – Non posso rinunziare al priore.

             –    Ma è l’onorevole Quagliola il priore…

             –    E allora io, priore, – disse questi, – le ordino di scendere per accompagnare il nostro frate cercatore.

             –    Benissimo! Benissimo! – approvarono gli altri. E il Mesciardi aggiunse:

             –    Via, avvocato Lagùmina, pensi che una passeggiatina di buon mattino fa bene al cervello, schiarisce le idee.

             –    Questo è vero, – si piegò a dire il Lagùmina, per cortesia, e anche… sì, perché era indubitabile che una passeggiatina…

             Non l’avesse mai detto! – Dunque scenda! dunque scenda! – gridarono a coro gli sfaccendati. Poteva più rifiutarsi? Si ritrasse dalla finestra; sbuffò un’altra volta, e scese.

             –    Presto però! Mi raccomando! – premise.

             –    Il tempo di scendere e di risalire… – gli risposero. Ma così nello scendere come nel risalire, lo fecero parlar tanto del suo difficilissimo concorso, che si ridussero su la vetta del monte all’ora della colazione.

             Pompeo Lagùmina se ne mostrò inconsolabile. Protestava di non voler mangiare.

             –    Una mattinata perduta!

             –    Eh via, che ci vuol fare adesso? – gli disse il Mesciardi. – Pazienza! Studierà dopo.

             –    Ma si studia bene di mattina, lo sanno, – gridò stizzito il Lagùmina. – Mi lascino andare… Non mi trattengano…

             –    Se lei non si nutre, – osservò con la solita serietà flemmatica il Quagliola,

             – glielo dico io, non potrà resistere all’enorme fatica. È vero, signora Ardelli?

             –    Ma l’avvocato mangerà: – concluse questa. – Vorrà scusarci, se non abbiamo saputo fare a meno della sua graziosa compagnia…

             –    Ma che dice mai, signora! – esclamò, con subita commozione, il Lagùmina.

             – Ma io sarei felicissimo… se non mi trovassi in queste angustie…

             – Le promettiamo, – riprese la signora Ardelli, – che non la disturberemo più. Va bene così? E ora mangi: faccia questo piacere a me.

             Così, quella mattina, proprio per far piacere a quella gentilissima signora che lo aveva pregato con tanta insistenza, Pompeo Lagùmina mangiò. Mangiando, chiacchierando, dimenticò la stizza e il dispiacere, e potè fare onore al suo appetito: tanto che stentò non poco, alla fine, a sollevarsi dalla seggiola. Ma – nessuna remissione, adesso: – studiare!

             – Lor signori vanno a dormire? Io ritorno ai miei libri. Buon riposo!

             E salì alla sua celletta. Veramente, armato di tutta la buona volontà, si mise a studiare. Sentiva in sé, specialmente su le palpebre, il nemico invasore, il sonno; e voleva con tutte le forze resistergli; ma, impegnando così, in quello sforzo, tutta l’attenzione, leggeva e non capiva. Si agitò smaniosamente su la seggiola, e riprese daccapo la lettura. Ora però, concentrando invece sul libro tutta l’attenzione, allentava per conseguenza lo sforzo di resistenza al sonno. Così, pian piano, il nemico lo invase, senza ch’egli se n’accorgesse: gli occhi gli si chiusero da sé. A un crollo più forte del capo, si svegliò, intontito. Si guardò attorno: vide il letto. Era inutile, via! Bisognava assolutamente che si concedesse, dopo tutto quel pasto, con tutto quel caldo, un’oretta di sonno: un’oretta sola.

             Si svegliò, che era già quasi sera.

             –    Dio, che aria rannuvolata! – gli gridò Quagliola dallo spiazzo, vedendolo alla finestra. – Ho capito. Lei ci vuole proprio lasciar la pelle!

             –    Eh sì, difatti, – borbottò il Lagùmina, passandosi una mano su la fronte e su gli occhi, come se davvero avesse fin’allora studiato ma non tanto per farlo credere agli altri, quanto per il bisogno angoscioso di crederlo egli stesso.

             –    Venga giù! Noi abbiamo già desinato.

             –    No, più tardi, se mai, – rispose il Lagùmina. – Adesso devo scrivere una letterina.

             E scrisse alla sua cara Sandra che egli lassù era solo, solo in compagnia d’un grosso cane che i vecchi frati non avevano potuto indurre ad abbandonare l’antico romitorio; e ch’egli lassù, in quella solitudine alpestre, sentiva freddo, freddo anche dentro, nell’anima, così lontano da lei, e che per consolarsi studiava ininterrottamente, anche durante il pasto frugale, che ogni mattina un ragazzotto gli recava dal prossimo paesello, lì nell’antico refettorio de’ frati, deserto, mentre il vento urlava di fuori, squassando gli alberi annosi della vetta e il grosso cane lo spiava intento, coi grandi occhi buoni, pieni di silenzio…

             S’intenerì fino alle lagrime Pompeo Lagùmina rileggendo quella sua patetica lettera, sincerissima nelle bugie, poiché egli di gran cuore, ardentemente, avrebbe desiderato che fosse vero tutto ciò che aveva scritto. E discese, poco dopo, cupo, raffagottato, con un nodo alla gola, a cenare.

             Martedì.

             Per l’orrore che la vista del letto gl’ispirava, dopo il tradimento del giorno avanti, il martedì mattina Pompeo Lagùmina decise di recarsi a studiare nella macchia, all’ombra, tranquillamente. Così anche nessuno lo avrebbe disturbato.

             Scelse il libro da portarsi, prese il quaderno degli appunti, e via.

             S’era da poco internato nella macchia, quando un grido represso lo fece sobbalzare. Quagliolino, tutto affocato in volto, con gli occhi lustri, s’era d’un subito rivoltato, pancia a terra, e lo guardava, sospeso e sorridente.

             Il Lagùmina sorrise anche lui, e gli domandò, crudele:

             –    L’ho disturbato?

             –    No. Niente, – rispose, abbassando gli occhi, il giovinetto; e aggiunse: – Ha veduto… di là?

             –    Che cosa? No sa? stia tranquillo. Non ho veduto niente.

             –    Dico, se ha veduto di là il bello spettacolo che offrono tra la macchia certi signori !

             – Ah! Echi?

             – Mah… vada a vedere… di là…

             E indicò un punto nella macchia. Il Lagùmina, vivamente incuriosito, vi si diresse. Poco dopo, Quagliolino lo raggiunse:

             –    Faccia piano… in punta di piedi… Non so se ci siano ancora.

             –    Ma chi sono? – domandò di nuovo il Lagùmina.

             –    Come? non l’ha ancora capito? Ma il Mesciardi e la signora Ardelli! Pompeo Lagùmina spalancò tanto d’occhi:

             –    Dice sul serio? Fino a questo punto? Quagliolino sospirò, accigliato, dicendo di sì, col capo.

             –    E quel povero cavaliere! – riprese il Lagùmina. – Ah, perciò jeri gli hanno fatto tanta festa?

             –    Ma glie la fanno ogni giorno! – raffibbiò Quagliolino.

             –    Eh… che vuole! – esclamò il Lagùmina, traendo un gran sospiro. – Il luogo è tentatore! traditore! L’ozio… la stagione… L’uomo, hic et haec, sa? bestia vile… cede, cede… Non c’è buona volontà che tenga… Vede me? Ero venuto qua apposta, per studiare. Con questa notizia, lei m’ha già tutto scombussolato… E orribile, non tanto, veda, questo tradimento che ci avviene per caso di scoprire, quanto, in generale, l’accertamento della comune miseria umana, della debolezza della nostra natura, esposta alla mercé dei casi, delle circostanze propizie allo sviluppo dei germi del male in tutte le sue gradazioni, dal più piccolo fallo fino al delitto più mostruoso. Ah, il male è invincibile in noi, invincibile!

             E seguitò su questo tono, a lungo, a lungo, abbagliandosi lui stesso nei lumi del suo discorso, e quasi inebriandosi della sua voce, felice, beato delle idee originali e profonde che gli sgorgavano così facilmente dal cervello e intontivano quel povero ragazzo che credeva di non meritarsi questo da lui.

             Quando potè riprender fiato dallo stordimento, Quagliolino domandò:

             – Vogliamo tentare se ci riesce di scovarli?

             Pompeo Lagùmina non sapeva più di che si parlasse; voleva ripensare a quel che aveva detto, e non ci riusciva. Disperazione! La sua intelligenza era proprio così a lampi. Era capace, in certi momenti, di restare come un allocco davanti a un ragazzino; e, in certi altri, di stordire il mondo.

             –    Andiamo?

             –    Ebbene, sì, andiamo.

             S’aggirarono per la macchia come due segugi, parecchie ore, arrestandosi di tratto in tratto, sospesi, ansiosi a ogni minimo rumore, al crollo d’una foglia secca in distanza. Pompeo Lagùmina si sentiva animato in quella ricerca da uno spirito eroico, come se dovesse salvare l’umanità da una grande infamia.

             – Povero cavaliere!

             Ma, per quanto cercassero, non riuscirono a scoprire i due colpevoli. E così, anche quella mattina si fece l’ora della colazione, senza che Pompeo Lagùmina avesse aperto il libro.

             Mercoledì, giovedì, venerdì…

             Man mano che i giorni passavano così vuoti, ora per una ragione, ora per un’altra, da una parte l’avvilimento e il rimorso, dall’altra la trepidazione angosciosa per gl’incombenti esami, crescevano nell’anima di Pompeo Lagùmina, e certi giorni diventavano così pungenti e forti ch’egli non poteva più star solo, lì nella celletta; si vedeva proprio costretto a scappare, per parlar con qualcuno, e distrarsi. La vista di tutti quei libri, di cui già avrebbe dovuto leggere almeno una buona parte, gli diventava intollerabile; tutta quell’enorme materia di scienza politica, giuridica, amministrativa, gli s’accumulava, gli sorgeva davanti agli occhi come una montagna insormontabile che gli levava il respiro; e allora scappava, disperato, si presentava su la spianata, ove, all’ombra degli alberi, quegli altri beati se ne stavano in ozio, a sfrottolare.

             – Una boccata d’aria! Mi si gonfiano le tempie. Mi fuma la testa.

             E ora si metteva a parlare fervorosamente, per stordirsi, ora se ne stava muto, aggrondato, e poco dopo riscappava, tornava su, a studiare, esortandosi a non perdersi d’animo; e riapriva i libri, riprendeva la lettura. Dopo alcune pagine, però, incontrando la prima difficoltà, risentiva più profondo l’avvilimento; e di nuovo la smania lo assaltava, come una vellicazione irritante allo stomaco, un’angosciosa rabbia che lo rendeva crudele, feroce contro se stesso. Si sarebbe preso a schiaffi; sgraffiata la faccia; mugolava coi gomiti sul tavolino, il testone tra le mani che tenevano forte acciuffati i capelli.

             – Che colpa ha lui, poveretto, – diceva intanto Quagliola ai compagni, sulla spianata, dopo essersi accertato che il suo figliuolo non stava là ad ascoltarlo, – che colpa ha lui, se la natura lo ha dotato di quel corpo così prepotente, che vuol mangiare e dormire, e che quando ha mangiato, caschi il mondo, non ri ceve più cognizioni di sorta? Chiude gli occhi, e buona notte! Può tenerseli aperti per forza? Quando non si può, non si può.

             E per carità di prossimo, andava coi compagni sotto le finestre del Lagùmina e lo chiamava, perché egli potesse addebitar loro la colpa del tempo perduto, e per offrirgli così il pretesto di sottrarsi senza rimorso al suo martirio.

             –    Debbo studiare! – dichiarava l’infelice ogni volta, affacciandosi alla finestra.

             –    Va bene! va bene! – gli rispondevano dalla spianata il Mesciardi o il Quagliola o il Picinelli. – Ma intanto venga un po’ giù, che diamine! un momento di respiro! Guardi: abbiamo bisogno di lei; ci levi un dubbio!

             E fingevano di credere alla gran preparazione che egli diceva d’aver fatta in quel giorno, e lo incoraggiavano:

             – Bravo, avvocato! Siamo già in porto! Ora si riposi un tantino!

             Pompeo Lagùmina si mostrava loro gratissimo di quel momentaneo sollievo, di quelle buone parole: il cuore gli si gonfiava dalla tenerezza, gli spuntavano finanche le lagrime, dietro gli occhiali. Se li sarebbe baciati! Si stizziva invece contro di loro e arrivava a odiarli, quando si dimenticavano di lui, e lo lasciavano lì solo, nella celletta, senza disturbarlo. Si affacciava allora, non chiamato, alla finestra, per farsi vedere; e tendeva, irresistibilmente, l’orecchio per sorprendere qualche parola pei loro discorsi, e borbottava:

             – Potrebbero parlar più basso… Brutte bestie! Egoisti! si divertano… è giusto, durante la villeggiatura… Ma potrebbero andarsene più al largo, a conversare… Proprio qui, dove sanno che c’è un pover’uomo che deve studiare?

             Così si arrivò alla terza domenica del mese, durante la quale fu inaugurato sulla vetta il giuoco delle Grazie, coi cerchi e le bacchette portati da quel demonio tentatore del cavaliere Ardelli, per innocente passatempo dei poveri frati del Romitorio.

             Nessuna delle signorine venute lassù quel giorno si dimostrava destra in quel giuoco, e neppure la signora Ardelli riusciva a insegnar loro il modo di lanciare il cerchio con le due bacchette e di coglierlo poi a volo. Pompeo Lagùmina, distratto continuamente dagli scoppi di riso di quelle signorine, s’era affacciato più volte, furibondo, alla finestra. Neppure in quel giorno festivo egli aveva voluto concedersi vacanza:

             – Voglio vedere chi la vince! – aveva ripetuto più volte a se stesso, nella mattinata.

             Ma era troppo il chiasso giù. E più d’una volta, affacciato alla finestra, partecipando con gli occhi, involontariamente, a quel nuovo divertimento, si era sentito prudere le mani, perché – quantunque miope – era bravissimo, lui, in quel giuoco. Finalmente, una volta, non seppe tenersi dal gridare a quelle signorine:

             – Ma non così! Non così, scusino!

             Si voltarono tutte a guardare verso la finestra, e la signora Ardelli lo pregò insistentemente, lo supplicò di scendere a far da maestro.

             – Solo per cinque minuti… Mi raccomando! – premise il Lagùmina. Insegnava da circa un’ora – eh! oilà! oilà!  – tutto sudato, come si lanciasse il

             cerchietto delle Grazie, tra gli evviva e gli applausi di quella gaja frotta di signorine, quando…

             Fu proprio un fulmine a ciel sereno.

             Pompeo Lagùmina rimase impietrito, con le due bacchette levate, e il cerchietto ch’era per aria venne a insertarglisi su la fronte, come una corona. Risero tutti, e rise anche lui, cercando di dominarsi e accorrendo verso Sandrina e la madre, che stavano a osservarlo zitte zitte, con l’occhialetto – lì, su lo spiazzo.

             –    Che bella improvvisata!

             –    Bugiardo!

             –    Imbroglione!

             –    Come… ma no! perché?

             –    Burattino!

             –    Buffone!

             –    Sandrina mia… Ma sentite…

             –    Vada via!

             –    Si vergogni!

             Non vollero lasciarlo parlare, non vollero sentir scuse: appena egli apriva bocca, subito gli esplodevano così a bruciapelo, un insulto per una. Poi gli voltarono le spalle, e via, ridiscesero il monte senza riposarsi neppure un momento, né voler bere neanche un sorso d’acqua.

             Pompeo Lagùmina andò a chiudersi nella celletta, e si buttò sul lettuccio, ove rimase un pezzo in una tetraggine attonita, di cui egli stesso, a un certo punto, ebbe sgomento. In quel vuoto orrendo, in quella sospensione terribile della coscienza, una truce idea gli s’era affacciata, a cui egli, avvilito, perduto, non sapeva ribellarsi. Pensò che non aveva armi con sé. Gli sovvenne il racconto che il signor Lanzi aveva fatto alcuni giorni addietro del suicidio d’un povero carabiniere, il quale, nello scorso inverno, era venuto a buttarsi da uno dei rocchi del monte, dalla parte di ponente. Orribile morte!

             Ma, alla fine, soccorso dalle risate delle signorine su la spianata, egli potè sottrarsi all’incubo di quella idea spaventevole.

             Si alzò dal letto e decise di scrivere una lunga lettera di spiegazione a Sandrina, proponendosi di rimeditare sul proposito violento, dopo la risposta della fidanzata a quella sua lettera.

             Naturalmente, in quei giorni di tremenda attesa, non gli fu possibile studiare. E chi avrebbe potuto, in quelle condizioni di spirito?

             Scendeva, angosciato, funebre, a desinare, e non s’accorgeva di mangiare; poi andava a buttarsi di nuovo sul letto, e soltanto nel sonno trovava un po’ di requie.

             Dopo due giorni, arrivò la risposta; ma non di Sandrina. Gli scriveva la madre e gli diceva che alla figlia era bastato lo spettacolo indecente di quel giorno, perché rinsavisse e le desse finalmente la consolazione di accogliere il suo saggio, antico consiglio: quello di accettar la mano del cugino Mimmino Orrei immeritatamente da lei respinto. Ogni relazione tra lui e Sandrina era rotta per sempre.

             Pompeo Lagùmina si precipitò sulla spianata con quella lettera in mano. Il suo spirito era come ubriacato dal dispetto; ma il corpo gigantesco trionfava nella ricuperata libertà, come se si fosse tolto un macigno dal petto.

             –   Allegri, signori! – gridò agli amici sfaccendati. – Non debbo dar più l’esame; posso ora assumere la carica di Padre Priore! Ehi, cameriere! Che diamo oggi a questa brigata spendereccia?

             Ogni mercoledì corredo grande di lepri, starne, fasani e pavoni, e cotte manze et arrosti capponi e quante son delicate vivande…

Concorso per referendario al Consiglio di Stato – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
Concorso per referendario al Consiglio di Stato – Audio lettura 2 – Legge Stralf (Librivox.org)
Concorso per referendario al Consiglio di Stato – Audio lettura 3 – Legge Valter Zanardi
Concorso per referendario al Consiglio di Stato – Audio lettura 4 – Legge Giuseppe Tizza

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