Canta l’Epistola – Audiolibro

Canta l Epistola audiolibro
Immagine da Pixabay

Legge Enrica Giampieretti

Da LibriVox.org

Prima pubblicazione: Corriere della Sera, 31 dicembre 1911, poi in La trappola, Treves 1915.

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             –    Avevate preso gli Ordini?

             –    Tutti no. Fino al Suddiaconato.

             –    Ah, suddiacono. E che fa il suddiacono?

             –    Canta l’Epistola; regge il libro al diacono mentre canta il Vangelo; amministra i vasi della Messa; tiene la patena avvolta nel velo in tempo del Canone.

             –    Ah, dunque voi cantavate il Vangelo?

             –    Nossignore. Il Vangelo lo canta il diacono; il suddiacono canta l’Epistola.

             –    E voi allora cantavate l’Epistola?

             –    Io? proprio io? Il suddiacono.

             –    Canta l’Epistola?

             –    Canta l’Epistola.

             Che c’era da ridere in tutto questo?

             Eppure, nella piazza aerea del paese, tutta frusciarne di foglie secche, che s’oscurava e si rischiarava a una rapida vicenda di nuvole e di sole, il vecchio dottor Fanti, rivolgendo quelle domande a Tommasino Unzio uscito or ora dal seminario senza più tonaca per aver perduto la fede, aveva composto la faccia caprigna a una tale aria, che tutti gli sfaccendati del paese, seduti in giro innanzi alla Farmacia dell’Ospedale, parte storcendosi e parte turandosi la bocca, s’erano tenuti a stento di ridere.

             Le risa erano prorotte squacquerate, appena andato via Tomiuasino inseguito da tutte quelle foglie secche; poi l’uno aveva preso a domandare all’altro:

             – Canta l’Epistola?

             E l’altro a rispondere:

             – Canta l’Epistola.

             E così a Tommasino Unzio, uscito suddiacono dal seminario senza più tonaca, per aver perduto la fede, era stato appiccicato il nomignolo di Canta l’Epistola.

             La fede si può perdere per centomila ragioni; e, in generale, chi perde la fede, è convinto, almeno nel primo momento, di aver fatto in cambio qualche guadagno; non foss’altro, quello della libertà di fare e diie certe cose che, prima, con la fede non riteneva compatibili.

             Quando però cagione della perdita non sia la violenza di appetiti terreni, ma sete d’anima che non riesca più a saziarsi nel calice dell’altare e nel fonte dell’acqua benedetta, difficilmente chi perde la fede è convinto d’aver guadagnato in cambio qualche cosa. Tutt’al più, lì per lì, non si lagna della perdita, in quanto riconosce d’aver perduto in fine una cosa che non aveva più per lui alcun valore.

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