Acqua e lì – Audio lettura 3

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Legge Valter Zanardi
«Stretta nelle spalle, ha la gobba, dietro, ben segnata dal giubbino verde sbiadito: la gobba delle povere madri sfiancate dalle cure dei figli e della casa.»

Prime pubblicazioni: Rassegna settimanale universale, 25 aprile 1897 col titolo Il dottor cimitero, poi con il titolo definitivo e in una redazione completamente diversa in Corriere della Sera, 14 settembre 1923.

Acqua e lì
Immagine dal Web.

Acqua e lì

Legge Valter Zanardi

Da Youtube

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             Vi ricordate di Milocca [1], beato paese, dove non c’è pericolo che la civiltà debba un giorno o l’altro arrivare, guardato com’è dai suoi sapientissimi amministratori? Prevedono costoro, dai continui progressi della scienza, nuove e sempre maggiori scoperte, e lasciano intanto Milocca senz’acqua e senza strade e senza luce. Vi ricordate?

        [1] Vedere la novella Le sorprese della scienza..–

             Ebbene, ne ho saputo una nuova, di quel beato paese, e ve la voglio raccontare, anche a costo che vi debba sembrare inverosimile. Ma come volete fare, se no, a conoscere le cose vere?

             Dunque ho saputo che a Milocca hanno per medico condotto un tal Calajò, che pare goda nel mondo dei medici (fuori, s’intende, del paese) d’una bella reputazione per certi suoi contributi, come li chiamano, allo studio di non so quali malattie, oggi come oggi, disgraziatamente incurabili.

             Ma perché mai può esser fatta la scienza medica? Per essere applicata, crede ingenuamente il dottor Calajò. E lui la applica; come ne ha, del resto, il dovere e come i casi e la discrezione gli consigliano. Basta questo, perché a Milocca sia inviso a tutti: inviso per principio, senza tener conto dell’esito delle sue applicazioni.

             Per esser conseguenti, i Milocchesi non dovrebbero mai chiamare al letto dei loro malati il dottor Calajò. E difatti mi consta che non lo chiamano, se non proprio all’ultimo momento, cioè quando finiscono di essere Milocchesi e sono soltanto povere bestie atterrite dalla morte imminente. Di solito, per le malattie lievi (o che in principio credono tali) si servono d’un certo Piccagliene, che tiene in casa la sonnambula, da cui si fa ajutare nelle cure sui generis che impartisce ai malati.

             Ecco, Piccaglione è proprio il medico che ci vuole per Milocca: non ha laurea; non la pretende a scienziato; non compromette in nessun modo la scienza, dalla quale pubblicamente s’è messo fuori da sé con quella ridicola sonnambula. E servendosi di lui si ha poi questo non disprezzabile vantaggio: che si fa a meno del farmacista; perché Piccaglione, tutta la sua farmacia, la porta in tasca, in una scatola che s’apre come un libro, da una parte e dall’altra scompartita in tante caselline, ciascuna con un tubetto di vetro pieno di pallottoline di zucchero intrise d’alcool con le essenze omeopatiche. Cinque o sei di quelle pallottoline sotto la lingua, e via! Guarigione sicura. Perché poi, quelli che Piccaglione non riesce a guarire con le sue pallottoline, non li uccide mica lui, ma Calajò, sia maledetto una volta e quando l’hanno chiamato!

            Nel sentir queste maledizioni al dottor Calajò, Piccaglione, eh’è un omarino alto un braccio ma con un testone di capelli così, si guarda le manine che forse incutono ribrezzo anche a lui, da quanto son gracili, e con certi ditini pallidi e pelosi come bruchi. Fa il distratto. Lo domandano d’una cosa e risponde a un’altra.

             Le campane delle otto chiese suonano intanto a morto; e il dottor Calajò se ne sta a casa, rintanato.

             Non già per paura. Ha la coscienza tranquilla, lui. Chiamato, al solito, all’ultimo momento, ha domandato ai parenti del moribondo se non l’hanno chiamato per isbaglio, invece del prete; e se n’è tornato a casa a studiare.

             Ah, se i Milocchesi sapessero dove studia il dottor Calajò! In un palco morto, che piglia luce da un occhio ferrato, il quale, nell’ombra muffida e intànfata, s’apre là in fondo, abbarbagliante.

             Per non essere disturbato dal chiasso dei figliuoli, ha allogato lì un tavolinetto coi piedi mozzi; salta sulle passinate del palco, curvo per non battere il capo nella copertura del tetto che pende a capanna, e va a ficcare le gambe lunghe distese sotto quel tavolinetto, sedendo su un’assicella posta fra una trave e l’altra; e in quella bella posizione dura quattro e cinque ore, finché la moglie non viene a chiamarlo, o per qualche rara visita o perché già pronto in tavola; e allora – a levarti ti voglio! con quelle povere gambe che non se le sente più, intormentite e informicolate da tante ore d’immobilità.

             Spesso, se il vento schiude nel terrazzino lo sportello per cui si entra in quel palco morto, i colombi e i piccioni della moglie s’affacciano titubanti a curiosare; grugano impauriti, scrollano il capo, a scatti, per sbirciarlo di traverso; poi si voltano, gli lasciano un segno della loro disapprovazione, e via. E di quelle disapprovazioni lì sono incrostate tutte le travi; ma sono il meno; c’è, più sensibile, il puzzo lasciato dai gatti, e anche quello dei topi; e poi quell’aria che sa di polvere appassita nell’umido di un’ombra perenne.

             Ma Calajò non si scrolla: non avverte nulla, seguita a studiare, senza curarsi né di Piccagliene, né dei Milocchesi: se non lo chiamano, o se lo chiamano all’ultimo momento e muojono come tanti cani.

             Già, ma c’è pure a Milocca il farmacista, a cui lozioni e misture, sali e unguenti e veleni e polverine dormono d’un sonno che spesso pare eterno nelle scaffalature della farmacia.

             –   Eh, lo so, caro dottore, voi dite così perché c’è il Municipio che vi paga per stare in oziò, e Piccaglione vi fa comodo. Ma io? Pensate ai vostri libri, voi; ma scusate: c’è un’intera popolazione che dovrebb’essere affidata alle vostre cure; la vedete morire con le pallottoline di quell’impostore in bocca, e non ve ne fate né scrupolo né rimorso? E obbligo vostro sacrosanto difenderla, questa popolazione, difenderla anche se non vuol esser difesa; difenderla contro la sua ignoranza e la sua pazzia! E non vi parlo di me!

             Batti oggi e batti domani, il farmacista ha strappato finalmente al dottor Calajò la promessa che farà una formale denunzia al Prefetto contro Piccaglione, perché gli sia interdetto l’esercizio abusivo della professione di medico.

             Apriti cielo! Come si sparge per Milocca la notizia di quella denunzia ancora da scrivere, tutto il paese si mette in subbuglio; sindaco, assessori, consiglieri comunali si precipitano infuriati in casa del dottor Calajò a protestare, a minacciare.

             E allora il dottor Calajò, che da anni ha lasciato correre, senza mai aprir bocca con nessuno, insorge contro tutti, indignato, e grida che la denunzia non l’ha ancor fatta, ma la farà, e non solo contro Piccaglione, ma anche contro il sindaco e contro la Giunta e il Consiglio municipale, che osano con tanta arroganza e sfacciataggine proteggere un impostore.

             Il caso diventa serio, il fermento del paese cresce d’ora in ora. Ma ecco farsi avanti, tranquillo e sorridente, l’omarino col suo gran testone di capelli, e quelle sue schifose gracili manine che si muovono molli molli nell’aria a raccomandar prudenza e pazienza.

             Con quel gesto, e zitto, come sicuro del fatto suo, dal caffè sulla piazza lo vedono avviarsi pian piano alla casa del suo nemico. Cava di tasca nel salire la scala un fascio di bigliettini scritti a lapis; e, come il dottor Calajò in persona viene ad aprirgli la porta, prima che abbia tempo di stupirsi della sua visita, gli mette in mano due o tre di quei bigliettini e alza un dito al naso per fargli cenno, da uomo che la sa lunga, di non stare a sprecar fiato inutilmente.

             –    Leggete; e poi regolatevi come vi pare. Calajò butta l’occhio su quei bigliettini e:

             –    Mia moglie? – esclama trasecolato. Piccaglione, senza scomporsi, risponde:

             –    Per qualche piccola gastrica occorsa ai vostri figliuoli.

             Quello si mette le mani nei capelli, e con gli occhi di chi si sente mancare il terreno sotto i piedi, ripete:

             – Mia moglie! E Piccaglione:

             –         L’ultimo bigliettino, guardate, non più tardi di jeri. Interrogatela. Non potrà negare. I vostri figliuoli, dottore, non li ho mai visti, perché i consulti, domande e risposte, sono stati sempre per iscritto, con codesti bigliettini mandati per la donna di servizio, che può esser testimone. Vedete ora voi, se vi sembra più il caso di far la denunzia. Tanto più che, i vostri figliuoli, vorrei sbagliare, ma ai sintomi che vostra moglie mi descrive temo purtroppo che abbiano la scarlattina, badate!

             E, così dicendo, Piccaglione volta le spalle e se ne va. Calajò resta come basito. Appena può riprender fiato chiama:

             –         Lucrezia! Lucrezia!

             Accorre una povera squallida donna, senz’età, con certi occhi atroci, velati e semichiusi, come se le palpebre le pesino, una più e l’altra meno. Stretta nelle spalle, ha la gobba, dietro, ben segnata dal giubbino verde sbiadito: la gobba delle povere madri sfiancate dalle cure dei figli e della casa.

             Ella non nega. Non nega e non si scusa. Dovrebbe accusare, invece; perché quell’uomo che ora piange e si morde le mani dalla rabbia, gridando d’essere stato tradito dalla sua stessa compagna e incolpandola del pericolo mortale che sovrasta ai figliuoli, forse non sa neppur bene quanti siano i suoi figliuoli e chi sia nato prima e chi dopo; non li vede mai; non li ha mai voluti a tavola, perché anche a tavola si porta da leggere e non vuol essere disturbato; potrebbe dire che appunto per questo, per non disturbarlo, gli ha sempre nascosto le lievi infermità dei figliuoli; ma sa che mentirebbe, dicendo così, e non lo dice.

             La verità è che ella, come tutti i Milocchesi, e anzi con un più intimo e profondo rancore, vede male la scienza del marito, e ne diffida; lo stima pericoloso, giacché non può non essere per lei una pazzia tutto quel suo accanimento allo studio, là nel palco morto.

             Si mette a piangere disperatamente, ma senz’ombra di rimorso, appena egli, nella camera dei bambini, dopo aver loro osservata la gola, si solleva dai lettucci dov’essi giacciono avvampati dalla febbre e con tutte le carnucce prese dal male, e si mette a gridare che sono perduti, perduti, perduti.

             Bisogna telegrafare d’urgenza perché dalla città vicina accorra a precipizio un medico munito del siero di Behring. Ha intanto la generosità di non incrudelire sopra la moglie, e non pensa più ad altro che a salvare, se può, i suoi bambini.

             Purtroppo, ogni rimedio è vano. I due bambini, a poche ore di distanza l’uno dall’altro muojono; per fortuna, presto, come fanno gli uccellini.

             E allora il dottor Calajò può sperimentare in sé il più spaventoso dei fenomeni: la coscienza, lucidissima, d’essere impazzito.

             Ha l’idea astratta del suo dolore, vale a dire del dolore di un padre che abbia perduto a poche ore di distanza due figliuoli; ma gli pare di non sentire nulla realmente, e che pianga come un commediante sulla scena, per l’idea soltanto della terribile sciagura che gli è toccata; piange, infatti, e si dà del buffone e poi sghignazza e grida che non è vero e che non sente nulla.

             Il giovane collega accorso dalla città lo guarda sbigottito e cerca di confortarlo. Conforti che, inutile darli, eppure si danno.

             – E ora vedrà, – gli grida Calajò, – ora saranno capaci di dire che li ho uccisi io, i miei figliuoli! Non crede? Ma sì! Mi odiano, mi odiano perché non sono come loro! Qua sono tutti in perpetua attesa di ciò che ci porterà il domani. Qua non si fabbricano case perché domani, domani chi sa come si fabbricheranno le case; non si pensa a illuminare le strade, perché domani chi sa che nuovi mezzi d’illuminazione scoprirà la scienza, domani! E così anch’io dovrei stare in attesa del rimedio di domani, s’intende, per tutti coloro che non hanno la morte in bocca; perché quando l’hanno, eh sono vigliacchi allora, e lo vogliono il rimedio d’oggi, e come lo vogliono!

             Ah sì? – fa il giovane collega. – E lei, scusi, perché non si mette a fare il medico come lo vogliono a Milocca? Acqua e lì!

             – Come, acqua e lì? – domanda stordito Calajò. E quello:

             – Ma sì, illustre collega, acqua, acqua naturale, tinta in rosso o in verde da qualche sciroppino, e lì!

             Ebbene, questo consiglio, dato forse per alleviar con una celia il dolore del padre e dello scienziato, si fissa come un chiodo nel cervello del dottor Calajò un po’ stravolto dalla doppia sciagura. Per parecchi giorni s’aggira per casa come una mosca senza capo; ma ogni tanto si ferma e scoppia inattesamente in una fragorosa risata. Anche di notte balza a sedere sul letto per ridere come un matto.

             – Acqua e lì! Sicuro! Acqua e lì!

             Si vendicherà. E senza rimorsi. Vogliono morire con la bocca dolce, i Milocchesi? Acqua e lì!

             La moglie, ridotta com’è un’ombra, non ha più pace. E, appena viene a sapere che quel giovane medico l’ha fatta lui, per suo conto, la denunzia, e che Piccaglione, per tutta risposta, senza neanche aspettare l’interdizione, ha fatto fagotto e se n’è andato via con la sonnambula, interroga la propria coscienza e sta in angosciosa perplessità se non abbia l’obbligo d’avvertire segretamente i cittadini di Milocca di guardarsi dal marito, a cui ha dato di volta il cervello.

             Siamo, finora, a questo punto.

             E non so se fin qui, quanto mi è stato riferito come vero, vi sia sembrato verosimile.

             L’inverosimile, signori miei, viene adesso; e me ne dispiace cordialmente per la scienza medica. L’inverosimile è che hanno ragione loro, i Milocchesi.

             Perché da quando il dottor Calajò, per vendicarsi, s’è messo a dar per ricetta agli ammalati quella sua «acqua e lì», gli ammalati – pajono morti – guariscono tutti.

Acqua e lì – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
Acqua e lì – Audio lettura 2 – Legge Giuseppe Tizza
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