Tu ridi – Audiolibro – Legge Vinicio Marchini

tu ridi audiolibro
Immagine dalla locandina del Film Kaos II (Tu ridi) di Paolo e Vittorio Taviani (1998)

Dal programma “Ad alta voce”, RAI Radio 3

Legge Vinicio Marchini

Prima pubblicazione: Corriere della Sera, 6 ottobre 1912, poi in Le due maschere, Quattrini, Firenze 1914.

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             Scosso dalla moglie, con una strappata rabbiosa al braccio, springò dal sonno anche quella notte, il povero signor Anselmo.

             – Tu ridi!

             Stordito, e col naso ancora ingombro di sonno, e un po’ fischiante per l’ansito del soprassalto, inghiottì; si grattò il petto irsuto; poi disse aggrondato:

             –    Anche… perdio… anche questa notte?

             –    Ogni notte! ogni notte! – muggì la moglie, livida di dispetto.

             Il signor Anselmo si sollevò su un gomito, e seguitando con l’altra mano a grattarsi il petto, domandò con stizza:

             –    Ma proprio sicura ne sei? Farò qualche versacelo con le labbra, per smania di stomaco; e ti pare che rida.

             –    No, ridi, ridi, ridi, – riaffermò quella tre volte. – Vuoi sentir come? così.

             E imitò la risata larga, gorgogliante, che il marito faceva nel sonno ogni notte. Stupito, mortificato e quasi incredulo, il signor Anselmo tornò a domandare:

             –    Così?

             –    Così! Così!

             E la moglie, dopo lo sforzo di quella risata, riabbandonò, esausta, il capo sui guanciali e le braccia su le coperte, gemendo:

             – Ah Dio, la mia testa…

             Nella camera finiva di spegnersi, singhiozzando, un lumino da notte davanti a un’immagine della Madonna di Loreto, sul cassettone. A ogni singhiozzo del lumino, pareva sobbalzassero tutti i mobili.

             Irritazione e mortificazione, ira e cruccio sobbalzavano allo stesso modo nell’animo stramazzato del signor Anselmo, per quelle sue incredibili risate d’ogni notte, nel sonno, le quali facevano sospettare alla moglie che egli, dormendo, guazzasse chi sa in quali beatitudini, mentr’ella, ecco, gli giaceva accanto, insonne, arrabbiata dal perpetuo mal di capo e con l’asma nervosa, la palpitazione di cuore, e insomma tutti i malanni possibili e immaginabili in una donna sentimentale presso alla cinquantina.

             –    Vuoi che accenda la candela?

             –    Accendi, sì, accendi! E dammi subito le gocce: venti, in un dito d’acqua. Il signor Anselmo accese la candela e scese quanto più presto potè dal letto.

             Così in camicia e scalzo, passando davanti all’armadio per prendere dal cassettone la boccetta dell’acqua antisterica e il contagocce, si vide nello specchio, e istintivamente levò la mano a rassettarsi sul capo la lunga ciocca di capelli, con cui s’illudeva di nascondere in qualche modo la calvizie. La moglie dal letto se n’accorse.

             – S’aggiusta i capelli! – sghignò. – Ha il coraggio d’aggiustarsi i capelli, anche di notte tempo, in camicia, mentr’io sto morendo!

             Il signor Anselmo si voltò, come se una vipera lo avesse morso a tradimento; appuntò l’indice d’una mano contro la moglie e le gridò:

             –    Tu stai morendo?

             –    Vorrei, – si lamentò quella allora, – che il Signore ti facesse provare, non dico molto, un poco di quello che sto soffrendo in questo momento!

             –    Eh, cara mia, no, – brontolò il signor Anselmo. – Se davvero ti sentissi male, non baderesti a rinfacciarmi un gesto involontario. Ho alzato appena la mano, ho alzato… Mannaggia! Quante ne avrò fatte cadere?

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