«Il guajo d’un altro Pirandello» in letteratura

Di Sarah Zappulla Muscarà

Il figlio primogenito di Luigi Pirandello, Stefano, inizierà a scrivere usando, secondo diverse modalità, lo pseudonimo. Pur teso a trovare una vera autonomia artistica ed economica, il figlio ricorrerà alle conoscenze paterne per inserirsi nel mondo giornalistico e nel settore editoriale tanto impenetrabili.

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Stefano Pirandello
Luigi Pirandello nel suo studio con il figlio Stefano e la signora Olinda Labroca sua moglie, legge alcuni telegrammi ricevuti in occasione del conferimento del Premio Nobel. Da Istituto di Studi Pirandelliani

Il figlio primogenito di Luigi Pirandello, Stefano, inizierà a scrivere usando, secondo diverse modalità, lo pseudonimo. Con quel segno linguistico fra i più motivati, intende sfuggire al «giogo letterario che si chiama Pirandello» e nello stesso tempo sentirsi «persona viva», finendo tuttavia col rafforzare il legame, non già sul piano biologico quanto su quello delle affinità elettive. Pur teso a trovare una vera autonomia artistica ed economica, il figlio ricorrerà alle conoscenze paterne per inserirsi nel mondo giornalistico e nel settore editoriale tanto impenetrabili. Lo studio qui presentato non prende in esame l’opera letteraria con cui Stefano conquisterà finalmente una sua identità nel campo della drammaturgia e della narrativa, ma piuttosto delinea, attraverso il fitto epistolario suo e di suo padre con molteplici scrittori e operatori culturali, un quadro della vita letteraria siciliana e italiana nei primi decenni del Novecento e le difficoltà di un «figlio di papà» per inserirsi in quello che ormai è il mercato delle Lettere.

Così scrive Luigi Pirandello a Ugo Ojetti  il 10 ottobre 1921.Perché Landi? Illuminante il viaggio semantico cui il nome invita. Landi scaturisce infatti da Lando Laurentano de I vecchi e i giovani, intellettuale principe socialista. Lo pseudonimo, segno linguistico fra i più motivati, con cui Stefano Pirandello intende prendere le distanze dal padre, finisce così col rafforzarne il legame, non già sul piano biologico quanto su quello delle affinità elettive. Arduo per Stefano sfuggire allo strabiliante «giogo letterario che si chiama Pirandello» e nello stesso tempo sentirsi «persona viva». Fragile seppure eloquente schermo lo pseudonimo, volto ad affermare un’autonomia, sebbene mai riconosciutagli, ambita e lentamente conquistata, ancorché a fatica, come testimonia il teatro della maturità e il romanzo sino ad oggi inedito, di tutta una vita, Timor sacro. Raramente Stefano ricorre ad altri pseudonimi. Quando accade, come nell’intervista al padre Se Pirandello scrivesse il romanzo di Adamo ed Eva firmata Fortunio, o nell’articolo Luigi Pirandello pittore, firmato Testis Idoneus, questi sono usati come figure, come maschere: moltiplicazione d’identità ancora una volta sovrapponibile al gioco pirandelliano. Nel difficile calcolo del dare e dell’avere Stefano molto deve, e non potrebbe essere altrimenti, al magistero paterno. Mai, tuttavia, come scrive all’editore Valentino Bompiani il 15 gennaio 1942, si è «servito di lui». Piuttosto è rimasto schiacciato dal peso di una dittatura parentale e letteraria da cui è giunto il momento di affrancarlo. Quella cui si sottrassero gli altri figli: Fausto, non senza difficoltà e sofferenza, con la fuga a Parigi e il percorso di un diverso itinerario artistico, divenendo uno dei più apprezzati pittori del Novecento, di forte spessore simbolico-metafisico; e Lietta con un matrimonio che la condurrà lontano dall’Italia, in Cile. Per il padre, Stefano ricopre i ruoli diversi e complementari di testimone, segretario, procuratore, amministratore, collaboratore, tenendo le fila di un incessante turbinio di relazioni con giornalisti, critici, agenti, editori, impresari. Lo testimoniano gli epistolari, in particolare quello col padre, da cui affiorano doviziose informazioni sulla storia della letteratura, del teatro, del cinema dei primi decenni del Novecento.

Autore dei romanzi Il muro di casa e Timor sacro, di un volume di poesie, Le Forme, di diciannove testi teatrali, Stefano è uno fra i drammaturghi italiani più interessanti del secolo scorso. Ma non è a questa produzione che s’intende qui accennare, bensì a quell’intensa, ignorata attività giornalistica, che dagli anni Venti si protrae, con apparizioni in verità sempre più sporadiche e occasionali, fino all’ultima stagione. Suoi racconti ed articoli, allora incunaboli di futuri lavori, vengono pubblicati su un’ampia, variegata tessitura di testate, di molte delle quali non si avevano notizie, talune imprevedibili (come La Domenica dell’Agricoltore), la gran parte di difficile reperimento: La TribunaNoi e il MondoL’Idea NazionaleNovellaIl Giornale di RomaIl TevereLa Fiera LetterariaLa StampaLa NazioneQuadrivioIl DrammaScenarioSiparioNuova AntologiaLo Spettatore Italiano, per citare le più note.

Uno stabile incarico redazionale presso giornali e riviste costituiva necessità primaria, vitale per il giovane Stefano, assillato dal bisogno economico, prima per le sospirate nozze con la fidanzata Olinda, sorella del compagno di studi, musicista e musicologo, Mario Labroca, poi per mantenere la famiglia. La sua corrispondenza registra con frequenza la ricerca, spesso infruttuosa, di collaborazioni, talora col sostegno del padre Luigi, che lo stesso iter aveva percorso e che non si sottrae al tentativo di procurargli un’occupazione idonea.

Nel 1920 Stefano esordisce sul quotidiano romano La Tribuna, diretto da Olindo Malagodi, e un anno dopo sul suo supplemento mensile Noi e il Mondo. Collaborazione di breve durata che comprende divagazioni culturali e storielle di animali, antropomorfizzati secondo la favolistica classica, rivisitata, però, e a lungo frequentata, senza l’intento moraleggiante di ammaestrare. Pubblica pure sull’Idea Nazionale, altro importante quotidiano romano diretto da Enrico Corradini, con scritti di varia natura ancora acerbi, tormentati, «novellette qua e là dialogate», avrebbe detto il dottor Hinkfuss in Questa sera si recita a soggetto, che rivelano in Stefano la fatica di cancellare l’intrusiva impronta del padre, di essere profondo ed ironico insieme, d’intraprendere la strada della testimonianza e della conciliazione. Prove da cui è difficile trarre il presagio del suo futuro valore, lontano ancora dall’essergli pienamente riconosciuto. Da quel giovane ostinato «nella fede che i fatti letterari avessero un’importanza suprema», quale era, in abito di quieto borghese, «corpulento e paziente, tardigrado nell’elaborazione» come Stefano si definisce in Timor sacro, impegnato a sollevare l’individuale patire a dimensione universale. Consapevole che la libertà, e ancor più quella che investe l’espressione artistica, passa dal riscatto economico, indocile morde il freno nella speranza di raggiungere presto la sospirata indipendenza dal padre con il definitivo ingresso nella famiglia dell’Idea Nazionale. Speranza che sembra progressivamente allontanarsi se a Silvio d’Amico il 6 luglio 1921 da Roma scrive:

Onde siccome suole ho deposto per sempre l’idea d’entrare all’Idea – e, anche con un’idea in meno in testa, riesco a campicchiare la mia giornatella. Ho detto a Frateili che rivolevo la roba mia, ossia tre articoli: Il giuoco, Dimostrazione d’un assioma, e come si chiama… ecco: Oggi come oggi. (p. 105)

Eppure, in questa stessa lettera, firma «Tuo aff.mo Stefano Landi Landi Landi Landi fino alla morte». Il 9 luglio, da Sarteano, d’Amico lo invita ad un cauto ottimismo e, tra il serio e il faceto, a deporre lo pseudonimo: «La tua ora verrà. Sta per venire. Se ti decidessi a firmare con il cognome che Dio e tuo padre t’hanno dato, sarebbe già venuta. Scherzi a parte: lasciami tornare in piena Roma, e qualcosa combineremo.» (p. 105). Si trattava comunque di uno sfogo di poca durata se, rinfrancato, Stefano l’11 luglio giocosamente precisa:

Non era vero, no, che stridendo nella diaccia acqua della delusione si fosse spento il mio rovente, o Silvio, sogno, di collaborare all’intestazione di questo foglio [scrive su carta intestata L’Idea Nazionale]. Simile a un tenero fenicottero pizzicato là ove la pudicizia si copre con la pennuta coda, io m’ero arruffato e gonfio, ma la morbida mano d’Arnaldo mi corse lieve e suadente per la groppa e ’l petto e, o Silvio, placò “per contagio” l’irritazione anche nel suaccennato luogo, sede specifica dell’amor proprio. E me, o Silvio, giulivo ecco vedi in questa amabile cella vegliata dal volo superno de’ pargoli pinti. Ma non al festante animo devi tu, o Silvio, concedere una libera illusione: odi più tosto in qua[l]i vincoli si rafferma quella rappresentazione veritiera di me memovente con tatto in questi climi che tu m’hai dischiusi. Senti, Silvio: calo. Calo, se no non mi spiego più. Adesso ti scrivo da casa, nel pomeriggio di quel dì che stamattina era lo stesso 11 luglio di quest’anno. Dunque le cose stanno così: Frateili m’ha detto di frequentare l’Idea, m’ha assicurato della benevola considerazione di Tamaro e m’ha fatto fare i teatrini. Mi ha fatto fare eziandio l’intervista a Papà sulla Commissione – m’ha detto di riportare corretto l’articolo dei contadini senza Teodora e io umilmente ho acconsentito. L’intervista l’ho portata in redazione stamattina, l’articolo lo porto domani – dopodomani forse ne porto un altro più divertente ancora: sì, sì […]. Il tuo letteroncello m’ha ricolmo il cuore di gioja e di speranzosa esuberanza. (p. 105-106)

Non più così, due giorni dopo, il 13 luglio, quando da Roma informa Olinda «che il momento è bruttissimo e [che] nessuno è più sicuro del proprio posto perché gli industriali che mantengono L’Idea sono in crisi», da cui la necessità di «seguitare a scrivere per tutti e due i giornali». Costretto a confrontarsi con le difficoltà di trovare un’occupazione stabile e soddisfacente presso la redazione di un giornale, amareggiato, e tuttavia ancora fiducioso, Stefano il 18 agosto, sempre ad Olinda da Roma, scrive:

[d’Amico] mi comunica la bruttissima notizia, che, malgrado tutti i suoi sforzi, io non posso per ora trovar posto all’Idea. Per me è stato certo un brutto momento, ma fino ad un certo punto. Domani stesso vado a presentarmi al redattore capo del Mondo con una lettera che Papà m’ha già preparata da tempo. Sono quasi sicuro che al Mondo il posto lo trovo: pazienza se non può soddisfarmi moralmente. Io del resto alla mia attività giornalistica tengo fino ad un certo punto: dove voglio consistere io è nella nostra vita grande e, se potrò, nell’arte. (p. 117)

Stefano dunque assegna un carattere effimero, occasionale, alla sua attività giornalistica, considerata di scarso valore e significato, praticata controvoglia, soltanto strumento di sopravvivenza da porre tra i disagi e le incombenze delle quotidiane necessità, distante dal ruolo che intende ricoprire, vale a dire quello dello scrittore impegnato a smascherare il volto iniquo del potere e della prevaricazione che non risparmia la famiglia. Compreso del bisogno di stabilità da Stefano tenacemente cercata senza successo, il 10 ottobre Luigi Pirandello sollecita l’intervento dell’amico Ugo Ojetti:

Nei giornali romani, tutti in crisi, non c’è nessun posto di redattore fisso, per ora. Avrei pensato di farlo entrare nella redazione romana del Corriere della Sera. Me ne suggerì l’idea, a Milano, Renato Simoni: mi disse anzi che credeva bastasse una mia lettera al Senatore Alberti[ni] per ottenerlo. Ma io non conosco di persona Luigi Albertini, né gli ho mai scritto. Credi, caro Ugo, di potergliene dire tu qualche parola? Mio figlio ha già fatto di tutto, alla Tribuna e all’Idea: fino la così detta cucina e l’impaginatore. Io sarei veramente felice di metterlo a posto, nella famiglia del Corriere, e più felice se questo lo dovessi a te. (p. 120)

Ma non ottiene nessuna consolante risposta.

Nel 1922, su Comoedia, rivista edita dalla milanese Casa Italia, NovellaIl Giornale di Roma, Stefano pubblica alcune novelle meno tormentate delle precedenti, frutto di più sicura padronanza narrativa. Dell’intenso lavoro sotto l’autorevole guida e supervisione del severo ed esigente padre, da Roma il 2 agosto 1921 così Stefano scriveva ad Olinda:

Fedele al programma, mi sono alzato, quanto più allegramente ho potuto, alle 6½ e mi sono messo di lena a lavorare. Non erano le 10 e la novelletta era finita. Sono andata a leggerla a Papà e è stato un disastro, Dodì. Non me ne ha lasciato in piedi neanche un periodo. M’ha detto che era tutta fuori tono: ossia falsa: proprio in quello stile di parole e non di cose, stile pestilenziale che fa ribrezzo alle persone sanamente costituite. Affettata e arbitraria, ecc. C’è voluto poco per farmene capace. È la pura e brutale verità. (p. 112)

«Disperato per il romanzo da dare a Fracchia», il 6 gennaio 1922 scrive ancora ad Olinda:

Ieri sera lavorai come un matto a metter su una coserella da darla a Bragaglia, per le Cronache d’attualità e stavo a buon punto e con l’intenzione di finirla oggi in mattinata quando Papà mi dice che l’uomo Bragaglia fa parte di quella estesa genìa di spiantati, per cui per principio non paga un soldo di collaborazione, tutt’al più fa una fotografia gratis. Allora ho mandato al diavolo il lavoro. Ero disperato per il romanzo da dare a Fracchia. Dopo molto lavoro cincischiato e tirato col fiato parola per parola avevo finito il primo capitoletto. Non ne ero sicuro e l’ho letto a Fausto. Disastro. È troppo filosofico, troppo serio, troppo nojoso, troppo difficile. Per Fracchia ci vuole roba facile. Mi scervello, cerco un argomento interessante e movimentato, qualche cosa di azione senza considerazioni, non so a che santo votarmi. Poi mi ricordo che in prigionia avevo cominciato a scrivere una lunga novella che poteva essere adatta. L’ho ripresa. L’ho trovata che fa spavento, tutta piena d’ingenuità, scritta proprio da un principiante, pretenziosetta e annacquata. Anche l’argomento in fondo era troppo poco. Allora mi sono messo le tempie fra i pugni, ho chiuso gli occhi e mi sono buttato a pensare. Dopo un’ora avevo trovato. Complicata la vicenda della novella, indovinato lo stile adatto, e mi sono accinto a lavorare. Avevo promesso a me stesso di non rivederti prima d’aver concluso qualche cosa in questo senso. (p. 121-122)

Nel marzo dello stesso anno assunto nella redazione del Mondo di Giovanni Amendola, ne è licenziato dopo pochi mesi per riduzione di personale. «Il giornale è quasi fallito, in un periodo di grandissima crisi, per cui Stefanuccio è stato licenziato» scrive Luigi a Lietta il 29 maggio 1922. E il 16 luglio ad Ojetti, il padre perora ancora una volta con calore la causa del figlio:

Non credi che sia il caso, mio caro Ugo, di riparlare a Luigi Albertini per l’entrata di mio figlio Stefano nella redazione romana del Corriere? Questo mio povero figliolo, in premio di tante ottime prove di intelligenza, d’attività, di zelo, date in cinque mesi in questo giornale Il Mondo, è stato licenziato per economia con altri venti che non avevano diritto a liquidazione, e si trova a spasso, e naturalmente, sulle mie spalle con sua moglie. (p. 124)

Ancora una volta nessun segno giunge a sollevare le ansie di Pirandello per lo sfortunato figlio impegnato senza risparmio al Giornale di Roma. «Novelle di buone ne ho scritto solo due, pubblicate sul Giornale di Roma di cui sono redattore. Redattore di cucina, tecnico, impaginatore – a ben mille lire di stipendio senza caroviveri, perché, dato che sono giovane, non usa: che bisogno ne avrei?», lamenta Stefano, sempre più consapevole di sé e del proprio valore, il 3 giugno 1923. Ad agosto, dopo una breve vacanza a Grottaferrata, «riprenderà il suo lavoro (e questa volta notturno!) al nuovo giornale Il Corriere Italiano che il giorno 7 sostituirà il Giornale di Roma defunto» (Luigi da Roma a Lietta, 3 agosto 1923). In uno stato di perpetua precarietà che gli impedisce di dedicarsi interamente alla letteratura, di progettare senza affanni il proprio futuro, da Roma ad Olinda il 6 agosto 1925 Stefano scrive: «Mi metto a cercare a tutt’uomo un’occupazione qualsiasi che mi dia un altro migliajo di lire al mese. Dal teatro per ora non c’è nulla da sperare: il teatro ha bisogno anzi di gente che dia e lavori con la sola speranza d’aver riconosciuta un giorno lontano l’opera prestata.» Di lì a poco, il 13 agosto, la buona novella: «Ho trovato posto all’ufficio di corrispondenza della Commissione Tecnica dell’Agricoltura: sono stato nominato anzi Capo dell’Ufficio. Lo stipendio non è ancora fissato. È ora in formazione il giornale settimanale o, se ci si arriva, quotidiano Il popolo d’Italia agricolo e io ne sarò redattore.» Si tratta della Domenica dell’Agricoltore diretta da Arnaldo Ferraguti, rivista fortemente propagandistica della politica del regime. Prescindendo dalle tematiche da trattare e dalle colorazioni di parte, Stefano accetta, dunque, di collaborarvi. Un incarico non esaltante, lontanissimo dai progetti letterari, che Stefano, appena un anno dopo, dovrà tuttavia difendere strenuamente, come documenta la lettera alla moglie in villeggiatura a San Martino al Cimino del 24 agosto 1927:

Debbo lottare qui, ora, per conservarmi il posto alla Domenica dell’Agricoltore. Ferraguti, premuto dai bisogni di economia del giornale, mi aveva già buttato a mare su a Milano ed era venuto a Roma con l’intenzione di comunicarmi il licenziamento. Adesso si è convinto a tenermi. Dovrà fare macchina indietro a Milano, e dimostrare che la mia opera è necessaria, mentre prima aveva detto il contrario. Io debbo riconoscere che è un galantuomo perché non è da tutti rimangiarsi le proprie parole. A ogni modo, mi ha naturalmente messo i piedi sul collo per quel che riguarda il lavoro. Sono tornato nella condizione di schiavitù dei primi mesi, con l’orario preciso. (p. 162)

Il primo pezzo di Stefano, Comizi di propaganda agraria, vede la luce il 14 novembre 1926, l’ultimo, Scienza italiana nel mondo, l’11 maggio 1930. Alternando a periodi di assiduità altri di più scarsa frequenza o di silenzio, vi pubblica ben cinquanta nove articoli tutti a firma Stefano Pirandello (più spesso per esteso, soltanto talora con le sole iniziali). Un’eccezione questa alla regola che Stefano si è data di firmare con lo pseudonimo, probabilmente per imposizione di Ferraguti che non voleva perdere l’occasione di fregiarsi dell’illustre cognome. Imposizione cui lo scrittore non può sottrarsi e a cui si piega anche in considerazione della specificità del periodico e dei suoi lettori. Nonostante la materia così lontana dai suoi interessi, Stefano affronta con scrupoloso zelo professionale molteplici argomenti di primaria importanza per il mondo rurale e per quello ittico, riferendo sugli accadimenti nazionali, sui provvedimenti attuati dal Governo per promuovere la “battaglia del grano”, sulle aree di bonifica, su quelle di mercato, sull’iter legislativo delle norme che regolano la produzione. Non mancano le interviste ad alte cariche dello Stato, i documenti fotografici, i racconti di quotidiane esperienze rurali, i consigli, gli ammaestramenti. In Vita e miracoli del “mago delle piante”, apparso il 21 novembre 1926, Stefano narra del botanico Alberto Pirovano, studioso appartato e schivo, modesto impiegato alla Cassa di Risparmio, che per gli importanti contributi alle ricerche di elettrogenetica ottiene dal fascismo il riconoscimento della «genialità italiana». In esordio un’amara considerazione di natura autobiografica sulla difficile conquista della visibilità. Ciascuno infatti «finché non è riuscito a farsi riconoscere (e questo, di solito, non avviene mai finché egli è giovane), va nella vita confuso agli altri». Il titolo riecheggia l’incompiuto romanzo Vita e miracoli di Giustino Lambusta di Francesco Lanza, direttore, con Nino Savarese, del Lunario Siciliano, su cui Stefano nel giugno 1929 pubblica l’articolo Ascolta, Giufà.

Frattanto inizia la collaborazione al Tevere, quotidiano romano di regime, diretto da Telesio Interlandi, di Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa. Fascista della prima ora, tristemente noto quale sostenitore delle leggi razziali, fondatore, insieme a Luigi Chiarini, del settimanale Quadrivio, Interlandi si circondò di numerosi Siciliani, alcuni dei quali destinati a divenire scrittori di primo piano nel panorama letterario italiano: Nino Savarese, Francesco Lanza, Rodolfo De Mattei, Aurelio Navarria, Arcangelo Blandini, Alfredo Mezio, Corrado Sofia, Antonio Bruno, Francesco Trombadori, Elio Vittorini, Vitaliano Brancati. L’importanza delle riviste letterarie e culturali come spazio elettivo di propaganda ideologica non era sfuggita infatti al fascismo. Una delle caratteristiche e delle novità della politica del consenso consisteva proprio nella creazione di giornali che svolgessero la funzione di alimentare il dibattito politico-culturale e trasmettere le direttive ufficiali, costituendo al contempo un punto di raccolta, meglio un vivaio, di giovani intellettuali provenienti da aree ed esperienze diverse.

L’attenzione per la stampa letteraria, che in verità mantenne un ruolo parzialmente autonomo rispetto alle scelte di regime, è indicativa del crescente interesse per i mezzi di comunicazione di massa. Le testate culturali dovevano mirare, dichiarava esplicitamente Giuseppe Bottai16 nel convegno della stampa fascista, tenutosi nel dicembre 1924, «all’inquadramento della classe più refrattaria al tesseramento, quella degli intellettuali, che solo possono essere attirati nella nostra orbita attraverso i sentimenti a loro cari della meditazione e del pensiero».

Il 4 novembre 1925, da Roma, Stefano scrive al padre:

Sto provvedendo al piazzamento internazionale degli articoli della Nación. Di più, se tu non hai nulla in contrario (anche per questo, dammi un rigo di risposta presto!), dirò […] che tu per ora non potendo scrivere novelle darai al Popolo d’Italia questi articoli, per 600 lire l’uno. Di tutto quello che si ricaverà così potremo fare a mezzo, in modo che tu potrai avere da questa parte senza colpo ferire da 1500 a 2000 lire il mese. Approvi? – Altra cosa. Ho stretto contrattino col Tevere per due novelle al mese. Ne ho già pubblicate tre, e ho consegnato la quarta. Vedo che hanno un certo successo. Sono diventato uno scrittore leggibile dacché sono riuscito a ironizzare tutta quella torbida e antipatica angoscia della mia natura. L’antipatia è scomparsa, il torbido s’è fatto generatore di meravigliosità. Lavoro come un eroe dalle 7 della mattina alla sera. Il romanzo va avanti. È intitolato: “Livia Luppia città spettacolo di cose possibili ma inverosimili”. Il titolo risponde bene al romanzo e mi piace. (p. 144)

La lettera documenta che gli scritti apparsi sulla Nación, utilizzati pure su testate italiane, con la firma di Luigi Pirandello, sono in realtà di Stefano. Quanto alla collaborazione alla terza pagina del Tevere, che recava l’emblematico titolo Tutto nulla e qualche cosa, conta ben quarantasei presenze. Costituite da novelle, talune di sapore autobiografico, come Condizione de’ diavoli a Monteluco del 30 agosto 1927, altre destinate a tradursi in testo teatrale, come Ladro compiuto dell’11 luglio 1927, poi riveduta con il titolo Delusione del vecchio Samuele sulla Nazione del 22 maggio 1931, nucleo narrativo originario dell’atto unico Qui s’insegna a rubare. Ma pure da notizie letterarie, divagazioni critiche, interviste, liriche (quest’ultime confluite nel volume Le Forme). L’articolo Uno scrittore in marcia, del 25 aprile 1931, «non una misurazione critica delle sue opere» piuttosto una «ricognizione sulla sua indole di scrittore», è dedicato a Corrado Alvaro, frequentatore assiduo di casa Pirandello, amico di Stefano che ne farà uno dei personaggi del ricordato romanzo Timor sacro, col nome di Luca Mastroleo. Firmati con lo pseudonimo Fortunio l’articolo Col Norge sulla via del Polo del 4 agosto 1926, l’intervista al padre del 31 luglio 1926 intitolata Se Pirandello scrivesse romanzo di Adamo ed Eva («romanzo dalla tela vastissima», fantastico «come tutte le opere d’arte anche le più veriste», che immagina lo spirito dell’autore «vagante da millenni per gli spazi o nei tempi delle stelle, senza più notizie di questa vecchia Terra»), e quella a Stefano Pittaluga, Il ritorno alla produzione, del 23 ottobre dello stesso anno. Direttore della S.A.S.P., Pittaluga, uno dei più autorevoli esponenti del mondo cinematografico, aveva appena concluso un vantaggioso accordo finanziario fra l’U.C.I. e la Banca Commerciale Italiana per la produzione di film con capitale soltanto italiano. Nata come casa di distribuzione, la Pittaluga, che aveva iniziato a produrre da quando aveva rilevato la Fert di Torino, intendeva eliminare le agenzie straniere e assorbirne il lavoro di vendita e di noleggio, esportando produzione italiana di pregio: «L’industria cinematografica – dichiara Stefano Pittaluga – può vivere e prosperare soltanto allorché il suo orizzonte di smercio sia internazionale». La collaborazione al Tevere si chiude il 16 gennaio 1933.

Il giornalismo colto e la letteratura sembrano andare dunque di pari passo, specie in un’epoca in cui la terza pagina è recente conquista. Anche Luigi Pirandello pubblica, prima che in volume, su molteplici testate, poesie, romanzi, drammi e soprattutto quei racconti che costituiranno il corpus delle Novelle per un anno. Insoffribile per Stefano l’altro giornalismo, quello «militante», di redazione, di “cucina”, di cui lamenta il peso nella lettera a Ugo Ojetti del 4 novembre 1925:

Le scrivo una pazzia, ma non posso fare a meno di giocare la carta su cui è puntato tutto un sogno di lavoro calmo e coscienzioso. Ecco. Per togliermi dalla necessità di procurarmi uno stipendio col giornalismo militante (che faccio male, con fatica e senza soddisfazione), e data l’intenzione mia di cavare dal lavoro solo il necessario per lavorare ancora, e null’altro, ho pensato di rivolgermi a una casa editrice con questa proposta: 1o – Datemi uno stipendio mensile di L. 1200, per quattro anni. 2o – Vi consegnerò ogni anno un romanzo (o un volume di novelle) e due commedie (in 3 o più atti). 3o – Ognuno di questi lavori resterà in vostra proprietà per 5 anni. Potrete sfruttarlo con la rappresentazione teatrale e la pubblicazione del volume. Io godrò dunque dello stipendio per 4 anni, mentre voi avrete lo sfruttamento dei lavori fino alla liberazione dopo cinque anni, che, per quelli consegnati nell’ultimo anno dell’impegno, cadrà il nono anno. Otto commedie, due romanzi e due volumi di novelle. Solo i diritti d’autore sulle sole prime rappresentazioni rimborserebbero quasi del tutto la casa editrice. Ma è un affare tutto fondato sulla fiducia in me. E questa bellissima proposta a chi la faccio? a Treves? a Bemporad? a Mondadori? Io sono un “figlio di papà” per tutti, però mio Padre non ha creduto di dovermi sistemare come ogni “figlio di papà” che si rispetti. Ho bisogno di consiglio e d’ajuto. (p. 144-145)

Con paterna benevolenza, realistico buon senso e profonda conoscenza della realtà editoriale, all’ingenua e ambiziosa proposta due giorni dopo Ojetti risponde:

Caro Stefano, un momento. Rispondi a una domanda: tu il romanzo l’hai pronto? Non sarebbe meglio offrire prima un buon romanzo ad un editore, e poi, pubblicato e ben venduto il romanzo, proporgli di darti un compenso mensile a forfait? L’editore vuole di certo una prova palmare che l’affare è buono o almeno che il rischio è minimo. Ma nella tua idea, ciò che mi sembra più improbabile, per non dire impossibile, è la proposta delle commedie. Che può fare un editore d’una commedia? Solo stamparla. Non ha tempo né uomini né modo per farla leggere e rappresentare. Dunque il meglio mi sembra è offrire, mettiamo, a Treves un buon romanzo. L’hai? Posso offrirglielo io, volentierissimo, e cordialissimamente difenderlo. Risultato? Treves, ad esempio, è in un periodo di spavento. Ma bisogna tentare. Tentiamo. Treves dà (resti tra noi) 1200 lire al mese a Marino Moretti per un romanzo o un vol. di novelle all’anno. (p. 145-146)

Consapevole del disagio che Stefano soffre alla redazione della Domenica dell’Agricoltore, il 13 maggio 1926 anche Luigi Pirandello scrive da Como ad Ugo Ojetti:

Ed ora ti vorrei rivolgere una affettuosa preghiera. Tu conosci mio figlio Stefano: so anzi che lo stimi giovane serio e d’ingegno, scrupoloso, fin troppo, nel suo lavoro; tale io lo stimo e tu sai che l’essergli padre non fa velo al mio giudizio. Stefano non è più ragazzo, è, anzi, padre di famiglia e padre anche di un Luigi Pirandello in fasce, che Dio preservi dalle Lettere e dalle Arti!! Tu intendi quanto io desideri che mio figlio si sistemi, trovi cioè una via sicura per la sua attività che è molta, ed una remunerazione onesta per le sue pretese che son poche. Ma proponendotelo per la Redazione romana del Corriere, e fidando soprattutto nella tua vecchia amicizia, io non credo di venderti una delle merci comuni che si trovano sul mercato letterario e giornalistico italiano. Stefano, da oltre un anno, lavora con Ferraguti per la compilazione del Giornale agricolo che si stampa sotto gli auspici del Ministero di Agricoltura. Egli si è fatta, in questo tempo, una vera e propria competenza riguardo a tutte le questioni gravi e complesse che si agitano, anche nel campo politico, per la battaglia del grano e circa tutti i problemi agricoli che interessano grandemente la vita del nostro paese. Ho pensato che un giovane di cultura e di buona volontà, scrittore sicuro versato per di più in un campo nel quale pochi che se ne intendano possiedono l’arte del bello scrivere, potesse essere non inutile ad un grande Giornale. Ti sarò tanto, tanto grato, caro Ugo, se vorrai pensare a questa mia proposta ed esaudire questa mia preghiera. Stefano si sente stranamente oppresso da una specie di giogo letterario che si chiama Pirandello ed è bene che qualcuno gli dica che anche lui è persona viva. Se lo merita, e da nessuno meglio che da te potrà venirgli la buona novella. (p. 151-152)

Appena due giorni dopo da Milano la rammaricata risposta: «Ho sempre pensato, da quando sono qui, al tuo Stefano; ma nel Corriere sono troppi i redattori, diremo, letterari; e desidererei anzi, col tempo, diminuirne il numero […]. Ti ripeto che non dimentico il desiderio di Stefano e il tuo, e se troverò un posto vuoto subito ti scriverò.»

Stefano non sarà mai assunto al Corriere della Sera. Soltanto una sua favoletta, Le astuzie del gobetto Coccò, troverà ospitalità nel novembre 1927 sul Corriere dei Piccoli, settimanale dell’autorevole quotidiano milanese. Fra le testate d’importanza nazionale cui Stefano collabora si registra La Nazione, dal 1931 al 1933, con 21 firme. Sporadica, di breve durata e consistenza, la sua presenza in numerose altre.

Pur nella loro varietà ed eterogeneità – interventi occasionali, interviste, divagazioni critiche, racconti, storie d’animali – gli scritti giornalistici di Stefano offrono non pochi motivi d’interesse. Soprattutto le brevi, essenziali, storie d’animali parlanti che dalla vita quotidiana ricavano combinazioni allucinate e identificazioni imprevedibili, talora di sottile, pungente ironia. E ancora i tanti racconti che si aprono al sogno, ai desideri, ai progetti di vita; che scaturiscono dalla denuncia di deludenti realtà; che sono attraversati da enigmatiche figure al limitare dell’assurdo; che risentono di suggestioni autobiografiche. Ora, come Un gradino più giù, d’incandescente materia sessuale, ora, come Ladro compiuto, di straniata condizione esistenziale, serbatoio narrativo del suo teatro. Forte inoltre è il richiamo alla traumatica esperienza della guerra e agli ostacoli che la vita sociale e famigliare pone al conseguimento della libertà e della felicità.

Molteplici i percorsi seguiti da Stefano lungo l’intero arco della sua attività giornalistica. Nella prima giovanile fase, prevalendo lo sforzo compositivo con un che di tortuoso, di aggressivo, di arrogante nell’esibita allegrezza d’invenzione, scaturita dall’ineludibile, sotteso confronto con il padre, nella fase della maturità, invece, una più distesa, pacificata, non più competitiva disciplina d’arte. Un’attività, quella giornalistica, che via via si esaurirà allorché Stefano che, come scrive alla moglie Olinda, aspira a «consistere nell’arte», si dedicherà quasi esclusivamente all’attività drammaturgica.

Sarah Zappulla Muscarà
1 febbraio 2019

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