Soffio – Audiolibro

Soffio audiolibro
Immagine dal Web

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Da QuartaRadio.it

Prima pubblicazione: Quand’ero matto, Streglio, Torino 1902/1903; forse già composta nel 1894.

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             Certe notizie sopravvengono così inattese che si resta lì per lì sbalorditi, e dallo sbalordimento pare non si trovi più modo a uscire se non ricorrendo a una delle frasi più fruste o delle considerazioni più ovvie.

             Per esempio, quando il giovane Calvetti, segretario del mio amico Bernabò, m’annunziò la morte improvvisa del padre del Massari, da cui poco prima Bernabò e io eravamo stati a colazione, mi venne d’esclamare: – Ah la vita cos’è! Basta un soffio a portarsela via –; e congiunsi il pollice e l’indice d’una mano per soffiarci su, come a far volare una piuma che tenessi tra quelle due dita.

             Vidi, a quel soffio, il giovane Calvetti farsi brusco in volto, poi piegare il busto e portarsi una mano al petto, come quando s’avverte dentro, e non si sa dove, un malessere indefinito; ma non ne feci caso, parendomi assurdo ammettere che quel malessere potesse dipendere dalla stupida frase che avevo detta e dal ridicolo gesto con cui, non contento d’averla detta, avevo anche voluto accompagnarla; pensai a qualche fitta o puntura ch’egli avesse avvertito, forse al fegato o al rene o agl’intestini, momentanea a ogni modo e senz’alcuna gravità. Senonché, prima di sera, mi piombò in casa costernatissimo Bernabò:

             –    Sai che m’è morto Calvetti?

             –    Morto?

             –    All’improvviso, nel pomeriggio.

             –    Ma se nel pomeriggio era qua da me! Aspetta, che ora poteva essere? Saranno state le tre.

             –    E alle tre e mezzo è morto!

             –    Mezz’ora dopo?

             –    Mezz’ora dopo.

             Lo guardai male, come se con quella conferma intendesse stabilire una relazione (ma quale?) tra la visita a me e la morte repentina del povero giovine. Ebbi come un impeto dentro, che mi forzò a respingere subito quella relazione, foss’anche fortuita, come un sospetto di rimorso che me ne potessi fare; e a trovare a quella morte una ragione estranea alla visita; e dissi al Bernabò dell’avvertimento improvviso del malessere che il giovine aveva avuto mentr’era ancora con me.

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