Ritorno – Audio lettura 3

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Legge Valter Zanardi
«E com’era triste quello sbiadito color di vernice su quel gambo di ferro che ne pareva malato! Malato fors’anche della malinconia dei cigolìi della carrucola quando il vento, di notte, moveva la fune della secchia.»

Prime pubblicazioni: Corriere della Sera, 3 ottobre 1923, poi in Tutt’e tre, Bemporad, Firenze 1924.

Ritorno
Pablo Picasso, Maternidad en el campo, 1901

Ritorno

Legge Valter Zanardi

Da Youtube

             Dopo tant’anni, di ritorno al suo triste paese in cima al colle, Paolo Marra capì che la rovina del padre doveva esser cominciata proprio nel momento che s’era messo a costruire la casa per sé, dopo averne costruite tante per gli altri.

             E lo capì rivedendo appunto la casa, non più sua, dove aveva abitato da ragazzo per poco tempo, in una di quelle vecchie strade alte, tutte a sdrucciolo, che parevan torrenti che non scorressero più: letti di ciottoli.

             L’immagine della rovina era in quell’arco di porta senza la porta, che superava di tutta la centina da una parte e dall’altra i muri di cinta della vasta corte davanti, non finiti: muri ora vecchi, di pietra rossa.

             Passato l’arco, la corte in salita, acciottolata come la strada, aveva in mezzo una gran cisterna. La ruggine s’era quasi mangiata fin d’allora la vernice rossigna del gambo di ferro che reggeva in cima la carrucola. E com’era triste quello sbiadito color di vernice su quel gambo di ferro che ne pareva malato! Malato fors’anche della malinconia dei cigolìi della carrucola quando il vento, di notte, moveva la fune della secchia; e sulla corte deserta era la chiarità del cielo stellato ma velato, che in quella chiarità vana, di polvere, sembrava fissato là sopra, così, per sempre.

             Ecco: il padre aveva voluto mettere, tra la casa e la strada, quella corte. Poi, forse presentendo l’inutilità di quel riparo, aveva lasciato così sguarnito l’arco e a mezzo i muri di cinta.

             Dapprima nessuno, passando, s’era attentato a entrare, perché ancora per terra rimanevano tante pietre intagliate, e pareva con esse che la fabbrica, per poco interrotta, sarebbe stata presto ripresa. Ma appena l’erba aveva cominciato a crescere tra i ciottoli e lungo i muri, quelle pietre inutili eran parse subito come crollate e vecchie. Parte erano state portate via, dopo la morte del padre, quando la casa era stata svenduta a tre diversi compratori e quella corte era rimasta senza nessuno che vi accampasse sopra diritti; e parte erano divenute col tempo i sedili delle comari del vicinato, le quali ormai consideravano quella corte come loro, come loro l’acqua della cisterna, e vi lavavano e vi stendevano ad asciugare i panni e poi, col sole che abbagliava allegro da quel bianco di lenzuoli e di camice svolazzanti sui cordini tesi, si scioglievano sulle spalle i capelli lustri d’olio per «cercarsi» in capo, l’una all’altra, come fanno le scimmie tra loro.

             La strada, insomma, s’era ripresa la corte rimasta senza la porta che impedisse l’ingresso.

             E Paolo Marra, che vedeva adesso per la prima volta quella invasione, e distrutta la soglia sotto l’arco, e scortecciati agli spigoli i pilastri, guasto l’acciottolato dalle ruote delle carrozze e dei carri che avevan trovato posto negli ariosi puliti magazzini a destra della casa, chi sa da quanto tempo ridotti sudice rimesse d’affittò; appestato dal lezzo del letame e delle lettiere marcite, col nero tra i piedi delle risciacquature che colava deviando tra i ciottoli giù fino alla strada, provò pena e disgusto, invece di quel senso d’arcano sgomento con cui quella corte viveva nel suo lontano ricordo infantile quand’era deserta, col cielo sopra, stellato, il vasto biancore illividito di tutti quei ciottoli in pendio e la cisterna in mezzo, misteriosamente sonora.

             Donne e marmocchi stavano intanto a mirarlo da un pezzo, maravigliati del suo vecchio abito lungo, che a lui forse pareva confacente alla sua qualità di professore, ma che invece gli dava l’aspetto d’un pastore evangelico d’un altro clima e di un’altra razza, con la zazzera scoposa sulle spallucce aggobbite e gli occhiali a stanghetta; e come lo videro andar via con tutto quel disgusto nel viso pallido, scoppiarono a ridere.

             L’ira, lì per lì, lo spinse a rientrare in quella corte di cui era ancora il padrone, per strappare quelle donne, una dopo l’altra, dalle pietre su cui stavan sedute e cacciarle via a spintoni. Ma, abituato ormai a riflettere, considerò che se esse sotto quel suo aspetto straniero, e forse un po’ buffo, d’uomo precocemente invecchiato e imbruttito da una vita di studi difficile e disgraziata, non riconoscevano più il ragazzo ch’egli era stato e che qualcuna di loro poteva forse ricordare ancora, non doveva far caso del diritto che gli negavano di provare quel disinganno e quel disgusto, per tutta la pena dei suoi antichi ricordi.

             Uno, tra questi ricordi, del resto, bastava a fargli cader l’animo di rivoltarsi contro quelle donne; il ricordo, ancora cocente, di sua madre che usciva per sempre da quella casa, con lui per mano e reggendosi con l’altra, sulla faccia voltata, una cocca del fazzoletto nero che teneva in capo, per nascondere il pianto e i segni delle atroci percosse del marito.

             Era stato lui, ragazzo, la causa di quelle percosse, della rottura insanabile che n’era seguita tra moglie e marito e della conseguente morte della madre, per crepacuore, appena un anno dopo: lui, sciocco, per aver voluto farsi, a quattordici anni, paladino di lei contro il padre che la tradiva; senza comprendere, come comprendeva ora da grande, che alla madre, orribilmente svisata fin da bambina da una caduta dalla finestra nella strada era fatto l’obbligo di sopportare quel tradimento, se voleva seguitare a convivere col marito.

             Per lui, figlio, la mamma era quella. Non poteva concepirne un’altra diversa. Si sentiva avvolto e protetto dall’infinita tenerezza che spirava da quegli occhi, che sarebbero stati pur belli, così neri, se le palpebre, sotto, non se ne fossero staccate, mostrando il roseo smorto delle congiuntive e scivolando con le occhiaje e le guance nel cavo dell’orrenda ammaccatura, da cui emergeva appena la punta del naso. E tutta la carnale e santa amorosità della mamma sentiva nella voce di lei, senza badare che quella voce, più che dalla povera enorme bocca, le sfiatasse quasi vana dai fori del naso.

             Sapeva che il padre, venuto su dalla strada, era diventato signore per lei; e s’irritava vedendo che ella, nonché pretenderne almeno un po’ di gratitudine, per poco non metteva la faccia – quella sua povera faccia! – dove lui i piedi; e che lo serviva come una schiava, dimostrandogli lei, anzi, in ogni atto, a ogni momento, quella gratitudine tutta tremiti delle bestie avvilite; sempre in apprensione di non esser pronta abbastanza a prevenire ogni suo desiderio o bisogno, ad accogliere qualche sua distratta benevolenza come una grazia immeritata.

             Non aveva ancora sei anni, e già si rivoltava, indignato, e scappava via sulle furie nel vedersi mostrato da lei a chi la rimproverava di quella sua troppa remissione; si turava gli orecchi per non udire dall’altra stanza le parole con cui di solito ella accompagnava quel gesto rimasto a mezzo per la sua fuga: che aveva un figlio e che questo, data la sua disgrazia, fosse già un premio veramente insperato che Dio le aveva voluto concedere.

             A quell’età non poteva ancora comprendere ch’ella poneva avanti questa scusa del figlio per dissimulare, fors’anche a se stessa, l’inconfessabile miseria della sua povera carne che mendicava con tanta umiliazione a quell’uomo l’amore, pur sapendolo preso e posseduto da un’altra donna, pur avvertendo certamente la repulsione con cui ogni volta la tremenda elemosina le doveva esser fatta. E s’era creduto in obbligo di risarcirla di quell’avvilimento davanti a tutti, patito per lui.

             Era a conoscenza che il padre s’era messo con una vedova, popolana, sua cugina, una certa Nuzza La Dia ch’era stata sua fidanzata e ch’egli aveva lasciata per sposare una d’un paraggio superiore al suo e con ricca dote: pazienza, se brutta; figlia dell’ingegnere che lo aveva ajutato a tirarsi su e che, accollatario di tanti lavori, lo avrebbe preso come socio in tutti gli appalti.

             Sapeva che le domeniche mattina i due si davano convegno nel parlatorietto riservato alla madre badessa del monastero di San Vincenzo, ch’era una loro zia. Fingevano d’andarle a far visita; e la vecchia badessa, che forse scusava con la parentela tra i due la tenera intimità di quei convegni, godeva nel vederseli davanti, l’uno di fronte all’altra, ai due lati del tavolino sotto la doppia grata: lui, diventato un signore, con l’abito turchino delle domeniche che pareva gli dovesse scoppiare sulle spalle rudi, il solino duro che gli segava le garge paonazze, e la cravatta rossa; lei d’una piacenza tutta carnale ma placida perché soddisfatta, vestita di raso nero e luccicante d’ori nella penombra di quel parlatorietto che aveva il rigido delle chiese.

             S’imbeccavano, un boccone tu, un boccone io, le innocenti confezioni della badia, e dai bicchierini il pallido rosolio con l’essenza di cannella, un sorso tu, un sorso io. E ridevano. E anche la vecchia zia badessa, là come una balla dietro la doppia grata, si buttava via dalle risa.

             Era andato a sorprenderli, una di quelle domeniche.

             Il padre aveva fatto a tempo a nascondersi dietro una tenda verde che riparava a destra un usciolo; ma la tenda era corta, e sotto i peneri ancora mossi si vedevano bene le due grosse scarpe di coppale lisce e lustre; ella era rimasta a sedere davanti al tavolino, col bicchierino ancora tra le dita, in atto di bere.

             Le era andato di fronte e s’era tirato un po’ indietro col busto per scagliarle con più forza in faccia lo sputo. Il padre non s’era mosso dalla tenda. E a lui, poi, a casa, non aveva torto un capello né detto nulla. S’era vendicato sopra la madre; l’aveva percossa a sangue e cacciata via; poi s’era tolta in casa pubblicamente la ganza, senza voler più sapere né della moglie né del figlio.

             Morta dopo un anno la madre, egli era stato messo in collegio fuori del paese; e non aveva riveduto il padre mai più.

             Ora, in quel suo ritorno dopo tanto tempo al paese natale, non era stato riconosciuto da nessuno.

             Solo un tale gli s’era accostato, che a lui però non era riuscito d’immaginare chi potesse essere; un certo omino ammantellato, che pareva quasi per ridere, tanto era piccolo e il mantello grande.

             Misteriosamente costui, chiamandoselo prima con la mano in disparte, s’era messo a parlargli a bassissima voce della casa e del diritto da far valere sulla corte di essa, o per sé, o, se per sé non voleva, a favore d’una disgraziata che sarebbe stata carità fiorita ricompensare dell’amore e della devozione che aveva avuto per il padre e dei servizi che gli aveva reso fino all’ultimo, quando, perso di tutto il corpo e muto, s’era ridotto alla fame: una certa Nuzza La Dia sì, che fin d’allora s’era data a mendicare per lui, e che ora, senza tetto, si trascinava ogni notte a dormire là, in un sottoscala della casa.

             Paolo Marra s’era voltato a guardare quell’omino come fosse il diavolo.

             Ed ecco che quell’omino, in risposta al suo sguardo, subito gli aveva strizzato un occhio, ammiccando con l’altro, improvvisamente acceso d’una furbizia davvero diabolica. Proprio come se fosse stato lui a far precipitare da bambina la madre dalla finestra, per svisarla; lui a far così bella, per la tentazione del padre, quella Nuzza La Dia; lui a indurlo, ragazzo, a tirare in faccia a quella donna bella lo sputo per la rovina di tutti.

             E dopo aver così ammiccato, quel diavolo lì, ravvolgendosi con gran vento nel suo spropositato mantello, era andato via.

             Sapeva bene Paolo Marra che questa era tutta sua immaginazione, la quale nasceva dal fatto che da un pezzo si sentiva pungere segretamente dal rimorso d’aver lasciato morire il padre nella miseria, senza volersene più curare.

             Anche in quel momento se ne sentì pungere; ma subito respinse quel rimorso con un urto d’odio che pur sapeva non vero. L’urto, difatti, proveniva da un altro sentimento ch’egli non aveva mai voluto precisare dentro di sé per non offendere tra le sue memorie quella che gli doleva di più: la memoria della madre. E questa memoria era mista adesso a un senso atroce di vergogna e ad un avvilimento tanto più grande, in quanto ogni volta, accanto alla faccia della madre, deturpata, gli appariva d’improvviso, bella, la faccia di quell’altra, col ricordo indelebile di com’ella lo aveva guardato, mentre ancora lo sputo le pendeva dalla guancia: un sorriso incerto, di quasi allegra sorpresa, che le luceva sui denti tra le labbra rosse; e tanta pena, invece, tanta pena negli occhi.

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