047. La cassa riposta – Novella

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Prime pubblicazioni: Il Marzocco, 9 luglio 1907, poi in La vita nuda, Treves 1910.
«Come custode di cimitero, Nocio Pàmpina, detto Sacramento, era l’ideale. Già una larva, che lo portava via il fiato; e certi occhi chiari, spenti; una vocina di zanzara. Pareva proprio un morto uscito di sotterra per attendere, così come poteva, alle faccenduole di casa.»

Novella dalla Raccolta “L’uomo solo” (1922)

««« Introduzione alle novelle

La cassa riposta
Caspar David Friedrich (1774-1840), Am Rande des Grabes, 1836

La cassa riposta – Audio lettura 1 – Legge Lorenzo Pieri
La cassa riposta – Audio lettura 2 – Legge Enrica Giampieretti
La cassa riposta – Audio lettura 3 – Legge Valter Zanardi
La cassa riposta – Audio lettura 4 – Legge Gaetano Marino
La cassa riposta – Audio lettura 5 – Legge Giuseppe Tizza

2. La cassa riposta – 1907 

            Quando il biroccino fu sotto la chiesina di San Biagio lungo lo stradone, il Mèndola, di ritorno dal podere, pensò di salire al cimitero sul poggio a veder che cosa ci fosse di vero nelle lagnanze rivolte al Municipio per quel custode Nocio Pàmpina, detto Sacramento.

             Assessore comunale da circa un anno, Nino Mèndola, proprio dal giorno che aveva assunto la carica, non stava più bene. Soffriva di capogiri. Senza volerlo confessare a se stesso, temeva d’esser colpito da un giorno all’altro d’apoplessia: male, di cui erano morti tutti i suoi, immaturamente. Era perciò sempre di pessimo umore; e ne sapeva qualche cosa quel suo cavalluccio attaccato al biroccino.

             Ma tutta quella giornata, in campagna, s’era sentito bene. Il moto, lo svago… E, per bravar la paura segreta, aveva deciso lì per lì di fare quell’ispezione al cimitero, promessa ai colleghi della Giunta e rimandata per tanti giorni.

             «Non bastano i vivi», pensava, salendo al poggio, «danno da. fare anche i morti in questo porco paese. Ma già, sono sempre quelli, i vivi, rottorio! Sanno un corno i morti, se son guardati bene o male. Forse, non dico di no: pensare che da morti saremo trattati male, affidati alla custodia di Pàmpina, stolido e ubriacone, può far dispiacere… Basta; adesso vedrò.»

             Tutte calunnie.

             Come custode di cimitero, Nocio Pàmpina, detto Sacramento, era l’ideale. Già una larva, che lo portava via il fiato; e certi occhi chiari, spenti; una vocina di zanzara. Pareva proprio un morto uscito di sotterra per attendere, così come poteva, alle faccenduole di casa.

             Che c’era da fare poi? Tutta gente dabbene, lì ormai – e tranquilla.

             Le foglie, sì. Qualche foglia caduta dalle siepi ingombrava i vialetti. Qualche sterpo era cresciuto qua e là. E i passeri monellacci, ignorando che lo stil lapidario non vuole interpunzioni, avevano seminato con le loro cacatine tra le tante virtù di cui erano ricche le iscrizioni di quelle pietre tombali, troppe virgole forse e troppi punti ammirativi.

             Piccolezze.

             Se non che, entrando nel bugigattolo del custode – destra del cancello, il Mèndola restò: – E quella lì?

             Nocio Pàmpina, detto Sacramento, aprì le labbra squallide a un’ombra di sorriso e bisbigliò: – Cassa da morto, Eccellenza.

             Era difatti una bellissima cassa da morto. Lustra, di castagno, con borchie e dorature. Fatta proprio senza risparmio. Là, quasi in mezzo alla stanzetta.

             –    Grazie; la vedo, – riprese il Mèndola. – Dico, perché la tieni lì?

             –    E del cavalier Piccarone, Eccellenza.

             –    Piccarone? E perché? Non è mica morto!

             –    No no, Eccellenza! Non sia mai! – disse Pàmpina. – Ma Vossignoria saprà che il mese scorso gli morì la moglie, povero galantuomo.

             –    E con ciò?

             –   La accompagnò fino qua, a piedi; attempatello com’è. Sissignore. Poi mi chiamò, dice: «Senti, Sacramento. Non scappa un mese, avrai anche me». «Ma che dice Vossignoria!» gli risposi. Ma lui: «Sta zitto», dice. «Senti. Que sta cassa, figliuolo mio, mi costa più di vent’onze. Bella, la vedi. Per la san t’anima, capirai, non ho badato a spese. Ma ora la comparsa è fatta, dice. Che se ne fa più la sant’anima di questa bella cassa sottoterra? Peccato sciuparla, dice. Facciamo così. Caliamo la sant’anima, dice, pulitamente con quella di zinco, che sta dentro; e questa me la riponi: servirà anche per me. Uno di que sti giorni, sull’imbrunire, manderò a ritirarla.»

             Il Mèndola non volle più né sapere né veder altro. Non gli parve l’ora di giungere al paese per spargervi la nuova di quella cassa da morto, che Piccarone aveva fatto riporre per sé.

             Era famoso in paese Gerolamo Piccarone, avvocato e, al tempo dei Borboni, cavaliere di San Gennaro, per la spilorceria e la furbizia. Mal pagatore, poi! Se ne raccontavano sul suo conto da far restare a bocca aperta. Ma questa – pensava il Mèndola, tempestando allegramente di frustate il povero cavalluccio – questa le passava tutte; e vera, ohe, come la stessa verità! La aveva veduta lui, là, la cassa da morto, con gli occhi suoi.

             Pregustava le risate che avrebbero accolto il suo racconto bisbigliato con la vocina di Pàmpina, e non avvertiva neppure alla nuvola di polvere e al fragore che il biroccino sollevava per la corsa furiosa del cavalluccio, quand’ecco: – Para! Para! – udì gridare a squarciagola dall’Osteria del Cacciatore, che un tal Dolcemàscolo teneva lì su lo stradone.

             Due amici, Bartolo Caglio e Gaspare Ficarra, cacciatori accaniti, seduti davanti all’osteria sotto la pergola, s’erano messi a gridare a quel modo, credendo che il cavalluccio avesse preso la mano al Mèndola.

             –    Ma che mano! Correvo…

             –    Ah, tu corri così? – disse il Gaglio. – Hai qualche altro collo di ricambio a casa?

             –    Se sapeste, cari miei ! – esclamò il Mèndola, smontando ilare e ansimante; e, per cominciare, narrò a que’ due amici la storia della cassa da morto.

             Quelli finsero lì per lì di non volerci credere, ma per un modo di dimostrar la loro maraviglia. E allora il Mèndola a giurare che – parola d’onore – la aveva veduta lui, con gli occhi suoi, la cassa da morto, nel bugigattolo di Sacramento.

             Gli altri due, a loro volta, presero a narrare di Piccarone altre prodezze già note. Il Mèndola voleva rimontar subito sul biroccino; ma quelli avevano già ordinato a Dolcemàscolo un bicchiere per l’amico assessore, e volevano che questi bevesse.

             Dolcemàscolo però era rimasto lì, come un ceppo.

             –   Dolcemàscolo, ohe! – gli gridò il Gaglio.

             L’oste, col berretto di pelo a barca buttato a sghembo su un orecchio, senza giacca, con le maniche della camicia rimboccate su le braccia pelose, si riscosse sospirando:

             –   Mi perdonino, – disse. – Quaglio, sto quagliando propriamente, a sentire i loro discorsi. Giusto questa mattina il cane del cavalier Piccarone, Turco, quella brutta bestiaccia che va e viene da sé dalle terre del Cannatello alla villetta quassù… ma sanno che m’ha fatto? Più di venti rocchi di salsiccia m’ha rubati, che tenevo lì su lo sporto, che gli facciano veleno! Fortuna, dico, che ho due testimoni!

             Il Mèndola, il Gaglio, il Ficarra scoppiarono a ridere. Il Mèndola disse: – Te li sali, caro mio! Dolcemàscolo alzò un pugno; schizzò fiamme dagli occhi:

             –   Ah no, perdio! a me la salsiccia me la pagherà! Me la pagherà, me la pagherà, – ribattè di fronte alle risate incredule e al negare ostinato dei tre avventori. – Lor signori vedranno. Ho trovato la via. So di che pelame è!

             E con un gesto furbesco, che gli era abituale strizzò un occhio e con l’indice teso si tirò giù la palpebra dell’altro.

             Che via avesse trovato, non volle dire; disse che aspettava dalla campagna i due contadini che erano stati presenti, la mattina, al furto della salsiccia, e che con essi prima di sera si sarebbe recato alla villetta di Piccarone.

             Il Mèndola rimontò sul biroccino, senza bere; Caglio e Ficarra saldarono il conto e, dopo aver consigliato all’oste di piantare per il suo meglio quell’impresa di farsi pagare, andarono via.

             A metter su quella villetta d’un sol piano, sul viale all’uscita del paese, Gerolamo Piccarone, avvocato e cavaliere di San Gennaro al tempo di Re Bomba, s’era industriato per più di vent’anni, ed era fama non gli fosse costata neppure un centesimo.

             Le male lingue dicevano ch’era fatta di sassolini trovati per via e sospinti fin là a uno a uno coi piedi dallo stesso Piccarone.

             Il quale era pure un dottissimo giureconsulto, e uomo d’alta mente e di profondo spirito filosofico. Un suo libro su lo Gnosticismo, un altro su la Filosofia Cristiana erano stati anche tradotti in lingua tedesca, dicevano.

             Ma era malva di tre cotte, Piccarone, cioè nemico acerrimo di ogni novità. Andava ancora vestito alla moda del ventuno; portava la barba a collana; tozzo, rude, insaccato nelle spalle, con le ciglia sempre aggrottate e gli occhi socchiusi, si grattava di continuo il mento e approvava i suoi segreti pensieri con frequenti grugniti.

             – Uh… uh… uh… l’Italia… hanno fatto l’Italia… che bella cosa, uh, l’Italia… ponti e strade… uh… illuminazione… esercito e marina… uh… uh… uh… istruzione obbligatoria… e se voglio restar somaro? nossignore! istruzione obbligatoria… tasse! e Piccarone paga…

             Pagava poco o nulla, veramente, a furia di sottilissimi cavilli, che stancavano ed esasperavano la pazienza più esercitata. Concludeva sempre così:

             – Che c’entro io? Le ferrovie? Non viaggio. L’illuminazione? Non esco di sera. Non pretendo nulla io; grazie; non voglio nulla. Un po’ d’aria soltanto, per respirare. L’avete fatta anche voi, l’aria? Debbo pagare anche l’aria che respiro?

             S’era infatti appartato in quella sua villetta, ritirato dalla professione, che pure fino a pochi anni addietro gli aveva dato lauti guadagni. Ne doveva aver messi da parte parecchi. A chi li avrebbe lasciati, alla sua morte? Non aveva parenti, né prossimi né lontani. E i biglietti di banca magari, sì, avrebbe potuto portarseli giù con sé, in quella bella cassa da morto che s’era fatta riporre. Ma la villetta? e il podere laggiù al Cannatello?

             Quando Dolcemàscolo, in compagnia de’ due contadini, si fece innanzi al cancello, Turco, il canaccio di guardia, come se avesse compreso che l’oste veniva per lui, si fogò furibondo contro le sbarre. Il vecchio servo accorso non fu buono a trattenerlo e allontanarlo. Bisognò che Piccarone, il quale se ne stava a leggere nel chiosco in mezzo al giardinetto, lo chiamasse col fischio e lo tenesse poi agguantato per il collare, finché il servo non venne a incatenarlo.

             Dolcemàscolo, che la sapeva lunga, s’era vestito di domenica e, bello raso, tra quei due poveri contadini che ritornavano stanchi e cretosi dal lavoro, appariva più del solito prosperoso e signorile, con un certo viso latte e rosa, ch’era una bellezza a vedere, e la simpatia di quel porretto peloso sulla guancia destra, presso la bocca, arricciolato.

             Entrò nel chiosco esclamando, con finta ammirazione:

             –    Gran bel cane! Gran bella bestia! Che guardia! Vale tant’oro quanto pesa. Piccarone, con le ciglia aggrottate e gli occhi socchiusi, grugnì più volte, assentendo col capo a quegli elogi; poi disse:

             – Che volete? Sedete.

             E indicò gli sgabelletti di ferro, disposti giro giro nel chiosco. Dòlcemàscolo ne trasse uno avanti, presso la tavola, dicendo ai due contadini:

             –    Sedete là, voi. Vengo da Vossignoria, uomo di legge, per un parere. Piccarone aprì gli occhi.

             –    Non faccio più l’avvocato, caro mio, da tanto tempo.

             – Lo so, – s’affrettò a soggiungere Dòlcemàscolo. – Vossignoria però è uomo di legge antico. E mio padre, sant’anima, mi diceva sempre: «Segui gli antichi, figlio mio!». So poi quant’era coscienzioso Vossignoria nella professione. Dei giovani avvocatucci d’oggi poco mi fido. Non voglio attaccar lite con nessuno, badi! Fossi matto… Sono venuto qua per un semplice parere, che Vossignoria solo mi può dare.

             Piccarone richiuse gli occhi:

             –    Parla, t’ascolto.

             –    Vossignoria sa, – cominciò Dòlcemàscolo. Ma Piccarone ebbe uno scatto e uno sbuffo:

             –    Uh, quante cose so io! Quante ne sai tu! So, so, sa… E vieni al caso, caro mio!

             Dòlcemàscolo rimase un po’ male; tuttavia sorrise e ricominciò:

             –    Sissignore. Volevo dire che Vossignoria sa che ho sullo stradone una trattoria…

             –    Del Cacciatore, sì: ci sono passato tante volte.

             –    Andando al Cannatello, già. E avrà veduto allora certamente che su lo sporto, sotto la pergola, tengo sempre esposta un po’ di roba: pane, frutta, qualche presciutto.

             Piccarone accennò di sì col capo, poi aggiunse misteriosamente:

             –    Veduto e sentito anche, qualche volta.

             –    Sentito?

             –    Che sanno di rena, figliuolo. Capirai, la polvere dello stradone… Basta, vieni al caso.

             –    Ecco, sissignore, – rispose Dòlcemàscolo, ingollando. – Poniamo che io su lo sporto tenga esposta un po’ di… salsiccia, putacaso. Ora, Vossignoria… forse questo… già!… stavo per dire di nuovo… ma è un mio vezzo… Vossignoria forse non lo sa, ma di questi giorni abbiamo il passo delle quaglie. Dunque, per lo stradone, cacciatori, cani, continuamente. Vengo, vengo al caso! Passa un cane, signor Cavaliere, spicca un salto e m’afferra la salsiccia dallo sporto.

             –    Un cane?

             –    Sissignore. Io mi precipito dietro, e con me questi due poveracci ch’erano entrati nella bottega per comperarsi un po’ di companatico prima di recarsi in campagna, al lavoro. È vero, sì o no? Corriamo tutti e tre insieme, appresso al cane; ma non riusciamo a raggiungerlo. Del resto, anche a raggiungerlo, Vossignoria mi dica che avrei potuto farmene più di quella salsiccia addentata e strascinata per tutto lo stradone… Inutile raccattarla! Ma io riconosco il cane; so a chi appartiene.’

             –    U… un momento, – interruppe a questo punto Piccarone. – Non c’era il padrone?

             –    Nossignore! – rispose subito Dòlcemàscolo. – Tra quei cacciatori là non c’era. Si vede che il cane era scappato di casa. Bestie da fiuto, capirà, sentono la caccia, soffrono a star chiusi: scappano. Basta. So, come le ho detto, a chi appartiene il cane; lo sanno anche questi due amici miei, presenti al furto. Ora Vossignoria, uomo di legge, mi deve dire semplicemente se il padrone del cane è tenuto a risarcirmi del danno, ecco!

             Piccarone non pose tempo a rispondere:

             – Sicuro che è tenuto, figliuolo.

             Dolcemàscolo balzò dalla gioja, ma subito si contenne; si volse a’ due contadini:

             –    Avete sentito? Il signor avvocato dice che il padrone del cane è tenuto a risarcirmi del danno.

             –    Tenutissimo, tenutissimo, – raffermò Piccarone. – T’avevano detto forse di no?

             –    Nossignore, – rispose Dolcemàscolo gongolante, giungendo le mani. – Ma Vossignoria mi deve perdonare se, da povero ignorante come sono, ho fatto debolmente un giro così lungo per venirle a dire che Vossignoria deve pagarmi la salsiccia, perché il cane che me l’ha rubata è proprio il suo, Turco.

             Piccarone stette un pezzo a guardare Dolcemàscolo come allocchito; poi, tutt’a un tratto, abbassò gli occhi e si mise a leggere nel libraccio che teneva aperto su la tavola.

             – I due contadini si guardarono negli occhi; Dolcemàscolo alzò una mano per far loro cenno di non fiatare.

             Piccarone, fingendo tuttavia di leggere, si grattò il mento con una mano, grugnì, disse:

             –    Dunque Turco è stato?

             –    Glielo posso giurare, signor Cavaliere! – esclamò Dolcemàscolo, alzandosi in piedi e incrociando le mani sul petto per dar solennità al giuramento.

             –    E sei venuto qua, – riprese, cupo e calmo, Piccarone, – con due testimoni, eh?

             –    Nossignore! – negò subito Dolcemàscolo. – Per il caso che Vossignoria non avesse voluto credere alle mie parole.

             –    Ah, per questo? – borbottò Piccarone. – Ma io ti credo, caro mio. Siedi. Sei un gran dabbenuomo. Ti credo e ti pago. Godo fama di mal pagatore, eh?

             –    Chi lo dice, signor Cavaliere?

             –    Tutti lo dicono! E lo credi anche tu, va’ là. Due… uh… due testimoni…

             –    Per la verità, tanto per lei, quanto per me!

             –    Bravo, sì: tanto per me, quanto per te; dici bene. Le tasse ingiuste, caro mio, non voglio pagare; ma quel ch’è giusto, sì, lo pago volentieri; l’ho sempre pagato. Turco t’ha rubato la salsiccia? Dimmi quant’è e te la pago.

             Dolcemàscolo, venuto con la prevenzione di dover combattere chi sa che battaglia contro i cavilli e le insidie di quel vecchio rospo, di fronte a tanta remissione, s’abbiosciò a un tratto, mortificato.

             –    Una sciocchezza, signor Cavaliere, – disse. – Saranno stati una ventina di rocchi, poco più poco meno. Non mette quasi conto di parlarne.

             –    No no, – rispose Piccarone, fermo. – Dimmi quant’è: te la devo e te la voglio pagare. Subito, figliuolo mio! Tu lavori; hai patito un danno; devi essere risarcito. Quant’è?

             Dolcemàscolo si strinse nelle spalle, sorrise e disse: – Venti rocchi di quei grossi… due chili… a una lira e venti il chilo…

             –    Così a poco la vendi? – domandò Piccarone.

             –    Capirà, – rispose Dolcemàscolo, tutto miele. – Vossignoria non l’ha mangiata. Gliela faccio pagare (non vorrei…) gliela faccio pagare per quanto costa a me.

             –    Nient’affatto! – negò Piccarone. – Se non l’ho mangiata io, l’ha mangiata il mio cane. Dunque, si dice… a occhio, due chili. Va bene a due lire il chilo?

             –    Faccia come crede.

             –    Quattro lire. Benone. Ora dimmi un po’, figliuolo mio: venticinque meno quattro, quanto fanno? Ventuno, se non m’inganno. Bene. Mi dai ventuna lira e non ne parliamo più.

             Dolcemàscolo, lì per lì, credette d’aver inteso male.

             –    Come dice?

             –    Ventuna lira, – ripetè placido Piccarone. Qua ci sono due testimoni, per la verità, tanto per me, quanto per te, va bene? Tu sei venuto da me per un parere. Ora. io, i pareri, figliuolo mio, i consulti legali, li faccio pagare venticinque lire. Tariffa. Quattro te ne devo di salsicce; dammene ventuna, e non se ne parli più.

             Dolcemàscolo lo guardò in faccia, perplesso, se ridere o piangere, non volendo credere che dicesse sul serio e parendogli tuttavia che non scherzasse.

             –    Io a… a lei? – balbettò. –

             –    Mi par chiaro, figliuolo, – spiegò Piccarone. – Tu fai l’oste; io, debolmente, l’avvocato. Ora, come io non nego il tuo diritto al risarcimento, così tu non negherai il mio per i lumi che m’hai chiesti e che t’ho dati. Adesso sai che se un cane ti ruba la salsiccia, il padrone del cane è tenuto a fartene indenne. Lo sapevi prima? No! Le cognizioni si pagano, caro mio. Ho penato e speso tanto io per apprenderle! Credi che ti faccia celia?

             –    Ma sissignore! – confessò Dolcemàscolo con le lagrime in pelle, aprendo le braccia. – Io le abbono le salsicce, signor Cavaliere: sono un povero ignorante; mi perdoni, e non ne parliamo più davvero.

             –    Ah no, ah no, caro mio! – esclamò Piccarone. – Non abbono niente io. Il diritto è diritto, tanto per te quanto per me. Pago io, pago, voglio pagare. Pagare ed esser pagato. Stavo qua a studiare, come vedi; m’hai fatto perdere un’ora di tempo. Ventuna lira. Tariffa. Se non ne sei ben persuaso, da’ ascolto a me, caro: va’ da un altro avvocato a domandare se mi spetti o no questo compenso. Ti do tre giorni. Se in capo al terzo giorno non mi avrai pagato, sta’ pur sicuro, figliuolo mio, che ti cito.

             –    Ma signor Cavaliere! – scongiurò di nuovo Dolcemàscolo a mani giunte, alterandosi però in volto improvvisamente.

             Piccarone alzò il mento, alzò le mani:

             – Non sento ragioni. Ti cito!

             Dolcemàscolo allora perdette il lume degli occhi. L’ira lo acciuffò. Che era il danno? Niente. Alle beffe pensò, che avrebbe avute, che già indovinava guardando le facce allegre di quei due contadini: lui che si credeva tanto scaltro, lui che s’era impegnato di spuntarla e già aveva quasi toccato con mano la vittoria. Tale impeto gli diede il vedersi preso, ora, quando meno se l’aspettava, nella sua stessa ragna, che si trovò d’un tratto mutato in bestia feroce.

             – Ah, perciò, – disse, accostandoglisi, con le mani levate e contratte, – perciò è così ladro il suo cane? L’ha addottorato lei!

             Piccarone si levò in piedi, torbido, levò un braccio:

             –    Esci fuori! Risponderai anche d’ingiurie a un galantuomo che…

             –    Galantuomo? – ruggì Dolcemàscolo, afferrandogli quel braccio e scotendoglielo furiosamente.

             I due contadini si precipitarono per trattenerlo; ma tutt’a un tratto, che è che non è, il vecchio si abbandonò appeso inerte per quel braccio alle mani violente di Dolcemàscolo. E come questi, allibito, le aprì, cascò prima a sedere su lo sgabello, traboccò poi da un lato e rotolò per terra giù tutto in un fascio.

             Di fronte al terrore de’ due contadini, Dolcemàscolo contrasse il volto, come per uno spasimo di riso. O che? Non lo aveva nemmeno toccato.

             Quelli si chinarono sul giacente, gli mossero un braccio.

             – Scappate… scappate…

             Dolcemàscolo li guardò entrambi, come inebetito. Scappare?

             S’intese, in quel punto, cigolare una banda del cancello, e si vide la cassa da morto, che il vecchio aveva fatto riporre per sé, entrare in trionfo su le spalle di due portantini ansanti, quasi chiamati lì per lì, al bisogno.

             A tale apparizione restarono tutti come basiti.

             Dolcemàscolo non pensò che Nocio Pàmpina, detto Sacramento, dopo la visita e l’osservazione dell’assessore^ si fosse affrettato a mettersi in regola, rimandando a destino quella cassa; ma si ricordò in un lampo di ciò che il Mèndola aveva detto la mattina, là, nella trattoria; e, all’improvviso, in quella cassa vuota che aspettava e sopravveniva ora al punto giusto come chiamata misteriosamente, vide il destino, il destino che s’era servito di lui, della sua mano. S’afferrò la testa e si mise a gridare:

             – Eccola! Eccola! Questa lo chiamava! Siatemi tutti testimoni che non l’ho nemmeno toccato! Questa lo chiamava! L’aveva fatta metter da parte per sé! Ed eccola qua che viene, perché doveva morire!

             E prendendo per le braccia i due portantini per scuoterli dallo stupore:

             – Non è vero? Non è vero? Ditelo voi!

             Ma non erano per nulla stupiti, quei due portantini. Da che avevano portata appunto quella cassa da morto, era per loro la cosa più naturale del mondo che trovassero morto l’avvocato Piccarone. Si strinsero nelle spalle, e:

             – Ma sì, – dissero, – eccoci qua.

Raccolta L’uomo solo
01 – L’uomo solo – 1911
02 – La cassa riposta – 1907
03 – Il treno ha fischiato… – 1914
04 – Zia Michelina – 1914
05 – Il professor Terremoto – 1910
06 – La veste lunga – 1913
07 – I nostri ricordi – 1912
08 – Di guardia – 1905
09 – Dono della Vergine Maria – 1899
10 – La verità – 1912
11 – Volare – 1907
12 – Il coppo – 1912
13 – La trappola – 1912
14 – Notizie del mondo – 1901
15 – La tragedia d’un personaggio – 1911

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