Non si sa come – Personaggi, Atto primo

Non si sa come – Personaggi, Atto primo

Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo


    Personaggi

Conte Romeo Daddi
Donna Bice Daddi, sua moglie
Giorgio Vanzi, ufficiale di marina
Ginevra, sua moglie
Marchese Nicola Respi

Ai nostri giorni.


    Atto Primo

Non si sa come - Teatro Argentina, Roma, 1935        Lungo terrazzo aggettato alla casa di Giorgio Vanzi, che sorge a sinistra e a cui s’accede per un grande uscio a vetri. Il terrazzo ha una lunga balaustrata, su cui sono imbasati a ugual distanza l’uno dall’altro alcuni fanali ora spenti. Si suppone che sotto questo terrazzo scorra un fiume, che non si vede. Di là dal fiume, lontana, è la dolce costa verde d’una collina. Luogo incantevole. Arredamento molto curato da giardino, belle sedie a sdrajo a sinistra, sedie d’altra foggia, un tavolino-bar e panchetti. Mattino, sulla fine di settembre. Al levarsi della tela Giorgio, seduto nel terrazzo, legge; vedendo entrare Respi, si alza.

        GIORGIO: Oh, Respi. Bravo. Ci si rivede.

        RESPI: Sei sbarcato da poco.

        GIORGIO: Da dodici giorni. Li conto, perché purtroppo me ne restano ormai sol­tanto tre.

        RESPI: Dopo otto mesi di crociera!

        GIORGIO: Quindici soli giorni di licenza. Che vuoi farci? È la nostra vita.

        RESPI: Lasciar questo paradiso –

        GIORGIO: Come un sogno: quando ci sono e quando ne son lontano.

        RESPI: E la povera signora Ginevra –

        GIORGIO: Anche lei. Ogni volta che la ritrovo. Forse è più bello così. Almeno finché s’è giovani. Col tempo che non ci basta mai.

        RESPI: Hai ragione. Noi ne abbiamo sempre troppo per saziarci di tutto.

        GIORGIO: Oh, per questo anch’io, a bordo.

        RESPI: E un’altra cosa. In questa nostra sazietà –

        GIORGIO (compiendo la frase): – pigri sentimenti e pensieri oziosi: siete come le nebbie di palude che pare vadano a tentoni.

        RESPI: No, peggio, caro, peggio!

        GIORGIO: Siedi. Prendi qualche cosa.

        RESPI: No, grazie.

        GIORGIO: Un whisky. Te lo servo io. (Eseguisce.)

        RESPI: Hai visto Daddi?

        GIORGIO (versando anche per sé): Eh, il primo –

        RESPI (bevendo): Lo so, appena sbarcato, corresti in villa da lui a prendere tua moglie. Ottimo questo whisky.

        GIORGIO: Ancora un po’ di soda?

        RESPI: No, basta così.

        GIORGIO: Ginevra fu ospite della Bice durante tutta la villeggiatura.

        RESPI: Fui ospite anch’io.

        GIORGIO: Ah sì? Ginevra non me l’ha detto.

        RESPI: Per soli cinque giorni, di passaggio: ti dirò. Ma tu allora ti trattenesti da lui?

        GIORGIO: Poche ore. A colazione. Ginevra era già pronta per seguirmi. Siamo andati in campagna da mia madre e siamo ritornati questa mattina.

        RESPI: Cosicché non l’hai più rivisto?

        GIORGIO: Daddi? No. Perché? L’aspetto. Deve venire.

        RESPI: Non sai dunque nulla?

        GIORGIO (preoccupato dell’aria di Respi): No. Gli è accaduto qualche cosa?

        RESPI (dopo una breve pausa, alzando le spalle, aprendo le braccia): Dev’es­sersi impazzito.

        GIORGIO (stordito e quasi incredulo): Chi? Romeo? Scherzi! Il più sereno –

        RESPI (interrompendolo, con intenzione): A te parve sereno là in villa quan­d’arrivasti?

        GIORGIO (dubitando allora che si tratti di un’impressione o d’un timore di Respi): Ma sì! serenissimo, al solito, e così festoso! È stato sempre il più se­reno e schietto dei nostri amici, e per me, come un fratello. Ma che gli è av­venuto?

        RESPI: Qualcosa, allora, dopo.

        GIORGIO: Dopo? Che vuoi dire?

        RESPI: Dopo che tu sei partito, è chiaro; se l’hai lasciato sereno.

        GIORGIO: Ma tu dici allora sul serio impazzito, non così per dire?

        RESPI: Sul serio. (Sporgendosi a guardarlo da vicino:) Per la moglie, tu capi­sci?

        GIORGIO (come ascoltando un’enormità): Che? Per la moglie? –

        RESPI: Per Donna Bice, quella santa!

        GIORGIO: Ah, ma allora è pazzo veramente! Ma come? Se è stata sempre per tutti un miracolo di concordia la loro vita insieme! Innamorati ancora l’uno dell’altra come il primo giorno!

        RESPI: Gli dev’esser nato d’improvviso qualche sospetto, non può essere altri­menti.

        GIORGIO: Su Bice? Impossibile! Questo, se mai, può essere effetto, non causa della pazzia. Soltanto un pazzo –

        RESPI (seguitando la frase): – d’accordo! d’accordo! soltanto un pazzo può so­spettare d’una donna come quella..Il certo si è che partì anche lui dalla villa, solo, il giorno dopo il tuo arrivo –

        GIORGIO: – il mio arrivo? –

        RESPI: – sì –

        GIORGIO: – e che relazione? –

        RESPI: – non so – se ne venne in città e cominciò a far tali stranezze; pare, di­cono, rovistare da per tutto, forzare, fracassare i mobili della moglie –

        GIORGIO: – che mi dici! –

        RESPI: – chiamata d’urgenza, Donna Bice è accorsa e l’ha trovato… io non ti so dire… chi l’ha visto, dice irriconoscibile, con certi occhi che si voltano senza sguardo, se lo chiami; ma poi tutt’a un tratto gli s’accendono e si mettono a fissare, prima da lontano, obliqui, attratti da certi segni che crede di scoprire (spiegabilissimi, perché tutti, infatti, sono costernati attorno a lui) e man mano s’avvicina spiando, sì, ti si para di fronte, ti posa le mani sulle spalle e ti scruta negli occhi affitto affitto con un tale acume da farti morir dallo spa­vento; le labbra che gli fremono parlanti ma senza dir nulla che si senta. Uno spavento!

        GIORGIO: Ma basterebbe resistergli! Perché spavento?

        RESPI: Corpo! Uno che ti fissa così e ti rimuove dal fondo della coscienza la posatura di tutta quella feccia che ognuno ha dentro! (Entra Ginevra.)

        GIORGIO: Respi mi sta dicendo –

        RESPI: Buon giorno, Ginevra.

        GINEVRA: Buon giorno, Respi.

        RESPI: Sono costernatissimo, e desidero parlare proprio con voi.

        GIORGIO: Pare che Romeo Daddi sia d’un tratto impazzito.

        GINEVRA: Ma no! Impazzito? Come… (vacilla appena) come impazzito?

        GIORGIO: È proprio da vacillarne!

        GINEVRA: No. Niente. Così di colpo…

        RESPI: Che abisso! Che abisso! – sembra dica così.

        GINEVRA: Chi?

        RESPI: Lui, guardando negli occhi. – Che abisso!

        GIORGIO: L’anima di Bice, te l’immagini? Abisso, l’anima di Bice!

        GINEVRA: Ah, è per lei?

        GIORGIO: Geloso di lei!

        RESPI: La vessa da dieci giorni.

        GIORGIO: Incredibile! Incredibile!

        RESPI: E lei, anziché esserne offesa, si strugge di pietà per lui. Nessuno meglio di me può sapere –

        GINEVRA (interrompendolo): Vi ha forse sorpresi a parlar soli insieme?

        RESPI (un po’ confuso dalla strana domanda): No. Dite, ora, ultimamente? Prima, sì, tante volte.

        GIORGIO (sovvenendosi, con un sorriso): Ah già! tu –

        RESPI (con scatto d’esasperazione): Io, che cosa? ho bisogno d’aria, io! di scapparmene in cima a una montagna, non so dove!

        GIORGIO: Non puoi negare d’averle fatto a lungo la corte.

        RESPI: Senz’ottenere mai altro che un sorriso di compatimento da lei –

        GIORGIO: Eh, te lo dico perché ne son certo!

        RESPI (seguitando la sua battuta): – con quella serenità che viene dalla più limpida e ferma sicurezza di sé.

        GIORGIO (compiaciuto): Limpida, sì.

        RESPI: E non s’è mai né offesa né sdegnata. M’ha dimostrato soltanto, con la massima dolcezza, che sarebbe stata inutile ogni mia insistenza, perché era innamorata anche lei, tale quale come me, forse più di me, ma di suo marito; e che essendo così, se io la amavo veramente, dovevo intendere che lei non avrebbe potuto venir meno al suo amore; se non intendevo questo, era segno che non la amavo; e allora, se non la amavo –

        GIORGIO (interrompendolo): Come la riconosco in questo che dici! Limpida, come l’acqua marina in certi lidi scoscesi e difficili, così trasparente che, per quanto desiderio si abbia d’averne nel caldo un ristoro delizioso, si prova quasi un sacro ritegno a intorbidarla –

        GINEVRA: – quand’uno, senza pensarlo, non ci si trovi dentro, tuffato.

        RESPI (a Giorgio): No, no, questo ritegno, appunto questo ritegno che tu dici: io l’avevo provato sempre, accostandomi a lei; solo nei cinque giorni male­detti trascorsi in villa ultimamente, sopraffatto dalla passione –

        GINEVRA: – la bell’acqua marina… –

        RESPI: – sì, confesso, che forzai il mio ritegno, e fui duramente respinto. Ora il mio dubbio angoscioso è questo, e voi Ginevra ch’eravate là potete, voi sola forse, levarmelo o purtroppo confermarmelo: che del turbamento che io le cagionai si sia accorto il marito.

        GINEVRA: Del turbamento no, caro Respi, tranquillatevi: (se ci fu) fu subito se­dato dopo la vostra partenza.

        RESPI: Ah bene.

        GINEVRA (con una certa sorridente perfidia): Romeo s’accorse di tutto.

        RESPI: Come di tutto?

        GINEVRA: E anch’io, caro; ci vuol poco ad accorgersi di queste cose; ma non ne fece alcun caso, anzi, se debbo dirvi tutta la verità –

        RESPI: – dite dite, ve ne prego! –

        GINEVRA: – non ve ne avrete a male? –

        RESPI: – ma no, vi prego! –

        GINEVRA: – quando Bice ce lo disse (lei meno di tutti, posso assicurarvelo) se ne rise molto.

        RESPI (restandoci male): Ah, se ne rise?

        GINEVRA: Sì, amico mio; ma senza scherno.

        RESPI: E lo disse al marito lei stessa?

        GINEVRA: Ma sì, come una cosa che lui già sapesse da un pezzo. Siate certo però che seguitava a compatirvi perché diceva: «quel povero Nicola».

        RESPI: Io non ho bisogno d’alcun compatimento per me, adesso, e per lei! – Domando come si spiega tutto questo, allora, se prima ne rise, come voi dite?

        GIORGIO: Ma tu sai dunque che ora Romeo è geloso di te?

        RESPI: Io non so nulla! Sono arrivato anch’io questa mattina, e trovo qua que­sta bella notizia. Me l’ha data Traldi, tu lo conosci: pare che al Circolo della Racchetta non si parli d’altro. M’è passato per la mente che potessi averci in­fluito anch’io, in qualche modo; ma così, come una delle ipotesi più assurde da non escludere in un caso di pazzia. Se voi, cara Ginevra, la escludete sen­z’altro, io da parte mia non posso che esserne lieto.

        GINEVRA: Ah no, piano! non escludo più nulla ora, se dite che è impazzito. Ce lo venite a dire così…

        GIORGIO: Già, come una cosa da nulla!

        RESPI: Vi dico che me n’ha informato Traldi, or è poco, a bruciapelo. M’ha chiamato; ero ancora con le valige.

        GIORGIO (come colpito da un’idea): Oh, dico, assurdo per assurdo, non sarà mica per me!

        GINEVRA (urtata): Ma che per te! Come ti viene in mente?

        GIORGIO: Se fu subito dopo che noi siamo partiti… Dico, assurdo per assurdo!

        GINEVRA (impressionata): Chi te l’ha detto?

        GIORGIO (indicando Respi): Lui! Se ne venne qua a fracassare i mobili di Bice…

        GINEVRA: È una pazzia!

        GIORGIO: Se è pazzo!

        GINEVRA (dopo una breve pausa di riflessione): Voglio prima vederlo.

        GIORGIO: Tu non ci credi? Le accoglienze così festose che mi fece la Bice…

        GINEVRA (irritata): Ma non pensarlo nemmeno! Tu sei da escludere senz’altro. (Indicando Respi:) Lui, piuttosto. Può darsi che prima, sereno, abbia riso della vostra corte, e che poi, ripensandoci…

        GIORGIO: Qualcosa dev’essergli certo accaduta, che non si sa.

        RESPI (a Ginevra): Voi stessa mi avete domandato in principio se ci aveva sor­presi a parlar soli insieme.

        GINEVRA (stordita): Io?

        GIORGIO: Sì, tu. Glielo domandasti. E la domanda fece impressione anche a me.

        GINEVRA (confusa): Ah ma… perché, forse, il sospetto, sai com’è… tante volte può nascere ripensando d’improvviso a cose di cui prima non s’era fatto alcun caso e che poi, sotto un’altra luce…

        GIORGIO: Ripensando! ma la ragione di ripensarci? ecco! la ragione di ripen­sarci. Trovarla. Tu la sai?

        GINEVRA: Io?

        GIORGIO: Pare che debba saperla.

        GINEVRA: Ma che dici! Che vuoi che sappia io?

        GIORGIO: Hai detto «sorpresi a parlar soli». Ecco: «tante volte» t’ha risposto lui. Ripensando a questo? Tu ammetti allora che si possa trovare in questo la ragione? Pare che per te sia possibile supporre che la Bice –

        GINEVRA: – ma no! –

        GIORGIO: – e allora, scusa! che domanda hai fatto? Lasciamo Bice, poverina; una moglie qualsiasi, sorpresa dal marito a parlar da sola con un amico –

        GINEVRA: – se sa che quest’amico fa la corte alla moglie –

        GIORGIO (alludendo a Romeo): – ne ha riso, l’hai detto tu stessa; dunque questo non l’ha fatto impazzire, è chiaro. «Dopo» tu dici: ci ha ripensato dopo. Per­ché?

        RESPI: Tu vuoi sapere la ragione per cui uno impazzisce?

        GINEVRA: Possono venire in mente tante cose d’un tratto…

        GIORGIO: Mi pare impossibile, che volete che vi dica, che Romeo Daddi, senza una ragione, con una moglie come quella… io lo conosco da ragazzo, cre­sciuti insieme, e la Bice, come una sorella! Bisogna andarli a trovare. Tu vieni?

        GINEVRA: Se vuoi. Ma forse… sarebbe meglio forse che andassi prima tu solo.

        GIORGIO: Perché? Sei stata con loro tre mesi. Scusami, cara, ti vedo –

        GINEVRA: – ma no, come mi vedi? –

        GIORGIO: – non so, sembri irritata!

        GINEVRA: Io? Ma niente affatto! Irritata di che?

        GIORGIO: Sì, sì, te l’ho detto di che! Tu ammetti che si possa credere sospetta­bile la Bice.

        GINEVRA: Non vorrai metterti a fare il pazzo anche tu, adesso.

        GIORGIO: Che c’entra fare il pazzo?

        GINEVRA: Mi metti in mente cose che non penso!

        GIORGIO: Scusami, ho questa impressione. Sai che parlo franco.

        GINEVRA: Amo anch’io Bice come una sorella, e so che –

        GIORGIO: – che? –

        GINEVRA: – che è come me anche lei, niente di meno, niente di più, tutta per suo marito.

        GIORGIO: E dunque perché non vuoi venire?

        GINEVRA: Ma sì, vengo, figurati! Mi turba –

        RESPI: Ecco Donna Bice. (Entra Donna Bice.)

        GIORGIO (con affettuosa premura): Oh, Bice! Venivo da te.

        BICE (commossa, quasi per piangere): Caro Giorgio!

        GINEVRA: Bice! (L’abbraccia con un fremito di pianto convulso.)

        GIORGIO: Diceva appunto che t’ama come una sorella.

        BICE (tenendola stretta a sé): Lo so, Ginevra mia, lo so!

        RESPI (impacciato, come sentendosi in colpa): Cara contessa!

        BICE (anche lei imbarazzata): Per carità, voi, Nicola –

        RESPI: – volete che vada?

        BICE: Sta per venire; so che mi segue; è molto più calmo: non vorrei che vi trovasse qua.

        RESPI: Vado senz’altro.

        BICE: No, aspettate: bisognerebbe prima accertarsi che non vi veda uscire.

        GIORGIO: Baderò io, baderò io, non dubitare. Vieni, Respi. (Respi saluta, e via con Giorgio.)

        GINEVRA: Ma sospetta proprio di lui?

        BICE: Di tutti, di tutti; anche di lui; ma non è un sospetto; è una cosa così strana –

        GINEVRA: – che cosa? –

        BICE: – non ti so dire, da cui pare non ci si possa guardare –

        GINEVRA: – come? ah, dice così?

        BICE: Sì, una cosa di cui, a sentirlo, non c’è nemmeno da far colpa.

        GINEVRA: E dunque? Se non c’è da far colpa!

        BICE: Com’è possibile?

        GINEVRA: Se lo dice lui stesso!

        BICE: Ma che significa? Tu lo capisci? Mi guarda negli occhi, con certi occhi! se tu glieli vedessi! e sorride –

        GINEVRA: – sorride? come sorride? –

        BICE: – d’una maniera, che dà i brividi; e poi domanda: – «Nulla, più nulla, eh? Sepolto! tutto ingojato!» col tono di chi è certo, io non so di che; ma dice che lui lo sa, lo sa; e si mette a vaneggiare; ma poi t’accorgi che non è vero, perché si riferisce a cose precise –

        GINEVRA: – come, precise? che dice? –

        BICE: – sì, a persone determinate –

        GINEVRA: – determinate? a chi? –

        BICE: – pare le abbia davanti; non le nomina –

        GINEVRA: – ma che dice? –

        BICE: – cose, io non le comprendo; ma è come se lui le veda, non so, vere, ecco, vere da apparire a tutti, lampanti –

        GINEVRA: – che cose? –

        BICE: – cose che nessuno suppone; pare le scopra, da toccarle, là, dove nes­suno le vede.

        GINEVRA: È proprio pazzo allora! Pazzo! Sono allucinazioni?

        BICE: È un guasto, certo, che gli s’è fatto qua!

        GINEVRA: Ne sei certa?

        BICE: Come! Gli occhi! Gli si vede dagli occhi! E poi, quando mai lui ha par­lato così? Dice, sì, alle volte, anche cose che t’atterriscono da come sono tue, di pensieri che hai avuto un momento, con una lucidità che hai l’impressione di restargli nuda davanti, e non puoi più crederlo pazzo.

        GINEVRA: No, anzi, per questo, tanto più, scusa!

        BICE: Perché?

        GINEVRA: Perché le dice! Tu non hai mai detto e nemmeno io, né nessuno, ciò che può passare, un attimo, per la mente, o può esserci avvenuto in segreto, senza volerlo; anche in sogno, supponi: delitti innocenti.

        BICE (con stupore e spavento): Ginevra!

        GINEVRA: Che cos’è?

        BICE: Oh Dio! E come se tu l’avessi sentito –

        GINEVRA: – io? –

        BICE: – sì, parlare! Dice proprio così!

        GINEVRA: Delitti innocenti?

        BICE: Sì, sì.

        GINEVRA: E chi non ne ha commessi?

        BICE (restando): La stessa domanda!

        GINEVRA (con dispetto): Ma è naturale, cara, se mi porti a parlare come lui di cose di cui nessuno parla, tranne che non sia un pazzo, o, scusami, qualcosa di peggio; sì sì, qualcosa di peggio! Se per lui sono «innocenti», perché ne parla e ti vessa? Io ne sono indignata! indignata!

        Entra, con Giorgio, Romeo Daddi in tempo d’udire quest’ultima esclama­zione.

        ROMEO: No, cara mia, non indignartene, perché è a fine di scusare, cara mia; soltanto a fine di sapere e di scusare.

        GINEVRA: Come, intanto, denunziando?

        ROMEO (guardando in giro con aria sospesa): Ho denunziato?

        GINEVRA: Pare che sia sulla strada di scoprir segreti in tutti!

        ROMEO (con aria furba e negando col dito): Non mi conviene! ah no no! non mi conviene. Neanche per ischerzo! Sarebbe come istituire un tribunale per i veri delitti. Figuriamoci!

        GIORGIO: Quali sarebbero, questi veri delitti? Se incolpi Bice, certo ne avrò commessi tanti anch’io.

        ROMEO: Ma tutti, caro!

        GIORGIO: Ah, meno male, se siamo tutti!

        ROMEO: E poi la consolazione che non se ne sa nulla, ti par poco? Basta non lasciarsi cogliere sul fatto. La fronte è dura. Non ci si legge. Puoi anche fare, guardandomi, la faccia sorridente.

        GIORGIO (prendendolo in parola): Perché no? Eccotela!

        ROMEO: Eh, tu sì, puoi per davvero, povero Giorgio! Il guajo è che anche gli altri possono fartela. Ed è tanto più orribile, pensa, in quanto può anche parer giusto a ciascuno non credersene responsabile, capisci? rifiutare d’assumer­seli sulla coscienza, perché non li ha voluti.

        GIORGIO: Se non li ha voluti!

        GINEVRA (riferendosi a quello che ha detto a Bice anche lei): Ecco!

        ROMEO: Ma li commette! E questo! Non si sa come, li commette.

        GIORGIO: E non si potrebbe con la volontà non commetterli?

        ROMEO: Che parte credi che abbia la volontà nella vita? Puoi solo servirtene nelle poche cose, appena credi di sentirle o di saperle. Ti ci muovi e sbatti subito contro un muro, o ti perdi nel bujo. Che vuoi che si sappia?

        GIORGIO: Io so, per esempio, che tua moglie –

        ROMEO (come infastidito): Ma sì, insospettabile! (Pronto, con un lustro di sfida negli occhi:) Ecco, come la tua! Ti basta? Dico come la tua! Non so perché lei però mi si smarrisca così sotto gli occhi appena la guardo. È una pietà; (indicandola:) ecco, piange!

        GINEVRA (ribattendo, indignata): È una crudeltà!

        GIORGIO (esortandola): No, su, su, Bice!

        BICE (tra il pianto, indicando Romeo): E per lui…

        ROMEO (a Ginevra): Senti? Dice che è per me; crudele per me (a Bice:) è vero? Ma tu non piangere, cara, perché forse sei la sola davvero, tu, a cui non è mai avvenuto nulla. Sai sempre tutto tu, di te, e puoi perciò sempre volere. Sei come uno specchio.

        GINEVRA: Come un’acqua marina, ha detto Giorgio, tersa e trasparente.

        ROMEO: Ecco, vedi? anche Giorgio. Tranne forse qualche volta che t’ho troppo seccata…

        BICE: Ma no, mai! Lo sai bene!

        ROMEO: Oltre, eh, oltre quello che tu stessa sai! È là che si comincia, cara, e dove ci si smarrisce! dove non si sa più!

        GINEVRA (con fiera asseveranza): Bice non si è mai smarrita!

        ROMEO (di scatto, indicando a Bice Ginevra): Là, ecco, impara, come mi guarda fiera in faccia Ginevra, lei sì davvero insospettabile, tutta, tutta fin nei minimi più riposti pensieri, di suo marito.

        GINEVRA (guardandolo quasi con odio): Tu parli come un pazzo; ma non è vero; io non ti credo!

        GIORGIO: Già! Fin dal primo momento –

        GINEVRA: – ecco, lui è testimonio! –

        GIORGIO: – l’ha presa così –

        ROMEO: – e se n’è indignata, naturalmente!

        BICE (quasi tra sé): Come se capisca…

        GINEVRA (subito cogliendo l’osservazione di Bice): E tu no? vuol leggerti den­tro, non vedi? E ti mette alla tortura.

        ROMEO: No, questo no: ti ho mai torto un capello?

        GINEVRA: Tu non sei pazzo; lo fai!

        ROMEO (smorendo in una strana e inattesa tristezza): Vorrei farlo per davvero, Ginevra! Sarebbe così comodo, sotto la maschera; ma non la reggo; me la levo.

        GINEVRA (aggressiva): E che fai allora? che dici? Guardi negli occhi? Guarda me! Io posso guardare anche te! Sì, innamorata, fin nei minimi più riposti pensieri, di mio marito. Che hai da dirmi?

        ROMEO: T’ammiro.

        GIORGIO (stordito): Che c’entra questo?

        ROMEO: L’ammiro, Giorgio. È per farmi rientrare in me. Un buon metodo. Ci­mentarmi, per mettermi alla prova che non sono pazzo.

        GIORGIO: Sì, ho detto anch’io difatti che ti si doveva resistere.

        ROMEO: Ecco. Fate bene. Resistermi. Per la difesa delle leggi sociali, in questa nostra vita civile. Ma vi dico che io voglio scusare, scusare; non ho altro fine che questo; se no, non mi resterebbe più altro che andarmi a costituire.

        GIORGIO: Nientemeno!

        ROMEO: Fortuna, che tutta la vita è così! Non si sa come! E la volontà non ci può nulla! – Vorrei sapere chi ha detto che sono pazzo. Io no di certo. Io penso ora così, perché vedo: vedo.

        GIORGIO: Che vedi?

        ROMEO: Ciò che normalmente, quelli che sono savii, non sanno o non vogliono vedere.

        GIORGIO: Ma eri così savio anche tu, mio caro Romeo, fino a pochi giorni fa!

        ROMEO (con leggerezza): Eh, perché ancora non vedevo! Ora vedo. Ma non ne faccio colpa a nessuno, credetemi. – È proprio peggio vestirsi così pesante, perché poi si suda.

        GIORGIO (stordito con le altre). Si suda? Che dici?

        ROMEO (staccando, con serietà piena di rimpianto e di ammirazione): Tu hai detto, Giorgio, una bella sentenza: la vita è a patto di credere; non di sapere.

        GIORGIO (sbalordito): Io ho detto così?

        ROMEO (senza far caso dello sbalordimento di Giorgio): Non l’hai detto? Scu­sami; me lo son figurato, perché un marinajo deve pensare così.

        GIORGIO: Un marinajo? Perché?

        ROMEO: Perché conoscersi è morire.

        GIORGIO: E un marinajo non può conoscersi?

        ROMEO: Un marinajo crede.

        GIORGIO: Ah sì, per grazia di Dio, io credo.

        ROMEO: E io sudo, sudo: l’ho detto a casa, a Filippo, di non prepararmi un abito così pesante; (a Bice:) ma tu sai com’è… – Così, sempre, caro Giorgio: si scade alla fine nelle banalità più solite. Le cose che si fanno, che tutti sanno – (Voltandosi a Ginevra:) Senza rancore, Ginevra. (E va a sedere, ap­partato, sulla balaustrata del terrazzo.)

        GIORGIO (piano a Bice e a Ginevra): Ma non connette!

        BICE (triste, avvilita): Fa così; si mette a parlare tutt’a un tratto, senza nesso, di cose ovvie.

        GINEVRA: Lo facciamo tutti, se pensiamo d’improvviso o avvertiamo una cosa diversa o casuale. Forse lui sì, lo fa apposta per frastornare. (Pausa.)

        BICE (costernata): Che guarda?

        ROMEO (che nel silenzio ha inteso): Quest’incanto qua, cara. M’immagino sul tramonto. A lasciarsene prendere. Addio coscienza. Si naviga.

        GIORGIO: Sì, è bello.

        ROMEO: E il mare può anche essere un catino, se non ne scorgi più i limiti. Pare impossibile che ci siano sciagurati che han bisogno di vino o di droghe per annegare in paradisi artificiali, quando si vive così poco nella così detta coscienza – (ecco ti spiego come ora vedo) – continuamente rapiti fuori di noi da tutto il vago delle nostre impressioni, ebbrezze di sole in primavera, stupore di arcani silenzii, spettacoli di cielo, di mari, e le rondini, anche den­tro di noi, di pensieri guizzanti, gli sbalzi a volo da un ricordo all’altro, al minimo richiamo fuggevole d’una sensazione. Pare ch’io ti stia ad ascoltare, e chi sa come ti vedo; t’ascolto, ti rispondo, sono con te, ma dentro di me, anche altrove, nell’arbitrario delle mie sensazioni che non potrei comunicarti senz’apparirti veramente pazzo. Cammino, mi vedo le cose attorno, le posso toccare, tocco, e non me ne viene più né un pensiero né un sentimento, forse neppure più una sensazione; le guardo e, dentro di me, i miei stessi pensieri, i miei stessi sentimenti, sono come ombre lontane; io stesso, lontano da me, perduto come in un esilio angoscioso. E puoi dire allora ch’io sto vivendo una vita cosciente? E ancora sono sveglio! E quando dormo? Metà della vita si dorme. E poi è sempre così: tutto incerto, sospeso, volubile; vacilla tutto; la volubilità della vita non rispetta neanche i muri fermi delle case nelle strade. E quando credi d’esserti fatta una coscienza e hai stabilito che ogni cosa è così o così, ci vuol così poco a farti riconoscere che questa tua co­scienza era fondata su nulla, perché le cose, quelle che tu credi più certe, pos­sono esser altre da quelle che credi; basta farti sapere una cosa, il tuo animo cangia d’un tratto, addio coscienza, diventa subito un’altra, e hai un bel tenerti fermo a tutte le tue certezze di prima; dove sono? Io credo che quando ci saremo liberati della vita, forse la più grande sorpresa che ci aspetterà sarà quella delle cose che non c’erano, che ci pareva ci fossero e non c’erano: suoni, colori; e tutto ciò che vi sentimmo, e tutto ciò che vi pensammo, e ce n’affliggemmo tanto o ne gioimmo tanto: tutto era niente; e la morte, questo niente della vita, come c’era apparsa; lo spegnersi di questo lume illusorio, caldo, sonoro e colorato, per migrare forse verso altre misteriose illusioni.

        GIORGIO: T’ascolto, sbalordito. Ma come? Tu, Romeo –

        ROMEO: – io, sì, ti maravigli? e tu, Giorgio, qua su questo terrazzo, non hai il ricordo di qualche tramonto in cui sei rimasto in dubbio che non fosse più vero quanto ti circondava?

        GIORGIO: Sì, spesso; e con questo?

        ROMEO: Senza conseguenze?

        GIORGIO: No, che conseguenze?

        ROMEO: Eh, quando tutto t’è come non vero attorno, quello che fai può anche sembrarti non vero.

        GIORGIO: No, caro, perché se fai tanto di muoverti in quei momenti –

        ROMEO: – sai subito, già! e ti muovi perché già sai. Ma se l’incanto ti prende così forte, che non puoi più sapere quello che fai? Avviene! Avviene! Non sei più tu; non sai nemmeno dove sei, con chi sei; una donna è con te, su cui non hai mai fatto alcun pensiero; ma chi sa quanta gioja t’aveva dato la sola vista del suo corpo, vederla muovere, sentirla ridere, parlare. Non te l’eri mai detto, non l’avevi mai neppur pensato. Tutto fuori della tua coscienza. Un piacere soltanto per la vista, soltanto per l’udito.

        GIORGIO: Tu stai parlando adesso della Bice?

        ROMEO: No, no, tu sei un altro adesso; ti trasfiguro nella mia mente in un altro adesso, in un altro che le dice: «Ma voi non sapete come tutto il vostro corpo nel muoversi, e voi stessa nei gesti che fate involontariamente, date torto, date torto alle parole savie che dite!». – «Io? ma perché anche il mio corpo ama, mio povero Nicola; non voi, ma ama!»

        BICE: Ricomincia, Dio, ricomincia!

        ROMEO: No, cara; è perché veramente può avvenire così, se non t’è mai avve­nuto.

        BICE (con doloroso risentimento): Sai che m’è avvenuto; e che io –

        GIORGIO (ribellandosi per lei): – ne ha riso con te! –

        BICE: – no, io non ne ho riso –

        ROMEO: – sì, sì, ne hai riso, ne hai riso! –

        GINEVRA (indignata): – non è vero! Meno di noi due, se mai! Tu ne hai riso!

        ROMEO: – io sì, eh altro! (Riattaccando, quasi con feroce godimento:) Però la gioja d’un corpo che s’è svegliato da sé, fremente, in segreto? Tu non ne hai coscienza. E lui, da sé, il tuo corpo, che s’è svegliato: come un albero! Tu hai solo una letizia leggera, quasi di foglie, improvvisa, non sai perché, che ti fa ridere di nulla, o una tenerezza che ti fa anche piangere di nulla –

        BICE (sgomenta): – io? –

        ROMEO: – sì, cara: e allora basta un momento! (A Giorgio:) Uno le prende le mani così (prende le mani a Bice) – la mossa è stata forse troppo brusca – lei le vuol respingere; ma ecco, fa solo il gesto dolce di restituirmele, e chiude gli occhi, tutto il viso le si chiude nell’abbandono –

        BICE (quasi atterrita): – ma no, io? quando? –

        ROMEO (gridando): – è il momento che non puoi più sapere, cara! Sa lui solo, ora, il corpo che non è più suo, e si muove da sé, certissimo, come chi ruba, in un attimo cieco. E poi non è più nulla.

        GINEVRA (balzando in piedi, convulsa di sdegno): Io non posso sentirlo parlare così!

        ROMEO (subito: con perfidia): Di Bice, eh?

        GIORGIO: Ma Romeo!

        ROMEO (subito anche a lui): Per scusare! L’incoscienza!

        GINEVRA (fremente): Ma chi ne parla? È una vergogna!

        ROMEO: Ci si ricompone subito, difatti! Non è più nulla! (Cangiando, con di­sperata intensità:) Ma che volete, allora, me lo dite? Se non accettate questa scusa, che volete? La condanna? la condanna? Tu sbalordisci, Giorgio, che parlo ora così? Ma è troppo! è troppo! Una volta, due volte! Sono delitti, al­lora, sono delitti da scontare! Io li sto scontando così, impazzendoci!

        GIORGIO (stordito, quasi con paura): Che delitti?

        ROMEO: Veri delitti! Io ho ucciso! Lo vuoi sapere? Ho ucciso!

        GIORGIO: Tu, ucciso?

        ROMEO: Sì, sì, ucciso, ucciso – come in sogno, ma veramente ucciso! Ora è prescritto. Sono più di trent’anni.

        GIORGIO: Eri allora un ragazzo!

        ROMEO: Sì, un ragazzo.

        GIORGIO: Ma dici sul serio?

        BICE: Delira!

        ROMEO (subito a Bice): No, è vero! (Poi, a Giorgio:) E tu del resto devi sa­perlo!

        GIORGIO (trasecolato): Io non so nulla!

        ROMEO: Delitto innocente. Come un sogno che ritorna. Tu capisci adesso, Gi­nevra? E per questo ritorno! Ritorno d’un sogno sepolto. Rimasto sogno per tanti anni, anche per me! (A Giorgio:) Non ricordi, nella nostra infanzia, di quel ragazzo di campagna che fu trovato morto all’alba, con la testa sfragellata, che tutto il sobborgo corse a vederlo, e tu volevi che corressi anch’io e io non volli?

        GIORGIO (con stupore atterrito): Fosti tu?

        ROMEO: Io. E non si seppe mai chi l’avesse ucciso. Non lo seppi più nemmeno io, subito dopo averlo ucciso. Capisci? Questo è orribile, e può avvenire! è avvenuto! Non sai come! Figurati, per una lucertola.

        GIORGIO (sovvenendosi): Ah sì, sul lastrone – quella lucertola!

        ROMEO: Sì, ma anche perché ero non so in che animo, quella sera, per quella strada di campagna, in salita. Ti ricordi di Fox!

        GIORGIO: Sì, il cane che avevi allora in campagna.

        ROMEO: Era con me. Avevo sotto braccio i libri di scuola stretti nella cinghia. Non avevo trovato in casa mia madre, né nessuno; e avevo attraversato il sobborgo per salire sul poggio, in campagna. Vedo tutto. Non volevo pensare. Volevo esser lieto. Sai i ciottoli che gli asinelli alle volte si prendono tra gli zoccoli e li fanno ruzzolare per un tratto e poi, dove si fermano, stanno? Diedi un colpo a uno con la punta della scarpa: godi, vola! – L’erba che spunta sulle prode o a pie delle muricce, certi lunghi fili d’avena impennac­chiati che fa piacere brucare: tutti i pennacchietti ti restano a mazzo nelle dita; si gettano addosso a qualcuno, e quanti se ne attaccano, tanti mariti (se è una donna) prenderà, e tante mogli se un uomo. Io feci la prova suFox. Sette mogli. Ma Fox, vecchio stupido, chiuse gli occhi e rimase, senza capir lo scherzo, con quelle sette mogli addosso. Per dirti com’ero. Ma a un certo punto non ebbi più voglia d’andare avanti. Mi sentii stanco e seccato. Mi tirai a sedere sulla muriccia a manca della strada, e di là mi misi a guardare nel cielo la luna che cominciava appena ad avvivarsi d’un pallido oro nel verde del crepuscolo. La vedevo e non la vedevo, come le cose che mi vagavano nella mente e l’una cangiava nell’altra e tutte mi allontanavano sempre più dal mio corpo lì seduto inerte, che non me lo sentivo più; la mia stessa mano, se l’avessi veduta, posata sul ginocchio, mi sarebbe sembrata quella d’un estraneo; non ero più nel mio corpo, ma nelle cose che vedevo e non vedevo, il cielo morente, la luna che s’accendeva e là quelle masse cupe d’alberi che si stagliavano nell’aria fatta vana, e la terra sola, nera, zappata da poco, da cui esalava ancora quel senso d’umido corrotto nell’afa delle ultime giornate d’ottobre, ancora di sole caldo.

        GIORGIO: Sì, fu d’ottobre, ora ricordo bene, fu infatti d’ottobre.

        ROMEO: Ho tutto vivo qua, preciso; vedo tutto come se ci fossi ancora. A un tratto, tutto assorto come ero, chi sa che cosa mi passò per le carni, stolzai, e istintivamente alzai la mano a un orecchio. Sento stridere una risatina da sotto la muriccia. Un ragazzo della campagna s’era nascosto là sotto, dalla parte della campagna. Aveva strappato e brucato anche lui un lungo filo d’a­vena, gli aveva fatto un cappio in cima e, zitto zitto, con esso alzando il brac­cio aveva tentato d’accappiarmi l’orecchio. Appena mi voltai risentito, subito col dito m’accennò di tacere e tese il filo d’avena lungo la muriccia, dove tra una pietra e l’altra spuntava il musetto d’una lucertola, a cui con quel cappio egli dava la caccia. Mi voltai a guardare, ansioso. La bestiola, senz’accorger­sene, aveva infilato da sé il capo nel cappio lì appostato; ma ancora era poco, bisognava aspettare che lo sporgesse un po’ di più, e poteva darsi che invece lo ritraesse, se la mano che reggeva il filo d’avena tremolava e le faceva av­vertire l’insidia. Forse era sul punto d’assaettarsi per evadere da quel rifugio divenuto una prigione. Attenti a dare a tempo la stratta; questione d’un attimo. Eccola! E la lucertola guizzò come un pesciolino in cima a quel filo d’avena. Saltai giù irresistibilmente dalla muriccia; ma quello, forse temendo che vo­lessi impadronirmi della bestiola, roteò più volte in aria il braccio e poi la sbatté con ferocia su un lastrone che si trovava lì tra gli sterpi. – No! – gridai; troppo tardi: la lucertola giaceva immobile su quel lastrone col bianco della pancia al lume della luna. Ne provai un’ira grandissima. Avevo voluto an­ch’io che quella povera bestiola fosse presa, preso anch’io per un momento da quell’istinto della caccia che è in tutti agguattato; ma ucciderla così, senza prima vederla da vicino, negli occhietti vivi acuti fino allo spasimo, nel pal­pito dei fianchi, nel fremito di tutto il verde corpicciuolo; no, era stato stu­pido e vile. E avventai con tutta la forza un pugno in petto a quel ragazzo, mandandolo a ruzzolare in terra, tanto più lontano quanto più lui, così tutto squilibrato indietro, tentò di riprendersi per non cadere. Caduto, si rizzò infe­rocito, ghermì un toffo di terra e me lo scagliò in faccia; ne restai accecato e con quel senso d’umido in bocca che più mi seppe di sfregio e m’imbestialì. Presi anch’io di quella terra e la scagliai. Il duello si fece subito accanito. Ma lui era più svelto e più bravo, e mi veniva sempre più addosso, avanzando, con quei toffi di terra che, se non ferivano, percotevano sordi e duri e, sgreto­landosi, erano come una grandinata da per tutto in petto sulla faccia tra i ca­pelli agli orecchi e fin dentro le scarpe; soffocato, non sapendo più come ri­pararmi e difendermi, furibondo mi voltai, spiccai un salto e col braccio al­zato strappai una pietra dalla muriccia. Qualcuno di là si ritrasse, sarà stato Fox. Scagliata la pietra, d’un tratto – io non so come – da che tutto prima mi sbalzava davanti agli occhi, quelle masse d’alberi, in cielo la luna come uno striscio di luce, ora più nulla, non si moveva più nulla, il tempo stesso e tutte le cose pareva si fossero fermati in uno stupore attonito intorno a quel ra­gazzo traboccato a terra. Ancora ansante, col cuore in gola, mirai esterrefatto, addossato alla muriccia, quell’incredibile immobilità silenziosa della campa­gna sotto la luna, quel ragazzo che vi giaceva con la faccia mezzo nascosta nella terra, e sentii crescere in me, formidabile, il senso d’una solitudine eterna, da cui dovevo subito fuggire. Non ero stato io; io non l’avevo voluto; non ne sapevo nulla. E proprio come se m’appressassi per curiosità, mossi un passo e poi un altro, e mi chinai a guardare. Il ragazzo aveva la testa sfragellata, la bocca nel sangue colato a terra nero e una gamba un po’ scoperta –

        GIORGIO: – sì sì, lo vidi, lo vidi anch’io così! un po’ scoperta –

        ROMEO: – tra il calzone che s’era ritirato e la calza di cotone. Morto, come da sempre. E tutto restava lì, come un sogno, da cui dovevo svegliarmi per andar via in tempo. Lì, come un sogno, quella lucertola arrovesciata sul la­strone, con la pancia alla luna e il filo d’avena che le pendeva ancora dal collo. Io me ne andavo col mio fagotto di libri di nuovo sotto il braccio eFox dietro, che anche lui non sapeva nulla. E a mano a mano che m’allontanavo, discendendo dal poggio, divenivo, sempre più, così stranamente sicuro, che non m’affrettavo nemmeno. Arrivai alla piazzetta deserta, dove avevano co­struito da poco il grande ospedale, ricorderai –

        GIORGIO: – sì, sì.

        ROMEO: C’era anche lì la luna; mi parve un’altra, se ora li rischiarava, senza saper nulla, la bianca facciata dell’ospedale. Ed ecco la via del sobborgo, come prima. Arrivai a casa; non c’era ancora nessuno; mia madre non era an­cora rientrata. Non dovevo dunque dirle neppure dov’ero stato. Ero stato là in casa ad aspettarla. Ecco. E questo, che sarebbe stato vero per mia madre, era diventato subito vero anche per me. Chiuso tutto. Sepolto. Non ero stato io. Cercai con terrore gli occhi di Fox. Dormiva. Non era stato nulla. Io non l’a­vevo voluto. Un sogno lasciato lassù, sotto la luna.

        Bice, che ha ascoltato piangendo in silenzio il racconto, ha uno scoppio con­vulso e fugge via, sostenuta da Giorgio, nell’interno della casa. Dimmi tu, Ginevra, fu delitto?

        GINEVRA (turbata, commossa, piangente): No, no sciocco, fai piangere anche me; se non l’hai voluto!

        ROMEO: Ma l’ho commesso! È stato il primo!

        GINEVRA: Finiscila! Non devi averne rimorso! Io amo mio marito!

        ROMEO: Ma son due! È troppo! Sto impazzendo! Ho bisogno di credere che può accadere a tutti! a tutti!

        GINEVRA: Sì, anche a Bice! Sta’ zitto! Rientra Giorgio, chiamando:

        GIORGIO: Romeo, vieni! Bice si sente male! Ti vuole!

        ROMEO: Eccomi. (Si avvia verso l’interno della casa.)

        GIORGIO (fermando un momento Ginevra, impressionato): Che cos’è?

        GINEVRA: Niente. È orribile. La povera Bice.

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