Disdetta – Audio lettura

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Legge Giuseppe Tizza
«La seguii; ella si sentì inseguita: tanto che, più volte, inquieta, volse rapidamente il capo indietro a guardare e alla fine, non potendone più, salì in una vettura e via.»

Prima pubblicazione: Ariel, anno I, numero 12, 6 marzo 1898. Firmato con lo pseudonimo Fernando.

Disdetta
Pitagora rifugge le fave in fiore (Autore francese, XVI secolo). Immagine dal Web

Disdetta

Voce di Giuseppe Tizza

 ******

          Perbacco!

          E rimettendomi in capo il cappello mi volto a guardar la bella sposina tra il fidanzato e la vecchia madre.

          Dri dri dri… ah come strillavano di felicità sul lastrico della piazza assolata le scarpe nuove del mio amico! E la fidanzata, con l’anima tutta lucente e ridente negli occhi, nelle guance infocate, nei denti bianchissimi, sotto l’ombrellino di seta rossa si faceva vento vento vento, quasi per smorzar le vampe del suo pudor di fanciulla, la prima volta che si mostrava così per via alla gente con a fianco il promesso sposo. Dri dri dri…

          Rimettendosi in capo il cappello (piano, che la pettinatura non si guastasse) si voltò anche lui, l’amico mio, a guardar me. O che c’entrava? Mi vide fermo in mezzo alla piazza, e chinò il capo con un sorriso impacciato. Risposi con un altro sorriso che voleva dire: – Mi rallegro! Mi rallegro!

          Fatti pochi passi, mi volto di nuovo. Non m’aveva colpito tanto la figura simpatica ed elegante della fidanzata, quanto l’aria, dell’amico mio, che non vedevo più da circa tre anni. O non si volta anche lui a guardarmi per la seconda volta?

          Che sia geloso? – pensai, incamminandomi subito a capo chino. – Ne avrebbe ragione: è proprio carina… Ma lui lui!

          Non so, mi era sembrato anche più alto di statura, Prodigi dell’amore! E poi tutto ringiovanito, negli occhi specialmente, nella persona quasi carezzata da certe cure affettuose di cui non l’avrei mai stimato capace, conoscendolo nemico di quegli intrattenimenti che ogni giovanotto suole avere con la propria immagine per ore e ore innanzi a uno specchio. Prodigi dell’amore! Bravo Tito Bindi!

          Dov’era stato egli in questi ultimi tre anni? Qui a Roma, prima, abitava in casa di Renzi suo cognato, ch’era poi il vero amico mio. Infatti egli, per me, propriamente, si chiama più «il cognato di Renzi», che Bindi di casa sua. Era partito per Forlì due anni avanti che Renzi lasciasse Roma, e non l’avevo più riveduto. Ora, eccolo a Roma di nuovo, e fidanzato.

          Ah, caro mio, – seguitai a pensare tu non fai più certamente il pittore! Dri dri dri… le tue scarpe strillano troppo. Di’ che ti sei voltato ad altro mestiere, il quale ti deve fruttar bene. Come pittore, abbi pazienza, amico mio, eri somaro; bel giovine, ma somaro. Hai cambiato strada? Bravo Bindi! Vai lodato anche di questo.

          Lo rividi due giorni appresso, quasi alla stess’ora, di nuovo insieme con la promessa sposa e con la futura suocera. Altro scambio di saluti accompagnati da sorrisi. Inchinando lieve e pur con tanta grazia il capo, mi sorrise anche la sposina.

          Evidentemente Tito – pensai – le ha narrato la mia famosa avventura con sua sorella, la moglie di Renzi. E figuriamoci come e quanto avrà riso a le mie spade la cara sposina, e come sarà stato felice lui di averla fatta ridere così.

          Per le due famiglie Renzi e Bindi e loro affini e amici e conoscenti io son condannato a essere argomento di riso chi sa fino a quando! Sarò morto, e Renzi vecchione, nel canto del fuoco, conversando con la moglie Secchissima (auguro come si vede a entrambi di campar più di me), le dirà: – Pitagora, ricordi? – E tutti e due, senza denti, rideranno ancora di me… È una bella sodisfazione!

          Renzi mi chiama Pitagora perchè non mangio fagioli. Mi chiamerà pure Pitagora la cara sposina, suppongo… Cose che fan tanto piacere!

          Ma che poi ci sia molto, proprio molto da ridere nell’avventura mia, dico la verità, non so vederlo. Si tratta semplicemente di questo. Sei anni fa (mica un giorno!) la mia disgrazia volle che per tanti e tanti giorni di seguito dovessi incontrar sola per via una bellissima signora, dada quale, fin dal primo vederla, tah! – ero rimasto straordinariamente colpito. È chiaro però che dell’impressione fattami si era accorta anche lei, in prima, e che anche lei anzi aveva dovuto rimanerne colpita così che, due o tre giorni dopo, scorgermi improvvisamente e lasciarsi cader di mano il porta fazzoletti fu tutt’uno. Io, naturalmente, interpretai a modo mio quel turbamento; supposi che l’oggetto le fosse caduto ad arte, e mi precipitai a raccoglierlo e glielo porsi con l’accompagnamento immancabile d’un inchino sorridente e d’una frase graziosa.

          Chi non avrebbe fatto così? E fin qui, mi pare, non c’è nulla da ridere. È vero tuttavia, e non lo nego, che ella, a le mie parole, impallidì in un modo che mi parve anche allora eccessivo, e che mi ringraziò del piccolissimo servigio resole con un: – Insolente! – ma pensai: – Insolente! dunque ti seguo!

          La seguii; ella si sentì inseguita: tanto che, più volte, inquieta, volse rapidamente il capo indietro a guardare e alla fine, non potendone più, salì in una vettura e via. Io, cocciuto, salto in un’altra dico al vetturino: – Dietro a quella, a qualche distanza! – Si va su pe’ quartieri Ludovisi, poi, in Via delle Finanze, la vettura della signora s’arresta; la vedo smontare, pagare, vedo la casa in cui entra. Ma abita davvero colà? o vi abita qualche sua amica? Se è così penso – tra poco discenderà. Aspettiamo. E poi può darsi che or ora s’affacci a qualche finestra. Aspettiamo.

          Licenzio la vettura e mi metto a passeggiare innanzi alla casa alzando di tanto in tanto gli occhi alle finestre. Passa un quarto d’ora: niente! Invece bel bello mi vedo venire incontro per la stessa via Quirino Renzi, che conoscevo da poco tempo.

          Ah ci vuol poco, lo so, a darmi dell’imbecille adesso, dopo il fatto – bella forza! Che ragione avevo io allora di supporre che quella signora poteva essere la moglie di Renzi, se non sapevo neppure ch’egli fosse ammogliato?

          – Che fai qui? mi domanda lui.

          Rispondo ridendo:

          – Aspetto…

          Lui strizza un occhio:

          – Qualche avventura?

          – No, ti giuro, un amico coi calzoni.

          Lo vidi entrare, è vero, nello stesso portone dov’era entrata lei, ma quella, perdio, era una torre, una casa a sei piani. Ammesso che Renzi fosse ammogliato (ripeto non lo sapevo); ammesso che la signora fosse una legittima moglie (e stavo nell’idea che non fosse), in quella casa dovevano abitare per lo meno venti mariti: giusto il Renzi doveva essere?

          Ma la probabilità che lui potesse entrarci in qualche modo non mi passò allora per il capo, nè anche lontanamente. Seguitai ad attendere ancora un pezzo, poi me ne andai senz’alcun sospetto della commedia che marito e moglie avevano architettata per punirmi innocente!

          Eravamo insieme il giorno dopo io, Renzi e l’amico Barbarelli, anche lui ora scomparso. Fino, il Renzi! S’era procurato in persona del Barbarelli il prologo della commedia sapendo che questo ottimo giovane aveva, e non so se ha ancora, il vezzo di sospirar comicamente: – Ahimè! – dietro ogni bella donnina. Infatti, ne passa una, ed ecco Barbarelli emettere il suo sospiro. Allora, subito Renzi:

          – Vedi? – gli dice – io, al posto di quella signora, parola d’onore, t’avrei lasciato andare un solennissimo schiaffo a edificazione di tutto un popolo.

          Barbarelli sorride:

          – Ma io sospiro per conto mio… Non è più permesso neanche di sospirare vedendo una bella signora?

          Lascia andare! – incalza Renzi. – A Roma siamo ridotti al punto che una povera donna non può più uscir sola per via. È una vergogna! Giusto jersera una signora, amica di mia moglie, che abita su, al piano superiore, nella stessa casa dove abito io, ci narrava, vi assicuro proprio con le lagrime agli occhi, di un affronto patito nella stessa giornata. Schiaffeggiare, schiaffeggiare! – le ho detto io. – Lei, signora mia, doveva voltarsi e, al cospetto di tutta la gente, appioppare un sonoro schiaffo a quel mascalzone: – Le ho detto insolente… – m’ha risposto lei. Ah sì, ci vuol altro per voi, caro Barbarelli! Pitagora, tu che ne dici?

          Io? Figuratevi come ero rimasto io. Aspettai che Barbarelli ci lasciasse, e poco dopo domandai al Renzi:

          – Di’ un po’, come si chiama quella signora, amica di tua moglie?

          – Perchè?

          – Vorrei saperlo…

          – Un’elettissima signora! – esclama Renzi. – È francese, ma da parecchi anni in Italia, si chiama Eulalia Dupuis…

          E mi sciorina lì per lì una storia complicatissima e dolorosa, certamente combinata avanti (non stimo Renzi capace d’una improvvisazione di quel genere): il marito della signora morto per stravizi, dopo averla fatta soffrire crudelmente per sei anni; liti per l’eredità d’uno zio straricco con un cugino dissoluto aspirante alla mano di lei; persecuzioni, disperazione; fuga in Italia, dove la disgraziata signora, in attesa che la lite ancora pendente si risolva, è costretta a vivacchiare impartendo lezioni di lingua francese.

          Confesso (trionfa, o Renzi!) che questa storia mi commosse tanto, che provai rimorso di quel che avevo fatto il giorno avanti. E poiché Renzi stimò opportuno di ripeter l’affronto di quel mascalzone ch’ero io, aggiungendo tra gli altri particolari che la signora, al suo consiglio di schiaffeggiare, gli aveva risposto che di gran gusto l’avrebbe fatto, se ne avesse avuto il coraggio.

          – Davvero? Ci avrebbe gusto? – proruppi. – Ebbene se lo passi! Senti Renzi: quel mascalzone sono io.

          – Tu? – E sgranò tanto d’occhi dalla meraviglia, il commediante!

          – Io, io, sì: vedi che mi accuso… Ieri ti ricordi? tu mi hai visto…

          – Ah, l’hai finanche inseguita?

          – Sì, sì, confesso che ho scambiato quella signora per… tu m’intendi.

          Renzi si fermò di botto a guardarmi; ma seppe contenersi; ingoiò la pillola e sghignò:

          Perdio, che occhio fino e che fiuto!

          – Hai ragione… Sono stato uno sciocco, anzi peggio… Ma tu sai, Renzi mio, ch’io piglio fuoco come uno fascio di paglia. Che penseresti, se ti dicessi che son mezzo innamorato, sul serio, di quella signora? È francese, hai detto? sarà donna di spirito… Ebbene, senti: voglio farmi dare lo schiaffo che tu le hai consigliato. Trova tu il modo; io poi troverò il modo di farmi perdonare.

          E così il topolino andò a porsi da sè tra le granfie del gatto appostato. Il giorno dopo Renzi venne a dirmi ch’egli aveva ottenuto dalla signora la grazia di ricevermi quella sera stessa e che l’avrei trovata ben disposta a perdonarmi. Il brigante s’era messo d’accordo con una vecchia signora che abitava al piano di sopra la quale si era acconciata a rappresentar la parte di zia deva finta signora Eulalia Dupuis.

          E la sera stessa, verso le otto, eccomi innanzi alla porta di lei, con la carta da visita in mano, già pentito, ma troppo tardi, dell’impiccio in cui m’ero messo. Le mie intenzioni? i miei progetti? Visto che la mia parte nella commedia era quella de l’imbecille, e che il Renzi e la sua signora avevano lavorato un bel po’ di fantasia per procurarsi vita natural durante quest’argomento di riso, ho voluto finanche dichiarar loro in seguito quali fossero le mie intenzioni nel recarmi a chieder perdono alla signora Dupuis. Ci avevo pensato nella notte e avevo finito per concludere: – Se tutto andrà bene e sarà sì, butto via quell’aula che non mi piace per niente e la chiamerò Lia, Lia! Lietta! bel nome… E me l’ero vista lì, accanto, nel letto: moglie, Dio ne liberi e scampi!

          Ah come parla bene il francese la moglie di Quirino Renzi! E come fu amabile quella sera la signora Eulalia Dupuis! Tanto amabile, che, a un certo punto – figuratevi – non volendo ella darmi lo schiaffo che insistentemente io, già mezzo ebro, le chiedevo (eravamo soli nell’umile salottino della vecchia signora), le chiesi invece un bacio. Una donna che a tal richiesta si mette a ridere, non vi sembra una donna che vi dica: baciatemi? Ebbene, così feci io; ma ahimè, senza sentire nell’eccitazione, che mentre la baciavo ella divincolandosi strillava:

          – Quirino! Quirino!

          E Quirino irruppe nella stanza ridendo:

          – Ah questo è un pò troppo, perbacco!

          La mia faccia, in quel punto, s’immagina: non si descrive. Ma ora io dico, sì, ci sarà da ridere non lo nego: è un fatto però, caro Renzi, che tua moglie io l’ho baciata.

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