1919 – ‘A patenti – Commedia in un atto in Siciliano

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È uno dei più originali e grotteschi atti di ribellione di un personaggio pirandelliano contro le ingiustizie della società. Pirandello mette in evidenza la tragica situazione in cui viene a trovarsi un poveretto bollato dalla società col marchio di menagramo, portasfortuna, jettatore: è odiato e sfuggito da tutti, chi lo incontra fa i debiti scongiuri, non ha amici, lui e la sua famiglia vivono nell’isolamento, le due belle figliuole da marito intristiscono in casa perché nessuno le vuole; egli perde addirittura il posto di lavoro ed è ridotto alla fame.

In Italiano – La patente
Em Portugues – A patente

FONTE  Novella «La patente» (1911)
STESURA dicembre 1917? – In italiano dicembre 1917 – gennaio 1918
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 19 febbraio 1919 –  in siciliano – Roma, Teatro Argentina, Compagnia del «Teatro Mediterraneo» diretta da Nino Martoglio, col titolo ’A patenti. Torino 23 marzo 1918 al Teatro Alfieri con la compagnia di Angelo Musco.

Approfondimenti nel sito:
Sezione Novelle – La patente
Sezione Video – La patente – 1956
Link esterni
Teatro e scuola – Considerazioni
Antoniodecurtis.org – La patente al cinema

A patenti

Premessa

È un atto unico derivato dall’omonima novella del 1911. Se ne fa risalire la stesura al 1917 in siciliano, nell’edizione scritta dall’autore per Angelo Musco; la versione in italiano dello stesso Pirandello è stata stesa tra il dicembre 1917 e il gennaio 1918. Fu pubblicata nella Rivista d’Italia del 31 gennaio 1918 e, in volume, dai fratelli Treves, Milano 1920. Angelo Musco la rappresentò al Teatro Alfieri di Torino, in siciliano, il 23 marzo 1918; l’anno seguente, il 19 febbraio 1919, la rappresentò a Roma al Teatro Argentina. Il regista Luigi Zampa nel 1953 ha ripreso l’argomento in un film a episodi, interprete Totò.

             È uno dei più originali e grotteschi atti di ribellione di un personaggio pirandelliano contro le ingiustizie della società. Pirandello mette in evidenza la tragica situazione in cui viene a trovarsi un poveretto bollato dalla società col marchio di menagramo, portasfortuna, jettatore: è odiato e sfuggito da tutti, chi lo incontra fa i debiti scongiuri, non ha amici, lui e la sua famiglia vivono nell’isolamento, le due belle figliuole da marito intristiscono in casa perché nessuno le vuole; egli perde addirittura il posto di lavoro ed è ridotto alla fame.

             Questa è la situazione del protagonista Rosario Chiàrchiaro. Il suo cognome ha in sé qualcosa di sinistro; secondo Sciascia è ripreso dall’omonima collina rocciosa, ricca d’anfratti, rifugio di animali notturni; una specie d’inferno nella credenza popolare. Ma Chiàrchiaro non subisce, non si piega: invece di negare l’infame calunnia, fa ogni sforzo per convalidarla. Il giudice D’Andrea che, in una causa da lui intentata contro chi ha fatto scongiuri al suo passaggio, crede di favorirlo sostenendo che la iella non esiste; si trova di fronte a una sorprendente reazione: secondo Chiàrchiaro non solo la jella esiste, ma lui è uno jettatore autentico, e vuol essere riconosciuto pubblicamente tale in quella causa, perché vuole una «patente» che gli consenta di esercitare la professione di jettatore. Spaventerà il prossimo con la minaccia di esercitare i suoi oscuri poteri e otterrà compensi per non eseguirla. Lo stesso giudice D’Andrea, l’unico incredulo, assisterà esterrefatto alla morte del cardellino, unico ricordo della madre, per un colpo di vento che fa cadere la gabbia, mentre gli altri giudici presenti, per rimanere indenni dalla jella, danno il loro obolo a Chiàrchiaro che attribuisce sghignazzando ai suoi po­teri la morte del cardellino.

             Il divertito umorismo di Pirandello sulla paura della jella e sulla reazione, a suo modo eroica, tragica e comica a un tempo, del singolare protagonista, crea un grottesco di alta qualità. L’obolo dei giudici spaventati ne rappre­senta il culmine: Rosario Chiàrchiaro inizia trionfalmente la sua professione di jettatore patentato proprio in quel tribunale che avrebbe dovuto pronun­ciarsi contro il malcostume di chi l’ha bollato con quel marchio infamante.

Personaggi
Rosario Chiàrchiaro
Rosinella, sua figlia
Il giudice istruttore D’Andrea
Tre altri Giudici
Marranca, usciere

A’ patenti 
pruduzzioni littiraria n talianu e sicilianu

Stanza del Giudice Istruttore D’Andrea. Grande scaffale, che prende quasi tutta la parete di fondo, pieno di scatole verdi a casellario, che si suppongono zeppe d’incartamenti. Scrivania, sovraccarica di fascicoli, a destra, in fondo, e accanto, addossato alla parete di destra, un altro palchetto, con altre scatole più piccole contenenti documenti. Un seggiolone di cuojo, per il giudice, davanti la scrivania. Altre seggiole antiche. Lo stanzone è squallido. La comune è nella parete a destra. A sinistra, un’ampia finestra, alta, con invetriata antica, scompartita. Davanti la finestra è come un treppiedi alto, che regge una grande gabbia. Lateralmente a sinistra è anche un usciolino nascosto.

SCENA I

D’Andrea, solo, poi Marranca

Il giudice D’Andrea entra per la comune col cappello in capo e il soprabito. Reca in mano una gabbiola, poco più grossa d’un pugno. Va davanti alla grande gabbia sul treppiedi, ne apre lo sportello, poi apre lo sportellino della gabbiola e fa passare (o finge di far passare) da questa nella gabbia grande un cardellino.

D’ANDREA: Via, dentro! – E su, pigrone! – Oh, finalmente! – Zitto, adesso, al solito, e lasciami amministrare la giustizia a questi poveri piccoli uomi[ni] feroci…

Si leva il soprabito, e lo appende insieme col cappello all’attaccapanni. Va alla scrivania; prende il fascicolo del processo che deve istruire, lo scuote in aria con impazienza, sbuffa.

Questo benedett’uomo!

Resta un po’ assorto a pensare, poi suona il campanello e dalla comune si presenta l’usciere Marranca.

MARRANCA: Comandi, signur Cavaleri!

D’ANDREA: Ecco, Marranca: andate – (è qua vicino) – al vicolo del Forno, a casa di don Rosario Chiàrchiaro…

MARRANCA (con un balzo, atterrito, facendo le corna): Ppi carità, signur Cavaleri, ma chi dici! non lu muntuassi!

D’ANDREA (irritatissimo, dando un pugno sulla scrivania): Basta, perdio! Vi proibisco di manifestare così, davanti a me, la vostra bestialità, a danno d’un pover’uomo! -. E sia detto una volta per sempre!

MARRANCA: Mi scusassi, signur Cavaleri… Iu cci lu dicu ppi lu so beni macari…

D’ANDREA: Ah! seguitate ancora?

MARRANCA: Nonsignura, non parru cchiù. Ch’ê jiri a fari nni la casa di… di stu santu cristianu?

D’ANDREA: Gli direte che il giudice istruttore ha da parlargli, e lo farete venire subito qua.

MARRANCA: Subito, va beni, signur Cavaleri… Avi autri cumanni?

D’ANDREA: Nient’altro. Andate.

Marranca esce, tenendo la porta per dar passo ai tre giudici colleghi.

SCENA II

D’Andrea e i tre giudici colleghi

I tre giudici entrano con le toghe e i berretti e scambiano a soggetto i saluti col D Andrea, poi se ne vanno tutti e tre a guardare il cardellino nella gabbia.

PRIMO GIUDICE: Che dice qua, questo signor cardellino?

SECONDO GIUDICE: Ma ‘u sai ca sì veru curiusu tu, ccu stu cardidduzzu chi ti vai purtannu appressu?

TERZO GIUDICE: ‘U sai comu ti chiamanu ‘nta tuttu ‘u paisi? ‘U judici Cardiddu!

PRIMO GIUDICE: Unn’è, unn’è ‘a jaggitedda cu cui t’ ‘u porti?

SECONDO GIUDICE (prendendola dalla scrivania, a cui s’è accostato): Eccula ccà! Signuri mei, taliati: cosi di picciriddi. Un omu seriu…

D’ANDREA: Ah sì? io, per codesta gabbiola, cose da bambino? E voi, allora, parati così?

TERZO GIUDICE: Ohè, ohè, rispetta la toga, perdio!

D’ANDREA: Ma andate là, non scherziamo!

TUTTI E TRE: Ohè! ohè! ohè!

D’ANDREA: Ma sì! Qua siamo in camera caritatis! Quand’ero piccolo, giocavo coi miei compagni “al tribunale”. C’era uno che faceva da imputato; uno, da presidente; poi, altri da giudici, da avvocati… Ci avrete giocato anche voi! V’assicuro io, ch’eravamo più serii allora!

PRIMO GIUDICE: Eh altro! Chist’è veru! Ccu ‘u sangu allocchi!

SECONDO GIUDICE: Finìa a sciarra ogni vota!

TERZO GIUDICE (mostrando una vecchia cicatrice alla fronte): Ccà! taliati ccà! Chista fu ‘na pitrata chi mi tirau un avvocatu, mentri iu facìa ‘u reggiu procuraturi!

D’ANDREA: Tutto il bello era nella toga con cui ci paravamo! Nella toga era la grandezza, e dentro di essa noi eravamo bambini! Ora che siamo grandi e abbiamo ciascuno il peso dei nostri pensieri e delle nostre miserie, quando ci tocca venire qua a indossare codesto straccio, ci sembra essa, la toga, invece, un gioco da bambini! E poiché i più crudeli, spesso, senza saperlo, sono i bambini, questa giustizia che noi amministriamo, è il più crudele giuoco che si possa immaginare! – Ecco qua, signori miei (prende dalla scrivania il fascicolo del Chiàrchiaro): io debbo istruire questo processo. Niente di più iniquo di questo processo! Iniquo, iniquo perché include la più spietata ingiustizia contro alla quale un pover’uomo tenta disperatamente di ribellarsi, senza nessuna probabilità di scampo! C’è una vittima qua, che non può prendersela con nessuno! Ha voluto qua, in questo processo, prendersela con due, coi primi due che gli sono capitati sotto mano, e sissignori – la giustizia deve dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, l’iniquità di cui questo pover’uomo è vittima!

PRIMO GIUDICE: Ma che processo è?

SECONDO GIUDICE: Di cui si tratta?

D’ANDREA: Rosario Chiarchiaro!

(Subito, al nome, i tre giudici indietreggiano, con atti di spavento, di scongiuro, gridando).

TUTTI E TRE I GIUDICI: – Ah, mamma mia! Chi ti scappa!

– Tucca ferru! tocca ferru!

– Per la Madonna Santissima, ti voi stari zittu?

D’ANDREA: Ecco qua! E dovreste render voi giustizia a questo pover’uomo!

PRIMO GIUDICE: Ma chi giustizia! È un pazzu!

D’ANDREA: Un disgraziato!

SECONDO GIUDICE: Sarà macari un disgraziatu; ma scusa, è puru un pazzu! Ha fattu querela di diffamazione, signori miei, contra ‘u figghiu d’ ‘u sìnnacu, nenti di menu, è veru?

D’ANDREA: Sì, e contro il farmacista Vito Fazio.

TERZO GIUDICE: Per diffamazione?

PRIMO GIUDICE: Già, capisci? perché, dici ca li sorprese nell’atto che facevano gli scongiuri al suo passaggio.

SECONDO GIUDICE: Diffamazione! Ma chi diffamazioni si ‘nta tuttu ‘u paisi avi armenu du’ anni ca è diffusissima la sô fama di jittaturi?

D’ANDREA: E innumerevoli testimonii possono venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni ha dato segno di conoscere questa sua fama, ribellandosi con proteste violente!

PRIMO GIUDICE: Ah, ‘u vidi? Lo dici tu stesso!

SECONDO GIUDICE: Comu cunnannari, in coscienza, ‘u figghiu d’ ‘u sìnnacu e Vitu Faziu quali diffamatori, p’aviri fattu, vidennulu passari, il gesto che da tempo sogliono fari apertamenti tutti…

D’ANDREA: E primi fra tutti voi altri?

TUTTI E TRE I GIUDICI: – Ma sicuramenti! – È terribili, ti dicu! – Scanzàtinni, Signuri!

D’ANDREA: E poi vi fate meraviglia, amici miei, ch’io mi porti qua il cardellino? – Eppure me lo porto – voi lo sapete – perché son rimasto solo da un anno: era di mia madre questo cardellino; e per me è il ricordo vivo di lei: siamo noi due soli, ora; e non me ne posso staccare… Gli parlo, imitando, così, con le labbra, il suo verso e lui mi risponde. Io non so che gli dico, ma lui, se mi risponde, è segno che coglie qualche senso nei suoni che gli faccio… Tale e quale come noi, amici miei, quando crediamo che la natura ci parli, con la poesia dei suoi fiori, con l’azzurro del suo cielo, mentre la natura forse non sa neppure che noi esistiamo!

PRIMO GIUDICE: E a tia sta filosofia, caro mio, ti fa infelici!

SCENA III

Detti e Marranca

MARRANCA (sporgendo il capo dalla comune): Permissu, signor Cavaleri?

D’ANDREA: Avanti, Marranca.

MARRANCA: Iddu, in casa, non c’era, signur Cavaleri. Cci lassai dittu a una di li figghi, ca comu veni, lu mannassi ccà. È vinuta intantu la figghia cchiù nica – Rusinedda. Si voscenza la voli riciviri…

D’ANDREA: Ma no: io voglio parlari con lui! con lui!

MARRANCA: Dici ca cci voli dari ‘na prighera, signur Cav(al)eri… È tutta scantata…

PRIMO GIUDICE: Noi ce n’andiamo. A rivederci, D’Andrea!

Scambio di saluti – e i tre giudici escono per la comune.

D’ANDREA: Falla passare.

MARRANCA: Subitu, signor Cavaleri.

Via anche lui.

SCENA IV

D’Andrea e Rusinedda

RUSINEDDA (dietro la comune): Permissu?

D’ANDREA: Avanti, avanti.

RUSINEDDA (sui sedici anni, poveramente vestita, ma con una certa decenza, mostrando appena il volto dallo scialle nero di lana): Serva di voscenza. Oh Maria, signuri aggiudici, voscenza fici chiamari a mê patri?… Chi è, signuri aggiudici? pirchì? Non avemu cchiù sangu nni li vini!

D’ANDREA: Ma via! Che cos’è? calmatevi!

RUSINEDDA: E ca non avemu avutu mai chi fari cu la giustizia, nautri, cillenza!

D’ANDREA: E vi fa tanto terrore la giustizia?

RUSINEDDA: Sissignura: cci dico ca non avemu cchiù sangu nni li vini! Li mali cristiani, cillenza, hannu chi fari cu la giustizia! Ma nautri semu puvureddi, e poviri disgraziati! E si macari la giustizia si metti ora contra di nui…

D’ANDREA: Ma no. Chi ve l’ha detto? State tranquilla! La giustizia non si mette contro di voi.

RUSINEDDA: E allura pirchì voscenza ha fattu chiamari a me’ patri?

D’ANDREA: Perché vostro padre vuol mettersi lui contro la giustizia.

RUSINEDDA: Me patri? Chi dici!

D’ANDREA: Non vi spaventate. Vedete che sorrido… Ma come? non sapete che vostro padre s’è querelato contro il figlio del sindaco e il farmacista Fazio per diffamazione?

RUSINEDDA: Nonsignura! Maria Santissima, non sapemu nenti! Comu un pazzu è me patri! Non cci dassi cuntu! Avi di quarchi misi ca è comu pazzu, cillenza! Avi quasi un anno ca non travagghia cchiù, jittatu fora di tutti, furiatu e spirdatu comu la pesti di tuttu lu paisi! Chi fici quarela? Contra ‘u figghiu d’ ‘u sinnacu fici quarela? Chi focu granni! Ma è pazzu, è pazzu, cci dicu! Sta guerra ‘nfami ca cci fannu tutti ppi ssa mala nnuminata chi cci vòsiru jittari, cci ha fattu pàrtiri li cirivedda! Ppi carità, signuri aggiudici: cci ‘a facissi ritirari ‘a quarela! cci ‘a facissi ritirari!

D’ANDREA: Ma sì, carina! Voglio proprio questo! E l’ho fatto chiamare per questo. – Spero di riuscirvi. Ma voi sapete: è molto più facile fare il male che il bene…

RUSINEDDA: Comu, cillenza! Ppi voscenza?

D’ANDREA: Anche per me! Perché il male, carina, si può fare a tutti e da tutti, e il bene solo a quelli che ne hanno di bisogno.

RUSINEDDA: Me patri! Ah cci pari ca me patri non n’avi di bisogno?

D’ANDREA: Sì, figliuola. Ma questo bisogno d’aver fatto il bene, rende spesso così nemici gli animi di coloro che si vogliono beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo. – Capite?

RUSINEDDA: Nonsignura: non capisciu! Ma facissi di tutto voscenza! Nni ha jittatu a solu sta ‘nfamità di la mala genti! Ppi nautri è finuta! Non cc’è cchiù paci, non cc’è cchiù beni!

D’ANDREA: Ma non potreste andar via da questo paese?

RUSINEDDA: E unni? Ah, voscenza non sapi com’è! Nni la purtamu d’appresso, la mala nnuminata, unni jamu jamu… Non si leva cchiù, manco cu ‘u cuteddu… Cci dico ca pari foddi, me’ patri: s’ha fattu crisciri la varva, ‘na varvazza ca pari un varvajanni, e si cusìu d’iddu stissu un paru di robbi, cillenza, ca si si li metti fa scantari la genti, fa fùjiri macari li cani!

D’ANDREA: E perché?

RUSINEDDA: S’ ‘u sapi iddu, ‘u pirchì! Cci dicu ca pari ‘mpazzutu! Cci la facissi ritirari voscenza ssa quarela!

Si sente picchiare alla comune.

D’ANDREA: Chi è? Avanti.

SCENA V

Detti e Marranca

MARRANCA (tutto tremante): Ccà è, signur cavaleri… Ch’ê ffari?

D’ANDREA: E perché così spaventato?

RUSINEDDA: Cu’ è, me patri? Ppi carità, cillenza, non mi facissi truvari ccà, vasannò mi mancia!

D’ANDREA: Come? Perché?

RUSINEDDA: Non voli ca niscemu mancu ‘u nasu fora di la porta! Unni m’ammucciu? D’unni mi nni fa scappari?

D’ANDREA: Ecco. Non temete.

apre una porticina nascosta nella parete di sinistra

Andate via di qua; poi girate per il corridojo e troverete l’uscita.

RUSINEDDA: Sissi, sissi, grazii! Mi raccumannu a voscenza. Serva sua!

Via per la porticina. D Andrea la richiude.

D’ANDREA: Introducetelo.

MARRANCA (tenendo aperto quanto più può la comune, per tenersi discosto): Avanti, avanti… introducetevi…

e come Chiàrchiaro entra, se ne scappa via di furia

SCENA VI

D’Andrea e Chiàrchiaro

Rosario Chiàrchiaro s’è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere. S’è lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliata; s’è insellato sul naso un pajo di grossi occhiali di quelli con le grate, pei malati d’occhi; ha poi indossato un abito lustro, sorcigno che gli sgonfia da tutte legarti, e tiene una canna d’India in mano. Entra con passo funebre, cadenzato, battendo il bastone e si para davanti al giudice.

D’ANDREA (con uno scatto violento d’irritazione, buttando via le carte del processo): Ma fatemi il piacere! Che storie son codeste! Vergognatevi!

CHIÀRCARO (senza scomporsi minimamente allo scatto del giudice, digrigna i denti gialli, e dice sottovoce)Lei dunque non ci crede?

D’ANDREA: V’ho detto di farmi il piacere! Non facciamo scherzi, via, caro Chiàrchiaro! Sedete, sedete qua.

gli s’accosta e fa per posargli una mano sulla spalla

CHIÀRCARO (subito, traendosi indietro e fremendo): Signor giudice, non mi tocchi! Se ne guardi bene! Lei ci perde la vista!

D’ANDREA (lo guarda freddamente, poi dice): Seguitate… Quando sarete comodo… – Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene. Là c’è una sedia: sedete.

CHIÀRCARO (prende la seggiola, siede, guarda il giudice, poi si mette a far rotolare con le mani sulle gambe la canna d’India come un matterello, e tentenna il capo a lungo. Alla fine, mastica): Per il mio bene… Per il mio bene, lei dice… Avi il coraggio di dire per il mio bene?… E lei si figura di fari il mio bene, signor giudice, dicennu ca non cridi a la jettatura?

D’ANDREA (sedendo anche lui): Volete che vi dica che ci credo? E vi dirò che ci credo. Va bene così?

CHIÀRCARO (recisamente, col tono di chi non ammette scherzi): Nossignore! Lei l’avi a cridiri supra ‘u seriu – supra ‘u seriu! Non sulu, ma l’avi a dimostrari istruendo il processo!

D’ANDREA: Ah, vedete: questo sarà un po’ difficile!

CHIÀRCARO (alzandosi): E allora me ne vado.

D’ANDREA: E via! sedete! V’ho detto di non fare scherzi!

CHIÀRCARO: Ma io faccio sul serio, caro lei! Che ne vuol vedere qualche esperienza? – (Si tocchi, via! si tocchi! si tocchi!)

D’ANDREA: Ma io non mi tocco niente!

CHIÀRCARO: Si tocchi, le dico! Sono terribile, sa!

D’ANDREA (severo): Basta, Chiàrchiaro! Non mi seccate: Sedete, e vediamo d’intenderci. Vi ho fatto chiamare per dimostrarvi che la via che avete preso non è propriamente quella che possa condurvi a buon porto.

CHIÀRCARO: Io? via? quali via? Signor giudice, iu sugnu ccu li spaddi a lu muru, dintra un vicolo cieco, d’unni non pozzu cchiù né nèsciri né arriminarimi. Quali via?

D’ANDREA: Né questa d’adesso, né quella là del processo. Già l’una e l’altra – scusate – sono tra loro così…

infronta gl’indici delle due mani per significare che le due vie gli sembrano opposte

CHIÀRCARO (chinandosi e introducendo un suo dito tra le due dita così opposte del giudice, e scotendolo in senso negativo): Non è veru per nientissimo affatto, signor Giudici!

D’ANDREA: Come no? Là, nel processo, accusate come diffamatori due giovani perché vi credono jettatore, e ora qua vi presentate a me, parato così, in veste di jettatore e pretendete anzi ch’io creda alla vostra jettatura.

CHIÀRCARO: Sissignore. Perfettamenti!

D’ANDREA: E non vi pare che ci sia contraddizione?

CHIÀRCARO (lo guarda un pezzo, poi con sdegnosa commiserazione): Mi pare, signor Giudice, che lei non capisci nenti!

D’ANDREA: Dite, dite pure, caro Chiarchiaro. Forse è una sacrosanta verità questa che dite. Ma abbiate la bontà di spiegarmi perché non capisco niente.

CHIÀRCARO: Lo servo subito. Eccomi qua.

accosta la seggiola

Non sulu cci farò vidiri ca lei non capisci nenti; ma cci farò vidiri anche ca lei è un mio nemico.

D’ANDREA: Io?

CHIÀRCARO: Lei, lei, sissignore. Lei chi cridi di fari “il mio bene” – Quali beni? Lei? Lei è il mio più acerrimu nemicu! – Mi dicissi ‘na cosa: Sapi o non sapi ca ‘u figghiu d’ ‘u sìnnacu ha chiesto il patrocinio di l’avvucatu Lorecchio?

D’ANDREA: Sì. Questo lo so.

CHIÀRCARO: E ‘u sapi che iu – iu, Rosario Chiàrchiaro – io stesso sono andato dall’avvocatu Lorecchio a daricci tutti li provi di lu fattu, cioè, che non sulu iu m’avìa addunatu da più d’un annu chi tutti, vidennumi passari, facianu li corna e altri sconciuri più o meno puliti, ma anche le prove, signor giudice – provi documentati – testimonianze irrepetibili, sa? ir-re-pe-ti-bi-li di tutti li fatti spavintusi su cui è edificata incrollabilmente, in-crol-la-bilmente, la me’ fama di jettaturi!

D’ANDREA: Voi? Come? Voi siete andato a dar le prove all’avvocato avversario?

CHIÀRCARO: Dal Lorecchio. Sissignore.

D’ANDREA (più imbalordito che mai): Eh… vi confesso che capisco anche meno di prima.

CHIÀRCARO: Ma no! – Niente! Lei non capisce niente!

D’ANDREA: Ma come? scusate… Siete andato a portar codeste prove contro di voi stesso all’avvocato avversario, perché? per render più sicura l’assoluzione di quei due giovanotti? E perché allora vi siete querelato?

CHIÀRCARO: Ma in questa domanda appunto è la prova, signor giudici, ca lei non capisci nenti! Io mi sono la [sic] querelato perché voglio il riconoscimento ufficiale della mia potenza – non capisci ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza terribile, che è ormai l’unico mio capitale, signor giudice!

D’ANDREA (facendo per abbracciarlo, commosso): Ah, povero Chiàrchiaro! povero Chiàrchiaro mio, ora capisco! Bel capitale, povero Chiàrchiaro! E che te ne fai?

CHIÀRCARO: Che me ne faccio? Come che me ne faccio! Lei, caro signore, per esercitari sta professioni di judici – macari accussì mali comu la esercita – mi dica un po’, non s’ha dovuto prima prendere la Laura – lei?

D’ANDREA: Eh sì, la laurea…

CHIÀRCARO: E dunque! Voglio anch’io la mia patente. – La patente di jettatore. – Ccu tanto di bullu! bollo legale! – Jettatore patentato dal regio tribunale!

D’ANDREA: E poi? Io dico: Che te ne fai?

CHIÀRCARO: Chi mi nni fazzu? Ah vero loccu è lei! Me lo metto come titolo nei biglietti da visita! Ah nenti cci pari? La patente! la patente! sarà il mio capitale! la mia professione! il mio campa-vita! – Ma non lo sa lei, signor giudice, che m’hanno assassinato? Iu sognu un poviru patri di famigghia, e lavoravo, lavoravo onestamenti! M’hannu fattu cacciari fora di lu postu unni mi guadagnava lu pani e m’hanno jittatu mmezzu a ‘na strata! con la moglie, con la moglie paralitica, di tri anni nôn funnu di lettu! con due ragazze, ca si li vidissi, signor giudici, scìppanu lu cori di la pena chi fanno: beddi tutti dui, armuzzi ‘nnuccenti, ca nuddu si li vorrà cchiù pigghiari, pirchì sonnu figghi mii! E ‘u sapi di chi stamo campannu tutti quattro? Di lu pani chi si leva di la vucca un figlio mio, che ha pure la sua famiglia, tre picciriddi! E po’ stu figghiu mio fari ancora stu sacrifiziu ppi mia? Signor giudice, non mi resta altro che di mèttirmi a fari la professioni del jettatore!

D’ANDREA: Ma come la fate?

CHIÀRCARO: Come la faccio?

D’ANDREA: Chi cci guadagnati?

CHIÀRCARO: Chi cci guadagno? Ora cci ‘u dico iu, comu la fazzu e chi cci guadagno. Intanto, mi vidi: mi sugnu cumminatu, ccu sti robbi: – mi sta vidennu? Fazzu scantari! Sta varva, st’occhiali… Appena lei mi fa ottenere la patente, entro in campo! – Lei voli sapiri comu? Me lo domanda perché – le ripeto – lei è un mio nemico!

D’ANDREA: Ma io? Vi pare?

CHIÀRCARO: Sissignore, lei! Pirchì s’ostina a non credere alla mia potenza! Ma ppi fortuna cci cridinu l’autri, sa? Tutti, tutti cci cridinu! Questa è la mia ricchezza! Cci sunnu tanti case da giuoco nn’ ‘ô nostru paisi! Basta ca mi prisentu: non cci sarà bisognu di diri nenti. Mi pagherannu suttamanu ppi fariminni jiri! Mi metterò a firriari comu un lapuni attornu a tutti li fabbrichi; mi stabilirò ora davanti a una putia, ora davanti a n’autra: mi ‘mpostu così

eseguisce,

mi mettu a guardari la gente così

eseguisce,

– e ccu’ voli ca trasi cchiù nni dda putia? Nesci ‘u principali, e mi pròj tre, cinque lire ppi farimi arrassari e farimi jiri a impostari davanti la putia del suo rivale – capisci? È una specie di tassa ca iu d’ora in poi mi metterò ad esigere!

D’ANDREA: La tassa dell’ignoranza!

CHIÀRCARO: Dell’ignoranza? Ma che dell’ignoranza, caro lei! La tassa della salute! Pirchì haju accumulatu tanta bili e tantu odiu, iu, contra tutta questa schifosa umanità, ca ppi daveru cridu, signor giudice, d’aviri ccà, ccà, nni st’occhi, la potenza di fari crollare dalle fondamenta una intera città! – Si tocchi! si tocchi, perdio! Non lo vede? Lei è rimasto ‘mpassulutu!

D’Andrea, compreso di profonda pietà, è rimasto davvero, come balordo, a tentennare il capo.

Va’, si susissi! E jissi a istruiri ssu processo c’avi a fari època, in modo ca sti dui giovanotti niscissiru assolti per inesistenza di reato. Questo vorrà dire per me il riconoscimento ufficiale.

D’ANDREA (alzandosi): La patente?

CHIÀRCARO (impostandosi grottescamente e battendo la canna): La patente, sissignore!

Non ha finito di dire così, che la vetrata della grande finestra a sinistra si apre pian piano, come mossa dal vento, urta contro il treppiedi e la gabbia del cardellino e li fa cadere con fracasso.

D’ANDREA (con un grido, accorrendo): Ah Dio! il cardellino! il cardellino! Ah Dio! è morto! è morto! l’unico ricordo di mia madre! è morto!

Alle grida, si spalanca la comune e accorrono i tre giudici e l’usciere Marranca, che subito si trattengono allibiti alla vista di Chiàrchiaro.

SCENA VII

Detti, i tre giudici e Marranca

TUTTI: Chi è? chi è? chi fu? chi fu?

D’ANDREA: Il vento… la vetrata… il cardellino…

CHIÀRCARO: Ma chi ventu! chi vitrata! Sono io! sono stato io! Non ci voleva credere, e gli ho dato la prova della mia potenza! Io! io!

SIPARIU

In Italiano – La patente
Em Portugues – A patente

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Introduzione al Teatro di Luigi Pirandello

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