1915 – Liolà – In sicilianu

1915 – Liolà – Commedia campestre in tre atti

PremessaAvvertenza, Personaggi, Prim'attuSecunn'attuTerz'attu

In Italiano – Liolà

FONTE  Novella «Il nido» 1895
STESURA fine 1895
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 19 aprile 1915 – Milano, Teatro Manzoni, Compagnia stabile milanese diretta da Marco Praga (prim’attrice Irma Gramatica).

Approfondimenti nel sito:
Sezione Novelle – La mosca
Sezione Romanzi – Il fu Mattia Pascal, Capitolo IV
Sezione Tematiche – Lucienne Kroha – Il “desiderio” di Mattia Pascal ovvero «Liolà: Pirandello maschilista?»
Sezione Video – Liolà – 1996
Link esterni
Opere Letterarie del 900 Italiano – Liolà
Biblioteca dei Classici Italiani – Introduzione a Liolà, di Giuseppe Bonghi (Pdf)

Liolà - Film 1963 - Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli


   Premessa

        È stata definita da Pirandello «commedia campestre in tre atti». Deriva dal capitolo IV del romanzo II fu Mattia Pascal (1904) e dalla novella La mosca, che apre l’omonima raccolta diNovelle per un anno. Se ne fa risalire la stesura in dialetto agrigentino all’agosto-settembre 1916. La trascrizione in italiano, a opera dello stesso Pirandello, fu pubblicata da Bemporad, Firenze, nel 1928. L’edizione in dialetto fu rappresentata dalla Compagnia Angelo Musco, al Teatro Argentina di Roma, il 4 novembre 1916. L’edizione in lingua italiana fu rappresentata soltanto l’8 giugno 1942 dalla Compagnia Tofano-Rissone-De Sica, al Teatro Nuovo di Milano.

        E una commedia d’ambiente siciliano, ma più che la ricerca di tipo naturalista o gli aspetti folkloristici, interessa all’autore rappresentare Liolà, lo spensierato protagonista, il dongiovanni campagnolo, che con il suo comportamento mette allegramente a soqquadro l’apparentemente morigerata società in cui vive. Si suol dire che la commedia risulta del tutto priva di ogni complicazione di tipo intellettualistico, ed è vero, nel senso che l’attenzione dello spettatore è catturata dalla festosa gioia di vivere di Liolà; il quale trasgredisce alle regole della società in cui vive, come tutti i personaggi di Pirandello, ma non se ne accorge nemmeno. La sua monde, nei rapporti con le donne, è che non sa che esista una morale. Ha l’innocenza dì Jeli il pastore, dell’omonima novella verghiana. Ma tutta pirandelliana è la conclusione che balena con chiarezza: il trasgressore delle regole è l’unico veramente buono e generoso, gli altri sono interessati, egoisti e gretti. Il giovane Mattia Pascal che quasi per burla mette incinta la nipote e la moglie dell’odiato Batta Malagna suo infedele amministratore sembra rivivere nel protagonista di questa commedia: Liolà giuoca lo stesso tiro al vecchio Zio Simone Palumbo, anch’esso, come il Malagna, ossessionato dal corale sospetto sulla sua incapacità d’avere figli. Qui è Tuzza, incinta di Liolà, a progettare l’inganno per avidità di danaro e per gretta vendetta: invece di sposare il suo seduttore che non potrà mai essere un buon marito nonostante l’insistenza con la quale la chiede in moglie, suggerisce allo Zio Simone di attribuirsi la paternità del figlio che ha in grembo, mettendo così a tacere le male lingue. In questo modo Tuzza pensa di assicurarsi l’avvenire e di vendicarsi non solo di Liolà ma anche di Mita che ha sposato il vecchio benestante, creandosi una posizione alla quale lei stessa aspirava. Il piano è ben congegnato, la povera Mita è malmenata e cacciata di casa dal marito. Ma interviene Liolà che la salva, mettendola incinta, di modo che il Vecchio Zio Simone se la riprende in casa, preferendo questa paternità legale a quella illegale procuratagli dalla Tuzza.

        Liolà aveva detto chiaramente che non voleva essere coinvolto in un inganno che avrebbe danneggiato Mita; un senso di giustizia lo spinge a ristabilire la situazione a favore di chi era stata danneggiata ingiustamente, e contro chi ha usato la malizia e la frode.

        Egli è immune dalla brama di benessere materiale che assilla la società in cui vive. Una società di tipo verghiano per gli interessi da cui è dominata, nonché per la corale partecipazione agli avvenimenti. Il senso di giustizia di Liolà lo porta a infrangere le regole della moralità comune, spontaneamente, per istinto, senza rendersene conto. Tuzza ha agito male, voleva ingannare Zio Simone e danneggiare Mita; mentre doveva sposare lui che l’aveva richiesta con insistenza per regolarizzare la sua situazione. Per il male che ha fatto Tuzza non merita più d’essere sposata. Ma Liolà prenderà con sé il figlio; in casa ha già altri tre figli e nessuna moglie. Il suo istintivo senso di giustizia lo ha sempre portato a occuparsi dei poveri innocenti nati a lui da occasionali incontri amorosi. Né questa singolare situazione gli pesa; nessuna ombra passa mai sulla sua gioia di vivere: i figli sono allevati dalla madre e vezzeggiati da tutte le ragazze del paese. Egli, che vive cantando, insegnerà loro a cantare. Una delle sue canzoni è un autoritratto: «Ho per cervello / un mulinello: / il vento soffia e me lo fa girare. / Con me, gira il mondo, e pare / gira e pare /gira e pare /gira e pare un carosello». L’indugio su quel «pare» è un vezzo o vuole echeggiare di lontano il concetto pirandelliano di «parere» ? Certo Liolà non ha mai pensato a ciò che pare e ciò che è. Né si rende conto delle paradossali situazioni in cui Pirandello si diverte a metterlo. Proprio in questa inconsapevole innocenza è la sua gioia di vivere. Ma nemmeno lui è veramente felice. Renato Simoni scrisse nel Corriere della sera del 14 gennaio 1917, subito dopo la «prima»: «Questa commedia ride, ma non è gioconda; è allegra con cattiveria a spese di tutti». Lo stesso Liolà «ha tante donne e nemmeno un poco d’amore…». Nella commedia si sente sempre «la presenza d’un ingegno creatore che ha quasi la tristezza dell’opera che crea, e una superiore e ironica pietà dei personaggi che egli fa ridere».


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