Il «no» di Anna – Audio lettura 3

Legge Giuseppe Tizza
«Come legata dalla tremenda commozione della natura, Anna stavasi alla fi­nestra, sferzata in faccia dalla pioggia, con le vesti inzuppate, sussultando a ogni palpito della sinistra luce tra le tenebre sul mare in tempesta. Bruciava dalla febbre e piangeva, stimando in quel momento la propria infelicità supe­riore a quella d’ogni altra creatura vivente.»

Prima pubblicazione: Gazzetta letteraria, 7, 14, 21, 28 settembre e 5 ottobre 1895.

Il «no» di Anna. Audiolibro 3
Albert Beck Wenzel (1864-1917), La proposta di matrimonio

Il «no» di Anna

Legge Giuseppe Tizza

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             I. Trillavano i grilli nella placida sera di settembre sulla spiaggia lunga e stretta, tutta ingombra di alte cataste di zolfo. La spiaggia, fino a mezzo se­colo addietro era seno di mare, il quale allora veniva a battere alle mura del borgo nascente. Inarenato il seno, subito il commercio aveva invaso quel breve lembo sabbioso, per comodo del carico dello zolfo.

             Chi sa da qui a cento, a duecent’anni che diverrà Vignetta!

             Intanto, è quasi città, affermano gli abitanti. E possiede un porto, che è forse il più commerciale dell’isola, sebbene ancora senza banchina: due lunghe braccia petrose, curve sul mare, accoglienti in mezzo un breve ponitoio da legni sottili, detto il Molo vecchio, al quale è stato riserbato l’onore di tener la sorte della capitaneria del porto e la bianca torre del faro principale.

             Di giorno Vignetta è in continuo fermento. Ogni mattina, all’alba, i tre ap­pelli d’un banditore la destano:

             – Uomini di mare, alla fatica!

             E già comincia lo strider dei carri carichi di zolfo, carri senza molla, ferrati, rotolanti nel brecciale fradicio dello stradone polveroso, popolato di magri asinelli a frotte, bardati, che arrivano anch’essi con due pani di zolfo a con­trappeso, uno per ciascun lato.

             Le spigonare, con la gran vela triangolare ripiegata a metà sull’albero, assie­pano la riva; mentre già a pie delle cataste s’impiantan le stadere, sulle quali lo zolfo è pesato, e quindi caricato sulle spalle degli uomini di mare protette da un sacco commesso alla fronte. Gli uomini di mare scalzi, in calzoni di tela, recano il carico alle spigonare, immergendosi nell’acqua fino all’anca; poi le spigonare ripiene, sciolta la vela, recano alla lor volta il carico ai vapori mercantili ancorati nel porto, o fuori.

             Questo, sulla spiaggia.

             Entro il paese, sulla larga strada principale, altri carri giungono carichi di sacchi d’orzo, di frumento, di fave.

             – O misuratori! – chiamano i facchini.

             I sacchi di sul carro son votati su un largo tappeto di juta grezza steso sulla via, e l’orzo e il frumento, misurati a tomoli e insaccati di nuovo, son portati a spalla entro i depositi ben guardati dall’umido. Ogni cinque tomoli, un sacco; ogni venti tomoli, una salma.

             – E conta una! E conta due!

             Grida, a ogni ventina, con voce lunga e lamentosa il misuratore.

             Così fino al tramonto, con una breve tregua sul mezzogiorno.

             La sera, dopo tanto frastuono, il senso della quiete pervade più profonda­mente e domina il paese. E i grilli strillano sulla spiaggia, tra le cataste di zolfo, e qualche cane di guardia abbaia di quando in quando; mentre il mare, dentro il porto, dorme tranquillo come un lago, con la selva oscura delle navi quasi protette dal faro, di cui le acque nere riflettono il verde lume.

             Oltre il porto, il mare si stende vastissimo, rischiarato dalla luna, fino all’o­rizzonte chiuso a sinistra da Punta Bianca, a destra da Monte Rossello, in ampio semicerchio.

             Allo spettacolo di questa solenne calma del mare, sul terrazzo di casa Prinzi, la signorina Rita ascoltava una sera le confidenze dell’amica Anna Cesarò, e la guardava freddamente negli occhi, e le guardava le labbra appassite e i denti malpari, sicché Anna, parlando, si sentiva spesso costretta ad abbassar gli occhi: allora la voce le usciva più che mai velata e tremula dalla gola troppo larga, quantunque il collo fosse lungo e magro. Talvolta gli occhi di Rita si stringevano un po’ in uno sguardo di commiserazione, che turbava peggio Anna, le cui dita tremanti tormentavano allora le trine della manica. Peggio ancora poi, quando Rita traeva qualche lieve sospiro, guardando in alto.

             – Stamane finalmente mi son vendicata! – disse Anna con quella certa baldanza di chi sappia di dir cosa che faccia piacere.

             – Sì? Che gli hai fatto? – domandò Rita senza ombra di curiosità. Anna rispose con gli occhi bassi:

             – Gli ho chiusa in faccia la finestra…

             Rita sospirò. Ella compiangeva in cuor suo, veramente, la povera amica in­namorata alla perdizione del giovane medico di Vignetta, il dottor Mondino Morgani, lungo, Dio mio, tre canne, senza esagerazione, e magro: un palo in­somma; più biondo della paglia, con due puntini cilestri per occhi e un naso gracile, così enorme, che gli diventava pallidissimo, ogni qualvolta rideva, a cagione dello stiramento della pelle lì lì per scoppiargli sul dorso.

             Il dottor Morgani, poveretto, non che corrispondere alla passione d’Anna, non sospettava nemmeno dell’amor di lei; così almeno credeva Rita, la quale perciò soffriva alle timide confidenze dell’amica tanto illusa da non accorgersi quanto fossero ridicoli quei dispettucci che ella intendeva fare al preteso in­namorato. (Chiudergli in faccia la finestra, poveretto, e perché?)

             Quella relegazione nella cittaduzza marittima di Vignetta, a causa del com­mercio dello zolfo a cui il padre s’era dato, aveva alterato l’indole, prima gaia e aperta, di Rita. Era troppo forte veramente il contrasto tra l’immensità della natura, del cielo, e del mare, e la grettezza opprimente degli abitanti di Vi­gnetta. Il padre dedito tutto il giorno agli affari, la madre alle faccende di casa lasciavano Rita nella più completa solitudine, così che ella aveva preso l’abi­tudine del fantasticare, chiusa sempre in se stessa, da mane a sera. Non aveva amiche a Vignetta, tranne la Cesarò (grettuccia anche lei, la poverina), né cosa alcuna o persona che l’interessasse in quel paese. Così, senza scopo, quasi senza vita, vedeva andar via ad uno ad uno i suoi giorni migliori.

             Anna era adesso di paraggio inferiore alla Prinzi. Rosario Cesarò, suo padre, tipo strano d’uomo, morto quattr’anni addietro, aveva buttato a piene mani tutto l’aver suo nelle buche delle solfare, preso dalla mania di trovar filoni di zolfo in ogni montagna del circondario. E aveva sventrato montagne, fatto scavar buche fino a duecento metri di profondità, senza trovar mai nulla: acqua soltanto: e allora, impianti di macchine a vapore per votar le buche, o costruzioni sotterranee per deviar l’acqua. Così migliaia e migliaia di lire aveva lasciato ingoiare alle buche voraci senza alcun frutto.

             Appunto nell’infausta occasione della malattia del padre Anna aveva cono­sciuto il dottor Morgani.

             Né la madre, né la sorella maritata, né il cognato, ancora in pianto per la re­cente morte, avevan pensato alla povera Anna, allora sui diciotto anni, di ca­gionevole salute fin da bambina, consumata da una febbre lenta, continua.

             Mondino Morgani s’era messo ad esercitar la professione del medico da tre mesi soltanto, e il Cesarò era «il suo primo morto». La malattia del quale era stata irrimediabile, è vero; ma tuttavia della morte Mondino aveva quasi avuto rimorso.

             Durante i tre mesi angosciosi della malattia del padre, Anna erasi talmente consumata, che il nasino, la bocca, il mento piccolo un po’ sfuggente, parevan presi di paura dagli occhi verdognoli straordinariamente ingranditi sotto la fiamma dei folti capelli rossi, arruffati.

             Era alta anche lei, non quanto il dottore, ma quasi, per via del collo; e tos­siva.

             Mondino le guardava il seno schiacciato, stretto e le spalle ossute.

             «Dio mio, costei mi dà in tisico!», pensava.

             E non sapeva tollerare che nessuno in’casa si prendesse cura di lei. Ordinava lui in cucina del brodo per la signorina.

             – Dottore, impossibile! impossibile! Non posso prenderne…

             – Mi faccia questo favore. Guardi, una tazzina piccola così… Un atto di vo­lontà, e si manda giù…

             – Non posso, glielo giuro…

             – Deve farlo per me… Guardi, proviamo a cucchiaini. Uno…

             – Oh Dio!

             – Un altro, avanti! Così, coraggio…

             – Basta! non posso più… non posso più…

             – Senta, non me ne vado di qui, se non prende questa tazza di brodo. Anna allora lo guardava un tratto coi suoi grand’occhi verdognoli, come per

             dirgli: «Fo il sacrifizio per lei!». Li chiudeva e ingollava.

             – Brava! Così va bene. Vo via più contento, adesso. A questa sera, signorina.

             E Anna, dal suo lettuccio, lo seguiva con gli occhi fino all’uscio; poi si na­scondeva tutta sotto le coperte, e sospirava felice, struggendosi, e baciava il guanciale con le labbra avide.

             E non era Mondino finanche arrivato ad assaggiar prima lui i medicamenti più amari per incoraggiar l’inferma a prenderli? Qual medico suole arrivare fino a tal punto? E quel che le diceva! E come la forzava!

             Rita aveva lasciato trapelare all’amica i suoi dubbi sull’innamoramento del dottore; e Anna, poverina, rinvangava nei ricordi… No, no! Non era inganno il suo! Ma che! E la grasta dei garofani? Sì, una bella pianta di garofani screziati, ch’ella teneva sul davanzale della finestra di camera sua… Il dottor Morgani, amantissimo dei fiori, quando veniva da lei a visita, non sapeva staccar gli occhi da quella pianta.

             – Che bei garofani! Permette, signorina?

             – Tutti, dottore…

             Ne staccava uno, con le lunghe e secche dita, e se lo metteva all’occhiello.

             Anna, ristabilita, aveva voluto per conto suo regalare al dottore quella bella grasta di garofani. E Mondino non portava mai altri fiori all’occhiello, se non quei garofani, quando sbocciavano.

             Non era un segno anche questo?

             Rita pensava tra sé: «Certo quell’imbecille ha preso a godersela!». E, in fondo, non si sbagliava.

             Solamente, in Mondino – bisogna dirlo – non era intenzione di far del male ad Anna. Egli si stimava sinceramente, il giovinotto più irresistibile di Vi­gnetta; le sue maniere erano per natura cortesi e garbate, non ci metteva nulla di suo, era così, che poteva farci? E le ragazze s’invaghivano di lui, creden­dosi lusingate… Ma nemmeno per ombra, parola d’onore! Se ne invaghivano? Padronissime! anzi, tanto piacere, ma lui… Per altro, la signorina Cesarò (un’ottima creatura, come negarlo?) doveva pensare che egli aveva per le mani una professione nobilissima e lucrosa, che i suoi parenti erano molto ric­chi, e che lei, poverina, non aveva un soldo di dote. Quando s’ama, è vero, non si pensa a queste cose; ci pensano i parenti però… Non parlava della fi­gura. Per la figura, passi! Mondino aveva in proposito un’idea sua: «La mo­glie non dev’essere bellissima. Che sia saggia e buona, deve bastare». Ma inu­tile parlarne! Lui, per adesso, non aveva intenzione di sposare, ecco! E dun­que…

             E ogni qual volta era invitato in casa Cesarò, sbuffava come un cavallo stracco.

             «Auf! Costei s’ammala certo per vedermi da vicino!»

             E innanzi al lettuccio di Anna, all’incentivo tocco di quel polso esile che tremava tra le sue dita, avviluppato dal fervido sguardo di quei grand’occhi verdognoli, chiedenti quasi pietà, Mondino Morgani si turbava anche lui, si sentiva impacciato, non sapeva metter più insieme due parole, due grecismi dell’oscura terminologia medica, che pure era il suo forte.

             – Ha febbre? – gli domandava la madre.

             «Eh sfido, se non ne ha, le viene…» avrebbe voluto risponderle Mondino, esasperato.

*******

             II. – Guarda, guarda… si volta! si volta! E Anna spingeva col gomito, sulla ringhiera del terrazzo, il gomito di Rita.

             – Sta’ seria, Anna! – ammonì questa, fingendo di non vedere.

             Mondino Morgani passava lungo lungo, secco secco, per la spiaggia, guar­dando il terrazzo di casa Prinzi, ove le due amiche erano affacciate.

             Passava quasi ogni giorno, alla stessa ora; e guardava ogni volta il terrazzo, a lungo, anche quando Anna non v’era.

             Questa intanto era felice di quel lungo sguardo diretto a lei, a suo credere.

             – Vedi? Vedi? ci credi ora?

             – Io, no – rispose asciutta Rita, guardando il mare.

             – Come no? Perché? Te l’assicuro io… – incalzò timidamente Anna.

             – Son diffidente… A cosa fatta, crederò. Se fossi in te, diffiderei.

             – Sai qualche cosa? Sai forse qualche cosa?

             – No, nulla. Parlo per esperienza.

             – Eppure… – sospirò Anna, lì lì quasi per piangere.

             Rita la guardò, ed ebbe pietà di quelle labbra pallide, tremanti, di quei grand’occhi smarriti, e rimorso d’aver così recisamente esternato quel che pen­sava.

             – Non ci badare! – soggiunse. – Sono di pessimo umore quest’oggi. E nessuno può saperlo meglio di te… E se tu dici…

             S’interruppe, e propose:

             – Andiamo a suonare un po’? Via, via! Andiamo giù. Mondino Morgani ripassava sotto il terrazzo.

             Anna lo scorse, mentre già stava per seguir la Rita, e si trattenne con una mano alla ringhiera a guardare, facendosi violenza.

             Mondino passò diritto come un palo, senza voltarsi.

             «M’ha veduta? Non m’ha veduta?», si chiese Anna trepidando. «O c’è qual­cuno affacciato in qualche finestra vicina?»

             Guardò: nessuno! E quelle parole di Rita…

             Discese, angosciata, la scala del terrazzo.

             Rita sonava con molto slancio la Smania del Coop. Appena Anna entrò nel salotto, ella volse il capo verso l’amica, senza smettere di suonare.

             – È ripassato, è vero?

             – Sì… non m’ha veduta…

             – Ah! non s’è voltato! – osservò Rita con uno strano sorriso a fior di labbra. Levò le mani dalla tastiera e prese quelle di Anna, guardandola negli occhi.

             – Se intende scherzare, l’avrà da far con me… – disse Anna con gli occhi bassi, interpretando lo sguardo dell’amica, e si morse il labbro inferiore.

             – E che puoi fargli tu? – domandò Rita, alzando le spalle, ancora con lo strano sorriso sulle labbra.

             – Oh, se crede che io sia come la figlia del capitano del porto, quella civettona continentale tutta lezi da scimmia, o come quel pesce infarinato di Sarina Scoma che fa all’amore in pubblica piazza con gli ufficiali, o come…

             – Cara mia – l’interruppe Rita – a immischiarsi con gli uomini, han sempre ragione loro! Tu l’ami, è vero?

             Anna continuò a mordersi il labbro inferiore.

             – Bene, egli si mette a civettar con un’altra, poi, poniamo, la sposa, e ti pianta. Che gli fai tu?

             – Non siamo ancora a questo punto… – obbiettò Anna – Tuttavia, io voglio uscire da questa incertezza…

             Rita sospirò. Dall’incertezza, purtroppo, ella era uscita.

             Mondino Morgani si teneva sicurissimo, che tutte le ragazze di Vignetta, a un cenno solo, si sarebbero buttate dalle finestre a terra per lui: «Prendimi! Prendimi!». Una sola gli avrebbe resistito: Rita Prinzi! Ed era senza dubbio (pareva almeno al dottor Mondino) la più bella, la più intelligente fra tutte: «Educazione da gran signora, suona, ricama, parla il francese, famiglia rispet­tabilissima, dote discreta…».

             E passava e ripassava sotto il terrazzo.

             Rita se n’era accorta.

             «Mi fa il ragno sotto gli occhi», pensava, vedendolo. «Non son mosca per te, caro mio.»

             E si ritirava, perché l’imbecille non si credesse lusingato. Oh, quella povera Anna!

             Mondino, persuaso alla fine, che col passare e ripassare, sciupo di scarpe e nessun pro’, si decise al gran passo. «Colgo la più bella rosa di Vignetta!» Addio vita da scapolo! Addio sospiri! Addio temporanee avventure!

             Un «no», tanto così!

             «No! Come no? Perché?», si domandava Mondino. «Perché no?» E non se ne poteva dar pace. «Come no?» E passeggiava inconsolabile, per lungo e per largo, con le mani dietro la schiena, la camera da letto, in pantofole e in mani­che di camicia, senza sentir freddo. Non se l’aspettava quel «no». Come c’en­trava? In fin dei conti, rispetto all’età, una giusta proporzione: vediamo; Cen­t’anni, lui; ventidue, lei: otto anni di differenza. Deforme non era, neanche tanto brutto, poi! per uomo, via così così… bella statura… una professione per le mani nobilissima e lucrosa… famiglia accontata sotto ogni rispetto… «Io non capisco!» E si grattava con le dita assiderate, nervose, il petto bianchis­simo, senza un pelo, sotto la camicia.

             – Io non ca… Eh… eccì! eccì!

             – Felicità, Mondino! – gli augurò la vecchia zia, dalla stanza attigua.

             – Grazie, zia.

             Si raffreddava. Indossò la giacca, e si rimise a passeggiare.

             «Aspirava forse a qualche principe, la signorina Rita? «Mia figlia per adesso non ha intenzione di sposare.» Bella intenzione. A ventidue anni… E quando si sarebbe decisa? Ma già, scuse!…»

             E si soffiava il naso strepitosamente.

             Per tre giorni non volle uscir di casa.

             – Mondino, un cliente.

             – Dite che son raffreddato, a letto.

             – Mondino, ti desiderano in casa Cesarò.

             – La signorina Anna? Crepi!

             E via, dall’altra parte del letto, tirandosi sulle spalle le coperte.

             – Il dottore è raffreddato.

*******

             III. Per la povera Anna fu un colpo mortale. Apprese dalle labbra stesse del­l’amica la domanda di matrimonio del Morgani, con un espediente di cui nes­suna l’avrebbe creduta capace.

             Già ella aveva notato nelle parole, nell’espressione del volto di Rita, ogni qual volta si parlava del dottore, dello sdegno mal frenato, e dell’acredine, in luogo del compatimento di prima. Perché?

             – Il dottor Morgani t’ha chiesta in isposa, lo so, – disse a Rita, come in ri­sposta alle frasi di lei, contro il Morgani.

             – Chi te l’ha detto? – domandò Rita, accigliandosi.

             – Ah, dunque è vero? – esclamò Anna col volto in fiamme.

             – Come l’hai saputo? Chi te l’ha detto? – domandò un’altra volta Rita, nel­l’imbarazzo.

             – Nessuno: l’ho sospettato dalle tue parole.

             – Che ho rifiutato?

             – Sì. Perché? Per me? – domandò a sua volta Anna così eccitata e accesa, che pareva dovesse da un momento all’altro cader per terra svenuta. – Oh, ma se l’hai fatto per me…

             – No – l’interruppe Rita, alteramente. – Prima, perché, lo sai, non l’ho potuto mai soffrire, quel palo, ma, quand’anche, l’avrei sempre rifiutato per te…

             Lottava nel cuore di Anna l’onta, l’amore, la gelosia, l’avvilimento di fronte all’amica. Da un canto avrebbe voluto dilaniare con ogni sorta di ingiurie il dottore, dall’altro soffriva a sentirne dir male da Rita: avrebbe voluto impedire che l’amica avvilisse colui ch’ella aveva stimato tanti anni degno del suo amore; ma l’amor proprio offeso non glielo consentiva.

             – Sono senza dote, ecco perché!

             Rita cercò di confortarla, alla meglio, distraendola con le buone maniere da ogni ridicolo proposito di vendetta manifestato nel primo impeto del dolore.

             – A immischiarsi con gli uomini, te l’ho già detto, han sempre ragione loro! Meglio non amare…

             – Sì, sì… meglio… – assentiva Anna, singhiozzando. Finalmente, rassettatasi alquanto, volle ritornare a casa sua.

             Tutto il giorno s’aggirò per le stanze come una stordita, come se il bujo so­pravvenuto anzi tempo, a causa di certi nuvoloni minacciosi, la avesse resa in­capace d’aiutar la madre nelle consuete faccende domestiche.

             La notte precipitò su Vignetta con un rovescio strepitoso di pioggia. Lampi spaventevoli squarciavano il cielo, seguiti quasi immediatamente da formida­bili tuoni.

             Come legata dalla tremenda commozione della natura, Anna stavasi alla fi­nestra, sferzata in faccia dalla pioggia, con le vesti inzuppate, sussultando a ogni palpito della sinistra luce tra le tenebre sul mare in tempesta. Bruciava dalla febbre e piangeva, stimando in quel momento la propria infelicità supe­riore a quella d’ogni altra creatura vivente. Un grande intenerimento per se stessa la vinceva, e a ogni pensiero che le ribadiva sulla coscienza il concetto della propria infelicità, le reni quasi le si aprivano e tremava convulsa, stroz­zata dall’angoscia. Oh in mezzo al mare, in mezzo alla tempesta, felici, felici i marinai sotto l’imminenza della morte! Oh morire, morire… mille volte me­glio morire!…

             Il domani, la madre, entrando nella cameretta della figlia, trovò Anna a letto, la finestra ancora aperta, il pavimento allagato dalla pioggia.

             – Hai dormito così? Ma sei pazza? Anna! Anna! Ti senti male? Dio, scotta! Anna, che ti senti? Hai la febbre?

             – No… no… – si lamentava Anna col capo affondato nel guanciale, accesa in volto. – Lasciami…

             La povera madre, spaventata, mandò pel medico.

             – Il dottore è raffreddato, a letto e non può venire – le annunziò la serva di ritorno.

             Venne però il giorno appresso.

             Anna accolse il dottor Morgani come se non l’avesse mai conosciuto. Non rispose (forse perché la voce non tradisse l’interno turbamento) a nessuna do­manda di lui. Mondino allora si rivolse alla madre.

             – Come? come? Sotto la pioggia? Una notte con la finestra aperta? Quale sproposito!

             Anna strinse i denti, e trasse con gli occhi chiusi un lungo sospiro per le nari. Poi tossì.

             – Un tempaccio maledetto! Se io, senza fare spropositi!… vede, signora mia? E a provare il suo raffreddore, Mondino si soffiò il gran naso. Poi scrisse una

             ricetta, e via.

             – Ripasserò stasera. (Visita secca, breve.)

*******

             IV. Seguì al rifiuto della Prinzi una serie impreveduta di fiaschi per Mondino Morgani. A breve distanza di tempo lo rifiutarono:

             – La figlia del capitano del porto: Nannina Vèttoli, rivale a Vignetta, della Prinzi. Ventiquattro anni (ventuno, diceva lei), bruna, non bella, ma simpatica; dodici mila lire di dote, orfana di madre, parlava sempre in lingua, e il fran­cese così così. Suonava il pianoforte.

             – Carmela Ninfa, diciotto anni, bruttina anzi che no, un po’ scema, venticinque mila lire di dote. Zero francese, zero italiano, zero pianoforte.

             – Sarina Scoma (anche lei!), ventisette anni, di carnagione incerta sotto lo strato di glicerina impastata con la polvere di riso; quindici mila lire di dote. Completamente incolta, parlava l’italiano a orecchio. Diceva, per esempio, così: – Se saprei sonare, sonerei –. Ma sapeva sonare. Diceva anche: la batta­glia di Gaspare Monte per Aspromonte, e altro.

             – La nipote dell’avvocato Merca, Giovanna Merca (suo padre era veramente negoziante di cuoio, ma lei si presentava così: – Sono la nipote dell’avvocato Merca – ). Niente dote, il solo corredo da sposa: ricamava a perfezione, so­nava il pianoforte, leggeva giorno e notte romanzi truci. Parlava come un uomo, ed era brutta, ma nipote dell’avvocato Merca.

             Nannina Vèttoli, s’intende, rifiutò Mondino perché la Prinzi lo aveva rifiu­tato; Carmela Ninfa, perché le parve troppo alto di statura in confronto a lei cortissima; Sarina Scoma, perché faceva (giusto allora), all’amore con l’uffi­ciale di distaccamento a Vignetta; Giovanna Merca, perché in fiera corrispondenza ancora con un ufficiale di porto traslocato un mese addietro a Livorno.

             Mondino fu quasi per impazzirne.

             Adesso, a parte la persona, a parte la famiglia, era medico, sì o no? un dottore in medicina, per se stesso, è o non è personaggio ragguardevole in un piccolo paese come Vignetta? Ah, evidentemente, le ragazze s’erano montate la testa; sì, perché, via! a ragionarla, a parte la persona, a parte la famiglia, qual partito più conveniente di lui? E lo argomentava dal dispiacere vivissimo con cui i padri e lo zio avvocato avevano risposto negativamente alle sue domande. Era proprio scritto, dunque, ch’egli dovesse rimaner celibe!

             «Tanto meglio!», avrebbe forse esclamato Mondino in altre condizioni, se non avesse dovuto cioè esercitare la professione di medico, e non fosse stato perciò costretto a recarsi tante volte ora in casa Scoma, ora dai Merca, ora dai Vèttoli, ora dai Ninfa. Così frattanto, per rimedio, aveva pensato di farsi di queste sue disgrazie amorose come una specie di fatalità che gli pesasse addosso, incomprensibile. Con ciò avrebbe potuto anche mostrare di non covar rancore contro nessuno, già rassegnato a questa sua fatalità.

             E s’era immalinconito.

             Anna intanto peggiorava di giorno in giorno. I timori di Mondino fondati sulla misera complessione di lei, s’avveravano purtroppo! Ed egli, accanto a quel lettuccio, senza saper perché, diveniva più malinconico.

             Anna, durante la malattia, s’era alquanto rasserenata, come se il torbido dei sentimenti le si fosse man mano posato in fondo al cuore; di tanto in tanto tut­tavia un pensiero tornava ad agitarla.

             Ella adesso rispondeva brevemente a qualche domanda di Mondino.

             – Come si sente oggi, signorina?

             – Meglio, dottore…

             Diceva meglio! E intanto…

             Con l’andar dei giorni, le visite di Mondino divenivano più lunghe e meno secche. Egli conversava un po’ con la madre, e spesso induceva Anna a dire anche lei qualche parola.

             Dopo una mesta riflessione sulla vita o sull’erroneo concetto che spesso ci facciamo degli uomini e della società, sorrideva amaramente e sospirava. Anna pareva non udisse; l’ascoltava invece attentissimamente.

             «Ingiustizie della natura umana!», pensava tra sé Mondino. «Costei muore per me. E muore sul serio! Ormai, più nessuna speranza di salvarla! E io non seppi amarla, l’unica che non me lo avrebbe lasciato dir due volte!»

             Concepì a un tratto, per la disposizione di spirito in cui allora si trovava, l’idea di farla, se non altro, morir contenta.

             «Sarà un’opera di carità!»

             Gliela doveva, per altro: egli s’era mostrato un giorno troppo affabile con la povera ragazza.

             Rita Prinzi assisteva Anna da una settimana, come una sorella. Non sapeva scostarsi dal lettuccio dell’inferma, a cui faceva delle piane letture, che non la stancassero, e parlava di cose liete.

             Soltanto, ogni qual volta veniva il dottore, ella fuggiva per non farsi vedere.

             Una mattina però non fece in tempo a scappare: Mondino, entrando, udì il rumore d’una seggiola che Rita, scappando, aveva rovesciato per terra. Anna era rimasta sola, a letto.

             – Disturbo, signorina? – domandò dalla soglia Mondino, piegando il busto in avanti, sulle lunghissime gambe dritte.

             – No – rispose Anna, seccamente.

             – Mi pareva che qualcuno fosse scappato.

             – Sì, Rita – rispose allo stesso modo Anna.

             – Oh! – fece Mondino, sorridendo. – E perché scappa? Faccio anche paura? Sedé accanto al letto, e prese tra le dita l’esile polso di Anna.

             – Io ho avuto il torto, signorina – riprese senza lasciare il polso – di bussare a certe porte, a cui non dovevo, e ne sono pentito. Oh se sapesse quanto! Molto… molto… mi creda! Mi sono smarrito come un cieco, signorina! Apro gli occhi adesso; ma spero, non troppo tardi – se lei vorrà credere al mio pentimento, e perdonarmi…

             Anna non traeva più respiro, a queste parole, e ritrasse pian piano il polso di tra le dita del dottore.

             – Queste cose non deve dirle a me… – gli rispose senza guardarlo, con voce che voleva parer ferma.

             Entrò in quella la madre, chiamata da Rita.

             – Alla mamma, allora? – fece Mondino sorridendo alla signora Cesarò.

             – Come dice? – domandò questa, sedendo a pie del letto della figlia.

             – Dicevamo… o meglio, io dicevo alla signorina, che è necessario star presto bene, perché abbiamo bisogno di lei… io specialmente… io più di lei, signora. M’ero smarrito come un cieco, le dicevo; sì… e mi ritrovo adesso qui, accanto a questo lettuccio… capisce, signora mia? qui… accanto alla signorina Anna… Che ne dice?

             La madre non aveva compreso le parole del dottore, né il tono insolito della voce dolce e malinconico, e lo guardava, stordita; comprese alla fine a uno sguardo che egli rivolse alla figlia appena ebbe finito di parlare, e dall’atteg­giamento del volto di Anna.

             Allora si fece rossa, e rispose confusa, quasi balbettando:

             – Come? ma s’immagini… io, io felicissima! s’immagini!… Però, deve dirlo lei, con le sue labbra… È vero, Anna?

             Anna, col volto che pareva una maschera di cera, teneva gli occhi semi­chiusi.

             – A lei, dunque, signorina… – disse sorridendo Mondino, chinandosi un po’ verso il letto, e attendendo.

             – Ebbene, no! – rispose Anna, aprendo gli occhi e aggrottando un poco le ci­glia.

             Al «no», Mondino si ritrasse istintivamente dal letto, e impallidì, col sorriso rassegato su le labbra.

             – No? Come! – esclamò – no, anche lei? Ah! Mi ricompensa male, signorina… Io non credevo…

             S’interruppe. Si passò forte una mano sulla fronte e sugli occhi; poi riprese, con un lungo sospiro:

             – Pazienza! Oh, non tema, signora Cesarò: il mio zelo non verrà certo meno per questo! Procurerò anzi di guadagnarmi così, se non un po’ d’affetto, un po’ di stima, almeno, della signorina. Farò il mio dovere, per quanto mi sarà possibile.

             E cangiò tosto discorso, con molto spirito, in quel momento. (Così almeno stimò Rita, che origliava all’uscio della cameretta.)

*******

             V. Gesù – vero ritratto preso dallo smeraldo inciso per ordine di Tiberio Im­peratore di Roma, nel trentesimo anno dell’era cristiana. Questa gemma, di cui l’inestimabile valore non supera il merito artistico, dopo varie vicende, fu posseduta dal tesoro turco, e da quell’Imperatore donata al Pontefice Inno­cenzo VIII, per la redenzione d’un fratello dell’Imperatore fatto schiavo dai cristiani.

             Rita, assorta in pensieri a pie del letto di Anna, rileggeva meccanicamente, per la trecentesima volta almeno, questa iscrizione sotto una immagine di Gesù appesa al capezzale.

             Dopo il suo «no», Anna era molto peggiorata. Il male precipitava.

             – Non stare più con me, Rita – diceva ella. – Se io fossi in te, avrei paura a star qui.

             – Ma no, Anna! Scherzi? Tu stai meglio…

             – Sì… meglio…

             Non aveva più forza di sollevare un braccio dal letto, e lo mostrava sorri­dendo amaramente all’amica.

             I genitori avevano già consigliato a Rita, veramente, di non andar più da Anna.

             – Sciocchezze! – rispondeva Rita. – Quando il medico mi dirà che non sarà più prudente andare, non andrò più. Per ora, non siamo a questo punto.

             Anna, a cui la malattia aveva straordinariamente acuiti i sensi e l’indole un po’ sospettosa, spiava dal letto l’amica con diffidenza, ritenendo per fermo in cuor suo ch’ella avesse disapprovato il suo rifiuto aspro al dottore, il quale ora, quasi in ricambio, si mostrava per lei (anche agli occhi di Rita) più premuroso d’un fratello. Perché Rita ormai non scappava più dalla stanza all’ar­rivo del Morgani? Ella anzi, adesso, rivolgeva delle domande o chiedeva a lui dei consigli circa l’assistenza da prestare, e Mondino allora rispondeva a lungo, con evidente soddisfazione, e col suo garbo abituale. E Anna, dal volto di Rita, argomentava com’egli non le dovesse parer più, come prima, antipatico e sciocco.

             «Ah, egli è buono, è buono!», pensava Anna in cuor suo. «E come parla bene!»

             Nello stesso tempo Rita si confessava internamente:

             «Non è poi tanto sciocco quanto credevo! E non dev’esser cattivo di cuore.»

             Mondino, dal canto suo, comprendeva e assecondava guardingo la corrente sentimentale favorevole, in cui s’era messo. Seguitando così, l’approdo era sicuro.

             Anche Anna lo prevedeva, e, se da un canto provava un sentimento duro, indefinibile di gelosia contro Rita, dall’altro non solamente scusava Mondino, ma godeva a sentirlo parlare così bene all’amica, e a veder com’egli l’avesse già vinta e piegata a lui. E avrebbe voluto quasi dire a Rita: «Vedi, vedi com’egli è degno d’essere amato! Ah, lo stimi tu adesso, com’io prima lo stimavo? Sta bene; e ora vattene di qui! Tu non stai accanto al mio letto per me, ma per veder lui e parlargli due volte al giorno… L’intendo, l’intendo forse più che voi stessi ancora non lo intendiate! Mostrate d’aver tanta pietà di me, perché in questa pietà è l’intesa del vostro amore… Vattene, Rita! Per me e per te, vattene!».

             Ma Rita non se n’andava; si mostrava impaziente se il dottore tardava cinque minuti a venire, e si recava a guardar dietro i vetri della stessa finestra, a cui Anna s’affacciava un tempo per veder passare Mondino. E sinceramente ella stessa, nel suo interno, credeva che questa impazienza derivasse soltanto da disinteressata premura per l’amica infelice.

             Anna un giorno, per accertarsi fino a qual punto fosse arrivata l’intesa tra i due, volle simular di dormire proprio nel momento in cui era solito di venire il dottore.

             Quel giorno la madre non avrebbe assistito alla visita: Anna stessa l’aveva pregata di mettersi a letto per rifarsi un poco delle veglie durate.

             Mondino finalmente giunse, e subito Rita gli fé’ cenno d’avanzarsi adagio, sulla punta dei piedi.

             – Dorme! – bisbigliò, quand’egli si fu accostato al letto.

             Mondino contemplò un tratto la giacente, poi si volse a Rita, socchiuse gli occhi e dimenò desolatamente la testa.

             – Pare già morta! – sospirò senza voce Rita.

             Mondino annuì, poi a bassa voce, un po’ impacciato, disse:

             – Intanto lei, signorina… senta, non è giusto che si trattenga più qui… Capisco, è l’amica del cuore… Intendo tutta la squisitezza del suo sentire, ma creda che… io soffro, ecco, quando son fuori, e penso che lei è qui esposta al pericolo. Mi intende? Dunque mi faccia il favore di andarsene… di non venir più… Me lo promette? Non è prudente…

             – Gliel’ho già detto! – gridò Anna aprendo gli occhi improvvisamente e volgendosi ai due con le ciglia corrugate.

             Rita e Mondino trasalirono.

             – Dico che non è prudente – balbettò Mondino imbarazzato – non per il suo stato, signorina Anna… ma perché… perché la signorina Rita è sofferente… per le veglie… e perché soffre vedendo lei così…

             – Ah, per questo? Se è per questo, la lasci dottore, non soffre! – l’interruppe Anna con amarissimo sorriso. – Soffro io! io soffro, invece. Ah, per carità, lasciatemi morire in pace! Non venite più nessuno dei due. Che gusto provate ad amarvi qui, accanto al letto d’una moribonda?

             Rita scoppiò in lacrime, coprendosi il volto con le mani, e Mondino confuso, agitato, non trovò una parola da rispondere ad Anna, e se n’andò in fretta, senza neanche ardire di salutar Rita piangente.

             Dopo circa due settimane Anna morì.

             Da sei anni ora giace nell’alto e solitario cimitero di Vignetta ricco di fiori e di cipressi; e più non può sapere, per sua pace, che da cinque anni Mondino Morgani e Rita Prinzi son marito e moglie, e che già hanno due figliuoli – Cocò e Mimi – biondi come papà.

Il «no» di Anna – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
Il «no» di Anna – Audio lettura 2 – Legge Valter Zanardi
Il «no» di Anna – Audio lettura 3 – Legge Giuseppe Tizza

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Rimedio: la geografia – Audio lettura 3

Legge Gaetano Giuseppe Tizza
«Non c’è più nessun affetto che tenga, quando una necessità crudele costringa a trascurar certi bisogni, che si debbono per forza soddisfare. Provatevi a non dormire per parecchie e parecchie notti di fila, dopo aver faticato tutto il giorno.»

Prima pubblicazione: Il Convegno, febbraio 1920, col titolo Le parti del mondo.

Rimedio: la geografia
Kippax Williams, Mountain Blue Jamaica, 2013. Immagine da Fine Art America

Rimedio: la geografia

Voce di Giuseppe Tizza

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******

             La bussola, il timone… Eh, sì! Volendo navigare… Dovreste dimostrarmi però che anche sia necessario, voglio dire che conduca a una qualsiasi conclusione, prendere una rotta anziché un’altra, o anziché a questo porto approdare a quello.

             – Come! – dite, – e gli affari? senza una regola, senza un criterio direttivo? E la famiglia? l’educazione dei figliuoli? la buona reputazione in società: l’obbedienza che si deve alle leggi dello Stato? l’osservanza dei proprii doveri?

             Con quest’azzurro che si beve liquido, oggi… Per carità! E che non bado forse regolarmente ai miei affari? La mia famiglia… Ma sì, vi prego di credere, mia moglie mi odia. Regolarmente e né più né meno di quanto vostra moglie odii voi. E anche i miei piccini, ma volete che non li educhi regolarmente, come voi i vostri? Con un profitto, credete, non molto diverso di quello che la vostra saggezza riesce a ottenere. Obbedisco a tutte le leggi dello Stato e scrupolosamente osservo i miei doveri.

             Soltanto, ecco, io porto – come dire? – una certa elasticità spirituale in tutti questi esercizii; profitto di tutte quelle nozioni scientifiche, positive, apprese nell’infanzia e nell’adolescenza, delle quali voi, che pur le avete apprese come me, dimostrate di non sapere o di non volere profittare.

             Con molto danno, v’assicuro, della vostra salute.

             Certo non è facile valersi opportunamente di quelle nozioni che contrastino, ad esempio, con le illusioni dei sensi. Che la terra si muove, ecco, se ne potrebbe valere opportunamente, come di elegante scusa, un ubriaco. Noi, in realtà, non la sentiamo muovere, se non di tanto in tanto, per qualche modesto terremoto. E le montagne, data la nostra statura, così alte le vediamo che – capisco – pensarle piccole grinze della crosta terrestre non è facile. Ma santo Dio, domando e dico perché abbiamo allora studiato tanto da piccoli? Se costantemente ci ricordassimo di ciò che la scienza astronomica ci ha insegnato, l’infimo, quasi incalcolabile posto che il nostro pianeta occupa nell’universo…

             Lo so; c’è anche la malinconia dei filosofi che ammettono, sì, piccola la terra, ma non piccola intanto l’anima nostra se può concepire l’infinita grandezza dell’universo.

             Già. Chi l’ha detto? Biagio Pascal.

             Bisognerebbe pur tuttavia pensare che questa grandezza dell’uomo, allora, se mai, è solo a patto d’intendere, di fronte a quell’infinita grandezza dell’universo, la sua infinita piccolezza, e che perciò grande è solo quando si sente piccolissimo, l’uomo, e non mai così piccolo come quando si sente grande.

             E allora, di nuovo, domando e dico che conforto e che consolazione ci può venire da questa speciosa grandezza, se non debba aver altra conseguenza che quella di saperci qua condannati alla disperazione di veder grandi le cose piccole (tutte le cose nostre, qua, della terra) e piccole le grandi, come sarebbero le stelle del cielo. E non varrà meglio allora per ogni sciagura che ci occorra, per ogni pubblica o privata calamità, guardare in su e pensare che dalle stelle la terra, signori miei, ma neanche si suppone che ci sia, e che alla fin fine tutto è dunque come niente?

             Voi dite:

             – Benissimo. Ma se intanto, qua sulla terra, mi fosse morto, per esempio, un figliuolo?

             Eh, lo so. Il caso è grave. E più grave diventerà, ve lo dico io, quando comincerete a uscire dal vostro dolore e sotto gli occhi che non vorrebbero più vedere v’accadrà di scorgere, che so? la grazia timida di questi fiorellini bianchi e celesti che spuntano ora nei prati ai primi soli di marzo; e appena la dolcezza di vivere che, pur non volendo, sentirete ai nuovi tepori inebrianti della stagione, vi si tramuterà in una più fitta ambascia pensando a lui che, intanto, non la può più sentire.

             Ebbene?… Ma che consolazione, in nome di Dio, vorreste voi avere della morte del vostro figliuolo? Non è meglio niente? Ma sì, niente, credete a me. Questo niente della terra, non solo per le sciagure, ma anche per questa dolcezza di vivere che pur ci dà: il niente assoluto, insomma, di tutte le cose umane che possiamo pensare guardando in cielo Sirio o l’Alpha del Centauro.

             Non è facile. Grazie. E che forse vi sto dicendo che è facile? La scienza astronomica, vi prego di credere, è difficilissima non solo a studiare, ma anche ad applicare ai casi della vita.

             Del resto, vi dico che siete incoerenti. Volete avere, di questo nostro pianeta, l’opinione ch’esso meriti un certo rispetto, e che non sia poi tanto piccolo in rapporto alle passioni che ci agitano, e che offra molte belle vedute e varietà di vita e di climi e di costumi; e poi vi chiudete in un guscio e non pensate neppure a tanta vita che vi sfugge, mentre ve ne state tutti sprofondati in un pensiero che v’affligge o in una miseria che v’opprime.

             Lo so; voi adesso mi rispondete che non è possibile, quando una cura prema veramente, quando una passione accechi, sfuggire col pensiero e frastornarsene immaginando una vita diversa, altrove. Ma io non dico di porre voi stessi con l’immaginazione altrove, né di fingervi una vita diversa da quella che vi fa soffrire. Questo lo fate comunemente, sospirando: Ah, se non fossi così Ah, se avessi questo o quest’altro! Ah, se potessi esser là! E son vani sospiri Perché la vostra vita, se potesse veramente esser diversa, chi sa che sentimenti che speranze, che desiderii vi susciterebbe altri da questi che ora vi suscita per il solo fatto che essa è così! Tanto è vero, che quelli che sono come voi vorreste essere, o che hanno quello che voi vorreste avere, o che sono là dove voi vi desiderereste, vi fanno stizza, perché vi sembra che in quelle condizioni da voi invidiate non sappiano esser lieti come voi sareste. Ed è una stizza – scusatemi – da sciocchi. Perché quelle condizioni voi le invidiate perché non sono le vostre, e se fossero, non sareste più voi, voglio dire con codesto desiderio di esser diversi da quelli che siete.

             No, no, cari miei. Il mio rimedio è un altro. Non facile certo neanche questo, ma possibilissimo. Tanto, che ho potuto io stesso farne esperienza.

             Lo intravidi quella notte – una delle tante tristissime – che mi toccò vegliare una lunga, eterna agonia: quella in cui la mia povera madre per mesi e mesi s’era quasi incadaverita viva.

             Per mia moglie, era la suocera; per i miei figliuoli moriva una, di cui il figlio ero io. Dico così, perché quando morrò io, mi veglierà qualcuno di loro, si spera. Avete capito? Quella volta moriva mia madre; e dunque non toccava a loro, ma a me.

             – Ma come! – dite. – La nonna!

             Già. La nonnina. La cara nonnina… E poi anche per me, che – v’assicuro – potevo meritarmela un po’ di considerazione, di non farmi stare in piedi anche la notte, con tutto quel freddo, che cascavo a pezzi dalla stanchezza, dopo una giornata di faticosissimo lavoro.

             Ma sapete com’è? Il tempo della nonnina, della cara nonnina era finito da un pezzo. S’era guastato per i nipotini il giocattolo della cara nonnina, da che l’avevano veduta, dopo l’operazione della cateratta, con un occhio grosso grosso e vano nella concavità del vetro degli occhiali; e l’altro piccolo. A presentare una nonnina così non c’era più niente di bello. E a poco a poco era divenuta anche sorda come una pietra, la povera nonnina; aveva ottantacinque anni e non capiva più niente: una balla di carne, che ansimava e si reggeva appena, pesante e traballante; e obbligava a cure, per cui ci voleva un’adorazione come la mia, a vincer la pena e il ribrezzo che costavano.

             Si pensava, vedendola, a uno spaventoso castigo, di cui nessuno meglio di me sapeva che la mia povera madre era immeritevole; lasciata lì, senza più nulla di ciò che un tempo era stata, neppur la memoria; sola carne, vecchia carne disfatta che pativa, che seguitava a patire, chi sa perché…

             Ma il sonno, signori miei… Non c’è più nessun affetto che tenga, quando una necessità crudele costringa a trascurar certi bisogni, che si debbono per forza soddisfare. Provatevi a non dormire per parecchie e parecchie notti di fila, dopo aver faticato tutto il giorno. Il pensiero dei miei figliuoli, che durante l’intera giornata non avevano fatto nulla e ora dormivano saporitamente, al caldo, mentr’io tremavo e spasimavo di freddo, in quella camera ammorbata dal lezzo dei medicinali, mi faceva saltar dalla rabbia come un orso, e venir la tentazione di correre a strappar le coperte dai loro lettucci e dal letto di mia moglie per vederli balzar dal sonno in camicia a quel freddo. Ma poi, sentendo in me come avrebbero tremato, e pensando che avrei voluto esser io al loro posto, perché tremassero loro in vece mia, non più contro essi, ma mi rivoltavo contro la crudeltà di quella sorte, che teneva ancora là, rantolante e insensibile a tutto, il corpo, il solo corpo ormai, e anch’esso quasi irriconoscibile, di mia madre; e pensavo, sì, sì, pensavo che, Dio, poteva finalmente finir di rantolare.

             Finché una volta, nel terribile silenzio sopravvenuto nella camera a una momentanea sospensione di quel rantolo, non mi sorpresi nello specchio dell’armadio, voltando non so perché il capo, curvo sul letto di mia madre e intento a spiare davvicino, se non fosse morta.

             Vidi con orrore in quello specchio la mia faccia. Proprio come per farsi vedere da me, essa conservava, mentr’io me la guardavo, la stessa espressione con cui stava sospesa a spiare in un quasi allegro spavento la liberazione.

             La ripresa del rantolo mi incusse in quel punto un tale raccapriccio di me, che mi nascosi quella faccia, come se avessi commesso un delitto. Ma cominciai a piangere come un bambino: come il bambino che ero stato per quella mia mamma santa, di cui sì, sì, volevo ancora la pietà per il freddo e la stanchezza che sentivo, pur avendo or ora finito di desiderar la sua morte, povera mamma santa, che n’aveva perdute di notti per me, quand’ero piccino e malato… Ah! Strozzato dall’angoscia, mi diedi a passeggiare per la camera.

             Ma non potevo guardar più nulla, perché mi parevano vivi, nella loro immobilità sospesa, gli oggetti della camera: là lo spigolo illuminato dell’armadio, qua il pomo d’ottone della lettiera su cui avevo poc’anzi posato la mano. Disperato, cascai a sedere davanti alla scrivanietta della più piccola delle mie figliuole, la nipotina che si faceva ancora i compiti di scuola nella camera della nonna. Non so quanto tempo rimasi lì. So che a giorno chiaro, dopo un tempo incommensurabile, durante il quale non avevo più avvertito minimamente né la stanchezza, né il freddo, né la disperazione, mi ritrovai col trattatello di geografia della mia figliuola sotto gli occhi, aperto a pagina 75, sgorbiato nei margini e con una bella macchia d’inchiostro cilestrino su l’emme di Giamaica.

             Ero stato tutto quel tempo nell’isola di Giamaica, dove sono le Montagne Azzurre, dove dal lato di tramontana le spiagge s’innalzano grado grado fino a congiungersi col dolce pendio di amene colline, la maggior parte separate le une dalle altre da vallate spaziose piene di sole, e ogni vallata ha il suo ruscello e ogni collina la sua cascata. Avevo veduto sotto le acque chiare le mura delle’case della città di Porto Reale sprofondate nel mare da un terribile terremoto; le piantagioni dello zucchero e del caffè, del grano d’India e della Guinea; le foreste delle montagne; avevo sentito e respirato con indicibile conforto il tanfo caldo e grasso del letame nelle grandi stalle degli allevamenti; ma proprio sentiti) e respirato, ma proprio veduto tutto, col sole che è là su quelle praterie, con gli uomini e con le donne e coi ragazzi come sono là, che portano con le ceste e rovesciano a mucchi sugli spiazzi assolati il raccolto del caffè ad asciugarsi; con la certezza precisa e tangibile che tutto questo era vero, in quella parte del mondo così lontana; così vero da sentirlo e opporlo come una realtà altrettanto viva a quella che mi circondava là nella camera di mia madre moribonda.

             Ecco, nient’altro che questa certezza d’una realtà di vita altrove, lontana e diversa, da contrapporre, volta per volta, alla realtà presente che v’opprime; ma così, senza alcun nesso, neppure di contrasto, senz’alcuna intenzione, come una cosa che è perché è, e che voi non potete fare a meno che sia. Questo, il rimedio che vi consiglio, amici miei. Il rimedio che io mi trovai inopinatamente quella notte.

             E per non divagar troppo, e sistemarvi in qualche modo l’immaginazione, che non abbia a stancarvisi soverchiamente, fate come ho fatto io, che a ciascuno dei miei quattro figliuoli e a mia moglie ho assegnato una parte di mondo, a cui mi metto subito a pensare, appena essi mi diano un fastidio o una afflizione.

             Mia moglie, per esempio, è la Lapponia. Vuole da me una cosa ch’io non le posso dare? Appena comincia a domandarmela, io sono già nel golfo di Bornia, amici miei, e le dico seriamente come se nulla fosse:

             –    Umèa, Lulèa, Pitèa, Skelleftèa…

             –    Ma che dici?

             –    Niente, cara. I fiumi della Lapponia.

             –    E che c’entrano i fiumi della Lapponia?

             –    Niente, cara. Non c’entrano per niente affatto. Ma ci sono, e né tu né io possiamo negare che in questo preciso momento sboccano là nel golfo di Bornia. E vedessi, cara, vedessi come vedo io la tristezza di certi salici e di certe betulle, là… D’accordo, sì, non c’entrano neanche i salici e le betulle; ma ci sono anch’essi, cara, e tanto tanto tristi attorno ai laghi gelati tra le steppe. Lap o Lop, sai? è un’ingiuria. I Lapponi da sé si chiamano Sami. Sudici nani, cara mia! Ti basti sapere… – sì, lo so. tutto questo veramente non c’entra – ma ti basti sapere che, mentr’io ti tengo così cara, essi tengono così poco alla fedeltà coniugale, che offrono la moglie e le figliuole al primo forestiere che capita. Per conto mio, puoi star sicura: non son tentato per nulla, cara, a profittarne.

             –    Ma che diavolo dici? Sei pazzo? Io ti sto domandando…

             –    Sì, cara. Tu mi stai domandando, non dico di no. Ma che triste paese, la Lapponia!…

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La prima guerra mondiale nelle novelle di Pirandello: una presenza rimossa

Di Sara Lorenzetti 

Nelle Novelle per un anno di Pirandello la Prima Guerra Mondiale compare in modo ambiguo e sfuggente e costituisce una presenza dal volto ancipite: da un lato figura solo in un numero davvero esiguo di racconti, dall’altro è l’unico evento appartenente alla “grande storia” che marca in modo significativo alcuni testi. 

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La prima guerra mondiale nelle novelle di Pirandello
Prima pagina del Corriere della Sera. 24 maggio 2015.

La prima guerra mondiale
nelle novelle di Pirandello:
una presenza rimossa

in Letteratura e grande guerra,
a cura di Francesca Romana Andreotti, Simona Mancini,
Tiziana Morosetti e Laura Vitali,
2015, pp. 136 (XV, 2015)
Fabrizio Serra editore, Pisa · Roma

Da Academia.edu

La Grande Guerra segna un riferimento imprescindibile per numerosi scrittori che, da posizioni politiche diverse e talora opposte, registrano un’esperienza destinata in modo inevitabile a tracciare una cesura nella loro produzione.

Nella letteratura del primo Novecento si assiste infatti ad una demitizzazione dell’episodio bellico: mentre sin dall’antichità il conflitto aveva costituito l’espressione sublimata dell’epos, momento generatore di senso per l’individuo e portatore di valori per la collettività, ora, inutile strage in cui il soldato subisce lo stillicidio della trincea, esso diventa emblema dell’insensatezza esistenziale e paradigma dell’assurdità della condizione dell’uomo. [1]

[1] Antonio Scurati, Guerra. Nazioni e culture nella tradizione occidentale, Roma, Donzelli, 2003, ma sull’argomento vedi anche Paul Fussell, La grande guerra e la memoria moderna, traduzione di Giuseppina Panieri, Bologna, il Mulino, 1984. Per una disamina dei rapporti tra esperienza bellica e narrazione letteraria dall’Otto al Novecento cfr. anche Lavinia Spalanca, Il martire e il disertore. Gli scrittori e la guerra dall’Ottocento al Novecento, Lecce, Pensa Multimedia, 2010.

Il Primo Conflitto Mondiale, che tracciò uno spartiacque nella storia europea e mondiale del XX secolo, incise in modo profondo sulla vita personale di Pirandello: allo scoppio delle ostilità, il primogenito Stefano si arruolò come volontario e, dopo pochi mesi, fu preso prigioniero dagli Austriaci; avrebbe riacquistato la libertà solo nel 1918; [2] nel frattempo anche l’ultimo figlio, Fausto, era stato richiamato alle armi.

dimidiato tra la fedeltà alle proprie convinzioni patriottiche e gli affetti familiari; la circostanza di forte preoccupazione e di tensione minò la già incerta salute psichica della moglie che si aggravò ulteriormente. [3]

[3] Su questi fatti forniscono notizie dettagliate le biografie dell’autore, come Federico Vittore Nardelli, L’uomo segreto. Vita e croci di Luigi Pirandello, Milano, Mondadori, 1932 e Gaspare Giudice, Luigi Pirandello, Torino, UTET, 1980, ma soprattutto gli epistolari Luigi Pirandello, Lettere della formazione 1891-1898. Con appendice di lettere sparse 1899-1919, «Quaderni dell’Istituto di Studi Pirandelliani», XXIV, 10, 1996, pp. 158-196 ed il più recente Il figlio prigioniero. Carteggio tra Luigi e Stefano Pirandello durante la guerra 1915-1918, a cura di Andrea Pirandello, Milano, Mondadori, 2005.

In anni così difficili, nell’agosto 1915 l’autore visse anche il lutto della madre, Caterina Ricci Gramitto.

Nelle Novelle per un anno di Pirandello la Prima Guerra Mondiale compare in modo ambiguo e sfuggente e costituisce una presenza dal volto ancipite: da un lato figura solo in un numero davvero esiguo di racconti, dall’altro è l’unico evento appartenente alla “grande storia” che marca in modo significativo alcuni testi. 

In questo saggio mi propongo di indagare le ragioni di questa apparente contraddizione, di verificare quale ruolo l’episodio bellico rivesta nella narrativa breve dello scrittore e come si ponga in relazione alle tematiche fondamentali della sua weltanschauung.

Sotto un profilo strettamente quantitativo, il conflitto del ’15-’18 assume un rilievo del tutto marginale nel corpus: tra le 210 novelle che Pirandello redasse nei quarant’anni della sua attività [4] la Grande Guerra fa registrare solo un numero sparuto di occorrenze; il dato appare ancora più significativo se si considera che, nell’ambito di una produzione che non si sviluppò in modo costante nel tempo, i primi due decenni del Novecento furono i più prolifici per l’autore.

cronotopo che si connota per una forte omogeneità. Alla straordinaria varietà di temi e casi cui la fantasia dello scrittore dà vita nel corpus corrisponde, infatti, una certa ripetitività per quanto riguarda le caratteristiche dell’ambientazione. Lo spazio su cui si muovono i personaggi è duplice: alla città di Roma, spesso neppure citata in modo esplicito ma deducibile senza equivoci dall’onomastica delle vie e delle piazze, si contrappone una Sicilia che assume le sembianze della Palermo o dei paesi della sonnolenta provincia, di solito camuffati con denominazioni fantasiose. [5]

[6]

[6] Sull’argomento vedi l’articolo di Piero Meli, Il dramma allo specchio. Pirandello, la guerra e la “reciprocità” dell’illusione, « Otto/Novecento», n.s., XXXI, 1, 2007, pp. 101-106.

Il lungo racconto [7] Berecche e la guerra, che esce in edizione definitiva nel 1934 nel volume dal titolo omonimo, risulta dalla revisione e fusione di testi o sezioni già pubblicati in precedenza a partire dal 1914. [8]

[7] Il termine “racconto” si usa in questa sede come equivalente di novella e senza tenere conto della distinzione teorica tracciata dall’autore nell’articolo Luigi Pirandello, Romanzo, racconto, novella, pubblicato in «Le Grazie» il 16 febbraio 1897 ed ora racchiuso nel volume Paolo Mario Sipala, Capuana e Pirandello. Storia e testi di una relazione letteraria, Catania, Bonanno, 1974, pp. 35-36.

Vi è rispecchiato il caso a cui assistetti, con meraviglia in principio e quasi con riso, poi con compassione, d’un uomo di studio educato, come tanti allora, alla tedesca, specialmente nelle discipline storiche e filologiche. La Germania, durante il lungo periodo dell’alleanza, era diventata per questi tali, non solo spiritualmente ma anche sentimentalmente, nell’intimità della loro vita, la patria ideale. Nell’imminenza del nostro intervento contro di essa, promosso dalla parte più viva e più sana del popolo italiano e poi seguito da tutta intera la Nazione, costoro si trovarono perciò come sperduti; e, costretti alla fine dalla forza stessa degli eventi a riaccogliere in sé la vera patria, patirono un dramma che mi parve, sotto questo aspetto, degno d’esser rappresentato. [9] Ivi, p. 572. 

L’autore sceglie la strategia affabulatoria della terza persona ed il suo alter ego è il protagonista Berecche: tedesco d’origine, dopo lo scoppio della guerra egli vive un dissidio con se stesso e con la sua famiglia che lo induce ad un cambiamento. In un primo tempo il personaggio, convinto che l’Italia debba restare fedele all’antico alleato, quando il governo dichiara la neutralità, freme di sdegno per un gesto che giudica un tradimento. Quindi egli si confronta con le opinioni degli avventori della birreria, che riflettono le diverse posizioni del dibattito sviluppatosi in Italia prima della partecipazione al conflitto: il fronte interventista è variegato e, se alcuni sostengono la necessità di attaccare l’Austria per poter finalmente riconquistare le terre irredente, altri vedono nella guerra l’«alba di un’altra vita». [10] Ivi, p. 577.

L’inizio delle ostilità scatena forti tensioni in ambito domestico perché il sostegno incondizionato di Berecche alla coalizione austro-tedesca provoca l’accesa reazione del figlio Faustino (dietro la cui figura Pirandello adombra il primogenito Stefano), deciso ad arruolarsi come volontario a fianco dell’Intesa; contro il protagonista si scaglia anche Gino Viesi, il fidanzato della figlia Carlotta, originario della Val di Non e irredentista convinto, ora richiamato alle armi a combattere per l’odiata Austria. Dalla parte di Faustino e Gino si schierano anche la moglie e la figlia Carlotta. Un ulteriore dissidio familiare si apre con il genero, il signor Livo Truppel, orologiaio di origine svizzera: a causa del suo cognome “tedesco”, egli è vittima di un’aggressione da parte di un gruppo di interventisti, tra cui riconosce proprio il nipote Faustino. Questo personaggio supera il proprio turbamento ricorrendo ad una duplice tecnica di distanziamento dagli eventi e, se di giorno si rifugia nei meccanismi di precisione degli orologi, di notte si perde nella contemplazione delle volte celesti.

Nel corso del racconto il lettore assiste al trascolorare dell’opinione di Berecche, che abbandona le convinzioni dettate dalla fedeltà ai propri ideali per abbracciare le ragioni degli affetti fino alla decisione di condividere la scelta del figlio, e presentarsi anche lui, già anziano e senza alcuna esperienza militare, come volontario nella cavalleria.

Il cammino di formazione del personaggio, che si conclude con la sconfitta dei valori della razionalità, è scandito da due momenti epifanici, che Pirandello descrive come di consueto in passi densi di reminiscenze leopardiane. Il primo cade quando il protagonista, dopo una furiosa lite in famiglia, si ritira di sera nel suo studio ed, in una solitudine silenziosa, contempla la volta celeste punteggiata di stelle: l’assunzione dell’ottica cosmica (in altre novelle definita “filosofia del lontano”), [11] per cui «questa piccola Terra che va e va, senza un fine che si sappia» diventa «un granellino infimo, una gocciolina d’acqua», [12] lo induce a relativizzare gli eventi ed i drammi umani, destinati ad essere inghiottiti in un vuoto senza tempo. [13]

[11] Cfr. per esempio la novella Pallottoline (Scialle nero), ivi, pp. 185-195 o Rimedio: la geografia (La giara) in Luigi Pirandello, Novelle per un anno, I, a cura di Mario Costanzo, premessa di Giovanni Macchia, Milano, Mondadori, 1993 (« I Meridiani»), pp. 205-213.

[12] Luigi Pirandello, Novelle per un anno, III, cit., p. 595.

[13] Ivi, pp. 595-596.

Adottata questa prospettiva filosofica, Berecche riesce a mantenersi freddo e razionale anche quando, fuggiti da casa Fausto ed il futuro genero, la moglie sembra impazzire e addossa su di lui la colpa della situazione. Durante una discussione con il suo amico Fongi, forte delle sue speculazioni, egli mostra disprezzo per la reazione emotiva della sposa e millanta la sua capacità di soffocare la sofferenza, sostenendo che non piangerebbe neppure se venisse a sapere che il figlio è morto.

La conclusione della novella smentisce con i fatti le persuasive argomentazioni del protagonista e segna il dominio della sfera sentimentale-affettiva: quando Fongi gli legge una lettera di Faustino che spiega le ragioni della sua scelta, Berecche scoppia in singhiozzi e si unisce alla sua famiglia nel pianto.

Il secondo momento epifanico è marcato dal notturno leopardiano che suggella l’explicit del racconto: il personaggio, che si trova nel suo studio al buio e con gli occhi

bendati, matura considerazioni opposte da quelle che la ragione gli aveva dettato:

E se domani, là in Francia, Faustino sarà ucciso? Oh, allora anche per lui, senza piú quella benda, con gli occhi di nuovo aperti alla vista del mondo, sarà tutto bujo, sempre, così, anche per lui; ma forse peggio, perché condannato a vederla ancora la vita, questa atrocissima vita degli uomini. [14] Ivi, p. 621.

Stringendo a sé la figlia Margheritina, cieca sin dalla nascita, il protagonista paragona il proprio buio, scaturito dal dolore per la perdita di Fausto, a quello a cui è condannata la bambina: l’oscurità, che in una consolidata tradizione letteraria a partire dall’Illuminismo si pone come correlato dell’assenza della ragione, diventa emblema, allora, non solo del destino senza senso che ha privato della vista la piccola, ma anche della sconfitta dei valori della logica rispetto a quelli dell’affettività.

Nella novella la Bildung del personaggio si configura quindi come il cammino percorso tra due momenti epifanici che, tramati di suggestioni leopardiane, assumono una valenza speculare: dal “naufragio” in un cosmo che allontana le vicende umane e proietta su di esse un’ottica razionale fino all’assaporamento di un buio che, scaturito da un dolore individuale, diventa metafora del destino esistenziale. Pirandello, nel momento di rappresentare la sua vicenda autobiografica, se da un lato prende le distanze dalla materia proiettandola in un suo doppio, dall’altro traccia per il suo eroe una “formazione” che sancisce il prevalere della sfera affettiva.

La medesima vicenda che Pirandello aveva utilizzato per la stesura di Berecche e la guerra confluì nel Frammento di cronaca di Marco Leccio, pubblicato nel 1919 e poi escluso dalla raccolta: [15] esemplare della dimensione intertestuale che connota la pratica scrittoria dell’autore, [16] l’opera ospita ampi inserti che si leggono in altre novelle (in particolare in quella appena analizzata ma anche in Colloqui coi personaggi) e riporta stralci di una lettera privata del figlio. [17] La maschera autobiografica in questo caso è proiettata su Marco Leccio, di cui il narratore finge di riferire la cronaca.

[15] Appendice, ivi, pp. 1161-1207.

[16] Per questo argomento vedi Giovanni Macchia, Luigi Pirandello, in Emilio Cecchi, Natalino Sapegno, Letteratura italiana, IX, Milano, Garzanti, 1969, pp. 444-446, Giovanna CerinaPirandello o la scienza della fantasia. Mutazioni del procedimento nelle «Novelle per un anno», Pisa, ETS, 1983, p. 9 e Novella GazichPer una tipologia della novella pirandelliana: il caso delle metanovelle, « Otto/Novecento », xvi, 5, 1992, p. 44.

[18] riferisce che la guerra sarebbe continuata altri tre anni e che Marco Leccio, sdegnato per gli errori degli Alleati, non se ne interessò più.

[18] Gérard Genette, Figure III. Discorso del racconto, traduzione di Lina Zecchi, Torino, Einaudi, 1976.

Lo sfondo bellico ricorre di nuovo nella novella Colloqui coi personaggi, pubblicata in rivista nel 1915 e poi esclusa dalla raccolta. [19]

[19] Appendice, in Luigi Pirandello, Novelle per un anno, III, cit., pp. 1138-1153.

Anche questo testo fa registrare un intenso autobiografismo, marcato dall’utilizzo della prima persona e dal motivo metatestuale. Protagonista della vicenda è infatti uno scrittore che, nella tragica vigilia della Prima Guerra Mondiale, sospende le udienze che era solito tenere con gli aspiranti personaggi dei suoi romanzi o racconti: a sconvolgerlo è la decisione del figlio, in procinto di partire per il fronte.

Il racconto è costruito sul dissidio tra lo spirito patriottico dell’io narrante che, impaziente del conflitto, vi vede un’occasione per riscattare l’odiosa alleanza con l’Austria, ed il suo affetto di padre. Il protagonista rispecchia la delusione e la frustrazione di coloro che che, educati ai valori risorgimentali, dopo aver coltivato trent’anni l’orrore e lo sdegno per gli Imperi centrali, non riuscirono a gioire per lo scoppio della guerra tanto attesa sapendo che i propri figli avrebbero rischiato la vita. Essi provarono un senso di non appartenenza, schiacciati tra la generazione precedente che aveva dato avvio al processo risorgimentale e quella successiva, chiamata a concluderlo.

Come già in Berecche e la guerra, in questo testo l’episodio bellico è colto da differenti e contrapposti punti di vista e l’interazione dinamica che scaturisce da questo gioco prospettico sembra conferire al conflitto del ’15-‘18 una valenza relativa rispetto alla dimensione cosmica. L’io narrante, alter ego dell’autore, è immerso nel piano della Storia, transeunte e contingente: del tutto assorbito dal dolore per la sorte del figlio, egli vive in un presente bloccato ed immobilizzato, mentre il sentimento di angoscia provocato dai fatti recenti lo chiude in un’interiorità ossessiva ed avulsa da quanto lo circonda. A richiamarlo alla realtà interviene un petulante personaggio, incurante del suo rifiuto; dopo uno stravagante invito ad ascoltare il melodioso canto di un merlo, che suscita nel narratore irritazione e rabbia, la creatura fantastica gli prospetta l’esistenza di un’altra dimensione:

Che vuole che importi a me, agli uccellini, alle rose, alla fontanella della sua guerra? […]. Noi non sappiamo di guerre, caro signore. E se lei volesse darmi ascolto e dare un calcio a tutti codesti giornali, creda che poi se ne loderebbe. Perché son tutte cose che passano, e se pur lasciano traccia, è come se non la lasciassero, perché su le stesse tracce, sempre, la primavera, guardi: tre rose più, due rose meno, è sempre la stessa; e gli uomini hanno bisogno di dormire e di mangiare, di piangere e di ridere, d’uccidere e d’amare: piangere su le risa di jeri, amare sopra i morti d’oggi. Retorica, è vero? Ma per forza, poiché lei è così, e crede per ora ingenuamente che tutto, per il fatto della guerra, debba cambiare. Che vuole che cambi? Che contano i fatti? Per enormi che siano, sempre fatti sono. Passano. Passano, con gli individui che non sono riusciti a superarli. La vita resta, con gli stessi bisogni, con le stesse passioni, per gli stessi istinti, uguale sempre, come se non fosse mai nulla: ostinazione bruta e quasi cieca, che fa pena. La terra è dura, e la vita è di terra. Un cataclisma, una catastrofe, guerre, terremoti la scacciano da un punto; vi ritorna poco dopo, uguale, come se nulla fosse stato. Perché la vita, così dura com’è, così di terra com’è, vuole se stessa lì e non altrove, ancora e sempre uguale. [20] Ivi, pp. 1141-1142.

Come Pirandello chiarisce in altri luoghi della sua produzione, [21] la Vita è flusso continuo e indistinto, eterno accadere di un Essere che si esprime in infinite forme; tuttavia, poiché ogni determinazione è una negazione, quando l’Essere assume delle forme, si uccide in esse, negando la propria indeterminatezza.

[21] Vedi, per esempio, Luigi Pirandello, Foglietti inediti, in Luigi Pirandello, Saggi, Poesie, Scritti varii, Milano, Mondadori, 1977, pp. 1275-1276 ed il saggio Luigi Pirandello, Non conclude, «La preparazione», I, 82, 17-18 agosto 1909, oggi leggibile in appendice a Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila, a cura di Giancarlo Mazzacurati, Torino, Einaudi, 1994.

La morte fisica, del resto, coincide con il ritorno al flusso. La Vita si configura dunque come un ciclo ininterrotto, svolgimento dell’eterno accadere dell’Essere. Alla prospettiva dell’io narrante, annichilito dal proprio dolore, si contrappone allora quella ontologica del personaggio in cui i singoli eventi perdono la loro assolutezza e diventano parte di un ciclo inarrestabile, mosso dall’istinto cieco e brutale della Vita che si vuole. Quando l’uomo, angosciato, si chiude in se stesso, non solo si lascia sfuggire il bene che l’esistenza gli riserva, ma compie un tentativo vano, perché nella sfera intima ed inconsapevole egli continua tuttavia a partecipare al flusso vitale. [22]

[22] Luigi Pirandello, Novelle per un anno, III, cit., p. 1142. 

Le parole del personaggio fantastico delineano anche un’altra dimensione che permette di distaccarsi dalla mutevolezza transeunte del fieri e contemplare senza turbamento gli accadimenti terreni, quella dell’Arte, capace di immortalare l’evento contingente e conferirgli una vita al di fuori del tempo.

Da questo colloquio, l’io narrante è dunque invitato a considerare altri piani d’esistenza rispetto a quello della Storia e a relativizzare un dolore legato ad un fatto contingente e destinato a scomparire, fagocitato dal flusso della Vita o dimenticato rispetto agli eventi eternizzati dalla rappresentazione artistica.

La marca autobiografica del racconto è suggellata dall’ultima parte, in cui Pirandello rappresenta il momento doloroso della perdita dell’amatissima madre: il protagonista dialoga con l’ombra della defunta esprimendo il dolore per la sua scomparsa e il terrore, ora, di perdere anche il figlio; ella lo conforta e, rievocando la storia della famiglia, segnata dall’avversione alla monarchia borbonica e dal fervore risorgimentale, sembra confermare le ragioni ideali del patriottismo e sollecitarlo ad accettare la decisione del giovane volontario. L’io narrante risponde ricorrendo alla teoria dell’illusione, che per quel peculiare fenomeno di autocitazionismo tipico dell’autore ritorna in diverse novelle della raccolta. [23]

[23] Dedicate a questo tema sono I nostri ricordi (L’uomo solo) in Luigi Pirandello, Novelle per un anno, I, cit., 708-717 e I pensionati della memoria (Donna Mimma), in Luigi Pirandello, Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, II, Milano, Mondadori, 1992 (« I Meridiani»), pp. 734-739.

L’illusione è l’immagine fittizia del mondo che ciascuno si costruisce sulla base del proprio sentimento individuale e costituisce per l’uomo l’unica realtà. Alla luce di questo soggettivismo gnoseologico, anche la morte è sottoposta ad una rilettura ermeneutica: infatti, si piange il decesso di una persona cara perché questa, ormai incapace di sentimenti, non può più dare a noi una realtà, mentre noi possiamo coltivare ancora la sua immagine. Con il consueto rovesciamento di ciò che il lettore è abituato a ritenere consueto, Pirandello conclude che i morti sono vivi per i vivi, mentre i vivi sono morti per i morti; ecco la ragione delle lacrime che versiamo, in effetti, per noi stessi.

Il contesto del Primo Conflitto Mondiale è evocato anche dai due testi “gemelli” Jeri e oggi e Quando si comprende, un dittico che ritrae la stessa vicenda colta in due frammenti temporali differenti e da due diversi punti di vista. La Grande Guerra è raccontata ancora una volta dalla prospettiva dei genitori che vedono i giovani partire per il fronte ed è quindi studiata per le reazioni che suscita tra i familiari delle reclute.

In queste novelle un ruolo centrale è rivestito dal personaggio della signora Lerna, che a malincuore si è separata dall’unico figlio, deciso ad arruolarsi come volontario e destinato al reggimento di stanza a Macerata, dove dovrebbe rimanere alcuni mesi; all’improvviso egli è richiamato al fronte e la madre si reca a salutarlo, per quella che teme sia l’ultima volta.

In Quando si comprende [24] la vicenda si svolge nel treno locale da Fabriano a Macerata: il viaggio (in particolare quello ferroviario) svolge spesso nella narrativa di Pirandello la funzione di attante epifanico, [25] ma qui la descrizione del vagone e della stazione, definiti da una costellazione di termini che rimandano all’area semantica dello sporco («sudicia vettura in tanfata di fumo»), della decadenza («sgangherato») e dello squallore, enfatizzano uno spazio soggettivo, che riflette l’angoscia della protagonista.

[24] Il racconto fu pubblicato per la prima volta in Luigi Pirandello, Un cavallo sulla luna, Milano, Treves, 1918, ora si legge Luigi Pirandello, Novelle per un anno, II, cit., pp. 675-681.

[25] Maria Argenziano Maggi, Il motivo del viaggio nella narrativa pirandelliana, Napoli, Liguori, 1977.

 Quando entra in scena, la signora Lerna appare così compresa nel suo dolore, sentito come unico e assoluto, che non riesce neppure a camminare ma viene trasportata dal marito.

Anche in questo caso, la protagonista compie un percorso di formazione che la conduce a relativizzare la propria vicenda e vederla Con altri occhi, [26] come recita un titolo della raccolta: il dialogo con gli altri passeggeri dello scompartimento è sollecitato dal signor Lerna che, imbarazzato per il comportamento scortese e scostante della moglie, cerca di spiegarne le ragioni.

[26] Luigi Pirandello, Novelle per un anno, II, cit., pp. 983-992.

I coniugi scoprono, dunque, di condividere una sorte che ha colpito molti altri. Infine, prende la parola un signore «grasso e sanguigno»; egli sostiene con calore che ogni giovane dovrebbe spendere la “vita per lui” come desidera, anche se questo comporti il sacrificarla per la patria; a conclusione del discorso, egli confessa di essere felice che il proprio figlio sia morto in guerra appagando così le proprie aspirazioni. La signora Lerna, che fino a quel momento era rimasta chiusa nel proprio dolore e sorda alle parole che le venivano rivolte, nello sbalordimento subisce una rivelazione epifanica: «Tutt’a un tratto comprese che non già gli altri non sentivano ciò che ella sentiva; ma lei, al contrario, non riusciva a sentire qualcosa che tutti gli altri sentivano e per cui potevano rassegnarsi, non solo alla partenza, ma ecco, anche alla morte del proprio figliuolo». [27] Ivi, p. 680.  

La madre sembra aver percorso dunque il proprio bildungsroman ed essere passata dal piano dell’emotività alla razionalità; tutti i passeggeri sono pronti a sottoscrivere le ragioni del patriottismo, ma Pirandello chiude la novella con un colpo di scena che ribalta il gioco apparenza/realtà. Infatti, quando la signora Lerna, incredula, chiede all’interlocutore se effettivamente il figlio sia morto, allora quest’ultimo, «tra lo stupore e la commozione di tutti, scoppiò in acuti, strazianti, irrefrenabili singhiozzi». [28] Ivi, p. 681.

Il signore «grasso e sanguigno» compie dunque anch’egli un percorso di formazione, speculare ed opposto rispetto alla madre, abbandonando le rassicuranti convinzioni dettate dalle precedenti argomentazioni. La prospettiva che sigla l’explicit del racconto in questo sofisticato gioco di specchi è dunque la disperazione inconsolabile che scaturisce dalla scomparsa di una persona cara in quanto “morta per noi”.

La medesima vicenda ispira il racconto Jeri e oggi[29] in una prima parte della novella, l’intervallo temporale ritratto nel testo precedente è raccontato dal punto di vista del figlio Marino Lerna, in procinto di partire per il fronte ed in attesa dell’incontro straziante con i genitori; l’altro protagonista è il soldato Sarri che, solo al mondo, trascorre invece le ultime ore nella spensieratezza, in compagnia di Ninì, la “donnina allegra” con cui tutto il reggimento si era divertito nei mesi precedenti.

 rida per quest’altro». [30] Ivi, p. 565. 

Le parole che Ninì rivolge alla madre «senz’ira, senza sdegno» [31] assumono il valore di un monito; sebbene poste in bocca ad una donna superficiale e leggera, riecheggiano quelle pronunciate dalla creatura fantastica in Colloqui coi personaggi («piangere su le risa di jeri, amare sopra i morti d’oggi») [32] e sembrano alludere ancora alla dimensione dell’Essere come flusso ostinato e brutale che ingloba i fatti storici e, di fronte a qualunque circostanza tragica, richiama comunque alla Vita chi resta.

[31] Ibidem.    [32] Luigi Pirandello, Novelle per un anno, III, cit., p. 1141.

È ora opportuno prendere in esame la novella La camera in attesa [33] che può essere analizzata in modo proficuo in questo discorso critico, sebbene ricopra una posizione eccentrica rispetto alla tematica affrontata; il fatto storico sotteso all’invenzione pirandelliana è infatti in questo caso la campagna militare di Libia, che impegna l’Italia negli anni precedenti al conflitto del ’15-’18.

[33] La novella fu pubblicata per la prima volta in «La lettura» nel maggio 1916 ed ora è compresa nella raccolta Candelora, in Luigi Pirandello, Novelle per un anno, III, cit., pp. 428-439.

In modo analogo a quanto avveniva nei testi finora citati, anche qui la guerra, che non ha alcun autonomo spazio narrativo, risuona per le conseguenze che provoca nella sfera affettiva tra i cari di un giovane arruolato. Il racconto, condotto da un narratore esterno, assume la forma di un lungo monologo interrotto spesso da formule allocutorie rivolte al pubblico, coinvolto e chiamato in causa per discutere dell’episodio e «seguire lo scrittore nella sua destrutturazione di una gnoseologia da lui ritenuta ormai insoddisfacente». [34]

[34] Novella GazichPer una tipologia della novella pirandelliana: il caso delle metanovelle, cit., p. 45.

Nella prima parte della novella si descrive con minuzia il rituale con cui tre sorelle e una madre puliscono e riordinano una camera sempre chiusa, quella del loro amato Cesarino, partito da più di due anni per la Tripolitania e dichiarato disperso. Il caso è illustrato nel secondo paragrafo, quando la “voce”, alter ego dell’autore, ne fornisce una spiegazione argomentando che l’unica realtà è quella soggettiva dell’illusione, che prescinde dalla presenza fisica dell’oggetto o della persona a cui si riferisce: per la sua famiglia Cesarino è vivo ed essa ne aspetta ogni giorno con trepidazione il ritorno; la sua partenza, sostiene il narratore, è analoga a quella di un figlio che abbia lasciato la città natale e si sia trasferito in un’altra per frequentare l’università. La morte subentra invece quando interviene una discrasia tra la nostra illusione ed il suo oggetto, che nel tempo può subire un mutamento e non coincidere più con l’immagine fittizia che su esso avevamo proiettato; così, sostiene l’autore, il figlio che ritorna a casa dopo un lungo periodo d’assenza, sebbene presente fisicamente, può essere morto per i suoi cari, mentre Cesarino, disperso, è ancora vivo per la sua famiglia.

Ancora una volta Pirandello affronta il tema bellico con una tecnica di distanziamento della dimensione storica, che sembra non poter provocare conseguenze sulla quotidianità, regolata dalla “realtà per noi” dell’illusione. Così nella casa di Cesarino si perpetua una vita senza tempo, avulsa dagli accadimenti esterni e segnata dalla circolarità di rituali che si ripetono sempre uguali: l’irruzione della Storia nello spazio domestico è provocata dalla notizia delle future nozze di Claretta, fidanzata di Cesarino, dapprima assidua nelle visite alla famiglia e nella corrispondenza con il suo amato. La risoluzione della giovane, che decide di non attendere più il ritorno del ragazzo, fa crollare l’illusione della famiglia ed, infatti, precede di pochi giorni la morte della madre di Cesarino, ormai disperata di poter rivedere suo figlio. Il tentativo dell’autore di esorcizzare l’evento bellico e la sciagura della perdita di una persona cara alla luce di un soggettivismo gnoseologico che prevede la “realtà per noi” dell’illusione registra una sconfitta di fronte all’irrefutabile della morte e sancisce di nuovo il prevalere delle ragioni del sentimento.

Il Primo Conflitto Mondiale trova infine un’ultima occorrenza tematica nel racconto Un goj[35] dove l’io narrante, simulando di nuovo un dialogo con il lettore, riferisce la vicenda occorsa al suo amico Daniele Castellani che, maritato ad una donna cattolica, viene perseguitato in famiglia per le sue origini ebraiche, nonostante abbia rinunciato alla sua religione nella pratica e nell’educazione dei figli.

[35] La novella apparve per la prima volta in Luigi Pirandello, La rallegrata, Milano, Bemporad, 1922 ed ora si legge in Luigi Pirandello, Novelle per un anno, I, cit., pp. 559-566. 

Esasperato nel sentirsi considerare “uno straniero”, come recita il titolo, egli organizza uno scherzo per vendicarsi del suocero, zelante credente ma intollerante verso di lui: mentre i suoi parenti assistono alla celebrazione della Messa del Natale, egli manipola il presepe amorosamente preparato e sostituisce le statuine con dei soldatini armati di fucili e dei cannoni puntati sulla grotta di Betlemme. Il tiro giocato al suo persecutore, così come la risata irritante che il protagonista usa in ogni circostanza quasi inconsapevolmente, assumono un valore liberatorio e di denuncia: all’ipocrisia dei familiari, devoti nelle pratiche religiose ma poco rispettosi dei valori cristiani nella vita, corrisponde l’incoerenza della politica estera degli stati europei, disposti ad intraprendere un massacro in nome degli stessi principi:

E dovrebbe sul serio sentirsi in mezzo alla sua famiglia un goj, uno straniero; e sul serio infine prendere per il petto questo suo signor suocero cristianissimo e imbecille, e costringerlo ad aprir bene gli occhi e a considerare che, via, non è lecito persistere a vedere nel suo genero un deicida, quando in nome di questo Dio ucciso duemil’anni fa dagli ebrei, i cristiani che dovrebbero sentirsi in Cristo tutti quanti fratelli, per cinque anni si sono scannati tra loro allegramente in una guerra che, senza pregiudizio di quelle che verranno, non aveva avuto finora l’eguale nella storia. [36] Ivi, p. 563.

In questa novella, eccentrica rispetto a quelle analizzate in precedenza per la modalità con cui il conflitto è presentato, la funzione di distanziare la sfera contingente è assolta dal riso del protagonista, che diviene emblema di un destino di ingiusta persecuzione.

In Pirandello la Grande Guerra è un tema di urgente valenza autobiografica e questo spiega la singolarità della sua posizione nell’ambito della raccolta delle Novelle per un anno. Se da un lato la sorte dei propri figli induce l’autore ad un coinvolgimento emotivo che sembra non poter non essere espresso, dall’altro, per la stessa ragione, egli sottopone l’argomento ad un processo di rimozione. Nei pochi testi in cui l’episodio bellico compare, si realizza un equilibrio dinamico tra la sfera contingente della Storia, studiata nelle conseguenze devastanti che il conflitto provoca nelle famiglie delle reclute sul piano degli affetti, ed altre dimensioni che, all’opposto, tendono a distanziare l’evento, quali la “filosofia del lontano”, la prospettiva ontologica della Vita come flusso continuo ed indistinto o, ancora, la dimensione eternizzante ed immutabile dell’Arte. I racconti ospitano sempre una bachtiniana pluralità di visioni che, affidate alle voci dei personaggi, entrano in contrasto tra loro e, se spesso si rappresenta in modo suggestivo lo sforzo di sublimare l’accadimento storico, la costruzione della novella sancisce la sconfitta di questo tentativo e segna il prevalere del sentimento su qualsiasi processo di razionalizzazione ed evasione edulcorante dalla realtà.

Sara Lorenzetti
Settembre 2015

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ShakespeareItalia




I fortunati – Audio lettura 2

Legge Giuseppe Tizza
«Tutti pregavano, tutti scongiuravano per esser compresi tra i fortunati, e non rifinivano di porgli sotto gli occhi e di fargli toccar con mano le miserande piaghe della loro esistenza.»

Prime pubblicazioni: Rassegna contemporanea, agosto 1911, raccolta Erba del nostro orto, Studio editoriale lombardo, Milano 1915. Ristampa di Facchi, Milano 1915.

I fortunati audiolibro
Edgar Degas, Monsieur et Madame Edouard Manet, 1868-69

I fortunati

Voce di Giuseppe Tizza

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             Una commovente processione in casa del giovine sacerdote don Arturo Filomarino.

             Visite di condoglianza.

             Tutto il vicinato stava a spiare dalle finestre e dagli usci di strada il portoncino stinto imporrito fasciato di lutto, che così, mezzo chiuso e mezzo aperto, pareva la faccia rugosa di un vecchio che strizzasse un occhio per accennar furbescamente a tutti quelli che entravano, dopo l’ultima uscita – piedi avanti e testa dietro – del padrone di casa.

             La curiosità, con cui il vicinato stava a spiare, faceva nascere veramente il sospetto che quelle visite avessero un significato o, piuttosto, un intento ben diverso da quello che volevano mostrare.

             A ogni visitatore che entrava nel portoncino, scattavano qua e là esclamazioni di meraviglia:

             –    Uh, anche questo?

             –    Chi, chi?

             –    L’ingegner Franci!

             –    Anche lui?

             Eccolo là, entrava. Ma come? un massone? un trentatré? Sissignori, anche lui. E prima e dopo di lui, quel gobbo del dottor Niscemi, l’ateo, signori miei, l’ateo; e il repubblicano e libero pensatore avvocato Rocco Tunisi, e il notajo Scimè e il cavalier Preato e il commendator Tino Laspada, consigliere di prefettura, e anche i fratelli Morlesi che, appena seduti, poverini, come se avessero le anime avvelenate di sonno, si mettevano tutt’e quattro a dormire, e il barone Cerrella, anche il barone Cerrella: i meglio, insomma, i pezzi più grossi di Montelusa: professionisti, impiegati, negozianti…

             Don Arturo Filomarino era arrivato la sera avanti da Roma, dove, appena caduto in disgrazia di Monsignor Partanna, per la pianticina di fragole promessa alle monacelle di Sant’Anna, s’era recato a studiare per addottorarsi in lettere e filosofia. Un telegramma d’urgenza lo aveva richiamato a Montelusa per il padre colto da improvviso malore. Era arrivato troppo tardi. Neanche l’amara consolazione di rivederlo per l’ultima volta!

             Le quattro sorelle maritate e i cognati, dopo averlo in fretta in furia ragguagliato della sciagura fulminea e avergli rinfacciato con certi versacci di sdegno, anzi di schifo, di abominazione, che i preti suoi colleghi di Montelusa avevano preteso dal moribondo ventimila lire, venti, ventimila lire per amministrargli i santi sacramenti, come se la buon’anima non avesse già donato abbastanza a opere pie, a congregazioni di carità, e lastricato di marmo due chiese, edificato altari, regalato statue e quadri di santi, profuso a piene mani denari per tutte le feste religiose; se n’erano andati via, sbuffanti, indignati, dichiarandosi stanchi morti di tutto quello che avevano fatto in quei due giorni tremendi; e lo avevano lasciato solo, là, solo, santo Dio, con la governante, piuttosto… sì, piuttosto giovine, che il padre, buon’anima, aveva avuto la debolezza di farsi venire ultimamente da Napoli, e che già con collosa amorevolezza lo chiamava don Arturì.

             Per ogni cosa che gli andasse attraverso, don Arturo aveva preso il vezzo d’appuntir le labbra e soffiare a due, a tre riprese, pian piano, passandosi le punte delle dita su le sopracciglia. Ora, poverino, a ogni don Arturì…

             Ah, quelle quattro sorelle! quelle quattro sorelle! Lo avevano sempre malvisto, fin da piccino, anzi propriamente non lo avevano mai potuto soffrire, forse perché unico maschio e ultimo nato, forse perché esse, poverette, erano tutt’e quattro brutte, una più brutta dell’altra, mentre lui bello, fino fino, biondo e riccioluto. La sua bellezza doveva parer loro doppiamente superflua, sì perché uomo e sì perché destinato fin dall’infanzia, col piacer suo, al sacerdozio. Prevedeva che sarebbero avvenute scene disgustose, scandali e liti al momento della divisione ereditaria. Già i cognati avevano fatto apporre i suggelli alla cassaforte e alla scrivania nel banco del suocero, morto intestato.

             Che c’entrava intanto rinfacciare a lui ciò che i ministri di Dio avevano stimato giusto e opportuno pretendere dal padre perché morisse da buon cristiano? Ahi, per quanto crudele potesse riuscire al suo cuore di figlio, doveva pur riconoscere che la buon’anima aveva per tanti anni esercitato l’usura e senza in parte neppur quella discrezione che può almeno attenuare il peccato. Vero è che con la stessa mano, con cui aveva tolto, aveva poi anche dato, e non poco. Non erano però, a dir proprio, denari suoi. E per questo appunto, forse, i sacerdoti di Montelusa avevano stimato necessario un altro sacrifizio, all’ultimo. Egli, da parte sua, s’era votato a Dio per espiare con la rinunzia ai beni della terra il gran peccato in cui il padre era vissuto e morto. E ora, per quel che gli sarebbe toccato dell’eredità paterna, era pieno di scrupoli e si proponeva di chieder lume e consiglio a qualche suo superiore, a Monsignor Landolina per esempio, direttore del Collegio degli Oblati, sant’uomo, già suo confessore, di cui conosceva bene l’esemplare, fervidissimo zelo di carità.

             Tutte quelle visite, intanto, lo imbarazzavano.

             Per quel che volevano parere, data la qualità dei personaggi, rappresentavano per lui un onore immeritato; per il fine recondito che le guidava, un avvilimento crudele.

             Temeva quasi d’offendere a ringraziare per quell’apparenza d’onore che gli si faceva; a non ringraziare affatto, temeva di scoprir troppo il proprio avvilimento e d’apparir doppiamente sgarbato.

             D’altra parte, non sapeva bene che cosa gli volessero dire tutti quei signori, né che cosa doveva rispondere, né come regolarsi. Se sbagliava? se commetteva, senza volerlo, senza saperlo, qualche mancanza?

             Egli voleva ubbidire ai suoi superiori, sempre e in tutto. Così, ancor senza consiglio, si sentiva proprio sperduto in mezzo a quella folla.

             Prese dunque il partito di sprofondarsi su un divanuccio sgangherato in fondo allo stanzone polveroso e sguarnito, quasi bujo, e di fingersi almeno in principio così disfatto dal cordoglio e dallo strapazzo del viaggio, da non potere accogliere se non in silenzio tutte quelle visite.

             Dal canto loro i visitatori, dopo avergli stretto la mano, sospirando e con gli occhi chiusi, si mettevano a sedere giro giro lungo le pareti e nessuno fiatava e tutti parevano immersi in quel gran cordoglio del figlio. Schivavano intanto di guardarsi l’un l’altro, come se a ciascuno facesse stizza che gli altri fossero venuti là a dimostrare la sua stessa condoglianza.

             Non pareva l’ora, a tutti, di andarsene, ma ognuno aspettava che prima se n’andassero via gli altri, per dir sottovoce, a quattr’occhi, una parolina a don Arturo.

             E in tal modo nessuno se ne andava.

             Lo stanzone era già pieno e i nuovi arrivati non trovavan più posto da sedere e tutti gonfiavano in silenzio e invidiavano i fratelli Morlesi che almeno non s’avvedevano del tempo che passava, perché, al solito, appena seduti, s’erano addormentati tutt’e quattro profondamente.

             Alla fine, sbuffando, s’alzò per primo, o piuttosto scese dalla seggiola il barone Cerrella, piccolo e tondo come una balla, e dri dri drì, con un irritatissimo sgrigliolio delle scarpe di coppale, andò fino al divanuccio, si chinò verso don Arturo, e gli disse piano:

             –    Con permesso, padre Filomarino, una preghiera. Quantunque abbattuto, don Arturo balzò in piedi:

             –    Eccomi, signor barone!

             E lo accompagnò, attraversando tutto lo stanzone, fino alla saletta d’ingresso. Ritornò poco dopo, soffiando, a sprofondarsi nel divanuccio; ma non passarono due minuti, che un altro si alzò e venne a ripetergli:

             – Con permesso, padre Filomarino, una preghiera.

             Dato l’esempio, cominciò la sfilata. A uno a uno, di due minuti in due minuti, s’alzavano, e… ma dopo cinque o sei, don Arturo non aspettò più che venissero a pregarlo fino al divanuccio in fondo allo stanzone; appena vedeva uno alzarsi, accorreva pronto e servizievole e lo accompagnava fino alla saletta.

             Per uno che se n’andava però, ne sopravvenivano altri due o tre alla volta, e quel supplizio minacciava di non aver più fine per tutta la giornata.

             Fortunatamente, quando furono le tre del pomeriggio, non venne più nessuno. Restavano nello stanzone soltanto i fratelli Morlesi, seduti uno accanto all’altro, tutt’e quattro nella stessa positura, col capo ciondoloni sul petto.

             Dormivano lì da circa cinque ore.

             Don Arturo non si reggeva più su le gambe. Indicò con un gesto disperato alla giovine governante napoletana quei quattro dormienti là.

             – Voi andate a mangiare, don Arturì, – disse quella. – Mo’ ci pens’io. Svegliati, però, dopo aver volto un bel po’ in giro gli occhi sbarrati e rossi di

             sonno per raccapezzarsi, i fratelli Morlesi vollero dire anch’essi la parolina in confidenza a don Arturo, e invano questi si provò a far loro intendere che non ce n’era bisogno; che già aveva capito e che avrebbe fatto di tutto per contentarli, come gli altri, fin dove gli sarebbe stato possibile. I fratelli Morlesi non volevano soltanto pregarlo come tutti gli altri di fare in modo che venisse a lui la loro cambiale nella divisione dei crediti per non cadere sotto le grinfie degli altri eredi; avevano anche da fargli notare che la loro cambiale non era già, come figurava, di mille lire, ma di sole cinquecento.

             – E come? perché? – domandò, ingenuamente, don Arturo.

             Si misero a rispondergli tutt’e quattro insieme, correggendosi a vicenda e ajutandosi l’un l’altro a condurre a fine il discorso:

             –    Perché suo papà, buon’anima, purtroppo…

             –    No, purtroppo… per… per eccesso di…

             –    Di prudenza, ecco!

             –    Già, ecco… ci disse, firmate per mille…

             –    E tant’è vero che gli interessi…

             –    Come risulterà dal registro…

             –    Interessi del ventiquattro, don Arturì! del ventiquattro! del ventiquattro!

             –    Glieli abbiamo pagati soltanto per cinquecento lire, puntualmente, fino al quindici del mese scorso.

             –    Risulterà dal registro…

             Don Arturo, come se da quelle parole sentisse ventar le fiamme dell’inferno, appuntiva le labbra e soffiava, passandosi la punta delle mani immacolate su le sopracciglia.

             Si dimostrò grato della fiducia che essi, come tutti gli altri, riponevano in lui, e lasciò intravedere anche a loro quasi la speranza che egli, da buon sacerdote, non avrebbe preteso la restituzione di quei denari.

             Contentarli tutti, purtroppo, non poteva: gli eredi erano cinque, e dunque a piacer suo egli non avrebbe potuto disporre che di un quinto dell’eredità.

             Quando in paese si venne a sapere che don Arturo Filomarino, in casa dell’avvocato scelto per la divisione ereditaria, discutendo con gli altri eredi circa gli innumerevoli crediti cambiarii, non si era voluto contentare della proposta dei cognati, che fosse cioè nominato per essi un liquidatore di comune fiducia, il quale a mano a mano, concedendo umanamente comporti e rinnovazioni, li liquidasse agli interessi più che onesti del cinque per cento, mentre il meno che il suocero soleva pretendere era del ventiquattro; più che più si raffermò in tutti i debitori la speranza che egli generosamente, con atto da vero cristiano e degno ministro di Dio, avrebbe non solo abbonato del tutto gl’interessi a quelli che avrebbero avuto la fortuna di cadere in sua mano, ma fors’anche rimessi e condonati i debiti.

             E fu una nuova processione alla casa di lui. Tutti pregavano, tutti scongiuravano per esser compresi tra i fortunati, e non rifinivano di porgli sotto gli occhi e di fargli toccar con mano le miserande piaghe della loro esistenza.

             Don Arturo non sapeva più come schermirsi; aveva le labbra indolenzite dal tanto soffiare; non trovava un minuto di tempo, assediato com’era, per correre da Monsignor Landolina a consigliarsi; e gli pareva mill’anni di ritornarsene a Roma a studiare. Aveva vissuto sempre per lo studio, lui, ignaro affatto di tutte le cose del mondo.

             Quando alla fine fu fatta la difficilissima ripartizione di tutti i crediti cambiarii, ed egli ebbe in mano il pacco delle cambiali che gli erano toccate, senza neppur vedere di chi fossero per non rimpiangere gli esclusi, senza neppur contare a quanto ammontassero, si recò al Collegio degli Oblati per rimettersi in tutto e per tutto al giudizio di Monsignor Landolina.

             Il consiglio di questo sarebbe stato legge per lui.

             Il Collegio degli Oblati sorgeva nel punto più alto del paese ed era un vasto, antichissimo edificio quadrato e fosco esternamente, roso tutto dal tempo e dalle intemperie; tutto bianco, all’incontro, arioso e luminoso, dentro.

             Vi erano accolti i poveri orfani e i bastardelli di tutta la provincia, dai sei ai diciannove anni, i quali vi imparavano le varie arti e i varii mestieri. La disciplina era dura, segnatamente sotto Monsignor Landolina, e quando quei poveri Oblati alla mattina e al vespro cantavano al suono dell’organo nella chiesina del Collegio, le loro preghiere sapevan di pianto e, a udirle da giù, provenienti da quella fabbrica fosca nell’altura, accoravano come un lamento di carcerati.

             Monsignor Landolina non pareva affatto che dovesse avere in.sé tanta forza di dominio e così dura energia.

             Era un prete lungo e magro, quasi diafano, come se la gran luce di quella bianca ariosa cameretta in cui viveva, lo avesse non solo scolorito ma anche rarefatto, e gli avesse reso le mani d’una gracilità tremula’quasi trasparenti e su gli occhi chiari ovati le palpebre più esili d’un velo di cipolla.

             Tremula e scolorita aveva anche la voce e vani i sorrisi su le lunghe labbra bianche, tra le quali spesso filava qualche grumetto di biascia.

             –    Oh Arturo! – disse, vedendo entrare il giovine: e, come questi gli si buttò sul petto piangendo:

             –    Ah, già! un gran dolore… Bene bene, figliuolo mio! Un gran dolore, mi piace. Ringraziane Dio! Tu sai com’io sono per tutti gli sciocchi che non vogliono soffrire. Il dolore ti salva, figliuolo! E tu, per tua ventura, hai molto, molto da soffrire, pensando a tuo padre che, poveretto, eh… fece tanto, tanto male! Sia il tuo cilizio, figliuolo, il pensiero di tuo padre. E di’, quella donna? quella donna? Tu l’hai ancora in casa?

             –    Andrà via domani, Monsignore, – s’affrettò a rispondergli don Arturo, finendo d’asciugarsi le lagrime. – Ha dovuto preparar le sue robe…

             –    Bene bene, subito via, subito via. Che hai da dirmi, figliuolo mio?

             Don Arturo trasse fuori il pacco delle cambiali, e subito cominciò a esporre il piato per esse coi parenti, e le visite e le lamentazioni delle vittime.

             Ma Monsignor Landolina, come se quelle cambiali fossero armi diaboliche o imagini oscene, appena gli occhi si posavano su esse, tirava indietro il capo e muoveva convulsamente tutte le dita delle gracili mani diafane, quasi per paura di scottarsele, non già a toccarle, ma a vederle soltanto, e diceva al Filomarino che le teneva su le ginocchia:

             – Non lì sull’abito, caro, non lì sull’abito…

             Don Arturo fece per posarle su la seggiola accanto.

             –    Ma no, ma no… per carità, dove le posi? Non tenerle in mano, caro, non tenerle in mano…

             –    E allora? – domandò sospeso, perplesso, avvilito, don Arturo, anche lui con un viso disgustato e tenendole con due dita e scostando le altre, come se veramente avesse in mano un oggetto schifoso.

             –    Per terra, per terra, – gli suggerì Monsignor Landolina. – Caro mio, un sacerdote, tu intendi…

             Don Arturo, tutto invermigliato in volto, le posò per terra e disse:

             –    Avevo pensato, Monsignore, di restituirle a quei poveri disgraziati…

             –    Disgraziati? No, perché? – lo interruppe subito Monsignor Landolina. – Chi ti dice che sono disgraziati?

             –    Mah… – fece don Arturo. – Il solo fatto, Monsignore, che han dovuto ricorrere a un prestito…

             –    I vizii, caro, i vizii! – esclamò Monsignor Landolina. – Le donne, la gola, le triste ambizioni, l’incontinenza… Che disgraziati! Gente viziosa, caro, gente viziosa. Vuoi darla a conoscere a me? Tu sei ragazzo inesperto. Non ti fidare. Piangono, si sa! È così facile piangere… Difficile è non peccare! Peccano allegramente; e, dopo aver peccato, piangono. Va’ va’ ! Te li insegno io quali sono i veri disgraziati, caro, poiché Dio t’ha ispirato a venir da me. Sono tutti questi ragazzi sotto la mia custodia qua, frutto delle colpe e dell’infamia di codesti tuoi signori disgraziati. Da’ qua, da’ qua!

             E, chinandosi, con le mani fé’ cenno al Filomarino di raccattar da terra il fascio delle cambiali.

             Don Arturo lo guardò, titubante. Come, ora sì? Doveva prenderle con le mani?

             – Vuoi disfartene? Prendile! Prendile! – s’affrettò a rassicurarlo Monsignor Landolina. – Prendile pure con le mani, sì! Leveremo subito da esse il sigillo del demonio, e le faremo strumento di carità. Puoi ben toccarle ora, se debbono servire per i miei poverini! Tu le dai a me, eh? Le dai a me; e li faremo pagare, li faremo pagare, caro mio; vedrai se li faremo pagare, codesti tuoi signori disgraziati!

             Rise, così dicendo, d’un riso senza suono, con le bianche labbra appuntite e con uno scotimento fitto fitto del capo.

             Don Arturo avvertì, a quel riso, come un friggio per tutto il corpo, e soffiò. Ma di fronte alla sicurezza sbrigativa con cui il superiore si prendeva quei crediti a titolo di carità, non ardì replicare. Pensò a tutti quegli infelici, che si stimavano fortunati d’esser caduti in sua mano e tanto lo avevano pregato e tanto commosso col racconto delle loro miserie. Cercò di salvarli almeno dal pagamento degli interessi.

             – E no! E perché? – gli diede subito su la voce Monsignor Landolina. – Dio si serve di tutto, caro mio, per le sue opere di misericordia! Di’ un po’, di’ un po’, che interessi faceva tuo padre? Eh, forti, lo so! Almeno del ventiquattro, mi par d’avere inteso. Bene; li tratteremo tutti con la stessa misura. Paghe ranno tutti il ventiquattro per cento.

             –    Ma… sa, Monsignore… veramente, ecco… – balbettò don Arturo su le spine, – i miei coeredi, Monsignore, hanno stabilito di liquidare i loro crediti con gl’interessi del cinque, e…

             –    Fanno bene! ah! fanno bene! – esclamò pronto e persuaso Monsignor Landolina. – Loro sì, benissimo, perché questo è denaro che va a loro! Il nostro no, invece. Il nostro andrà ai poveri, figliuolo mio! Il caso è ben diverso, come vedi! È denaro che va ai poveri, il nostro; non a te, non a me! Ti pare che faremmo bene noi, se defraudassimo i poveri di quanto possono pretendere secondo il minimo dei patti stabiliti da tuo padre? Sian pur patti d’usura, li santifica adesso la carità! No no! Pagheranno, pagheranno gli interessi, altro che! gl’interessi del ventiquattro. Non vengono a te; non vengono a me! Denaro dei poveri, sacrosanto! Va’ pur via senza scrupoli, figliuolo mio; ritorna subito a Roma ai tuoi diletti studii, e lascia fare a me, qua. Tratterò io con codesti signori. Denaro dei poveri, denaro dei poveri… Dio ti benedica, figliuolo mio! Dio ti benedica!

             E Monsignor Landolina, animato da quell’esemplare, fervidissimo zelo di carità, di cui meritamente godeva fama, arrivò fino al punto di non voler neppure riconoscere che la cambiale dei quattro poveri fratelli Morlesi che dormivano sempre, firmata per mille, fosse in realtà di cinquecento lire; e pretese da loro, come da tutti gli altri, gl’interessi del ventiquattro per cento anche su le cinquecento lire che non avevano mai avute.

             E li voleva per giunta convincere, filando tra le labbra bianche que’ suoi grumetti di biascia, che fortunati erano davvero, fortunati, fortunati di fare, anche nolenti, un’opera di carità, di cui certamente il Signore avrebbe loro tenuto conto un giorno, nel mondo di là…

             Piangevano?

             – Eh! Il dolore vi salva, figliuoli!

I Fortunati – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
I Fortunati – Audio lettura 2 – Legge Giuseppe Tizza
I Fortunati – Audio lettura 3 – Legge Lorenzo Pieri
I Fortunati – Audio lettura 4 – Legge Valter Zanardi
I Fortunati – Audio lettura 5 – Legge Rosanna Vivona

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Lontano – Audio lettura 3

Legge Giuseppe Tizza
«Incerto come si sentiva ancora, nella nuova esistenza, non riusciva a immaginare nulla di preciso per l’avvenire. Può crescere l’albero nell’aria, se ancora scarse e non ben ferme ha le radici nella terra? Ma questo era certo, che lì ormai e per sempre la sorte lo aveva trapiantato.»

Prima pubblicazione: Nuova Antologia, 1 gennaio e 16 gennaio 1902, poi in in appendice al romanzo Il turno, ed. Treves, Milano 1915.

Lontano
Giovanni Fattori (1825 – 1908), Tramonto sul mare, 1890. Immagine dal Web.

Lontano

Legge Giuseppe Tizza

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             I. Dopo aver cercato inutilmente dappertutto questo e quel capo di vestiario e avere imprecato: – Porco diavolo! – non si sa quante volte, tra sbuffi e grugniti e ogni sorta di gesti irosi, alla fine Pietro Milio (o Don Paranza come lo chiamavano in paese) sentì il bisogno d’offrirsi uno sfogo andando a gridare alla parete che divideva la sua camera da quella della nipote Venerina:

             – Dormi, sai! fino a mezzogiorno, cara. Ti avverto però che oggi non c’è lo sciocco che piglia pesci per te.

             E veramente quella mattina don Paranza non poteva andare alla pesca, come da tanti anni era solito. Gli toccava invece (porco diavolo!) vestirsi di gala, o impuparsi secondo il suo modo di dire. Già! perché era viceconsole, lui, di Svezia e Norvegia. E Venerina, che dalla sera avanti sapeva del prossimo arrivo del nuovo piroscafo norvegese – ecco qua – non gli aveva preparato né la camicia inamidata, né la cravatta, né i bottoni, né la finanziera: nulla, insomma.

             In due cassetti del canterano, in luogo delle camicie, aveva intravisto una fuga di spaventatissimi scarafaggi.

             – Comodi! Comodi! Scusate del disturbo!

             Nel terzo, una sola camicia, chi sa da quanto tempo inamidata, ingiallita. Don Paranza l’aveva tratta fuori con due dita, cautamente, come se anche quella avesse temuto abitata dai prolifici animaletti dei due piani superiori; poi, osservando il collo, lo sparato e i polsini sfilacciati:

             – Bravi! – aveva aggiunto. – Avete messo barba?

             E s’era dato a stropicciare sulle sfilacciche un mozzicone di candela stearica.

             Era chiaro che tutte le altre camicie (che non dovevano poi esser molte) stavano ad aspettare da mesi dentro la cesta della biancheria da mandare al bucato i vapori mercantili di Svezia e Norvegia.

             Viceconsole della Scandinavia a Porto Empedocle, don Paranza faceva nello stesso tempo anche da interprete su i rari piroscafi che di là venivano a imbarcar zolfo. A ogni vapore, una camicia inamidata: non più di due o tre l’anno. Per amido, poca spesa.

             Certo non avrebbe potuto vivere con gli scarsi proventi di questa saltuaria professione, senza l’ajuto della pesca giornaliera e di una misera pensioncina di danneggiato politico. Perché, sissignori, bestia non era soltanto da jeri – come egli stesso soleva dire: – bestione era sempre stato: aveva combattuto per questa cara patria, e s’era rovinato.

             Cara-patria perciò era anche il nome con cui chiamava qualche volta la sua miserabile finanziera.

             Venuto da Girgenti ad abitare alla Marina, come allora si chiamavano quelle quattro casucce sulla spiaggia, alle cui mura, spirando lo scirocco, venivano a rompersi furibondi i cavalloni, si ricordava di quando Porto Empedocle non aveva che quel piccolo molo, detto ora Molo Vecchio, e quella torre alta, fosca, quadrata, edificata forse per presidio dagli Aragonesi, al loro tempo, e dove si tenevano ai lavori forzati i galeotti: i soli galantuomini del paese, poveretti!

             Allora sì Pietro Mìlio faceva denari a palate! Di interpreti, per tutti i vapori mercantili che approdavano nel porto, non c’era altri che lui e quella pertica sbilenca di Agostino Di Nica, che gli veniva appresso, allora, come un cagnolino affamato per raccattar le briciole ch’egli lasciava cadere. I capitani, di qualunque nazione fossero, dovevano contentarsi di quelle quattro parole di francese che scaraventava loro in faccia, imperterrito, con pretto accento siciliano: –mossiurre, sciosse, ecc.

             – Ma la cara patria! la cara patria!

             Una sola, veramente, era stata la bestialità di don Paranza: quella di aver avuto vent’anni, al Quarantotto. Se ne avesse avuto dieci o cinquanta, non si sarebbe rovinato. Colpa involontaria, dunque. Nel bel meglio degli affari, compromesso nelle congiure politiche, aveva dovuto esulare a Malta. La bestialità d’averne ancora trentadue al Sessanta era stata, si sa! conseguenza naturale della prima. Già a Malta, a La Valletta, in quei dodici anni, s’era fatto un po’ di largo, ajutato dagli altri fuorusciti. Ma il Sessanta! Ci pensava e fremeva ancora. A Milazzo, una palla in petto: e di quel regalo d’un soldato borbonico misericordioso non aveva saputo approfittare: – era rimasto vivo!

             Tornato a Porto Empedocle, aveva trovato il paese cresciuto quasi per prodigio, a spese della vecchia Girgenti che, sdrajata su l’alto colle a circa quattro miglia dal mare, si rassegnava a morir di lenta morte, per la quarta o quinta volta, guardando da una parte le rovine dell’antica Acragante, dall’altra il porto del nascente paese. E al suo posto il Mìlio aveva trovato tant’altri interpreti, uno più dotto dell’altro, in concorrenza fra loro.

             Agostino Di Nica, dopo la partenza di lui per l’esilio, rimasto solo, s’era fatto d’oro e aveva smesso di far l’interprete per darsi al commercio con un vaporetto di sua proprietà, che andava e veniva come una spola tra Porto Empedocle e le due vicine isolette di Lampedusa e di Pantelleria.

             – Agostino, e la patria?

             Il Di Nica, serio serio, picchiava con una mano su i dindi nel taschino del panciotto:

             – Eccola qua!

             Era rimasto però tal quale, bisognava dirlo, senza superbia. Madre natura, nel farlo, non s’era dimenticata del naso. Che naso! Una vela! In capo, quella stessa berrettina di tela, dalla visiera di cuojo; e a tutti coloro che gli domandavano perché, con tanti bei denari, non si concedesse il lusso di portare il cappello:

             – Non per il cappello, signori miei, – rispondeva invariabilmente, – ma per le conseguenze del cappello.

             Beato lui! – «A me, invece,» pensava don Paranza, «con tutta la mia miseria, mi tocca d’indossare la finanziera e d’impiccarmi in un colletto inamidato. Sono viceconsole, io!»

             Sì, e se qualche giorno non gli riusciva di pigliar pesci, correva il rischio d’andare a letto digiuno, lui e la nipote, quella povera orfana lasciatagli dal fratello, anche lui così fortunato che appena sbarcato in America vi era morto di febbre gialla. Ma don Paranza aveva in compenso le medaglie del Quarantotto e del Sessanta!

             Con la canna della lenza in mano e gli occhi fissi al sughero galleggiante, assorto nei ricordi della sua lunga vita, gli avveniva spesso di tentennare amaramente il capo. Guardava le due scogliere del nuovo porto, ora tese al mare come due lunghe braccia per accogliere in mezzo il piccolo Molo Vecchio, al quale, in grazia della banchina, era stato serbato l’onore di tener la sede della Capitaneria e la bianca torre del faro principale; guardava il paese che gli si stendeva davanti agli occhi, da quella torre detta il Rastiglio a pie del Molo fino alla stazione ferroviaria laggiù e gli pareva che, come su lui gli anni e i malanni, così fossero cresciute tutte quelle case là, quasi l’una su l’altra, fino ad arrampicarsi all’orlo dell’altipiano marnoso che incombeva sulla spiaggia col suo piccolo e bianco cimitero lassù, col mare davanti, e dietro la campagna. La marna infocata, colpita dal sole cadente, splendeva bianchissima, mentre il mare, d’un verde cupo, di vetro, presso la riva, s’indorava tutto nella vastità tremula dell’ampio orizzonte chiuso da Punta Bianca a levante, da Capo Rossello a ponente.

             Quell’odore del mare tra le scogliere, l’odore del vento salmastro che certe mattine nel recarsi alla pesca lo investiva così forte da impedirgli il respiro o il passo facendogli garrire addosso la giacca e i calzoni, l’odore speciale che la polvere dello zolfo sparsa dappertutto dava al sudore degli uomini affaccendati, l’odore del catrame, l’odore dei salati, l’afrore che esalava sulla spiaggia dalla fermentazione di tutto quel pacciame d’alghe secche misto alla rena bagnata, tutti gli odori di quel paese cresciuto quasi con lui erano così pregni di ricordi per don Paranza che, non ostante la miseria della sua vita, era per lui un rammarico pensare che gli anni che facevano lui vecchio erano invece la prima infanzia del paese; tanto vero che il paese prendeva sempre più, di giorno in giorno, vita coi giovani, e lui vecchio era lasciato indietro, da parte e non curato. Ogni mattina, all’alba, dalla scalinata di Montoro, il grido tre volte ripetuto d’un banditore dalla voce formidabile chiamava tutti al lavoro sulla spiaggia:

             – Uomini di mare, alla fatica!

             Don Paranza li udiva dal letto, ogni alba, quei tre appelli e si levava anche lui, ma per andarsene alla pesca, brontolando. Mentre si vestiva, sentiva giù stridere i carri carichi di zolfo, carri senza molle, ferrati, traballanti sul brecciale fradicio dello stradone polveroso popolato di magri asinelli bardati, che arrivavano a frotte, anch’essi con due pani di zolfo a contrappeso. Scendendo alla spiaggia, vedeva le spigonare, dalla vela triangolare ammainata a metà su l’albero, in attesa del carico, oltre il braccio di levante, lungo la riva, sulla quale si allineava la maggior parte dei depositi di zolfo. Sotto alle cataste s’impiantavano le stadere, sulle quali lo zolfo era pesato e quindi caricato sulle spalle degli uomini di mare protette da un sacco commesso alla fronte. Scalzi, in calzoni di tela, gli uomini di mare recavano il carico alle spigonare, immergendosi nell’acqua fino all’anca, e le spigonare, appena cariche, sciolta la vela, andavano a scaricare lo zolfo nei vapori mercantili ancorati nel porto o fuori. Così, fino al tramonto del sole, quando lo scirocco non impediva l’imbarco.

             E lui? Lui lì, con la canna della lenza in mano. E non di rado scotendo rabbiosamente quella canna, gli avveniva di borbottare nella barba lanosa che contrastava col bruno della pelle cotta dal sole e con gli occhi verdastri e acquosi:

             – Porco diavolo! Non m’hanno lasciato neanche pesci nel mare !

*******

            II. Seduta sul letto, coi capelli neri tutti arruffati e gli occhi gonfi dal sonno, Venerina non si risolveva ancora a uscire dalla sua cameretta, quando udì per la scala uno scalpiccio confuso tra ansiti affannosi e la voce dello zio che gridava:

             – Piano, piano! Eccoci arrivati.

             Corse ad aprire la porta; s’arrestò sgomenta, stupita, esclamando:

             – Oh Dio! Che è?

             Davanti alla porta, per l’angusta scala, una specie di barella sorretta penosamente da un gruppo di marinai ansanti, costernati. Sotto un’ampia coperta d’albagio qualcuno stava a giacere su quella barella.

             – Zio ! zio ! – gridò Venerina.

             Ma la voce dello zio le rispose dietro quel gruppo d’uomini che s’affannava a salire gli ultimi gradini.

             – Niente; non ti spaventare! Ho fatto pesca anche stamattina! La grazia di Dio non ci abbandona. Piano, piano, figliuoli: siamo arrivati. Qua, entrate. Ora lo adageremo sul mio letto.

             Venerina vide accanto allo zio un giovine di statura gigantesca, straniero all’aspetto, biondo, e dal volto un po’ affumicato, che reggeva sotto il braccio una cassetta; poi chinò gli occhi su la barella, che i marinai, per riprender fiato, avevano deposta presso l’entrata, e domandò:

             –    Chi è? Che è avvenuto?

             –    Pesce di nuovo genere, non ti confondere! – le rispose don Pietro, promovendo il sorriso dei marinai che s’asciugavano la fronte. – Vera grazia di Dio! Su, figliuoli: sbrighiamoci. Di qua, sul mio letto.

             E condusse i marinai col triste carico nella sua camera ancora sossopra.

             Lo straniero, scostando tutti, si chinò su la barella; ne tolse via cautamente la coperta, e sotto gli occhi di Venerina raccapricciata scoprì un povero infermo quasi ischeletrito, che sbarrava nello sgomento certi occhi enormi d’un così limpido azzurro, che parevano quasi di vetro, tra la squallida magrezza del volto su cui la barba era rispuntata; poi, con materna cura, lo sollevò come un bambino e lo pose a giacere sul letto.

             –   Via tutti, via tutti! – ordinò don Pietro. – Lasciamoli soli, adesso. Per voi, figliuoli, penserà il capitano dell’Hammerfest.  – É, richiuso l’uscio, aggiunse, rivolto alla nipote: – Vedi? Poi dici che non siamo fortunati. Un vapore a ogni morte di papa; ma quell’uno che arriva, è la manna! Ringraziamo Dio.

             – Ma chi è? Si può sapere che è avvenuto? – domandò di nuovo Venerina. E don Paranza:

             –   Niente! Un marinajo malato di tifo, agli estremi. Il capitano m’ha visto questa bella faccia di minchione e ha detto: «Guarda, voglio farti un regaluccio, brav’uomo». Se quel poveraccio moriva in viaggio, finiva in bocca a un pesce-cane; invece è voluto arrivare fino a Porto Empedocle, perché sapeva che c’era Pietro Mìlio, pesce-somaro. Basta. Andrò oggi stesso a Girgenti per trovargli posto all’ospedale. Passo prima da tua zia donna Rosolina! Voglio sperare che mi farà la grazia di tenerti compagnia finché io non ritornerò da Girgenti. Speriamo che, per questa sera, sia tutto finito. Aspetta oh… debbo dire…

             Riaprì l’uscio e rivolse qualche frase in francese a quel giovane straniero, che chinò più volte il capo in risposta; poi, uscendo, soggiunse alla nipote:

             – Mi raccomando: te ne starai di là, in camera tua. Vado e torno con tua zia. Per istrada, alla gente che gli domandava notizie, seguitò a rispondere senza nemmeno voltarsi:

             – Pesca, pesca: tricheco!

             Forzando la consegna della serva, s’introdusse in casa di donna Rosolina. La trovò in gonnella e camicia, con le magre braccia nude e un asciugamani su le spallucce ossute, che s’apparecchiava il latte di crusca per lavarsi la faccia.

             –    Maledizione! – strillò la zitellona cinquantaquattrenne, riparandosi d’un balzo dietro una cortina. – Chi entra? Che modo!

             –    Ho gli occhi chiusi, ho gli occhi chiusi! – protestò Pietro Mìlio. – Non guardo le vostre bellezze!

             –    Subito, voltatevi! – ordinò donna Rosolina.

             Don Pietro obbedì e, poco dopo, udì l’uscio della camera sbatacchiare furiosamente. Attraverso quell’uscio, allora, egli le narrò ciò che gli era accaduto, pregandola di far presto.

             Impossibile! Lei, donna Rosolina, uscir di casa a quell’ora? Impossibile! Caso eccezionale, sì. Ma quel malato, era vecchio o giovane?

             – Santo nome di Dio! – gemette don Pietro. – Alla vostra età, dite sul serio? Né vecchio, né giovane; è moribondo. Sbrigatevi!

             Ah sì! prima che donna Rosolina si risolvesse a licenziarsi dalla propria immagine nello specchio, dovette passare più di un’ora. Si presentò alla fine tutta aggeggiata, come una bertuccia vestita, l’ampio scialle indiano con la frangia fino a terra, tenuto sul seno da un gran fermaglio d’oro smaltato con pendagli a lagrimoni, grossi orecchini agli orecchi, la fronte simmetricamente virgolata da certi mezzi riccetti unti non si sa di qual manteca, e tinte le guance e le labbra.

             – Eccomi, eccomi…

             E gli occhietti lupigni, guarniti di lunghissime ciglia, lappoleggiando, chiesero a don Pietro ammirazione e gratitudine per quell’abbigliamento straordinariamente sollecito. (Ben altro un tempo quegli occhi avevano chiesto a don Pietro: ma questi, Pietro di nome, pietra di fatto.)

             Trovarono Venerina su tutte le furie. Quel giovine straniero s’era arrischiato a picchiare all’uscio della camera, dov’ella s’era chiusa, e chi sa che cosa le aveva bestemmiato nella sua lingua; poi se n’era andato.

             – Pazienza, pazienza fino a questa sera! – sbuffò don Paranza. – Ora scappo a Girgenti. Di’ un po’: lui, il malato, s’è sentito?

             Tutti e tre entrarono pian pianino per vederlo. Restarono, trattenendo il fiato, presso la soglia. Pareva morto.

             –    Oh Dio! – gemette donna Rosolina. – Io ho paura! Non ci resisto.

             –    Ve ne starete di là, tutt’e due, – disse don Pietro. – Di tanto in tanto vi affaccerete qua all’uscio, per vedere come sta. Tirasse almeno avanti ancora un pajo di giorni! Ma mi par proprio ch’accenni d’andarsene, e non mi mancherebbe altro! Ah che bei guadagni, che bei guadagni mi dà la Norvegia! Basta: lasciatemi scappare.

             Donna Rosolina lo acchiappò per un braccio.

             –    Dite un po’ : è turco o cristiano?

             –    Turco, turco: non si confessa! – rispose in fretta don Pietro.

             –    Mamma mia! Scomunicato! – esclamò la zitellona, segnandosi con una mano e tendendo l’altra per portarsi via Venerina fuori di quella camera. – Sempre così! – sospirò poi, nella camera della nipote, alludendo a don Pietro che già se n’era andato. – Sempre con la testa tra le nuvole! Ah, se avesse avuto giudizio…

             E qui donna Rosolina, che toglieva ogni volta pretesto dalle continue disgrazie di don Paranza per parlare con mille reticenze e sospiri del suo mancato matrimonio, anche in quest’ultima volle vedere la mano di Dio, il castigo, il castigo d’una colpa remota di lui: quella di non aver preso lei in moglie.

             Venerina pareva attentissima alle parole della zia; pensava invece, assorta, con un senso di pauroso smarrimento, a quell’infelice che moriva di là, solo, abbandonato, lontano dal suo paese, dove forse moglie e figliuoli lo aspettavano. E a un certo punto propose alla zia d’andare a vedere come stesse.

             Andarono strette l’una all’altra, in punta di piedi, e si fermarono poco oltre la soglia della camera, sporgendo il capo a guardare sul letto.

             L’infermo teneva gli occhi chiusi: pareva un Cristo di cera, deposto dalla croce. Dormiva o era morto?

             Si fecero un po’ più avanti; ma al lieve rumore, l’infermo schiuse gli occhi, quei grandi occhi celesti, attoniti. Le due donne si strinsero vieppiù tra loro; poi, vedendogli sollevare una mano e far cenno di parlare, scapparono via con un grido, a richiudersi in cucina.

             Sul tardi, sentendo il campanello della porta, corsero ad aprire; ma, invece di don Pietro, si videro davanti quel giovine straniero della mattina. La zitellona corse ranca ranca a rintanarsi di nuovo; ma Venerina, coraggiosamente, lo accompagnò nella camera dell’infermo già quasi al bujo, accese una candela e la porse allo straniero, che la ringraziò chinando il capo con un mesto sorriso; poi stette a guardare, afflitta: vide che egli si chinava su quel letto e posava lieve una mano su la fronte dell’infermo, sentì che lo chiamava con dolcezza:

             –   Cleen… Cleen…

             Ma era il nome, quello, o una parola affettuosa?

             L’infermo guardava negli occhi il compagno, come se non lo riconoscesse; e allora ella vide il corpo gigantesco di quel giovine marinajo sussultare, lo sentì piangere, curvo sul letto, e parlare angosciosamente, tra il pianto, in una lingua ignota. Vennero anche a lei le lagrime agli occhi. Poi lo straniero, voltandosi, le fece segno che voleva scrivere qualcosa. Ella chinò il capo per significargli che aveva compreso e corse a prendergli l’occorrente. Quando egli ebbe finito, le consegnò la lettera e una borsetta.

             Venerina non comprese le parole ch’egli le disse, ma comprese bene dai gesti e dall’espressione del volto, che le raccomandava il povero compagno. Lo vide poi chinarsi di nuovo sul letto a baciare più volte in fronte l’infermo, poi andar via in fretta con un fazzoletto su la bocca per soffocare i singhiozzi irrompenti.

             Donna Rosolina poco dopo, tutta impaurita, sporse il capo dall’uscio e vide Venerina che se ne stava seduta, lì, come se nulla fosse, assorta, e con gli occhi lagrimosi.

             – Ps, ps! – la chiamò, e col gesto le disse: – che fai? sei matta?

             Venerina le mostrò la lettera e la borsetta, che teneva ancora in mano, e le accennò d’entrare. Non c’era più da aver paura. Le narrò a bassa voce la scena commovente tra i due compagni, e la pregò che sedesse anche lei a vegliare quel poveretto che moriva abbandonato.

             Nel silenzio della sera sopravvenuta sonò a un tratto, acuto, lungo, straziante, il fischio d’una sirena, come un grido umano.

             Venerina guardò la zia, poi l’infermo sul letto, avvolto nell’ombra, e disse piano:

             – Se ne vanno. Lo salutano.

*******

             III. – Zio, come si dice bestia in francese?

             Pietro Mìlio, che stava a lavarsi in cucina, si voltò con la faccia grondante a guardare la nipote:

             – Perché? Vorresti chiamarmi in francese? Si dice bète, figlia mia: bète, bète! E dimmelo forte, sai!

             Altro che bestia si meritava d’esser chiamato. Da circa due mesi teneva in casa e cibava come un pollastro quel marinajo piovutogli dal cielo. A Girgenti – manco a dirlo! – non aveva potuto trovargli posto all’ospedale. Poteva buttarlo in mezzo alla strada? Aveva scritto al Console di Palermo – ma sì! – Il Console gli aveva risposto che desse ricetto e cura al marinajo dell’Hammerfest, fin tanto che esso non fosse guarito, o – nel caso che fosse morto – gli desse sepoltura per bene, che delle spese poi avrebbe avuto il rimborso.

             Che genio, quel Console! Come se lui, Pietro Mìlio, potesse anticipare spese e dare alloggio ai malati. Come? dove? Per l’alloggio, sì: aveva ceduto all’infermo il suo letto, e lui a rompersi le ossa sul divanaccio sgangherato che gli cacciava tra le costole le molle sconnesse, così che ogni notte sognava di giacer lungo disteso sulle vette di una giogaja di monti. Ma per la cura, poteva andare dal farmacista, dal droghiere, dal macellajo a prender roba a credito, dicendo che la Norvegia avrebbe poi pagato? – Lì, boghe e cefaletti, il giorno, e gronghi la sera, quando ne pescava; e se no, niente!

             Eppure quel povero diavolo era riuscito a non morire! Doveva essere a prova di bomba, se non ci aveva potuto neanche il medico del paese, che aveva tanto buon cuore e tanta carità di prossimo da ammazzare almeno un concittadino al giorno. Non diceva così, perché in fondo volesse male a quel povero straniero; no, ma – porco diavolo! – esclamava don Pietro – chi più poveretto di me?

             Manco male che, fra pochi giorni, si sarebbe liberato. Il Norvegese, ch’egli chiamava L’arso (si chiamava Lars Cleen), era già entrato in convalescenza, e di lì a una, a due settimane al più, si sarebbe potuto mettere in viaggio.

             Ne era tempo, perché donna Rosolina non voleva più saperne di far la guardia alla nipote: protestava d’esser nubile anche lei e che non le pareva ben fatto che due donne stessero a tener compagnia a quell’uomo ch’ella credeva veramente turco, e perciò fuori della grazia di Dio. Già si era levato di letto, poteva muoversi e… e… non si sa mai!

             Donna Rosolina non aggiungeva, in queste rimostranze a don Pietro, che il contegno di Venerina, verso il convalescente, da un pezzo non le garbava più.

             Il convalescente pareva uscito dalla malattia mortale quasi di nuovo bambino. Il sorriso, lo sguardo degli occhi limpidi avevano proprio una espressione infantile. Era ancora magrissimo; ma il volto gli s’era rasserenato, la pelle gli si ricoloriva leggermente; e gli rispuntavano più biondi, lievi, aerei, i capelli che gli erano caduti durante la malattia.

             Venerina, nel vederlo così timido, smarrito nella beatitudine di quel suo rinascere in un paese ignoto, tra gente estranea, provava per lui una tenerezza quasi materna. Ma tutta la loro conversazione si riduceva, per Venerina che non intendeva il francese e tanto meno il norvegese, a una variazione di tono nel pronunziare il nome di lui, Cleen. Così, se egli si ricusava, arricciando il naso, scotendo la testa, di prendere qualche medicina o qualche cibo, ella pronunziava quel Cleen con voce cupa, d’impero, aggrottando le ciglia su gli occhi fermi, severi, come per dire: «Obbedisci: non ammetto capricci». – Se poi egli, in uno scatto di gioconda tenerezza, vedendosela passar da presso, le tirava un po’ la veste, col volto illuminato da un sorriso di gratitudine e di simpatia, Venerina strascicava quel Cleen in una esclamazione di stupore e di rimprovero, come se volesse dirgli: «Sei matto?».

             Ma lo stupore era finto, il rimprovero dolce: espressi l’uno e l’altro per ammansare gli scrupoli di donna Rosolina che, assistendo a quelle scene, sarebbe diventata di centomila colori, se non avesse avuto sulle magre gote quella patina di rossetto.

             Anche lei, Venerina, si sentiva quasi rinata. Avvezza a star sempre sola, in quella casa povera e nuda, senza cure intime, senza affetti vivi, da un pezzo s’era abbandonata a un’uggia invincibile, a un tedio smanioso: il cuore le si era come isterilito, e la sterilità del sentimento si disfaceva in lei nella pigrizia più accidiosa. Lei stessa, ora, non avrebbe saputo spiegarsi perché le andasse tanto di sfaccendare per casa, lietamente, di levarsi per tempo e d’acconciarsi.

             – Miracoli! Miracoli! – esclamava don Paranza, rincasando la sera, con gli attrezzi da pesca, tutto fragrante di mare. Trovava ogni cosa in ordine: la tavola apparecchiata, pronta la cena. – Miracoli!

             Entrava nella camera dell’infermo, fregandosi le mani:

             –    Bon suarre, mossiur Cleen, bon suarre!

             –    Buona sera, – rispondeva in italiano il convalescente, sorridendo, staccando e quasi incidendo con la pronunzia le due parole.

             –    Come come? – esclamava allora don Pietro stupito, guardando Venerina che rideva, e poi donna Rosolina che stava seria, seduta, intozzata su di sé, con le labbra strette e le palpebre gravi, semichiuse.

             A poco a poco Venerina era riuscita a insegnare allo straniero qualche frase italiana e un po’ di nomenclatura elementare, con un mezzo semplicissimo. Gl’indicava un oggetto nella camera e lo costringeva a ripeterne più e più volte il nome, finché non lo pronunziasse correttamente: – bicchiere, letto, seggiola, finestra…  – E che risate quando egli sbagliava, risate che diventavano fragorose se s’accorgeva che la zia zitellona, legnosa nella sua pudibonda severità, per non cedere al contagio del riso si torturava le labbra, massime quando l’infermo accompagnava con gesti comicissimi quelle parole staccate, telegrafando così a segni le parti sostanziali del discorso che gli mancavano. Ma presto egli poté anche dire: aprire, chiudere finestra, prendere bicchiere, e anche voglio andare letto. Se non che, imparato quel voglio, cominciò a farne frequentissimo uso, e l’impegno che metteva nel superare lo stento della pronunzia, dava un più reciso tono di comando alla parola. Venerina ne rideva, ma pensò d’attenuare quel tono insegnando all’infermo di premettere ogni volta a quel voglio un prego. Prego, sì, ma poiché egli non riusciva a pronunziare correttamente questa nuova parola, quando voleva qualche cosa, aspettava che Venerina si voltasse a guardarlo, e allora congiungeva le mani in segno di preghiera e quindi spiccicava più che mai imperioso e reciso il suo voglio.

             La premessa di quel segno di preghiera era assolutamente necessaria ogni qual volta egli voleva presso di sé lo stipetto che il compagno gli aveva portato dal piroscafo, il giorno in cui ne era sceso moribondo. Venerina glielo porgeva ogni volta di mal animo e senza il garbo consueto. Quella cassetta rappresentava per lui la patria lontana: c’erano tutti i suoi ricordi e tante lettere e alcuni ritratti. Guardandolo obliquamente, mentr’egli rileggeva qualcuna di quelle lettere, o se ne stava astratto, con gli occhi invagati, Venerina lo vedeva quasi sotto un altro aspetto, come se fosse avvolto in un’altra aria che lo allontanasse da lei all’improvviso, e notava tante particolarità della diversa natura di lui, non mai prima notate. Quella cassetta, in cui egli frugava con tanta insistenza, le richiamava davanti a gli occhi l’immagine di quell’altro marinajo che lo aveva sollevato dalla barella come un bambino per deporlo sul letto, lì, e poi se n’era andato, piangendo. Ed ella si era presa tanta cura di quell’abbandonato! Chi era egli? Donde veniva? Quali ricordi custodiva con tanto amore in quella cassetta? Venerina scrollava a un tratto le spalle con un moto di dispetto, dicendo a se stessa: «Che me n’importa?» e lo lasciava lì solo nella camera, a pascersi di quei suoi segreti ricordi, e si tirava con sé la zia, che la seguiva stordita di quella risoluzione repentina:

             –   Che facciamo?

             –   Nulla. Ce n’andiamo!

             Venerina ricadeva d’un tratto, in quei momenti, nel suo tedio neghittoso, inasprito da una sorda stizza o aggravato da una pena d’indefiniti desiderii: la casa le appariva vuota di nuovo, vuota la vita, e sbuffava: non voleva far nulla, più nulla!

*******

             IV. Lars Cleen, appena solo, si sentiva come caduto in un altro mondo, più luminoso, di cui non conosceva che tre abitanti soli e una casa, anzi una camera. Non si rendeva ragione di quei dispettucci di Venerina. Non si rendeva ragione di nulla. Tendeva l’orecchio ai rumori della via, si sforzava d’intendere; ma nessuna sensazione della vita di fuori riusciva a destare in lui un’immagine precisa. La campana… sì, ma egli vedeva col pensiero una chiesa del suo remoto paese! Un fischio di sirena, ed egli vedeva l’Hammerfest perduto nei mari lontani. E com’era restato una sera, nel silenzio, alla vista della luna, nel vano della finestra! Era pure, era pure la stessa luna ch’egli tante volte in patria, per mare, aveva veduta; ma gli era parso che lì, in quel paese ignoto, ella parlasse ai tetti di quelle case, al campanile di quella chiesa, quasi un altro linguaggio di luce, e l’aveva guardata a lungo, con un senso di sgomento angoscioso, sentendo più acuta che mai la pena dell’abbandono, il proprio isolamento.

             Viveva nel vago, nell’indefinito, come in una sfera vaporosa di sogni. Un giorno, finalmente, s’accorse che sul coperchio della cassetta erano scritte col gesso tre parole: – bet! bet! betl – così. Domandò col gesto a Venerina che cosa volessero significare, e Venerina, pronta:

             – Tu, bet!

             Lars Cleen restò a guardarla con gli occhi chiari ridenti e smarriti. Non comprendeva, o meglio non sapeva credere che… No, no – e con le mani le fece segno che avesse pietà di lui che tra poco doveva partire. Venerina scrollò le spalle e lo salutò con la mano.

             –   Buon viaggio!

             –   No, no, – fece di nuovo il Cleen col capo, e la chiamò a sé col gesto: aprì la cassetta e ne trasse una veduta fotografica di Trondhjem. Vi si vedeva, tra gli alberi, la maestosa cattedrale marmorea sovrastante tutti gli altri edifici, col camposanto prossimo, ove i fedeli superstiti si recano ogni sabato a ornare di fiori le tombe dei loro morti.

             Ella non riuscì a comprendere perché le mostrasse quella veduta.

             –   Ma mère, iti,  – s’affannava a dirle il Cleen, indicandole col dito il cimitero, lì, all’ombra del magnifico tempio. Anche lui, come don Pietro, non era molto padrone della lingua francese, che del resto non serviva affatto con Venerina. Trasse allora dalla cassetta un’altra fotografia: il ritratto d’una giovine. Subito Venerina vi fissò gli occhi, impallidendo. Ma il Cleen si pose accanto al volto il ritratto, per farle vedere che quella giovine gli somigliava.

             –   Ma soeur,  – aggiunse.

             Questa volta Venerina comprese e s’ilarò tutta. Se poi quella sorella fosse fidanzata o già moglie del giovane marinajo che aveva recato la cassetta, Venerina non si curò più che tanto d’indovinare. Le bastò sapere che L’arso era celibe. Sì: ma non doveva ripartire fra pochi giorni? Era già in grado di uscir di casa e di recarsi a piedi, sul tramonto, al Molo Vecchio.

             Una frotta di monellacci scalzi, stracciati, alcuni ignudi nati, abbrustiti dal sole, seguiva ogni volta Lars Cleen in quelle sue passeggiate: lo spiavano, scambiandosi ad alta voce osservazioni e commenti che presto si mutavano in lazzi. Egli, stordito, abbagliato nell’aria che grillava di luce, si voltava ora verso l’uno ora verso l’altro, sorridendo; talora gli toccava di minacciare col bastone i più insolenti; poi sedeva sul muricciuolo della banchina a guardare i bastimenti ormeggiati e il mare infiammato dal riflesso delle nuvole vespertine. La gente si fermava a osservarlo, mentr’egli se ne stava in quell’atteggiamento, tra smarrito ed estatico: lo guardava, come si guarda una gru o una cicogna stanca e sperduta, discesa dall’alto dei cieli. Il berretto di pelo, il pallore del volto e l’estrema biondezza della barba e dei capelli attiravano specialmente la curiosità. Egli alla fine se ne stancava e piano piano rincasava, triste.

             Dalla lettera lasciatagli dal compagno, insieme col denaro, sapeva che l’Hammerfest dopo il viaggio in America, sarebbe ritornato a Porto Empedocle, fra sei mesi. Ne erano trascorsi già tre. Volentieri si sarebbe rimbarcato sul suo piroscafo di ritorno, volentieri si sarebbe riunito ai compagni; ma come trattenersi tre altri mesi, così, senza più alcuna ragione, nella casa che l’ospitava? Il Mìlio aveva già scritto al console in Palermo per fargli ottenere gratuitamente il rimpatrio. Che fare? partire o attendere? – Decise di consigliarsi col Mìlio stesso, una di quelle sere, al ritorno dalla pesca dei gronghi.

             Venerina assistette, dopo cena, a quel dialogo che voleva essere in francese tra lo zio e lo straniero. Dialogo? Si sarebbe detto diverbio piuttosto, a giudicare dalla violenza dei gesti ripetuti con esasperazione dall’uno e dall’altro. Venerina, sospesa, costernata, a un certo punto, nel vedersi additata rabbiosamente dallo zio, diventò di bragia. Eh che! Parlavano dunque di lei? a quel modo? Vergogna, ansia, dispetto le fecero a un tratto tale impeto dentro, che appena il Cleen si ritirò, saltò su a domandare allo zio.

             –    Che c’entro io? Che avete detto di me?.

             –    Di te? Niente, – rispose don Pietro, rosso e sbuffante, dopo quella terribile fatica.

             –    Non è vero! Avete parlato di me. Ho capito benissimo. E tu ti sei arrabbiato!

             Don Pietro non si raccapezzava ancora.

             – Che t’ha detto? Che t’ha inventato? – incalzò Venerina, tutta accesa. – Vuole andarsene? E tu lascialo andare! Non me n’importa nulla, sai, proprio nulla.

             Don Paranza restò a guardare ancora un pezzo la nipote, stordito, con la bocca aperta.

             – Sei matta? O io…

             All’improvviso si diede a girare per la stanza come se cercasse la via per scappare e, agitando per aria le manacce spalmate:

             – Che asino! – gridò. – Che imbecille! Oh somarone! A settantotto anni! Mamma mia! Mamma mia!

             Si voltò di scatto a guardare Venerina, mettendosi le mani tra i capelli.

             –    Dimmi un po’, per questo m’hai domandato… per dirlo a lui in francese, ch’ero bestia?

             –    No, non per te… Che hai capito?

             Di nuovo don Pietro, con la testa tra le mani, si mise ad andare in qua e in là per la stanza.

             – Bestione, somarone, e dico poco! Ma quella bertuccia di tua zia che ha fatto qui? ha dormito? Porco diavolo! E tu? e questo pezzo di… Aspetta, aspetta che te l’aggiusto io, ora stesso!

             E in così dire si lanciò verso l’uscio della camera, dove s’era chiuso il Cleen. Venerina gli si parò subito davanti.

             – No! Che fai, zio? Ti giuro che egli non sa nulla! Ti giuro che tra me e lui non c’è stato mai nulla! Non hai inteso che se ne vuole andare?

             Don Pietro restò come sospeso. Non capiva più nulla!

             – Chi? lui? Se ne vuole andare? Chi te l’ha detto? Ma al contrario! al contrario! Non se ne vuole andare! M’hai preso per bestia sul serio? Io, io te lo caccio via però, ora stesso!

             Venerina lo trattenne di nuovo, scoppiando questa volta in singhiozzi e buttandoglisi sul petto. Don Paranza sentì mancarsi le gambe. Con la mano rimasta libera accennò il segno della croce.

             – In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, – sospirò. – Vieni qua, vieni qua, figlia mia! Andiamocene nella tua camera e ragioniamo con calma. Ci perdo la testa!

             La trasse con sé nell’altra camera, la fece sedere, le porse il fazzoletto perché si asciugasse gli occhi e cominciò a interrogarla paternamente.

             Frattanto Lars Cleen, che aveva udito dalla sua camera il diverbio tra lo zio e la nipote senza comprenderne nulla, apriva pian piano l’uscio e sporgeva il capo a guardare, col lume in mano, nella saletta buja. Che era avvenuto? Intese solo i singhiozzi di Venerina, di là, e se ne turbò profondamente. Perché quella lite? E perché piangeva ella così? Il Mìlio gli aveva detto che non era possibile che egli stesse nella casa più oltre: non c’era posto per lui; e poi quella vecchia matta della zia s’era stancata; e la nipote non poteva restar sola con un estraneo in casa. Difficoltà, ch’egli non riusciva a penetrare. Mah! tant’altre cose, da che usciva di casa, gli sembravano strane in quel paese. Bisognava partire, senz’aspettare il piroscafo: questo era certo. E avrebbe perduto il posto di nostromo. Partire! Piangeva per questo la sua giovane amica infermiera?

             Fino a notte avanzata Lars Cleen stette lì, seduto sul letto, a pensare, a fantasticare. Gli pareva di vedere la sorella lontana; la vedeva. Ah, lei sola al mondo gli voleva bene ormai. E anche quest’altra fanciulla qua, possibile?

             – Questa? E tu vorresti?

             Chi sa! Ogni qual volta ritornava in patria, la sorella gli ripeteva che volentieri avrebbe preferito di non rivederlo mai più, mai più in vita, se egli, in uno di quei suoi viaggi lontani, si fosse innamorato di una buona ragazza e la avesse sposata. Tanto strazio le dava il vederlo così, svogliato della vita e rimesso, anzi abbandonato alla discrezione della sorte, esposto a tutte le vicende, pronto alle più rischiose, senz’alcun ritegno d’affetto per sé, come quella volta che, traversando l’Oceano in tempesta, s’era buttato dall’Hammerfest per salvare un compagno! Sì, era vero; e senza alcun merito; perché la sua vita, per lui, non aveva più prezzo.

             Ma lì, ora? possibile? Questo paesello di mare, in Sicilia, così lontano lontano, era dunque la meta segnata dalla sorte alla sua vita? era egli giunto, senz’alcun sospetto, al suo destino? Per questo s’era ammalato fino a toccare la soglia della morte? per riprendere lì la via d’una nuova esistenza? Chi sa!

             – E tu gli vuoi bene? – concludeva intanto di là don Pietro, dopo avere strappato a Venerina, che non riusciva a quietarsi, le scarse, incerte notizie che ella aveva dello straniero e la confessione di quegli ingenui passatempi, donde era nato quell’amore fino a quel punto sospeso in aria, come un uccello sulle ali.

             Venerina s’era nascosto il volto con le mani,

             –    Gli vuoi bene? – ripetè don Pietro. – Ci vuol tanto a dir di sì?

             –    Io non lo so, – rispose Venerina, tra due singhiozzi.

             –    E invece lo so io! – borbottò don Paranza, levandosi. – Va’, va’ a letto ora, e procura di dormire. Domani, se mai… Ma guarda un po’ che nuova professione mi tocca adesso d’esercitare!

             E, scotendo il capo lanoso, andò a buttarsi sul divanaccio sgangherato.

             Rimasta sola, Venerina, tutta infocata in volto, con gli occhi sfavillanti, sorrise; poi si nascose di nuovo il volto con le mani; se lo tenne stretto, stretto, così, e andò a buttarsi sul letto, vestita.

             Non lo sapeva davvero, se lo amava. Ma, intanto, baciava e stringeva il guanciale del lettuccio. Stordita da quella scena imprevista, a cui s’era lasciata tirare, per un malinteso, dal suo amor proprio ferito, non riusciva ancor bene a veder chiaro in sé, in ciò che era avvenuto. Un senso scottante di vergogna le impediva di rallegrarsi di quella spiegazione con lo zio, forse desiderata inconsciamente dal suo cuore, dopo tanti mesi di sospensione su un pensiero, su un sentimento, che non riuscivano quasi a posarsi sulla realtà, ad affermarsi in qualche modo. Ora aveva detto di sì allo zio, e certo avrebbe sentito un gran dolore, se il Cleen se ne fosse andato; sentiva orrore del tedio mortale in cui sarebbe ricaduta, sola sola, nella casa vuota e silenziosa; era perciò contenta che lo zio fosse ora con lei, di là, a pensare, a escogitare il modo di vincere, se fosse possibile, tutte le difficoltà che avevano fino allora tenuto sospeso il suo sentimento.

             Ma si potevano vincere quelle difficoltà? Il Cleen, pur lì presente, le pareva tanto, tanto lontano: parlava una lingua ch’ella non intendeva; aveva nel cuore, negli occhi, un mondo remoto, ch’ella non indovinava neppure. Come fermarlo lì? Era possibile? E poteva egli aver l’intenzione di fermarsi, per lei, tutta la vita, fuori di quel suo mondo? Voleva, sì, restare; ma fino all’arrivo del piroscafo dall’America. Intanto, certo, in patria nessun affetto vivo lo attirava; perché, altrimenti, scampato per miracolo dalla morte, avrebbe pensato subito a rimpatriare. Se voleva aspettare, era segno che anche lui doveva sentire… chi sa! forse lo stesso affetto per lei, così sospeso e come smarrito nell’incertezza della sorte.

             Fra altri pensieri si dibatteva don Pietro sul divanaccio che strideva con tutte le molle sconnesse. Le molle stridevano e don Paranza sbuffava:

             – Pazzi! Pazzi! Come hanno fatto a intendersi, se l’uno non sa una parola della lingua dell’altra? Eppure, sissignori, si sono intesi! Miracoli della pazzia! Si amano, si amano, senza pensare che i cefali, le boghe, i gronghi dello zio bestione non possono dal mare assumersi la responsabilità e l’incarico di fare le spese del matrimonio e di mantenere una nuova famiglia. Meno male, che io… Ma sì! Se padron Di Nica vorrà saperne! Domani, domani si vedrà… Dormiamo !

             Faceva affaroni, col suo vaporetto, Agostino Di Nica. Tanto che aveva pensato di allargare il suo commercio fino a Tunisi e Malta e, a tale scopo, aveva ordinato all’Arsenale di Palermo la costruzione di un altro vaporetto, un po’ più grande, che potesse servire anche al trasporto dei passeggeri.

             «Forse,» seguitava a pensare don Pietro, «un uomo come L’arso potrà servirgli. Conosce il francese meglio di me e l’inglese benone. Lupo di mare, poi. O come interprete, o come marinajo, purché me lo imbarchi e gli dia da vivere e da mantenere onestamente la famiglia… Intanto Venerina gli insegnerà a parlare da cristiano. Pare che faccia miracoli, lei, con la sua scuola. Non posso lasciarli più soli. Domani me lo porto con me da padron Di Nica e, se la proposta è accettata, egli aspetterà, se vuole, ma venendosene con me ogni giorno alla pesca; se non è accettata, bisogna che parta subito subito, senza remissione. Intanto, dormiamo.»

             Ma che dormire! Pareva che le punte delle molle sconnesse fossero diventate più irte quella notte, compenetrate delle difficoltà, fra cui don Paranza si dibatteva.

*******

             V. Da circa quindici giorni Lars Cleen seguiva mattina e sera il Mìlio alla pesca: usciva di casa con lui, vi ritornava con lui. Padron Di Nica, con molti se, con molti ma, aveva accettato la proposta presentatagli dal Mìlio come una vera fortuna per lui (e le conseguenze?). Il vaporetto nuovo sarebbe stato pronto fra un mese al più, e lui, il Cleen, vi si sarebbe imbarcato in qualità di interprete – a prova, per il primo mese.

             Venerina aveva fatto intender bene allo zio che il Cleen non s’era ancora spiegato con lei chiaramente, e gli aveva perciò raccomandato di comportarsi con la massima delicatezza, tirandolo prima con ogni circospezione a parlare, a spiegarsi. Il povero don Paranza, sbuffando più che mai, nel cresciuto impiccio, si era recato dapprima solo dal Di Nica e, ottenuto il posto, era ritornato a casa a offrirlo al Cleen, soggiungendogli nel suo barbaro francese che, se voleva restare, come gliene aveva espresso il desiderio, se voleva trattenersi fino al ritorno dell’Hammerfest, doveva essere a questo patto: che lavorasse; il posto, ecco, glielo aveva procurato lui: quando poi il piroscafo sarebbe arrivato dall’America, ne avrebbe avuti due, di posti; e allora, a sua scelta: o questo o quello, quale gli sarebbe convenuto di più. Intanto, nell’attesa, bisognava che andasse con lui ogni giorno alla pesca.

             Alla proposta, il Cleen era rimasto perplesso. Gli era apparso chiaro che la scena di quella sera tra zio e nipote era avvenuta proprio per la sua prossima partenza, e che era stato lui perciò la cagione del pianto della sua cara infermiera. Accettare, dunque, e compromettersi sarebbe stato tutt’uno. Ma come rifiutare quel benefizio, dopo le tante cure e le premure affettuose di lei? quel benefizio offerto in quel modo, che non lo legava ancora per nulla, che lo lasciava libero di scegliere, libero di mostrarsi, o no, grato di quanto gli era stato fatto?

             Ora, ogni mattina, levandosi dal divanaccio con le ossa indolenzite, don Pietro si esortava così:

             – Coraggio, don Paranza! alla doppia pesca!

             E preparava gli attrezzi: le due canne con le lenze, una per sé, l’altra per L’arso, i barattoli dell’esca, gli ami di ricambio: ecco, sì, per i pesci era ben munito; ma dove trovare l’occorrente per l’altra pesca: quella al marito per la nipote? chi glielo dava l’amo per tirarlo a parlare?

             Si fermava in mezzo alla stanza, con le labbra strette, gli occhi sbarrati; poi scoteva in aria le mani ed esclamava:

             – L’amo francese!

             Eh già! Perché gli toccava per giunta di muovergliene il discorso in francese, quando non avrebbe saputo dirglielo neppure in siciliano.

              – Monsiurre, ma nièsse…

             E poi? Poteva spiattellargli chiaro e tondo che quella scioccona s’era innamorata o incapricciata di lui?

             Dalla Norvegia o dal console di Palermo avrebbe avuto il rimborso delle spese, probabilmente; ma di quest’altro guajo qui chi lo avrebbe ricompensato?

             – Lui, lui stesso, porco diavolo! M’ha attizzato il fuoco in casa? Si scotti, si bruci !

             Quell’aria da mammalucco, da innocente piovuto dal cielo, gliel’avrebbe fatta smettere lui. E lì, su la scogliera del porto, mentre riforniva gli ami di nuova esca, si voltava a guardare L’arso, che se ne stava seduto su un masso poco discosto, diritto su la vita, con gli occhi chiari fissi al sughero della lenza che galleggiava su l’aspro azzurro dell’acqua luccicante d’aguzzi tremolìi.

             – Ohe, Mossiur Cleen, ohe!

             Guardare, sì, lo guardava; ma lo vedeva poi davvero quel sughero? Pareva allocchito.

             Il Cleen, all’esclamazione, si riscoteva come da un sogno, e gli sorrideva; poi tirava pian piano dall’acqua la lenza, credendo che il Mìlio lo avesse richiamato per questo, e riforniva anche lui gli ami chi sa da quanto tempo disarmati.

             Ah, così, la pesca andava benone! Anch’egli, don Paranza, pensando, escogitando il modo e la maniera d’entrare a parlargli di quella faccenda così difficile e delicata, si lasciava intanto mangiar l’esca dai pesci: si distraeva, non vedeva più il sughero, non vedeva più il mare, e solo rientrava in sé, quando l’acqua tra gli scogli vicini dava un più forte risucchio. Stizzito, tirava allora la lenza, e gli veniva la tentazione di sbatterla in faccia a quell’ingrato. Ma più ira gli suscitava l’esclamazione che il Cleen aveva imparata da lui e ripeteva spesso, sorridendo, nel sollevare a sua volta la canna.

             – Porco diavolo!

             Don Paranza, dimenticandosi in quei momenti di parlargli in francese, prorompeva:

             – Ma porco diavolo lo dico sul serio, io! Tu ridi, minchione! Che te n’importa?

             No, no, così non poteva durare: non conchiudeva nulla, non solo, ma si guastava anche il fegato.

             – Se la sbrighino loro, se vogliono!

             E lo disse una di quelle sere alla nipote, rincasando dalla pesca. Non s’aspettava che Venerina dovesse accogliere l’irosa dichiarazione della insipienza di lui con uno scoppio di risa, tutta rossa e raggiante in viso.

             –    Povero zio!

             –    Ridi? – Masi!

             –    Fatto?

             Venerina si nascose il volto con le mani, accennando più volte di sì col capo, vivacemente. Don Paranza, pur contento in cuor suo, alleggerito da quel peso quando meno se l’aspettava, montò su le furie.

             – Come! E non me ne dici niente? E mi tieni lì per tanti giorni alla tortura? E lui, anche lui, muto come un pesce!

             Venerina sollevò la faccia dalle mani:

             –    Non t’ha saputo dir nulla, neanche oggi?

             –    Pesce, ti dico! Baccalà! – gridò don Paranza al colmo della stizza. – Ho il fegato grosso così, dalla bile di tutti questi giorni !

             –    Si sarà vergognato – disse Venerina, cercando di scusarlo.

             –    Vergognato! Un uomo! – esclamò don Pietro. – Ha fatto ridere alle mie spalle tutti i pesci del mare, ha fatto ridere! Dov’è? Chiamalo; fammelo dire questa sera stessa: non basta che l’abbia detto a te!

             – Ma senza codesti occhiacci, – gli raccomandò Venerina, sorridendo. Don Paranza si placò, scosse il testone lanoso e borbottò nella barba:

             – Sono proprio… già tu lo sai, meglio di me. Di’ un po’, come hai fatto, senza francese?

             Venerina arrossì, sollevò appena le spalle, e i neri occhioni le sfavillarono.

             –    Così, – disse, con ingenua malizia.

             –    E quando?

             –    Oggi stesso, quando siete tornati a mezzogiorno, dopo il desinare. Egli mi prese una mano… io…

             –    Basta, basta! – brontolò don Paranza, che in vita sua non aveva mai fatto all’amore. – È pronta la cena? Ora gli parlo io.

             Venerina gli si raccomandò di nuovo con gli occhi, e scappò via. Don Pietro entrò nella camera del Cleen.

             Questi se ne stava con la fronte appoggiata ai vetri del balcone, a guardar fuori; ma non vedeva nulla. La piazzetta lì davanti, a quell’ora, era deserta e buja. I lampioncini a petrolio quella sera riposavano, perché della illuminazione del borgo era incaricata la luna. Sentendo aprir l’uscio, il Cleen si voltò di scatto. Chi sa a che cosa stava pensando.

             Don Paranza si piantò in mezzo alla camera con le gambe aperte, tentennando il capo: avrebbe voluto fargli un predicozzo da vecchio zio brontolone; ma sentì subito la difficoltà d’un discorso in francese consentaneo all’aria burbera a cui già aveva composta la faccia e all’atteggiamento preso. Frenò a stento un solennissimo sbuffo d’impazienza e cominciò:

             – Mossiur Cleen, ma niésse m’a dit…

             Il Cleen sorrise, timido, smarrito, e chinò leggermente il capo più volte.

             – Oui? – riprese don Paranza. – E va bene!

             Tese gl’indici delle mani e li accostò ripetutamente l’uno all’altro, per significare: «Marito e moglie, uniti…».

             –    Vous et ma niésse… mariage… oui?

             –    Si vous voulez,  – rispose il Cleen aprendo le mani, come se non fosse ben certo del consenso.

             –    Oh, per me! – scappò a don Pietro. Si riprese subito. – Très-heureux, mossiur Cleen, très-heureux. C’estfait! Donnez-moi la main…

             Si strinsero la mano. E così il matrimonio fu concluso. Ma il Cleen rimase stordito. Sorrideva, sì, d’un timido sorriso, nell’impaccio della strana situazione, in cui s’era cacciato senza una volontà ben definita. Gli piaceva, sì, quella bruna siciliana, così vivace, con quegli occhi di sole; le era gratissimo dell’amorosa assistenza: le doveva la vita, sì… ma, sua moglie, davvero? già concluso?

             – Maintenant, – riprese don Paranza, nel suo francese, – je vous prie, mossiur Cleen: cherchez, cherchez d’apprendre notre langue… je vous prie…

             Venerina venne a picchiare all’uscio con le nocche delle dita.

             – A cena!

             Quella prima sera, a tavola, provarono tutti e tre un grandissimo imbarazzo. Il Cleen pareva caduto dalle nuvole; Venerina, col volto in fiamme, confusa, non riusciva a guardare né il fidanzato né lo zio. Gli occhi le si intorbidavano, incontrando quelli del Cleen e s’abbassavano subito. Sorrideva, per rispondere al sorriso di lui non meno impacciato, ma volentieri sarebbe scappata a chiudersi sola sola in camera, a buttarsi sul letto, per piangere… Sì. Senza saper perché.

             «Se non è pazzia questa, non c’è più pazzi al mondo!» pensava tra sé dal canto suo don Paranza, aggrondato, tra le spine anche lui, ingozzando a stento la magra cena.

             Ma poi, prima il Cleen, con qualche ritegno, lo pregò di tradurre per Venerina un pensiero gentile che egli non avrebbe saputo manifestarle; quindi Venerina, timida e accesa, lo pregò di ringraziarlo e di dirgli…

             – Che cosa? – domandò don Paranza, sbarrando tanto d’occhi.

             E poiché, dopo quel primo scambio di frasi, la conversazione tra i due fidanzati avrebbe voluto continuare attraverso a lui, egli, battendo le pugna su la tavola:

             – Oh insomma! – esclamò. – Che figura ci faccio io? Ingegnatevi tra voi.

             Si alzò, fra le risa dei due giovani, e andò a fumarsi la pipa sul divanaccio, brontolando il suo porco diavolo nel barbone lanoso.

*******

             VI. Il vaporetto del Di Nica compiva, l’ultima notte di maggio, il suo terzo viaggio da Tunisi. Fra un’ora, verso l’alba, il vaporetto sarebbe approdato al Molo Vecchio. A bordo dormivano tutti, tranne il timoniere a poppa e il secondo di guardia sul ponte di comando.

             Il Cleen aveva lasciato la sua cuccetta, e da un pezzo, sul cassero, se ne stava a mirare la luna declinante di tra le griselle del sartiame, che vibrava tutto alle scosse cadenzate della macchina. Provava un senso d’opprimente angustia, lì, su quel guscio di noce, in quel mare chiuso, e anche… sì, anche la luna gli pareva più piccola, come se egli la guardasse dalla lontananza di quel suo esilio, mentr’ella appariva grande là, su l’oceano, di tra le sartie dell’Hammerfest, donde qualcuno dei suoi compagni forse in quel punto la guardava. Lì egli con tutto il cuore era vicino. Chi era di guardia, a quell’ora, su l’Hammerfest? Chiudeva gli occhi e li rivedeva a uno a uno, i suoi compagni: li vedeva salire dai boccaporti; vedeva, vedeva col pensiero il suo piroscafo, come se egli proprio vi fosse; bianco di salsedine, maestoso e tutto sonante. Udiva lo squillo della campana di bordo; respirava l’odore particolare della sua antica cuccetta; vi si chiudeva a pensare, a fantasticare. Poi riapriva gli occhi, e allora, non già quello che aveva veduto ricordando e fantasticando gli sembrava un sogno, ma quel mare lì, quel cielo, quel vaporetto, e la sua presente vita. E una tristezza profonda lo invadeva, uno smanioso avvilimento. I suoi nuovi compagni non lo amavano, non lo comprendevano, né volevano comprenderlo: lo deridevano per il suo modo di pronunziare quelle poche parole d’italiano che già era riuscito a imparare; e lui, per non far peggio, doveva costringere la sua stizza segreta a sorridere di quel volgare e stupido dileggio. Mah! Pazienza. L’avrebbero smesso, col tempo. A poco a poco, egli, con l’uso continuo e l’ajuto di Venerina, avrebbe imparato a parlare correttamente. Ormai, era detto: lì, in quel borgo, lì, su quel guscio e per quel mare, tutta la vita.

             Incerto come si sentiva ancora, nella nuova esistenza, non riusciva a immaginare nulla di preciso per l’avvenire. Può crescere l’albero nell’aria, se ancora scarse e non ben ferme ha le radici nella terra? Ma questo era certo, che lì ormai e per sempre la sorte lo aveva trapiantato.

             L’Hammerfest, che doveva ritornare dall’America tra sei mesi, non era più ritornato. La sorella, a cui egli aveva scritto per darle notizia della sua malattia mortale e annunziarle il fidanzamento, gli aveva risposto da Trondhjem con una lunga lettera piena d’angoscia e di lieta meraviglia, e annunziato che L’Hammerfest a New-York aveva ricevuto un contr’ordine ed era stato noleggiato per un viaggio nell’India, come le aveva scritto il marito. Chi sa, dunque, se egli lo avrebbe più riveduto. E la sorella?

             Si alzò, per sottrarsi all’oppressione di quei pensieri. Aggiornava. Le stelle erano morte nel cielo crepuscolare; la luna smoriva a poco a poco. Ecco laggiù, ancora accesa, la lanterna verde del Molo.

             Don Paranza e Venerina aspettavano l’arrivo del vaporetto, dalla banchina. Nei due giorni che il Cleen stava a Porto Empedocle, don Pietro non si recava alla pesca; gli toccava di far la guardia ai fidanzati, poiché quella scimunita di donna Rosolina non s’era voluta prestare neanche a questo: prima perché nubile (e il suo pudore si sarebbe scottato al fuoco dell’amore di quei due), poi perché quel forestiere le incuteva soggezione..

             – Avete paura che vi mangi? – le gridava don Paranza. – Siete un mucchio d’ossa, volete capirlo?

             Non voleva capirlo, donna Rosolina. E non s’era voluta disfare di nulla, in quella occasione, neppur d’un anellino, fra tanti che ne aveva, per dimostrare in qualche modo il suo compiacimento alla nipote.

             – Poi, poi, – diceva.

             Giacché pure, per forza, un giorno o l’altro, Venerina sarebbe stata l’erede di tutto quanto ella possedeva: della casa, del poderetto lassù, sotto il Monte Cioccafa, degli ori e della mobilia e anche di quelle otto coperte di lana che ella aveva intrecciate con le sue proprie mani, nella speranza non ancora svanita di schiacciarvi sotto un povero marito.

             Don Paranza era indignato di quella tirchieria; ma non voleva che Venerina mancasse di rispetto alla zia.

             – È sorella di tua madre! Io poi me ne debbo andare prima di lei, per legge di natura, e da me non hai nulla da sperare. Lei ti resterà, e bisogna che te la tenga cara. Le farai fare un po’ di corte da tuo marito, e vedrai che gioverà. Del resto, per quel poco che il Signore può badare a uno sciocco come me, stai sicura che ci ajuterà.

             Erano venuti, infatti, dal consolato della Norvegia quei pochi quattrinucci per il mantenimento prestato al Cleén. Aveva potuto così comperare alcuni modesti mobili, i più indispensabili, per metter su, alla meglio, la casa degli sposi. Erano anche arrivate da Trondhjem le carte del Cleen.

             Venerina era così lieta e impaziente, quella mattina, di mostrare al fidanzato la loro nuova casetta già messa in ordine! Ma, poco dopo, quando il vaporetto finalmente si fu ormeggiato nel Molo e il Cleen potè scenderne, quella sua gioja fu improvvisamente turbata dalla stizza, udendo il saluto che gli altri marinai rivolgevano, quasi miagolando, al suo fidanzato:

             –    Bon don! Bon cion!

             –    Brutti imbecilli! – disse tra i denti, voltandosi a fulminarli con gli occhi. Il Cleen sorrideva, e Venerina si stizzì allora maggiormente.

             –    Ma non sei buono da rompere il grugno a qualcuno, di’ un po’? Ti lasci canzonare così, sorridendo, da questi mascalzoni?

             –    Eh via! – disse don Paranza. – Non vedi che scherzano, tra compagni?

             –    E io non voglio! – rimbeccò Venerina, accesa di sdegno. – Scherzino tra loro, e non, stupidamente, con un forestiere che non può loro rispondere per le rime.

             Si sentiva, quasi quasi, messa in berlina anche lei. Il Cleen la guardava, e quegli sguardi fieri gli parevano vampate di passione per lui: gli piaceva quello sdegno; ma ogni qualvolta gli veniva di manifestarle ciò che sentiva o di confidarle qualcosa, gli pareva d’urtare contro un muro, e taceva e sorrideva, senza intendere che quella bontà sorridente, in certi casi, non poteva piacere a Venerina.

             Era colpa sua, intanto, se gli altri erano maleducati? se egli ancora non poteva uscire per le strade, che subito una frotta di monellacci non lo attorniasse? Minacciava, e faceva peggio: quelli si sbandavano con grida e lazzi e rumori sguajati.

             Venerina n’era furibonda.

             –    Storpiane qualcuno! Da’ una buona lezione! È possibile che tu debba diventare lo zimbello del paese?

             –    Bei consigli! – sbuffava don Pietro. – Invece di raccomandargli la prudenza!

             –    Con questi cani? Il bastone ci vuole, il bastone!

             –    Smetteranno, smetteranno, sta’ quieta, appena L’arso avrà imparato.

             –    Lars! – gridava Venerina, infuriandosi ora anche contro lo zio che chiamava a quel modo il fidanzato, come tutto il paese.

             –    Ma se è lo stesso! – sospirava, seccato, don Pietro, alzando le spalle.

             –    Cambiati codesto nome! – ripigliava Venerina, esasperata, rivolta al Cleen. – Bel piacere sentirsi chiamare la moglie de L’arso!

             –    E non ti chiamano adesso la nipote di Don Paranza? Che male c’è? Lui L’arso, e io, Paranza. Allegramente!

             Non rideva più, ora, Venerina nell’insegnare al fidanzato la propria lingua: certe bili anzi ci pigliava!

             – Vedi? – gli diceva. – Si sa che ti burlano, se dici così! Chiaro, chiaro! Ci vuol tanto, Maria Santissima?

             Il povero Cleen – che poteva fare? – sorrideva, mansueto, e si provava a pronunziar meglio. Ma poi, dopo due giorni, doveva ripartire; e di quelle lezioni, così spesso interrotte, non riusciva a profittare quanto Venerina avrebbe desiderato.

             – Sei come l’uovo, caro mio!

             Questi dispettucci parevano puerili a don Pietro, condannato a far la guardia, e se ne infastidiva. La sua presenza intanto impacciava peggio il Cleen, che non arrivava ancora a comprendere perché ci fosse bisogno di lui: non era egli il fidanzato di Venerina? non poteva uscir solo con lei a passeggiare lassù, su l’altipiano, in campagna? Lo aveva proposto un giorno; ma dalla stessa Venerina si era sentito domandare:

             –    Sei pazzo?

             –    Perché?

             –    Qua i fidanzati non si lasciano soli, neppure per un momento.

             –   Ci vuole il lampione! – sbuffava don Pietro.

             E il Cleen s’avviliva di tutte queste costrizioni, che gli ammiserivano lo spirito e lo intontivano. Cominciava a sentire una sorda irritazione, un segreto rodio, nel vedersi trattato, in quel paese, e considerato quasi come uno stupido, e temeva di istupidirsi davvero.

*******

             VII. Ma che non fosse stupido, lo sapeva bene padron Di Nica, dal modo con cui gli disimpegnava le commissioni e gli affari con quei ladri agenti di Tunisi e di Malta. Non voleva dirlo – al solito – non per negare il merito e la lode, ma per le conseguenze della lode, ecco.

             Credette tuttavia di dimostrargli largamente quanto fosse contento di lui con l’accordargli dieci giorni di licenza, nell’occasione del matrimonio.

             –   Pochi, dieci giorni? Ma bastano, caro mio! – disse a don Pietro che se ne mostrava mal contento. – Vedrai, in dieci giorni, che bel figliuolo maschio ti mettono su! Potrei al massimo concedere che, rimbarcandosi, si porti la sposa a Tunisi e a Malta, per un viaggetto di nozze. E giovine serio: mi fido. Ma non potrei di più.

             Spiritò alla proposta di don Pietro di far da testimonio nelle nozze.

             –   Non per quel buon giovine, capirai; ma se, Dio liberi, mi ci provassi una volta, non farei più altro in vita mia. Niente, niente, caro Pietro! Manderò alla sposa un regaluccio, in considerazione della nostra antica amicizia, ma non lo dire a nessuno: mi raccomando !

             Dal canto suo, la zia donna Rosolina si strizzò, si strizzò in petto il buon cuore che Dio le aveva dato e venne fuori con un altro regaluccio a Venerina: un pajo d’orecchini a pendaglio, del mille e cinque. Faceva però la finezza di offrire agli sposi, per quei dieci giorni di luna di miele, la sua campagna sotto il Monte Cioccafa.

             –   Purché, la mobilia, mi raccomando!

             Camminavano sole quelle quattro seggiole sgangherate, a chiamarle col frullo delle dita, dai tanti tarli che le popolavano! E il tanfo di rinchiuso in quella decrepita stamberga, perduta tra gli alberi lassù, era insopportabile.

             Subito Venerina, arrivata in carrozza con lo sposo, e i due zii, dopo la celebrazione del matrimonio, corse a spalancare tutti i balconi e le finestre.

             –    Le tende! I cortinaggi! – strillava donna Rosolina, provandosi a correr dietro l’impetuosa nipote.

             –    Lasci che prendano un po’ d’aria! Guardi guardi come respirano! Ah che delizia!

             –    Sì, ma, con la luce, perdono il colore.

             –    Non sono di broccato, zia!

             Quell’oretta passata lassù con gli sposi fu un vero supplizio per donna Rosolina. Soffrì nel veder toccare questo o quell’oggetto, come se si fosse sentita strappare quei mezzi riccetti unti di tintura che le virgolavano la fronte; soffrì nel vedere entrare coi pesanti scarponi ferrati la famiglia del garzone per porgere gli omaggi agli sposini.

             Stava quel garzone a guardia del podere e abitava con la famiglia nel cortile acciottolato della villa, con la cisterna in mezzo, in una stanzaccia buja: casa e stalla insieme. Perplesso, se avesse fatto bene o male, recava in dono un paniere di frutta fresche.

             Lars Cleen contemplava stupito quegli esseri umani che gli parevano d’un altro mondo, vestiti a quel modo, così anneriti dal sole. Gli parevano siffattamente strani e diversi da lui, che si meravigliava poi nel veder loro battere le palpebre, com’egli le batteva, e muovere le labbra, com’egli le moveva. Ma che dicevano?

             Sorridendo, la moglie del garzone annunziava che uno dei cinque figliuoli, il secondo, aveva le febbri da due mesi e se ne stava lì, su lo strame, come un morticino.

             – Non si riconosce più, figlio mio!

             Sorrideva, non perché non ne sentisse pena, ma per non mostrare la propria afflizione mentre i padroni erano in festa.

             – Verrò a vederlo, – le promise Venerina.

             – Nonsi! Che dice, Voscenza  – esclamò angustiata la contadina. – Ci lasci stare, noi poveretti, Voscenza, goda. Che bello sposo! Ci crede che non ho il coraggio di guardarlo?

             –    E me? – domandò don Paranza. – Non sono bello io? E sono pure sposo, oh! di donna Rosolina. Due coppie!

             –    Zitto là – gridò questa, sentendosi tutta rimescolare. – Non voglio che si dicano neppure per ischerzo, certe cose!

             Venerina rideva come una matta.

             – Sul serio! sul serio! – protestava don Pietro.

             E insistette tanto su quel brutto scherzo, per far festa alla nipote, che la zitellona non volle tornarsene sola con lui, in carrozza, al paese. Ordinò al garzone che montasse in cassetta, accanto al cocchiere.

             –    Le male lingue… non si sa mai! con un mattacelo come voi.

             –    Ah, cara donna Rosolina! che ne volete più di me, ormai? non posso farvi più nulla io! – le disse don Pietro in carrozza, di ritorno, scotendo la testa e soffiando per il naso un gran sospiro, come se si sgonfiasse di tutta quell’allegria dimostrata alla nipote. – Vorrei aver fatto felice quella povera figliuola!

             Gli pareva di aver raggiunto ormai lo scopo della sua lunga, travagliata, scombinata esistenza. Che gli restava più da fare ormai? mettersi a disposizione della morte, con la coscienza tranquilla, sì, ma angosciata. Altri quattro giorni di noja… e poi, lì…

             La carrozza passava vicino al camposanto, aereo su l’altipiano che rosseggiava nei fuochi del tramonto.

             – Lì, e che ho concluso?

             Donna Rosolina, accanto a lui, con le labbra appuntite e gli occhi fissi, acuti, si sforzava d’immaginare che cosa facessero in quel momento gli sposi, rimasti soli, e dominava le smanie da cui si sentiva prendere e che si traducevano in acre stizza contro quell’omaccio, ormai vecchio, che le stava a fianco. Si voltò a guardarlo, lo vide con gli occhi chiusi: credette che dormisse.

             – Su, su, a momenti siamo arrivati.

             Don Pietro riaprì gli occhi rossi di pianto contenuto, e brontolò:

             – Lo so, sposina. Penso ai gronghi di questa sera. Chi me li cucina?

*******

             VIII. Superato il primo impaccio, vivissimo, della improvvisa intrinsechezza più che ogni altra intima, con un uomo che le pareva ancora quasi piovuto dal cielo, Venerina prese a proteggere e a condurre per mano, come un bambino, il marito incantato dagli spettacoli che gli offriva la campagna, quella natura per lui così strana e quasi violenta.

             Si fermava a contemplare a lungo certi tronchi enormi, stravolti, d’olivi, pieni di groppi, di sproni, di giunture storpie, nodose, e non rifiniva d’esclamare:

             – Il sole! il sole! – come se in quei tronchi vedesse viva, impressa, tutta quella cocente rabbia solare, da cui si sentiva stordito e quasi ubriacato.

             Lo vedeva da per tutto, il sole, e specialmente negli occhi e nelle labbra ardenti e succhiose di Venerina, che rideva di quelle sue meraviglie e lo trascinava via, per mostrargli altre cose che le parevano più degne d’esser vedute: la grotta del Cioccafa, per esempio. Ma egli si arrestava, quando ella se l’aspettava meno, davanti a certe cose per lei così comuni.

             – Ebbene, fichi d’India. Che stai a guardare?

             Proprio un fanciullo le pareva, e gli scoppiava a ridere in faccia, dopo averlo guardato un po’, così allocchito per niente! e lo scoteva, gli soffiava sugli occhi, per rompere quello stupore che talvolta lo rendeva attonito.

             –   Svegliati ! svegliati !

             E allora egli sorrideva, la abbracciava, e si lasciava condurre, abbandonato a lei, come un cieco.

             Ricadeva sempre a parlarle, con le stesse frasi d’orrore, della famiglia del garzone, a cui entrambi avevano fatto la visita promessa. Non si poteva dar pace che quella gente abitasse lì, in quella stanzaccia, ch’era divenuta quasi una grotta fumida e fetida, e invano Venerina gli ripeteva:

             –    Ma se togli loro l’asino, il porcellino e le galline dalla camera, non vi possono più dormire in pace. Devono star lì tutti insieme; fanno una famiglia sola.

             –    Orribile! orribile! – esclamava egli, agitando in aria le mani.

             E quel povero ragazzo, lì, sul pagliericcio per terra, ingiallito dalle febbri continue e quasi ischeletrito? Lo curavano con certi loro decotti infallibili. Sarebbe guarito, come erano guariti gli altri. E, intanto, il poverino, che pena! se ne stava a rosicchiare, svogliato, un tozzo di pan nero.

             –   Non ci pensare! – gli diceva Venerina, che pur se ne affliggeva, ma non tanto, sapendo che la povera gente vive così. Credeva che dovesse saperlo anche lui, il marito, e perciò, nel vederlo così afflitto, sempre più si raffermava nell’idea che egli fosse di una bontà non comune, quasi morbosa, e questo le dispiaceva.

             Passarono presto quei dieci giorni in campagna. Ritornati in paese, Venerina accompagnò fino al vaporetto il marito, ma non volle imbarcarsi con lui per il viaggio di nozze concesso dal Di Nica.

             Don Pietro ve la spingeva.

             –   Vedrai Tunisi, che quei cari nostri fratelli francesi, sempre aggraziati, ci hanno presa di furto. Vedrai Malta, dove tuo zio bestione andò a rovinarsi. Magari potessi venirci anch’io! Vedresti di che cuore mi schiaffeggerei, se m’incontrassi con me stesso per le vie de La Valletta, com’ero allora, giovane patriota imbecille.

             No, no; Venerina non volle saperne: il mare le faceva paura, e poi si vergognava, in mezzo a tutti quegli uomini.

             –   E non sei con tuo marito? – insisteva don Pietro. – Tutte così, le nostre donne! Non debbono far mai piacere ai loro uomini. Tu che ne dici? – domandava al Cleen.

             Non diceva nulla, lui: guardava Venerina col desiderio di averla con sé, ma non voleva che ella facesse un sacrifizio o che avesse veramente a soffrire del viaggio.

             –   Ho capito! – concluse don Paranza, – sei un gran babbalacchìo!

             Lars non comprese la parola siciliana dello zio, ma sorrise vedendo riderne tanto Venerina. E, poco dopo, partì solo.

             Appena si fu allontanato dal porto, dopo gli ultimi saluti col fazzoletto alla sposa che agitava il suo dalla banchina del Molo e ormai quasi non si distingueva più, egli provò istintivamente un gran sollievo, che pur lo rese più triste, a pensarci. S’accorse ora, lì, solo davanti allo spettacolo del mare, d’aver sofferto in quei dieci giorni una grande oppressione nell’intimità pur tanto cara con la giovane sposa. Ora poteva pensare liberamente, espandere la propria anima, senza dover più sforzare il cervello a indovinare, a intendere i pensieri, i sentimenti di quella creatura tanto diversa da lui e che tuttavia gli apparteneva così intimamente.

             Si confortò sperando che col tempo si sarebbe adattato alle nuove condizioni d’esistenza, si sarebbe messo a pensare, a sentire come Venerina, o che questa, con l’affetto, con l’intimità sarebbe riuscita a trovar la’ via fino a lui per non lasciarlo più solo, così, in quell’esilio angoscioso della mente e del cuore.

             Venerina e lo zio, intanto, parlavano di lui nella nuova casetta, in cui anche don Pietro aveva preso stanza.

             –   Sì, – diceva lei, sorridendo, – è proprio come tu hai detto!

             – Babbalacchio? Minchione? – domandava don Paranza. – Va’ là, è buono, è buono…

             –    E buono che significa, zio? – osservava, sospirando, Venerina.

             –    Quest’è vero! – riconosceva don Pietro. – Infatti, i birbaccioni, oggi, si chiamano uomini accorti, e tuo zio per il primo li rispetta. Ma speriamo che l’aria del nostro mare, che dev’essere, sai, più salato di quello del suo paese, gli giovi. Ho gran paura anch’io, però, che somigli troppo a me, quanto a giudizio.

             Gli si era affezionato, lui, don Pietro, ma non si proponeva, neppure per curiosità, di cercar d’indovinare com’egli la pensasse, né gli veniva in mente di consigliarlo a Venerina.

             – Vedrai, – anzi le diceva, – vedrai che a poco a poco prenderà gli usi del nostro paese. Testa, ne ha.

             Prima di partire, il Cleen aveva suggerito a Venerina di non lasciar andar più il vecchio zio alla pesca; ma don Pietro, non solo non volle saperne, ma anche s’arrabbiò:

             –    Non sapete più che farvene adesso de’ miei gronghi? Bene, bene. Me li mangerò io solo.

             –    Non è per questo, zio! – esclamò Venerina.

             –    E allora volete farmi morire? – riprese don Paranza. – C’era ai miei tempi un povero contadino che aveva novantacinque anni, e ogni santa mattina saliva dalla campagna a Girgenti con una gran cesta d’erbaggi su le spalle, e andava tutto il giorno in giro per venderli. Lo videro così vecchio, ne sentirono pietà, pensarono di ricoverarlo all’ospedale e lo fecero morire dopo tre giorni. L’equilibrio, cara mia! Toltagli la cesta dalle spalle, quel poveretto perdette l’equilibrio e morì. Così io, se mi togliete la lenza. Gronghi han da essere: stasera e domani sera e fin che campo.

             E se ne andava con gli attrezzi e col lanternino alla scogliera del porto.

             Sola, Venerina si metteva anche a pensare al marito lontano. Lo aspettava con ansia, sì, in quei primi giorni; ma non sapeva neppur desiderarlo altrimenti che così; due giorni in casa e il resto della settimana fuori; due giorni con lui, e il resto della settimana, sola, ad aspettare ogni sera che lo zio tornasse dalla pesca; e poi, la cena; e poi, a letto, sì, sola. Si contentava? No. Neppure lei, così. Troppo poco… E restava a lungo assorta in una segreta aspettazione, che pure le ispirava una certa ambascia, quasi di sgomento.

             – Quando?

*******

             IX. – Ih, che prescia! – esclamò don Paranza, appena si accorse delle prime nausee, dei primi capogiri. – Lo previde quel boja d’Agostino! Di’ un po’,hai avuto paura che tuo zio non ci arrivasse a sentire la bella musica del gattino?

             – Zio! – gli gridò Venerina, offesa e sorridente.

             Era felice: le era venuto il da fare, in quelle lunghe sere nella casa sola: cuffiette, bavaglini, fasce, carnicine… – e non le sere soltanto. Non ebbe più tempo né voglia di curarsi di sé, tutta in pensiero già per l’angioletto che sarebbe venuto, – dal cielo, zia Rosolina! dal cielo! – gridava alla zitellona pudibonda, abbracciandola con furia e scombinandola tutta.

             – E me lo terrà lei a battesimo, lei e zio Pietro!

             Donna Rosolina apriva e chiudeva gli occhi, mandava giù saliva, con l’angoscia nel naso, fra le strette di quella santa figliuola che pareva impazzita e non aveva nessun riguardo per tutti i suoi cerotti.

             –    Piano piano, sì, volentieri. Purché gli mettiate un nome cristiano. Io non lo so ancora chiamare tuo marito.

             –    Lo chiami L’arso, come lo chiamano tutti! – le rispondeva ridendo Venerina. – Non me n’importa più, adesso!

             Non le importava più di niente, ora: non s’acconciava neppure un pochino, quand’egli doveva arrivare.

             – Rifatti un po’ i capelli, almeno! – le consigliava donna Rosolina. – Non stai bene, così.

             Venerina scrollava le spalle:

             – Ormai! Chi n’ha avuto, n’ha avuto. Così, se mi vuole! E se non mi vuole, mi lasci in pace: tanto meglio!

             Era così esclusiva la gioja di quella sua nuova attesa, che il Cleen non si sentiva chiamato a parteciparne, come di gioja anche sua: si sentiva lasciato da parte, e n’era lieto soltanto per lei quasi che il figlio nascituro non dovesse appartenere anche a lui, nato lì in quel paese non suo, da quella madre che non si curava neppure di sapere quel che egli ne sentisse e ne pensasse.

             Lei aveva già trovato il suo posto nella vita: aveva la sua casetta, il marito; tra breve avrebbe avuto anche il figlio desiderato; e non pensava che lui, straniero, era sul principio di quella sua nuova esistenza e aspettava che ella gli tendesse la mano per guidarlo. Non curante, o ignara, lei lo lasciava lì, alla soglia, escluso, smarrito.

             E ripartiva, e lontano, per quel mare, su quel guscio di noce, si sentiva sempre più solo e più angosciato. I compagni, nel vederlo così triste, non lo deridevano più come prima, è vero, ma non si curavano di lui, proprio come se non ci fosse; nessuno gli domandava: «Che hai?». Era il forestiere. Chi sa com’era fatto e perché era così!

             Non se ne sarebbe afflitto tanto, egli, se anche a casa sua, come lì sul vaporetto, non si fosse sentito estraneo. Casa sua? Questa, in quel borgo di Sicilia? No, no! Il cuore gli volava ancora lontano, lassù, al paese natale, alla casa antica, ove sua madre era morta, ove abitava la sorella, che forse in quel punto pensava a lui e forse lo credeva felice.

*******

             X. Una speranza ancora resisteva in lui, ultimo argine, ultimo riparo contro la malinconia che lo invadeva e lo soffocava: che si vedesse, che si riconoscesse nel suo bambino appena nato e si sentisse in lui, e con lui, lì, in quella terra d’esilio, meno solo, non più solo.

             Ma anche questa speranza gli venne subito meno, appena guardato il figlioletto, nato di due giorni, durante la sua assenza. Somigliava tutto alla madre.

             – Nero, nero, povero ninno mio! Sicilianaccio – gli disse Venerina dal letto, mentre egli lo contemplava, deluso, nella cuna. – Richiudi la cortina. Me lo farai svegliare. Non mi ha fatto dormire tutta la notte, poverino: ha le dogliette. Ora riposa, e io vorrei profittarne.

             Il Cleen baciò in fronte, commosso, la moglie: riaccostò gli scuri e uscì dalla camera in punta di piedi. Appena solo, si premette le mani sul volto e soffocò il pianto irrompente.

             Che sperava? Un segno, almeno un segno in quell’esseruccio, nel colore degli occhi, nella prima peluria del capo, che lo palesasse suo, straniero anche lui, e che gli richiamasse il suo paese lontano. Che sperava? Quand’anche, quand’anche, non sarebbe forse cresciuto lì, come tutti gli altri ragazzi del paese, sotto quel sole cocente, con quelle abitudini di vita, alle quali egli si sentiva estraneo, allevato quasi soltanto dalla madre e perciò con gli stessi pensieri, con gli stessi sentimenti di lei? Che sperava? Straniero, straniero anche per suo figlio.

             Ora, nei due giorni che passava in casa, cercava di nascondere il suo animo; né gli riusciva difficile, poiché nessuno badava a lui: don Pietro se n’andava al solito alla pesca, e Venerina era tutta intenta al bambino, che non gli lasciava neppur toccare:

             – Me io fai piangere… Non sai tenerlo! Via, via, esci un po’ di casa. Che stai a guardarmi? Vedi come mi sono ridotta? Su, va’ a fare una visita alla zia Rosolina, che non viene da tre giorni. Forse vuol fatta davvero la corte, come dice zio Pietro.

             Ci andò una volta il Cleen, per far piacere alla moglie, ma ebbe dalla zitellona tale accoglienza, che giurò di non ritornarci più, né solo né accompagnato.

             –   Solo, gnomo, – gli disse donna Rosolina, vergognosa e stizzita, con gli occhi bassi. – Mi dispiace, ma debbo dirvelo. Nipote, capisco; siete mio nipote, ma la gente vi sa forestiere, con certi costumi curiosi, e chi sa che cosa può sospettare. Solo, gnomo. Verrò io più tardi a casa vostra, se non volete venire qua con Venerina.

             Si vide, così, messo alla porta, e non seppe, né potè riderne come Venerina, quand’egli le raccontò l’avventura. Ma se ella sapeva che quella vecchia era così fastidiosamente matta, perché spingerlo a fargli fare quella ridicola figura? voleva forse ridere anche lei alle sue spalle? – No.

             – E difficile, lo so: siamo orsi, caro mio! Tu poi sei così, ancora come una mosca senza capo. Non ti vuoi svegliare? Va’ a trovare lo zio, almeno: sta al porto. Tra voi uomini, v’intenderete. Io sono donna, e non posso tenerti conversazione: ho tanto da fare!

             Egli la guardava, la guardava e gli veniva di domandarle: «Non mi ami più?». Venerina, sentendo che non si moveva, alzava gli occhi dal cucito, lo vedeva con quell’aria smarrita e rompeva in una gaja risata:

             – Che vuoi da me? Un omaccione tanto, che se ne sta in casa come un ragazzino, Dio benedetto! Impara un po’ a vivere come i nostri uomini: più fuori che dentro. Non posso vederti così. Mi fai rabbia e pena.

             Fuori non lo vedeva. Ma dall’aria triste, con cui egli si disponeva a uscire, cacciato così di casa, come un cane caduto in disgrazia, avrebbe potuto argomentare come egli si trascinasse per le vie del paese, in cui la sorte lo aveva gettato, e che egli già odiava.

             Non sapendo dove andare, si recava all’agenzia del Di Nica. Trovava ogni volta il vecchio dietro gli scritturali, col collo allungato e gli occhiali su la punta del naso, per vedere che cosa essi scrivessero nei registri. Non perché diffidasse, ma, chi sa! si fa presto, per una momentanea distrazione, a scrivere una cifra per un’altra, a sbagliare una somma; e poi, per osservare la calligrafia, ecco. La calligrafia era il suo debole: voleva i registri puliti. Intanto in quella stanzetta umida e buja, a pian terreno, certi giorni, alle quattro, ci si vedeva a mala pena: si dovevano accendere i lumi.

             –    È una vergogna, padron Di Nica! Con tanti bei denari…

             –    Quali denari? – domandava il Di Nica. – Se me li date voi! E poi, niente! Qua ho cominciato; qua voglio finire.

             Vedendo entrare il Cleen, si angustiava: – Emo’? Emo’? Emo’?

             Gli andava incontro, col capo reclinato indietro per poter guardare attraverso gli occhiali insellati su la punta del naso, e diceva:

             – Che cosa volete, figlio mio? Niente? E allora, prendetevi una seggiola, e sedete là, fuori della porta.

             Temeva che gli scritturali si distraessero davvero, e poi non voleva che colui sapesse gli affari dell’agenzia prima del viaggio.

             Il Cleen sedeva un po’ lì, su la porta. Nessuno, dunque, lo voleva? Già egli non portava più il berretto di pelo; era vestito come tutti gli altri; eppure, ecco, la gente si voltava a osservarlo, quasi che egli si tenesse esposto lì, davanti all’agenzia; e a un tratto si vedeva girar innanzi su le mani e sui piedi, a ruota, un monellaccio, che per quella bravura da pagliaccetto gli chiedeva poi un soldo; e tutti ridevano.

             – Che c’è? che c’è? – gridava padron Di Nica, facendosi alla porta. – Teatrino? Marionette?

             I monellacci si sbandavano urlando, fischiando.

             – Caro mio, – diceva allora il Di Nica al Cleen, – voi lo capite, sono selvaggi. Andatevene; fatemi questo piacere.

             E il Cleen se ne andava. Anche quel vecchio, con la sua tirchieria diffidente, gli era venuto in uggia. Si recava su la spiaggia, tutta ingombra di zolfo accatastato, e con un senso profondo d’amarezza e di disgusto assisteva alla fatica bestiale di tutta quella gente, sotto la vampa del sole. Perché, coi tesori che si ricavavano da quel traffico, non si pensava a far lavorare più umanamente tutti quegli infelici ridotti peggio delle bestie da soma? Perché non si pensava a costruire le banchine su le due scogliere del nuovo porto, dove si ancoravano i vapori mercantili? Da quella banchine non si sarebbe fatto più presto l’imbarco dello zolfo, coi carri o coi vagoncini?

             – Non ti scappi mai di bocca una parola su questo argomento! – gli raccomandò don Paranza, una sera, dopo cena. – Vuoi finire come Gesù Cristo? Tutti i ricchi del paese hanno interesse che le banchine non siano costruite, perché sono i proprietarii delle spigonare, che portano lo zolfo dalla spiaggia sui vapori. Bada, sai! Ti mettono in croce.

             Sì, e intanto su la spiaggia nuda, tra i depositi di zolfo, correvano scoperte le fogne, che appestavano il paese; e tutti si lamentavano e nessuno badava a provveder d’acqua sufficiente il paese assetato. A che serviva tutto quel denaro con tanto accanimento guadagnato? Chi se ne giovava? Tutti ricchi e tutti poveri! Non un teatro, né un luogo o un mezzo di onesto svago, dopo tanto e così enorme lavoro. Appena sera, il paese pareva morto, vegliato da quei quattro lampioncini a petrolio. E pareva che gli uomini, tra le brighe continue e le diffidenze di quella guerra di lucro, non avessero neanche tempo di badare all’amore, se le donne si mostravano così svogliate, neghittose. Il marito era fatto per lavorare; la moglie per badare alla casa e far figliuoli. «Qua?», pensava il Cleen, «qua, tutta la vita?» E si sentiva stringere la gola sempre più da un nodo di pianto.

*******

             XI. – L’Hammerfest! arriva l’Hammerfest! corse ad annunziare a Venerina don Paranza, tutto ansante. – Ho l’avviso, guarda: arriverà oggi! E L’arso è partito. Porco diavolo! Chi sa se farà a tempo a rivedere il cognato e gli amici ! Scappò dal Di Nica, con l’avviso in mano:

             – Agostino, l’Hammerfest!

             Il Di Nica lo guardò, come se lo credesse ammattito.

             –    Chi è? Non lo conosco!

             –    Il vapore di mio nipote.

             –    E che vuoi da me? Salutamelo!

             Si mise a ridere, con gli occhi chiusi, d’una sua speciale risatina nel naso, sentendo le bestialità che scappavano a don Pietro nel tumultuoso dispiacere che gli cagionava quel contrattempo.

             –    Se si potesse…

             –    Eh già! – gli rispose il Di Nica. – Detto fatto. Ora telegrafo a Tunisi, e lo faccio tornare a rotta di collo. Non dubitare.

             –    Sempre grazioso sei stato! – gli gridò don Paranza, lasciandolo in asso. – Quanto ti voglio bene!

             E tornò a casa, a pararsi, per la visita a bordo. Su L’Hammerfest, appena entrato in porto, fu accolto con gran festa da tutti i marinai compagni del Cleen. Egli, che per gli affari del viceconsolato se la sbrigava con quattro frasucce solite, dovette quella volta violentare orribilmente la sua immaginaria conoscenza della lingua francese, per rispondere a tutte le domande che gli venivano rivolte a tempesta sul Cleen; e ridusse in uno stato compassionevole la sua povera camicia inamidata, tanto sudò per lo stento di far comprendere a quei diavoli che egli propriamente non era il suocero de L’arso, perché la sposa di lui non era propriamente sua figlia, quantunque come figlia la avesse allevata fin da bambina. Non lo capirono, o non vollero capirlo. – Beau-père! Beau-père!

              –   E va bene! – esclamava don Paranza. – Sono diventato beau-père!

             Non sarebbe stato niente se, in qualità di beau-père, non avessero voluto ubriacarlo, non ostante le sue vivaci proteste:

             –   Je ne boìs pas de vin.

             Non era vino. Chi sa che diavolo gli avevano messo in corpo. Si sentiva avvampare. E che enorme fatica per far entrare in testa a tutto l’equipaggio che voleva assolutamente conoscere la sposina, che non era possibile, così, tutti insieme!

             –   Il solo beau-frère! il solo beau-frère! Dov’è? Vous seulement! Venez! veneti

             E se lo condusse in casa. Il cognato non sapeva ancora della nascita del bambino: aveva recato soltanto alla sposa alcuni doni, per incarico della moglie lontana. Era dispiacentissimo di non poter riabbracciare Lars. Fra tre giorni l’Hammerfest doveva ripartire per Marsiglia.

             Venerina non potè scambiare una parola con quel giovine dalla statura gigantesca, che le richiamò vivissimo alla memoria il giorno che Lars era stato portato su la barella, moribondo, nell’altra casa dello zio. Sì, a lui ella aveva recato l’occorrente per scrivere quella lettera all’abbandonato; da lui aveva ricevuto la borsetta, e per averlo veduto piangere a quel modo ella s’era presa tanta cura del povero infermo. E ora, ora Lars era suo marito, e quel colosso biondo e sorridente, chino su la culla, suo parente, suo cognato. Volle che lo zio le ripetesse in siciliano ciò che egli diceva per il piccino,   –   Dice che somiglia a te, – rispose don Paranza. – Ma non ci credere, sai: somiglia a me, invece.

             Con quella porcheria che gli avevano cacciato nello stomaco, a bordo, se lo lasciò scappare, don Paranza. Non voleva mostrare il tenerissimo affetto che gli era nato per quel bimbo, ch’egli chiamava gattino. Venerina si mise a ridere.

             –    Zio, e che dice adesso? – gli domandò poco dopo, sentendo parlare lo straniero, suo cognato.

             –    Abbi pazienza, figlia mia! – sbuffò don Paranza. – Non posso attendere a tutt’e due… Ah, Oui… L’arso, sì. Dommage! che rabbia, dice… Eh! certo, non sarà possibile vederlo… se il capitano, capisci?… già! già! oui… Engagement… impegni commerciali, capisci! Il vapore non può aspettare.

             Eppure quest’ultimo strazio non fu risparmiato al Cleen. Per un ritardo nell’arrivo delle polizze di carico, l’Hammerfest dovette rimandare d’un giorno la partenza. Si disponeva già a salpare da Porto Empedocle, quando il vaporetto del Di Nica entrò nel Molo.

             Lars Cleen si precipitò su una lancia, e volò a bordo del suo piroscafo, col cuore in tumulto. Non ragionava più! Ah, partire, fuggire coi suoi compagni, parlare di nuovo la sua lingua, sentirsi in patria, lì, sul suo piroscafo – eccolo! grande! bello! – fuggire da quell’esilio, da quella morte! – Si buttò tra le braccia del cognato, se lo strinse a sé fin quasi a soffocarlo, scoppiando irresistibilmente in un pianto dirotto.

             Ma quando i compagni intorno gli chiesero, costernati, la cagione di quel pianto convulso, egli rientrò in sé, mentì, disse che piangeva soltanto per la gioja di rivederli.

             Solo il cognato non gli chiese nulla: gli lesse negli occhi la disperazione, il violento proposito con cui era volato a bordo, e lo guardò per fargli intendere che egli aveva compreso. Non c’era tempo da perdere: sonava già la campana per dare il segno della partenza.

             Poco dopo Lars Cleen dalla lancia vedeva uscire dal porto l’Hammerfest e lo salutava col fazzoletto bagnato di lagrime, mentre altre lagrime gli sgorgavano dagli occhi, senza fine. Comandò al barcajolo di remare fino all’uscita del porto per poter vedere liberamente il piroscafo allontanarsi man mano nel mare sconfinato, e allontanarsi con lui la sua patria, la sua anima, la sua vita. Eccolo, più lontano… più lontano ancora… spariva…

             – Torniamo? – gli domandò, sbadigliando, il barcajolo.

             Egli accennò di sì, col capo.

Lontano – Audio lettura 1 – Legge Lisa Caputo
Lontano – Audio lettura 2 – Legge Valter Zanardi
Lontano – Audio lettura 3 – Legge Giuseppe Tizza

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Pena di vivere così – Audio lettura 2

Legge Giuseppe Tizza
Pena di vivere così

Nicola Pucci, Donna allo specchio, 2005. Dal sito dell’Autore

Pena di vivere così

Legge Giuseppe Tizza

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******

             I. Silenzio di specchio, odore di cera ai pavimenti, fresca lindura di tendine di mussola alle finestre: da undici anni così, la casa della signora Léuca. Ma ora s’è fatta nelle stanze come una strana sordità.

             Possibile che la signora Léuca abbia acconsentito che dopo undici anni di separazione il marito torni a convivere con lei?

             Fa dispetto che la pendola grande della sala da pranzo faccia udire in questa sordità, così distintamente in tutte le stanze, il suo tic e tac lento e staccato, come se il tempo possa seguitare a scorrere ormai placido e uguale come prima.

             Nel salottino (che ha l’impiantito sensibilissimo) fu jeri un tintinnire d’oggettini di vetro e d’argento, quasi che le gocciole dei candelabri dorati sulla mensola e i bicchierini della rosoliera sul tavolino da tè avessero brividi di paura e fremiti d’indignazione alla fine della visita dell’avvocato Aricò che la signora Léuca chiama con le amiche «grillo vecchio»; dopo aver perorato e perorato quell’avvocato se n’era andato, badando a ripetere fino all’ultimo:

             – Eh, la vita… la vita…

             E si stringeva nelle spallucce, socchiudendo i grossi occhi ovati nel visetto olivigno, e stirava penosamente il magro collo per spingere su e su, dall’angustia delle spalle così ristrette, la punta del piccolo mento aguzzo.

             Credevano tutti quegli oggettini di vetro e d’argento che la signora Léuca, lì, alta e dritta, e così fresca, così bianca e rosea, con le piccole lenti in cima al naso affilato, di fronte a quel cosino verde e nero che si storceva tutto per licenziarsi ancora una volta ripetendo sulla soglia dell’uscio: – La vita… la vita… – dovesse almeno negar col capo o alzar la mano in segno di protesta. La vita? Eh già, proprio quella, la vita: una vergogna da non potersi nemmeno confessare; una miseria da compatire così, strìngendo le spalle e socchiudendo gli occhi, o spingendo su su il mento come fosse anche un ben duro e amaro boccone da ingozzare. E che cos’era allora questa che da undici anni lei, la signora Léuea, viveva qua, in questa sua casa monda e schiva, con le discrete visite di tanto in tanto delle sue buone amiche del patronato di beneficenza e del dotto parroco di Sant’Agnese e di quel bravo signor Ildebrando l’organista?

             Non era vita questa che si godeva qua nella santa pace inalterabile, qua in tanta lindura d’ordine, in questo silenzio, tra il tic e tac lento e staccato della pendola grande che batte le ore e le mezz’ore con un suono languido e blando entro la cassa di vetro?

*******

             II. Alla parrocchia di Sant’Agnese è corsa a dar l’allarme come una colomba spaventata la vecchia signorina Trecke del patronato di beneficenza.

             – La signora Léuca, la signora Léuca, col marito…

             Lo spavento è divenuto stupore e lo stupore s’è poi liquefatto in un sorriso vano della bianca bocca sdentata davanti al placido assentimento del capo con cui il parroco ha accolto la notizia già nota.

             Lunga di gambe, corta di vita e con la schiena ad arco, ancora biondissima a sessantasei anni, la signorina Trecke, mezzo russa, mezzo tedesca, ma più russa forse che tedesca, convertita dalla buon’anima di suo cognato al cattolicesimo e zelantissima, ha conservato nel viso pallido e flaccido gli azzurrini occhi primaverili dei suoi diciott’anni, come due chiari laghi che tra la desolazione s’ostinino a riflettere i cieli innocenti e ridenti della sua giovinezza. Eppure molti nuvoloni tempestosi sono passati da allora a offuscarli tante volte. Ma persiste a fingere di non averne mai saputo nulla la signorina Trecke; e così, la sua bontà, che pure è vera, assume spesso apparenze d’ipocrisia. Non vuole che l’amarezza delle tristi esperienze insidii e corroda la saldezza della nuova fede, e preferisce manifestare la sua bontà come affatto ingenua e inesperta, vale a dire come proprio non è. E questo provoca tanta stizza in chi le vuol bene, perché non si capisce come lei non riconosca quanto più merito avrebbe della sua bontà se la manifestasse come superstite sperimentata e vittoriosa di tutte le tristezze della vita.

             Liquefatta in quel sorriso vano, comincia a domandare con una compunta maraviglia se il signor Marco Léuca, marito della signora Léuca, è dunque veramente degno di perdono, cosa che lei non ha mai immaginato perché – saranno forse calunnie, dato che il signor parroco approva la riconciliazione – ma non ha tre figli, tre, tre femminucce, questo signor Léuca, con una… come si dice? sì, con un’altra donna? E allora come… che farà adesso? le abbandonerà per riconciliarsi con la moglie? Ah no? E che allora? Due case? Qua la moglie, e là quell’altra con le tre, sì, come si dice?, figliuole naturali?

             – Ma no, ma no, – si prova a rassicurarla il parroco con la consueta placidità soffusa di mite aria protettrice.

             Ci sono le catacombe a Sant’Agnese e anche la chiesa sotterranea, cupa e solenne; ma poi la casa parrocchiale è in mezzo a un verde così dolce e chiaro e con tanto aperto davanti e tanta aria e tanto sole; e si vede negli occhi limpidi del parroco e si sente nella calda voce di lui il bene che fanno, non pure al corpo, anche all’anima.)

             –    No, cara signorina Trecke. Niente due case, niente abbandono; e neppure una vera e propria riconciliazione: avremo, se Dio vorrà, un semplice amichevole riavvicinamento, qualche visitina di tanto in tanto, e basterà così. Per un po’ di conforto.

             –    A lui?

             –    Ma sì, a lui. Un po’ di sollievo alla colpa che pesa; il balsamo d’una buona parola al rimorso che punge. Non ha chiesto altro, e la nostra eccellente signora Léuca non avrebbe potuto del resto accordargli altro. Stia tranquilla.

             Le posa come fossero cose, le parole, il signor parroco: cose pulite e levigate – là – là – là – bei vasetti di porcellana sul tavolino che gli sta davanti, ciascuno con un fiorellino di carta, di quelli con lo stelo di fil di ferro ricoperto di carta velina verde, che fanno un così grazioso effetto e costano poco. Ma bisognerebbe consigliare a quel bravo signor Ildebrando, l’organista che fa anche da segretario al signor parroco, di non approvarle tanto con quei melliflui sorrisi e quelle mossettine del capo. Se ne sente finir lo stomaco quella brava signorina Trecke.

             Il signor Ildebrando non ha saputo mai perdonare ai suoi genitori, morti da tanto tempo, d’avergli imposto un nome così sonoro e compromettente, il più improprio di tutti i nomi che avrebbero potuto imporgli, non solo al suo corpicciuolo gracile, fievole, ma anche alla sua indole, al suo animo. Non ha mai potuto soffrire il signor Ildebrando quegli omacci sanguigni e prepotenti che han bisogno di far fracasso, gettar certe occhiatacce, prender certe pose con le mani sul petto: ci sono io, ci sono io; non ha mai voluto esserci per nulla, lui; ha cercato sempre di restare in ombra, tepido appena appena, insipido e scolorito. Gli pare che la signorina Trecke, così scolorita anche lei, dovrebbe far come lui, e invece, ecco che vuol mettersi in mezzo, immischiarsi in ciò che non la riguarda; ecco che, a proposito di quel signor Marco Léuca, domanda al signor parroco:

             –    E allora, potrei anche invitarlo a cena a casa mia? Il parroco casca dalle nuvole:

             –    Ma no! Che c’entra lei, signorina Trecke?

             E questa stiracchiando il vano sorriso della bocca bianca:

             –    Eh, se se ne deve aver pietà… Mia nipote dice di conoscerlo. Il parroco la guarda severamente:

             –    Lei farebbe bene, cara signorina, a sorvegliare un po’ la sua nipote.

             – Io? E come potrei, signor parroco? Non capisco proprio nulla io; e gliene sto dando ora stesso la prova. Proprio nulla, proprio nulla…

             E così dicendo, apre le braccia e s’inchina per andar via, ancora con quel sorriso sulle labbra e gli occhi infantili velati di pena per quest’incorreggibile ignoranza che sempre, Dio mio, la affliggerà.

*******

             III. Tre giorni dopo, il signor Marco Léuca, accompagnato dall’avvocatino Aricò, fece la sua prima visita alla moglie.

             Tutto arruffato, arrozzito, malandato, irto di commozione, fu, tra quella specchiante lindura di casa, per quei mobiletti gracili, nitidi del salottino, gelosi della loro castità, uno sbalordimento d’angosciosa trepidazione.

             Cinque minuti senza poter parlare, ad arrangolare come una bestia ferita, con un tremore spaventoso di tutto il corpo. E che terrore poi, che balzo, che scompiglio, quando, non potendo parlare, quasi afferrato e costretto dalla disperazione, si buttò a terra sui ginocchi davanti alla moglie, su quell’impiantito sensibilissimo. La signora Léuca, che stentava ancora a riconoscerlo, così cangiato, così arrozzito e invecchiato dopo undici anni, avrebbe voluto accostarsi per sollevarlo da terra, ma non riusciva a vincere il ribrezzo e lo spavento, e si tirava indietro, invece, per non vederselo così davanti in ginocchio, e gemeva:

             – Ma no… Dio, no!

             Le toccò ripeterla più volte quest’esclamazione e fu quasi tentata di scapparsene di là a un certo punto, quando parve che lui e l’Aricò si volessero azzuffare. L’Aricò l’aveva investito irritatissimo gridandogli di non far scenate, d’alzarsi e star tranquillo e composto; e lui l’aveva respinto con una furiosa bracciata per mostrarsi a lei in tutta la sua disperazione e abiezione; voleva alzare la faccia disfatta da terra e guardarla, e non poteva; e restava lì, Dio, restava lì, certo con la vergogna, ora, del suo atto teatrale mancato, che pur avrebbe voluto sostenere fino all’ultimo perché vi era stato trascinato dalla foga d’un sentimento sincero, dalla speranza forse che lei se ne sarebbe lasciata commuovere, intenerire fino a posargli la mano sui capelli in atto di perdono, non per carezza.

             Dio mio, ma poteva far. questo la signora Léuca? Avrebbe dovuto capirlo, che non poteva. Commiserazione, sì, compatimento può aver per lui, carità, come per tutti quei disgraziati che al pari di lui sentono la vita come una fame che insudicia e non si sazia mai.

             – La vita!

             Così, ecco, come lui l’ha scritta in faccia, con una violenza che comincia a rilassarsi sguajatamente. Che brutto segno, quel labbro inferiore che gli pende bestialmente e quelle borse nere intorno agli occhi torbidi e addogliati. Ma verrà qui ora, di tanto in tanto – ecco, sì, come dice l’avvocato – per respirare un po’ di pace, per ristoro dello spirito, ora che i capelli si son fatti grigi – lei li ha già tutti bianchi – e risentire la dolcezza della casa, benché…

             –    Benché?

             –    La dolcezza della casa, lei dice, avvocato?

             La signora Léuca sa bene che non ha più nessuna dolcezza la sua casa; solo una gran quiete. Ma quella quiete poi… No, non dice che le pesi; dice anzi che n’è contenta? la signora Léuca: legge, lavora per sé e per i poveri, va in questua con le amiche del patronato di beneficenza, va in chiesa, esce anche spesso per compere o per andare dalla sarta (che ancora le piace vestir bene), va quando deve dall’avvocato Aricò che ha cura dei suoi affari, e insomma non sta in ozio un momento. E contenta così, certo, poiché Dio non volle che fosse contenta altrimenti, che la sua vita cioè avesse altri più intimi affetti. Ma c’è pur questo silenzio che a volte, tra un punto e l’altro della maglietta di lana per una bimba povera del quartiere, o tra un rigo e l’altro del libro che sta leggendo, pare sprofondi tutt’a un tratto nel tempo senza fine e vi renda vani, o piuttosto, sconsolati ogni pensiero, ogni opera. Gli occhi si fissano su un oggetto della stanza e, per quanto lì da tanto tempo e familiare, quell’oggetto è come se non 1.’abbiano mai veduto, o come se tutt’a un tratto si sia votato d’ogni senso. E sorge un rimpianto: no, di nulla più ormai, ma di quello che non ha avuto, che non ha potuto avere; e una certa pena anche, non pena più veramente, un certo senso di disgusto che si fa quasi stizza dentro, per l’inganno che il suo stesso cuore un tempo le fece, di potere esser lieta, anzi felice, sposando un uomo che… – un uomo, insomma. Non sa più nemmeno disprezzarlo, ormai, la signora Léuca.

             – La vita…

             Pare che debba esser così. Questo, ecco, il disgusto. Non come il suo cuore, da giovinetta, la sognò; ma questa miseria che (forse è peccato dirlo) ad accostarcisi, pare debba proprio insudiciare; da compiangere fors’anche, certo anzi da compiangere, perché ogni piacere è poi pagato a prezzo di lagrime e di sangue. Ma non è facile.

             Per rispondere al signor parroco che le ha domandato: – Ma chi le ha detto, in nome di Dio, che la carità debba esser facile? – lei s’è lasciata persuadere a ricevere il marito di tanto in tanto, per una breve visita, ora che il disprezzo di prima s’è cangiato in questa commiserazione, che non è propriamente per lui soltanto, ma per tutti quei disgraziati che sentono la vita come lui.

             Ha riconosciuto la signora Léuca che molte delle opere di carità a cui attende sono anche un modo per lei di passare il tempo; fa, è vero, più di quanto potrebbe; si stanca a salire e scendere tante scale e vince spesso con la volontà la stanchezza degli occhi e delle mani nel lavorare per i poveri fino a tarda notte; dà poi in beneficenza gran parte delle sue rendite, privandosi di cose che per lei non sarebbero al tutto superflue; ma un vero e proprio sacrifizio non può dire che l’abbia mai fatto, come sarebbe vincere quel disgusto, quel certo orrore che nasce dalla propria carne al pensiero d’un contatto insoffribile, o rischiar di rompere quell’armonia di vita raccolta in tanta lindura d’ordine. Ha paura che non potrà mai farlo. Nascono pure in lei gli stessi sentimenti che in tutti gli altri; ma mentre gli altri vi s’abbandonano cecamente, lei, appena sorti, li avverte e, se buoni, li accompagna come s’accompagna un bambino per mano. Ha troppo attento lo spirito; ha troppo vissuto in silenzio. La vitale si è quasi diradata fino al punto che le relazioni tra lei e le cose più consuete non hanno più talvolta nessuna certezza, e le avviene allora di scoprire di quelle cose tutt’a un tratto aspetti nuovi e strani che la turbano, come se d’improvviso e per un attimo lei penetrasse in un’altra insospettata realtà che le cose abbiano per sé, nascosta, oltre quella che comunemente si dà loro. Teme d’impazzire, a fissarcisi. Ma distrarsene è difficile, con quel sospetto che le persiste come agguattato sotto il consueto aspetto delle cose. Che gli altri credano placidissima la sua vita e abbiano di lei il concetto che sia la serenità in persona, dovrebbe perciò irritarla, almeno in segreto. Invece no. Se? ne compiace, perché anche lei vuol crederlo, sicura di non aver mai dato campo a desiderii, di cui, appena balenati, non abbia respinto tante volte l’immagine. Perché veramente lei ha il disgusto della vita che insudicia. Vi sta in mezzo, la cerca per portarvi la sua opera di carità. Ma non potrebbe, se non sentisse che il suo spirito ne resta immune. Il solo sacrificio che lei può fare, è questo: vincere quest’orrore. E poco. Perché anche in questo, ciò che lei fa per gli altri è assai meno di ciò che ha fatto per sé quando, tante volte, ha dovuto vincere l’orrore del suo stesso corpo, della sua stessa carne, per tutto ciò che nell’intimità si passa, anche senza volerlo, e che nessuno vuol confessare nemmeno a se stesso.

*******

             IV. Con l’aria consueta di svagata innocenza, la signorina Trecke è venuta intanto a prendere informazioni, portando con sé la nipote. Ha trovato altre amiche in visita: la signora Marzorati con la figliuola, la signora Mielli, alle quali la signora Léuca, spinta a parlare, cerca di dire il meno che può su quella prima visita del marito. La signorina Trecke esclama:

             – Ah senti! E dunque venuto?

             La nipote ha subito uno scatto di fastidio:

             – Perché fingi di non saperlo, se lo sai?

             La signorina Trecke la guarda e si liquefa nel suo sorriso vano:

             – Lo sapevo? Ah sì, lo sapevo… Ma che doveva venire, non che fosse venuto.

             La nipote si scrolla e le volta le spalle per mettersi a parlare con la signorina Marzorati; il che cagiona subito una viva apprensione alla mamma, signora Marzorati, che non ha affatto piacere che la nipote della signorina Trecke parli con la sua figliuola.

             E davvero uno scandalo quella nipote della signorina Trecke. Basta vedere come va vestita. E si dicono di lei certe cose!

             Solo la signora Léuca, tra le tante amiche, comprende che se quella ragazza è così, la colpa non è tutta sua, ma dipende anche da ciò che quotidianamente avviene tra lei e la zia.

             S’è impegnata, tra loro due, come una gara molto pericolosa. La zia s’ostina a mostrare di non comprendere il male che la nipote fa; e questa allora lo fa per costringerla a comprenderlo e a smettere quella fintaggine insopportabile. E chi sa dove arriverà!

             Ma Dio mio, come deve regolarsi la signorina Trecke, se si dà sempre il caso che, dove lei suppone che ci possa esser male, là – nossignori – male non c’è; e viceversa poi par che ci sia, e grave, dove lei proprio non riesce a capire che ci possa essere?

             Sarà una sventura, ma è così.

             Ecco, per esempio: ha creduto che dovesse portare chi sa quale sconvolgimento nell’animo della signora Léuca quella «terribile» visita del marito, la vista di lui dopo undici anni di separazione, e invece niente: placida e fresca, la signora Léuca ne discorre con le amiche, come se non fosse avvenuto nulla.

             –    Ma se non è proprio avvenuto nulla, – sorride la signora Léuca. – E stato qui un quarto d’ora, con l’avvocato.

             –    Ah, meno male, con l’avvocato! Ho avuto tanta, oh tanta paura io, che venisse solo.

             –    Ma no, perché?

             –    Mia nipote m’ha detto che è tanto violento. Insegna appunto nella scuola, Nella, dove lui porta ogni mattina la maggiore delle sue… Dio mio, sì, non saranno legittime, ma credo, non so, che si debbano chiamar figliuole, no? benché non ne portino il nome. Eh, Nella, come hai detto che si chiamano?

             La nipote, brusca:

             –    Smacca.

             –    Sarà il cognome della madre, – osserva la signora Mielli, che pare arrivi ogni volta da molto lontano alle poche parole che le avviene di dire.

             –    Già, forse, – riprende la signorina Trecke. – Si figurino che una mattina a questa figliuola, in presenza di mia nipote, diede un… come si dice? ceffone, già, ceffone… ma così forte che la mandò in terra, poverina, e dice che con l’unghia, nel darglielo, la ferì alla guancia; per quanto poi, vedendo che s’era fatta male, dice che s’è messo a piangere. Oh! avrà, avrà pianto anche qua, suppongo.

             La signora Léuca, poiché anche le due altre amiche si voltano a guardarla per sapere se il marito abbia pianto davvero durante la visita, è costretta a dir di sì. È subito allora la nipote della signorina Trecke torna a voltarsi, come se, pur discorrendo fervidamente con la signorina Marzorati, sia stata sempre a orecchi tesi verso il crocchio delle signore, e di scatto, rivolgendosi alla zia:

             –   Niente di male, sai! niente di male, per la signora Léuca, in questo pianto del marito. Te n’avverto, perché tu non finga di commuovertene.

             Detto questo, riprende il suo discorso con la signorina Marzorati.

             La signora Léuca non può non notare che in quelle parole, nel tono con cui sono state proferite, è contenuta una sprezzante provocazione a lei, per uno scopo che non riesce a indovinare, se non è solo quello d’offendere con la derisione il suo modo di comportarsi. Non dice nulla. Guarda le due amiche, che si son guardate tra loro facendo un viso lungo lungo di gelata maraviglia, e con pena sorride come per indurre a compatire, per riguardo a quella povera signorina Trecke, la quale, al solito, non ha capito nulla ed è rimasta, allo scatto della nipote, liquefatta in quel sorriso vano della sua bocca sdentata.

             –   Ora non si vede tanto, – confida in quel mentre Nella Trecke in un orecchio alla signorina Marzorati, – ma le assicuro che dev’essere stato al suo tempo un gran tipo chic il marito della signora Léuca.

             La signora Marzorati dà a vedere di sentirsi più che mai sulle spine vedendo la figliuola interessarsi tanto a ciò che le dice quella diavola là. E la signora Léuca torna a sorridere con pena per quell’ambascia di madre.

             È una ragazzona rubiconda con gli occhiali, la figlia della signora Marzorati, soffocata da un gran seno, ma gonfio soltanto d’una certa allarmata ingenuità infantile che, di tratto in tratto investita, a sbuffi, da strani pensieri segreti o subitanee impressioni, le avvampa il viso, le riempie gli occhi di lagrime improvvise, perché teme di non esser più creduta quella fanciullona che è. Ma forse dubita anche lei stessa, dentro di sé, d’esser qualche volta cattiva, perché resta in forse lei stessa della sua sincerità, per via di quei lampi pazzeschi che nella sua bambinaggine la fanno intravedere diversa da quella che lei si crede e che tutti la credono.

             Dio, come appar chiaro tutto questo alla signora Léuca! Ed è una sofferenza, non è mica una soddisfazione per lei, che i suoi occhi vedano così chiaro, così a dentro, tutto, con la più precisa coscienza di non ingannarsi. E là, quella signora Mielli, con quell’aria di non saper mai quello che fa, come se facesse o dicesse tutto lontano da sé, senz’accorgersi di nulla, quasi per poter dire a un bisogno, se colta irr fallo: «Ah sì? Oh guarda! Io? ho fatto questo? ho detto questo?».

             Quando, alla fine, le cinque amiche se ne vanno, si sente così stanca e triste, la signora Léuca. Guarda le sedie del salottino, smosse, dov’esse poc’anzi stavano sedute. Quelle sedie vuote, fuori di posto, pare domandino sperdute il perché di quél loro disordine; che cosa quelle signore siano venute a fare; se avevan proprio bisogno di quella visita. Mah! Pare di sì, che ci sia questo bisogno di sapere che cosa dà agli altri o come è per gli altri la vita, e che se ne pensi e che se ne dica. Bisogno di viver fuori, in questa curiosità della vita degli altri, o per riempire il vuoto della nostra, distrarci dai fastidi, dagli affanni che ci dà. E così passare il tempo. E accaduta una disgrazia? un caso strano? Com’è? Come si spiega? Si corre a vedere, a sentire. Ah, è così? Ma no, che! Così non può essere. E allora come? Quando poi non avviene nulla, la noja, il peso delle solite occupazioni. E l’angoscia di vedere, come ora la signora Léuca la vede, lentamente morire ai vetri la luce del giorno.

*******

             V. S’era stabilito col parroco e l’avvocato che il signor Marco Léuca non sarebbe venuto mai solo in casa della moglie, e che le visite – brevi – non dovessero essere più di due al mese. Invece, a pochi giorni di distanza dalla prima, eccolo un’altra volta, e solo; con l’aria d’un cane che preveda d’esser male accolto e, aspettandosi un calcio, sogguardi pietosamente.

             La signora Léuca riesce a dissimulare il turbamento per la contrarietà che ne prova, e lo fa entrare e sedere nella saletta da pranzo.

             Appena seduto, lui si copre con le grosse mani la faccia e si mette a piangere; ma sènza nessuna teatralità, questa volta.

             La signora Léuca lo guarda e comprende che quel pianto, per finire, aspetta che lei dica una parola di pietosa esortazione.

             E poi?

             No no. Che sia ritornato, così presto e solo, e che lei non si sia rifiutata di riceverlo, è già troppo. Incoraggiarlo con qualche buona parola sarebbe come accettar senz’altro che i patti possano d’ora in poi non esser più rispettati e abilitarlo a venire anche ogni giorno e a chiedere subito chi sa che cos’altro.

             No no. Bisogna che lo trovi lui da sé, smettendo di piangere, il coraggio di dire perché è ritornato. La ragione. Una ragione di fatto, se l’ha.

             Dio mio! Dio mio! Dopo due ore di supplizio, la signora Léuca resta come intronata, convulsa in tutte le fibre del corpo.

             Le ha detto d’esser venuto perché voleva confessarsi. E invano lei gli ha ripetuto più volte ch’era inutile, perché sapeva, sapeva tutto dall’avvocato Aricò. Ha voluto farle la confessione.

             Turpitudini. Bagnate di certe lagrime, tanto più schifose, quanto più sincere. E a ognuna, guardandola con occhi atroci, soggiungeva:

             – Ma questo non lo sai!

             E trovava il coraggio di mettergliele davanti, là, con la più brutale impudenza, convinto che lei, quasi riparata dall’orrore che ne provava, non poteva esserne toccata; e perché, nel mettergliele così davanti, godeva, godeva di farsi sempre più basso, per esser calpestato da lei; raggiunto, in quel fango, dal piede di lei:

             –         Come Maria… tu… il serpe…

             E ancora sbalordita la signora Léuca da certe oscene immagini di vizi insospettati. Dalla stessa offesa che ne ricevevano, i suoi occhi sono stati attratti a fissarle, precise, in tutto il loro schifo, quelle immagini. E ne ha ancora sulle guance le vampe della vergogna. E un altro schifo, un altro schifo nelle dita, ora che lo avverte: lo schifo d’un biglietto da cento lire che, come ubriaca di tutta quella vergogna, gli ha dato all’ultimo, e che lui s’è preso, quasi di nascosto da se stesso, strappandoglielo presto presto dalla mano che pur così, quasi di nascosto, glielo porgeva.

             Ora si domanda se non era questo il vero scopo della visita di lui.

             Forse no.

             E stata lei a darglielo, quel danaro, per farlo andar via e levarselo davanti.

             Non se ne vorrebbe far coscienza, ma deve pur riconoscere che, almeno esplicitamente, lui non gliel’ha chiesto. Ha detto, sì, per commuoverla, che tutto quel po’ che gli è rimasto del suo patrimonio l’ha vincolato alle tre figliuole e consegnato all’Aricò, che ne rimette gl’interessi a quella donna per i bisogni di casa; e che lui è lasciato senza un soldo in tasca, dall’avarizia di colei, tanto che non ha da pagarsi nemmeno un sigaro, nemmeno una tazza di caffè, quando n’ha voglia, da prendere in piedi in un bar. E le si è intenerito davanti fino alle lagrime, parlando di queste privazioni; ma non le ha chiesto nulla; né avrebbe potuto, dopo quella confessione che voleva parer fatta con l’intento di scusare, se non in tutto, almeno in parte, la sua abiezione, rovesciandola addosso a quella donna e accusando sé soltanto per la debolezza della propria natura così purtroppo inchinevole a cedere a tutte le tentazioni dei sensi; non avrebbe potuto, dopo averla pregata a mani giunte, supplicata di voler sorreggere, anche con la sua vista soltanto, quella sua debolezza.

             Ora, avergli dato così, quasi di nascosto, quel danaro, e aver così tentato quella debolezza che aveva chiesto al contrario d’esser sorretta, per levarsene davanti subito lo spettacolo nauseante, è stata veramente una cattiva azione. La signora Léuca lo sente. E l’avvilimento che ne prova diventa più forte, quanto più considera che forse lui non ne ha provato altrettanto nel prendersi quel danaro.

             Nel voltarsi verso una delle finestre, vede il sole steso là sul verde vivo di quei vasti terreni da vendere che si scorgono dalla saletta da pranzo, con quella fila di cipressi in mezzo a qualche pino, superstiti di un’antica villa patrizia scomparsa. E quest’azzurro di bella giornata che ride limpido e puro e dà tanta luce a tutta la casa silenziosa.

             – Dio mio! Dio mio! – torna a gemere la signora Léuca, coprendosi il volto con le mani. – Il male che si fa… il male che si riceve…

             E così con le mani sul volto, rivede a questa considerazione l’immagine d’un vecchio candido pastore inglese incontrato ad Ari, in Abruzzo, quell’estate che vi andò a villeggiare, in quell’antica pensione inglese che pareva un castello in cima al colle. Quanto verde! Quanto sole! E quella frotta di ragazzette che le si faceva attorno, ogni qual volta dal fondo di quella viuzza si fermava ad ammirare le ampie vallate.

             – Marzietta di Lama…

             Ecco, sì, Marzietta. Si chiamava Marzietta, una di queste ragazze. Che occhi ! Foravano. E che risatine sotto il braccio levato per farle vedere quello sgraffietto sul naso.

             Ah, potere esser madre! Neanche questo. Neanche? Ma sarebbe stato tutto per lei, se avesse potuto esser madre.

             Si guarda le mani; vi scorge l’anello nuziale: ha la tentazione di strapparselo dal dito e buttarlo fuori dalla finestra.

             L’ha tenuto lì per segno del suo stato.

             Ora vede in esso l’obbrobrio dell’uomo che gliel’ha dato; tutti gli obbrobrii che or ora lui le ha confessati; e si torce in grembo le mani.

             Eppure, forse, se la carne anche in lei fosse diventata padrona, attirata, trascinata cecamente da una curiosità perversa e perfidamente istigata verso certi abissi di perdizione ora intravisti, chi sa se non vi sarebbe precipitata anche lei.

             La signora Léuca si guarda attorno. I mobili della saletta da pranzo, così tersa, si sono come allontanati nell’attesa che lei risenta in essi la vita monda e schiva di prima; così allontanati in quell’attesa, che lei quasi non li vede più, ora che la sua vita di prima è insidiata, sconvolta, offesa dalla torbida violenza di quel corpo d’uomo entrato lì a cimentar la consistenza di quanto lei finora aveva creduto d’edificare con tanto ordine e tanta lindura in sé e attorno a sé. La sua coscienza, la sua casa.

             S’è lasciata mettere a questo cimento. Ma chi l’ha consigliata e indotta, fin dove vuole che arrivi la carità di lei, scendendo a contatto di tanta nascosta vergogna? Vergogna di tutti, e più forse di quanti mostrano d’esserne immuni perché meglio degli altri riescono a tenerla nascosta anche a se stessi, che d’un che se la porti scritta in faccia, come quel povero mostro là.

             Dev’essere come un castigo per lei? Ma castigo di che? Credono che se lui s’allontanò da casa, undici anni addietro, fino a cadere in tanta abiezione, sia stato per colpa di lei che non seppe trattenerlo a sé?

             Non è vero. Non gli negò mai quanto, come marito, poteva pretendere che non gli mancasse da lei. E questo, non solo per dovere, non solo per non dargli un facile pretesto d’allontanarsi. No. Anche a costo d’una pena che più d’ogni altra ha afflitto l’anima di lei, nell’obbligo crudele che si è sempre fatto della sincerità più difficile: quella che offende e ferisce l’amor proprio; lei oggi ancora si confessa che no, no, il suo corpo non cedeva allora soltanto per quel dovere, ma si concedeva anche per sé, anche sapendo bene che non poteva valer per esso la scusa di quel dovere di fronte alla sua coscienza che, subito dopo, si risvegliava disgustata, perché già da un pezzo, non pur l’amore, ma ogni stima le era caduta per quell’uomo.

             Non lo allontanò lei; volle allontanarsi lui, quando ciò che lei poteva concedergli non gli bastò più.

             Ora, a chi le ha consigliato quella carità per commiserazione della bestialità sofferente e mortificata, per la bestialità che s’è lasciata trascinare cieca fino alle ultime abiezioni, non ha forse il diritto lei di domandare, indignata, se non sia troppo facile codesta commiserazione che le han presentato come una prova difficile per il suo spirito di carità; e se al contrario un’altra commiserazione non sia assai più difficile: quella per chi riesca a liberarsi da ogni bestialità, nella vita che è pur questa, piena di miserie e brutture che offendono, quando, come si fa, non ci si voglia dar l’aria d’ignorarle, di non averle sperimentate in noi stessi.

             La signora Léuca, che ha saputo affermare e sostenere in sé, nel suo corpo, e contro il suo corpo stesso, questa liberazione, vuole allora, in nome della vita e di tutte le miserie ch’essa comporta, aver l’orgoglio d’essere anche lei, ma ben altrimenti, commiserata; sì sì, commiserata, commiserata; non ammirata. Basta, alla fine, con questa insulsa ammirazione! Non è mica di marmo lei, da non esserle costata nulla, la liberazione.

             E per la prima volta le danno uggia, vera uggia, tedio, avversione, tutto quell’ordine, tutta quella lindura della sua casa.

             Scrolla il capo; balza in piedi:

             – Ipocrisie!

*******

             VI. Se n’è uscito stronfiando, ubriaco di soddisfazione, Marco Léuca, da quella visita alla moglie. E ora gli pare che, tra gli alberi e le case, l’aperto del viale se lo faccia lui, se lo allarghi lui, gonfiando il petto per respirare. Ah, vivaddio! S’è liberato. E stringe, come ad averne la prova, tra le dita della mano affondata nella tasca dei calzoni quel logoro biglietto da cento lire ripiegato in quattro. S’è liberato dalle angustie affliggenti in cui l’avevano attuffato il parroco e l’avvocato, spingendolo su per la scala della redenzione in casa della moglie.

             Ecco che ora ne discende liberato. La moglie ha come tirato una barra, con quelle cento lire: lei di qua, e lui di là. Restare di là, restare di là. Di qua non si passa; non deve più passare: che seguiti di là a insudiciarsi quanto gli pare. Ah che rifiato! Che allegria! E che non s’arrischi a presumere di non aver più bisogno di carità, nobilitandosi.

             Cento lire: va’ a bere! ubriacati!

             Guarda attorno con un lustro di pazzia negli occhi e ride impudente.

             Com’ha rappresentato bene la sua parte! Cento lire, in compenso. Quasi una lira per lagrima. E che gusto a vederla impallidire a certe descrizioni, con gli occhi intorbidati, poverina, e pur fissi fino allo spasimo, dietro quelle lenti in cima al naso. Eh perché, sì, faranno schifo, ma quando certe cose che nessuno vede, c’è chi trova il modo di farle vedere, è inutile, attirano la curiosità e, anche se non fanno gola, si vogliono sapere, e c’è anche il caso che il ribrezzo stesso, messo lì al cimento, restringendosi, asciugandosi come carne al fuoco, chieda che tu lo lardelli con certi allarmati perché che ti domanda, per sapere più precisamente, ma così, da lontano, senza toccare. Mani caste, poverine, che raggricciamenti! Ma no, via, toccate, toccate, arrischiate una toccatina a sentire che non fa male; e poi ci starete, che vi piacerà.

             Sghignazza, e c’è più d’uno che si volta a sbirciarlo. Quelle ragazzone là, alla fontana di Sant’Agnese. Carine. Fosse lecito tastarle, con la scusa d’un sorso d’acqua. Ma no! Lui vuol bere vino, e come un signore, in una bottiglieria di lusso. E poi con quelle non c’è gusto. Il gusto è con le altre, con quelle dalle groppe da cavalle e certi abissi dove il piacere t’afferra tutto, da non potertene più distaccare.

             [-.]

             Dice che le bambine, piangano o non piangano, bisogna pettinarle così. Se no, con la polvere e la porcheria che s’attacca alla testa…

             –    Che fanno?

             –    Che fanno? Li fanno !

             E allora sarebbero altri pianti, ogni mattina, per liberarle, a forza di pettine. Se basta! Tante volte bisogna ricorrere al rasojo. E belline, allora, tutt’e tre col testoncino raso.

             Là, là. Le trecce.

             Ma almeno, santo Dio, non le facesse così fitte, dure, tirate!

             Da tanto che son tirate, s’attorcono dietro la nuca alle tre povere piccine come due codini di majale, congiunti per le punte da una cordellina.

             Così unti d’olio poi, con quella scriminatura spaccata a filo fin sotto la nuca, i capelli (la grande, Sandrina, n’ha tanti!) – sissignori – pajon pochini pochini. Due codini di majale, addirittura.

             Ora egli si volta a guardarglieli dietro le spalle, a Sandrina, quei poveri capellucci così strizzati, mentre se la porta per mano lungo i viali di Villa Borghese, e ha la tentazione di fermarsi a disfarglieli.

             Attraversa la villa per far più presto. Non ha voluto prendere il tram per aver tempo di prevenire la figliuola e di farle le raccomandazioni opportune sulla visita che ora farà. Il cammino però è lungo: da via Flaminia, dove egli abita, fin presso a Sant’Agnese; e teme che, a farlo tutto a piedi, la piccina non abbia a stancarsi troppo.

             Ma non sono soltanto i capellucci, povera Sandrina! Quel vestitino, quel cappello, le mutandine che le si scoprono dalla sottanella… E come se sapesse di non aver nessuna grazia, conciata a quel modo, va come una vecchina.

             Ma da qualche tempo, se egli si ribella, perché vorrebbe veder messe con un po’ di garbo le figliuole, e per esempio accenna di voler disfare quelle treccioline, la minaccia è:

             – Bada che te le bacio!

             Perché è venuto fuori a colei, da alcuni mesi, qua al labbro di sotto, come un ovolino duro duro, un nodo che s’è a poco a poco ingrossato e fatto livido, quasi nero.

             Non sarà niente. Non può essere niente, perché, a premerlo, neanche le fa male. Le hanno consigliato di farselo vedere da un medico; ma lei dice che non se ne vuol curare. Di ben altro, purtroppo, avrebbe da curarsi: d’una certa stanchezza per tutta la persona, e di quel mal di capo che non la lascia mai, e anche d’una febbretta che le viene la sera. Ma lo sa bene da che provengono tutti questi malanni. E la vitaccia che è costretta a fare.

             A ogni modo, per scrupolo, non bacia più le bambine. Bacia lui, la notte, apposta, ridendo di rabbia e tenendogli acciuffata la testa con tutt’e due le mani perché non si muova e lei glieli possa mettere lì su la bocca, quei baci, tutti quelli che vuole, lì, lì; che se è vero che il male è quello che le vicine di casa le han lasciato intravedere, glielo vuole attaccare: lì, allo stesso posto. (Scherza. Da malvagia, sì; ma scherza. Perché poi non ci crede.)

             Non ci crede neanche lui, o, piuttosto, non vorrebbe crederci, perché non gli pare possibile che la morte si presenti così, in forma di queir ovolino sul labbro, che non prude né fa male, come se non ci fosse. Non” ci vuol credere anche, perché sarebbe una fortuna troppo grande. Ride anche lui perciò, di rabbia fredda, nel prendersi quei baci, che vorrebbero esser morsi velenosi. Ma l’altro giorno s’è fermato allo specchio d’uno sporto di bottega per guardarsi a lungo le labbra, passandovi sopra un dito, lentamente, stirando, per accertarsi che non vi avvertiva nessuna screpolatura. E non le bacia più da alcuni giorni neanche lui, le bambine. Al più, sui capelli, qualche volta, la più piccola, che non si può fare proprio a meno di baciarla, per certe cosette carine che fa o che dice.

             Le altre due, Sandrina qua, e la mezzana, Lauretta, sono sempre un po’ come intontite; come in attesa sempre d’un nuovo spavento. Se ne son presi tanti, di spaventi, assistendo alle liti furibonde che avvengono in casa quasi ogni giorno, sotto i loro occhi; e peggio anche, quando il padre e la madre si chiudono in camera, e di là vengono urli, pianti, rumori di schiaffi, di busse, di calci, d’inseguimenti, tonfi, fracasso d’oggetti lanciati e andati in frantumi.

             Anche jeri sera, una lite.

             E difatti egli tiene un fazzoletto avvolto attorno alla mano destra per nascondere un lungo sgraffio; se pure non è stato un morso. E un altro sgraffio più lungo ha sul collo.

             –    Sei stanca, Sandrina?

             –    No, papà.

             –    Non vorresti sedere là su quel sedile? Un tantino, per riposarti.

             –    No, papà.

             –    E allora, uscendo dalla villa e scendendo per via Veneto, prenderemo il tram. Intanto, senti. Ti porto in una bella casa. Vuoi?

             Sandrina alza gli occhi a guardarlo di sotto il cappellino, con un sorriso incerto. Ha già notato che il padre le parla con una voce insolita: ne è contenta, ma non sa che pensarne. Dice più col capo che con la voce:

             – Sì.

             – Da una signora che… che io conosco, – riprende lui. – Ma tu…

             E si ferma; non sa come proseguire. Sandrina, senza darlo a vedere, si fa molto attenta, e aspetta ch’egli seguiti a parlare. Ma poiché egli non dice più nulla, s’arrischia a domandare:

             –    E come si chiama?

             –    E… è una zia, – le risponde lui. – Ma tu a casa, bada, non devi dirne nulla, non solo alla mamma, ma neanche a Laura, neanche a Rosina; a nessuno, a nessuno. Hai capito?

             Si ferma di nuovo a guardarla. Anche Sandrina lo guarda, ma abbassa subito gli occhi.

             –    Hai capito? – le ripete lui, chino, con voce cattiva, seguitando a guardarla. Sandrina allora s’affretta a dir di sì, più volte, col capo.

             –    A nessuno.

             –    A nessuno…

             – Sai perché non voglio che tu lo dica? – soggiunge egli, riprendendo a camminare. – Perché la mamma, con questa… con questa zia, è in lite. Guaj se viene a sapere che ti ho condotto da lei. Hai visto jeri? Farebbe peggio!

             E dopo un’altra pausa: – Hai capito?

             –    Sì, papà.

             –    Non dir niente a nessuno! O guaj!

             Sandrina, dopo queste raccomandazioni e queste minacce, sogguardando la faccia scura del padre, non prova più nessun piacere ad andare nella casa bella di quella zia. Comprende che il padre non ci va per fare un piacere a lei, ma perché ci vuole andar lui, a rischio d’una lite con la mamma, se questa verrà a saperlo; non certamente da lei. Ma se la mamma, al ritorno, le domanderà dove è stata?

             Appena le sorge questo pensiero, suggerito dalla paura, Sandrina si volta di nuovo verso il padre.

             –    Papà…

             –    Che vuoi?

             –    E come dirò allora alla mamma?

             Il padre le scuote violentemente la mano per cui la conduce, e tutto il braccìno con essa.

             –    Ma nulla! ma nulla, t’ho detto! Non devi dirle nulla!

             –    No; se mi domanda dove sono stata, – gli fa osservare, più che mai sbigottita, Sandrina.

             Allora egli si pente della violenza e si china subito a carezzare, commosso, la piccina.

             – Bella! bella mia! Non avevo capito… Ma sì, te lo dirò io poi, te lo dirò io come devi risponderle, se ti domanda dove sei stata… Su, su, adesso! Fai vedere a papà il tuo bel sorrisino. Su! Un sorrisino bello, come quello del Teatro dei piccoli quando ti ci portai…

             La commozione è più per se stesso, che per la bambina; perché in quel momento si sente buono, lui. E il cuore gli si gonfia d’una tenerissima gioja nel sorprendere un sorriso di compiacimento sulle labbra d’una signora che, trovandosi a passargli accanto, lo vede così curvo e premuroso intorno alla figliuola. Un premio maggiore s’aspetta dalla boccuccia di Sandrina; ma questa, sì, gli sorride, o piuttosto si prova a sorridergli, solo per ubbidire; e tutto il suo visino, freddo e dolente, dice al padre di contentarsi così di questo piccolo, pallido sorrisino che può fargli. Per quel che vuole da lei, non potrebbe di più.

             Non ha ancora dieci anni Sandrina; ma già pensa che a difendersi deve provvedere da sé, cominciando dal padre, dalla madre e dalle sorelline.

             Nel visino bianco, non bello anche perché patito, gli occhi non sono come forse li vorrebbe il nasetto che si drizza in mezzo a loro un po’ ardito: sono serii e fermi. E non sempre è buono lo sguardo, quand’essi si fissano attenti, o quando si volgono obliqui per un istante, quasi di nascosto.

             Egli avverte questa segreta ostilità della figlia, e drizzandosi per riprendere il cammino, è pieno d’astio al pensiero che non può aspettarsi nulla di meglio dalle figliuole d’una madre come quella.

             Così quel giorno la signora Léuca si vede arrivare in casa il marito con quella figliuola.

             E ancora afflitto per la sua bontà mal rimeritata, stizzito e turbato della scarsa gioja che la figlia gli ha manifestato per quella visita furtiva; ma dentro di sé, tuttavia, non pentito.

             Non pentito, perché ha pensato a lungo, lui, che sarebbe un gran bene per quelle sue tre figliuole, se riuscisse a metterle sotto la protezione della moglie. Se la loro mamma morisse (ma non ci crede); se anche, un giorno o l’altro – chi sa! – anche lui dovesse venire a mancare; la moglie, ricca, potrebbe ajutar quelle bambine, lei che ne ajuta tante con la sua beneficenza. Così, se ha fatto male a metterle al mondo e poi a rovinarle, almeno potrà dire d’aver fatto qualche cosa per il loro avvenire.

             Teme intanto che questo fine interessato appaja chiaro alla moglie, che già ha dimostrato di sospettare che quelle visite di lui possano avere qualche altro scopo, oltre il bisogno d’un conforto morale. E non è ben sicuro ch’ella non abbia a giudicar soverchio l’ardire di portarle in casa la prova, là, delle sue colpe vergognose di marito.

             Si presenta perciò un po’ incerto e come sospeso. Vuol parere un mendico alla porta della pietà di lei, anche per quella sua figliuola, mendica. Si rianima subito, notando negli occhi della moglie il gradimento inatteso, il piacere ch’egli anzi sia venuto così accompagnato; e allora apre le braccia e senza darlo a vedere tira pian piano un gran sospiro con le labbra atteggiate d’un tremulo sorriso.

             La signora Léuca, infatti, accoglie con molta tenerezza quella piccina, la quale guarda con tanto d’occhi, smarrita. E quasi non bada a lui.

             – Oh, guarda! Vieni, vieni qua… Come ti chiami? Sandrina?… Brava! Sei la maggiore, è vero? La maggiore, brava… E vai a scuola? Oh, già alla quarta!… E allora, quanti anni hai? Già tanti! Nove e mezzo… Vuoi levarti il cappellino? Ecco, posiamolo qua… Siedi, siedi qua, vicino a me…

             Si volge a lui che, rimasto in piedi, guarda ancora in quell’atteggiamento, ma già di nuovo con le lacrime agli occhi, e gli dice:

             – Forse non sa chi sono…

             Ma Sandrina, con gli occhi bassi, risponde:

             –    La zia.

             –    Ah cara, sì, la zia, – conferma subito la signora Léuca, che non s’aspetta la risposta da parte di lei, e si china a baciarle una manina.

             Perché sa che è segno di simpatia, se i bambini parlano prima che abbiano preso confidenza con qualcuno.

             – La zia! la zia!

             È abituata a sentirsi chiamar così, «la zia», da parecchie bambine, per suggerimento affettuoso delle mamme, che intendono dimostrarle in tal modo la loro gratitudine. E prova un certo piacere, che egli abbia pensato di suggerir per lei lo stesso appellativo alla figliuola, benché certo per un’altra ragione.

             E allora, poiché è la zia, bisogna che la nipotina abbia subito subito la sua merenduccia di cioccolatte e biscottini, e fettine di pane imburrato, e spalmato di marmellata. Qua, qua, seduta a tavola, e col cuscino sotto, così, bella alta, come una grande. E ora, questa salviettina al collo qua:

             – Va bene così?

             E gliele imburra lei, le fettine, gliele spalma lei di marmellata.

             – E poi un cucchiaino così, di questa marmellata, da mettere in bocca solo, senza la fettina, non lo vogliamo? Eh, mi pare di sì!

             Sandrina la guarda e sorride, beata, ma come se ancora non credesse bene alla realtà di quanto le accade, di quel che si vede attorno, tanto le par bello e nuovo.

             Ora che la vede sorridere, però, la signora Léuca soffre di più a guardarle quel vestitino addosso così sgarbato, quei capellucci così tirati… Le debbono anche far male, povera piccina! E come Sandrina finisce di far merenda, se la porta di là, in camera, per scioglierle quelle treccioline e fargliene una sola, grossa e lenta, ma fino a metà, e sfioccato il resto, con un bel nodo di raso dove termina la treccia; e poi le aggiusta i capellucci davanti, facendoglieli scendere un po’ sulla fronte, perché diano più grazia al visino che s’è tutto colorito per la gioja. E che lustro, che lustro le hanno preso gli occhi!

             Pare un’altra, ora, Sandrina. Lei stessa, guardandosi allo specchio, in mezzo alle belle cose che la circondano in quella camera da letto, e che si riflettono quiete e luminose nello stesso specchio, quasi non si riconosce più.

             Non sa capire in prima la signora Léuca perché il padre, quando ella gliela ripresenta così bene acconciata, ora, e così tutta ravvivata, invece d’ammirarla e di compiacersene, resti quasi dispiaciuto e turbato.

             Possibile che nel cuore di lui, alla vista della nuova grazia che la figliuola ha acquistato, si siano destati all’improvviso gli stessi sentimenti che han turbato lei dianzi nell’acconciare amorosamente quella bambina non sua?

             Non vorrebbe la signora Léuca ch’egli credesse, che le cure che s’è prese per la piccina siano come un modo di significare a lui il rimpianto che quella figlia non abbia potuto esser sua. Curandola, assaporando la gioja di quelle cure, ella non ha voluto dir nulla a lui, proprio nulla; non ha neppur pensato ch’egli stesse ad aspettare di là.

             Ma poco dopo ch’egli se n’è andato, la signora Léuca, che s’è recata alla finestra, non per veder lui sulla strada insieme con la figliuola, ma per veder questa col suo bel fiocco di capelli sulle spallucce; non vedendoli uscire dal portone e, dopo aver aspettato un bel po’, andando per curiosità a spiare pian piano dalla porta che cosa sian rimasti a fare tutti e due per le scale, si spiega il perché di quel turbamento di lui e, rinfrancandosi, non può fare a meno di sorridere.

             Lo scorge, seduto a metà della terza rampa, su uno scalino, intento a rintrecciare fitti fitti sulla nuca della figliuola quei due codini di prima. S’è levato dalla mano il fazzoletto che vi teneva avvolto; e la signora Léuca dall’alto scorge allora su quella mano il rosso dello sgraffio; e l’altro più tremendo sgraffio gli scorge sulla nuca.

             Capisce tutto. Si pente di quel che ha fatto senza pensare che avrebbe cagionato a lui un così grave impiccio. Si rammenta all’improvviso delle due cordelline bisunte che tenevan legate le treccine della figliuola e che son rimaste sulla specchiera. Come farà egli adesso a legar quelle treccine, se pure riuscirà a portarle a fine con quelle grosse manone disadatte? E le due cordelline dovranno pure esser quelle, se egli vuol riportare a casa la figliuola tal quale ne è uscita, per non far sapere nulla della visita a lei, a quella donnaccia che lo sgraffia così.

             La signora Léuca vede necessario il suo intervento per rimediare al mal fatto. Corre a prendere in camera le due cordelline, e scende in fretta, risolutamente, le due rampe di scala, dicendo a lui dall’alto mentre scende:

             – Aspetta, aspetta… Lascia fare a me! Scusami, se non ho pensato… Hai ragione… hai ragione…

             E, com’egli si alza per cederle il posto, vergognoso d’essere stato sorpreso da lei nella miseria di quell’imbarazzo, siede sullo scalino e, presto presto, rifà le treccine alla ragazza. Nel chinarsi a baciarla, si sente prendere furtivamente una mano, e prima che abbia il tempo di ritirarla, avverte con ribrezzo il contatto dei baffi e delle labbra di lui.

             Per un lungo pezzo la signora Léuca, risalita nella saletta da pranzo, si stropiccia quella mano.

             Passano venti giorni, passa un mese, la signora Léuca non vede più ritornare il marito.

             Ha aspettato ch’egli le portasse in casa, come aveva promesso, le altre due figliuole più piccole, per fargliele conoscere. Ma forse la madre avrà saputo di quelle visite a lei; gli avrà fatto qualche scenata, e impedito di condurre le altre due.

             Suppone ch’egli si vergogni, forse, di venir solo, dopo quella promessa; suppone che possa essersi ammalato, o che possa essersi ammalata qualcuna delle figliuole, o anche quella donna; suppone che egli sia rimasto troppo avvilito l’ultima volta, sorprèso lì a sedere in mezzo alla scala con le treccioline di quella povera piccina in mano. (Ne sorride ancora pietosamente, la signora Leuca.) O forse si sarà accorto del ribrezzo, con cui ella ritirò violentemente la mano…

             Tante supposizioni fa la signora Léuca. Le amiche del patronato di beneficenza, che vengono a trovarla in quei giorni, osservano, così senza parere, che forse ne fa troppe. Ma se, come ritengono, è una pena per lei ricevere in casa il marito, anche così per una breve visita di tanto in tanto, dovrebbe esser contenta ch’egli da sé abbia diradato queste visite, che per dir la verità s’eran fatte un po’ frequenti e, a quanto pare, non tanto brevi, anche.

             Alla fine se ne accorge anche lei, la signora Léuca, che fa troppe supposizioni; e deve riconoscere che ha una viva curiosità di sapere perché egli non sia più venuto; ma senza il minimo dubbio tuttavia sulla natura di quel suo interessamento. Vorrebbe saperlo per lui, non per sé; se cioè qualche cosa di male fosse accaduta a lui; non perché possa esser male per lei ch’egli non venga più.

             Né un male, né un bene. Tutto è per lei ormai come lontano. Anche le cose più vicine. Basta che per un istante le senta vive in sé, e subito le diventano come lontane. Questa curiosità d’ora… Come se un giorno, tanti anni fa, la avesse provata… Può accettare, accogliere qualunque sofferenza, torcersi anche in uno spasimo, e non perdere mai questa facoltà di non sentirsene veramente toccare là dove il suo spirito è come immune di quanto può dare la vita di sofferenze e di spasimi.

             Ed ecco che, invece del marito, uno di quei giorni, viene l’avvocatino Aricò insieme col vecchio parroco di Sant’Agnese.

             Non c’è più dubbio che qualche cosa dev’essere accaduta.

             Che cosa?

             Mah! Non sanno dire, se una fortuna o una disgrazia. E morta la donna. Quella donna.

             – Morta?

             Sì. Improvvisamente, in tre giorni, d’una polmonite. Ma anche se questo male non l’avesse colta all’improvviso, sarebbe morta lo stesso tra poco, perché il medico accorso a curarla l’aveva trovata affetta da parecchi mesi d’un cancro alla bocca.

             La signora Léuca, a questa notizia, s’aombra. Domanda al parroco e all’avvocato, se quando le proposero d’accordare al marito il conforto di quelle visite, erano a conoscenza di questo male che minacciava la donna.

             I due protestano subito di no; il parroco, davanti a Dio; l’avvocatino Aricò, come se non bastasse, anche sulla sua parola d’onore.

             –    E lui? – domandò allora la signora Léuca.

             –    Che cosa, lui?

             –    Se lui lo sapeva!

             –    Ah, ecco… sì, – è costretto a confessare l’avvocatino, torcendosi un po’ sulla seggiola. – Dice che, sì… ne… ne aveva il sospetto, lui… vago, ecco, dice.

             II vecchio parroco guarda la signora Léuca accigliata, e poi domanda:

             –    Suppone che sia stato in previsione di questa morte? Non credo !

             –    Oh signor parroco, – scatta la signora Léuca, – per carità, non mi dica così! Sapesse che avvilimento è per me! Non ho mica bisogno, creda, che a un bambino sudicio sia prima lavato il viso, per fargli la carità. Mi perdoni! Lei ha poca stima di me, signor parroco.

             –    Ma no… ma no… – si prova a protestare sorridente, ma pure un po’ arrossendo, il vecchio parroco.

             –    Ma sì, mi scusi! – seguita la signora Léuca. – Poca stima.

             Il vecchio parroco, vedendola così insolitamente infiammata, si fa serio.

             – Vediamo di non peccar di superbia, mia cara signora. – Io?

             –    Lei, sì. Perché c’è tanti modi, veda, di peccar di superbia. Se per esempio lei con un sospetto di questo genere avvilisse troppo l’oggetto della sua carità, credendo così di render questa più meritoria davanti a Dio, o piuttosto davanti alla sua coscienza, che già per questo fatto comincerebbe a essere, creda, qualcosa di diverso.

             –    La mia coscienza?

             –    Sì, signora.

             –    Di diverso da Dio?

             –    Sì, signora. Gliel’avverto! Da un pezzo, da un pezzo lo noto in lei, con sommo dispiacere. Dico, questo voler troppo vedere le ragioni… con troppa inquietudine, ecco… Se ne guardi.

             La signora Léuca, pentita dello scatto, china il capo dolorosamente, e si reca le mani al volto.

             – Sì, è vero, – mormora. – Sono così… sono così…

             A questo punto l’avvocatino Aricò, alla cui fretta ogni discussione che non venga al fatto è una siepe di spine, visto che discuter troppo, secondo che ha finito or ora di dire il signor parroco, equivale ad allontanarsi da Dio, si prova a metter fuori un:

             –    Sicché dunque, signora mia…

             –    No, aspetti avvocato, – si volge a dirgli subito la signora Léuca, scoprendo il volto turbato. – Sarà male, è certamente male, signor parroco, questo che lei mi rimprovera; e io la ringrazio. Ma non è per superbia, creda! Tutt’altro, anzi…

             –    Avvilir l’oggetto della propria carità…

             –    No, me, me, signor parroco! ho piuttosto piacere d’avvilir me, se ho fatto un cattivo pensiero, veda! E credo meglio, a ogni modo, che l’ajuto gli venga da una che, in questo caso, sarebbe stata più cattiva di lui, se è vero che egli quel pensiero non l’ha avuto. Forse non so esprimermi chiaramente. Volevo dirle prima, che anche se egli si fosse riaccostato a me prevedendo prossima la morte di quella donna, io, venendo a saperlo, non mi sarei ritratta dal fare per le sue bambine e per lui tutto quello che mi sarà possibile… Aspetti, aspetti; mi lasci dire! Non creda, per render più meritoria la mia carità a costo di quest’avvilimento di lui! Tutt’altro! Anzi perché mi sarebbe parso più naturale, più umano, e più pietoso anche, così. Senza nessuna apparenza di… di sublimità, di false nobiltà d’intenzioni… Ma così, ecco… perché… perché siamo così… E se lui non è stato così, tanto meglio per lui! Volevo dirle questo.

             –    Ecco, dunque, – si lancia a dir di nuovo l’avvócatino Aricò, vedendo che anche il signor parroco, soddisfatto della spiegazione, ritornando a sorridere, approva e approva.

             Ma purtroppo non ha fortuna. Benedetta donna, questa signora Léuca! Nobilissima ma tormentosa, per uno che ha tanto da fare! Ecco che si volta a dirgli di nuovo:

             – No, aspetti, la prego, avvocato!

             Che altro ha da dire? Si vuol togliere del tutto, adesso, il merito della carità. Ah, santo Dio! Quel signor parroco, che cattiva ispirazione, andarla ad accusar di superbia… Sentiamo, sentiamo. Dice che non sarebbe carità, ma un piacere per lei prendersi in casa e curare, educare quelle tre bambine, far loro da mamma. Benissimo! E allora basta così. Se sarà anzi un piacere per lei… Questo è più di quanto s’aspettavano con la loro visita il signor parroco e lui. Ringraziare e andarsene: gli pare che non resti altro da fare.

             Nossignori. Eh, nossignori. Piano piano. Il tormento.

             La signora Léuca vuol sapere a qual prezzo intendono che lei paghi questo che sarà un piacere per lei, di far da mamma a quelle tre piccine.

             L’avvócatino Aricò sbarra tanto d’occhi in faccia al signor parroco, e si stizzisce notando che questi mostra di comprendere il riposto senso della domanda della signora Léuca e di trovarsi di fronte a un caso di coscienza che non gli s’era affacciato alla mente venendo a proporre alla signora d’accogliere in casa quelle tre orfane come la più grande delle concessioni che potesse fare.

             C’è anche lui, il marito con le tre piccine. Vedendosi riaccolto in casa, riprendendo a convivere accanto a lei, sotto lo stesso tetto…

             –    Ah già! ah già! – esclama l’Aricò, grattandosi con un dito la nuca. – Ma gli parlerò io, signora, non dubiti! Gli parlerà anche il signor parroco! Non potrà mica pretendere da lei l’impossibile.

             –    E allora? – gli domanda, per fermarlo subito, la signora Léuca.

             –    Allora, che cosa?

             –    Avvocato, lei potrà parlargli quanto vuole, non riuscirà mai a mutarlo. Sappiamo com’è, Dio mio, e dobbiamo prenderlo com’è! Lui prometterà, giurerà a lei e al signor parroco. Poi… poi verrà certo il momento che non terrà più conto della promessa. Ebbene, io dico allora, data questa mia assoluta, assoluta impossibilità… E dico per me, badi, non per lui!

             –    Come, per lei?

             –    Per la mia responsabilità, avvocato. Perché io debbo preveder fin d’ora quello che certamente avverrà, sapendo, come so, chi mi riprendo in casa. Vedrà che mi lascerà qui le bambine, e se n’andrà, dicendo che sarà stato per causa mia, perché gliel’avrò aperta io stessa la porta, con le mie mani, per ributtarlo alla sua vita di prima!

             –    Ma nient’affatto, signora!

             –    Non neghi così precipitosamente. Vedrà che avverrà come le sto dicendo io.

             –    Eh, ma allora, tanto peggio per lui, scusi! Lei fa già troppo a prendersi in casa quelle figliuole. Se egli vuol seguitare a fare il… (mi perdoni, stavo per dirlo), il responsabile sarà lui, non sarà mica lei!

             Ma la signora Léuca, ora, non guarda più l’avvocato Aricò che parla così; guarda il vecchio parroco che tace.

             E da quel silenzio la signora Léuca ha la certezza che il vecchio parroco non pensa più, che con questo voler troppo veder le ragioni, e con troppa inquietudine, la coscienza di lei s’allontani da Dio.

             Vuol dire dunque che Dio la ispirerà; e che per il momento – questo momento, che già per lei è come lontano lontano la conclusione bisognerà rimetterla alla vita. Alla vita, com’è stata sempre e come sempre sarà.

             Addio silenzio di specchio, ordine, quiete, lindura.

             E tutta sossopra la casa della signora Léuca, per accogliere più ospiti che non potrebbe; quattro ospiti nuovi, a cui bisognerà trovar posto, guastando, disponendo altrimenti le stanze, abolendo il salottino, la stanza dello spogliatojo, ammassando e anche portando giù in cantina tanti mobili, che forse saranno rivenduti, per collocare al loro posto i tre lettini e altri mobili che saranno comperati per le stanze da letto, le quali, da due che erano (compresa quella della serva), saranno adesso cinque.

             La signora Léuca cederà la sua, che è la più grande, alle tre bambine, e lei dormirà nella stanzetta accanto, dov’era prima il salottino, rinunziando al grosso armadio a tre specchi, che non vi troverebbe posto. Lui, il marito, bisognerà che s’adatti nello spogliatojo che, dopo quella delle bambine, è la stanza più larga, benché un po’ buja.

             Non ha nessun rammarico la signora Léuca né per la rinunzia a tutte le sue comodità, né per il sacrifizio di tanti oggetti cari. E anzi lieta in mezzo al disordine delle stanze, le quali, da che davano, ordinate, l’impressione di tanta solitudine, ora, così disordinate, e solo perché ancora così disordinate, pajon già piene di vita.

             Il nuovo aspetto ch’esse a mano a mano cominciano ad assumere, sistemate alla meglio, non le par certo bello. Le dà tuttavia uno strano piacere, perché nella sistemazione nuova, secondo il bisogno e le necessità dello spazio, sia degli oggetti vecchi, sia dei nuovi che a poco a poco arrivano, vede attuarsi, prendere consistenza l’immagine della nuova vita della casa. Quegli oggetti, così ora disposti, cominciano a rappresentargliela, quasi traendogliela a poco a poco da quell’incertezza in cui le si agita ancora dentro, per fargliela vedere, come sarà – questo qua, questo là – anche se, stando così come possono, non stanno come lei forse vorrebbe.

             Pazienza !

             Ora, intanto, può immaginarsi come farà, come si moverà per le stanze, che le sembrano nuove, per le cure nuove che le nasceranno.

             E nuovo, tutto quanto nuovo veramente ha voluto almeno l’arredo per la camera delle bambine, scegliendo lei ogni cosa, in giro per mezze giornate da una bottega all’altra: i tre lettucci bianchi, di ferro smaltato (di legno, li avrebbe voluti; ma, fosse stato uno! tre, costavano troppo; e bisognerà pensare a far un po’ d’economia su tutto, d’ora in poi!); bianchi però, li ha voluti anche bianchi, laccati bianchi, i due cassettoni e l’armadietto a specchio, le seggiole e i due tavolinetti da scrivere col palchettino da un lato, per le due più grandicelle che vanno a scuola (forse, non è stato prudente, bianchi anche questi: ci sarà il pericolo che presto li macchieranno d’inchiostro; ma ella si propone d’insegnar loro a far tutto a modino e di sorvegliarle sempre, tutt’e due, quando faranno i compiti di scuola, non perché non macchino i tavolini, ma per i compiti, che li facciano bene); e poi rosei, i tappetini a pie del letto; rosea anche la tenda alla finestra, e rosee le sopracoperte dei lettucci. Così, bianca e rosea, tutta la camera.

             Quell’antipatico grillo vecchio dell’Aricò, dice: troppe spese; e che si sarebbero potute risparmiare, facendo trasportare dalla casa del marito almeno quei mobili – letti, sedie, tavolini – che potevano servire ancora per il padre e le figliuole. Ma niente affatto! Nulla, qua, nemmeno un chiodo, di quella casa!

             Eh, ma se questa fosse una ripugnanza che prova soltanto lei? Se invece lui e le piccine avessero caro di vedersi attorno qualche oggetto della casa antica?

             Non gliela suggerisce l’Aricò, questa riflessione; la fa lei, che ne fa sempre tante. E allora, senz’altro, si reca a visitar quella casa in principio di via Flaminia, accompagnata dall’Aricò.

             –    Ma come? ora che le spese son fatte?

             –    Se ci sarà qualche cosa che vogliono conservare…

             Le vicine di casa, conoscenti e amiche della morta, si fan tutte sull’uscio o corrono ad affacciarsi alle finestre, quand’ella scende dalla carrozza davanti al vecchio portone sgangherato, alta e dritta, elegantemente vestita, col velo sulla fàccia; e quali e quanti commenti, appena, entrando, in principio dell’androne svolta per la scaletta a destra che conduce a un terrazzino, o piuttosto, a una specie di ballatojo, dove sono le due finestre a usciale delle camere poste sul davanti.

             –    Oh, coi capelli bianchi, hai visto?

             –    Sì, ma giovane! Che avrà? Avrà, sì e no, quarant’anni!

             –    Eh, signora fina…

             –    Per quel bestione là!

             –    Eppure vedete che se lo viene a riprendere!

             –    Be’, segno che gli serve ancora.

             –    Per me, che t’ho da dire, una donna con gli occhiali…

             Sarà perché viene da fuori; sarà perché la giornata è cupa, la signora Léuca non riesce a discerner nulla appena entrata da quel ballatojo nella prima stanza. Si sente stringere il cuore, pensando ch’egli s’è ridotto a vivere in una casa come quella; e l’angoscia e insieme il ribrezzo le crescono, appena gli occhi cominciano a distinguere la miseria, il disordine, la sporcizia… Si avverte ancora che la morte è passata di là da poco tempo, in un certo lezzo che è rimasto, di fiori vizzi e di medicinali.

             Ma dov’è lui?

             Sandrina, che è venuta ad aprire in sottanina, con le magre braccine nude, spettinata, risponde, ancora tutta abbagliata dalla vista inattesa della bella «zia» della casa ricca e lucente, che il babbo è di là, buttato sul letto, e che c’è la sarta.

             –    Ah, brava, – fa la signora Léuca, sollevando il velo sulla fronte e chinandosi per baciar la piccina. – La sarta, hai detto? Andiamo, andiamo, Sandrina. Sei contenta, cara, che sia venuta la zia? Sì , è vero? Povera cara piccina mia! Sì, sì, c’è qua la zia, ora… Sarà meglio che ci parli io con questa sarta. Vi prende le misure?

             –    No, ha fatto tutto…

             –    Come? di già?

             E la signora Léuca con Sandrina per mano s’avvia verso l’altra stanza in fondo; ma ecco lui, balzato dal letto, tutto rabbuffato, con la camicia aperta sul petto irsuto e una vecchia giacca nera, certo infilata, or ora, in fretta in furia.

             –   Tu, qua? Anche lei, avvocato? Sì, c’è la sarta. Per… per gli abitini da lutto… Vieni, vieni…

             Ha il cuore grosso; grossa la voce; e mostra una gran fretta, forse per nascondere il turbamento e la commozione; forse per non dar tempo alla moglie d’osservare intorno la miseria della casa, il disordine di quella sua vergognosa intimità.

             Ma prima di quei poveri abitini dà lutto (che saranno certo uno scempio, allestiti così, tutt’e tre, in pochi giorni) ella vuol vedere, conoscere le altre due bambine.

             Oh, ma guarda, guarda quella piccola là, che amore! in carnicina, con le gambottole nude, che alza il braccìno e s’afferra alla nuca tutte quelle belle boccole nere nere, arruffate! Dio, che occhi! È scontrosa?

             –    Rosetta? Si chiama Rosetta? Che amore! Sandrina corregge:

             –    No, Rosina.

             Rosina? Sarebbe meglio Rosetta, così tombolina! Ma né Rosina, né Rosetta, veramente, perché così bruna bruna, e con quegli occhioni cupi e che pure, Dio mio, pungono davvero quegli occhioni; e quella boccuccia là, un bottoncino di fuoco; e quel nasino che non pare nemmeno…

             – Cinque anni? Ah, deve ancora compirli… E allora no, via, il vestitino nero a lei… Bianco, con un bel fascione di seta nera in mezzo…

             Ma ci penserà lei, a casa.

             – E questa è Lauretta?

             La domanda, per quanto vorrebbe essere affettuosa, le vien fuori fredda dalle labbra; perché quella Lauretta è come se lei già la avesse veduta in Sandrina; non tal e quale, certo; ma con quella stess’aria afflitta, gli stessi occhi fermi e serii, il visino pallido piuttosto lungo, e i capelli lisci.

             Non è possibile non notar subito che quelle due sorelline più grandi non hanno nulla, proprio nulla, di comune con la più piccola, venuta parecchi anni dopo. Perché Lauretta ha già otto anni e tre mesi; vuol dire un anno e qualche mese meno di Sandrina, la maggiore.

             La signora Léuca respinge un sospetto che le sorge spontaneo, sapendo purtroppo che donna era la madre e che liti s’accendevano tra i due per la gelosia. Lo respinge, sia perché quella donna ora è morta, sia perché sa che lui predilige, sopra le altre due, quella piccola.

             Anzi, per dissimular subito d’averlo avuto, si mette a discutere con la sarta di quei vestitini così mal tagliati e mal cuciti; poi col marito, dello scopo della sua visita. Ma non c’è da portar via nulla da quella casa: egli è subito d’accordo con lei: tutta roba da svendere o da spartire, lì, tra il vicinato. Solo, i suoi abiti e la sua biancheria, e quella in migliore stato delle bambine.

             Nell’appressarsi a un canterano per accertarsi se non convenga lasciare anche questa biancheria delle bambine, certamente non fine né graziosa com’ella pensa che dev’essere d’ora in poi, la signora Léuca sorprende nel marito un atto subito represso, come se volesse trattenerla. Non tarda a comprenderne il perché. Sul piano di quel canterano c’è il ritratto della morta in una volgare cornice di rame. Finge allora di non vederlo; e dice a lui che ci sarà tempo di far la scelta di qualche capo da conservare, e che per il resto, se mai, penserà lei a farne elemosina.

             Domanda a Sandrina se, intanto, quella sera stessa non vuol venire a casa con lei.

             Sandrina risponde subito di sì, battendo le mani. Ma anche Lauretta dice che vuol venire. E perché non anche la piccina allora? – Tutt’e tre con lei, fin da questa sera: la camera, là, è pronta.

             Eh, ma la piccina, no. La piccina non si stacca dal padre. Senza il padre, non viene. E lui è meglio che rimanga qua, ancora per qualche giorno, per liquidare quel suo triste passato.

             Così la signora Léuca, quella sera, rientra in casa con le due ragazze vestite di nero.

             – Ecco la vostra camera, vi piace?

             Non riescono neppure a risponder di sì, Sandrina e Lauretta, tanto ne restano ammirate.

             – Qua dormirai tu, – dice a Sandrina. – E Lauretta là. E Rosina in mezzo, tra voi due, in questo lettino più piccolo.

             Poi mostra loro i tavolinetti, dove studieranno, e ne assegna uno a ciascuna.

             – Col cassetto, sì. Ce l’ha anche l’altro: sono uguali. E c’è anche un cassettino qua, piccolo piccolo, nel palchetto.

             E dice che d’ora in poi andranno a un’altra scuola lì vicino, in via Novara; e che le vorrà sempre diligenti e giudiziose e pulite.

             Quanto agli abitucci, bisogna che per ora tengano quelli; ne avranno poi di nuovi e di più belli, per uscire; altri, per casa, e i grembiulini: tutto in ordine.

             Intanto, le ripulisce ben bene, le ripettina; mostra loro tutta la casa; dove dormirà il babbo; dove dorme lei. E infine le fa sedere a tavola con sé per la cena.

             A poco a poco bisognerà insegnar tante cose, tante, a quelle due povere piccine! Per quella prima sera, meglio lasciarle fare a modo loro. Sono come incantate. Non sanno prendere il bicchiere, non san tenere in mano le posatine comperate apposta per esse. Impareranno a poco a poco. E imparerà anche lei a far che l’indulgenza, suggerita dalla pietà, non divenga troppa e nociva.

             Finita la cena, le tiene ancora un po’ con sé. Vorrebbe saper tante cose; ma non concede alla sua curiosità neppur di rivolgere una domanda. Cerca soltanto di far parlare Lauretta, che sta a guardar sempre in bocca Sandrina, la quale, per esser stata già una volta con lei, vuol mostrare alla sorellina che ha già preso una certa confidenza. Ma Lauretta, a ogni incitamento, si volta a Sandrina, come convinta che non tocchi a lei di rispondere per quella sera.

             Sarà per domani.

             Quando le mette a letto, viene a sapere che non sono solite neanche di farsi la croce prima d’addormentarsi. Dice loro, alla meglio, perché bisogna farsela, la croce, e le persuade a ripetere con lei una breve preghiera. Così ottiene anche, ma dopo una lunga insistenza, di sentir la voce di Lauretta che non ha voluto parlare.

             Spegne la luce, e le lascia sole in camera. Poco dopo, però, origliando all’uscio, per accertarsi se han preso sonno, le sente litigare a bassa voce, ma violentemente, e capisce che Lauretta è discesa dal suo lettino ed è andata a quello di Sandrina, che la respinge. Dio mio, s’azzuffano come due gattine! È certo che si sono afferrate per i capelli e che si danno calci. Che fare? Aprire? Sorprenderle? Forse è meglio no. Perché, se fanno così piano per non essere intese da lei, vuol dire che un certo ritegno lo sentono. Ma sarebbe bene conoscere il perché di quella lite. Forse Lauretta ha paura di dormir sola? o forse non è rimasta contenta di qualche risposta che Sandrina ha dovuto dare per conto di lei?

             Ecco, si sono quietate. Lauretta torna in punta di piedi al suo lettino. Ma Sandrina ora piange sotto le coperte.

             La signora Léuca rimane a pensare a lungo quella sera, e si domanda che cosa quelle bambine abbiano già per lei più delle altre che finora ha soccorso e che non potrà più soccorrere d’ora in poi.

             Quasi tutte le altre avevan certo assai più di queste bisogno del suo soccorso; e lei, non solo non avrebbe mai fatto tante spese, e con tanta premura, per. ospitarle; ma non s’era neppur mai sognata di poterne accogliere in casa qualcuna, modestamente, anche per averne lei stessa il vantaggio di qualche servizio.

             Ha accolto queste, perché figlie di lui, del marito? (E chi sa! Una, forse, neanche…) No… non per lui. Le ha accolte per sé, per riempire la sua vita, anche coi fastidii e i dispiaceri ch’esse le daranno. E non esse sole, certamente…

             Ecco a che l’ha condotta il consiglio della carità difficile! A farsela a sé, lei stessa, la carità, a danno di tante altre piccole derelitte, a cui ora non potrà più pensare.

             Ma no, questo no, non dev’essere!

             Se non è più possibile ormai considerar le altre bambine da lei finora protette come le due che ora dormono di là, già divenute sue, troppo rimorse; sarebbe per lei il non far più nulla per quelle; almeno per qualcuna… Quella malatuccia di via Reggio, Dio mio! E quell’orfanella, Elodina, di via Alessandria, impossibile non soccorrerle più, abbandonarle, là, alla loro miseria, così nera, mentre per queste qua tanto bianco e tanto roseo di lettucci e di mobiletti laccati e di tappetini e sopracoperte, e il piacere ch’ella già prova a immaginare gli acquisti che farà per loro, di biancheria fina, di scarpette eleganti, e la cura che si darà perché siano vestite bene e con grazia.

             No no. Sarebbe troppo! sarebbe troppo! E perché poi? Chi son esse infine?

             Si potrà lei veramente compiacere che tutti vantino domani la sua generosità per aver accolto in casa, vincendo ogni risentimento e il disgusto per la laida offesa al suo amor proprio di moglie che non poté esser madre, quelle tre figlie che il marito ebbe da un’altra donna? da una donna come quella? No. Perché lei non l’ha fatto per questa generosità, e si sdegnerebbe, se se ne sentisse lodare; anzi il solo pensiero che una tal lode le possa esser rivolta, già le accresce il rimorso per quello che ha fatto.

             In tal caso, beneficiando di questa sua presunta generosità, le tre bambine ospitate verrebbero a godersi sfacciatamente il premio della vergogna della loro madre, della colpa del loro padre, «generosamente» da lei perdonate. Mentre non ha perdonato niente, lei, la signora Léuca, non avendo proprio niente da perdonare, per il solo fatto che non ha sofferto della colpa del marito più di quanto non abbia sofferto per tant’altro male, anche non fatto a lei direttamente: il male che tutti fanno, inevitabilmente, volendo vivere; il male che lei stessa sta facendo ora a tante povere bambine per aver voluto accogliere in sé, più viva della loro, la vita di queste tre a lei ugualmente estranee e certo non più disgraziate.

             E bisognerà scontarlo, ora, scontarlo questo male.

             Nel silenzio, a un tratto (dev’esser molto tardi) le si fa vivo il tic e tac lento e staccato della pendola. Il vuoto del suo silenzio di prima. E ancora, e forse più angosciosamente che mai, ella vede vaneggiarvi sconsolato ogni suo pensiero, sconsolata ogni opera, sconsolata ogni immagine di vita.

             Ecco, le s’inquadra lontano, nell’ombra, col luccicore della volgare cornice di rame, il ritratto di quella morta, là, sul canterano… E tutte quelle vicine accorse a vederla scendere dalla vettura…

             Che farà lui, solo, a quest’ora, in. quell’orribile casa, con la piccolina?

             Chi sa perché, se lo immagina fermo davanti a quel canterano, con la piccolina in braccio, intento a guardare il ritratto di quella morta, ch’ella non ha potuto vedere.

             È d’aver salito, su, su, fino alla cima, una così alta montagna, la colpa. E non per orgoglio di salire… Che orgoglio? Può anche essere stata una condanna; o il destino.

             E, si sa, questo gelo ora, e questo silenzio della cima. E veder tutto piccolo e lontano; e così, per forza, velato, soffuso di questa esiliante tristezza di una nebbia, che da vicino, là in basso, forse non c’è, e che da lontano e dall’alto si vede, perché la stessa altezza, la stessa lontananza la formano.

             Tre giorni dopo, viene il marito con quella piccolina aggrappata al collo, come una gattina selvaggia e impaurita, che non voglia farsi strappare.

             Arrabbiato per questa selvatichezza della bimba, che gli ha impedito di portar su, una per mano, le due vecchie pesanti valige, in cui ha raccolto tutto quel po’ che ha creduto potesse entrare senza troppa vergogna nella casa della moglie da quella sua casa ora distrutta, accoglie senza nessuna festa le espansioni d’affetto e di gioja di Sandrina e di Lauretta e non ha occhi per vedere com’esse in tre giorni son quasi rinate.

             Le due piccine, che s’aspettavano le meraviglie del padre per il loro contegno e la loro lindura, così ben pettinate, con quei grembiulini nuovi, neri, coi risvolti di merletto bianco ai polsi e al collo e la cinturina in mezzo, e le calzette fine e le scarpette nuove, restan deluse e come mortificate.

             Per miracolo non bestemmia, il padre, soffocato dalle braccine di quella brutta Rosina, che gli si stringono sempre più al collo. Alla fine, visto che non riesce, per quanto faccia o dica, a farle allentar la stretta, ecco che, inferocito, con uno strappo violento se la stacca dal collo e (ben le sta!) quasi la butta su una seggiola, gridandole:

             – Qua, e zitta, o te le do!

             Ma la bimba, frenetica, si rovescia a terra, urlando, tempestando con le gambette, nascondendosi la faccia con le braccine, le mani afferrate ai capelli; mentr’egli va verso la finestra, esasperato, sulle furie:

             –    Non ne posso più! non ne posso più! Si volta verso la moglie, e aggiunge:

             –    Da dieci giorni così, aggrappata a me, fino a strozzarmi!

             E vedendo la bimba correr verso di lui, carponi sul pavimento, come una bestiolina urlante:

             – Ecco! la vedi? la vedi?

             E alza la gamba, a cui la bimba è venuta ad avvinghiarsi. Sandrina e Lauretta si mettono a ridere.

             – Ah, non si ride! – le ammonisce subito, seria, la signora Léuca. – Vergogna; mentre la sorellina piange… Andate, andate piuttosto a prendere i giocattolini che le abbiamo comprato jeri…

             Il padre intanto s’è chinato a riprendersela in braccio:

             – Senti? senti? i giocattolini…

             Ripresa in braccio, la bimba, ancor tutta convulsa, cessa di piangere; ma come Sandrina e Lauretta ritornano dalla camera coi giocattoli, udendo il suono che Lauretta cava dai due cembalini di latta d’un pagliaccetto rosso che apre e chiude le braccia, riaffonda la faccina sotto il mento del padre, per non vedere, per non udire, e riprende a smaniare, come per rimettersi a piangere.

             La signora Léuca ha allora l’impressione che quella bimba così .avvinghiata al padre rappresenti come una condanna che gli abbia lasciato quella donna, di non potersi più staccare, di non poter più levarsi a respirare fuori da tutto ciò che essa, in vita, a sua volta rappresentò per lui: miseria, abbrutimento, oppressione.

             E prevede che non potrà nulla lei, su quella creaturina, forse mai; perché troppo neri e come unti ancora e impregnati ferinamente del vizio da cui è nata, ha i capelli, tutti quei capellucci ricciuti; e troppo cupi e pungenti gli occhi; e troppo selvaggio il sangue con cui è impastata.

             Non si prova nemmeno ad accostarsi per cercar di staccarla dal padre e persuaderla a mettersi a giocare con le sorelline, certa com’è che, non solo non riuscirebbe a nulla, ma anzi farebbe peggio.

             Conduce il padre a veder la camera che gli ha assegnata, con l’aria di scusarsi che, data la casa, meglio di così non ha potuto alloggiarlo; ma s’accorge subito che non è giusto che si dia quell’aria; e le fa uno strano effetto ch’egli le risponda, infatti, accigliato:

             – Ma no, ma no, che dici?

             Accigliato, quasi senza volerlo; perché ha veduto il letto, che è per uno; mentre lui finora ha dormito in un letto a due. E aggiunge, indicando la piccina che ha sempre al collo:

             –    Per questa pìttima qua.

             –    Ma c’è il lettuccio per lei di là, – s’affretta a rispondergli la signora Léuca. – In mezzo, tra i due delle sorelline. Vieni, ti farò vedere.

             Egli resta ammirato davanti alla bella camera bianca e rosea, con quei tre lettini; ammirato e commosso; ma anche dolente; perché si vergogna a dirlo – ma da quand’è morta quella, anche di notte la piccina se n’è stata con lui, nel letto grande al posto della madre; e forse non sarà possibile indurla a dormir sola, adesso, in quel lettino.

             – Ebbene, vedremo stasera, – gli risponde la signora Léuca. – Se riusciamo a metterla a letto qua, le starai tu accanto, finché non si sarà addormentata. Altrimenti, pazienza! trasporteremo di là il lettuccio, e dormirà in camera tua.

             S’accorge, così dicendo, che Sandrina e Lauretta ne sarebbero molto contente, non tanto perché resterebbero loro due sole, allora, padrone della bella camera, quanto perché da che stanno qui e han preso quell’aria di ragazzine ben messe e ben educate, vorrebbero dimostrare che ormai capiscono come bisogna stare in una casa signorile, così diversa da quell’altra in cui sono nate e cresciute, e temono che non sarà loro possibile con quella sorellina, la quale invece dimostra di voler con tanta tenacia rimanere attaccata alla vita di prima. Quasi quasi non han piacere neanche di vedere il padre ora, lì nella bella casa, dov’esse. per tre giorni sono state così bene, sole, a respirare nella nuova vita, in compagnia della «zia».

             Veramente si ha l’impressione che anche lui, il padre, con quell’aria rabbuffata e cupa, non potrà adattarsi a viver qua, e che resterà sempre come estraneo, trattenuto da quelle braccine che non vogliono staccarglisi dal collo. Eccolo là, infatti; quasi non osa guardare; non sa che cosa dire; confuso, imbarazzato, ripete con voce grossa:

             – Troppo… troppo…

             Poi domanda licenza d’andare in camera sua a disfar le valige per mettere a posto la roba, come se all’improvvisò gli fosse sorto il timore che altri si fosse messo a disfarle in vece sua.

             – Zia, – domanda allora Lauretta, – perché noi sì, di nero, per la mamma, e papà no?

             La signora Leuca, che non ha badato al colore dell’abito del marito, resta a guardar la ragazza, e lì per lì non sa che cosa risponderle; non già perché le sia difficile trovare una ragione qualsiasi, ma perché pensa che egli forse non s’è vestito di nero per un riguardo a lei, per non portarle sotto gli occhi il lutto di quell’altra donna.

             Se n’addolora e se n’impensierisce. Egli la deve aver pianta, quella donna. Ha bene impresse in mente la signora Léuca le orribili cose che le confessò quel giorno, e comprende che se egli poté odiare colei mentr’era viva, per la schiavitù dei sensi in cui lo teneva, ora certo tra sé si struggerà d’essersene liberato, e chi sa a qual prezzo vorrebbe riaverla e come e quanto la avrà dunque rimpianta finora e la rimpiangerà a lungo ancora.

             Tranne che…

             La signora Léuca tronca la supposizione, che da tanti giorni ormai la turba e la tiene agitata.

             E sicura, sicurissima che avverrà purtroppo quanto ha previsto, discorrendo col vecchio parroco e con l’avvocato Aricò e ponendo i patti per il ritorno del marito in casa. Non avverrà oggi, non avverrà domani, ma appena egli avrà vinto quel primo imbarazzo e ripreso un po’ di confidenza, avverrà di certo.

             Il turbamento e l’agitazione si fanno tanto più vivi, quanto più ella nota in lui modi, atteggiamenti, espressioni, che dovrebbero anzi quietarla e rassicurarla: quell’avvilimento, quella remissione, e la pazienza e l’affetto per le figliuole, di cui, almeno fino a tal punto, non l’avrebbe mai creduto capace; tante cose, insomma, che le consigliano un particolar riguardo per la sua condizione d’ospite ricoverato, e che le destano una pietà molto più intensa di quella a cui già, quasi per dovere, si sentiva disposta.

             A cena, che impressione! vedergli alzare a un certo punto, discorrendo dell’avvocato, uno dei sopraccigli, ma contraendolo dalla parte del naso in un’increspatura di volontà intelligente, come soleva fare un tempo, discutendo con lei, nei primi anni del matrimonio: riconoscere nel viso mutato, alterato sguajatamente dai vizi, quell’antico segno d’intelligenza, che le piaceva.

             E che impressione, anche, nell’osservare in lui ancora i tratti dell’antico signore, a tavola!

             Imbarazzo, soltanto se lei lo guardava. (Abbassava subito gli occhi, allora, o li volgeva, torbidi, altrove.) Ma nessun imbarazzo nel modo di comportarsi, di servirsi; benché per le due figliuole più grandi dovesse esser nuovo, quel modo, perché guardavano il padre come se non lo riconoscessero più. Ma lo riconosceva lei, quel modo ch’era, con sua meraviglia, quello d’un tempo, ma ancora come nativo in lui e perfettamente spontaneo.

             Il vino…

             Dio mio, che pena! Vedersi costretta, ogni volta, a stornar subito gli occhi che le si fissavano sulla bottiglia, senza che lei lo volesse. Eppure, restava lì quasi intatta quella bottiglia… Le rendevano vano, quegli occhi maledetti, lo sforzo di dissimulargli che ella sapeva dall’avvocato Aricò del suo vizio d’ubriacarsi quasi ogni sera.

             Certo, egli doveva soffrire a bere così poco, a non ber quasi niente; ma non lo dava affatto a vedere.

             E vero che quella era la prima volta che sedeva a tavola con lei dopo tanti anni. Chi sa, se in seguito – domani a colazione; domani sera a cena – sarebbe riuscito a frenarsi ancora così…

             E poi, dopo cena, quella sua bocca divenuta brutta, quasi nera sotto i baffi neri un po’ brizzolati nel mezzo, che sorriso bello, di paterna tenerezza, aveva saputo trovare nel mostrarle la bimba che gli s’era addormentata sulle ginocchia! E le aveva domandato sottovoce se non sarebbe stato bene provarsi a svestirla pian piano, per andarla a deporre sul suo lettino, là in camera, dove già erano andate a dormire le sorelline maggiori.

             Sì, certo. Ed ecco che lei c’era curvata fin quasi a toccarlo con la spalla sul petto, fin quasi a porgli il capo sotto la bocca, tanto che sui capelli ne aveva avvertito il respiro; e poi, per forza, più volte aveva dovuto toccarlo davvero, dovendo svestirgliela sulle ginocchia, la bimba; ma l’atto le aveva fatto meno impressione del pensiero di poterlo fare. E che stizza dentro di sé, intanto, per quelle sue mani che potevano dargli a vedere e a credere ch’ella non si sentisse al tutto calma e sicura!

             Infine, adagiata sul letto con tutte le precauzioni la bambina, e usciti tutti e due in punta di piedi dalla camera, era venuto il momento più pericoloso: quello di vedersi loro due soli, di nuovo insieme, per un momento, prima di recarsi a dormire, nel silenzio e nell’intimità della casa.

             Ebbene, non era accaduto nulla.

             Appena richiuso l’uscio della camera delle bambine, egli aveva tratto un respiro di sollievo, e a bassa voce, sorridendo, le aveva detto che ormai poteva esser sicuro di stare in pace fino a domattina, perché la bimba non si svegliava mai durante la notte; poi, umile ma tranquillamente, le aveva augurato la buona notte e s’era ritirato nella sua camera.

             Da un’ora, a letto, ritorna con la mente a tutte queste sue impressioni, la signora Léuca; prova un acerbo dispetto contro se stessa, per quel turbamento che ha avuto, e che le pare tanto più indegno, quanto più lo confronta con l’umiltà, con l’avvilimento e la mortificazione di lui; di lui che non ha nemmeno osato guardarla, e che certamente, certamente non si sogna neppure, per ora, di poter tentare di riaccostarsi a lei più di quanto ella gli possa permettere. Che s’è aspettato, Dio mio? E ha chiuso a chiave l’uscio, appena entrata! Quasi quasi scenderebbe dal letto per andare a levar quella serratura, tanto le fa stizza che abbia pensato di dover premunirsi così fin dalla prima sera.

             L’ha notato il signor parroco, dopo l’ultimo convegno delle dame del patronato nella casa parrocchiale, parlandone col signor Cesarino, che dice di averlo notato anche lui; l’hanno notato ugualmente le amiche, signora Mielli e signora Marzorati e, pare quasi impossibile, anche la brava signorina Trecke. Una cosa che… sì, ecco, fa proprio dispiacere.

             Lo zelo della signora Léuca s’è più d’un po’ raffreddato. Non viene, da circa due mesi, alle riunioni del patronato; non solo, ma ha saltato anche la santa messa qualche domenica; più d’una! E un certo raffreddamento anche è evidente verso le amiche, come se sospettasse anche in loro una certa responsabilità per le non liete condizioni in cui s’è lasciata mettere con quelle tre bambine in casa, e quell’uomo là, il quale, per quanto dicano che sia molto rispettoso verso di lei, pur tuttavia deve pesarle come un macigno sul petto.

             Non c’è dubbio che le daranno molto da fare quelle tre bambine; ma se è vero (e dev’esser vero) ch’esse non sapevano neanche farsi la croce la prima sera ch’ella le accolse in casa; tanto più, adesso, non dovrebbe trascurare di condurle a messa regolarmente tutte le domeniche, e ora anche alla novena in preparazione della festa dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima, che cade il giorno otto.

             La signora Mielli nota poi, che l’amica, prima così curata sempre nelle vesti, nell’acconciatura, ora è proprio trascurata, pettinata male, se non addirittura spettinata, come se non avesse più né tempo né voglia di guardarsi allo specchio. Francamente, ella ha quattro bambini, non tre, e tutte le cure e tutte le attenzioni per essi, per il marito, per la casa; ma il tempo di pettinarsi a modo e di vestirsi bene e con comodo, lo vuole; e, volendo, si trova, via, si trova! E chiaro che ancora la signora Léuca deve farci l’abitudine, a combattere coi figliuoli. Eh, vita beata, quella che viveva prima! Ma il merito può esser soltanto quando si vincono le difficoltà; non quando tutto è semplice e facile, non è vero?

             Peccato, sì, ha perduto la serva affezionata che stava con lei da tanti anni, povera signora Léuca. Ma naturale! Avrebbe dovuto prenderne un’altra per ajuto, considerando in tempo che una sola non poteva più bastare, con tre bambine ora e con un uomo per casa.

             –    Ma l’aveva presa! l’aveva presa! – dice la signorina Trecke. – Sembra però che abbia dovuto licenziarla su due piedi, perché il marito… non so…

             –    Come come? Il marito? – domanda la signora Marzorati, facendo un viso lungo lungo.

             La signorina Trecke apre la bocca al suo solito sorriso. Non capisce bene di che cosa si possa essere accorta, la signora Léuca, ma il fatto è che sua nipote si mise tanto a ridere, ma tanto, ma tanto, allorché lei andò a dirle di quel licenziamento.

             –    Come una matta, rise, chi sa perché!

             –    Ma già! – esclama con gli occhi lontani lontani la signora Mielli. – E certo che quell’uomo, adesso…

             –    Ma Dio mio ! – osserva indignata la signora Marzorati. – Se la signora Léuca (e ha ragione, poverina: moglie io, al suo posto, ma piuttosto mi butterei da una finestra!)… dico, lei m’intende, signora Mielli. Fuori di casa, però!

             A questo punto, beata come se fosse stata in cielo con gli angioletti nel tempo che le due signore si sono scambiate quelle poche parole tra molti ammiccamenti, la signorina Trecke scappa a dir, sorridendo, che – sì – va fuori di casa infatti ogni sera il signor Léuca.

             – Tant’è vero, – soggiunge – che viene da me.

             La signora Marzorati si volta a guardarla, sorpresa e accigliata:

             – Da lei? E come? a far che?

             E la signorina Trecke risponde: – A trovare mia nipote.

             Non ci può esser niente di male per lei in queste visite del signor Léuca a sua nipote, visto che il signor Léuca s’è riconciliato con la signora Léuca e che il signor parroco ha tanto favorito questa riconciliazione.

             – Ma che riconciliazione, che riconciliazione! – le dà sulla voce la signora Marzorati. – Dica un po’, sa che discorsi fanno, almeno, tra loro?

             La signorina Trecke abbassa con furbizia assassina le vecchie palpebre cartilaginose da scimmia, sui chiari occhi innocenti, e rapidamente, sempre sorridendo in quel suo modo, accenna più volte di sì col capo:

             –    Parlano dell’Equatore, – dice. – Della Repubblica dell’Equatore. Perfino la signora Mielli, così sempre lontana da tutto, sgrana tant’occhi.

             –    Della Repubblica dell’Equatore?

             – Sì, – spiega la signorina Trecke. – Perché è partita una spedizione di grossi industriali per la Repubblica dell’Equatore. C’è tutto da fare, nella Repubblica dell’Equatore. Ponti, strade, ferrovie, illuminazione, scuole… E mia nipote conosce uno che fa parte della spedizione. Dice che ce ne sarà una nuova, tra poco, più numerosa, d’operai, di contadini, d’ingegneri, e anche d’avvocati, di maestri. E dice che ci vuole andare anche lei mia nipote, nella Repubblica dell’Equatore. Ecco, parlano di questo.

             Ha una faccia così stupida nel dar quella notizia, la signorina Trecke, che la signora Marzorati e la signora Mielli, per non sgraffiargliela dalla stizza che ne provano, preferiscono tenersi in corpo la curiosità e mettersi a parlar d’altro tra loro.

             Finito tutto.

             Non si duole di quanto è avvenuto, la signora Léuca; né di chi le ha procurato e inflitto un tale supplizio. Di sé si duole e di quanto è avvenuto in lei, contro ogni sua aspettativa; quando invece s’attendeva che il male da un momento all’altro le dovesse venir da fuori, da parte degli altri.

             Appunto perché questo male, previsto, temuto e da un momento all’altro atteso, le è mancato, ella ha patito il supplizio.

             È sicura di potere ancora affermare a se stessa, non ostante lo sdegno di cui è piena per la sua carne miserabile, che se una di quelle sere il marito, nel silenzio della casa, la avesse ghermita, non avrebbe ceduto, lo avrebbe respinto, opponendosi anche alla lusinga della sua coscienza, la quale tentava d’indurla a considerare che, respingendolo, avrebbe dato lei a quell’uomo il pretesto di ricadere nell’orribile vita di prima. Ancora, fermamente sostiene che no, non si sarebbe lasciata vincere neppure dalla previsione certa di questo rimorso.

             Sì; ma è ugualmente sicura la signora Léuca che, se questo fosse avvenuto, il supplizio per lei sarebbe stato molto meno crudele di quello che ha sofferto, non essendo avvenuto.

             Perché a poco a poco l’orrore del corpo di lui, in tutte quelle immagini indelebili che le si erano destate durante la confessione delle sue turpitudini, era divenuto orrore del suo stesso corpo; il quale, ogni sera, davanti allo specchio, appena ella si richiudeva in camera (e senza più girar la chiave nella serratura!) le domandava, se davvero esso fosse ormai così poco desiderabile, da non esser più nemmeno guardato di sfuggita da un uomo come quello, che s’era contentato fino a poco fa d’una donnaccia volgare.

             Ella era ancor bella, e lo sapeva dagli occhi di tanti uomini, che spesso tuttora per via la richiamavano a ricordarsene, quando meno ci pensava. Quei capelli divenuti prestissimo di neve, ancor prima di compire i trent’anni, davano maggior risalto alla freschezza della carne e una grazia ambigua, come d’una menzogna innocua, al suo sorriso, quand’ella, additandoli, diceva:

             – Ormai son vecchia…

             E il suo collo si spiccava ancora agile e senza una ruga dal busto formoso, e… – Dio, che miseria, quell’intimo esame di tutto il suo corpo per affermare che sì, sì, era ancor bella, era ancor desiderabile; e che poteva perciò sicuramente prevedere, parlando col parroco e l’Aricò, che il marito l’avrebbe messa presto alle strette e si sarebbe fatto cacciar di casa.

             E allora, per quest’orrore del proprio corpo, di giorno in giorno crescente, quanto più le cresceva la certezza della più tranquilla noncuranza di esso da parte del marito (sempre, per altro, umile e come mortificato davanti a lei), via ogni tentazione di guardarsi allo specchio! Non s’era più guardata neanche di mattina, per pettinarsi; ma senza voler tuttavia riconoscere che lo faceva per questo, rappresentando la commedia davanti a se stessa, dicendosi che doveva rifarsi, così, in fretta in furia, i capelli, perché non aveva più tempo, con quelle due più grandicelle da badare ogni mattina, perché arrivassero in orario alla scuola.

             E quando poi aveva scoperto, nella stanza di lui, dentro il cassetto del comodino, aperto per caso, il ritratto di quella donnaccia senza più la cornice di rame! Con che occhi da assetata s’era buttata a guardarlo! E che disillusione! Procace, sì ma brutta, con certi occhi da pazza, e volgarissima, quella donna… E lei che se l’era immaginata bella! Ma era naturale, via, che a lui ormai dovessero piacere le donne di quel genere.

             Se non che, ecco qua tutta festosa la signorina Nella, la nipote della signorina Trecke, che non si può dir volgare, d’aspetto; eppure è chiaro che piace al marito. Ella adesso insegna nella scuola elementare di via Novara, dove vanno Sandrina e Lauretta. Sandrina è stata sua scolaretta, due anni fa, nell’altra scuola fuori Porta del Popolo, a cui, di prima nomina, ella era stata assegnata. Che combinazione! Ecco che ora ritrova qua la sua scolaretta di laggiù, il primo giorno di scuola, e vuol riportarla a casa, alla fine delle lezioni, insieme col padre, tenendola per mano, il padre di qua e lei di là.

             La signora Léuca – ora che tutto è finito – non vuole più dolersi neanche di questa perfida, che sempre, per istintiva avversione, le è stata nemica.

             Il marito, per quello ch’era sempre stato e che si sapeva bene che fosse, non aveva certo bisogno d’esser sedotto. Eppure, ecco che quella s’era fatto un vero godimento di venirglielo a sedurre lì, sotto gli occhi, in casa, quasi ogni giorno, con la scusa di Sandrina, sua scolaretta antica, e di Lauretta, sua scolaretta nuova. Veniva a sedurglielo sotto gli occhi, sicurissima che una signora come lei non dovesse accorgersene e che se mai se ne fosse accorta, via, un po’ più di sdegno, al massimo, per quel pover uomo là, accolto con le figliuole per compassione.

             E lei, dapprima, aveva quasi accettato la sfida, che era chiara negli sguardi e nei sorrisi di colei; e aveva finto di non accorgersi di nulla, per non dover riconoscere che fosse provocata dall’oscura, segreta, insorgente gelosia l’indignazione, per tanta sfrontatezza; e quando finalmente non aveva più potuto contenere quest’indignazione e aveva lasciato intendere a quella impudente, che non stesse più a venirle per casa, s’era vietata d’assumer coscienza del delitto che lasciava compiere non prevenendo quella stupida signorina Trecke e anche il signor parroco; ancora per non dover riconoscere che fosse spinta dalla gelosia.

             Ed ecco adesso lo scandalo!

             Il signor parroco, le dame del patronato se la prendono con la signorina Trecke, con quella povera stupida signorina Trecke, che ha permesso ai due di vedersi ogni sera in casa sua, dando loro agio così di concertar la fuga per la Repubblica dell’Equatore.

             La signorina Trecke piange, piange inconsolabilmente, non tanto sulla disgrazia che le è toccata, quanto sulla sua irrimediabile ignoranza del male, che le fa avere da parte del signor parroco e delle amiche del patronato tanti e tanti rimproveri, tutti meritatissimi, ma che purtroppo non varranno a infondere un po’ di salutare malizia in quei suoi poveri infantili occhi innocenti, che saranno d’ora in poi (per l’abbandono di quell’ingrata nipote) sempre così rossi di pianto.

             E infine, per giunta, si vede accusata anche lei, la signora Léuca, d’aver fatto le cose a mezzo, sempre – s’intende – per il suo difetto di non saper vincere quella tale schifiltà naturale, che tante volte le ha impedito l’intero esercizio della carità, proprio di quella certa carità difficile, che pure questa volta lei stessa era andata a cercare.

             Santo Dio, visto che s’era piegata a riprendersi in casa il marito, poteva bene forzarsi a vincerne il disgusto e acconciarsi a ridivenire in tutto e per tutto sua moglie. Sono croci, si sa! E il merito consiste appunto nel rassegnarsi a portarle.

             Ma lascia dire, la signora Léuca, e lascia pur credere che sia mancato per lei. Non le importa delle parole, come non le importa dei fatti. E nell’animo la piaga. Che siano su questa piaga come gocce di limone, quelle parole, non è male, perché adesso, quanto più le brucia, questa piaga, meglio è.

             Ed ha accolto con un sorriso di compiacenza le congratulazioni che a quattr’occhi ha creduto di venirle a porgere l’avvocatino Aricò; ma sì! d’essersi liberata, dopo tutto, checché ne dica il signor parroco, di quell’animalone lì, che le ingombrava la casa.

             Non aveva detto lei, che il male sarebbe stato soltanto per il ritorno di lui, perché per il resto, che fossero venute le bambine, tanto piacere?

             Ebbene, ecco qua: lui se n’era andato (e per giunta, non cacciato da lei), e le erano rimaste le bambine.

             – Meglio di così!

             Eh già, meglio di così…

             Può mai confidare la signora Léuca a queir avvocatino Aricò, che tutt’a un tratto, appena saputo della fuga di lui, sparito come per incanto il piacere, ella si è sentito gravare enormemente sulle braccia il peso di quelle tre bambine non sue, e diventate subito totalmente estranee a lei, alla casa?

             Non lo vuol confidare neanche a se stessa, la signora Léuca, e si mostra più premurosa e più affettuosa che mai verso quelle tre orfane abbandonate, perché non abbiano minimamente ad accorgersi del suo animo mutato, specie le due maggiori. E non già perché ella tema che Sandrina e Lauretta siano in grado d’accorgersene più della piccola; ma perché per la piccola no, per quel batuffolino di carne selvaggia, la signora Léuca sente, sì, che è anche mutato il suo animo, o piuttosto, che comincia a mutare, ma mutare all’opposto; e ne vede la ragione, per quanto non vorrebbe farsene coscienza.

             –    Mi vuoi bene?

             –    Ci!

             Le dice quel «ci» Rosina, lì in ginocchio su le sue gambe, protendendo le grinfiette artigliate verso il suo collo per afferrarglielo, e arricciando quel suo puntino di naso e sporgendo anche tutto aggrinzito quel bottoncino di bocca.

             –    Ma no, Dio mio! Così sei brutta!

             –    Brutta tu!

             A prezzo di quanti sgraffi e di quanti calci, e anche di sputi in faccia, è riuscita, non già ad entrarle bene in grazia ancora, ma a ottenere almeno che si lasci prendere in braccio e curare da lei!

             Le altre due stanno a guardare, un po’ invidiose. Credono di non meritarsi che lei, davanti a loro, dia quello spettacolo di voler così bene a quella Rosina, che è proprio cattiva, mentre loro sono state sempre buone buone.

             Solo Sandrina, ma evidentemente anche per conto della sorella minore, ha domandato una volta:

             – E papà?

             Devono aver compreso, così a mezz’aria, qualche cosa, o dalle parole del parroco quand’è venuto, tutto sossopra, ad annunziar la fuga, o dal gran pianto che è venuta a fare il giorno dopo la signorina Trecke, protestando che voleva esser perdonata per la colpa della nipote; o alla scuola.

             Ma si sono acquietate alla risposta che lei ha dato:

             – Papà è partito. Ritornerà…

             Ritornerà? È sicura di no, la signora Léuca. Ma del resto, anche se un giorno o l’altro egli dovesse ritornare, che importerebbe più a lei, ormai?

             Finito tutto.

             Resta con quel suo spirito, sempre così dolorosamente attento a sé e a tutto, la signora Léuca, sotto la candida maschera della sua serenità, lacerata dentro da una prova che nessuno ha sospettato; con queste tre bambine non sue, da curare, da crescere; e con questa pena, con questa pena che non passa, non già per lei soltanto, che forse soffre meno di tant’altri, ma per tutte le cose e tutte le creature della terra, com’ella le vede nell’infinita angoscia del suo sentimento che è d’amore e di pietà; questa pena, questa pena che non passa, anche se qualche gioja di tanto in tanto la consoli, anche se un po’ di pace dia qualche sollievo e qualche ristoro: pena di vivere così…

Pena di vivere così – Audio lettura 1 – Legge Lisa Caputo
Pena di vivere così – Audio lettura 2 – Legge Giuseppe Tizza

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Shakespeare Italia




La signorina – Audio lettura

Legge Giuseppe Tizza
La signorina

Giovanni Boldini (1842-1931), La signora in rosa, 1916

La signorina

Legge Giuseppe Tizza

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******

             I. «Oh, infine, sarà quel che sarà!», fece tra sé Lucio Mabelli, scrollando le spalle.

             Si levò da sedere, raccolse dal tavolino ingombro di carte sparse alla rinfusa e di libri ammonticchiati una dozzina di cartelle, su cui aveva buttato in fretta e in furia la solita cronachetta d’arte o di vita mondana per un giornale quoti­diano, e incominciò a vestirsi per uscire.

             «Sarà quel che sarà! Piano… E quell’imbecille del Marzani?»

             Imbecille, sì, quanto voleva; ma come dimenticare, così a un tratto, tanti e non lievi favori ricevuti dal Marzani in parecchie difficili occasioni?

             «Oh, sì… sta bene! sta bene!»

             Scaraventò su una seggiola l’asciugamani, e sbuffò dal dispetto.

             Ecco a che s’era ridotto! E sempre umiliazioni! Per chi e perché aveva egli lavorato tant’anni? Com’era stato ricompensato il suo lavoro? Né nome, né quattrini – a trentaquattro anni! Chi era stato giusto con lui? Nessuno… E do­veva ora esser giusto lui con gli altri? Ah, tanto sciocco poi no! Un po’ di pa­zienza, tanto sciocco poi no…

             «Marzani non ha saputo parlare? Peggio per lui! Che colpa ne ho io?»

             Ma per quanto si forzasse a trovar scuse e finanche a voler essere ingiusto, una lieve punta di rimorso non gli lasciava vincere quella smania interna, quel fastidio della mente. Non sapeva egli forse che il suo amico Tulio Marzani era innamorato della signorina Giulia Antelmi? Lo sapeva dalla bocca del Mar­zani stesso.

             «Sì, è vero! Ma chi avrebbe potuto supporre…»

             Uh, piano, supporre! Non doveva egli forse aspettarsi quell’uscita della si­gnorina? Via, via, ad esser sinceri, non le aveva fatto anche lui un po’ di corte?… Oh, così, senza intenzione, s’intende! Aveva scherzato, come si suol fare con una signorina di spirito, ecco tutto! In coscienza, però, non s’era ac­corto che Giulia Antelmi cominciava già a pigliar gusto a quello scherzo? Era pur da immaginarsi! Oggidì in tanta penuria di mariti… E allora, sentiamo, che avrebbe dovuto fare?… Allontanarsi subito da quella casa…

             «Oh sì! e perché non farsi monaco addirittura?»

             Del resto, neanch’egli, adesso, sapeva rendersi esatto conto di quanto era av­venuto tra lui e la signorina Antelmi.

             Sbuffò intanto un’altra volta, e rimase un tratto con le braccia puntellate sul letto dinanzi alla camicia, che doveva indossare quella sera. La scena del giorno precedente gli si rappresentava alla mente con crudele precisione. Ma­ledetta gita a S. Paolo! Bestia d’un Marzani! Era stato proprio lui a proporla…

             Curioso, che parlavano proprio di lui, del Marzani, egli e la signorina Giulia, a braccio, tornando dalle Tre Fontane a S. Paolo, mentre il giorno moriva in un pallore ardente. Che giorno! Egli non aveva più pensato né all’ingiustizia del mondo, né alla misera esistenza fatta di dispetto e di rinunzie, né ai mancati sogni… S’era sentita libera e leggiera l’anima, e lieto e pago il cuore, al saldo rigor dell’aria invernale, in quel dì splendido, senza una nuvola pel chiaro azzurro palpitante di luce. S’erano entrambi involontariamente allonta­nati dagli altri, dai genitori di lei e dal Marzani, che spiegava a tutti, per solito, le cose più ovvie del mondo e per se stesse chiarissime.

             Lucio presumeva di conoscere il segreto della signorina; ella invece soste­neva che no, che non era possibile.

             – E se, per esempio, le dicessi che me l’ha detto… lui?

             – Chi, lui?

             – Un uomo, probabilmente! Se dico lui Il fortunato mortale…

             Ed ella s’era messa a ridere, senza neppure accorgersi ch’egli con la mano libera le stringeva la piccola mano, che pendeva inguantata dal suo braccio destro.

             C’era veramente un equivoco. Egli riteneva sul serio, che il segreto della si­gnorina Giulia consistesse nell’amoretto del Marzani.

             – Non è Tulio Marzani?

             – Marzani? Oh no, mio Dio! Dice sul serio? Lo lasci in pace, povero Mar­zani!

             – In pace, se è così, non lo lascerà lei, invece! M’ha raccontato una certa sto­riella, io non so…

             – Marzani?

             – Proprio lui, mesi addietro…

             – Figurazione! Che vuole che le dica?

             – Ah, non è possibile, via! E lui… Ora ella vorrebbe prendersi giuoco di me. Via, abbiamo capito… Se Tulio m’ha parlato di lei in tal modo, che…

             – Bene? Lo ringrazi tanto da parte mia.

             – È innamorato, sa. Cotto!

             – Di me? Oh guarda!

             – Non lo sapeva davvero?

             – Uh, da tanto tempo…

             E s’era messa a rider di nuovo, come una biricchina. Ma adesso lui voleva conoscere il segreto.

             – Mi dica chi è il vero, se non è Marzani…

             – Debbo dirglielo io? Pretende troppo, mi pare…

             – Badi, lo saprò!

             – Non lo sa davvero?

             E in così dire, divenendo a un tratto seria, lo aveva colpito due volte in fac­cia, leggermente, col lungo guanto nero, profumato, che teneva nella mano destra.

             A quell’atto egli aveva trasalito, s’era reso conto finalmente della falsa posi­zione, in cui, dimentico per un momento di sé e degli altri, s’era lasciato spin­gere dall’insolito umor gajo, dalla vanità solleticata.

             Il silenzio succeduto a quei due colpi di guanto, ora, nel ricordo, pesavagli sul cuore enormemente. Ah, quel silenzio lo aveva compromesso più di qua­lunque frase imponderata sfuggitagli in quel giorno, più dell’atto avventato della signorina, più della sua mano, che stringeva, quasi senza saperlo, la mano di lei.

             «Dio, che grullo! che grullo!»

             Quel che poi ella aveva soggiunto, rompendo quasi a stento il silenzio, aveva finito per confonderlo completamente.

             – Vuol forse sapere… «il mio vecchio segreto»? Glielo dirò! Non vai la pena che si stanchi a cercare. Tanto è svanito…

             E dal tono della voce e dagli occhi traspariva chiaramente l’intento con cui ella si faceva a svelargli «il suo vecchio segreto». Senza dubbio la signorina aveva supposto ch’egli volesse saperlo perché era geloso del passato di lei, come suole avvenire a certi innamorati incontentabili. E aveva voluto rassicu­rarlo.

             – Posso dirle anche il nome. Tanto, egli non è più qui, è andato via da Roma. Le dirò anche dove: a Milano. M’ha scritto due volte; non gli ho mai risposto. Non indovina ancora?

             E dopo una breve pausa:

             – Si chiamava Antonio… brutto nome, eh?

             E a lui era venuta alle labbra una frase sciocca, banale, assiderata dal più scemo sorriso: – Debbo crederci?

             – Come no? Certo! Antonio Arnoldi.

             Antonio Arnoldi? Lui? Possibile? Sorpresa più sgradevole non avrebbe po­tuto aspettarsi! E gliela dava proprio lei? – L’aveva guardata stupito, quasi offeso da quella rivelazione. L’Arnoldi? Possibile? Quell’antipatico?

             Lucio s’era visto saltare innanzi alla mente la figura dell’Arnoldi, alto, bruno, ricciuto di barba e di capelli, con gli occhi neri, sfavillanti, le labbra accese, vigoroso e sprezzante.

             – Che le avviene adesso? – gli aveva domandato Giulia Antelmi nel vederlo così turbato dalla sorpresa.

             – Ah, signorina!… Mi meraviglio…

             – Di che?

             – Di lei, scusi…

             – Ora le spiego… Aspetti! Io ho conosciuto l’Arnoldi…

             Oh, no, lui invece amava meglio credere che ella non conoscesse affatto, o almeno non sapesse precisamente, chi era questo signore, perché altrimenti… Sì, via! intendeva bene: possiamo tutti invaghirci d’una persona, poniamo, brutta, ma intelligente; d’un cattivo soggetto, ma di belle forme… Ora, quell’Arnoldi, un Adone, via, non era certo; non era certo un Aristotele…

             – Come c’entra Aristotele? – aveva interrotto ella ridendo. – Mi lasci dire… La signorina Giulia non sapeva affatto chi fosse queir Arnoldi. Strano, è vero? Eppure era così! Lo aveva conosciuto tanto tempo addietro. Ragazza lei, ragazzo lui! Ella andava a scuola, con l’aia – una vecchia del vicinato – e l’Arnoldi, anch’esso coi libri e i quaderni sotto il braccio, la seguiva da lon­tano. Quella scorta durò un anno: ella ne aveva tredici, allora. Un giorno la vecchia tarda a ripigliarla dalla scuola. Ella se ne stava presso il portone ad aspettare, allungando il collo per vedere se venisse, e nulla! Invece, le viene innanzi lui, il signorino, con una velleità di baffettini, ormai sul labbro. Le dà del lei; dice: – Signorina… –. Figurarsi! ella portava ancora la veste corta, così a mezza gamba… E quegli trova il coraggio di dirle che l’amava, lì per lì, con delle frasi… delle frasi… Ella scappò via, senza rispondergli, in fondo all’atrio della scuola. Il domani ricominciò la scorta da lontano. E allora lei, ragazzaccia, chi sa! forse gli avrà fatto capire, sì… che aveva capito, insomma… Non c’era altro. Finito il bel tempo della scuola, divenuta davvero signorina, lo aveva riveduto quattro o cinque volte (non lo sapeva precisamente) a lunghis­simi intervalli, in casa di comuni conoscenti. Una sola volta però, in una di queste occasioni (non cercate!) l’Arnoldi, approfittando d’un momento di storditaggine (innocente, badiamo!) supponendo ch’ella fosse rimasta un po’ in disparte per lui, le si era avvicinato con molto garbo, e le aveva detto, che egli non s’era mai scordato della sua scolaretta d’un tempo, e dice… ora avrebbe pensato seriamente alla signorina. Ella divenne rossa come un papa­vero, e s’allontanò senza trovar la forza di rispondergli come doveva… Ora, che fosse egli divenuto, cresciuto negli anni, la signorina Giulia non lo sapeva davvero. Non gli era andata mica dappresso. Nell’Arnoldi aveva sempre ve­duto quel ragazzetto ardito che l’accompagnava ogni mattina fino alla porta di scuola. Aveva pensato, così, a lui, perché lui forse pensava a lei… Ecco tutto. Il racconto aveva bene l’aria della sincerità. Non era anzi carina quella pic­cola avventura? Giulia Antelmi glielo aveva domandato. Ma lui, si sa, lui per riparare in certo qual modo ai mali passi, aveva ostentato allora una cotale in­differenza vestita di buone parole e di savi consigli… In cuor suo intanto avrebbe mille volte preferito, che la signorina Giulia gli avesse detto: «Amavo il vostro amico, Tulio Marzani» e non quell’Arnoldi, quell’Arnoldi, per cui egli sentiva un’istintiva, inesplicabile antipatia! Certamente, se non avesse te­muto di compromettersi maggiormente, le avrebbe espresso con calor di gesti e di voci il suo gran disgusto, e svelato tutto quel male che sapeva intorno all’Arnoldi. Tuttavia, le aveva confessato «francamente» che quel signore non meritava, non già l’amore di lei (sarebbe stata un’enormità!), neppure il più lontano interessamento.

             – E che ha mai fatto?

             – Mah!… Come facesse a vivere, io non lo so. C’è chi lo sa, e lo va anche ri­dicendo apertamente. Io però mi guarderei bene dal ripeterlo a lei.

             – Brutte azioni? – Mah!…

             Del resto a Giulia Antelmi adesso non importava proprio nulla di saperlo. Peggio per lui, per l’Arnoldi!

             «Peggio per me!», pensava invece Lucio Mabelli, che già si trovava in istrada, diretto alla stamperia del giornale.

*******

             II. – Uno… due… tre… quattro… cinque… sei… sette…

             Il signor Carlo Antelmi, su una seggiola presso l’uscio del salotto arredato con certa pretensione d’eleganza, che tradiva peggio l’angustia dei mezzi, fa­ceva girar con un dito le aste d’un grande e vecchio orologio a pendolo ap­peso alla parete su uno stipetto a muro. Dopo il primo giro sul quadrante aspettò che la soneria sbagliata ricontasse le ore. Sette un’altra volta, male­detto!

             – Chi è?

             Entrava qualcuno; e il signor Carlo, lungo e secco nella veste da camera un po’ gualcita, con un berrettino da viaggio in capo e un grosso fazzoletto di lana al collo, dalla seggiola si volse, chinandosi verso l’uscio per veder chi fosse.

             – Sono io, signor Carlo… Disturbo? – fece Tulio Marzani, entrando impacciatissimo.

             Il signor Carlo s’affrettò a scendere dalla seggiola.

             – L’avvocato! Ma che! Avanti, signor avvocato! S’immagini… Come va? Scusi lei piuttosto, che mi trova così…

             – Veramente è un po’ troppo presto per una visita; ma, ecco, io avevo questa carta di musica, che la signorina Giulia vuol vedere; e così, passando, son sa­lito. Non per altro, ecco! So che la signorina suona di mattina, e così…

             – Troppo buono… troppo buono… – ripeteva il signor Carlo, inchinandosi e sorridendo per compiacenza all’avvocato.

             Ma questi sentiva il bisogno di dar maggiori spiegazioni. La serva aveva vo­luto farlo entrare per forza; lui invece avrebbe voluto lasciar la musica e andar via subito, senza disturbar nessuno…

             Tulio Marzani faceva spesso, or con una scusa or con un’altra, di quelle comparse improvvise in casa Antelmi, frutto senza dubbio delle meditazioni e dei consigli di qualche notte agitata, durante la quale egli, stanco finalmente d’un lungo periodo di continue indecisioni, sentiva il bisogno di risolversi a far qualche cosa. Doveva o no prender moglie? Chi gli consigliava di sì, e chi di no. Gli conveniva o no la signorina Antelmi? Quanto all’aspetto, sì, certa­mente: la stimavan tutti una bella ragazza; ma un po’ bizzarra, un po’ troppo sciolta; taluni… Non era massaia; amava piuttosto la lettura dei romanzi… «Male… male…», gli diceva una voce interna; ma subito un’altra, di rimando: «Non vorrai già relegar tua moglie in cucina!». – Oibò! – La signorina An­telmi non aveva dote – «Tanto meglio! ti sarà più obbligata…», gli suggeriva qualcuno nella coscienza. «Eh no!», l’ammoniva un altro, «tu, col tuo censo, puoi aspirare a qualche altra, più in alto…»

             Ma ecco, al povero Marzani, destituito a tal segno di criterio e d’estimativa, in fondo la signorina Giulia piaceva moltissimo. E così, tutt’a un tratto, pi­gliava finalmente la decisione di chiederla in isposa:

             «Me la piglio, e non se ne parli più!».

             Si levava di letto, divenuto per lui arnese di tortura, e con gli occhi ammac­cati dall’insonnia, senza il suo bel color rubicondo, concertava un progetto, cercava una scusa verisimile, e s’avviava verso casa Antelmi.

             Qui pareva che tutti l’aspettassero sempre a braccia aperte, il signor Carlo, la signora Erminia, finanche la serva; se bene adesso un po’ stanchi, a dir vero, della lunghissima attesa, specialmente la signora Erminia, la quale tuttavia si guardava bene dal mostrargli impazienza.

             Il peggio era, ch’egli, senza accorgersene, s’era lasciato sfuggire il momento, in cui la signorina Giulia, delusa dalla partenza dell’Arnoldi per Milano, stretta dal disagio in casa sua, considerandosi non compresa dai suoi, avrebbe forse accolto la domanda di matrimonio.

             Ora ella, per stare in pace con la madre, doveva forzarsi a nasconder l’antipa­tia che il Marzani le ispirava; e intanto s’era rivolta e appigliata al Mabelli, come a uno scoglio cui pur sentiva non ben sicuro, nel naufragio delle sue speranze. Sapeva che il Mabelli non era in condizioni da prender moglie; ma fidava sull’ingegno di lui e sulla sua civetteria.

             Lucio, dal giorno in cui s’era lasciato prendere quasi in agguato dal proprio cuore, contro le dolorose imposizioni della ragione e della necessità, non aveva più saputo opporsi con franchezza alle supposizioni di Giulia, divenute man mano per lei certezza, a cagione del suo silenzio e della sua remissione. Egli pensava: «Posso io forse dirle: Sa, signorina? quel giorno io scherzavo; non creda che io sia sul serio innamorato di lei… Certamente non posso dirle così. Lo capirà da se stessa, dal mio contegno…».

             Questi, intanto, rimanevan proponimenti. In realtà, poi, Giulia Antelmi lo aggirava tra le spire della sua arguta malizia, lo avvolgeva alla sprovvista nel momentaneo turbamento d’una furtiva espansione d’affetto; e così egli, ogni volta, usciva dalla casa di lei interdetto, scontento di sé, con un senso sma­nioso di disagio e la coscienza sempre più precisa della falsa posizione, in cui s’era messo.

             Perché non parlava? Non sentiva forse in cuor suo, che la lealtà, l’onestà, il dovere verso l’amico di cui possedeva il segreto, e ch’egli tradiva, gl’imponevano di parlare? Era leale, era onesto lusingar così col suo silenzio una signo­rina, a cui già l’età non consentiva altri indugi in leggieri amoreggiamenti senza scopo? Ella aveva già venticinque anni. Lucio lo sapeva. Ne mostrava, è vero, venti o ventuno appena; sì, ed era pur bella, e così ricca di spirito! Che disgrazia non aver dote! Lucio avrebbe fatto la sciocchezza di venir meno a tutti i suoi proponimenti contro alle tentazioni del matrimonio. Lo confessava a se stesso, forse per acchetar la coscienza rivoltata dal suo modo d’agire. Non s’era forse spinto fino a ricever da lei dei baci? E non aveva udito più volte Giulia mettergli in berlina il Marzani? Ed egli aveva anche sorriso della dica­cità di lei, un po’ impacciato, è vero, ma pur senza saper dire una parola in di­fesa dell’amico, ch’egli tradiva, così, senza quasi volerlo…

             Egli non parlava, egli che doveva, e intanto se la prendeva, per giunta, col Marzani, che non sapeva decidersi una buona volta a domandar la mano di Giulia, e a trarre così lui d’impiccio. Se avesse potuto indurre il Marzani a far ciò, egli, nel frattempo, si prometteva di spiegarsi francamente con la signo­rina Giulia. Sarebbe stato difficile e penoso, non s’illudeva; ma era pur neces­sario…

             Così, una mattina, si recò a trovare il Marzani.

             – O Lucio! Come va? – disse questi, ricevendolo nel suo studio sempre in ordine, e levandosi dallo scrittoio.

             – Hai da fare?

             – Un mondo!… Un mondo!… Non ne posso più, lo dichiaro francamente.

             – Va bene, usciamo. Fa bel tempo, e non si lavora. Usciamo.

             – Hai da parlarmi?

             – No. Ci faremo una passeggiata. Discorreremo…

             – Sì, ma… queste carte?

             – Le lasci stare. Le vedrai più tardi. Su, lesto, ora andiamo!

             Tulio Marzani aveva sempre un mondo da fare, o almeno egli amava credere così, e lo diceva a tutti. Veramente, di tanto in tanto, qualche amico gli rove­sciava addosso delle seccature giudiziarie, ch’egli soleva sbrigare con la mas­sima diligenza, rimettendovi però spesso le spese. Non c’era altro!

             – Di’ un po’, ti sei sognato? – cominciò Lucio Mabelli, appena in istrada. – Che diamine m’hai raccontato della signorina Antelmi… di te?…

             – Ah, le hai parlato? – esclamò il Marzani sgranando gli occhi, quasi smar­rito.

             – No, no, che! Ma bada, sai; c’è un equivoco…

             – Tu hai parlato di me alla signorina Giulia! Di’ la verità…

             – Ti dico di no. Sei curioso!… Fu lei, invece, che mi parlò…

             – Di me?

             – Nient’affatto.

             – E allora?

             Tulio guardò Lucio, impallidendo. Quell’aria d’indifferenza con cui il Mabelli era venuto a invitarlo a uscire, la leggerezza affettata con cui gli parlava d’una cosa tanto grave per lui, gli fecero a un tratto supporre, che l’amico vo­lesse prima nascondergli e poi man mano prepararlo a una spiacevole notizia.

             – Non capisco… – aggiunse. – Di chi t’ha parlato la signorina?

             Lucio cominciò a sentirsi a disagio sotto lo sguardo smarrito del Marzani; ma rivolse subito contro l’amico l’acredine del rimorso, che ora lo pungeva più che mai. Così avveniva sempre in lui: il suo rimorso si cangiava in stizza, e allora egli incolpava della sua colpa chi o per un verso o per l’altro lo aveva spinto a commetterla.

             – Non cominciare adesso… – rispose. – Non è avvenuto nulla! Sta’ tranquillo. La colpa del resto è tua, mio caro…

             – Come? Ma io…

             – Lasciami dire! Tu… tu non hai diritto di lagnarti di nessuno. Sì, perché sei l’indecisione in persona, capisci? Ti proponi questo, ti proponi quest’altro, parli, fai veder tutto bell’e fatto, e, sissignore! poi non fai nulla. Confessa che sei così.

             – Scusa, ma io…

             – Tu, che cosa? Hai parlato a me, è vero, di Giulia Antelmi? M’hai detto, è vero, che ti piaceva; che intendevi sposarla; che anche lei, ti pareva, pensasse a te in segreto? Oh! E da che m’hai confidato tutto ciò, saran passati, per dir poco, cinque mesi. Eh, lo so! Non interrompermi… Cinque mesi! Parevi allora deciso a far questo passo. Che hai fatto finora? Che hai concluso? Nulla! Poi ti lamenti…

             – Ma che importa a te? Che è avvenuto? Insomma, si può sapere?…

             – Che? Nulla, finora; ma se indugi ancora… Che importa a me? Io, guarda, non ti capisco! Se fossi al tuo posto… Solo, ricco, senza grattacapi, tranne quelli che vai procurandoti col lanternino; mi vuoi dire che vorresti di più? Ah, l’amore? E lo vorresti così, senza scomodarti, senza dir nulla? Che aspetti ancora? Aspetti che le donne ti saltino al collo al primo vederti?

             – Questo non l’ho mai preteso… – disse Tulio mortificato. – Ma ancora non capisco perché sei venuto a farmi questo discorso, oggi… Guarda, io un so­spetto ce l’ho… Non vorrei dirtelo; ma…

             Lucio si volse un po’ sconcertato a guardar l’amico.

             – Vuoi che lo dica francamente? – aggiunse il Marzani impacciato, e’ volle prima sorridere, come per attenuar le parole. – E chiaro, che non te ne faccio una colpa… Senti, io… sì, io metterei le mani sul fuoco, che la signorina Giu­lia crede… o almeno m’è parso, bada! sì, crede… che tu insomma le faccia la corte… un po’ ecco…

             – Sei matto? – esclamò Lucio. – Io? La corte?

             – Tu no, tu non c’entri, lo so! Dico, che lei forse lo crede…

             – Oh, ma lei… può credere… ciò che vuole… Io… – rispose Lucio, a cui già le parole tiravano il fiato; e nascose l’agitazione in una risata. – Io far la corte! Non ci mancherebbe altro. E poi, sì, t’assicuro, che ho tutto con me per essere il beniamino delle donne… Va’ là, va’ là, non dir sciocchezze, e non farmene dire!… Quando penso, in certi momenti, che ho gli anni che ho, e che mi tocca vivere come vivo, dopo tanti… Basta! meglio non parlarne. Ti lagni tu, tu hai il coraggio di lagnarti!… Basta; senti… Volevo dirti dell’equivoco, mi pare… Ebbene, dimmi un po’: conosci l’Arnoldi? Antonio Arnoldi…

             – Sì, perché? Lo conosco di vista… Aspetta. L’ho veduto giusto jersera.

             – Qui? In Roma? Ah, non è possibile! – fece Lucio, cangiandosi improvvi­samente dalla sorpresa.

             – M’è parso d’averlo visto…

             – Va’ là, ti sarai ingannato… Non è possibile!

             – E io ti dico che era proprio lui. Anzi, sai, acconciato come uno zerbino… e poi rifatto… sì, con quella solita aria…

             – È tornato da Milano?

             – Pare…

             – E per far che?

             – Uhm! – fece Tulio. – Chi lo sa? Probabilmente per rimettersi a fare quello che faceva…

             Lucio non udì le parole del Marzani. «Per far che?», ripeté a se stesso, come se a ogni costo volesse trovare un nesso tra quel ritorno inatteso e ciò che lui stava per dire al Marzani.

             S’immerse, sconvolto, in un mare di supposizioni.

             Tulio, intanto, continuava con disinvoltura a sparlar dell’Arnoldi.

             – Forse – diceva – non avrà potuto più vivere neppure a Milano; così, è tornato agli antichi amori…

             Lucio se ne infastidì.

             – T’inganni – disse, per farlo tacere. – L’Arnoldi, mio caro, ha trovato a Mi­lano un ottimo collocamento, nella Banca Ritter. Ha molto ingegno, tu non lo sai, e volontà di ferro… È un po’ traviato, era almeno.

             – Se lo era! – esclamò il Marzani ridendo.

             – Ebbene, tu ridi, e io ti dico… Guarda, combinazione! Sei innamorato della signorina Giulia, è vero? Or bene, sappi, ch’ella fece parecchio tempo all’a­more con Antonio Arnoldi…

             – Con lui? – gridò Tulio, restando.

             – Nulla di male, oh sai! – s’affrettò a soggiunger Lucio per correggere la cat­tiva impressione che le sue parole buttate giù nella stizza avevano prodotto nell’amico. – Nulla di male… Un amoretto sciocco da ragazza, proprio da ra­gazza… Andavano a scuola insieme, figurati! È già tutto finito da un pezzo…

             – Era questo l’equivoco? – domandò Tulio ancora stordito.

             – Questo; non c’è da impensierirsene, ti ripeto…

             E gli narrò in succinto tutto ciò che di questa avventura fanciullesca gli aveva detto la signorina Giulia, e ciò che lui le aveva risposto e detto dell’Arnoldi. Poi, quando gli parve di veder l’amico completamente rassicurato, s’ac­comiatò al suo solito in fretta in furia.

             – Va’, va’; ne riparleremo un’altra volta. Ora lasciami scappare…

             – T’accompagno.

             – No; debbo andar dal conte Rivoli pel signor Carlo Antelmi. Pover’uomo! Vediamo se sarà possibile ottenergli questo posto di segretario presso il Conte. Ho buone speranze…

             – Bene eveniat! – fece Tulio, alzando le spalle, con la mente ancor piena dell’Arnoldi. – Io torno allora alle mie carte…

             – E alle tue indecisioni! – aggiunse Lucio, allontanandosi.

             E pensò tra sé: «Ora più che mai! Ho fatto male ad annunziargli, così d’un colpo, il vecchio segreto. Avevo cominciato a prepararlo tanto bene. Ma quella notizia… Che sarà venuto a far l’Arnoldi in Roma?».

*******

             III. Il signor Carlo Antelmi attendeva impaziente la risposta del conte Rivoli, e aggirandosi per la casa, lodava tra sé il Mabelli, che pareva si fosse messo proprio d’impegno a ottenergli quel posto di segretario.

             Tanto lui, quanto la signora Erminia avevano cieca fiducia in Lucio: non sospettavan neppur lontanamente, che questi potesse per secondo fine prestarsi così in ogni occasione a giovar loro del suo meglio. Lucio dal canto suo sa­peva rendere i suoi favori con tale superiorità, e dietro il cangiante spolvero del suo far vivace sapeva così ben nascondersi, che davvero non dava appiglio ad alcun sospetto.

             In quanto alla signorina Giulia, ella era stata sempre pei suoi genitori come un libro chiuso, ben legato, con sul dorso un titolo indecifrabile. Sfavasene quasi sempre appartata a leggere o a ricamare. Sentiva, e spesso non riusciva a nascondere un disgusto opprimente pei modi un po’ volgari e sciatti della madre e per la grettezza del padre, specialmente ogni qual volta tutti e due venivano a lite, e come spesso accadeva, per un nonnulla.

             Il signor Carlo die ordine alla serva di far subito passare in camera sua il Mabelli, e vi si ritirò per non assistere al trambusto (alla rivoluzione, diceva lui) che facevan le due donne ogni mattina «per rassettar la casa», uscendo dalle loro camere.

             Però quel giorno la signora Erminia ne uscì col cappellino in capo e un ven­taglio in mano. Il Marzani aveva regalato per la sera un palco all’Argentina, ed ella si recava a far delle compere necessarie per sé e per la figlia. La serva venne per parte di questa a rammentarle un ventaglio e non so che nastro grigioperla.

             – Sta bene, sta bene… E che fa lei, la signorina? Ancora a letto?

             – S’è già levata, si pettina.

             – Alle undici!

             La signora Erminia sospirò, e uscì.

             – È andata via la mamma? – domandò Giulia sporgendo il capo dall’uscio della sua cameretta.

             – Or ora, signorina. Ma non dubiti, gliel’ho detto: il ventaglio e il nastro.

             – Se si rammenterà! – sospirò Giulia, entrando nel salotto. – Vorrei sapere perché è voluta uscire così per tempo…

             – Son già le undici, signorina!

             – Grazie, lo so. Poteva bene uscire con me oggi dopopranzo. T’ha detto lei, è vero, che sono le undici?

             Si stese su una seggiola a dondolo, e cominciò a spingersi innanzi e indietro, colle mani sui bracciuoli, il capo chino e gli angoli della bocca in giù, in una contrazione di sdegno.

             – Eh già! – riprese poco dopo. – Infatti abbiamo tanto da fare, in questa casa! Auff ! Per piacere, Olga: va’ a prendermi il libro che sta sul comodino a canto al letto.

             Ristette dal dondolarsi; reclinò indietro la testa, tese in avanti il busto e al­zando le braccia e incrociando le dita si posò le mani sulla fronte, per stirarsi. Poi si levò, aprì il pianoforte, ma non seppe decidersi a sonare.

             La serva rientrò col libro.

             – Posalo sul tavolino, lì… Non ho più voglia di leggere.

             Rimasta sola, appoggiò un gomito sul pianoforte, facendone stridere alcuni tasti, e si nascose gli occhi con la mano.

             Sotto la pressione del gomito i tasti tennero lungamente il suono.

             Da parecchi giorni Giulia Antelmi si rendeva conto dello stato d’animo di Lucio Mabelli rispetto a lei. Quei ritegni, quegli sguardi schivi, certe parole fredde, cascanti dalle labbra, quelle mani che temevan sempre d’incontrare le sue, le dimostravano chiaramente com’egli cercasse già d’allontanarsi da lei a poco a poco, pur rimanendole vicino, da buon amico, dopo averle fatto inten­der la ragione, senza prediche e senza scene.

             Questo modo d’agire intanto la stizziva. Già uno strano puntiglio cominciava a inasprire il suo amore. Ella provava dispetto dell’impotenza sua di vincere quell’uomo: avrebbe voluto costringerlo a non pensar tanto, a non dar tanta retta alle dure necessità della sua condizione. E intanto si turbava a ogni ac­cenno di ricordo subito cancellato dal sangue che le affluiva al cervello, ver­gognosa della sua ostinazione, che forse l’aveva spinta a concedere a lui, per legarselo maggiormente e rendergli più difficile l’uscita, qualche carezza non del tutto inappuntabile. Lucio non sapeva resisterle, come avrebbe dovuto, dato il suo intendimento; e questa era in gran parte la cagione del rossore di lei; giacché ella concedeva più per puntiglio di vincere che per amore, e que­gli trascendeva più impacciato che accecato, quasi rimettendosi a lei, per non offenderla con un savio richiamo.

             Lucio Mabelli, entrando nel salotto, la sorprese ancora innanzi al pianoforte, col gomito sui tasti e la mano sugli occhi.

             – Oh, Lucio!

             – Il signor Carlo? – domandò Lucio esitante, evidentemente contrariato.

             – Di là… Aspetta! Vai subito?

             – Devo annunziargli con premura…

             – Con tanta premura?

             – Ha ottenuto quello che desiderava – rispose egli, mostrando tutto il suo zelo, come per iscusarsi. – Son sicuro che m’aspetta, l’ha lasciato detto alla serva… Se ora mi si vedesse qui…

             – Prima di tutto, nulla di male! Poi, Olga non entra se non è chiamata. La mamma non è in casa.

             – Può uscir tuo padre da un momento all’altro…

             – E allora gli dirai quello che devi dirgli…

             – Farei questa bella figura! – concluse Lucio. Ella gli volse le spalle.

             – Sta bene… e tu va’, allora… – E sedé con un sospiro, che parve uno sbadiglio, sulla seggiola a dondolo.

             Lucio non ebbe la forza d’andarsene così. Le si avvicinò, combattuto.

             – Sei ingiusta…

             – Ingiusta? – domandò ella, sorridendo. E prese il libro dal tavolino come per mettersi a leggere.

             – Ingiusta, ingiusta… Non te n’accorgi…

             – Può darsi! – sospirò lei.

             Lucio si chinò sulla seggiola, a guardarla.

             – Ti lascio col broncio?

             Giulia levò gli occhi da leggere, e sotto lo sguardo di lui le nacque un sorriso quasi involontario.

             – No, è vero? Allora vado! – s’affrettò a dir Lucio. Ma ella lo trattenne per un braccio.

             – No. Perché fuggi tutte le occasioni in cui si può restar soli un tantino a parlare?

             –Io?

             – Tu, tu; questa, per esempio…

             – Ma così… Se ci vedessero!

             – Non mi vuoi bene? – fece Giulia, abbassando gli occhi sul libro.

             Lucio sentì che quello era proprio il momento di spiegarsi con lei. Ma come incominciare? Ella esitò un poco, quindi si volse a guardarlo.

             – Che potrei dirti? – fece lui, impacciato, evadendo alla domanda.

             – Nulla?

             – Una sola cosa. T’affliggerebbe troppo, però. Come affligge me…

             – Mi vuoi bene? – ridomandò lei, e questa volta senza esitare, guardandolo negli occhi.

             – Sì, Giulia…

             – Me lo dici così…?

             Allora Lucio, incalzato dallo stupore di lei, dall’interno disagio, riavendosi man mano nella crescente agitazione, prese a dirle con foga, con calore, or dando alla voce inflessioni di tristezza appassionata, ora esagerando con arte, in quel momento involontaria e incosciente, tutto ciò che da parecchio tempo rimuginava. Si rivolgeva ora al cuore di lei, ora alla ragione, non accusando che la durezza della sorte, la tristezza del caso… Le faceva notare la falsa po­sizione in cui egli si trovava in quella casa, e quanto soffriva nel vedersi cir­condato dalla cieca fiducia dei genitori di lei.

             – E io li inganno, li inganno…

             – Perché mi ami? – disse Giulia, tentando di resistere a quell’onda di parole con l’opporre di tanto in tanto, in fretta, come a riparo, qualche osservazione o qualche domanda.

             – Perché ti amo? No! – ripigliò Lucio col viso in fiamme. – Sii ragionevole! Perché non posso confessare a chi dovrei, e in ciò sta il male, questo nostro amore. Tu devi pensare a te…

             – Non lo puoi? Perché? – oppose un’altra volta Giulia.

             – Oh, ma tu lo sai perché! Sai qual’è la mia posizione… Io non posso, e mi pare onesto dirtelo, da parte mia…

             – Me lo dici ora… – osservò Giulia, e in quell’ora era tutto il suo dispetto.

             – Ora… – balbettò Lucio. – Ma sii giusta! Tu lo sapevi…

             – M’hai detto d’amarmi – ella riprese, e la sua voce s’era fatta dura, quasi astiosa. – Ti sei preso il mio amore… e quanto! M’hai detto d’amarmi!

             Allora Lucio, quasi piangente per l’accusa, le ricordò quel giorno della gita a S. Paolo, e come s’eran trovati ad amarsi l’un l’altra, senza neppure sospet­tarlo, parlando d’un altro amore di lei. Si ricordava? E le rappresentò il suo stato d’animo in quel giorno. Chi pensava più? Lui, almeno! Certo egli non le avrebbe detto mai nulla. Lo aveva vinto la debolezza di lei. Sì, sì. Egli non sapeva più ciò che le aveva detto in quel giorno.

             L’amava, e s’era lasciato trascinare dal suo amore, spinto da lei… Era gio­vane anche lui ! Non aveva anche lui diritto ad amare, a goder della vita? Ma no, no, che! La giovinezza reclama i suoi diritti? La sorte glieli nega. Si la­menta? Ride. Amare? Lavora! E il suo lavoro restava senza compenso. E la sorte, per maggior crudeltà, ogni tanto gli si mostrava men severa, e lo co­glieva a un nuovo laccio! Ah, era un bel giuoco, un bel giuoco!…

             E le parlò, seguitando, di tutti i suoi sogni andati a vuoto, dei disinganni, della lotta assidua contro tanti bisogni, che l’avvilivano, lo strappavano ai suoi ideali; e degli stenti e delle fatiche durate per mantenersi fedele a quell’ombra di sogno, ch’era pur l’unica realtà della sua vita, lo scopo e la ragione – l’Arte!

             Nello sforzo di parlar sommessamente per non farsi udire dalle altre stanze, la sua voce era divenuta aspra, quasi raschiosa, e intanto le parole gli abondavano, ed egli vi esalava tutta la sua vera, intensa ambascia, quasi piangendo…

             Giulia s’era intenerita: l’astio era man mano divenuto in lei angoscia. Gli prese una mano e l’interruppe:

             – Non parlarmi così!

             – È vero! – disse Lucio sordamente, rimettendosi. – Non ne ho mai parlato ad alcuno. Mi vi hai costretto tu.

             Ella si era alzata.

             – Ed ora? – disse.

             – Tu devi pensare a te – riprese Lucio. – Dammi ascolto. Di me non t’im­porti nulla. Te ne prego: dimentica. È necessario che tu dimentichi.

             Ella rimase un tratto con la testa bassa e gli occhi appuntati, e si lasciò cader dalle labbra queste parole, scuotendo lievemente il capo, senza muover gli occhi.

             – No… no… è troppo tardi, ormai.

             – Prova…

             – Inutile!

             Si scosse, ebbe come un brivido, si strinse nelle spalle e si coprì il volto con le mani.

             – Che hai? – le chiese Lucio dolcemente.

             – Non so… non so…

             Lucio le si avvicinò, le prese le mani (ella gliele abbandonò senza esitazione) e se le pose sul petto, guardandola. Giulia si mise a piangere in silenzio.

             – Son disgraziata…

             Si portò agli occhi il fazzoletto, e appoggiò la testa sul petto di lui, che co­minciò a carezzarle i capelli leggermente con la mano.

             – Amami così… – disse lei con voce interrotta da singulti brevi. – Non ti chiedo nulla…

             E levando la testa, con gli occhi ancor gonfi di pianto, e abbozzando un sor­riso malinconico, su cui scendevan le lacrime, gli domandò con insistenza da bambina:

             – Sì?… Sì?…

*******

             IV. – Dobbiamo parlar di lei… – disse piano a Lucio il signor Carlo, accen­nando all’uscio per cui era uscita testé sua figlia.

             – Della… signorina?

             – Vorrei da lei un consiglio, se è in grado di darmelo.

             – Un consiglio?

             – È una faccenda un po’… – continuò il signor Carlo, parlando a bassa voce, senza trovar l’aggettivo. – Ma con lei, io almeno, non posso aver segreti… Ecco, le spiegherò. Conosce un tale… Arnoldi?

             – Antonio Arnoldi? – disse subito Lucio, pallido, rizzandosi sul busto, come colto da un brivido alla schiena.

             – Precisamente. Lo conosce?

             – Perché… me lo domanda?

             – Per aver da lei un consiglio…

             – Lo conosco… così… di nome soltanto… Scusi, perché vuol saperlo?

             – Le dirò… – fece il signor Carlo. – Ho ricevuto ieri una lettera.

             – Da Milano?

             – No, da Roma.

             – Ah, è a Roma? – domandò Lucio.

             Perché mentiva così? Egli stesso non sapeva rendersene conto. Quelle parole gli erano venute alle labbra spontaneamente, non cercate, non volute.

             – Venuto, pare, espressamente – disse il signor Carlo con un sorrisetto espressivo.

             – Ah, eh già! s’intende… – fece Lucio; e subito si stupì di quest’altre parole involontarie e del suo sorriso in contrasto aperto, stridente con l’aria ingenua assunta sul principio.

             Ma il signor Carlo non notava nulla di tutto ciò; sorrise per compiacenza al sorriso di Lucio, e proseguì:

             – Nella lettera mi si dà abilità di domandare a Milano tutte quelle informa­zioni, che possono farmi all’uopo.

             – Una domanda di matrimonio, allora… – disse Lucio con l’aria ingenua di prima.

             – Mi pareva che l’avesse compreso.

             – E sì, difatti…

             Si smarriva; sentì lui stesso, che si smarriva. Volle correggersi; fu peggio.

             – E lui… che domanda?… Lui! strano… cioè!… dico, manca da Roma… da parecchio tempo, mi pare! E poi, con qual titolo? Che fa a Milano?

             Questa volta il signor Carlo notò l’imbarazzo del suo giovane amico, ma credé che gliel’avesse cagionato lui, con l’interessarlo in una faccenda tanto delicata. Cavò di tasca la lettera e gliela porse.

             – Ecco la lettera… Legga.

             Si misero allora a parlare della Banca Ritter di Milano, banca tedesca, soli­dissima. Il signor Carlo ne aveva già domandato notizie a un suo amico mila­nese. Anche Lucio sapeva da un amico impiegato in quella banca, ch’essa era solidissima. Non sapeva però spiegarsi come l’Arnoldi avesse potuto trovarvi così buon collocamento – «non per altro; ma perché i tedeschi, si sa, son così difficili… Segretario, accidenti! un buon posto!»

             – Che ne dice? – domandò il signor Carlo, che già rideva dalla gioia. Lucio si mostrò nuovamente impacciato a rispondere. Gli pareva mill’anni d’andar via.

             – Ma… io non so… veda… Non potrei dirle…

             – Però – insistè il signor Carlo – non credo, è vero, che sia un partito da rifiutare così, a occhi chiusi…

             Lucio aprì le braccia in risposta. Poi disse:

             – Se ella lo desidera, posso anche domandar per conto suo informazioni al mio amico.

             Il signor Carlo accettò, profondendosi al suo solito in ringraziamenti.

             Lucio uscì da casa Antelmi in preda a una straordinaria eccitazione, branci­cando in tasca una lettera, la lettera dell’Arnoldi al signor Carlo. Era rimasta a lui, per dimenticanza! Egli se n’accorse per via, e quasi se ne sentì scottar le mani…

             Era già quasi sera, e il Corso coi lampioni non per anche accesi, tutto in ombra, era affollato pel ritorno dal passeggio pomeridiano a Villa Borghese.

             Tutta quella folla agitata nell’ombra, pigiata nell’angustia dei marciapiedi, sempre in guardia dalle vetture susseguentisi con frastuono, diede a Lucio il capogiro. Gli pareva di veder l’Arnoldi in ogni persona; sentiva che l’avrebbe senza dubbio veduto, lì a un tratto, senza dubbio.

             E infatti lo vide. Era con alcuni amici sulla soglia del caffè Anglo-Ameri­cano di fronte alla piazzetta Sciarra, e s’era tirato indietro sgarbatamente, al­zando le braccia, per rider forte, mostrando i denti bianchissimi sotto i baffi ricciuti, neri come l’ebano – un riso che pareva nitrito: chi sa perché! forse per qualche piacevolezza detta da uno de’ suoi amici. Gli era quasi cascata dal naso la lente legata in oro. Lucio sentì strapparsi i nervi da quel riso fragoroso. – Non aveva riso per lui, quell’imbecille? Si fermò d’un colpo. Si voltò, e stette tra la folla a guardare un tratto in direzione del caffè. Avrebbe voluto tornare indietro, e schiaffeggiare quella faccia bruna, insolente… Si rimise ad andare in giù. Verso casa sua, in via Laurina? No, che! Dal Marzani, allora, in via dei Pontefici? E per far che dal Marzani? Oh, egli sentiva bisogno di par­lar con qualcuno, di sfogarsi con qualcuno; e sentiva che andava lì, proprio dal Marzani, benché non ne vedesse chiaramente la ragione. Egli doveva pur fare qualche cosa! Ma che cosa, e perché? Di che si lagnava? Che pretendeva? Che diritto aveva egli d’impedire quel matrimonio? Impedirlo? Non doveva anzi considerarlo come una fortuna, come una liberazione? Non aveva egli forse provato stizza, dispetto, rabbia dopo la scena fattagli dalla signorina Giu­lia piangente sul suo petto? Non s’era detto mille volte sciocco, e non aveva accusato anche lei, Giulia, bassamente, sostenendo ch’ella voleva usargli vio­lenza, non già per amore, ma per puntiglio o per brama di marito? Dunque? Eccolo lì, il marito, l’Arnoldi! Di che si lagnava oltre? «Ah no! l’Arnoldi no» pensava andando. «Caschi il mondo, no!»

             Si trovò in via dei Pontefici, presso la porta del Marzani. Il dubbio di non trovarlo in casa lo arrestò innanzi allo scalino d’invito; ma pur non rendendo­sene conto, l’arrestarono anche l’indecisione ond’era agitato e il bisogno di precisar qualcosa prima di salire. Non gli fu possibile precisar nulla; si premè forte gli occhi con una mano, e poi, facendo un gesto vago, come per scacciar tutte le cure, si mise a salire la lunga scala. Sentì scuotersi, sollevare, salendo, da un impeto folle di riso, e spiegazzò in tasca la lettera dell’Arnoldi.

             Ah era ben comica, ben comica la sua posizione! «Eccomi qui! Devo dar marito alla fanciulla del mio cuore, e voglio darle un buon giovane. Favori­scano di dirmi com’è codesto loro signor Arnoldi! – Il Marzani? – Poveretto… io non dico… potrebbe anche essere un ottimo marito…» Queste ultime eran parole di Giulia Antelmi. Lucio se le ripeteva mentalmente, salendo la scala, ancora invaso da quell’onda amara di riso.

             Tirò il laccio del campanello, e attese. Il Marzani era in casa. – Ringraziami! lodami, mio caro! – gridò Lucio, ridendo come un pazzo al cospetto dell’a­mico, pigliandolo per le braccia e scuotendolo, spingendolo in dietro. – Lo­dami, ringraziami anche tu, come il signor Carlo! Lodatemi tutti! Io son l’uomo più lodevole del mondo!

             – Che hai? Lasciami… Sei matto? Che t’è avvenuto?… – fece Tulio, guar­dando stupito Lucio, e cercando di svincolarsi dalla stretta.

             – Nulla! Che ho? Son contento di me, non vedi? Non debbo viver soltanto di lodi, io? facendo una buona azione al giorno? Poca fatica, non è vero? Oggi poi, ne ho fatte due, sì, e una migliore dell,’altra! Così, doppia razione di lodi. Oh, se la passa bene il mio amor proprio! Metterà pancia, vedrai!

             – Che hai fatto? – domandò il Marzani intontito.

             – Che ho fatto? Sentirai, mio caro! Cose che non facevan neppure i santi padri tentati nel deserto dalle demonia! Prima di tutto, ho tolto dei grilli dal capo d’una fanciulla di mia conoscenza. La poverina s’era fatte delle illusioni su me, figurati!… Però non m’ha ringraziato: aspetto d’esser ringraziato in ap­presso! Credeva la poverina, ch’io mi fossi un uomo come tutti gli altri, un uomo che si possa permettere il lusso di far delle sciocchezze… Basta! L’altra buona azione, la sai. Ho fatto ottenere il posto a quel caro signor Antelmi. L’ho reso felice, tanto felice, che m’ha commissionato subito un’altra buona azione. Ma io prima, guarda, ne voglio rendere una a te…

             – A me? Grazie! – fece Tulio, il quale non sapeva più se ridere o affliggersi dell’amico.

             – No, mi ringrazierai poi – seguitò Lucio, divenendo a un tratto serio. – Senti, non dico per ischerzo… Vieni qui… siedi… Leggi questa lettera…

             E porse al Marzani la lettera dell’Arnoldi.

             Se ne pentì subito. A un tratto, come se tutte quelle parole dette con straordi­naria vivacità, nella crescente eccitazione, si fossero insieme riflesse sulla sua coscienza improvvisamente ridesta, sentì invadersi da profondo disprezzo di se stesso. Sentì che il suo modo d’agire era indegno; ma non ne vedeva ancora chiaramente lo scopo, quasi che in lui fosse un’altra persona, la quale agisse senza palesarsi, per fini ancora a lui nascosti. Gli pareva, ora, ch’egli fosse venuto dal Marzani quasi trascinato da quest’altra persona, e non sapeva per­ché. Non era anche inutile, oltre che indegno? La signorina Giulia non avrebbe mai accettato la mano del Marzani, egli lo sapeva. E pure, chi sa? Tulio era ricco, non era brutto, non aveva mai commesso brutte azioni come quell’Arnoldi. In un momento Lucio stabilì un confronto spassionato tra l’uno e l’altro, li bilanciò fisicamente e moralmente… Avrebbe intanto voluto strap­par di mano a Tulio la lettera; ma si sentì trattenuto, come se qualcuno inter­namente gli avesse detto: «E aspetta! Tanto, ormai, ci sei… Proviamo!».

             Tulio lesse la lettera, prima arrossendo, poi man mano impallidendo, impal­lidendo, finché guardò Lucio, smarrito, e gli cascaron le braccia.

             – Dunque è finita?

             – Niente finita! – disse forte Lucio, alzandosi. – La signorina Antelmi non sa ancora nulla di questa lettera.

             – Sì; ma tu m’hai detto… – balbettò Tulio.

             – T’ho detto, se ti ricordi, che dell’Arnoldi nel suo cuore non c’è più traccia. Amoretto da ragazza, t’ho detto! Santo Dio, come ti perdi in un bicchier d’ac­qua!… Ora ella sa bene che persona è l’Arnoldi, e ciò che ha fatto… Non è possibile che lo accetti… Poi, del resto, ti ripeto ch’ella non sa ancor nulla della domanda di matrimonio. Capisci, che il signor Carlo ha dato a me, a me… l’incarico di domandar notizie dell’Arnoldi a Milano? Proprio così! Eb­bene, che vuoi farci, pover’uomo! Fiducia! – Ora passeranno cinque, sei giorni prima che venga la risposta. Dunque, tu hai tutto il tempo di far la tua domanda al signor Carlo.

             – E come posso, ora… – osservò imbarazzato il Marzani.

             – Come? Oh Dio! Fingi d’ignorar tutto! Perché, spero, non andrai mica a dire al signor Carlo, che io son venuto a comunicarti la gran novità! Del resto, non ci sarebbe nulla di male… Sa che tu ami sua figlia… dunque… Ma non c’è bisogno di dirglielo… Tu va’ da lui… deciditi una volta! e fa’ la tua domanda in tutte le forme. Senti, tra te e quel signore la scelta non può cader dubbia. Figurati! T’accoglieranno a braccia aperte!…

             Il Marzani sorrise, ancora smarrito. Egli godeva di vedere attraverso le parole di Lucio, facilissimo il suo compito.

*******

             V. Come Lucio aveva preveduto, il signor Carlo accolse il Marzani a braccia aperte. Davvero, il pover’uomo, non s’aspettava più tanta fortuna. S’era già adattato alla necessità di dar la figlia a un intruso, che gliel’avrebbe portata anche lontano, fuori di Roma. Né di ciò, buono com’era, sapeva dar torto al Marzani. «È troppo ricco per noi», pensava. «E mia figlia non ha dote.» La signora Erminia però non la pensava allo stesso modo. Per lei, il Marzani era or mai non solo uno sciocco, ma anche un mancator di parola. Ella sentiva stizza delle illusioni, delle speranze concepite su lui e andate a vuoto, e natu­ralmente ne dava a questo la colpa, anzi che al suo troppo imaginare.

             – Sarebbe stato tanto onore per lui sposar nostra figlia! – diceva al marito.

             E il signor Carlo, per non aizzar la moglie ad altre invettive, apriva le braccia e si rimetteva alla volontà del Signore.

             Tanto lui che la moglie adesso, a veder realizzato, quando men se l’aspetta­vano, un desiderio già svanito come speranza; s’eran talmente rallegrati, che per un momento non pensaron più né alla precedente domanda, né all’esi­stenza dell’Arnoldi… Oh, ma del resto, per costui, una scappatoia si sarebbe presto trovata! Frattanto era certo, che la figliuola, sposa del Marzani, sarebbe rimasta a Roma, sotto gli occhi loro. Di fronte al Marzani, l’Arnoldi era com­pletamente scomparso dalla loro mente. Già non lo conoscevan neppure di vista, non sapevan chi fosse… Così, nemmeno era passato loro per la mente, che per giustizia, di fronte a due richieste di matrimonio, non avrebbero po­tuto non tener conto del diritto di scelta della figliuola. Il signor Carlo, nella gioia inattesa, aveva dato al Marzani quasi per fatto il matrimonio; e il domani la signora Erminia ne parlò alla figliuola.

             Da un bel mazzo di fiori inviato dal Marzani la sera precedente, così, senza ragione, in dono misterioso, e dal sorriso con cui il padre e la madre glielo avevano presentato, Giulia aveva sospettato l’intesa, e però la mattina accolse freddamente la madre. Alle prime parole della figlia, la signora Erminia sentì cadérsi dalle labbra tutte le espressioni di giubilo che le eran saltate dal cuore. Giulia fu irremovibile dal rifiuto. Sdraiata sulla seggiola a dondolo con un libro in mano, fingeva di leggere, spingendosi indolentemente innanzi e indie­tro.

             – Almeno una ragione! Di’ almeno una ragione!

             – T’ho detto: non-mi-va.

             La signora Erminia finì per uscir dai gangheri:

             – Che intenzione hai? Che ti sei fitto in mente?

             – Nulla, proprio nulla. Lasciami stare, ti prego. Ci penserò io…

             – Ci penserai, sì, quando? Quando ti capiterà una nuova occasione, è vero?

             – Non ne aspetto più…

             Sì, e allora bell’avvenire senza dubbio quello che le si apparecchiava!… Sa­rebbe andata a finire suora di carità, è vero? O monaca in qualche ritiro! Solita storia… Pensava così perché aveva ancora il padre e la madre, e una casa… Ma non li avrebbe avuti sempre però, e allora?… oh allora!…

             – È inutile, mamma! – disse Giulia per tagliar corto a quelle riprensioni. – Or mai, l’ho fisso qui: non mi mariterò! E sai, che quando ho detto una cosa…

             La signora Erminia ebbe un bel metterle innanzi agli occhi tutti i mali a cui vanno incontro le ragazze che restan senza marito: la schiavitù delle malignità altrui, la solitudine, i disagi, le noie… E a che prò tutto questo? Già sola, ap­partata, non sarebbe potuta rimanere: gliene mancavano i mezzi. Ma, quan­d’anche? Una donna, sola, non è mai libera.

             Ella a questo quadro s’era rivoltata subito, con tal vivacità e tanta efficacia, che, per un momento, alla signora Erminia parve di soggiacere al fascino della parola di Lucio Mabelli, proprio come se questi parlasse per bocca della figlia.

             Giulia, infatti, ripeteva ogni tanto inconsciamente qualche frase di Lucio, e s’era quasi assimilata quella speciale attitudine del parlare di lui.

             – Allora, è vero? dovrei sposare il primo che mi capita, per non andare incontro a tutto ciò che m’hai detto? Se poi non amo costui, se mi ripugna, non importa, è vero? L’amore? Ma che! C’entra forse l’amore? E il cuore? Una molestia! Ecco il vostro ragionamento! Ecco le vostre massime! Brava gente sennata! E quando io, inesperta, vi avrò dato ascolto? Ah, tu devi mettermi innanzi anche quest’altro quadro! Allora, che sarà di me? Rispondi! Che sarà di me? Come potrò vivere insieme a una persona che non ha saputo ispirarmi né amore, né simpatia, che a me, moglie, non ha potuto realizzare il mio sogno di ragazza?… Perché, è così, non è colpa mia: da ragazze sogniamo tutte! La mia casa mi parrà una prigione, il mio sposo un nemico; cadrò nella noia o cercherò di svagarmi. Oh, e allora tutte le persone sennate, tutte quelle che dettan massime di prudenza come te, mi salteranno addosso, mi accuseranno Dio sa di che cosa, e via fino in fondo! Ma che moglie v’aspettate da una ragazza che avete costretto a sposar così, senz’amore? Che volete ch’ella vi dia? Che pretendete da lei? Ah, vedi, vedi che ne so forse più di te. I miei libri, è vero? Ma sono i fatti! Così a quattr’occhi posso parlarne; vale per tutte le volte che debbo far le viste di non capir nulla… Va’, va’… E ora lasciami leggere in pace, se è possibile…

             Accesa in volto, ancor vibrante, si ravviò i capelli dalla fronte, e si rimise a leggere, questa volta per non rispondere veramente più nulla alla madre, che la guardava ancora stupita.

             Quando Lucio Mabelli tornò in casa Antelmi con la risposta da Milano, vi trovò quasi il lutto, e una guerra aperta. Il signor Carlo, per non veder la figlia, tornando dal conte Rivoli, si tappava nella sua camera, e non voleva uscirne neppur per desinare in compagnia. Avrebbe voluto scomparire dalla faccia del mondo per non incontrarsi più col Marzani. Anche Giulia s’era ritirata nella sua cameretta per non veder la faccia arcigna e non sentire i rimbrotti della madre, la quale così era rimasta sola padrona della casa. Chi ne aveva la peg­gio era Olga, la serva, su cui la signora Erminia sfogava l’ire e il mal’umore. La risposta da Milano era pervenuta a Lucio a rigor di posta, un giorno dopo il rifiuto opposto da Giulia alla domanda del Marzani. In quella risposta si davan sull’Arnoldi le più ampie assicurazioni.

             – E per che farne, ormai? – disse a Lucio la signora Erminia. – Vuol farsi monaca mia figlia, non lo sa? M’ha dichiarato, non intende maritarsi né ora, né mai…

             – Le ha parlato anche… dell’Arnoldi? – domandò Lucio esitante.

             – No, del Marzani, lo saprà! Ma crede ella, che se le avessi parlato dell’Ar­noldi…

             Lucio alzò le spalle senza profferir sillaba, temendo che la voce tradisse l’in­terna agitazione. Ogni parola della signora Erminia gli pareva uno schiaffo. Il tono irritante, sguaiato, volgarissimo di quella voce gli strappava con violenza i nervi. Sentiva ribadirsi una catena trascinata già parecchi mesi con tanta tri­stezza e tanti affanni; e pur non sapeva ancora decidersi a parlare, a respin­gerla. Temeva da un canto di tradirsi, e dall’altro non avrebbe voluto piegarsi, darla vinta a quell’Arnoldi.

             – Crede che mia figlia lo conosca? – insistè la signora Erminia.

             – Ma… io veramente… non so, se debba intromettermi… – balbettò Lucio.

             – Parli, prego… Noi la consideriamo come un parente, proprio come un parente.

             – Troppo buoni… Ma ecco, a me pare… che così… senza una ragione deter­minante, l’Arnoldi… sì… non avrebbe mai fatto…

             – Ma già! – gridò la signora Erminia, interrompendolo, sgranando gli occhi e battendosi forte una mano sulla gamba.

             – Per lo meno – continuò Lucio più spedito – lui, l’Arnoldi, deve aver cono­sciuto bene la signorina, io credo, altrimenti… Loro non sanno nulla?

             – Nulla, proprio nulla…

             – Provino, allora…

             E appena profferite queste parole, come una concessione dolorosa e forzata, Lucio si sentì alleggerito da un gran peso.

             – Provare? – fece la signora Erminia. – Oggi dopo la scena di ieri? Oh no davvero! Sarebbe capace di dirmi un’altra volta di no. Lei non conosce mia figlia…

             – Ma una risposta all’Arnoldi bisogna pur darla…

             – Quel povero signor Marzani! – sospirò la signora Erminia.

             Entrò in quella Giulia, che dalla sua cameretta aveva udito la voce di Lucio.

             – Mi permetta un momento! – fece subito la signora Erminia, vedendo la figlia, e soggiunse piano nell’orecchio di Lucio: – Vado ad avvertirne mio marito…

             Giulia sorrise mestamente, seguendo con gli occhi la madre. Lucio si levò anche lui da sedere, impacciatissimo da quello sgarbo in sua presenza. Avrebbe voluto andarsene per non rimetter piede mai più in quella casa. Aveva fatto uno sforzo enorme a venirci, dopo la scena di quella sera col Marzani; e nel salir le scale aveva sentito che gli sarebbe riuscito intollerabile un dialogo con Giulia.

             Accennò d’andar via. Ella non lo trattenne; sedé , e lo guardò fiso, con occhi dolenti, senza dir nulla.

             – Vado… – fece Lucio, indeciso.

             – Rimani, l’ha voluto! – disse ella, invitandolo con la mano a sedere un po’ discosto da lei, e distolse lo sguardo.

             Lucio sedè al posto indicatogli, e stettero entrambi un pezzo, senza guardarsi, in penoso silenzio. Nessuno dei due sapeva decidersi ad aprir bocca. Egli si stizziva internamente del mesto atteggiamento e del silenzio di lei: ella s’a­spettava da lui lamenti e rimproveri dopo le tristi dichiarazioni fattele una volta; e s’era disposta ad accoglierli senza opporre scuse, rimettendosi a lui, inerte e rassegnata, pur di non cedere. – Lo vedi? – diss’egli finalmente. Ella finse di non capire.

             – Che cosa?

             Tacquero di nuovo, un buon tratto. Giulia lo guardava con la coda dell’oc­chio, e vedeva che egli tentennava leggermente la testa, con gli occhi appun­tati, come se volesse dire: «Non ha voluto darmi ascolto, ed ecco che è avve­nuto…». Allora disse:

             – Perché non voglio la mia infelicità, è vero? Lucio si volse a lei con prontezza quasi irosa:

             – Ma chi vorrebbe dartela, l’infelicità?

             – Mi lascino in pace dunque – rispose ella sordamente, cangiandosi in volto, e corrugando le ciglia. – Sto bene, come sto! Vi disturbate tutti per me… È una scena! Mentre io vorrei che non si pensasse neppure alla mia esistenza in questa casa…

             Dopo un breve silenzio Lucio, freddamente, le fece osservare, ch’ella non poteva pretendere che i suoi parenti non pensassero a lei.

             – Son di peso? – fece Giulia, e subito si pentì di aver così trasceso.

             – Non è pel presente, è del tuo avvenire che si preoccupano – aggiunse fred­damente Lucio.

             Ella s’indispettì di questa freddezza un po’ ironica e dell’aria d’indifferenza con cui egli adesso le parlava. S’animò a un tratto, divenne anche lei pungente, superficiale.

             Oh, va bene, il suo avvenire! E c’era tempo! E poi, via, le pareva, che questo suo avvenire non doveva contentare soltanto gli altri; ma un tantino anche lei, no? un tantino… Le sue idee? Ah, già! Bravissimo! Anche la madre, le aveva detto così… Curioso! Bisognava proprio convenire, ch’ella era fatta, adunque, diversamente da tutti gli altri… Le sembravan così naturali, a lei, «le sue idee», com’egli diceva, facendo la copia a sua madre… E s’era messa a ridere.

             Lucio restò goffo.

             – Vuoi saperne qualcuna «delle mie idee»? – continuò Giulia. – Senti freddo d’inverno?

             – A seconda… – rispose egli indifferente, quasi prestandosi a un capriccio da bambina.

             – Quando ne senti, pensi d’aggravarti un po’?

             – Certo…

             – Oh, vedi? E questo lo penso anch’io! D’estate, t’alleggerisci?

             – Se la pigli così in ischerzo…

             – Parliamo seriamente! – riprese Giulia, gonfiando la voce. – Sposerebbe ella, signor Mabelli, per considerazioni che non han nulla che vedere con l’a­more, una persona, per cui tutt’al più, tutt’al più, non sentisse che della buona amicizia?

             – Anche volendo, sai bene che non lo potrei…

             Di fronte a quella gajezza, che anche nei frizzi vivaci tradiva l’affetto, Lucio aveva completamente perduto lo spirito.

             – Questo non c’entra! Oh Dio! Parlavo accademicamente… – fece la signo­rina Giulia, come nauseata. – Veniamo al caso concreto, giacché lo vuoi. Sai la gran novità? Marzani te l’avrà detta.

             – Me l’ha detta tua madre…

             – Che ho rifiutato?

             Lucio accennò di sì col capo. Le fece quindi notare il dispiacere ch’ella aveva cagionato al padre. Poi si mise a parlare anche del Marzani, e a far­gliene le lodi. Evidentemente diventava sciocco: lo sentì egli stesso, e ne arrossì; ma messosi per quella china non seppe trattenersi più. «Il Marzani fre­quentava da un pezzo la casa; era un buon giovane; aveva una posizione indi­pendente; non meritava dunque quel rifiuto…»

             La signorina Giulia lo guardava con tanto d’occhi, stupita.

             – Perché mi dici queste cose, ora?

             – Perché non dovrei dirtele? – Tu? È buffo!

             Oh sì, era buffo, buffo veramente, doveva convenirne, che lui, proprio lui venisse a parlarle in favore del Marzani, in un’occasione come quella!… La signorina Giulia non sapeva capacitarsene. Gliene avevano forse dato incarico i suoi parenti?

             Lucio sentì colpirsi con violenza da quell’atroce derisione, e sorrise amara­mente.

             – O potrebbe… – disse – non è! ma potrebbe anche darsi…

             – Povero Lucio! – esclamò ella, commiserandolo con leggiera ironia.

             Egli soffriva orribilmente. Si sentiva, come se l’avessero frustato in faccia, e gli pareva che, per quanto dicesse e facesse, non sarebbe più uscito da quel­l’imbroglio.

             – Che meraviglia, per altro, se ti consiglio di pensare a te?

             – Tirandoti indietro, è vero?

             – Ma per forza!

             – Mettendomi tu stesso innanzi un altro, al tuo posto: l’amico del cuore…

             E Giulia s’era messa a rider forte. Ah davvero la storia non registrava una prova più stupefacente d’amicizia! Oreste e Pilade! Era proprio buffo…

             Lucio si levò da sedere, risoluto; le si avvicinò, e chinandosi su lei, le disse piano, ma con voce vibrata:

             – Io non voglio, capisci, io non voglio, che per causa mia… Ella non lo lasciò finire:

             – Ma tu non c’entri, mio caro; levatelo dal capo! O ti farebbe forse piacere crederti più prezioso, che non sii veramente? Tu non c’entri per nulla! Sono io, capisci? io, che voglio così. Ti basta?… Non ti basta? Aspetta un po’…

             Si alzò sorridendo della bizzarria che le era saltata in mente; si recò innanzi allo scrittoio e, tratta dal cassetto della carta da lettere, si mise a scrivere per chiasso una dichiarazione in tutte le forme: Io qui sottoscritto dichiaro…

             – Ragazza! – fece Lucio, guardandola mentre scriveva.

             – Imprudente, non è vero? – rispose ella, seguitando a scrivere con certe mossettine del capo.

             Piegò la carta, e stava per affidargliela, quando le saltò in mente un’altra idea. Riaprì il cassetto, ne cavò un paio di forbici, e recandosi innanzi a uno specchio, si prese da un lato un ciuffetto di capelli.

             – Che fai? – le gridò Lucio.

             – Fatto! – diss’ella, tagliando. Tolse da un cofanetto un nastrino rosso, ne fé’ un nodo ai capelli, che chiuse nella dichiarazione, e ficcando tutto nella tasca interna della giacca di Lucio:

             – Tieni! – gli disse. – Così ammanserai gli scrupoli della tua coscienza… E aggiunse, con una smorfietta:

             – Marzani non mi va, ecco tutto!

             – E l’Arnoldi nemmeno? – scappò detto a Lucio impensatamente, senza vo­lerlo, nella confusione. E sorrise smarrito, agghiacciando.

             – Come c’entra l’Arnoldi adesso? – fece Giulia sorpresa dall’aria assunta improvvisamente da Lucio. – Saresti per caso geloso?

             – Non te ne hanno parlato, ma c’entra anche lui – rispose egli con lo stesso sorriso nervoso sulle labbra, ma con voce cangiata, come se non parlasse più lui. E la guardava fissamente.

             – Il mio scolaretto? – interrogò nuovamente Giulia stupita più del modo com’egli le parlava, che di quello che le diceva. – Come c’entra? Se era an­dato via da Roma?

             – T’interessa? Ti rido la dichiarazione…

             – Noioso! Dimmi come c’entra l’Arnoldi!

             Lucio alzò le spalle; come se avesse voluto farla stizzire, stuzzicandone la curiosità.

             – Non so, se debba dirtelo io… Ha scritto da Milano a tuo padre. Anzi no da Milano, da Roma. Perché egli è qui, a Roma, venuto espressamente per te… Ho scritto io a Milano… per domandare informazioni sul suo conto…

             – Tu? – fece Giulia sbalordita, quasi non prestando fede ai suoi orecchi. – Tu?

             – Io, io… – rispose Lucio, accompagnando le parole con un gesto del capo.-Per incarico di tuo padre…

             – E perché non me n’ha detto nulla mio padre? Lucio si smarrì.

             – Quasi contemporaneamente Marzani ha chiesto la tua mano.

             – Prima o dopo? – fece Giulia, colta improvvisamente da un sospetto, che le alterò e quasi le scompose la fisonomia. Non diede campo a Lucio, che la guardava confuso, di risponderle. – Dopo, certamente… Sì! Marzani ha dovuto sapere, senza dubbio, della richiesta dell’Arnoldi… Oh sì! non si sarebbe deciso altrimenti, povero imbecille!… Gliel’hai detto tu? Di’ la verità? Gliel’hai detto tu? Tanto, è inutile nascondermi ancora… Tu? Oh…

             Si coprì la faccia con le mani, indignata, vibrante di vergogna.

             – Hai fatto questo? Hai fatto questo? Lucio tentò un istante di scusarsi, avvilito:

             – Tu lo sai… l’Arnoldi… m’è antipatico all’estremo… Però, bada, a tuo padre ho detto che non lo conoscevo!

             – Avanti… avanti… ti ringrazio…

             – Il Marzani m’ha sempre afflitto parlandomi di te… E allora, sì, preso lì, fra due pretendenti, uno in iscritto l’altro in persona, mi è parsa tanto comica la mia posizione, che non ho saputo resistere alla voglia matta di dirgli tutto… dovendoti perdere, meglio…

             – Basta! Basta! – gridò Giulia, interrompendolo, quasi quelle parole l’aves­sero soffocata, e si coprì nuovamente la faccia con le mani. – Vile! Vile! – esclamò.

             Lucio non trovò più una parola da dire. Gli parve in un baleno, che i pensieri odiosi, trasparenti attraverso alle parole di lei, fossero stati veramente suoi pensieri, pensieri però, cui egli non aveva mai confessato a se stesso, e che sentiva ora per la prima volta nell’imbarazzo della coscienza. Non seppe ribel­larsi, gli parve giusto avvilirsi, rassegnarsi ad ogni ingiuria. «Purché finisca! Purché finisca!» si diceva internamente.

             Giulia si levò le mani dal volto in fiamme, e senza guardarlo:

             – La mia carta! i miei capelli! – gli disse.

             – Che vuoi farne?…

             Ella gli lanciò uno sguardo pieno d’odio e di sprezzo; lacerò la carta in mille pezzetti, disfece il nodicino dei capelli e buttò tutto nel camino, accompa­gnando l’atto con un’esclamazione di sdegno.

             Lucio si mosse per uscire.

             – Aspetti – disse Giulia. – Chiamo la mamma.

             E fattasi all’uscio, invitò il padre e la madre a entrare in salotto.

             – È vero, che il signor Arnoldi ha chiesto la mia mano? – domandò loro, appena entrati.

             E senza attender risposta: – Potete rispondergli che accetto – aggiunse. Il signor Carlo e la signora Erminia guardarono sorpresi la figlia, poi il Mabelli.

             – Grazie, signor Lucio! – esclamò la signora Erminia, stendendogli raggiante la mano.

             Giulia ruppe in uno scoppio di risa, e corse verso la sua cameretta.

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Tra pregiudizio e paradosso: la figura di Marta Ajala ne «L’esclusa» di Pirandello

Di Loredana Palma 

Nel ritrarre la vicenda di Marta Ajala, Pirandello già mette a fuoco alcuni temi che caratterizzeranno la sua intera produzione: la lotta dell’individuo contro la società, quel sentirsi ‘forestiere della vita’, il contrasto tra essere e apparire che presenta forti ripercussioni nella vita interiore dei suoi personaggi.

Indice Tematiche

Marta Ajala ne l'esclusa
Emilio Longoni, Sola, 1900

Tra pregiudizio e paradosso:
la figura di Marta Ajala
ne «L’esclusa» di Pirandello

in Letteratura e Potere/Poteri
Atti del XXIV Congresso dell’ADI (Associazione degli Italianisti)
Catania, 23-25 settembre 2021

Da Associazione degli Italianisti

Ad apertura di secolo, nel 1901, si colloca il romanzo d’esordio – e di un esordio già maturo – di Luigi Pirandello, L’esclusa. Pubblicato nelle appendici de «La Tribuna», rimaneggiato e raccolto per la prima volta in volume per l’edizione Treves del 1908 e poi nuovamente nel 1927 per Bemporad, porta sin nel titolo il segno di un’emarginazione al femminile. Qui la protagonista, oltre ad essere oggetto di pregiudizio all’interno della famiglia, in quanto moglie (si pensi alle parole del suocero: «Si sa, per altro, che le mogli è il loro mestiere d’ingannare i mariti»), ‘prigioniera’, come tutti i personaggi pirandelliani, della società, paga lo scotto di un’ulteriore limitazione, retaggio di pregiudizi culturali radicati: essere donna.

Costretta ad espiare, innocente, una condanna già scritta, Marta finisce per incarnare alla perfezione il paradosso pirandelliano del contrasto tra essere e apparire e della contorta logica delle convenzioni sociali, messa in luce dal discorso dell’Alvignani: «Innocente, ti hanno punita, scacciata, infamata; e ora che tu, spinta da tutti, perseguitata, non per tua passione, non per tua volontà, hai commesso il fallo – per te è tale! – il fallo di cui t’accusarono innocente, ora ti riprendono, ora ti rivogliono! Vacci! Li avrai puniti tutti quanti, come si meritavano!».

Il contributo propone un attraversamento del romanzo d’esordio di Pirandello evidenziando la natura dei condizionamenti sociali che la protagonista subisce proprio in quanto donna.

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Ad apertura di secolo, nel 1901, si colloca L’esclusa, il romanzo d’esordio – e di un esordio già maturo – di Luigi Pirandello. Pubblicato nelle appendici de «La Tribuna», rimaneggiato e raccolto per la prima volta in volume per l’edizione Treves del 1908 e poi nuovamente nel 1927 per Bemporad, porta sin nel titolo il segno di un’emarginazione al femminile. Esso dunque già contiene in sé i germi di quella che sarà l’intera produzione dell’autore agrigentino e la sua protagonista, Marta Ajala, si rivela come una sorta di alter ego del narratore il cui sguardo, come ben evidenzia Giancarlo Mazzacurati nel commento all’edizione einaudiana, [1] risulta «complice» [2] nei confronti di quella che appare come la prima «esiliata» [3] della sua narrativa.

[1] Luigi Pirandello, L’esclusa, testo definitivo seguito dalla prima redazione (1901), a cura di Giancarlo Mazzacurati, Torino, Einaudi, 1995.
[3] Ibidem.

Marta, infatti, irrompe nel panorama letterario italiano con i tratti compiuti del personaggio pirandelliano. Se i rimaneggiamenti autoriali, che avrebbero condotto all’edizione del 1908 e poi a quella definitiva del 1927, risentono della riflessione sull’umorismo condotta nel saggio del 1908, come evidenzia Nino Borsellino – che parla di una «vicenda dominata dall’ironia delle situazioni capovolte» –, [4] e se il personaggio di Marta, nella ‘circolarità’ messa in evidenza da Rino Caputo, [5] acquisisce, con le edizioni successive alla prima, tratti in comune con Mattia Pascal, Marta Ajala si fa portavoce sin dal suo esordio della condizione di alterità e di solitudine propria dei protagonisti delle successive opere di Pirandello.

[4] Nino Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, Roma-Bari, Laterza, 1991, 23.
[5] Rino Caputo, Marta e Mattiain L’esclusa Il turno. Gli inizi della narrativa pirandelliana, Atti del 57° Convegno internazionale di studi pirandelliani, a cura di S. Milioto, Caltanissetta, Lussografica, 2020, 103.

Non è un caso che a incarnare l’esclusione è una donna, apparentemente una delle tante che nel romanzo ottocentesco – dalla Gertrude manzoniana fino alla Teresa Uzeda dei Viceré – avevano subito la pressione di pregiudizi e condizionamenti familiari, prima ancora che sociali. Condizionamenti e pregiudizi si condensano già nel contesto familiare di Marta, in quel personaggio del suocero per il quale il ‘mestiere’ delle mogli è quello di ingannare i mariti [6] mentre il destino – ineluttabile – dei Pentàgora è quello di ‘negoziare in corna’. [7]

[6] Cfr. Luigi Pirandello, L’esclusa…, 12.  [7] Ivi, 87.

Ma ancor più del suocero – vittima del suo vissuto matrimoniale alla luce del quale pretende di prefigurare anche le esperienze sentimentali dei figli –, [8] ancor più del marito – che agisce con poca convinzione sotto la spinta di ciò che gli altri si aspettano che egli faccia – ad accusare Marta è la condanna senza appello del padre, che si manifesta con il silenzio e con la ostinata clausura nella sua camera da letto, in un’oscurità che rappresenta, anche in modo tangibile, la cecità del pregiudizio che non ascolta ragioni.

[8] «Tutti gli uomini, per lui, venivano al mondo con la parte assegnata. Sciocchezza il credere di poterla cambiare. Anch’egli, in gioventù, come adesso i figliuoli, lo aveva creduto per un momento possibile: aveva sperato, s’era lusingato: gli era parso d’aver nel cuore, come il povero Niccolino, sentimenti nobili, generosi, s’era affidato ad essi, dov’era giunto? Gira gira, alle corna. La parte era quella, doveva esser quella» (Ivi, 84).

Le altre due figure femminili di casa Ajala, Agata e Maria, la madre e la sorella della protagonista, accettano con disperazione, come ineluttabile conseguenza della sciagura piombata sul loro capo, la terribile ‘sentenza’ del capofamiglia, vigilando con apprensione sul suo stato di salute e tentando di ricondurre Marta ad un atteggiamento più umile e consono alla sua colpevolezza, che esse non mettono in alcun modo in discussione. Ma Marta rigetta dentro di sé ogni accusa e si ribella a quella che ella ritiene un’ingiustizia perpetrata ai suoi danni dal marito e avallata dal padre.

È Francesco Ajala, infatti, a sancire, ancor più del marito Rocco, che pure l’aveva cacciata di casa, la colpevolezza di Marta agli occhi del paese. La prima reazione dell’uomo nei confronti della moglie, andata a cercarlo nella sua conceria, dove si era rinchiuso non appena aveva saputo della uscita della figlia dalla casa maritale, non ammette repliche: «- E ti immagini ch’io possa ritornare? rimettere piede nella vostra casa svergognata?». [9]

[9] Ivi, 31.

Sono parole definitive, in cui l’aggettivo possessivo segna, come un solco incolmabile, la presa di distanza di Francesco Ajala nei confronti delle donne della famiglia. Con il suo atteggiamento irragionevole l’uomo non punisce soltanto Marta ma anche la moglie e la figlia minore, condannandole alla rovina morale e materiale e continuando ad esercitare su di loro, sia pure in altre forme, tutto il suo potere di padre-padrone. Non a caso, Nino Borsellino parla dell’«ossessione paterna» [10] come del tema dominante nel romanzo.

[10] Cfr. Nino Borsellino, Ritratto e immagini di Pirandello, Roma-Bari, Laterza, 1991, 146.

Nonostante Francesco Ajala ritenga che il presunto adulterio di Marta abbia infangato l’intera famiglia, non v’è complicità, ma piuttosto una profonda incomprensione, tra Marta e le sue due congiunte che, benché innocenti, accettano acquiescenti la punizione loro inflitta dal capofamiglia e dal paese tutto. Ancor prima che la protagonista, proiettando il proprio sguardo straniato sulla madre e sulla sorella, prenda coscienza della propria ‘esclusione’, troviamo Maria ad osservare Marta, senza capacitarsi delle reazioni di questa a quanto sta avvenendo intorno a loro:

Maria guardava la sorella, stupita di quella calma, e quasi non credeva agli occhi suoi, offesa nel cuore dall’indifferenza con cui Marta pareva si fosse ora acchetata alla sciagura, come se la tempesta non le fosse passata or ora sul capo. [11]

[11] Luigi Pirandello, L’esclusa…, 41.

L’unica forma di trasgressione alle imposizioni sociali che manifesta la madre Agata, nello spazio sospeso determinatosi dal silenzio e dalla clausura punitiva del capofamiglia, è quella di riallacciare i rapporti con Anna Veronica con la quale, proprio per ordine del marito, ella aveva rotto anni prima ogni relazione. Ciò dimostra come Agata in sostanza ‘subisca’ valori che non sono i suoi, dal momento che, appena non viene vista dal coniuge, accoglie nuovamente in casa l’amica.

Anna Veronica è, per così dire, l’alter-ego, di segno rovesciato, di Marta. Destituita dal suo lavoro di maestra dopo lo scandalo sollevato dalla sua condizione di donna sedotta e abbandonata, ‘vivucchia’ con una misera pensioncina ottenuta «per carità», [12] laddove Marta, dopo lo scandalo, non si acconcerà all’esclusiva dimensione privata dell’esistenza, ma inizierà a lavorare ed otterrà l’agognato posto di maestra, anche se le regole non scritte di una società borghese e moralista tenteranno di farla sollevare dall’incarico.

[12] Ivi, 48.

La giovane, tuttavia, ritenuta a torto raccomandata dal suo presunto e potente amante, e sacrificata, a vantaggio di una raccomandata vera – come non manca di sottolineare la sottile vena umoristica dello scrittore –, sull’altare del perbenismo e della malevola invidia dei benpensanti, finirà per ottenere l’incarico solo quando sarà veramente spinta dalla protezione dell’Alvignani di cui qui, come in altri casi, Pirandello si serve per stigmatizzare le contraddizioni di una società che non esita ad estromettere coloro che non stanno al ‘gioco delle parti’. L’esperienza lavorativa della protagonista anticipa così l’andamento di quella che è la vicenda esistenziale stessa di Marta, tutta giocata sul filo del paradosso.

Più che con la madre e la sorella è dunque con Anna Veronica – altra vittima, insieme alla suocera di Marta, di ‘esclusione’ sociale – che Marta stabilisce una complicità, mettendola a parte del suo proposito di dare gli esami di licenza (che sarà proprio l’anziana donna a pagare con i propri risparmi) e ricevendo da lei, in seguito al trasferimento a Palermo, notizie del chiacchiericcio sollevato dal suo allontanamento. Le maldicenze nei suoi confronti la indignano, non tanto perché false quanto perché le attribuiscono un comportamento che non sarebbe stato, a giudizio di Marta, degno di lei:

[…] non sarebbe mai venuta meno ai suoi doveri di moglie, non perché stimasse degno di tale rispetto il marito, ma perché non degno di lei stimava il tradirlo, e che mai nessuna lusinga sarebbe valsa strapparle una anche minima concessione. [13] Ivi, 68.

Il momento più violento della condanna del paese nei confronti di Marta si verifica durante la processione religiosa per la festa patronale dei Santi Cosimo e Damiano:

Stavano a un balcone, affacciate, Marta e Anna Veronica, tra la signora Agata e Maria. Antonio Pentàgora già da un pezzo aveva dato il segno ai portatori. Dapprima, le quattro povere donne non compresero la mossa dei Santi: li videro rinculare, ma non credettero che quella manovra si facesse per loro. Quando il fèrcolo pervenne di nuovo sotto il balcone e s’arrestò, tutta la folla levò gli occhi e le braccia contro di loro gridando, imprecando, esasperata per la sciagura d’un povero ragazzo tratto allora da terra, fracassato e sanguinante. Subito Marta e Anna Veronica si ritrassero dal balcone, seguite da Maria che piangeva; la signora Agata pallidissima, tutta vibrante di sdegno, chiuse così di furia le imposte, che un vetro andò in frantumi. Parve quest’atto un insulto alla folla fanatica: gli urli, gli improperii salirono al cielo. E a quella tempesta imperversante sotto la loro casa tremavano le quattro povere donne a verga a verga, tenendosi strette l’una all’altra, rincantucciate; e nell’attesa angosciosa udirono contro la ringhiera di ferro del balcone battere una, due, tre volte, poderosamente, la testa d’uno dei Santi.

A ogni testata tremava la casa. [14] Ivi, 82.

Sgombrando il campo da ogni scrupolo religioso, Pirandello riconduce la plateale riprovazione sociale nei confronti dell’adultera ad una regia umana, quella del suocero di Marta, che strumentalizza il rito collettivo per vendetta personale. È sempre il vecchio Pentàgora, poi, perseguendo la sua ‘doppia morale’, a compiacersi del fatto che Rocco abbia trovato un’amante:

Dopo il tradimento, per lui inevitabile, della nuora, si era rallegrato della sfacciata relazione di Rocco con quella donnetta galante:

Bravo Roccuccio! Mi piace. Ora sei a posto. Vedrai che a poco a poco… Fammi tastar la fronte… [15] Ivi, 85.

Il livore di Antonio Pentàgora nei confronti della nuora, tuttavia, appare eccessivo non soltanto agli occhi del figlio minore, Niccolino, ma persino a quelli dello stesso Rocco, il quale confessa di considerarsi vendicato già solo con l’azione di aver cacciato Marta di casa e prende le distanze dalla sguaiata e pubblica condanna inscenata dal padre:

Non bastava, non bastava averla scacciata? M’ero vendicato… Bastava! Ma no: le muore il padre, per giunta. Non dico che ci abbia avuto colpa io; ma certo in qualche modo vi ho pure contribuito; muore il bambino; anche lei è stata per morire; si rialza a stento dalla malattia; e lui, vigliacco, va a farle sotto gli occhi quella scenata infame! Perché insultarla ancora? [16] Ivi, 86.

Il giudizio di vigliaccheria viene espresso da Pirandello più volte anche nei confronti della curiosità viscida mostrata da altri personaggi del romanzo, entrati soltanto marginalmente nella vicenda, attratti dalla fama di ‘donna perduta’ di Marta, come i due giovani testimoni venuti, al seguito dell’usciere don Protògene, in casa delle tre donne a stilare l’elenco dei mobili da porre sotto sequestro:

Anche Marta, adesso s’era fatta alla porta, a sentire; e i due giovanotti se l’ammiccavano dal pianerottolo, dandosi furtivamente gomitate. [17] Ivi, 88.

La figura di Marta si erge sdegnosa nei confronti di tutti costoro e, con il suo piglio deciso, ribalta la situazione di inferiorità psicologica creatasi in precedenza tra la madre e gli esecutori giudiziari:

I due giovinotti si guardarono mortificati; e il biondo, ch’era un forense, già galoppino di Gregorio Alvignani e che aveva pregato insistentemente il vecchio usciere di portarselo con sé come testimonio, per curiosità di veder Marta da vicino, disse, guardandosi le unghie lunghe, scarnate:

Noi siamo dispiacenti, creda, signora…

Marta lo interruppe, con lo stesso piglio sprezzante:

Son discorsi inutili. [18] Ivi, 89-90.

L’atteggiamento così distaccato di Marta appare incomprensibile, oltre che alla sorella, anche alla madre, la quale invece si vergogna profondamente del nuovo stato di indigenza e farebbe volentieri a meno di farsi vedere in giro per non esporsi alle chiacchiere del paese. Ad Agata persino la bellezza naturale di Marta crea disagio perché tanta avvenenza sembra un’ostentazione, una sfida agli sguardi malevoli della gente, e si adatta perciò con molto disagio ad accompagnare la figlia a sostenere l’esame di patente per l’insegnamento:

[…] guardò la figlia: Dio! non le era sembrata mai tanto bella… E provò un vivo ritegno pensando che doveva uscir con lei per la città, condurla tra gli sguardi maligni della gente, a un’impresa che, nella schiva umiltà della propria indole, non sapeva né comprendere, né apprezzare. Pensava che quella bellezza, quell’aria di sfida che Marta aveva nello sguardo, avrebbero forse dato cagione alla gente d’esclamare: Guarda com’è sfrontata! [19] Ivi, 94.

Marta, al contrario, vede in quell’occasionale uscita l’opportunità di venire allo scoperto, di guardare apertamente in volto la gente maldicente:

Giungeva in tempo a dar gli esami con le antiche compagne di collegio. Le avrebbe dunque rivedute! Non si faceva illusione su l’accoglienza che le avrebbero fatta. Sarebbe andata incontro a loro col contegno di chi si tenga pronto a lanciare una sfida: sì, e non ad esse soltanto, se mai, ma a tutto il paese […]. Avrebbe guardato in faccia la vigliacca gente che nel giorno della festa selvaggia l’aveva pubblicamente oltraggiata. [20] Ivi, 93-94.

Seguono pagine in cui Pirandello fa ricorso al discorso indiretto libero per smascherare l’ipocrisia dei benpensanti nei confronti di una donna che cerca in tutti i modi di riscattarsi e che non accetta con rassegnazione la ‘parte’ che la società le ha assegnato:

L’invidia da un canto, dall’altro gl’intrighi spezzati, le aspirazioni deluse trassero agevolmente dalla calunnia una scusa alla loro sconfitta. Era chiaro!

Marta Ajala avrebbe occupato il posto di maestra supplente nelle prime classi preparatorie del Collegio, solo perché «protetta» del deputato Alvignani.

E vi fu, nei primi giorni, una processione di padri di famiglia al Collegio: volevano parlare col Direttore. Ah, era uno scandalo. Le loro ragazze si sarebbero rifiutate d’andare a scuola. E nessun padre, in coscienza, avrebbe saputo costringerle. Bisognava trovare, a ogni costo e subito, un rimedio.

Il vecchio Direttore rimandava i padri di famiglia all’Ispettore scolastico, dopo aver difeso la futura supplente con la prova degli ottimi esami. Se qualche altra avesse fatto meglio, sarebbe stata presa a supplire in quella classe aggiunta. Nessuna ingiustizia, nessuna particolarità…

Ma sì!

Il cavalier Claudio Torchiara, ispettore scolastico, era del paese e amico intimo di Gregorio Alvignani. A lui i reclami si ritorcevano sotto altra forma e sotto altro aspetto. Voleva l’Alvignani rendersi impopolare con quella protezione scandalosa?

E invano il Torchiara s’affannava a protestare che l’Alvignani non c’entrava né punto né poco, che quella della maestra Ajala non era nomina governativa. Eh via, adesso! Che sostenesse ciò il Direttore del Collegio, transeat!, ma lui, il Torchiara, ch’era del paese; eh via! Bisognava aver perduto la memoria degli scandali più recenti…

Era venuta dunque così, dall’aria, quella nomina dell’Ajala? E, in coscienza, se il Torchiara avesse avuto una figliuola, sarebbe stato contento di mandarla a scuola da una donna che aveva fatto parlare così male di sé? Che fior di maestra per le ragazze! [20] Ivi, 98-99.

Dal canto suo, Marta prosegue imperterrita nel suo cammino anche perché, per sua fortuna, non si presenta alla sua mente il pensiero che, pur riuscendo, avrebbe potuto incontrare «quasi la stessa vigliacca e oltraggiosa rivolta popolare» [22] ma è animata solo dalla sua «ansia di risorgere» e dal desiderio di riscattarsi dalla miseria:

E ancora non le era arrivata agli orecchi la calunnia di cui la gente onesta si armava per osteggiarla, per ricacciarla bene addentro nel fango da cui smaniava d’uscire! [23]

[22] Ivi, 99.  [23] Ivi, 99-100.

La stessa reazione nei confronti dell’indomita volontà di Marta di rigettare la forma in cui la società intende imbrigliarla colpisce anche Rocco per il quale, a fronte di tale audacia, la pietà che provava per la moglie, «prossima a cangiarsi in rimorso, improvvisamente aombrata, s’era cangiata, invece, in dispetto». [24] Ivi, 100.

Per il marito, Marta avrebbe dovuto acconciarsi al suo ruolo di negletta; intanto, al suo sostentamento, ma – si badi bene, «di nascosto» [25] – avrebbe provveduto egli stesso. La volontà di emanciparsi, di bastare da sola a se stessa e di provvedere contemporaneamente alla sua famiglia, pare a Rocco non come una necessità ma solo come una velleità che suona alle sue orecchie come disprezzo e derisione nei suoi confronti.

[25] Ibidem.

Rocco sa bene che l’adulterio di Marta è una calunnia ma non si ribella, obbedisce quasi meccanicamente a un rituale impostogli dal padre. Reagisce soltanto per tema di coprirsi di ridicolo quando va da Anna Veronica per chiederle di dissuadere Marta dal suo proposito di lavorare, quasi che l’indipendenza economica della moglie fosse un disonore maggiore dell’accusa di adulterio.

Anche Rocco è condizionato dalle chiacchiere della gente e, come Agata, in fondo al suo cuore, nel dialogo con Anna Veronica, se la prende con Marta che non si cura di nessuno e non ha paura di uscire a testa alta di fronte al paese:

[…] Sa che dice la gente? – domandò egli con voce – Che la corrispondenza con

l’Alvignani séguita… Ecco!

Séguita?

E questo perché? Per l’eterna sua smania di comparire! Ma come… tu sai ciò che ti pesa addosso, sai quello che hai fatto e hai il coraggio di uscire in piazza a sfidare la maldicenza del paese? La gente parla… sfido! Come ha ottenuto quel posto? [26] Ivi, 102-103.

Il pensiero di Rocco è analogo a quello di Agata, la quale, spinta da Anna Veronica ad andare dall’ispettore scolastico a chiedere conto della mancata nomina di Marta, lungo la strada, accusa tra sé e sé la figlia per averla cacciata in quella situazione di forte disagio:

Come se avesse veramente da vergognarsi di qualche cosa, schivava però per via gli sguardi della gente. […] Marta, Marta! Avrebbe dovuto starsene rassegnata e dimessa, ad aspettare giustizia dal tempo: avrebbero lavorato tutte e tre insieme, nell’ombra e tirato innanzi alla meglio; senza andare a suscitare di nuovo tutta questa guerra. [27] Ivi, 108.

La denuncia dello scrittore per la ‘gabbia’ in cui la società ‘intrappola’ gli individui, espressa spesso nelle sue opere successive da un personaggio fuori dal coro, alter ego dello stesso Pirandello – pensiamo, ad esempio, al Laudisi di Così è, se vi pare – si affaccia già qui, in questo primo romanzo, nelle vesti del professor Blandino che prende vivacemente le distanze dall’amico Torchiara, ormai arresosi alle pressioni sociali:

– Ma io non giudico come voi! – gli gridò Luca Blandino. – Io giudico secondo i casi: non mi traccio, come voi, una linea: fin qui è male, fin qui è bene… Lasciami agire da pazzo! Vado a scrivere un letterone di improperii a Gregorio Alvignani… Ah, lui, il grand’uomo, se ne deve uscire così, dopo aver gettato nell’ignominia e nella miseria un’intera famiglia? Ma sai che le lettere gliele buttava dalla finestra come un ragazzino? Ti saluto… ti saluto… [28] Ivi, 112.

Grazie all’interessamento dell’onorevole Alvignani, il presunto amante, Marta riesce comunque ad ottenere un posto come maestra nel Collegio, ma la guerra della comunità circostante, che la vuole avvilita, continua, da un lato attraverso il mormorio delle altre maestre, oneste e brutte zitellone («Un’onta per la classe delle insegnanti! Un’onta per l’Istituto!»), [29] dall’altro attraverso la velenosa resistenza delle alunne – «cattive, astiose, messe sù evidentemente dai genitori contro la nuova maestra». [30]

[29] Ivi, 113.  [30] Ibidem.

Marta vede il vanificarsi di ogni tentativo di riscattarsi con le sue sole forze. Soltanto un nuovo intervento dell’Alvignani le consente, grazie al trasferimento a Palermo, di liberarsi infine «dal fango che l’attorniava». [31] Ivi, 119.

Ma dopo un primo momento di sollievo dato dall’anonimato della grande città, Marta torna a sentirsi estranea alla calma di una volta, sente «che lei sola era l’esclusa, lei sola non avrebbe più ritrovato il suo posto, checché facesse, per lei sola non sarebbe più ritornata la vita d’un tempo». [32] Ivi, 134.

L’unico legame con il passato è rappresentato dalle lettere di Anna Veronica che la informa dello strascico di chiacchiere e di fango che, nonostante la distanza, ancora le viene gettato addosso nella comunità di appartenenza. Le allusioni della famiglia Pentàgora a «una forte ragione, un serio impedimento» [33] al suo ritorno in paese fanno indignare Marta per la persecuzione senza tregua, per l’infamia a compenso della sua innocenza, per la condanna cieca del padre e per tutte le conseguenze imputate a sua colpa.

[33] Ivi, 149.

Nessun comportamento riesce mai a placare l’animosità della gente nei suoi confronti per cui ella si sente da «umile, oltraggiata; da altera, lapidata di calunnie». [34] Ivi, 150.

Ed infine, da donna sola, Marta finisce per subire l’ulteriore insidia della corte – non gradita – dei suoi tre colleghi del Collegio.

Ecco che l’incontro con l’Alvignani a Palermo viene accolto dalla donna come una possibilità di vendetta, una vendetta reclamata a gran voce dalla sua stessa innocenza oltraggiata:

E perché soffrire, dunque, l’ingiustizia palese di tutti? […] Né la condanna ingiusta era riparabile. Chi avrebbe più creduto infatti all’innocenza di lei dopo quello che il marito e il padre avevano fatto? […] L’innocenza, l’innocenza sua stessa le scottava, le gridava vendetta. E il vendicatore era venuto. [35] Ivi, 161.

Ma questa vendetta, se ha un senso nella contorta logica del giudizio altrui, non offre alla protagonista il risarcimento sperato, anzi, l’avvilisce ai suoi stessi occhi. Subito dopo essersi concessa all’Alvignani, Marta sente venir meno l’energia per lottare ancora contro una società che l’aveva condotta ad essere realmente come fino ad allora era stata soltanto rappresentata:

E, andando, chiamava in soccorso, a raccolta, ragioni, scuse che sostenessero di fronte a lei stessa il concetto della propria onestà, quasi per farsene forte contro colui che così improvvisamente gliel’aveva tolta, e per sottrarsi nello stesso tempo all’idea che l’avviliva e la schiacciava, di essere stata tratta, cioè, quasi passivamente, a quella stessa colpa, di cui – innocente – era stata accusata. [36] Ivi, 176.

La coscienza di Marta ha logiche più lineari di quelle della società intorno a lei e ben presto ella si accorge che ha bisogno di fingere non tanto per gli altri, quanto per sé, per tenere a bada il crescente senso di colpa che si proietta sulla sua relazione con l’Alvignani.

Marta non è ritratta come le altre eroine, preda della passione amorosa. In lei non c’è mai l’accecamento della ragione e la sua relazione adulterina, finalmente consumata, non è che l’estremo tentativo di ribellione allo stritolamento messo in atto dalla società circostante. Ciò risulta chiaro anche all’Alvignani che – in un ennesimo rovesciamento di prospettiva compiuto dallo sguardo pirandelliano – la spinge a considerare la proposta del marito di ritornare in famiglia, finalmente perdonata, laddove ella era ormai colpevole:

– Tu non mi hai mai amato: non hai amato nessuno, mai, o per difetto tuo, o per colpa d’altri; non so. Tu stessa l’hai detto: ti sei sentita spinta da tutti nelle mie braccia… E ora, vedi, vedi, sarebbe questa la vera vendetta, questa; e se io fossi in te, non esiterei un solo minuto! Pensaci! Innocente, ti hanno punita, scacciata, infamata; e ora che tu, spinta da tutti, perseguitata, non per tua passione, non per tua volontà, hai commesso il fallo – per te è tale! – il fallo di cui t’accusarono innocente, ora ti riprendono, ora ti rivogliono! Vacci! Li avrai puniti tutti quanti, come si meritavano! [37] Ivi, 193-194.

Nel ritrarre la vicenda di Marta Ajala, Pirandello già mette a fuoco alcuni temi che caratterizzeranno la sua intera produzione: la lotta dell’individuo contro la società, quel sentirsi ‘forestiere della vita’, il contrasto tra essere e apparire che presenta forti ripercussioni nella vita interiore dei suoi personaggi.

Ne L’esclusa, insomma, viene prefigurata quella poliedrica scomposizione della verità assoluta che sarà oggetto del più tardo Così è (se vi pare), e vengono già messi a fuoco quei tratti della società circostante, nella sua morbosa curiosità e nei suoi giudizi tranchant nei confronti dell’individuo, che possono far parlare di questo romanzo come dell’esordio già maturo dello scrittore agrigentino.

Loredana Palma
Settembre 2021

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La signora Speranza – Audio lettura

Legge Giuseppe Tizza
La signora Speranza

Fernando Botero, Woman in the street, 2005.

La signora Speranza

Legge Giuseppe Tizza

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             I. La Pensione di famiglia della signora Carolina Pentoni (Pentolona Carolini come tutti invece la chiamavano, o Carolinona senz’altro, in considerazione della melensa pinguedine che la immelanconiva) era frequentata da alcuni capi scarichi, da certi tipi buffi, che formavano la delizia degli altri avventori, brava gente morigerata, la quale, forse più che per la bontà della cucina, vi si recava per assistere al gajo spettacolo che quelli offrivano gratuitamente, durante i pasti.

             Uno fra questi bravi avventori morigerati, che non sospettava neppur lonta­namente di poter essere incluso tra i così detti tipi buffi della Pensione, fu per alcun tempo preso di mira dai capi scarichi Biagio Speranza e Dario Scossi, che gliene fecero e gliene dissero d’ogni colore: lui però, lì, fermo al suo posto, così tranquillo e ostinato, che quelli, a la fine, dovettero smetterla.

             – Il riso fa buon sangue. Lor signori mi fanno ridere. Io resto. E restò, cordialmente antipatico a tutti.

             Si chiamava Cedobonis, era dottore in medicina e professore di filosofia in un liceo e di pedagogia in una scuola normale femminile: calabrese, tozzo, nero, calvo, dal testone ovale, senza collo, come un mulotto, e dalla faccia cuojacea, in cui spiccavano le sopracciglia enormi e i baffi color d’ebano. Vit­tima rassegnata della sua molta dottrina scientifica, filosofica, pedagogica, s’era ridotto a vivere automaticamente, col cervello come un casellario, in cui i pensieri – precisi, aggiustati, pesati – eran disposti secondo le varie categorie, in perfettissimo ordine. Forse il corpo robusto e vigoroso si sarebbe prestato, spesso e volentieri, ad esercizii violenti, a vivere senza tante regole e tanti freni; ma Cedobonis vi aveva allogato un archivio – diceva lo Scossi – e non gli permetteva alcun movimento, alcuna espansione, che non fossero secondo i dettami della scienza, della filosofia, della pedagogia.

             – Non importa vivere; ma, dovendo, procuriamo bene, – soleva dire, placido, con la voce grossa, saponosa. E domandava: – La ragione, signori miei, la ragione perché ci fu data?

             – Per esser peggio delle bestie! – gli rispondeva a schizzo il maestro di mu­sica Trunfo, che addirittura non lo poteva soffrire.

             Diviso scandalosamente dalla moglie, sempre ingrugnato, cupo, raffagottato e, di tratto in tratto, esplosivo, Trunfo passava quasi tutto il giorno da Caroli­nona, lì, nel salotto da pranzo, intento, come un cane che si lecchi i calci rice­vuti, a correggere, a rifare i pezzi più fischiati d’una sua opera musicale, per cui si era mezzo rovinato. Fumava continuamente; – Vesuvio, lo chiamava Biagio Speranza.

             Qualche volta Cedobonis, cheto cheto, gli s’accostava, gli sedeva accanto o dietro, per sentir l’odore del tabacco, che gli piaceva moltissimo. Trunfo, ag­grondato, gli lanciava due, tre occhiatacce bieche, poi sbuffava, si scrollava tutto, dal fastidio e dalla stizza, traeva dalla tasca un sigaro e gliel’offriva sgarbatamente:

             – Ma tenga! Ma fumi, perdio!

             – No, grazie, – gli rispondeva, senza scomporsi, Cedobonis. – Lei dovrebbe sapere che la nicotina fa male. Mi piace soltanto di fiutare il fumo, d’aspirarne l’odore.

             – A spese mie? – scattava allora Trunfo, su le furie. – Col danno della mia salute? Ma vada là, si scosti! si vergogni! Chi vuole un piacere, se lo paghi!

             – Cedobonis – diceva lo Scossi (il quale ogni volta, prima di mettersi a par­lare, cacciava fuori la punta di quella sua lingua terribile, che pareva la saettella d’un trapano) – Cedobonis sarebbe capace di presentarsi tranquillamente, con quella faccia di monaco beato, in casa del nostro caro Martinelli e, con la scusa che la donna fa male come la nicotina, domandargli… sì, dico… per un momentino in prestito…

             – La moglie? – domandava Biagio Speranza.

             – Ohibò! Il suo piumino da cipria.

             – Ma come! Sì, dico… che c’entra mia moglie? – esclamava, tirato in ballo quando men se l’aspettava, il bravo, innocuo signor Martino Martinelli, bat­tendo in un attimo almeno cento volte le palpebre su gli occhietti tondi, da barbagianni, vicinissimi, quantunque divisi da un naso sperticato, gracile, però, come un’ostia, che si tirava su e lasciava sospeso per aria il labbro supe­riore.

             – Si rassicuri; dico così, – rispondeva lo Scossi, – perché so che la sua ottima signora è in Sicilia, signor Martino.

             E il bravo Martinelli si quietava, sospirava, tentennava amaramente il capo. Ah, ci pensava sempre, lui, a quella sua povera moglie balestrata in una scuola normale di Sicilia, e sempre ne parlava in quella sua special maniera, quasi andando tentoni nel discorso e quasi appoggiandosi, sorreggendosi a ogni impuntatura a un sì, dico: intercalare, che tutti gli rifacevano, senza che egli se ne accorgesse. Non si poteva dar pace, poveretto, della crudeltà buro­cratica che a sessantaquattr’anni lo aveva diviso, così dj colpo, senza ragione, dalla moglie, distruggendogli casa, famiglia, costringendolo a dormir solo, in una camera d’affitto, e a mangiare a pensione lì, da Carolinona, che egli solo chiamava signora Carolina.

             Alle più grosse panzane, alle sballonate più strepitose de’ suoi commensali scappavano al signor Martinelli certi oh! che pareva lo agganciassero in aria per quel gran naso, o restava intontito lì, come un ceppo d’incudine.

             Re degli sballoni era Momo Cariolin, nanerottolo e bottacciolo, quasi fatto e messo in piedi per ischerzo. A guardarlo, pareva impossibile che in un corpicciuolo così minuscolo capissero bugie così colossali, che egli diceva imperter­rito, con una cert’aria diplomatica.

             – Ma di’ un po’, – gli domandava, serio, Biagio Speranza, – ti sei mai guardato a uno specchio?

             Perché Momo Cariolin vantava con particolare impegno il favore ch’egli go­deva delle donne. E fossero state almeno donne del suo ceto o signore della nobiltà: eran di sangue reale o imperiale (arciduchesse d’Austria, segnata­mente) le vittime di Cariolin. E tali avventure gli eran capitate tutte durante i varii congressi degli orientalisti nelle capitali d’Europa. Perché Cariolin si di­ceva anche profondo conoscitore, sebbene dilettante, di lingue orientali. Il se­gretario di tutti que’ congressi era stato sempre lui, tirato proprio pei capelli, sebbene quasi calvo. I congressisti, naturalmente, erano stati ricevuti a Corte: a Berlino, a Vienna, a Cristiania, a Bruxelles, a Copenaghen ecc., qualcuna di queste Corti, naturalmente, aveva dato sontuose feste in loro onore, donde – naturalmente – la cordialissima amicizia di Cariolin coi sovrani d’Europa, l’amicizia quasi fraterna con quel dotto e simpaticone re Oscar di Svezia e Norvegia, il quale, un giorno…

             – Ma guardatemi, per carità, il naso di Martino! – esclamava a un tratto Biagio Speranza, interrompendo le meravigliose narrazioni di Cariolin.

             E il buon Martinelli si scoteva di soprassalto dal suo sbalordimento ammira­tivo, tra le risate di tutti, e si metteva a sorridere anche lui.

             Degli scherzi di Biagio Speranza, delle punzecchiature di Dario Scossi, degli scatti e degli schizzi di Trunfo, Martino Martinelli non s’inquietava. D’un altro commensale, invece, egli aveva paura, cioè del poeta Giannantonio Cocco Bertolli, il quale, senza dubbio, era il tipo più buffo della pensione.

             Costui però era assente da circa un mese, per una grave disgrazia che gli era occorsa.

             Una sola? Ma tutte le disgrazie del mondo erano occorse al povero poeta Cocco Bertolli, il quale a ragione, per ciò, chiamava Domineddio «quel Vecchio Ribaldo!».

             A furia di urlare contro le ingiustizie divine e umane, si era sbonzolato. Quale sciagura poteva toccargli, peggiore di questa? A difesa delle perfidie celesti e terrene egli non era armato che della sua voce possente, della sua lin­gua di fuoco, e ora… ora non poteva più nemmeno fiatare! Il Ribaldo di lassù, i ribaldi di quaggiù lo sapevano; quelli stessi che gli si dichiaravano amici glielo facevano apposta: lo stuzzicavano, lo punzecchiavano per rovinarlo del tutto, per farlo crepare addirittura; muggiva egli, muggiva per contenersi, e pareva che gli occhi enormi, bovini, gli volessero schizzare dal faccione con­gestionato. Accumulava bile:

             – La mia musa è la bile! Anche Shakespeare con la bile creò Otello, creò Re Lear!

             Ed egli preparava un poema, l’Erostrato: tremendo. Ah, il magnifico tempio dell’Impostura, il tempio della così detta Civiltà, dove l’infame Ipocrisia tro­neggiava adorata, egli lo avrebbe incendiato coi suoi versi. Ma, dacché la gente sapeva che egli attendeva a questo suo poema: – Za! za! za! – pugnalate da tutte le parti.

             Destituito da professore di ginnasio per queste sue tragiche bestialità, buttato sul lastrico, Giannantonio Cocco Bertolli fino a poco tempo fa non si era avvi­lito. Dormire, dormiva per due soldi in un ricovero di mendicità:

             tra i sublimi straccioni impidocchiati

             mangiare… quella buona Carolinona gli faceva credito da più d’un anno.

             – E io, Carolina, la immortalerò! – le ripeteva egli. – Lei sola mi ama, lei che sotto spoglie grossolane alberga un cuor d’oro, un’anima nobilissima, Ca­rolina!

             – Sissignore, non s’inquieti, – s’affrettava a rispondergli Carolinona, che aveva, come il buon Martinelli, paura di quegli occhiacci che si spalancavano lucidissimi ogni qual volta egli si metteva a parlare, atteggiando la bocca a un ghigno di compiacimento per la sua loquela, cosicché non si sapeva mai se, anche quando faceva un complimento, sbottoneggiasse a suo modo.

             Temeva anche la Pentoni che gli altri avventori – quelli che pagavano – non se lo recassero a dispetto, non avessero fastidio o nausea della presenza di lui, lì a tavola; e perciò sia per buon cuore, sia per paura, non sapendo metterlo alla porta, gli consigliava amorevolmente calma, prudenza, cercava con tutto il garbo d’ammansarlo, e si prendeva cura di lui, di quegli abiti che gli casca­vano addosso; e glieli rammendava, glieli spazzolava: era finanche arrivata a rimediargli qualche cravatta dai nastri di certi suoi cappelli smessi.

             Non intendendo perché tutte quelle cure gli fossero usate, Giannantonio Cocco Bertolli, alla fine – (e come no?) – s’era innamorato della Pentoni.

             Vedo la tua bell’anima

             Che dì fattezze angeliche ti veste

             E asconde a me la ruvida

             Spoglia mortai, tue mansion modeste…

             S’era messo a comporre così odi, sonetti, canzoncine anacreontiche, e a leg­gerglieli mentr’ella gli attaccava alla giacca o al panciotto qualche bottone o lo spazzolava.

             Non comprendeva Carolinona che fossero rivolti a lei que’ versi, e perché glieli leggesse; ma, poiché lo teneva in conto di pazzo, non gliene domandava neppur la ragione, e lo lasciava leggere.

             Giannantonio Cocco Bertolli, violento e bestiale in tutto, era timidissimo nel­l’amore. Non sapendo confessare direttamente alla Pentoni l’affetto che gli era nato per lei, si sfogava in poesia, sperando di arrivarci pe’ viali mostruosa­mente fioriti delle sue bolse metafore. Ma, vedendo poi Carolinona restare impassibile, dava in ismanie, in escandescenze.

             – E che le avviene adesso? – gli domandava, stordita, la povera donna.

             – Che? – fremeva il Cocco Bertolli, spiegazzando la carta su cui aveva ra­spato la poesia, spalancando al solito gli occhiacci, pestando i piedi. – Me lo domanda? Nulla! Ma se lo so! Questa dev’essere la mia sorte! Così ha statuito quel Vecchio Ribaldo! Non debbo esser compreso da nessuno! Neppure da lei!

             – Io? Perché?

             – Non mi dice nemmeno che gliene sembra.

             – Di che? della poesia? Ma, santo Dio!, se io non ci capisco niente: lei lo sa. Sia buono, via! Perché fa così?

             – Perché… perché…

             Inutile! La dichiarazione non gli poteva rompere dal cuore.

             Ci voleva la spinta d’un sospetto odioso, balenatogli a un tratto, durante una di queste scene, mentre la Pentoni gli raccomandava di star zitto, o di parlar basso almeno, poiché di là c’era il maestro che correggeva la sua musica.

             – Ah, dunque per lui? – aveva allora inveito il Cocco Bertolli. – Tu l’ami? E il tuo amante? Confessalo! Vipera, vipera, vipera… E perché mi hai dunque lusingato finora?

             – Io? Mi lasci! – gli aveva risposto la Pentoni tremante di paura. – Lei è pazzo!

             Ma il Cocco Bertolli, senza lasciarla, schiumante d’odio e di bile:

             – Grida, sì, grida, perch’egli accorra! Voglio vederlo il tuo paladino, viperello anche lui!

             – Ma si stia quieto! si stia zitto! – aveva scongiurato Carolinona. – Dice sul serio, signor Bertolli? Che vuole da me? Mi lasci stare.

             – Non posso! Io ti amo. Tu ami un altro? Ce la vedremo.

             – Ma io non amo nessuno. Vuol farmi ridere? All’età mia? Non ci manche­rebbe altro! Chi vuole che s’innamori di me, signor Bertolli?

             – Io! E gliel’ho detto!

             – Pazzia, scusi. Neanche per ridere! Mi lasci stare… Io sono una povera donna.

             Conosceva purtroppo la Pentoni le vili calunnie che correvano sul suo conto, ma non s’era mai neppur curata di smascherarle. Che gliene importava? Resa da un pezzo a discrezione della sua trista sorte, aveva coscienza della sua one­stà, e le bastava. In che potevano ormai danneggiarla quelle calunnie? Si sa­peva brutta: aveva già trentacinque anni (e per lei, come se ne avesse cin­quanta), non si era mai lusingata che un uomo si potesse innamorar di lei, non aveva avuto mai neanche il tempo di pensare che la sorte avrebbe potuto forse concederle altra esistenza, il compenso di un qualche affetto alla nera miseria, che la aveva sempre schiacciata, oppressa, e da cui lei, con ogni mezzo, co­raggiosamente, aveva cercato di difendersi. Credevano davvero che nella sua vita ci fosse qualche trascorso, anzi più d’uno? Ebbene, lo credessero! In fondo in fondo, questo, non solo non la offendeva più, ma quasi le solleticava l’amor proprio, l’avvizzito istinto feminile. Socchiudeva gli occhi. Non era vero, purtroppo! Nessuno mai s’era curato di lei, tranne questo pazzo del Cocco Bertolli, ora. Sarebbe stata da ridere, se non avesse avuto l’umor tra­gico, quell’infelice.

             – Me ne debbo dunque andare? – le aveva egli domandato.

             – Ma no, stia! – s’era ella affrettata a rispondergli. – Purché non pensi più a codesta pazzia!

             – Non posso! Quando un’idea mi s’è confitta qui, neanche se mi spaccano la testa col martello di Vulcano ne esce, lo sappia! E sappia che i miei propositi erano onesti, e tali sono tuttora! Carolina, vuoi diventare mia moglie?

             S’era messa a ridere, a siffatta proposta a bruciapelo, la Pentoni; ma il Cocco Bertolli, furibondo, le aveva troncato la risata su le labbra:

             – Non ridere, non ridere, perdio! Credimi almeno, tu, che sei una donna di cuore! Salvami! Io ho bisogno che qualcuno mi ami e mi plachi. Riprenderò il mio posto nell’insegnamento, sarai la moglie di un grande poeta, che ora sciupa così, miseramente, il suo ingegno! E se non comprendi il poeta, poco importa: sarai la moglie di un professore; ti basta?, e ti libererai di tutti questi farabutti, che vengono a fare i buffoni alla tua mensa! Senti: io ti do la prova maggiore dell’amor mio, della serietà dei miei propositi! Uscendo di qua, io vado all’ospedale, ad assoggettarmi a una terribile operazione. I medici mi hanno detto che posso restarci. E sia! Ma se mi salvo, sarò tuo, Carolina. Lasciami questa speranza. Addio!

             E se n’era scappato a precipizio, senza dar tempo alla povera donna di tratte­nerlo, di sconsigliarlo.

             All’ospedale, aveva costretto i medici ad arrischiare la tremenda operazione, dichiarando:

             – Così non posso né voglio più vivere. Mi ucciderei. Dunque, senza paura, senza rimorso, operatemi! Alla peggio, mi anticipereste di qualche giorno la morte.

             Il buon Martinelli, a cui la Pentoni aveva confidato, piangendo, quel nuovo scoppio di pazzia del Bertolli, fu spedito, due giorni dopo l’operazione, a do­mandar notizie all’ospedale. Ne ritornò il povero signor Martino col gracile nasone pallidissimo dallo sgomento, coi tondi occhietti, invetrati.

             Il Cocco Bertolli era moribondo, e gli aveva chiesto in grazia di persuadere la «sua» Carolina a recarsi a vederlo per l’ultima volta. Il medico aveva assi­curato al Martinelli che il moribondo non avrebbe superato la notte.

             La Pentoni, impietosita, si era allora recata all’ospedale, e lì aveva dovuto promettere, giurare solennemente al moribondo che, se egli fosse scampato dalla morte, sarebbe stata sua moglie.

             – Ma non ci sarà pericolo, vedrà! non ci sarà pericolo! – le aveva detto, per rassicurarla, il buon Martinelli, tornando da quella visita. – Perché… sì, dico…

             E aveva alzato una mano, come per benedire il moribondo.

*******

             II. Tutti i commensali erano a tavola, quando Biagio Speranza entrò nel salotto da pranzo, annunziando allegramente:

             – Salvo! Salvo! Vengo dall’ospedale. Fra una ventina di giorni riavremo alla nostra tavola il grandissimo poeta. Signori, vi invito a gridare: Viva Giannantonio Cocco Bertolli!

             Nessuno fece eco a quel grido. Il signor Martinelli chinò verso il piatto il naso sperticato. Trunfo lanciò un’occhiataccia obliqua, e si rimise a mangiare. La Pentoni piangeva.

             Solo Cedobonis si rallegrò alla vista di Biagio Speranza, che lo faceva ridere tanto, a tavola, come l’igiene voleva; ed esclamò:

             – Oh bravo! adesso ci racconti!

             Ma Biagio Speranza non gli diede retta. Guardò la padrona di casa; poi do­mandò:

             – E perché?

             – Ma! – sospirò Dario Scossi. – Ingratitudine!

             – Per carità! – pregò la Pentoni. – Questa sera mi lascino stare…

             Biagio Speranza guardò in giro gli amici e con un gesto domandò che cosa fosse accaduto.

             – Martinelli, – spiegò Cariolin, – è stato prima di te a prender notizie all’o­spedale, e Carolinona ha saputo…

             – E se ne duole? – esclamò Biagio Speranza, fingendo stupore. – Ah, scu­sami, Carolinona: ingratitudine! ha ragione lo Scossi. Io fio veduto il tuo poeta, e per miracolo mi son tenuto dal baciarlo in fronte. Che eroe dell’amore! Non mi ha parlato che di te… Mi ha domandato…

             La Pentoni si levò in piedi, convulsa; si recò il fazzoletto a gli occhi; si provò a dire: – Mi permettano… – ma uno scoppio di singhiozzi le troncò la voce in gola, ed ella corse verso l’uscio della sua camera.

             Cariolin, lo Scossi le si precipitarono dietro per trattenerla; tutti, tranne Ce­dobonis e Trunfo, si levarono in piedi e attorniarono la Pentoni che piangeva.

             – Scemenze! Burattinate! – schizzava Trunfo, dalla tavola.

             Gli altri intanto, tutti insieme, esortavano Carolina a far buon animo: – Te­meva sul serio che il Cocco Bertolli la costringesse a sposare? Ma via! se lei non voleva! Che storie! Paura? di quel matto? Fracassi? Ma c’era la questura per tenerlo a posto! La promessa in punto di morte? Che promessa! Eh via! L’avrebbe capito, con le buone o con le cattive, che ella gli aveva detto una pietosa bugia… No? Come no?

             – Ebbene, – tagliò corto Biagio Speranza, infervorandosi, – sta’ zitta, Carolinona: ti sposo io!

             Tutti scoppiarono a ridere.

             – Che c’è da ridere? – gridò, serio, Speranza. – Io dico sul serio! Siamo o non siamo cavalieri? Un orco, signori, insidia questa colomba: io la difenderò! La sposo io, vi dico. Chi vuole scommettere?

             – Io: mille lire! – propose subito Cariolin. E Biagio Speranza, pronto:

             – Fuori le mille lire!

             Cedobonis allora si alzò anche lui dalla tavola, dandosi una fregatina alle mani, gongolante:

             – Benissimo! Benissimo! Mi volete per depositario, signori?

             – Fuori le mille lire! – ripeté con più forza Biagio Speranza.

             – Non le ho con me, – disse Cariolin, tastandosi in petto. – Ma, in parola! Qua, la mano. Mille lire, e il pranzo di nozze.

             – Le perderai! – raffibbiò Speranza, stringendo la mano di Cariolin. – Voi tutti, Signori, siate testimoni della scommessa: Io sposerò Carolinona. Su, su, zitta, sposina! Rasciuga le lagrime, sorridi… guardami! Non mi vuoi?

             Le tolse con affettuosa violenza le mani tozze, paffute, dal volto. La Pentoni sorrise tra le lagrime. Scoppiarono applausi, evviva. Biagio Speranza, infervo­randosi vie più, abbracciò la sposa, che si schermiva, ripetendo:

             – Per carità, mi lasci stare… mi lasci stare…

             – A tavola! a tavola! – gridarono alcuni.

             – Gli sposi, accanto! – proposero altri. – Qua, qua! A capo di tavola!

             E Biagio Speranza e Carolinona furon portati in trionfo e messi a sedere a fianco.

             Il buon Martinelli era trasecolato. Pareva che il naso gli crescesse a vista d’occhio.

             – Burattinate! Burattinate! – seguitava a schizzare Trunfo.

             – Saresti forse geloso! – gli gridò Biagio Speranza, levandosi in piedi e dando un pugno su la tavola. – Mi farai il santissimo piacere di smetterla! Se voi, Signori, credete che in questo momento io stia scherzando, v’ingannate! Se credete ch’io commetta una pazzia, sposando Carolinona, ho l’onore di dirvi che pazzi siete voi! Io, che conosco la mia vil creta, ho coscienza d’esser tanto savio in questo momento, quanto non sono mai stato in vita mia! Sono un pover’uomo, signori, che per castigo di Dio s’innamora come un asino d’ogni bella donna che vede! Innamorato, divento subito capace delle più ma­dornali sciocchezze. Altro che le bugie di Cariolin! Due volte, signori, due volte sono stato (mi vengono i brividi) in procinto di prender moglie sul serio! Bisogna che mi sottragga al più presto, a ogni costo, a questa tremenda mi­naccia che mi sovrasta. Mi approfitto di questo momento, in cui per fortuna non sono innamorato, e sposo davvero Carolinona! Lampo di genio, signori! Vera ispirazione del cielo!

             Questa dichiarazione di Biagio Speranza fu accolta da una tempesta d’ap­plausi.

             – Ma dunque., ma dunque… proprio sul serio: – domandava, beato fra le risa, Cedobonis.

             – Si permette di dubitarne, lei? – ribatté Biagio Speranza. – Cariolin! Dove sei? Io ho la tua parola, bada! Mille lire, e il pranzo di nozze. Signori, lascia­temi fare; ci divertiremo!

             – Bisogna vedere, – obbiettò lo Scossi, – se Carolinona acconsente. Biagio Speranza si voltò verso la sposa:

             – Mi faresti questo torto? a un bel giovane par mio? No, no: vedete? ride la mia sposa, e ride il mondo!… E concluso, signori!

             A questo punto Trunfo scattò in piedi, tirandosi rabbiosamente il tovagliolo dal collo:

             – Finiamola una buona volta! Mi dà ai nervi codesto insulso, stupido scherzo su una cosa… su una cosa che voi non sapete ciò che voglia dire, perdio!

             Seguì un momento d’imbarazzo, al ricordo della disgrazia conjugale di Trunfo. Tutti i volti restarono sospesi nell’atteggiamento di ridere, le risa ces­sarono d’un subito.

             – Scusami, – disse pacatamente Biagio Speranza. – Perché ti ostini a credere che sia uno scherzo questo mio? So meglio di te quale enorme bestialità sia prender moglie, e ripeto che appunto per guardarmi dal commetterla, sposo Carolinona.

             – Il ragionamento non potrebbe essere più filato! – osservò Dario Scossi, promovendo di nuovo l’ilarità di tutti. – E me n’appello a Cedobonis, profes­sore di logica.

             – Logicissimo! logicissimo! – confermò questi, – il signor Speranza, infatti, sposa per non prender moglie.

             – Proprio così! – ribatté Biagio Speranza. – E non si scherza. Perché Caroli­nona ha paura sul serio del poeta Cocco Bertolli, e io di perder sul serio, un giorno o l’altro, la mia libertà. Sposando, noi ci salviamo a vicenda: lei da quella razza di marito, io da una temuta futura moglie sul serio. Sposati, lei qua per conto suo; io a casa mia, per conto mio: liberissimi entrambi di fare quel che ci parrà e piacerà. In comune, davanti alla legge, solo il nome, che non è neanche un nome proprio, vi faccio notare, signori: – Speranza, nome comune. Non so che farmene, e te lo cedo volentieri. Che ne dici, Carolinona?

             – Per me! – fece la Pentoni, sorridendo e stringendosi ne le spalle. – Se non se ne pente…

             Nuovi applausi, nuovi evviva, tra alte risa, a Carolinona.

             Si seguitò per un buon pezzo ancora a conversare animatamente di quel ma­trimonio per ridere; si deliberò di celebrarlo però soltanto al Municipio, per­ché Dio, in chiesa, no, non si doveva offenderlo; si scelsero i testimonii: Cariolin, Martinelli, per la sposa; Cedobonis, Scossi, per lo sposo. Il buon Mar­tino non voleva saperne: gli pareva… sì, dico… di commettere un’irriverenza verso la… sì, dico… santità dell’istituzione.

             Ma, alla fine, dovette per forza chinar la testa, o meglio il naso.

             Il giorno appresso, tutta la città era piena della notizia strabiliante.

             Biagio Speranza, stirandosi con la mano bianca e grassoccia il bel barbone biondo rossastro, rideva negli occhi cernii limpidissimi e, di tratto in tratto, dalla barba si passava la mano, celermente, sotto il naso ardito all’insù, con una mossa che gli era abituale.

             Era contentone di quella grossa pazzia, ch’egli stava per commettere.

             Pazzia, a giudizio delle oche – intendiamoci! Lui aveva coscienza di far bene. Ci aveva ripensato tutta la notte, e s’era crepato dalle risa.

             – Carolinona, mia moglie!

             Ah, le oche del paese come le avrebbe intontite per bene, questa volta! E se le voleva godere! Peccato, che sarebbe stato per poco: fra un mese doveva ri­partire per Barcellona, e poi da Barcellona per Lione e da Lione per Colonia… Vitaccia! Sempre di qua e di là. Meno male che, per distrarsi – quando gli af­fari però (questo sì, prima di tutto!) erano ben sistemati e contentati i direttori delle fabbriche di seta che lo mandavano in giro così, come l’Ebreo errante – trovava sempre modo di combinarne qualcuna.

             Amici, conoscenti lo fermavano, intanto, per via:

             – Di’ un po’, è vero?

             – Verissimo. Che cosa?

             – Che sposi?

             – Ah, sì, Carolinona. Ma non mi pare una cosa seria.

             – Per scherzo, dunque?

             – No: sposare, sposo davvero. Ma per precauzione, capisci? per guardarmi cioè dal prender moglie, ecco.

             – Come! E se sposi intanto?

             – Ma sì! Dormire però a casa mia; stare, me ne starò per conto mio. Ci andrò soltanto come ci vado adesso, per desinare. Né dovrò darle nulla, tranne, al solito, le rate della pensione. Dunque?

             – E il nome?

             – Ma, se lei lo vuole, perché no? Non mi pare una cosa seria… E li piantava lì, allocchiti, in mezzo alla strada.

             S’era dato convegno con Dario Scossi alla Pensione per sbrigare insieme le carte di Carolinona e recarsi quindi al Municipio per la denunzia.

             Alla Pensione, oltre lo Scossi, trovò il timorato Martinelli, che era venuto apposta, prima di tutti, per sconsigliare alla Pentoni di prestarsi a quello scan­dalo enorme.

             – Ma lei ci crede: – gli aveva risposto la Pentoni, con un mesto sorriso. – Son giovanotti allegri; li lasci fare! Hanno scherzato; a quest’ora non ci pensano più. Io, invece, non ho potuto chiuder occhio tutta stanotte, pensando a quell’altro lì, all’ospedale… Ah, che m’ha fatto fare, signor Martino, che m’ha fatto fare… Non me ne posso dar pace.

             Al sopraggiungere dello Scossi, era rimasta interdetta:

             – Ma come! davvero? ancora?

             Biagio Speranza la trovò ostinata nel rifiuto.

             – Oh, non facciamo storie! – le disse egli. – Vuoi farmi perdere le mille lire della scommessa?

             – Ma che mille lire, via! La smetta, signor Biagio.

             – Come! – riprese questi. – Non eravamo rimasti d’accordo jersera? Te ne sei pentita? Non hai più paura, dunque, del Cocco Bertolli? Bada che quello vorrà sposarti sul serio, poi!

             – E lei per ischerzo, ora? – domandò la Pentoni sorridendo.

             – No. Io te l’ho detto il perché…

             E prese di nuovo a porre i patti e a rilevare i vantaggi reciproci di quel loro matrimonio, serio e burlesco al tempo stesso.

             – Tranne che tu, – concluse, – non abbia ancora qualche velleità, Carolinona!

             – Io? – fece questa, mettendosi a ridere di nuovo.

             – E dunque? – incalzò Biagio. – Perché t’opponi?

             – Via, via! – esclamò la Pentoni. – Dice sul serio, signor Speranza? Le pare che sieno cose, codeste, da fare per ischerzo?

             – Cose serie, – riprese con forza Biagio, – per me nella vita non ce ne sono: tranne quelle sole (che possono essere anche ridicolissime), alle quali però tu dia importanza. Il naso di Martino, per esempio. Cosa ridicolissima, quant’altra mai! Eppure, per lui, infelicità seria. Perché? Perché lui gli dà importanza.

             – Io? – esclamò il Martinelli, coprendoselo con una mano. – Ma nient’af­fatto!

             – E allora, scusi, – rimbeccò Biagio, – perché è venuto a cacciarlo in un affare che non le riguarda? Si faccia gli affari suoi! Noi, Carolinona, a questo matrimonio non dobbiamo dare importanza, è vero? E dunque per noi non è una cosa seria.

             – Ora, sì! – osservò la Pentoni. – Ma se poi lei se ne pente?

             – Ma senza dubbio me ne pentirò! – concesse Biagio. – Giusto però quando mi avverrà di pentirmene, ne risentirò il vantaggio. Capisci? Se lo faccio per questo!

             – E io ci andrò di mezzo?

             – Tu, no! Perché? Me la piglierei con me, se mai! Che c’entri tu, se non vuoi?

             – Lo capisce anche lei, dunque? – disse, per concludere, la Pentoni. – Se mi oppongo, non è certo per me. Che vuole che ci perda io? Ho tutto da guada­gnare e nulla da perdere. Mentre lei…

             – A me, non ci pensare! – troncò Biagio Speranza. – So quello che faccio. Su, andiamo, Scossi: s’è fatto tardi. Ma già, prima, rispondi, Carolinona: – Nome (lo so!) – paternità – anni – luogo di nascita – stato: se sei nubile o ve­dova o niente: non c’è bisogno che mi dica la verità, su questo punto. Ma gli anni, sì, precisi: mi raccomando.

             – Trentacinque, – rispose Carolinona.

             – Va’ là! – esclamò Biagio, scrollando le spalle. – Non cominciare!

             – Trentacinque, gliel’assicuro: son nata nel 1865 a Caserta.

             – Perbacco! Sei dunque tenera ancora? Oh cara! Non si direbbe però. E… dunque, diciamo nubile?

             – Nubilissima! Sissignore.

             – Ti credo. Scriveremo allora a Caserta per l’atto di nascita. Via, Scossi! Di corsa al Municipio, per la denunzia.

*******

             III. Due ragioni affrettarono principalmente quelle nozze memorabili: la prima, che Giannantonio Cocco Bertolli uscisse, guarito, dall’ospedale; la seconda, che Biagio Speranza s’innamorasse nel frattempo, secondo il solito suo, di qualche provocante donnina. In quei giorni egli, per sfuggire ogni tentazione, camminava per la via con gli occhi verso terra o col naso per aria.

             Ma la Pentoni avrebbe voluto almeno aver tempo d’allestirsi un abito nuovo, per la cerimonia. Bianco? – No, che bianco! – Modesto, per l’età sua… ma nuovo. Poteva andar così al Municipio?

             – E che te ne importa? – le aveva domandato Biagio.

             – Nulla a me, capirà. Ma per lei, signor Speranza. Che diranno?

             – Lascia cantare! Che vuoi che me ne importi? Vestiti come ti pare. Non vorrei che tu buttassi via quattrini inutilmente.

             No: Carolinona si volle far l’abito nuovo, massime quando seppe che Cariolin, lo Scossi e Cedobonis avrebbero indossato solennemente la marsina. Che pena, intanto, le costò la scelta di quell’abito! Quantunque, sì, da tanto tempo rimessa e rassegnata alla sua sorte, si sentiva quel giorno il cuore stretto da un’angoscia strana, che le suscitava, alle labbra, quasi un prurito di riso e, agli occhi, un prurito di pianto.

             Pur senza voler dar peso a quella buffonata, l’idea soltanto, anzi la parola «matrimonio» le risvegliava istintivamente, nel corpo rilassato, un certo sen­timento della propria feminilità; non però con tanto vigore che l’amor proprio si ribellasse a quella parte che le si voleva far rappresentare: ma tanto tuttavia da fargliene sentir l’amarezza, quasi di scherno. Così, infatti, così per ridere, le toccava di sposare! E lei ne rideva con gli altri e più degli altri. Bah!

             Se avesse potuto indovinare il gusto di lui, per il colore della stoffa! Voleva un colore modesto, che non desse tanto all’occhio: – Cenere? Avana? –. Alla fine, dopo lunga indecisione, per non stancare troppo il mercante che già le domandava per che cosa quell’abito le dovesse servire, prese nell’imbarazzo una stoffa color petto di tortora. Se ne pentì, appena uscita dalla bottega.

             – Mi starà male! proprio male!

             Poco dopo, alzò una spalla, chiudendo gli occhi amaramente: – Non la avrebbe neanche guardata, lui!

             Venuto il giorno delle nozze, prima che il corteo si avviasse al Municipio, Biagio Speranza dichiarò che non voleva prendersi le mille lire della scom­messa: non voleva che si dicesse che da quel matrimonio gli era venuto de­naro in tasca. Cariolin, dunque, ne facesse un regalo di suo gusto alla sposa.

             La Pentoni si oppose. Non voleva nulla, neanco lei. Ma tutti protestarono, e Cariolin, per cui le mille lire erano perdute e che, trovandosi in ballo, voleva ballare, protestò più forte degli altri:

             – No no! Ci penso io! Ho già trovato; vedrai, signora Speranza: un regalo coi fiocchi, e utilissimo! Lasciatemi fare!

             Era, come aveva promesso, in marsina, il minuscolo Cariolin, e con un ele­gantissimo panciotto di velluto nero. In marsina era anche lo Scossi. Cedobonis, all’ultima ora, si era però ricordato d’esser professore di filosofia e di pe­dagogia, ed era venuto in abito lungo. Il più misero di tutti era il buon Marti­nelli con quel farsetto lustro, i calzoni chiari e la cravattina bianca ingiallita. Il solo Trunfo mancava alla festa.

             Ma per quanto il salotto da pranzo fosse tutto parato dei fiori mandati in dono dai commensali della Pensione, e la lunga tavola, in mezzo, splendida­mente apparecchiata da due camerieri d’albergo, assoldati per l’avvenimento da Cariolin, a cui spettava anche di pagare il pranzo di nozze, l’allegria che ciascuno si era ripromessa per quel gran giorno non riusciva ad avvivarsi. Le risa erano sforzate: si rideva perché ciascuno aveva pensato di dover tanto ri­dere in quella giornata, ma non se ne vedeva più, veramente la ragione. Quella Carolinona – possibile? – era andata a scegliersi una stoffa d’un colore inve­rosimile, per l’abito di nozze! E perché poi Biagio Speranza non aveva indos­sato anche lui la marsina? Perbacco! Le cose si fanno o non si fanno.

             Biagio Speranza si sentiva come una vellicazione irritante al ventre, udendo specialmente le scempiaggini di Cariolin che voleva vendicarsi così – pensava lui – di quei pochi quattrinucci perduti, chiamando già Signora Speranza Ca­rolinona. Per non dargliela vinta, si sforzava di mostrarsi allegro anche lui; ma doveva internamente confessare a se stesso d’essersi divertito molto di più nei preparativi di quel matrimonio. Cercava ora di uscirne al più presto possibile, per non pensarci più, per pensare ad altro, oramai.

             – Su, su via! Sbrighiamoci!

             – Aspettino un momento! – disse Carolinona, già col cappellino in capo. – Vorrei prima dare un’occhiata in cucina…

             Si levò un urlo d’orrore, a questo pensiero da saggia massaja, espresso inge­nuamente, giusto in quel momento. Cariolin si precipitò innanzi a tutti e, con un grazioso inchino da conquistatore d’arciduchesse d’Austria, offrì il braccio alla sposa.

             Gran folla di curiosi era al Municipio, per assistere a quel matrimonio ormai famoso. Lo stesso ufficiale dello Stato Civile frenava a stento le risa. Ma più che lo sposo e la sposa, attirava gli sguardi della gente uno dei testimonii, o meglio, il naso di lui. Come cascato dalle nuvole, il buon Martinelli! E nes­suno riusciva ad intendere come, perché si trovasse lì, fra tutti que’ matti, un pover’uomo di quella fatta, così intontito, con gli occhi lappoleggianti e la bocca aperta.

             Terminata la cerimonia, Cariolin scappò via per il dono, pregando che lo si aspettasse un tantino prima di portare in tavola. Volle assolutamente serbare il segreto.

             A tavola l’allegria si destò. Biagio Speranza, che vedeva ormai la fine di quel carnevale, si mostrò galante con la sposa. Il pranzo era prelibato, finis­simo, abbondante. Allo sciampagna, cominciarono i brindisi. Ce ne furono per tutti e d’ogni colore. Uno fra gli altri, di Dario Scossi alla moglie lontana del Martinelli, riuscì proprio maluccio: fece piangere Martino, che aveva insoli­tamente cacciato un po’ troppo il nasone entro il bicchiere. Ma subito Cariolin tolse a pretesto quelle onestissime lagrime per presentare come insigne esem­pio e specchio di fedeltà conjugale la coppia Martinelli ai nuovi sposi.

             Erano ancora a tavola, quando arrivò il tanto atteso dono di Cariolin.

             – Ci sono di là alcuni facchini, – venne ad annunziare uno dei camerieri. Spiritarono tutti.

             – I facchini: – Dunque il regalo era venuto col carro?

             – E che regalo era dunque?

             Si levarono e accorsero a tempesta nella saletta d’ingresso.

             Un magnifico letto matrimoniale, di legno intarsiato, fornito di tutto punto.

             Biagio Speranza restò male.

             – Peccato! – esclamò Carolinona, battendo le mani, dolente per quelle mille lire sprecate così.

             Ma gli altri intanto applaudivano alla splendida idea di Cariolin, il quale gri­dava raggiante in mezzo a tutti.

             – Perché, o signori, il matrimonio si deve consumare! si deve consumare!

             – Oh basta così! – esclamò Biagio Speranza, seccato, facendosi avanti. – Senza tanti scherzi! Ci siamo fin qui divertiti, e io sono stato con voi. Non ca­schiamo nel tragico, adesso, amici miei! Finiamola. Mi fate accapponar la pelle! Pensiamo ad altro, e non se ne parli più.

             – Ma niente affatto! – incalzò Cariolin. – Il meglio viene adesso, caro mio. Ah, tu credevi di cavartela così? Signori, ajutatemi a mettere a posto questo letto!

             Carolinona s’interpose, dolente, mortificata:

             – Dove vuol metterlo, signor Cariolin?

             – Come! Nella tua camera da letto.

             – Ma non c’entra, scusi! E poi che vuole che me ne faccia?

             – Lo domandate a me: – gridò Momo Cariolin, promovendo un nuovo scoppio di risa.

             – Ma si stia quieto! – rispose Carolinona. – Mi dispiace davvero che lei abbia speso, senza ragione, tanto denaro. Provi, tenti subito, se il negoziante se lo riprende. È un vero peccato! O provi a rivenderlo.

             – Ma nient’affatto! – ripetè con più forza Cariolin, testardo, fanatico della sua trovata. – Vedrai, se ti servirà! Perché, tanto, egli è tuo marito, e c’è poco da dire; tu sei sua moglie: come vuoi che resista ai vezzi tuoi?

             Queste ultime parole suscitarono un’altra salva d’applausi, tra grida scompo­ste. I pezzi del letto furon presi d’assalto e portati nella camera di Carolinona. Fu d’un subito disfatto il lettino, dov’ella dormiva, e messo su a quel posto il nuovo letto: il talamo.

             Rideva ella, poverina, nel vedere quegli uomini inesperti affaticarsi in tanti a buttar prima le materasse sul saccone metallico e poi a sprimacciarle, e a distendervi il primo lenzuolo e poi il secondo ricamato, e poi a cacciare i guan­ciali entro le federette e a coprire infine il letto con la splendida coltre di seta.

             – Ecco fatto! Ecco fatto! Tutti sudati.

             Ma dov’era Biagio Speranza? Ah, birbone! Se l’era svignata, zitto zitto.

             – Vedono? – disse, afflitta, Carolinona. – Se seguitano a far così, non lo faranno più venire.

             Quelli allora la confortarono, la consolarono a coro; e invano ella protestava che le premeva soltanto di non perdere il cliente. Ma che! il cliente soltanto?

             – Sta’ pur sicura! – concluse Cariolin. – Aspettalo! Te lo vedrai apparire più tardi, a notte avanzata.

             – Buona notte, sposina! Buona notte!

             E, così ossequiata e complimentata la sposa, andarono via rumorosamente.

             Era già sera chiusa. Carolinona, per quanto stanca di quella giornata tumul­tuosa, dovette tuttavia attendere parecchie ore a rimettere in ordine la casa. Finalmente, licenziati i camerieri e il cuoco, mandata a letto la serva, si ritirò in camera. – E il letto? – Oh guarda! Si era dimenticata di far rimettere su il suo lettino.

             – Che matti! che matti!

             Lì, certo, su quel letto matrimoniale, ella non si sarebbe messa a dormire. Si accostò per contemplarlo da vicino, e passò prima, lievemente, una mano su la coperta rosea, di seta: ma su quel rosa tenero, morbidissimo, notò a un tratto il nero della sua mano tozza, sconciata dai ruvidi lavori, con le unghie piatte, corte, e istintivamente la ritrasse, mormorando di nuovo:

             – Peccato!

             Si protese un po’ a guardare il ricamo del lenzuolo, ma già non notava più la bellezza del letto, pensava a sé, pensava che, se lei fosse stata bella, quel ma­trimonio così per ridere non sarebbe avvenuto. Anche perché, se bella, chi sa da quanto tempo avrebbe avuto marito… Eppure, a volerla dire, quante sue amiche d’altri anni, certo non più belle di lei, avevano sposato, avevano una casa ora, uno stato; mentre lei… così per ridere! sposata, per non esser mo­glie…

             – Sorte!

             E, per giunta, lo scherno di quel letto lì, così bello, che aveva suscitato un così vivo ribrezzo, anzi orrore, orrore in lui: – Mi fate accapponar la pelle! -Eh via… bella, no: lo capiva da sé; e poi, rifinita, debellata dalla vitaccia cru­dele; matrimonio fatto per scherzo, d’accordo, sì… ma era poi, veramente, tanto tanto tanto brutta lei, da suscitare tutto quel ribrezzo, tutto quell’orrore? Eh via! non era neanche vecchia, in fin de’ conti! – Non per lusingarsi (non ci pensava nemmeno!); ma troppo, ecco, troppo… E, alla fin fine, era una donna onesta, lei, illibata, non ostante tutte le calunnie. Questo, intanto, sarebbe stato bene metterlo in chiaro. Non per nulla, ma perché egli almeno non credesse d’aver buttato il suo nome nel fango. Si regolasse poi come credeva: a lei non importava affatto di tutto il resto: le premeva soltanto che la sapesse pura, pura come quando era uscita dal grembo di sua madre, ecco. E basta.

             Si scosse; si guardò attorno: vide in un angolo, arrotolate, le materasse del suo lettino; la lettiera di ferro, accostata al muro. Restò un pezzo perplessa se chiamare o no la serva per farsi ajutare; ebbe compassione di quella poveretta che, a quell’ora, forse dormiva, stanca della fatica straordinaria della giornata. Che fare? Si mosse verso l’angolo ove stavano le materasse; ma, passando in­nanzi allo specchio dell’armadio, intravide la propria immagine, e si fermò. Dall’attento esame di se stessa nello specchio (quantunque ella, mentendo di fronte alla propria coscienza, credesse di contemplar soltanto l’abito nuovo, che, allestito in fretta, le stava tanto male), le nacque una vivissima stizza per l’impiccio del lettino da rifare. – No, niente! Avrebbe dormito lì, su la poltrona. Tanto peggio per lei che, all’età sua, per far divertire gli altri, s’era pre­stata a commettere una tale pazzia, esponendosi così al ridicolo, al dileggio.

             Subito dopo, però, il bisogno istintivo di scusarsi innanzi a se stessa, le pose avanti la ragione per cui vi si era lasciata indurre: la paura cioè di quell’altro matto da catena, che voleva diventare per forza suo marito; la promessa pie­tosa ch’ella s’era lasciata sfuggire lì, all’ospedale, quel giorno, per aver dato ascolto a quell’imbecille di Martinelli.

             «Bah!», pensò. «Mi servirà almeno per questo. E quando quel matto furioso uscirà dall’ospedale, egli (mio marito!) mi difenderà, riconoscendo la ragione per cui mi son prestata a far la buffona. Dovrà pur venire e dovrà pur dirglielo che io sono, almeno per finta, la sua legittima moglie.»

             Prese a sbottonarsi il busto. A un tratto s’arrestò, dicendo a se stessa che era inutile, se doveva dormir seduta sulla poltrona. Altra bugia, questa, messa avanti per impedirsi di assumer coscienza di una speranza sciocca, cui sapeva di non potere neanche per sogno accogliere. E tuttavia, spento il lume, seduta ormai su la poltrona, ella intendeva l’orecchio – senza saperlo, senza volerlo – nel silenzio della strada sottostante.

             Dov’era egli a quell’ora? Forse in qualche Caffè, con gli amici. E immaginò la sala d’un Caffè, illuminata, e li vide tutti – quelli della sua Pensione – lì, in­torno ai tavolini, e vide lui che rideva, rideva e teneva testa ai motteggi. Certo il suo nome era su la bocca di tutti, deriso… Che gliene importava? Ella aspet­tava che quella riunione chiassosa finisse, per veder lui solo.

             Dove sarebbe andato? A casa? o forse… Forse sarebbe andato a trovare qual­che altra donna…

             Restò, a questa supposizione, come innanzi a un vuoto inatteso, imprevisto. Ma sì! ma sì! Non era egli libero del tutto?

             E lei qua, intanto, su la poltrona, con lo splendido letto accanto – oh pazza! oh sciocca! – E non riusciva a prender sonno.

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             IV. No: Biagio Speranza non era andato al Caffè, come Carolinona aveva fan­tasticato.

             Indispettito dall’insulsaggine degli amici, egli si era ritirato a casa, col fermo proponimento di partire il giorno appresso per Barcellona, e farla finita.

             S’era messo a preparare l’occorrente per il viaggio, quando pensò che gli mancava il denaro per quella partenza anticipata. E allora, di fronte a questa difficoltà materiale, convenne che, in fine, non era degna di lui la fuga. La aveva fatta proprio grossa; s’era lasciato spingere un po’ troppo oltre dal suo spiritaccio bislacco e, abbagliato da quel lampo di pazzia o di genio (tutt’uno!), non aveva pensato alle conseguenze, cioè alla somaraggine degli amici. Ora, a questa somaraggine egli doveva pur concedere un po’ di sfogo, che diamine! e sopportare in pace, con pazienza, i ragli per alcuni giorni. Si sarebbero stancati alla fine, e l’avrebbero smessa. Sì, sì; aveva fatto proprio male a indispettirsi, ad andarsene così di nascosto. E non doveva poi abbandonare alle ire del Cocco Bertolli quella povera donna che non c’entrava né punto né poco, che sarebbe stata ai patti convenuti e non lo avrebbe mai mo­lestato né infastidito; ne era sicuro!

             «Povera Carolinona!», pensò, sorridendo. «Con che faccia pronunziò quel sì… Pareva che con gli occhi volesse soggiungere all’ufficiale dello Stato Ci­vile: “Veda un po’ Lei che valore può avere… A me, in verità, non pare che ci si possa scherzare; ma questi giovanotti han creduto che non ci fosse nulla di male, ed eccomi qua, per contentarli. Che altro debbo fare? Scrivere, anche? Firmare?”. Povera Carolinona! Guardò la penna, come per dire: “Ma proprio proprio firmare?”. Poi guardò me, indecisa. M’è venuto di ridere e le ho indi­cato il posto dove doveva apporre la firma. Che raspatura di gallina, poveretta! E quella predica, poi, dell’assessore! E tutti quegli articoli del contratto ma­trimoniale… «La moglie deve seguire il marito…». – Sì, a Barcellona! A cavallo d’una scopa! Ma il fatto è, intanto, che mentre io andrò in giro per mezza Europa, lei resterà qua mia moglie, sempre, fin che campa. Passerà un anno, ne passeranno due, tre, diventerà vecchia: sempre mia moglie. Questo è l’inconveniente dello scherzo. Mah! Non ci penserà più, poverina, di qui a poco. Bisognerà fare in modo che non ci pensino più neanche gli altri. Se mi seccano troppo mi risolverò di cambiar residenza; tanto, sono uccello senza nido, e buona notte, sonatori.»

             Si mise a letto e non tardò ad addormentarsi. Non avendo però ajutato con un po’ di moto la digestione del lauto pranzo, dormì male.

             Brutti sogni! Carolinona non voleva più sentir ragione: era moglie, sì o no? e dunque voleva far valere tutti i suoi diritti, pronta, prontissima a sottostare a tutti i doveri. Lo prendeva per un braccio, non intendeva di lasciarlo più. Ma come! e i patti? se era uno scherzo! – Scherzo? – Ella aveva firmato davvero. E perciò lì! egli doveva star lì, con lei! – Infamia! tradimento! – Tutte le porte chiuse? – Calci, spintoni, pugni a tutte le porte. Invano! Ah, che dolore, che rabbia, che angoscia… Dietro quelle porte chiuse, asserragliate, ridevano gli amici, a crepapelle: Cariolin, lo Scossi, Cedobonis e finanche il Martinelli. Trunfo sghignava. Congiura infame! Lo volevano dunque morto? No, no, anche a costo di morire, no: egli non si sarebbe arreso a dormire su quel letto. Ah, lo prendevano di forza? ve lo legavano? Vigliacchi! in tanti contro uno! Piano, piano… Lì, alla gola, no… Ah, lo soffocavano…

             Balzò a sedere sul letto, col cuore che gli batteva in tumulto.

             – Maledetti!… Che sogno! Via, via…

             Trasse un sospiro di sollievo e si ricompose a dormire, dall’altra parte.

             Poco dopo era a Barcellona, in sogno. Ma l’amica ch’egli andava ogni volta a trovare – che è, che non è – gli si cangiava tra le braccia in Carolinona.

             Si alzò tardi e di pessimo umore. Lavandosi e poi guardandosi allo specchio la brutta cera, si mise a riflettere sui casi suoi. Comprendeva che le sue stesse condizioni d’esistenza erano come tante vele spiegate che portavano di qua e di là la barca della sua vitaccia spersa, senza concederle mai riposo in un porto sicuro: la barca era ancora ben solida: ma certo non sarebbe più così tra breve; era dunque necessario che almeno il suo spirito bislacco non rappresentasse più oltre il vento furioso che investiva quelle vele già vagabonde per necessità.

             Fuori di metafora: – giudizio, Biagio!

             Sarebbe andato quel giorno alla Pensione e, col suo contegno, avrebbe fatto capire a gli amici che era tempo di finirla.

             Prima di lui arrivarono alla Pensione, quella sera, tutti gli altri commensali, compreso Trunfo:

             – Ebbene? – domandò, per prima cosa, Cariolin. – È tornato? È venuto?

             – Ah giusto! – aggiunse Cedobonis. – Ci ragguagli, ci ragguagli…

             – E non vedete? – esclamò lo Scossi, additando Carolinona:

             È languida la rosa

             Che il zeffiro notturno accarezzò…

             – Zitti, via, zitti! – disse la Pentoni, scrollando le spalle. – Mi hanno disfatto il lettino, e ho dovuto passar la notte su una poltrona…

             – E non c’era il letto? – fece Cariolin. – Va’ là, va’ là! tu vuoi darcela a bere, sposina, d’accordo con lui…

             Sopravvenne Biagio Speranza, e fu assalito di domande anche lui.

             – Ma certo! ma si sa! ma come no! – cominciò egli a rispondere, con faccia tosta. – Hai avuto il coraggio di negare, tu, Carolina? Non le date retta, amici. Sposina fresca, si vergogna. Quando son venuto? A mezzanotte in punto. L’ora delle fantasime. Il portone era chiuso e lei, proprio lei che nega, mi ha buttato la chiave dalla finestra! perché negarlo, moglie mia! Dobbiamo dare questa soddisfazione a gli amici che s’interessano tanto della nostra felicità conjugale. E questa sera mi vedrete anzi rimanere qua, al mio posto, da pa­drone di casa; e spero che basterà e d’ora in poi mi lascerete godere in pace le gioje del talamo. Va bene così?

             Prese posto accanto a Carolinona; ostentò, durante il pasto, tra le risa gene­rali, tutte quelle premure, que’ lezii da scimmiotto innamorato che uno spo­sino novello suol fare alla sposina; a chi gli domandò che nome avrebbero messo al primo figliuolo, rispose che lo avrebbero chiamato Sperammo o Speranzina se femmina; e così via. Carolinona lasciava dire, lasciava fare e rideva anche lei.

             A un certo punto Trunfo, truce, domandò a Biagio Speranza:

             – Mi permette Lei di seguitare a rivedere qua le mie carte?

             – Senti, senti! – esclamò Cariolin. – Gli dà del lei, adesso!

             – Ma certo, – approvò lo Scossi. – Tu non capisci nulla! Biagio è marito, ormai. E il maestro rispetta in lui l’autorità maritale.

             – Io posso anche andarmene altrove, – soggiunse Trunfo. – Questa sera stessa, anzi, raccoglierò le mie carte…

             – Ma no! – s’affrettò a rassicurarlo Biagio Speranza. – Lei, caro maestro (se non debbo più darle del tu), lei è padrone di fare il comodo suo di giorno e di notte. Che c’entra! Questo è matrimonio allegro. Lei vuol farne per forza una tragedia; ma sappia che io non sono affatto geloso. Libero, libero, caro mae­stro, di fare quello che le parrà e piacerà. Dico bene, Carolinona?

             – Il signor maestro, – disse questa, un po’ mortificata, – non mi ha recato mai alcun fastidio.

             – E allora, va bene, – concluse Trunfo, scattando in piedi.

             Fece un breve, rapido inchino, con le mani appoggiate alla spalliera della sedia, e andò via, intozzato dalla bile.

             – Amici miei, – ammonì, poco dopo, Biagio Speranza, – nell’interesse di mia moglie, vi consiglio di smettere se non volete farle perdere un cliente. Lo scherzo è bello, ma non deve poi nuocere alla tasca…

             – Oh, intanto tu, senza scherzo, – raffermò Cariolin, levandosi di tavola in­sieme con gli altri, – mantieni la tua promessa e non prendere questa scusa. Noi ce n’andiamo e vi auguriamo felicissima notte.

             – Io – aggiunse lo Scossi, – rimarrò con Cedobonis davanti il portone a far la guardia: e puoi star sicuro che non ti faremo scappare per tutta la notte.

             – State pur sicuri vojaltri che non scapperò! – rispose Biagio Speranza, ac­compagnando i commensali fino alla porta.

             Carolinona cominciò a sentirsi su le spine, non comprendendo che cosa ve­ramente volesse fare quel matto.

             – Che scimuniti, eh? – le disse Biagio, rientrando nel salotto da pranzo. – E son capaci di aspettare davvero su la strada, sai?

             Carolinona si provò a sorridere e a guardarlo, ma abbassò subito gli occhi.

             – Sai che è buffa davvero la nostra situazione? – riprese Biagio scoppiando in una sonora risata. – Ma bisogna far così, per aver pace. O non la smetteranno più… Aspetterò una mezz’oretta, abbi pazienza.

             – Per me, si figuri… – disse la Pentoni, senza levar gli occhi, piano. Biagio Speranza la guardò. Era tranquillissimo, lui, e credeva che dovesse

             anche lei esser così. Notando però l’imbarazzo di Carolinona, scoppiò di nuovo a ridere.

             Ferita da quella risata, ella alzò gli occhi e, cercando di nascondere alla me­glio la stizza amara sotto un sorriso, disse:

             – È stata una pazzia imperdonabile, creda pure… Lei stesso se ne accorge, ora? Non avrei dovuto lasciargliela fare…

             – Ma no! – esclamò Speranza. – Sta’ tranquilla! Passerà…

             – Intanto, lei dovrebbe intenderlo; – riprese ella, – mi secca… sì, ecco… che in questo momento la gente supponga…

             – E che male c’è? – domandò ridendo Biagio. – Non sei mia moglie? Io non posso comprometterti, mi pare. Mi comprometto io, scusami, se mai.

             – Lei è uomo e sanno tutti che fa per ridere, – disse seria la Pentoni. – Quan­tunque, se debbo dirle la verità, io non riesco più a vedere che scherzo sia, ar­rivato a questo punto… Ridono tutti di lei e di me…

             – E ridiamo anche noi! – concluse Biagio. – Perché no?

             – Perché io non posso, – rispose pronta Carolinona. – Capirà bene, scusi, che non può farmi piacere, che lei, per troncare uno scherzo che comincia a sec­carle, sia costretto a farmi rappresentare una parte che non mi va…

             – Come! – esclamò Biagio. – La parte di moglie? Dovresti ringraziarmi, per­bacco.

             Carolinona s’infiammò:

             – Ringraziarla, scusi, anche delle parole che lei ha detto al maestro Trunfo sul conto mio? Moglie per ridere, capisco: ma poiché lei ha commesso la be­stialità di darmi davvero il suo nome davanti alla legge, mi pare, non so, che lei dovrebbe, almeno almeno, mostrare di non credere a certe calunnie e non scherzarci su… Perché sono calunnie, sa! vilissime calunnie… Io mi son fatta sempre gli affari miei. Povera, sì, ma onesta, onesta! È bene che lei lo sappia. E può star tranquillo, su questo punto…

             – Ma tranquillissimo, figurati! – la rassicurò Biagio, senz’alcuna convin­zione.

             – Dice proprio sul serio? – ribatté la Pentoni, guardandolo fermamente. Biagio la guardò a sua volta; poi si lasciò cader le braccia ed esclamò:

             – Mi spavento, Carolinona! Non ti credevo capace di dir la verità con tanta asseveranza e tanto calore. Ti credo, ti credo… ma lasciami vedere dalla finestra se sono andati via quei seccatori, e finiamola subito.

             Si recò alla finestra, guardò giù nella via.

             – Nessuno, – disse, ritirandosi. – Mi dispiace che lo scherzo sia finito proprio male. Le cose lunghe, si sa, diventano serpi. Basta: la sciocchezza è fatta, e non ci si pensi più. Addio, eh?

             Le porse la mano. La Pentoni, esitante, gli porse la sua, tozza e nera, mormo­rando:

             – A rivederla.

             Appena sola, tutta vibrante dalla commozione, corse a chiudersi in camera e scoppiò in un pianto dirotto.

             Biagio Speranza, fatti pochi passi, spiando nell’ombra della piazzetta innanzi al portone, invece dello Scossi e del Cedobonis, intravide il signor Martinelli che si stropicciava le mani, dal freddo. Restò senza fiato il buon uomo nel sentirsi chiamare e poi batter forte una mano su la spalla.

             – Che fa qui lei, bel tomo? Dica un po’, stava forse ad aspettare che io me ne andassi, per…?

             – Dio me ne guardi ! Che dice mai, signor Speranza? – balbettò così tremante il Martinelli, che Biagio non poté tenersi dal ridere. – Stavo… stavo per an­darmene…

             – E intanto era qua! – rispose Biagio ricomponendosi e simulando severità. Gli passò una mano sotto il braccio, e aggiunse, avviandosi: – Su, andiamo, e mi spieghi…

             – Ma sissignore… – s’affrettò a rispondergli, impacciatissimo, il Martinelli. – Le confesso… giacché lei ha potuto… sì, dico… sospettare (Dio me ne guardi!), le confesso che m’ero trattenuto, non tanto per curiosità, quanto per… sì, dico… congratularmi meco stesso che lei finalmente riconoscesse la… la… la santità del vincolo, perché…

             – E debbo proprio crederci? – lo interruppe, fermandosi, Biagio. – Non sono proprio un marito ingannato? Lei se ne stava lì, all’ombra, come un vil sedut­tore, non può negarlo.

             – Ma non lo dica neanche per ischerzo! – esclamò con gli occhi al cielo e forzandosi a sorridere, il signor Martino. – All’età mia, scusi? E poi quella là… un’onestissima donna, glielo giuro! Ma già lei non ha bisogno che glielo dica io… È stata sempre tanto… tanto buona con me, mi ha sempre confidato… sì, dico., tante cose, poverina… Ed io perciò stavo lì, creda, a felicitarmi… che…

             – Con permesso, scusi! A rivederla! – lo interruppe di nuovo Biagio Speranza, ritraendo in fretta il braccio e accorrendo verso una donnina capricciosamente abbigliata, che usciva in quel momento da un Caffè.

             Martino Martinelli rimase lì piantato in mezzo alla strada; si portò istintiva­mente una mano al cappello, poi seguì un tratto con gli occhi quella coppia che s’allontanava ridendo sonoramente, forse di lui, forse della Pentoni, e ten­tennò il capo, addolorato, ferito…

*******

             V. Né la sera appresso, né le altre seguenti Biagio Speranza venne alla Pen­sione.

             Momo Cariolin e Dario Scossi smisero, fin dalla prima sera, di tormentare Carolinona, che parlò, alla fine, un po’ fuor de’ denti. Trunfo volle prendersi la rivincita, ricordando com’egli li avesse bene ammoniti di non scherzare stupidamente su una cosa che non comportava scherzi. Cedobonis non si dava pace pensando che con quel matrimonio si era celebrato il «funerale dell’alle­gria», e per parecchie sere ripeté questa frase che gli pareva molto bella. Egli solo, con la sua ostinazione da calabrese, seguitava, nonostante le preghiere di Carolinona, a soffiare, a soffiare perché il fuoco si ravvivasse e scoppiettas­sero ancora i bei frizzi salaci d’una volta, e diceva per esempio che non solo Carolinona ma anche la tavola era vedova, senza Biagio Speranza. Nessuno però gli badava, ed egli si consolava in qualche modo pensando che quello scherzo madornale non poteva finir lì, che una ripresa sarebbe stata inevitabile, comunque fosse, per la prossima uscita del Cocco Bertolli dall’ospedale.

             Trunfo, intanto, che aveva ripreso le sue abitudini, tra una nota e l’altra della sua opera fischiata, istigava nascostamente Carolinona a vendicarsi:

             – Lo punisca esemplarmente, quel buffone. Lo prenda nella sua stessa ragna! Lei ha commesso l’insigne bestialità di prestarsi a una siffatta buffonata e, creda, non avrà più pace. Bene: non ne abbia più nemmeno lui!

             A queste maligne esortazioni, la Pentoni sentiva riaccendersi in cuore il di­spetto. Vampava in lei il desiderio della vendetta; ma, poco dopo, come se quella vampata diventasse a un tratto fumo, fumo denso e lento, ella, soffocata, si nascondeva la faccia con le mani, poi scoteva amaramente il capo.

             – Vendicarmi? Come?

             – Lo domanda a me? – le rispondeva Trunfo. – Faccia valere i suoi diritti. A una donna non mancano i mezzi.

             Ma ella non sapeva veramente riconoscersi alcun diritto, né vedeva alcun mezzo, per quanto si sforzasse d’escogitarne; e, alla fine, domandava a se stessa:

             «Ma poi, vendicarmi di che?».

             I patti, egli, li aveva posti chiari, avanti. Erano sì ingiuriosi anzi schernevoli per lei; ma non li aveva ella accettati? Dunque, zitta. E se non poteva, perché improvvisamente e senz’alcun sospetto le era nato in cuore un sentimento non mai finora provato e che ella stessa non riusciva ancora a spiegarsi, ma da cui pur si sentiva rosa e torturata senza requie, – che colpa ci aveva lui? Una sola offesa le aveva fatto: quella di non voler credere (come tutti gli altri, del resto) alla sua onestà. Qual vendetta per una tale offesa? Una sola, forse, se ella se ne fosse sentita capace: tradirlo, ingannarlo davvero… Ma che! no! Pendeva piuttosto verso il Martinelli che le consigliava di prenderlo con le buone, d’in­tenerirlo.

             – Voglia incomodarsi fino alla casa di lui, procuri di vederlo e… sì, dico… lo persuada almeno a tornare a desinare da lei… Poi, con la frequenza, a poco a poco, sì, dico… chi sa!

             Carolinona lo lasciava dire, fingendo di non prestargli ascolto, poiché pro­vava un gran conforto alle buone parole di lui, e non voleva mostrarlo. In fine, come scotendosi da un sogno, gli rispondeva:

             – Ma no, signor Martino! Crede proprio che mi convenga? Prima di tutto, chi sa come mi accoglierebbe: ha tanta paura del ridicolo… E poi, del resto, sa­rebbe inutile. La mia insistenza potrebbe fargli sospettare in me… non so, un pensiero che non c’è…

             – Ebbene, gli scriva allora! – le consigliò infine il Martinelli. – Gli dica che venga come prima, per fare almeno… sì, dico, l’obbligo suo, ora che quel… sì, dico… pezzo d’ira di Dio sta per lasciare l’ospedale.

             – Ne ha notizie lei? – gli domandò Carolinona.

             Ne aveva, sì, il signor Martino e gliele diede, compunto, angustiato. Sarebbe stato libero, per disgrazia, fra due o tre giorni, quel bestione! Gliel’aveva detto un infermiere, il quale lo aveva pure informato che, già quasi convalescente, avendo saputo del matrimonio, il Cocco Bertolli aveva avuto una ricaduta, per la violenza che gli si era dovuta usare, volendo egli a ogni costo scappare dal­l’ospedale.

             – Pericoloso, pericoloso… – terminò il signor Martino. – Tanto che io, quasi quasi, vorrei consigliarla di avvisarne, senz’altro, la questura.

             La Pentoni stette un pezzo a pensare, poi sorrise:

             – Ma sa che è davvero buffona la sorte mia? Uno mi sposa per ridere, l’altro mi vuole per forza… Ebbene signor Martino, sa la nuova? io non faccio più nulla: non voglio più muovere neanche un dito. Venga il Bertolli, e mi bastoni. O vorrà forse uccidermi? Sarebbe proprio da ridere. Lasciamo fare a Dio!

             Dio, va bene; Dio è grande, onnipotente, veglia su tutti, protegge i buoni e gli oppressi; ma il Martinelli stimò pur conveniente informar lo Scossi e il Cariolin dei propositi violenti con cui il Cocco Bertolli sarebbe uscito dall’ospe­dale.

             – Considerino che è un pazzo, signori miei, e che non ha nulla da perdere.

             Fu allora deciso, dopo lungo confabulare, di mandar lo Scossi in casa di Bia­gio Speranza, cui nessuno, da quel giorno, aveva più riveduto: se non si tro­vava in casa, lasciargli un biglietto, per avvertirlo del pericolo della Pentoni; se era partito, saper l’indirizzo per telegrafargli.

             Né in casa, né partito. Dario Scossi dovette prendere a nolo una vettura per recarsi a un poderetto della vecchia padrona di casa dello Speranza, a tre chi­lometri circa fuor di porta. Biagio si trovava colà da quattro giorni e vi si sa­rebbe trattenuto fino alla partenza per Barcellona: aveva raccomandato alla padrona di casa di non far sapere a nessuno il suo rifugio, e la padrona di casa, come si vede, aveva mantenuto la promessa. Ma si trattava, è vero?d’un caso molto grave.

             – Gravissimo! Gravissimo! – la rassicurò lo Scossi.

             Avendo forzata così la consegna, questi, via facendo, cominciò a sentire il bisogno di credere sul serio al pericolo che minacciava Carolinona, alla terri­bilità del Cocco Bertolli, per avere il coraggio di presentarsi a Biagio Spe­ranza. Come doveva esser lieto, quel birbaccione, in mezzo alla campagna, che già si rivestiva di tenero verde. L’aria era ancora frizzante, ma di che lieve freschezza ristorava lo spirito e come riposavano gli occhi su quelle prime ri­denti verzure!

             Quando la carrozza, finalmente, si fermò dinanzi a un rustico cancello a una sola banda, sorretto da due pilastri non meno rustici, dietro ai quali sorgevano due alti cipressi, Dario Scossi era com’ebro di primavera.

             Un erto vialetto saliva dal cancello, tra la vigna, su al poggiuolo, in vetta al quale stava tra gli alberi la Casina. Che poesia! che sogno! che quiete! Il fre­sco d’ombra di quella poggiata a bacio era saturo di fragranze selvatiche: amare di prugnole, dense e acute di mentastri e di salvie. Prima di sonar la campana, lo Scossi guardò un pezzo lassù; udì a un tratto acutissimi strilli di papere, poi la voce di Biagio Speranza, che chiamava allegramente:

             – Nannetta! Nannetta!

             Ah marrano! ah rinnegato! In pieno idillio? Si pentì d’esser venuto.

             – Debbo aspettare? – gli domandò il vetturino.

             – Sì, aspetta. Suono.

             Ma, prima di tirare la catena, guardò la campanella che pendeva immobile, arrugginita, dalla parte interna del pilastro, in alto.

             «Ecco», pensò, «fra un minuto essa romperà l’incanto, sonando. Tiro o non tiro?»

             Tirò pian piano: il battaglio, ecco, si accostava all’orlo, lo toccava appena, senza dare alcun tintinno… Lasciò d’un tratto la catena, e la campana squillò furiosamente.

             – Fatto! Crepa! Corno d’Emani!

             Su, in cima al vialetto, si presentò poco dopo un vecchio contadino, il quale, vedendo la vettura innanzi al cancello, s’affrettò a discendere.

             – Lei signore, chi cercate?

             – Speranza.

             – Che vuol dire? Ah, sissignore: sarebbe quel giovinotto… Sta qui.

             Aprì il cancello e Dario Scossi entrò. Giunsero di nuovo, dall’alto, gli strilli delle papere, e il vecchio contadino si mise a ridere, scotendo la testa:

             – Che matto ! che matto !

             – Biagio? che fa? – domandò lo Scossi.

             – Mah, una ne fa e cento ne pensa! – rispose il contadino. – Venga a vedere. Fa i berrettini da soldato a quelle povere bestiole e le avvia così, con quelle barchette in capo, alla signora che sta laggiù alla vasca del giardino.

             – Nannetta! Nannetta! – gridò un’altra volta, di lassù Biagio. – Eccoti Carolinona, che viene di corsa! L’ho fatta caporalessa.

             – Orrore! – urlò Dario Scossi, presentandosi su la spianata.

             – Dario! – esclamò Biagio Speranza, di soprassalto. – Come! Tu qua?

             E gli mosse incontro. Ma lo Scossi si tirò un passo indietro e lo guatò seve­ramente.

             – A un’oca il nome di tua moglie?

             – Oh, sta’ quieto! – gli rispose Biagio scrollandosi tutto. – Sei venuto a sec­carmi fin qua? Com’hai saputo?

             Lo Scossi gli spiegò allora la ragione della sua venuta, gli disse che non era giusto né onesto lasciar così nell’imbarazzo quella povera donna lì, e che ur­geva la presenza di lui alla Pensione, almeno per tre o quattro giorni, assolu­tamente.

             Biagio Speranza sentì cascarsi le braccia.

             Sopravvenne di corsa, tutta infocata in volto, con un cappellaccio di paglia su i capelli fulvi, scarmigliati, bellissimi, Nannetta; quella stessa che il signor Martinelli aveva veduto uscire dal Caffè, quella sera.

             – Ebbene, Biagione? Ah, scusi: buon giorno, signore…

             – Buon giorno, carina, – rispose lo Scossi, tendendole la mano. Ma Nannetta alzò le sue al cielo:

             – Non posso. Son bagnate. Se vuole, col permesso di lui, un bacetto qua. E porse la guancia infocata.

             – Permetti? – domandò, compunto, lo Scossi. – Ha le mani bagnate…

             – Uno solo, – rispose Biagio, funebre. – Non c’è che dire. Bisogna andare.

             – Ti reclama tua moglie? – domandò, dolente, Nannetta con la guancia pro­tesa, su cui lo Scossi deponeva intanto una serie di lievi bacetti. – Oh, basta, signore: uno solo, prego! Tua moglie, dunque?

             – Oh non mi seccare anche tu! – esclamò Biagio, esasperato. – Ringrazia il tuo Dio, Scossi, che non ho in mano un bastone. Ma vattene subito! Ritorno in città domani, perché stasera io qua mi voglio vendicare: tiro il collo a quella papera che le somiglia tanto e me la mangio tutta, a cena, con la voracità d’un antropofago. Vattene!

             Ma Nannetta volle trattenere lo Scossi a desinare. A tavola, Biagio gli spiegò perché se ne fosse scappato.

             – Non direi ancora che ella proprio mi ami, ma ci pende, sai? Chi se lo sarebbe aspettato? Capisco, sì, sono un bellissimo giovane, tanto simpatico…

             Nannetta protestò, ridendo:

             – Bellissimo, poi! Va’ là… Con quella pancia…

             – Pancia, io? Grassotto, o diciamo meglio: robusto. Ma poi tu non conosci colei: divento uno stecchino a paragone, cara mia. Si vede che ci ha ripensato. E vi assicuro che mi ha tenuto un discorso da vera moglie.

             – Povera donna! – esclamò Nannetta. – Se è vero quel che dice lei, voi tutti e tu, Biagio, specialmente, siete stati d’una crudeltà senza pari. Via, ricompen­sala adesso! Credi pure che è il meglio che ti resti da fare.

             Biagio Speranza non aprì bocca, ma sbarrò gli occhi e guardò Nannetta con tale espressione, che questa sorrise e ripetè:

             – Povera donna!

             – Basta, basta, carina! – interloquì lo Scossi. – o non lo farai più tornare in città.

             – No no, – disse Biagio, serio. – La promessa è debito, e verrò. Io voglio stare ai patti. Ma, appena avrò finito di rappresentare la mia parte di fronte al Cocco Bertolli, partirò, cari miei, e non mi rivedrete mai più! Mi porterò die­tro, forse, la mala ventura, perché ho fatto torto al destino, il quale, come sa­pete, è di sua natura buffone. A pensarci, per spasso dell’afflitta umanità esso aveva combinato un matrimonio veramente ideale: Cocco Bertolli e Carolinona. Io, sciocco, stupido, imbecille, vado a mettergli il bastone tra le ruote. Bisogna scontare. Quel grand’uomo l’amava, la sua colomba, e ora dovrò metterlo alla porta. Ne ho rimorso, credetemi; ma, l’ho promesso, lo farò.

             La sera di quello stesso giorno, Dario Scossi riferì agli amici della Pensione quel che aveva fatto, dove aveva trovato Speranza e in compagnia di chi.

             Cedòbonis finse di scandalizzarsi per una così immediata infedeltà; ma lo Scossi che, senza volerlo, raccontando, s’era lasciato scappare quella notizia gli rispose che Carolinona non doveva farsene, essendo che le mogli son fatte apposta per esser ingannate dai mariti, e viceversa – eccezion fatta, s’intende, della coppia Martinelli, unica sotto la cappa del cielo – e infine annunziò che Biagio Speranza sarebbe venuto senza fallo la sera del giorno seguente.

             – La pecorella ritorna all’ovile.

*******

             VI. Tutti d’accordo: nessuna allusione al matrimonio, come se nulla fosse stato. Biagio Speranza venne con un po’ di ritardo, salutò la Pentoni e gli amici e sedette al suo solito posto. Ci fu dapprima un po’ d’imbarazzo; poi, a poco a poco, si prese a parlare del più e del meno. Solo il Martinelli teneva fissi su lo Speranza gli occhietti tondi da barbagianni, come se da un mo­mento all’altro si aspettasse da lui una spiegazione di quell’indegno modo d’agire, un segno di pentimento.

             Carolinona se ne stava con gli occhi bassi; di tanto in tanto però volgeva uno sguardo in giro e, se vedeva che nessuno la guardava, lanciava una rapida oc­chiata obliqua allo Speranza, e si turbava profondamente. Soffriva; si sentiva soffocare; ma pur si dominava perché nessuno se n’accorgesse.

             Aveva dato ordine alla serva di non aprire la porta, senza aver prima guar­dato dalla spia. Se il Cocco Bertolli fosse venuto di giorno, ella doveva ri­spondere che la padrona non era in casa; se di sera, mentre i commensali erano a tavola, prima di aprire, doveva entrare nel salotto da pranzo ad avvi­sare.

             A ogni scampanellata alla porta, restavano perciò tutti per un istante in attesa, e la povera donna si sentiva scoppiare il cuore dall’agitazione. Poi riprende­vano a conversare. Dopo una scampanellata più forte, Cedobonis osservò:

             – Vedranno che non sarà lui. Egli, certamente, tenterà prima di entrar qui di giorno e, non riuscendogli, tornerà di sera.

             E così, senza dubbio, sarebbe stato logico; ma Cedobonis non teneva conto d’una cosa: che il Cocco Bertolli era matto. Tanto vero, che aveva sonato così forte proprio lui. La serva entrò di corsa ad annunziarlo, spaventata.

             Si alzarono tutti, costernati, tranne Biagio Speranza.

             – Prego, – diss’egli, calmo. – Mettetevi a sedere. Debbo andare io solo. Voi continuate a chiacchierare tranquillamente qua. Vedrete: due paroline pacate, e lo riduco a ragione.

             Si alzò e si mosse; prima di uscire dal salotto da pranzo, si volse e aggiunse, alzando una mano:

             – Mi raccomando, eh?

             Ma la Pentoni, che si era finora contenuta a stento, scoppiò in lagrime. Al­cuni le si fecero attorno, per confortarla; altri si recarono in punta di piedi die­tro l’uscio del salotto a origliare.

             Biagio Speranza andò ad aprire lui stesso la porta risolutamente; ma subito restò di sasso alla vista del Cocco Bertolli. Non aveva più un’oncia di carne addosso quell’infelice e gli occhi enormi da bue, in quel volto smunto, cada­verico, incutevano terrore. Anch’egli restò, alla vista di Biagio Speranza e, at­teggiando la bocca a un ghigno feroce:

             – Ah, lei! – mormorò.

             – Scusi, desidera? – gli domandò Biagio.

             Il Cocco Bertolli serrò le pugna e lo fissò con gli occhi sbarrati; poi riprese:

             – Desidererei di mangiarle il cuore. Ma più tardi. Ora…

             Biagio Speranza lo interruppe con un cenno della mano e una smorfia di nausea:

             – Pessimo gusto, caro poeta! Meglio una buona bistecca, dia ascolto a me!

             – Ora, – riprese il Cocco Bertolli, con gli occhi che pareva gli volessero schizzare, – voglio dire due sole paroline a quella signora, di là, e mozzarle le orecchie e il naso.

             – Per carità! Me.la sciuperebbe! – esclamò Biagio, ridendo. – Via via, caro poeta: sappia che qui il padrone di casa, sono io, e che lei non entrerà più, né ora né mai.

             Il Cocco Bertolli, tutto fremente, si tirò il panciotto troppo agiato, e disse:

             – Sta bene. Ci vedremo giù. Volevo soltanto ricordare a quella brava signora un certo giuramento…

             – Ma non capisce, scusi, – volle fargli notare lo Speranza, – che quella si­gnora, come dice lei, sperava, anzi era certa che lei… sì, abbia pazienza, do­vesse morire?

             – Ma non son morto! – gridò il Cocco Bertolli, con feroce gioja. – E la morte, io, capisce? io l’ho sfidata per lei!

             – Malissimo! – esclamò Biagio. – Malissimo! Via, se lo lasci dire: le pare che ne valesse proprio la pena?

             – Ah, lo sa anche lei, dunque, – sghignò il Cocco Bertolli, – che è una don­naccia sua moglie?

             Biagio Speranza protese le mani:

             – Donnone, scusi, diciamo donnone piuttosto; per non offendere.

             – Ma offendere io voglio! – rispose il Cocco Bertolli, alzando le braccia, ter­ribile. – Offenderla di fronte a lei, che è suo degno marito. Buffone!

             Biagio Speranza impallidì, chiuse gli occhi, poi disse pacatamente:

             – Senti, Cocco. Vattene con le buone o ti piglio a calci.

             – A me?

             – A te. Anzi, guarda: ti chiudo la porta in faccia per impedirmi d’alzare il piede su un povero pazzo, che non sei altro.

             E chiuse la porta.

             – Vile pagliaccio! – ruggì, dietro la porta, il Cocco Bertolli. – Ma ti aspetto giù in istrada, sai! Te la farò pagare.

             Biagio Speranza rientrò in salotto, pallido ancora e vibrante dello sforzo che aveva fatto per contenersi.

             – Ebbene? – gli domandarono tutti, ansiosamente.

             – Niente, – rispose egli, con un sorriso nervoso. – L’ho cacciato via

             – E t’aspetta giù! – aggiunse Cariolin, che aveva udito dall’uscio la minaccia del pazzo.

             – Per carità! – gemette Carolinona, col volto nascosto nel fazzoletto. – Per causa mia!

             Biagio Speranza s’irritò di quel pianto, sentì ribrezzo della parte che stava a rappresentare e si scrollò irosamente:

             – Lasciatelo aspettare. Non gliele ho date, per miracolo; andrò a dargliele adesso!

             E cercò il cappello e il bastone.

             La Pentoni allora, quasi spinta da una susta più forte di lei, sorse in piedi e gli s’appressò, in lagrime, per trattenerlo:

             – La scongiuro! Per carità! Non si metta con quel pazzo. Ci lasci andar prima gli altri. Mi dia ascolto!

             Tutti, tranne il Martinelli che tremava come una foglia e lo sdegnoso Trunfo, fecero eco alle parole di Carolinona e si proffersero d’andare avanti. Biagio Speranza si arrabbiò, si fece largo con violenza e gridò:

             – Ma insomma, per chi mi prendete? E s’avviò.

             Gli altri lo seguirono. Giù per la scala egli si volse e li pregò di nuovo, con le buone, di restare.

             – Voi così, – disse loro, – mi fate perdere la pazienza. Credete sul serio che io alzi le mani su quel povero disgraziato che esce adesso dall’ospedale, se egli proprio non mi metterà con le spalle al muro? Dunque statevene qua, vi prego! non vi fate vedere, perché se egli vi vede, si metterà a predicare. Non aggravate il ridicolo della mia posizione.

             Dario Scossi allora fé’ cenno a gli amici di fermarsi e di lasciare andar solo, avanti, Speranza. Poco dopo, ripresero a scendere la scala e si fermarono nel­l’androne a spiare. Cariolin, che si trovava innanzi a tutti, sporse un po’ il capo dal portone: Biagio e il Cocco Bertolli parlavano, poco discosti, anima­tamente; ma, a un tratto, Cariolin vide il Cocco Bertolli alzare una mano e ap­pioppare un solennissimo schiaffo allo Speranza. Tutti allora si slanciarono a spartire i due furibondi che già avevano alzato i bastoni.

             Carolinona, che se ne stava alla finestra, cacciò uno strillo e si rovesciò in­dietro, svenuta, tra le braccia tremanti di Martinelli, mentre Trunfo, attirato dalle grida della strada, s’affrettava ad uscire, ripetendo a schizzo:

             – Forte! Rotture! Pagliacci!

             Biagio Speranza, piangendo dalla rabbia e divincolandosi, gridava a gli amici che lo trattenevano: – Lasciatemi! Lasciatemi!

             – Ai suoi ordini! – urlava, di là, pur trattenuto e trascinato via, il Cocco Bertolli, tra la confusione de la folla accorsa da ogni parte. – Ai suoi ordini! Al Caffè dello Svizzero. E intanto si tenga questo per caparra! Ne vuole ancora? Ne vuole ancora?

             Dario Scossi, Cedobonis e Cariolin riuscirono finalmente a condur via Bia­gio Speranza, che farneticava:

             – Bisogna che l’ammazzi! Bisogna che l’ammazzi! Due di voi: tu, Scossi, e tu, Cariolin, subito andate a trovarlo. Bisogna che l’ammazzi. Per quanto sia ridicolo, atrocemente ridicolo, un duello con quel miserabile, a causa di quella donna là, bisogna che mi batta, perché se no, vedendolo, lo ammazzo come un cane… Andate, andate. Io vi aspetto a casa.

             I tre amici cercarono di sconsigliarlo, di persuaderlo a non dare importanza all’accaduto. Si trattava in fin de’ conti, dell’aggressione d’un pazzo. Ma Bia­gio Speranza non volle sentir ragioni:

             – M’ha dato uno schiaffo, volete capirlo? Volete che mi sporchi le mani e vada a finire in galera?

             Montò in una vettura per rincasare, mentre lo Scossi e Cariolin, seguiti da Cèdobonis – serio, placido e curioso – , si recavano a trovare il Cocco Bertolli al Caffè dello Svizzero.

             Lo trovarono lì, tronfio nello squallore della sua orrenda miseria, esultante, che narrava l’avventura, tra le risa de la folla che lo aveva seguito. Lo Scossi si fece avanti e lo invitò a venir fuori.

             – Subito! a gli ordini! – rispose egli, avviandosi. – Pistola, spada, sciabola: quello che vogliono, a loro scelta! Ma anche con le mani o coi piedi, subito!

             Lo Scossi gli fece capire che c’era bisogno di due altri con cui intendersi per le modalità dello scontro.

             – Io non conosco nessuno! – protestò il Cocco Bertolli. – Vorrei poter man­dare al signor Speranza due miei amici: Erostrato e Nerone, ma sono morti, purtroppo! Mi trovino adesso loro stessi due mal vivi: non voglio impacciarmi di codeste miserie.

             – Io potrei assistere, nella mia qualità di medico, – disse Cèdobonis. – Ma come si fa? Ho lezione al liceo…

             Dario Scossi allora e Cariolin, insieme col Cocco Bertolli, si misero in cerca di due padrini, che non fossero propriamente Erostrato e Nerone.

             Biagio Speranza aspettava, fremente, in casa, da circa un’ora, quando – a una scampanellata – invece dello Scossi e del Cariolin, si vide innanzi alla porta Nannetta che, avendo saputo in un Caffè della rissa, veniva a domandar notizie.

             – Ma sì, schiaffeggiato! – le disse Biagio. – Vieni, entra, Nannetta. Ce ne stavamo tanto bene, noi due, in campagna, non è vero? L’ho fatta troppo grossa, che vuoi? Bisogna pagare, te l’ho detto…

             – Un duello? – gli domandò, angustiata, Nannetta.

             – Per forza. Schiaffeggiato, ti dico.

             – Dove? –Qua.

             Nannetta gli posò un bacio su la guancia.

             – Caro, e se ti ammazzano? Non ci pensi?

             – No, davvero! – disse Biagio, alzando una spalla e recandosi a guardare dalla finestra, impaziente.

             Nannetta lo seguì, ma invece di guardar giù nella strada si mise a guardare in alto le stelle che sfavillavano fitte nel cielo senza luna. Sospirò e disse:

             – Sai, Biagio, che non vorrei davvero che tu facessi questo duello? Colpito dalla strana espressione della voce di lei, Biagio le domandò, con un

             sorriso sforzato:

             – Ti preme tanto di me?

             Nannetta si strinse ne le spalle, sorridendo, mesta; socchiuse gli occhi e ri­spose:

             – Che so… Non vorrei…

             – Su! – esclamò Biagio, riscotendosi. – Senza malinconie! Ho un po’ di Marsala: beviamo! Devo aver pure biscotti, aspetta… Poi mi ajuterai a prepa­rar le valige. Domani, dopo aver dato una buona lezione a quel cane, par­tenza!

             – Per sempre?

             – Per sempre.

             Prese la bottiglia del Marsala, i biscotti, e invitò Nannetta a sedere, a bere. Una nuova scampanellata alla porta.

             – Ah, ecco, – disse Biagio. – Saranno loro!

             Era invece il signor Martino Martinelli, che pareva ridotto l’ombra di se stesso, cui ciascuno con un soffio avrebbe potuto far volare di qua e di là, come una piuma.

             – Venga, venga avanti, signor Martino carissimo! – gli disse Biagio, battendogli una mano dietro le spalle. – Chi lo manda, eh? Scommette che l’indovino? Mia moglie!

             Nannetta scoppiò a ridere nel vederlo restare con quel palmo di naso, alla vista di lei.

             – Non ridere, Nannetta, – disse Biagio. – Ti presento il prototipo dei mariti fedeli, il signor Martino Martinelli, primo naso assoluto. Dica, signor Marti­nelli, alla mia signora moglie, che mi ha trovato sano, innanzi a un buon bic­chiere di vino e accanto a una leggiadra donnetta. Non starnuti! Vuol bere?

             – Mi… mi scusi, – balbettò indignatissimo, lappoleggiando, il signor Martino. – Permetta che io le… le dica che lei… sissignore… di… disconosce, sì, dico, indegnamente… sissignore… un cuore… un cuor d’oro, che in questo momento pai… sì, dico… palpita per lei. Buona sera. E me ne vado.

             Le risa di Biagio e di Nannetta lo accompagnarono fino alla porta; ma il si­gnor Martino si sentì sollevato, dopo quello sfogo, in una sfera eroica, e se ne andò col naso al vento, come una tromba guerriera.

*******

             VII. Giannantonio Cocco Bertolli giunse primo al luogo designato per lo scon­tro, in compagnia del medico e de’ due ufficialetti d’artiglieria, amici di Cariolin, che si erano prestati a far da padrini. Era tranquillissimo. Lodò, da buon poeta, il dolce mattino d’aprile.

             Zeffiro torna e il bel tempo rimena…

             Lodò i gorgheggi degli uccelli che salutavano il sole; aspirò con voluttà l’odor di resina che esalavano i pini e i cipressi de la villa signorile; recitò un’odicina d’Anacreonte da lui tradotta, e infine narrò ai due ufficialetti, che se lo godevano, l’apologo delle oche e della gru migranti. Egli era una gru: cioè un pazzo per le oche.

             – Perché non ho ciotola, né becchime, intendono? Da jeri, o miei signori, nel mio stomaco abbiosciato, non entra cibo. Acqua: ho bevuto acqua nelle pubbliche fontanelle. Diogene, o miei signori, aveva un ciotolino, ma quando vide un ragazzetto far mano cupa e bere, ruppe il ciotolino e bevve anche lui nella mano. Così faccio anch’io. Non so se oggi mangerò, dove dormirò stasera. Forse mi presenterò a qualche fattore di campagna. Zapperò. Mangerò. Ma così, sciolto da ogni vincolo, in questa piena, sublime libertà che m’inebria e che naturalmente deve parer follia a gli schiavi delle leggi, dei bisogni, delle consuetudini sociali. Spaccherò tra poco il cranio a quell’imbecille che ha tentato d’attraversarmi la via, e quindi metterò mano al mio gran poema: L’Erostrato.

             Giunsero, poco dopo, Biagio Speranza, Dario Scossi e Momo Cariolin, con un altro medico.

             Biagio Speranza era molto nervoso; il pensiero di battersi con quel pazzo, da cui s’era preso uno schiaffo, lo avviliva. Ma voleva tuttavia mostrarsi ilare, per non dare importanza a quel duello: grottesco epilogo d’una buffonata. Aveva già preparato in casa le valige e tutto l’occorrente per la partenza. Ora avrebbe dato o ricevuto uno sgraffio, e tutto sarebbe finito lì. N’era tempo, perbacco!

             La direzione dello scontro toccò in sorte all’ufficialetto che fungeva da primo testimonio. Ma già pareva che tutto si facesse all’amichevole. Scelto il terreno, misurato il campo, i due avversarli furono invitati a prender posto, l’uno di fronte all’altro.

             – Prego, – disse l’ufficiale al Cocco Bertolli, – bisogna che si cavi la giacca.

             – Gliel’ho detto, – aggiunse, sorridendo, l’altro ufficiale. – Ma non se la vuol cavare.

             – Per forza? – domandò cupo il Cocco Bertolli. – Ebbene, ecco qua: non me n’importa!

             Si cavò di furia la giacca e la buttò per terra, lontano.

             Nel vedergli la camicia sbrendolata e sudicia, sforacchiata ai gomiti, prova­rono tutti una penosissima impressione: avvilimento, ribrezzo e pietà insieme; si guardarono negli occhi, come per domandarsi l’un l’altro se non fosse pro­prio il caso di mandar tutto a monte.

             Ma il Cocco Bertolli, che aveva già la sciabola in pugno e fremeva, domandò, fieramente accigliato:

             – Dunque?

             – In guardia! – disse allora l’ufficiale.

             Subito il Cocco Bertolli si slanciò, come un tigre, con terribile furia, muli­nando la sciabola e vociando, addosso all’avversario.

             Biagio Speranza, così investito, ancora sotto quella penosa impressione, in­dietreggiò, parando alla meglio la tempesta dei colpi. Avrebbe potuto facil­mente lasciarlo infilzare, tenendo ferma e diritta la sciabola, in un subito arre­sto: ma scacciò tosto la tentazione, e seguitò a parare. A un tratto, nella furia, al Cocco Bertolli cadde di mano la sciabola.

             – Basta! – gridò l’ufficialetto che dirigeva lo scontro.

             – Basta! – ripeterono gli altri, fortemente costernati della violenza del pazzo, oppressi dalla minaccia d’una imminente sciagura.

             – Che basta! – disse, ansante, il Cocco Bertolli. – Vogliono approfittarsi di una disgrazia? Me ne appello al mio avversario, a cui non credo che possa ba­stare una così magra sodisfazione.

             Biagio Speranza si chinò a raccogliere la sciabola caduta e la porse cavalle­rescamente al Cocco Bertolli:

             – Ecco: a lei!

             Poi guardò gli amici, come per dire: «Vedete a che m’avete condotto?». E l’irritazione nervosa gli crebbe. Se, la sera avanti, dopo lo schiaffo a tradi­mento, glielo avessero lasciato bastonare ben bene, non si sarebbe trovato ora nella dura necessità di uccidere quel povero pazzo, così malandato e misera­bile, o di farsi uccidere da lui.

             Al comando del secondo assalto, egli volle risolutamente tener fronte all’av­versario. Il Cocco Bertolli però gli fu subito sopra con impeto raddoppiato.

             – Alt! – gridò l’ufficialetto.

             Ma già, nel fulmineo scontro, Biagio Speranza era stato colpito, e a un tratto cadde per terra, con le mani avvinghiate al petto e una sghignazzata che gli gorgogliava nella strozza. Guardò i quattro padrini e i medici accorsi, si provò a dire: «Nulla…» ma, invece della parola, ebbe uno sbocco di sangue, e s’ab­bandonò, atterrito.

             Riscossi dal primo orrore, quelli si chinarono su lui; pian piano lo solleva­rono, lo trasportarono, con la massima cautela, nella casetta del guardiano de la villa, ove lo deposero su una branda. I medici credettero dapprima che egli non avesse che pochi minuti di vita; gli apprestarono non di meno le prime cure, alla meglio, e attesero, angosciati, sgomenti. Passò un’ora, ne passarono due, e poiché la morte non sopravveniva, uno dei medici propose di mandar qualcuno in città per una barella: c’era sì pericolo che il moribondo spirasse per via; ma, d’altra parte, lì in quell’antro, non poteva rimanere.

             Così Biagio Speranza, verso sera, fu trasportato a casa, tra la vita e la morte. Lo attendevano in lagrime, insieme con la vecchia padrona di casa, la Pentoni e Nannetta. Ma questa, poco dopo, passata la prima confusione, fu mandata via garbatamente dallo Scossi.

             – Non conviene, non conviene che tu sia qua, carina…

             Ella non replicò; volle tuttavia, sotto gli occhi di Carolinona, posare un bacio su la fronte del ferito, che giaceva privo di sensi, avvampato dalla febbre.

             – Ah se lei ci avesse lasciato lì! – disse poi, piangendo, allo Scossi, nell’andarsene: – Povero Biagio! Me lo diceva il cuore! Ma gli levino pure quella mal’ombra d’accanto: vedova, prima d’esser moglie.

             – Speriamo di no! – fece lo Scossi.

             – Speriamo! – ripetè Nannetta. – Ma, se egli apre gli occhi, muore disperato, nel vedersela accanto.

             Mentre Nannetta proferiva queste parole, la Pentoni nell’altra stanza si to­glieva dal capezzale del letto, intendendo da sé che la sua vista non sarebbe riuscita in quel primo momento accetta al ferito. Ella aveva sì desiderato ar­dentemente che egli fosse ritornato alla Pensione, ma non aveva detto neppure una parola, né fatto un passo per spingerlo a ritornare; sarebbe stata perciò una vera ingiustizia chiamar lei responsabile di quella sciagura: egli per il primo avrebbe dovuto riconoscerlo, egli che la aveva forzata, proprio forzata, a commettere quella pazzia. Non avrebbe dunque dovuto provar nemmeno or­rore alla vista di lei, fi al suo capezzale, né nutrir rancore. Ma Carolinona, col suo cuore, intendeva che è un bisogno quasi istintivo affibbiare agli altri la colpa dei proprii danni, e si ritrasse nell’ombra a vegliare, a prestar le cure più appassionate, senza alcuna lusinga di compenso. Voleva soltanto, desiderava e pregava, che egli guarisse: e niente per sé, neppur la gratitudine, neppure che egli sapesse di avere avuto nascostamente le cure di lei.

             Dario Scossi, Cariolin, Cedobonis, dopo i primi giorni, vedendo che il ferito accennava un po’ a migliorare, cominciarono a insistere perché ella si desse qualche ora di riposo. Ma insistettero invano.

             – Non mi fa nulla: ci sono avvezza – rispondeva loro Carolinona.

             Un giorno Dario Scossi la guardò e non gli parve più tanto brutta. Il cordo­glio e l’amore, disperati entrambi, pareva che l’avessero trasfigurata. Quegli occhi, per esempio, così intensi di passione – ella non Io sapeva – ma eran proprio belli, in quel momento.

             Nel vedersi guardata con simpatia, Carolinona gli sorrise appena, mentre gli occhi le si riempivano di lagrime. E quel sorriso a Dario Scossi parve sublime.

             Man mano, per le veglie eroicamente durate per circa un mese, lì, intenta, come una madre e un’amante insieme, al capezzale dell’infermo, quand’egli riposava, pronta a ritirarsi nell’ombra, appena egli si destava, Carolinona per­dette anche la pinguedine; e, illuminata quasi, internamente, dalla gioja di sa­perlo salvo alla fine – bella, proprio bella, no; ma – a giudizio di tutti – era divenuta una moglie più che possibile.

             – E poi, – soggiungevano – se l’è guadagnato: c’è poco da dire. L’ha rimesso al mondo, e Biagio è cosa sua, ormai.

             Ma ella non volle credere alla propria felicità, fino a tanto che lui, ancora a letto, ma già entrato in convalescenza, non la chiamò a sé e non le disse, con voce tremante di tenerezza, guardandola negli occhi e stringendole la mano:

             – Mia buona Carolina…

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Shakespeare Italia




Concorso per referendario al Consiglio di Stato – Audio lettura 4

Legge Giuseppe Tizza
«E si mise con molta diligenza a disporre i libri per materia, poi preparò la carta per gli appunti, temperò il lapis nero e poi quello rosso e turchino, per certi suoi segni particolari (espedienti mnemonici!) e finalmente si sedette per intraprendere la grande preparazione.»

Prime pubblicazioni: Forse già composta nel 1894; pubblicata in Quand’ero matto, Streglio, Torino 1902/1903, poi in Il vecchio Dio, Bemporad, Firenze 1926.

Concorso per referendario al consiglio di stato audiolibro
Pierre-Auguste Renoir (1841-1919), Le déjeuner des canotiers, 1880-1882

Concorso per referendario al Consiglio di Stato

Legge Giuseppe Tizza

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******

           I pochi avventori del Romitorio, esiliati lassù in vetta al monte, da un pezzo sentivano la vociaccia di Natale il somararo, su per l’erta faticosa sotto la macchia:

             – Sci… brrr! Sci… brrr!

             E nella calura asfissiante, nell’ozio opprimente, fra lo stridor lontano, continuo, delle cicale e gli zighi acuti dei grilli vicini, ansiosi di sapere se quello stortacelo conducesse lassù qualche nuovo compagno di sventura o un visitatore momentaneo, si affacciavano di tanto in tanto alle finestre dell’ex-convento, ridotto da alcuni anni ad albergo.

             Il convento, a dir vero, era rimasto tal quale, con le sue anguste cellette, fornite di un lettuccio così stretto che a mala pena ci si poteva rigirare, d’un rustico tavolino, d’un lavamano e di tre o quattro seggiole impagliate; tal quale, col suo refettorio, coi suoi lunghi e cupi corridoj rintronanti, con le grige scalette logore e la chiesuola accanto, ora sempre chiusa.

             Gli avventori, pe’ primi giorni, tolleravano quella mancanza d’ogni comodità in grazia dello strano sapor di vita claustrale; poi si annojavano, pur senza volerlo riconoscere. E al signor Lanzi che aveva avuto la peregrina idea d’assumer l’impresa di quel sedicente albergo lassù e che prometteva ogni anno per l’anno venturo un albergo nuovo, levato di pianta, di tipo svizzero, e la funicolare:

             –    Eh sì, – dicevano. – Perbacco! È un vero peccato! Questo è un luogo delizioso di villeggiatura.

             –    Senonché, – rispondeva sospirando e grattandosi il capo il signor Lanzi, – senonché, quando io ci avrò rimesso l’osso del collo e avrò loro offerto tutti i comodi, come sul Generoso o sul Pilatus, lor signori diranno che i prezzi sono cari e non verranno, o penseranno: «Tanto vale andarcene in 1 svizzera! Si fa miglior figura!». E allora Pilatus qua resterò io, con tutti i miei comodi, e un palmo di naso.

             Non sarebbe dunque mai sorto l’albergo di tipo svizzero lassù?

             Ma sì, l’anno venturo senza dubbio.

             E il signor Lanzi, per distrarre i suoi avventori, mostrava loro il punto preciso dove la nuova costruzione sarebbe sorta, e la descriveva coi più minuti particolari, la faceva vedere, lì, come se già ci fosse, – che splendore! – e discuteva e accettava i sennati consigli di questo e di quello; e poi parlava degli studii già compiuti per la costruzione della funicolare. Tutto pronto. Al prossimo ottobre.

             –    Bravo, bravo, signor Lanzi! Una vera indecenza, quel Natale co’ suoi somarelli arrembati!

             –    Sci… brrr! Sci… brrr!

             La voce di Natale si sentiva ora, a mano a mano, più prossima, sotto la macchia.

             Il signor Lanzi con l’ex-deputato Quagliola, calvo e bottacciuolo, il giovane professor di liceo Tancredi Picinelli, rosso di pelo, magro, lentigginoso, compitissimo, si fece su la spianata innanzi al convento. Trovarono affacciati alle finestre delle cellette gli altri quattro avventori, in attesa: la bionda signora Ardelli, il cui marito (uomo da bene, anzi da benissimo) veniva ogni sabato sera dalla città vicina, ov’era impiegato già cavaliere; l’avvocato Mesciardi che faceva la corte alla signora; Quagliolino, il figlio del deputato, che tentava di farle la corte anche lui, e si rovinava la salute, da povero collegiale; e infine il pretino don Vinè che ne fuggiva la tentazione.

             Prima comparve l’asino e cadde: si abbandonò disperatamente, con le orecchie ciondoloni, gli occhi chiusi, tutto trafelato e sbuffante, come a dire che proprio non ne poteva più. Sopravvenne, arrovellato, come una furia d’inferno, Natale, col randello brandito.

             – Su, majale! su!

             Perché pare che un asino si debba offendere a sentirsi dare del majale. Ma invece no. Forse Natale lo comprese e cominciò allora anche a sonargli randellate di santa ragione. Però l’asino, – Suona! – come se non le dessero a lui. Soltanto si provò a levare a metà un’orecchia spelata, quasi per sentire da qual parte venissero.

             Terzo, stronfiando, arrangolato, comparve il nuovo avventore, l’avvocato Pompeo Lagùmina: un gigante miope, furibondo contro la propria lente che non gli si reggeva più sul naso sudato. Le ampie tese del cappello di tela bianca gli s’erano ammoscite e appiccicate sul faccione, dal troppo sudore. Si precipitò su l’asino, gridando a Natale che si cacciò la testa tra le spalle:

             – Me lo carico io, mascalzone, come Morgan te il cavai de la badia!

             E si provò davvero a caricarsi l’asino, tra le risate fragorose degli spettatori.

             –    Ma se è una montagna! – gemette l’asinajo, per scusarsi col principale.

             –    E son venuto a piedi! – gridò, sollevandosi, Pompeo Lagùmina. – Codesto tuo asino non si regge su le gambe, più asino di te!

             –    Con quella cassa piena di piombo… – grugnì allora Natale.

             –    Di scienza, bestia! Sono libri! – incalzò Pompeo Lagùmina, prendendo per le spalle Natale e dandogli un poderoso scrollone.

             –    E perciò l’asino non li porta, – osservò placidamente l’ex-deputato Quagliola; mentre il Lagùmina, infuriato, diceva a Natale:

             –    Non ti pago! Non avrai mercede!

             Il signor Lanzi s’interpose, pieno di garbo:

             –    Faccia come vuole, signore; ma si levi di qua, prego: è troppo sudato: può prendere un malanno.

             –    Grazie. Non c’è pericolo, – rispose il Lagùmina, protendendo il possente torace. – Lei è l’albergatore?

             –    A servirla.

             –    Favorirmi, grazie. Dunque senta: io l’asino non l’ho toccato. Mi son provato a cavalcarlo: i piedi mi strisciavano per terra, poi, a un certo punto, mi si piegò sotto.

             –    Gli ha rotto il filo della schiena! – tornò a brontolare Natale.

             –    T’uccido! – tonò Pompeo Lagùmina, voltandosi e alzando, terribile, un pugno. – Non fiatare!

             La signora Ardelli, dalla finestra, sbruffò un’irrefrenabile risata. Il Lagùmina alzò il capo, irato; ma vide che il riso era partito da una signora e provò a spiccicarsi dal capo sudato il cappello di tela, sorridendo anche lui come un buon bamboccione.

             – Non se ne parli più! Lo prende in grazia lei, signora? Ma la signora Ardelli era già scappata via dalla finestra.

             –    Son venuto qua appositamente per studiare, – riprese il Lagùmina, rivolgendosi all’albergatore e facendosi all’improvviso molto serio, quasi scuro. – Avrei bisogno d’una stanza appartata.

             –    Ah, qua son tutte cellette di frati, – disse il signor Lanzi, – fatte apposta per lo studio e per la meditazione, signore. Ecco, venga a vedere.

             –    Signori, – salutò con un profondo inchino il Lagùmina; e seguì impettito, con passo da granatiere, il signor Lanzi.

             L’ex-deputato Quagliola e il professor Picinelli alzarono il capo a guardare quelli che si erano goduta la scena dalle finestre. Il Mesciardi si stropicciò le mani, come per dire: – «Allegri! è venuto lo spasso!» – e Quagliolino domandò:

             –    Piombo, Natale? Hai ragione.

             –    Mi ha ammazzato l’asino, mannaggia! – sacrò questi, mentre sudava a svincolar con le mani e coi denti la corda che teneva legato il carico sul basto.

             Il Picinelli si provò a persuadere con le buone l’asino a rialzarsi; ma la povera bestia, che conosceva soltanto il linguaggio del bastone, alle amorevoli esortazioni drizzò le orecchie e le ribassò subito, chiudendo gli occhi e pensando evidentemente: «Non dicono a me!».

             Poco dopo, tramontato il sole, gli avventori del Romitorio si disponevano a desinare sotto gli alberi della vetta, dalla parte di levante.

             Pompeo Lagùmina s’era tutto rinfrescato con abbondanti abluzioni, e venne a prender posto, beato e sorridente nell’ampio faccione di gigante pacifico, tra il professor Picinelli e i due Quagliola. Portava sotto il braccio un grosso libraccio rilegato.

             – Eh, – sospirò, chiudendo gli occhi e deponendo il libro su la tavola. – Non ho proprio un minuto da perdere.

             Ciascuno degli avventori aveva il suo tavolino; solo i due Quagliola desinavano insieme. L’avvocato Mesciardi tese l’orecchio per sentire ciò che diceva il nuovo venuto: avrebbe voluto goderselo anche lui; ma non voleva lasciare il posto accanto alla signora Ardelli. Ebbe un’idea: trasse dal portafogli un biglietto da visita e andò a presentarsi al Lagùmina.

             –    Poiché lei s’è fatto monaco con noi…

             –    Giustissimo! Obbligatissimo! – esclamò il Lagùmina. Si alzò e, con molto garbo, distribuì in giro il suo.

             –    Io sono il più anziano, – disse il Quagliola, – ma, in considerazione della statura, sarà meglio cedere a lei, avvocato Lagùmina, il priorato del nostro convento.

             –    Accetterei molto, molto volentieri, – rispose dolente il Lagùmina, – e saprei, non dubiti, istituire (col beneplacito del nostro don Vinè) un nuovo Ordine coi fiocchi, di romiti gaudenti: brigata spendereccia. Ma proprio non posso: ho i minuti contati! Debbo prepararmi a un concorso difficilissimo: quello di referendario al Consiglio di Stato.

             –    Nientemeno! – esclamò il Mesciardi.

             –    Eh, purtroppo, come si fa? – sospirò il Lagùmina. – Per me è vitale! Se non riuscissi… ma che! ma che! non voglio neanche metterlo in dubbio. Ho però solo un mese davanti a me. Quando ci penso, mi sento mancar l’animo.

             Non l’appetito, però, per dire la verità. Divorava. Si calò pulitamente nella voragine dello stomaco un bislungo di risotto senza accorgersene, discorrendo del concorso. Tanto che, quando con la forchetta nel bislungo, frugando, non trovò più nulla, guardò in giro i commensali, poi il cameriere, e disse:

             –    Se non m’inganno, m’è parso buono. Vogliamo fare un bis”! Portamene un altro. Eh, l’aria montanina! Peccato che non possa goderne. Ma mi… mi… mi conforta, ecco, mi conforta il pensiero che lo studio è stato sempre la mia passione.

             –    Anche il risotto, direi, – osservò piano il Quagliola, rivolto al Picinelli.

             E anche, bisogna dire la verità, anche le cotolette e il pollo e l’insalata, e via seguitando. Don Vinè, magrolino e disappetente, ne rimase addirittura esterrefatto.

             E il libro? Un po’ di pazienza: a fin di tavola.

             – Qua si sta d’incanto! – esclamò, levandosi insieme con gli altri e prendendosi il ventre con le mani, soddisfatto, satollo. – E ora, un tantino al rezzo, eh? Proprio ci vuole.

             E andò a sdrajarsi, più là, a pie d’un faggio.

             «Oggi è sabato… Arrivo adesso… » si mise a pensare poco dopo, accendendo il sigaro, beatamente. «Domani, domenica… Meglio cominciar da lunedì, per assuefarmi prima, almeno un po’, e togliermi ogni curiosità del luogo.»

             E guardava, intanto, laggiù in fondo, azzurre e lievi nella lontananza, le giogaje degli Appennini.

             «Buona spina dorsale della patria nostra!»

             Ecco: belle idee, così nell’ozio, senza starci a pensare, gliene venivano, di tanto in tanto, e qualche immagine robusta. Via via, l’avrebbe superata, quella prova tremenda. Non era uno sciocco, perbacco! «Gli Appennini, spina dorsale della patria.» – Chi sa se qualcuno lo aveva mai detto prima di lui?

             La testa gli riposava male, appoggiata al tronco dell’albero: si tirò più giù e la posò sul libro. Poco dopo ronfava, contemplato dagli altri avventori, accorsi in punta di piedi al richiamo del terribile Quagliolino.

             – Zitti! Studia… – disse alla fine Quagliola padre, ponendosi un dito su le labbra. – Non lo disturbiamo. E già entrato al Consiglio di Stato.

             Ma ve lo lasciarono star poco! Ogni sabato sera, la colonia del Romitorio accoglieva con rumorosa festa il cavaliere Ardelli di ritorno dalla città. Alle risa, al frastuono, il Lagùmina si svegliò di soprassalto, e poiché aveva sognato gli esami e aveva avuto paura, d’un subito si tolse il libro di sotto il capo per mettersi a leggere, con gli occhi gonfi e rossi dal sonno interrotto. Quegli sfaccendati intanto gli vennero sopra, portando in trionfo su l’asino l’Ardelli, che per la statura rivaleggiava col Quagliola, ma aveva in compenso un testone da Golia.

             – Ecco la novità! – esclamò il Mesciardi, indicando il Lagùmina. – Le presentiamo il nostro padre priore!

             Il Lagùmina si alzò sorridente.

             –    Ho detto che non posso accettare. Mi vedono? Sto qui a rompermi la testa. Perdio, è già sera? Leggendo, non me n’ero accorto.

             –    Lei ci perderà la vista; glielo dico io! – esclamò con molta serietà il Quagliola.

             Domenica.

             Veramente, ecco, s’era proposto di non perdere neppure un giorno, neppure un minuto. Ma non aveva già la sera avanti stabilito con se stesso, che avrebbe cominciato da lunedì? Sì, per assuefarsi un po’ alla montagna, ecco. E poi, era già troppo tardi.

             – Le nove?

             Perbacco, che dormitona! Domani, lunedì, alle cinque, in piedi!

             Si levò, si vestì, si cacciò un altro librone sotto il braccio, e scese su la spianata.

             Quanta gente! Signore, signorine, venute su, giocondamente, coi somarelli dai paesi vicini. Dalla parte di levante, tra due alberi, l’altalena: vi montavano a turno altre signorine, con gridolini d’allegro spavento, a ogni spinta un po’ troppo forte dei giovanotti, ai quali, fingendo di non badarci, di non pensarci, lasciavano intanto ammirare, nelle volate, i bei polpacci stretti nelle calze colorate e traforate, e anche…

             Pompeo Lagùmina distolse gli occhi da quello spettacolo, aggrottando le ciglia. Ah, lui, no! lui non doveva più guardare donne. Ne portava una nel cuore, e basta. L’uomo serio, quando abbia preso un impegno, sia da vicino sia da lontano, deve rispettarlo, fedele anche col pensiero. Via, via! E s’intenerì pensando alla sua Sandra, alla sua modesta Sandrina, che da due anni si consumava d’amore, aspettando il giorno delle nozze e lottando contro l’arcigna madre che le teneva continuamente tra i piedi un cugino ricco, quello stupido Mimmino Orrei, a cui Sandrina non risparmiava né sgarbi né beffe. Povera Sandrina! Ma che poteva farci lui? Il cuore, sì, largo: un mare! Quanto a cuore, Creso; quanto a soldi… – eh? Diogene… sì, Diogene quando buttò via anche la ciotola, per bere nel cavo delle mani. Ma veramente Diogene non quadrava bene al caso. Quel che sarebbe andato a capello veramente – ah! – entrare al Consiglio di Stato. Allora sì la madre avrebbe acconsentito alle nozze. Ma come studiare, come prepararsi al concorso, lì, in città, dopo tante ore passate al Ministero di Agricoltura Industria e Commercio, con la voglia matta di correre dalla fidanzata? Impossibile! Ci voleva un mesetto di licenza, e andar lontano, in qualche posto solitario. Ma ci volevano anche i mezzi.

             Per miracolo a Pompeo Lagùmina non spuntarono le lagrime, lì, in presenza di tanta gente, pensando a quello che aveva saputo fare Sandrina per lui. Aveva messo da parte, di nascosto, chi sa con quanto stento quelle mille lire che gli aveva date a viva forza per mandarlo via, lontano da lei, a studiare. E tutto ora dipendeva da quell’esame.

             Subito Pompeo Lagùmina aprì il libro.

             – Anche qui? fra tanto chiasso? – venne a dirgli l’avvocato Mesciardi, il quale per far dispetto alla signora Ardelli che in quel giorno era tutta del marito, se ne stava a guardar le gambe delle signorine su l’altalena.

             – Ha ragione! – sospirò il Lagùmina. – Qua non è possibile! Il nostro convento è invaso oggi dalle demonia!

             E rise. (Ecco! un’altra bella frase, di sapore classico. Erano il suo forte. Gli venivano spesso, così, a lampi, spontaneamente!) Si alzò, pensò d’internarsi giù nella macchia che vestiva, nel ripidissimo pendio, tutto il monte.

             Che bellezza! Che ombra! Che frescura!

             – Ohi! ohi!

             Niente. Un ruzzolone. Perbacco, bisognava andar cauti, con tutto quel pacciame di foglie per terra, lubrico tappeto. S’era fatto un po’ male all’osso sacro. E il libro? Guarda, era scivolato fino a quel tronco laggiù…

             Il Lagùmina non ebbe più coraggio di muovere un passo: si teneva aggrappato a un cespuglio e provava ad allungare un piede… via… fino a quel tronco… là! Ma il naso, no! che c’entrava? E per miracolo non gli s’erano rotte le lenti, urtando nel tronco. Via, con più cautela… Era pur divertente quell’andar così, a volate. Un’altra… e poi un’altra… Giù giù, di tronco in tronco, si ridusse fin quasi a pie del monte.

             – Bravo, Pompeo! E ora a risalire ti voglio!

             E il libro? Ma guarda un po’! se l’era dimenticato per terra, lassù… E come ritrovarlo, adesso? fra tanti alberi?

             – Se non lo trovo, son rovinato! Su… su…

             Lo ritrovò, per fortuna, dopo circa tre ore di smaniosa ricerca: lo ritrovò lì aperto, tra le foglie secche a pie del tronco, con un segno evidentissimo che un uccellino vi s’era posato a leggere, a studiare in sua vece e a digerir per lui, subito subito, tutte le cognizioni apprese in un batter d’occhio.

             – Ma che sporcaccione!

             Riguadagnò infine la vetta, infocato strappato sbracato, in un mar di sudore e con un formidabile appetito.

             Lunedì.

             Prima di tutto, i libri a posto! – Erano le cinque in punto: l’ora stabilita; e Pompeo Lagùmina, contentone, si diede una fregatina alle mani.

             Ma il tavolino… eh, troppo piccolo per tutti quei grossi libri! voleva averli sotto gli occhi, tutti, a portata di mano. Un tavolino più grande, intanto, non sarebbe entrato nella cellette. Come fare? Un lampo! dei suoi! La cassa, su due seggiole, accanto al tavolino. Ecco fatto!

             E si mise con molta diligenza a disporre i libri per materia, poi preparò la carta per gli appunti, temperò il lapis nero e poi quello rosso e turchino, per certi suoi segni particolari (espedienti mnemonici!) e finalmente si sedette per intraprendere la grande preparazione.

             – Avvocato Lagùmina! Avvocato Lagùmina! Ecco gli sfaccendati!

             Pompeo Lagùmina sbuffò, scotendo in aria, rabbiosamente, le pugna. Ma li avrebbe lasciati cantare. Perbacco, era una vera indiscrezione! Sapevano bene che egli non era venuto lassù per divertirsi.

             –    Padre Lagùmina.

             –    Padre Priore!

             E dalli col priore! Intanto, a non rispondere, chi sa per quanto tempo avrebbero seguitato a chiamarlo; e poi potevano anche credere che egli se ne stesse ancora a dormire.

             S’affacciò alla finestra:

             – Signori miei, chiedo scusa. Sto qui dalle cinque a studiare. Già lo sanno.

             – Non so nulla! – gridò il signor Ardelli montando su l’asino. – Io me ne ritorno in città e voglio essere accompagnato da tutta la comunità fino all’uscita della macchia!

             –    Non posso, mi scusi, – rispose il Lagùmina. – Lei ha già tanta bella compagnia. Mi lasci studiare.

             –    Non sento ragione! – rispose l’Ardelli. – Non posso rinunziare al priore.

             –    Ma è l’onorevole Quagliola il priore…

             –    E allora io, priore, – disse questi, – le ordino di scendere per accompagnare il nostro frate cercatore.

             –    Benissimo! Benissimo! – approvarono gli altri. E il Mesciardi aggiunse:

             –    Via, avvocato Lagùmina, pensi che una passeggiatina di buon mattino fa bene al cervello, schiarisce le idee.

             –    Questo è vero, – si piegò a dire il Lagùmina, per cortesia, e anche… sì, perché era indubitabile che una passeggiatina…

             Non l’avesse mai detto! – Dunque scenda! dunque scenda! – gridarono a coro gli sfaccendati. Poteva più rifiutarsi? Si ritrasse dalla finestra; sbuffò un’altra volta, e scese.

             –    Presto però! Mi raccomando! – premise.

             –    Il tempo di scendere e di risalire… – gli risposero. Ma così nello scendere come nel risalire, lo fecero parlar tanto del suo difficilissimo concorso, che si ridussero su la vetta del monte all’ora della colazione.

             Pompeo Lagùmina se ne mostrò inconsolabile. Protestava di non voler mangiare.

             –    Una mattinata perduta!

             –    Eh via, che ci vuol fare adesso? – gli disse il Mesciardi. – Pazienza! Studierà dopo.

             –    Ma si studia bene di mattina, lo sanno, – gridò stizzito il Lagùmina. – Mi lascino andare… Non mi trattengano…

             –    Se lei non si nutre, – osservò con la solita serietà flemmatica il Quagliola,

             – glielo dico io, non potrà resistere all’enorme fatica. È vero, signora Ardelli?

             –    Ma l’avvocato mangerà: – concluse questa. – Vorrà scusarci, se non abbiamo saputo fare a meno della sua graziosa compagnia…

             –    Ma che dice mai, signora! – esclamò, con subita commozione, il Lagùmina.

             – Ma io sarei felicissimo… se non mi trovassi in queste angustie…

             – Le promettiamo, – riprese la signora Ardelli, – che non la disturberemo più. Va bene così? E ora mangi: faccia questo piacere a me.

             Così, quella mattina, proprio per far piacere a quella gentilissima signora che lo aveva pregato con tanta insistenza, Pompeo Lagùmina mangiò. Mangiando, chiacchierando, dimenticò la stizza e il dispiacere, e potè fare onore al suo appetito: tanto che stentò non poco, alla fine, a sollevarsi dalla seggiola. Ma – nessuna remissione, adesso: – studiare!

             – Lor signori vanno a dormire? Io ritorno ai miei libri. Buon riposo!

             E salì alla sua celletta. Veramente, armato di tutta la buona volontà, si mise a studiare. Sentiva in sé, specialmente su le palpebre, il nemico invasore, il sonno; e voleva con tutte le forze resistergli; ma, impegnando così, in quello sforzo, tutta l’attenzione, leggeva e non capiva. Si agitò smaniosamente su la seggiola, e riprese daccapo la lettura. Ora però, concentrando invece sul libro tutta l’attenzione, allentava per conseguenza lo sforzo di resistenza al sonno. Così, pian piano, il nemico lo invase, senza ch’egli se n’accorgesse: gli occhi gli si chiusero da sé. A un crollo più forte del capo, si svegliò, intontito. Si guardò attorno: vide il letto. Era inutile, via! Bisognava assolutamente che si concedesse, dopo tutto quel pasto, con tutto quel caldo, un’oretta di sonno: un’oretta sola.

             Si svegliò, che era già quasi sera.

             –    Dio, che aria rannuvolata! – gli gridò Quagliola dallo spiazzo, vedendolo alla finestra. – Ho capito. Lei ci vuole proprio lasciar la pelle!

             –    Eh sì, difatti, – borbottò il Lagùmina, passandosi una mano su la fronte e su gli occhi, come se davvero avesse fin’allora studiato ma non tanto per farlo credere agli altri, quanto per il bisogno angoscioso di crederlo egli stesso.

             –    Venga giù! Noi abbiamo già desinato.

             –    No, più tardi, se mai, – rispose il Lagùmina. – Adesso devo scrivere una letterina.

             E scrisse alla sua cara Sandra che egli lassù era solo, solo in compagnia d’un grosso cane che i vecchi frati non avevano potuto indurre ad abbandonare l’antico romitorio; e ch’egli lassù, in quella solitudine alpestre, sentiva freddo, freddo anche dentro, nell’anima, così lontano da lei, e che per consolarsi studiava ininterrottamente, anche durante il pasto frugale, che ogni mattina un ragazzotto gli recava dal prossimo paesello, lì nell’antico refettorio de’ frati, deserto, mentre il vento urlava di fuori, squassando gli alberi annosi della vetta e il grosso cane lo spiava intento, coi grandi occhi buoni, pieni di silenzio…

             S’intenerì fino alle lagrime Pompeo Lagùmina rileggendo quella sua patetica lettera, sincerissima nelle bugie, poiché egli di gran cuore, ardentemente, avrebbe desiderato che fosse vero tutto ciò che aveva scritto. E discese, poco dopo, cupo, raffagottato, con un nodo alla gola, a cenare.

             Martedì.

             Per l’orrore che la vista del letto gl’ispirava, dopo il tradimento del giorno avanti, il martedì mattina Pompeo Lagùmina decise di recarsi a studiare nella macchia, all’ombra, tranquillamente. Così anche nessuno lo avrebbe disturbato.

             Scelse il libro da portarsi, prese il quaderno degli appunti, e via.

             S’era da poco internato nella macchia, quando un grido represso lo fece sobbalzare. Quagliolino, tutto affocato in volto, con gli occhi lustri, s’era d’un subito rivoltato, pancia a terra, e lo guardava, sospeso e sorridente.

             Il Lagùmina sorrise anche lui, e gli domandò, crudele:

             –    L’ho disturbato?

             –    No. Niente, – rispose, abbassando gli occhi, il giovinetto; e aggiunse: – Ha veduto… di là?

             –    Che cosa? No sa? stia tranquillo. Non ho veduto niente.

             –    Dico, se ha veduto di là il bello spettacolo che offrono tra la macchia certi signori !

             – Ah! Echi?

             – Mah… vada a vedere… di là…

             E indicò un punto nella macchia. Il Lagùmina, vivamente incuriosito, vi si diresse. Poco dopo, Quagliolino lo raggiunse:

             –    Faccia piano… in punta di piedi… Non so se ci siano ancora.

             –    Ma chi sono? – domandò di nuovo il Lagùmina.

             –    Come? non l’ha ancora capito? Ma il Mesciardi e la signora Ardelli! Pompeo Lagùmina spalancò tanto d’occhi:

             –    Dice sul serio? Fino a questo punto? Quagliolino sospirò, accigliato, dicendo di sì, col capo.

             –    E quel povero cavaliere! – riprese il Lagùmina. – Ah, perciò jeri gli hanno fatto tanta festa?

             –    Ma glie la fanno ogni giorno! – raffibbiò Quagliolino.

             –    Eh… che vuole! – esclamò il Lagùmina, traendo un gran sospiro. – Il luogo è tentatore! traditore! L’ozio… la stagione… L’uomo, hic et haec, sa? bestia vile… cede, cede… Non c’è buona volontà che tenga… Vede me? Ero venuto qua apposta, per studiare. Con questa notizia, lei m’ha già tutto scombussolato… E orribile, non tanto, veda, questo tradimento che ci avviene per caso di scoprire, quanto, in generale, l’accertamento della comune miseria umana, della debolezza della nostra natura, esposta alla mercé dei casi, delle circostanze propizie allo sviluppo dei germi del male in tutte le sue gradazioni, dal più piccolo fallo fino al delitto più mostruoso. Ah, il male è invincibile in noi, invincibile!

             E seguitò su questo tono, a lungo, a lungo, abbagliandosi lui stesso nei lumi del suo discorso, e quasi inebriandosi della sua voce, felice, beato delle idee originali e profonde che gli sgorgavano così facilmente dal cervello e intontivano quel povero ragazzo che credeva di non meritarsi questo da lui.

             Quando potè riprender fiato dallo stordimento, Quagliolino domandò:

             – Vogliamo tentare se ci riesce di scovarli?

             Pompeo Lagùmina non sapeva più di che si parlasse; voleva ripensare a quel che aveva detto, e non ci riusciva. Disperazione! La sua intelligenza era proprio così a lampi. Era capace, in certi momenti, di restare come un allocco davanti a un ragazzino; e, in certi altri, di stordire il mondo.

             –    Andiamo?

             –    Ebbene, sì, andiamo.

             S’aggirarono per la macchia come due segugi, parecchie ore, arrestandosi di tratto in tratto, sospesi, ansiosi a ogni minimo rumore, al crollo d’una foglia secca in distanza. Pompeo Lagùmina si sentiva animato in quella ricerca da uno spirito eroico, come se dovesse salvare l’umanità da una grande infamia.

             – Povero cavaliere!

             Ma, per quanto cercassero, non riuscirono a scoprire i due colpevoli. E così, anche quella mattina si fece l’ora della colazione, senza che Pompeo Lagùmina avesse aperto il libro.

             Mercoledì, giovedì, venerdì…

             Man mano che i giorni passavano così vuoti, ora per una ragione, ora per un’altra, da una parte l’avvilimento e il rimorso, dall’altra la trepidazione angosciosa per gl’incombenti esami, crescevano nell’anima di Pompeo Lagùmina, e certi giorni diventavano così pungenti e forti ch’egli non poteva più star solo, lì nella celletta; si vedeva proprio costretto a scappare, per parlar con qualcuno, e distrarsi. La vista di tutti quei libri, di cui già avrebbe dovuto leggere almeno una buona parte, gli diventava intollerabile; tutta quell’enorme materia di scienza politica, giuridica, amministrativa, gli s’accumulava, gli sorgeva davanti agli occhi come una montagna insormontabile che gli levava il respiro; e allora scappava, disperato, si presentava su la spianata, ove, all’ombra degli alberi, quegli altri beati se ne stavano in ozio, a sfrottolare.

             – Una boccata d’aria! Mi si gonfiano le tempie. Mi fuma la testa.

             E ora si metteva a parlare fervorosamente, per stordirsi, ora se ne stava muto, aggrondato, e poco dopo riscappava, tornava su, a studiare, esortandosi a non perdersi d’animo; e riapriva i libri, riprendeva la lettura. Dopo alcune pagine, però, incontrando la prima difficoltà, risentiva più profondo l’avvilimento; e di nuovo la smania lo assaltava, come una vellicazione irritante allo stomaco, un’angosciosa rabbia che lo rendeva crudele, feroce contro se stesso. Si sarebbe preso a schiaffi; sgraffiata la faccia; mugolava coi gomiti sul tavolino, il testone tra le mani che tenevano forte acciuffati i capelli.

             – Che colpa ha lui, poveretto, – diceva intanto Quagliola ai compagni, sulla spianata, dopo essersi accertato che il suo figliuolo non stava là ad ascoltarlo, – che colpa ha lui, se la natura lo ha dotato di quel corpo così prepotente, che vuol mangiare e dormire, e che quando ha mangiato, caschi il mondo, non ri ceve più cognizioni di sorta? Chiude gli occhi, e buona notte! Può tenerseli aperti per forza? Quando non si può, non si può.

             E per carità di prossimo, andava coi compagni sotto le finestre del Lagùmina e lo chiamava, perché egli potesse addebitar loro la colpa del tempo perduto, e per offrirgli così il pretesto di sottrarsi senza rimorso al suo martirio.

             –    Debbo studiare! – dichiarava l’infelice ogni volta, affacciandosi alla finestra.

             –    Va bene! va bene! – gli rispondevano dalla spianata il Mesciardi o il Quagliola o il Picinelli. – Ma intanto venga un po’ giù, che diamine! un momento di respiro! Guardi: abbiamo bisogno di lei; ci levi un dubbio!

             E fingevano di credere alla gran preparazione che egli diceva d’aver fatta in quel giorno, e lo incoraggiavano:

             – Bravo, avvocato! Siamo già in porto! Ora si riposi un tantino!

             Pompeo Lagùmina si mostrava loro gratissimo di quel momentaneo sollievo, di quelle buone parole: il cuore gli si gonfiava dalla tenerezza, gli spuntavano finanche le lagrime, dietro gli occhiali. Se li sarebbe baciati! Si stizziva invece contro di loro e arrivava a odiarli, quando si dimenticavano di lui, e lo lasciavano lì solo, nella celletta, senza disturbarlo. Si affacciava allora, non chiamato, alla finestra, per farsi vedere; e tendeva, irresistibilmente, l’orecchio per sorprendere qualche parola pei loro discorsi, e borbottava:

             – Potrebbero parlar più basso… Brutte bestie! Egoisti! si divertano… è giusto, durante la villeggiatura… Ma potrebbero andarsene più al largo, a conversare… Proprio qui, dove sanno che c’è un pover’uomo che deve studiare?

             Così si arrivò alla terza domenica del mese, durante la quale fu inaugurato sulla vetta il giuoco delle Grazie, coi cerchi e le bacchette portati da quel demonio tentatore del cavaliere Ardelli, per innocente passatempo dei poveri frati del Romitorio.

             Nessuna delle signorine venute lassù quel giorno si dimostrava destra in quel giuoco, e neppure la signora Ardelli riusciva a insegnar loro il modo di lanciare il cerchio con le due bacchette e di coglierlo poi a volo. Pompeo Lagùmina, distratto continuamente dagli scoppi di riso di quelle signorine, s’era affacciato più volte, furibondo, alla finestra. Neppure in quel giorno festivo egli aveva voluto concedersi vacanza:

             – Voglio vedere chi la vince! – aveva ripetuto più volte a se stesso, nella mattinata.

             Ma era troppo il chiasso giù. E più d’una volta, affacciato alla finestra, partecipando con gli occhi, involontariamente, a quel nuovo divertimento, si era sentito prudere le mani, perché – quantunque miope – era bravissimo, lui, in quel giuoco. Finalmente, una volta, non seppe tenersi dal gridare a quelle signorine:

             – Ma non così! Non così, scusino!

             Si voltarono tutte a guardare verso la finestra, e la signora Ardelli lo pregò insistentemente, lo supplicò di scendere a far da maestro.

             – Solo per cinque minuti… Mi raccomando! – premise il Lagùmina. Insegnava da circa un’ora – eh! oilà! oilà!  – tutto sudato, come si lanciasse il

             cerchietto delle Grazie, tra gli evviva e gli applausi di quella gaja frotta di signorine, quando…

             Fu proprio un fulmine a ciel sereno.

             Pompeo Lagùmina rimase impietrito, con le due bacchette levate, e il cerchietto ch’era per aria venne a insertarglisi su la fronte, come una corona. Risero tutti, e rise anche lui, cercando di dominarsi e accorrendo verso Sandrina e la madre, che stavano a osservarlo zitte zitte, con l’occhialetto – lì, su lo spiazzo.

             –    Che bella improvvisata!

             –    Bugiardo!

             –    Imbroglione!

             –    Come… ma no! perché?

             –    Burattino!

             –    Buffone!

             –    Sandrina mia… Ma sentite…

             –    Vada via!

             –    Si vergogni!

             Non vollero lasciarlo parlare, non vollero sentir scuse: appena egli apriva bocca, subito gli esplodevano così a bruciapelo, un insulto per una. Poi gli voltarono le spalle, e via, ridiscesero il monte senza riposarsi neppure un momento, né voler bere neanche un sorso d’acqua.

             Pompeo Lagùmina andò a chiudersi nella celletta, e si buttò sul lettuccio, ove rimase un pezzo in una tetraggine attonita, di cui egli stesso, a un certo punto, ebbe sgomento. In quel vuoto orrendo, in quella sospensione terribile della coscienza, una truce idea gli s’era affacciata, a cui egli, avvilito, perduto, non sapeva ribellarsi. Pensò che non aveva armi con sé. Gli sovvenne il racconto che il signor Lanzi aveva fatto alcuni giorni addietro del suicidio d’un povero carabiniere, il quale, nello scorso inverno, era venuto a buttarsi da uno dei rocchi del monte, dalla parte di ponente. Orribile morte!

             Ma, alla fine, soccorso dalle risate delle signorine su la spianata, egli potè sottrarsi all’incubo di quella idea spaventevole.

             Si alzò dal letto e decise di scrivere una lunga lettera di spiegazione a Sandrina, proponendosi di rimeditare sul proposito violento, dopo la risposta della fidanzata a quella sua lettera.

             Naturalmente, in quei giorni di tremenda attesa, non gli fu possibile studiare. E chi avrebbe potuto, in quelle condizioni di spirito?

             Scendeva, angosciato, funebre, a desinare, e non s’accorgeva di mangiare; poi andava a buttarsi di nuovo sul letto, e soltanto nel sonno trovava un po’ di requie.

             Dopo due giorni, arrivò la risposta; ma non di Sandrina. Gli scriveva la madre e gli diceva che alla figlia era bastato lo spettacolo indecente di quel giorno, perché rinsavisse e le desse finalmente la consolazione di accogliere il suo saggio, antico consiglio: quello di accettar la mano del cugino Mimmino Orrei immeritatamente da lei respinto. Ogni relazione tra lui e Sandrina era rotta per sempre.

             Pompeo Lagùmina si precipitò sulla spianata con quella lettera in mano. Il suo spirito era come ubriacato dal dispetto; ma il corpo gigantesco trionfava nella ricuperata libertà, come se si fosse tolto un macigno dal petto.

             –   Allegri, signori! – gridò agli amici sfaccendati. – Non debbo dar più l’esame; posso ora assumere la carica di Padre Priore! Ehi, cameriere! Che diamo oggi a questa brigata spendereccia?

             Ogni mercoledì corredo grande di lepri, starne, fasani e pavoni, e cotte manze et arrosti capponi e quante son delicate vivande…

Concorso per referendario al Consiglio di Stato – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
Concorso per referendario al Consiglio di Stato – Audio lettura 2 – Legge Stralf (Librivox.org)
Concorso per referendario al Consiglio di Stato – Audio lettura 3 – Legge Valter Zanardi
Concorso per referendario al Consiglio di Stato – Audio lettura 4 – Legge Giuseppe Tizza

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In silenzio – Audio lettura 3

Legge Giuseppe Tizza
In silenzio audiolibro

René Magritte, La voce del silenzio, 1928

In silenzio

Legge Giuseppe Tizza

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             –    Waterloo! Waterloo, santo Dio! Si pronunzia Waterloo!

             –    Sissignore, dopo Sant’Elena.

             –    Dopo? Ma che dice? Come c’entra Sant’Elena adesso?

             –    Ah, già! l’isola d’Elba.

             –    Ma no! lasci l’isola d’Elba, caro Brei! Crede che una lezione di storia si possa improvvisare? E dunque segga!

             Cesarino Brei, pallido, timido, sedette; e il professore seguitò a guardarlo per un pezzo, contrariato, se non proprio stizzito.

             Quel ragazzo, della cui diligenza e buona volontà nello studio s’era tanto lodato ne’ due primi anni di liceo, ora, – cioè da quando aveva indossato l’uniforme di convittore del Collegio Nazionale, – pure stando attento attentissimo alle lezioni da quel bravo alunno che era, eccolo là: neanche le vere ragioni per cui Napoleone Bonaparte era stato sconfitto a Waterloo sapeva più penetrare !

             Che gli era accaduto?

             Non se ne sapeva render conto nemmeno lo stesso Cesarino. Stava ore e ore a studiare, o per dir meglio, coi libri aperti sotto le grosse lenti da miope; ma non poteva più fermare l’attenzione su di essi, sorpreso e frastornato da pensieri nuovi e confusi. E questo, non soltanto dacché era entrato in collegio, come i professori credevano, ma da qualche tempo prima. Anzi Cesarino avrebbe potuto dire che a causa di questi pensieri appunto e di certe strane impressioni s’era lasciato indurre dalla madre a entrare in collegio.

             La madre (che lo chiamava Cesare e non Cesarino) senza guardarlo negli occhi gli aveva detto:

             – Tu hai bisogno, Cesare, di cambiar vita; bisogno d’un po’ di compagnia di giovani della tua età, e d’un po’ d’ordine e di regola, non solo nello studio, ma anche nello svago. Ho pensato, se non ti dispiace, di farti passare quest’ultimo anno di liceo in collegio. Vuoi?

             S’era affrettato a rispondere di sì, senza pensarci su due volte; tanto turbamento la vista della madre gli cagionava da alcuni mesi.

             Figlio unico, non aveva conosciuto il padre, il quale doveva esser morto giovanissimo, se la madre si poteva ancora dir giovane: trentasette anni. Lui già ne aveva diciotto: cioè proprio l’età che aveva la madre quando aveva sposato.

             I conti tornavano; ma, veramente, l’essere sua madre ancora giovane e l’avere sposato a diciotto anni, non voleva poi dire che, per conseguenza, il padre doveva esser morto giovanissimo, perché la madre poteva avere sposato uno maggiore d’età di lei, e fors’anche un vecchio, eh? Ma Cesarino aveva poca fantasia. Non s’immaginava né questa né tant’altre cose.

             In casa, del resto, non c’era alcun ritratto del babbo, né alcuna traccia ch’egli fosse mai esistito: la madre non gliene aveva mai parlato, né a lui era mai venuta curiosità d’averne qualche notizia. Sapeva soltanto che si chiamava Cesare come lui, e basta. Lo sapeva perché negli attestati di scuola c’era scritto: Brei Cesarino del fu Cesare, nato a Milano, ecc. A Milano? Sì. Ma non sapeva nulla neanche della sua città natale, o per dir meglio, sapeva che a Milano c’era il Duomo, e basta: il Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele, il panettone, e basta. La madre, anch’essa milanese, era venuta a stabilirsi a Roma subito dopo la morte del marito e la nascita di lui.

             Quasi quasi, a pensarci, Cesarino poteva dire di non conoscer bene neppure la madre. Non la vedeva quasi mai durante il giorno. Dalla mattina fino alle due del pomeriggio, ella stava alla Scuola Professionale, dove insegnava disegno e ricamo; andava poi in giro fino alle sei, fino alle sette, talvolta fino alle otto di sera, per impartire lezioni particolari anche di lingua francese e di pianoforte. Rincasava stanca, la sera; ma, pure in casa, in quel po’ dì tempo prima di cena, altre fatiche, certe cure domestiche a cui la serva non avrebbe potuto attendere; e, subito dopo cena, la correzione dei lavori delle scolarette private.

             Mobili più che decenti, tutte le comodità, guardaroba ben fornito, dispensa abbondantemente provvista, eh sì, sfido! con tutto questo gran lavoro della mammina infaticabile; ma che tristezza anche, e che silenzio in quella casa!

             Cesarino, ripensandoci dal collegio, se ne sentiva ancora stringere il cuore. Quand’era là, appena ritornato dalla scuola, desinava solo, svogliato, nella saletta da pranzo, ricca ma quasi buja, con un libro aperto davanti appoggiato alla bottiglia dell’acqua sul riquadro bianco del tovagliolo apparecchiato lì per lì sulla tavola antica di noce; poi si chiudeva in camera a studiare; e, infine, la sera, quando lo chiamavano a cena, usciva tutto raffagottato, intorpidito, rannuvolato, con gli occhi strizzati dietro le lenti da miope.

             Madre e figlio, cenando, scambiavano tra loro poche parole. Ella gli domandava qualche notizia della scuola; come avesse passato la giornata; spesso lo rimproverava del modo di vita che teneva, così poco giovanile, e voleva che si scotesse; lo incitava a muoversi un po’, di giorno, all’aperto; a esser più vivace, più uomo, via! Lo studio, sì, ma anche qualche svago ci voleva. Soffriva, ecco, a vederlo così uggito, pallido, disappetente. Egli le dava brevi risposte: sì, no; prometteva con freddezza e aspettava con impazienza la fine della cena per andarsene a letto, presto presto, poiché era solito di levarsi per tempo la mattina.

             Cresciuto sempre solo, non aveva nessuna domestichezza con la madre. La vedeva, la sentiva molto diversa da sé, così alacre, energica e disinvolta. Forse egli somigliava al padre. E il vuoto lasciato dal padre da tanto tempo stava tra lui e la madre, e s’era sempre più ingrandito con gli anni. Sua madre, anche lì presente, gli appariva sempre come lontana.

             Ora questa impressione era cresciuta fino a cagionargli uno stranissimo imbarazzo, allorché (molto tardi, veramente; ma Cesarino – si sa – aveva poca fantasia), per una conversazione tra due compagni di scuola, le prime infantili finzioni dell’anima gli erano cadute, scoprendogli improvvisamente certi vergognosi segreti della vita finora insospettati. Allora la madre gli era come balzata ancor più lontana. Negli ultimi giorni passati a casa, aveva notato ch’ella, non ostante il gran lavoro a cui attendeva senza requie dalla mattina alla sera, si conservava bella, molto bella e florida, e che di questa bellezza aveva gran cura: si acconciava i capelli con lungo e amoroso studio ogni mattina, vestiva con signorile semplicità, con non comune eleganza; e s’era sentito quasi offeso finanche dal profumo ch’ella aveva addosso, non mai prima avvertito, così, da lui.

             Per togliersi appunto da questa curiosa disposizione d’animo verso la madre, aveva subito accolto la proposta d’entrare in collegio. Ma se n’era ella accorta? o da che era stata spinta a fargli quella proposta?

             Cesarino, ora, ci ripensava. Era stato sempre buono e studioso, fin da piccino; aveva sempre fatto il suo dovere senza la sorveglianza d’alcuno; era un po’ gracile, sì, ma stava pur bene in salute. Le ragioni addotte dalla madre non lo persuadevano punto. Lottava intanto contro se stesso per non accogliere certi pensieri, di cui sentiva poi onta e rimorso; tanto più che, ora, sapeva ammalata la mamma. Da più mesi ella non veniva a visitarlo, le domeniche, al collegio. Le ultime volte ch’era venuta, s’era lamentata di non star bene; e, difatti, a Cesarino non era sembrata florida come prima; aveva anzi notato una trascuratezza insolita nell’acconciatura di lei, che gli aveva fatto sentire più acuto il rimorso dei pensieri cattivi suggeriti dalla soverchia cura ch’ella prima vi poneva.

             Dalle letterine, che di tanto in tanto la madre gli inviava per domandargli se avesse bisogno di qualche cosa, Cesarino sapeva che il medico le aveva ordinato di stare in riposo, perché si era troppo e per troppo tempo affaticata, e proibito d’uscire, assicurando tuttavia che non c’era nulla di grave e che, seguendo scrupolosamente le prescrizioni, sarebbe senza dubbio guarita. Ma l’infermità si protraeva, e Cesarino già stava in pensiero e non gli pareva l’ora che l’anno scolastico terminasse.

             Naturalmente, in tali condizioni di spirito, le vere ragioni escogitate dal professore di storia, per cui Napoleone Bonaparte era stato sconfitto a Waterloo, per quanti sforzi facesse, non riusciva a penetrarle bene.

             Quel giorno stesso, appena rientrato in collegio, Cesarino fu chiamato dal Direttore. S’aspettava qualche grave riprensione per lo scarso profitto ricavato da quell’anno di studio; ma trovò invece il Direttore molto benigno e amorevole e anche un po’ turbato, all’aria.

             –    Caro Brei, – gli disse, posandogli insolitamente una mano su la spalla, – lei sa che la sua mamma…

             –    Sta peggio? – lo interruppe subito Cesarino, levando gli occhi a guardarlo, quasi con terrore; e il berretto gli cadde di mano.

             –    Pare, figliuolo mio, sì. Bisogna che lei vada subito a casa.

             Cesarino rimase a guardarlo, con una domanda negli occhi supplichevoli, che le labbra non ardivano di proferire.

             – Io non so bene, – disse il Direttore, comprendendo quella domanda muta. – È venuta una donna, poco fa, da casa, a chiamarla. Coraggio, figliuolo mio! Vada. Lascerò il custode a sua disposizione.

             Cesarino uscì dalla sala della direzione con la mente scombujata: non sapeva più quel che dovesse fare, di dove prendere per correre a casa. Dov’era il custode? E il berretto? dove aveva lasciato il berretto?

             Il Direttore glielo porse e ingiunse al custode di rimanere a disposizione del giovine anche per tutta la giornata, se occorreva.

             Cesarino corse in via Finanze, ov’era la casa. Pochi passi prima di giungervi, vide il portone socchiuso e sentì mancarsi le gambe.

             – Coraggio! – gli ripeté il custode, che sapeva.

             Tutta la casa era sossopra, come se la morte vi fosse entrata di violenza.

             Precipitandosi dentro, Cesarino cacciò subito lo sguardo nella camera della madre, in fondo, e la intravide, là… sul letto… lunga – fu questa, nello stordimento, la prima impressione, strana, di meraviglia – lunga, oh Dio, come se la morte l’avesse stirata, a forza; rigida, pallida più della cera, e già livida nelle occhiaje, ai lati del naso: irriconoscibile!

             – Come?… come?… – balbettò più incuriosito quasi, sulle prime, che atterrito da quella vista, stringendosi nelle spalle e protendendo il collo a guardare come fanno i miopi.

             Quasi in risposta, venne dall’altra stanza, a infrangere orribilmente quel silenzio di morte, uno strillo infantile, roco.

             Cesarino si voltò di scatto, quasi quello strillo gli fosse arrivato come una rasojata alla schiena, e tremando in tutto il corpo guardò la serva che piangeva in silenzio, inginocchiata presso il letto.

             –    Un bimbo?

             –    Di là… – gli accennò quella.

             – Suo? – domandò, più col fiato che con la voce, allibito. La serva accennò di sì, col capo.

             Si voltò di nuovo verso la madre, ma non poté sostenerne la vista. Sconvolto dall’improvvisa, atroce rivelazione che lo istupidiva e gli strappava, ora, il cordoglio violentemente, si nascose gli occhi con le mani, mentre su dalle viscere sospese gli saliva come un urlo che la gola, strozzata dall’angoscia, non lasciava passare.

             Di parto, dunque? morta di parto? Ma come? Dunque, per questo? E subito gli balenò il sospetto che di là, dond’era venuto quel pianto infantile, ci fosse qualcuno; e si voltò a guatare la serva odiosamente.

             – Chi… chi?

             Non potè dir altro. Con la mano che gli ballava voleva reggersi le lenti che gli scivolavano dal naso per le lagrime che intanto, inavvertitamente, gli sgorgavano dagli occhi.

             – Venga… venga… – gli disse la serva.

             – No… dimmi… – insistette.

             Ma finalmente s’accorse che nella camera, attorno al letto, c’era altra gente ch’egli non conosceva e che lo guardava con pietoso stupore. Tacque e si lasciò condurre dalla serva nella stanzetta che aveva occupato prima d’entrare in collegio.

             C’era di là la levatrice soltanto, che aveva da poco tratto dal bagno il neonato ancora gonfio e paonazzo.

             Cesarino lo guardò con ribrezzo, e si volse di nuovo alla serva.

             –    Nessuno? – disse, quasi tra sé. – Questo bambino?

             –    Oh signorino mio! – esclamò la serva, giungendo le mani. – Che posso dirle? Non so nulla, io. Dicevo appunto questo alla levatrice qua… Non so proprio nulla! Qua non è mai venuto nessuno: questo glielo posso giurare!

             –    Non ti disse?

             –    Mai, nulla! Non mi confidò mai nulla, e io, certo, non potevo domandarle… Piangeva, sa? Oh, tanto, di nascosto… Non uscì più di casa, dacché cominciò a parere… lei m’intende…

             Cesarino, raccapricciato, alzò le mani per accennare alla serva di tacere. Per quanto, nel vuoto orrendo in cui quella morte improvvisa lo gettava, sentisse prepotente il bisogno di sapere, non volle. L’onta era troppa. E sua madre n’era morta, ed era ancora di là.

             Si premette le mani sul volto, accostandosi alla finestra per fare da solo, nel bujo della mente, le sue supposizioni.

             Non ricordava d’aver veduto neanche lui, finché era stato in casa, nessun uomo, mai, che potesse dargli sospetto. Ma, fuori? Sua madre era vissuta così poco in casa! E che sapeva lui della vita ch’ella aveva condotto fuori? Che cosa fosse sua madre oltre il cerchio ristrettissimo delle relazioni che aveva avuto prima con lui, lì, le sere, a cena? Tutta una vita, a cui egli era rimasto sempre estraneo. Si era messa con qualcuno, certo… Con chi?… Piangeva. Dunque, costui l’aveva abbandonata, non volendo o non potendo sposarla. Ed ecco perché ella lo aveva chiuso in collegio: per sottrarsi e sottrarlo a una vergogna inevitabile. Ma dopo? Egli sarebbe pure uscito dal collegio, nel prossimo luglio. E allora? Intendeva ella forse di cancellare ogni traccia della colpa?

             Schiuse le mani per guardar di nuovo il bimbo. Ecco: la levatrice lo aveva fasciato e messo a giacere sul lettino, in cui egli dormiva, quand’era in casa. Quella cuffietta, quella carnicina, quel bavaglino… Ma no, ecco: ella intendeva di tenerselo, il bimbo. Lo aveva preparato lei, certo, quel corredino. E dunque, uscendo dal collegio, egli avrebbe trovato in casa quella nuova creaturina. E che gli avrebbe detto allora la madre? Ecco, ecco perché era morta! Chi sa quale tremenda tortura segreta, in quei mesi! Ah, vile, vile quell’uomo che gliel’aveva inflitta, abbandonandola, dopo averla svergognata! Ed ella s’era rintanata in casa, a celare il suo stato, e forse aveva perduto il posto d’insegnante alla Scuola Professionale… Con quali mezzi aveva vissuto in quei mesi? Certo, coi risparmii accumulati in tanti anni di lavoro. Ma adesso?

             Cesarino sentì d’improvviso il vuoto spalancargli più nero e più vasto d’attorno. Si vide solo, solo nella vita, senz’ajuto, senz’alcun parente, né prossimo né lontano; solo, con quella creaturina lì che aveva ucciso la mamma venendo al mondo ed era rimasta anche lei, così, nello stesso vuoto, abbandonata alla stessa sorte, senza padre… Come lui.

             Come lui? Eh sì, fors’anche lui… – come non ci aveva mai pensato prima? – fors’anche lui era nato così! Che sapeva di suo padre? Chi era stato quel Cesare Brei?… Brei? Ma non era questo il cognome della madre? Sì. Enrica Brei. Così ella si firmava, e tutti la conoscevano come la maestra Brei. Se fosse stata vedova, venuta a Roma, entrata nell’insegnamento, non avrebbe ripreso il suo cognome, magari facendolo seguire da quello del marito? Ma no: Brei era il cognome della madre; ed egli dunque portava soltanto il cognome di lei; e quel fu Cesare, di cui non sapeva nulla, di cui non era rimasta in casa alcuna traccia, forse non era mai esistito: Cesare, forse, sì, ma non Brei… Chi sa qual era veramente il cognome di suo padre! Come non ci aveva mai pensato, finora, a queste cose?

             –    Senta, povero signorino! – gli disse la serva. – La levatrice qua vorrebbe dirle… Questa creaturina…

             –    Già, ~ – interruppe la levatrice, – ha bisogno del latte, ora, questa creatura. Chi glielo darà?

             Cesarino la guardò, smarrito.

             –    Ecco, – riprese la levatrice, – io dicevo che… essendo nato così… e perché la mamma, poverina, non c’è più… e lei è un povero ragazzo che non potrebbe badare a questo innocente… dicevo…

             –    Portarlo via? – domandò Cesarino, accigliandosi.

             –    Ma perché, guardi, – seguitò quella, – io dovrei denunziarlo allo Stato Civile… Bisogna che sappia quel che lei vuol fare.

             –    Sì, – disse Cesarino, smarrendosi di nuovo. – Sì… Aspettate… Voglio, voglio prima vedere…

             E si guardò attorno, come se cercasse qualcosa. La serva gli venne in ajuto.

             –    Le chiavi? – gli domandò piano.

             –    Che chiavi? – fece egli, che non pensava a nulla.

             –    Vuole il mazzetto di chiavi, per vedere… non so! Guardi, sono di là, su la specchiera, in camera della mamma.

             Cesarino si mosse per andare, ma s’arrestò subito, al pensiero di riveder la madre, ora che sapeva. La serva, che s’era messa a seguirlo, aggiunse, più piano:

             – Bisognerebbe, signorino mio, provvedere a tante cose. Lo so, lei si trova sperduto, così solo, povera anima innocente… È venuto il medico; son corsa in farmacia… ho preso tanta roba… Questo sarebbe nulla; ma c’è da pensare, ora, anche alla povera mamma, eh? Come si fa?… Veda un po’ lei…

             Cesarino andò per prender le chiavi. Rivide stesa, lunga e rigida sul letto, la madre, e come attratto dalla vista le si appressò. Ah, mute, mute ora, per sempre, quelle labbra, da cui tante cose egli avrebbe voluto sapere! Se l’era portato via con sé, nel silenzio orribile della morte, il mistero di quel bimbo di là, e l’altro della nascita di lui… Ma, forse, cercando, frugando… Dov’erano le chiavi?

             Le prese dalla specchiera, e seguì la serva nello studiolo della madre.

             – Ecco… veda là, in quello stipetto.

             Vi trovò poco più di cento lire, ch’erano forse il residuo dei risparmii.

             –    Nient’altro?

             –    Niente, aspetta…

             Aveva scorto in quello stipetto alcune lettere. Volle leggerle subito. Ma erano (tre, in tutto) di una maestra della Scuola Professionale, dirette alla madre a Rio Freddo, dove due anni avanti ella, insieme con lui, aveva passato le vacanze estive. E l’anno dopo, quella maestra, collega della madre, era morta. Dall’ultima di quelle lettere, a un tratto, scivolò a terra un bigliettino, che la serva s’affrettò a raccogliere.

             – Da’ qua! da’ qua!

             Era scritto a lapis, senza intestazione, senza data, e diceva così:

             Impossibile, oggi. Forse venerdì.

ALBERTO

             –    Alberto… – ripetè, guardando la serva. – È lui! Alberto… Lo conosci? Non sai nulla? proprio nulla? Parla!

             –    Nulla, signorino mio, gliel’ho detto!

             Cercò di nuovo nello stipetto, poi nei cassetti degli armadii, dovunque, scompigliando ogni cosa. Non trovò nulla. Solo quel nome! Solo questa notizia: che il padre di quel bimbo si chiamava Alberto. E suo padre, Cesare… Due nomi: nient’altro. E lei, di là, morta. E tutti quei mobili della casa, inconsapevoli, impassibili. E lui, ora, senza più nessun sostegno, in quel vuoto, con quel bimbo là, che, appena nato, non apparteneva più a nessuno; mentre lui almeno, finora, aveva avuto la madre. Buttarlo via? No, no, povero piccino!

             Commosso da una veemente pietà, ch’era già quasi tenerezza fraterna, sentì destarsi dentro una disperata energia. Trasse dallo stipetto alcune gioje della madre e le diede alla serva, perché cercasse di cavarne denaro, per il momento. Si recò nella saletta per pregare il custode, che l’aveva accompagnato, di attender lui a quanto si doveva ancor fare per la mamma. Ritornò dalla levatrice, per pregarla di cercare subito una balia. Corse a prendere il suo berretto da collegiale, là, nella camera mortuaria; e, dopo aver in cuor suo promesso alla madre che quel suo piccino non sarebbe perito e neanche lui, corse al collegio, a parlare col Direttore.

             Era divenuto un altro, in pochi istanti. Espose al Direttore, senza un lamento, il suo caso, il suo proposito, chiedendogli ajuto, sicuramente, conia ferma convinzione che nessuno avrebbe potuto negarglielo, perché ne aveva il diritto sacrosanto, ormai, per tutto il male che, innocente, gli toccava soffrire, dalla propria madre, da quell’ignoto che gli aveva dato la vita, da quest’altro ignoto che gli aveva tolto la madre, lasciandogli in braccio un bambino appena nato.

             Il Direttore che, ascoltandolo, stava a mirarlo a bocca aperta e con gli occhi pieni di lagrime, subito lo assicurò che avrebbe fatto di tutto per ottenergli al più presto un soccorso, e che non lo avrebbe mai, mai abbandonato. Se lo strinse al petto, pianse con lui, gli disse che quella sera stessa sarebbe venuto a trovarlo a casa e, sperava, con una buona notizia.

             – Sta bene. Sissignore. L’aspetto.

             E ritornò di furia a casa.

             Il soccorso, tenue, giunse sollecito; e Cesarino quasi non se ne accorse, perché servì subito per il trasporto della mamma, a cui pensarono gli altri.

             Egli non pensò più che al bambino, come salvarlo insieme con sé, fuori, fuori di quella trista casa dove tanta agiatezza, chi sa come, chi sa donde era entrata, per finir di confonderlo: mobili, tende, tappeti, stoviglie, tutto quell’arredo, se non proprio di lusso, certo costoso. Lo guardava quasi con rancore per il segreto ch’esso serbava della sua provenienza. Bisognava disfarsene al più presto, trattenendo soltanto le cose più umili e necessarie per arredarne le tre povere stanzette, prese a pigione fuori di porta con l’ajuto del Direttore del collegio.

             Coi negozianti di mobili usati e i rigattieri ai quali si rivolse per consiglio degli altri casigliani, ne contrattò la rivendita con accanimento; perché – cosa strana! – gli parve che appartenessero sopratutto al bambino, quei mobili, or che la mamma era morta per lui, rendendo nota a tutti così la vergogna di quell’agiatezza; e al bambino almeno, perdio, si poteva concedere il diritto, piccino com’era e ignaro di tutto, di non sentirla quella vergogna; se uno, invece di lui, ne difendeva gl’interessi.

             Avrebbe rivenduto anche gli abiti e tante galanterie rimaste della mamma a una malinconica rigattiera malaticcia, che gli si presentò tutta gale e cascante di stanchezza e di vezzi, se costei, parlando molle molle tra dolci sorrisi, non gli avesse lasciato intendere a quale clientela destinava quegli abiti e quelle gale. La cacciò via. Ah quelle spoglie, quasi vive ancora, come serbavano il profumo che tanto lo aveva turbato negli ultimi tempi! Gli parve ora, nella bracciata che ne fece per andarle a riporre, di sentirci come l’alito del bimbo, a riprova della strana impressione che tutto, tutto lì appartenesse a lui, lavato, incipriato, avvolto in quel corredino ricco ch’ella gli aveva preparato prima di morire. Ecco, gli appariva ormai come una cosa preziosa, preziosa e cara, quel bimbo, non più soltanto da salvare, ma anche da tener custodito con tutte quelle cure che certamente avrebbe avuto per lui la mamma, di cui era felice di risentire in sé, così d’improvviso ridestata, la bella alacrità coraggiosa.

             Non s’accorgeva, come potevano accorgersi gli altri, che la vivace e ardente prontezza disinvolta della mamma, nella sgraziata magrezza del suo corpicciuolo, appariva come un disperato sforzo, che lo rendeva ispido, sospettoso e anche crudele. Sì, anche crudele, come si dimostrò nel licenziare la vecchia serva Rosa che pure era stata tanto buona per lui, in quel trambusto. Ma non gli si poteva voler male di quello che faceva o che diceva. Era giusto, in fondo, che licenziasse la serva, dovendo sostenere la grossa spesa della balia per il bambino: avrebbe, sì, potuto farlo con un’altra maniera; ma gli si perdonava anche questa, come del resto gliel’aveva perdonato la stessa Rosa; perché forse, poverino, neanche il sospetto poteva avere d’esser crudele verso gli altri, lui che sperimentava in quel momento e in quella misura la crudeltà feroce della sorte. Tutt’al più, se la compassione non l’avesse impedito, sorridere se ne poteva, nel vederlo così assaettato, con quelle spallucce strette e troppo in su, e la faccetta pallida e dura protesa come a rintuzzare, con gli occhi aguzzi dietro quelle forti lenti da miope. Affannato, angosciato dalla paura di non arrivare mai a tempo, correva di qua, di là, per trar partito di tutto. Lo ajutavano e non ringraziava nemmeno. Non ringraziò neanche il Direttore del collegio quando, nella casetta nuova, dopo lo sgombero, venne ad annunziargli che gli aveva trovato il posto di scrivanello al Ministero della Pubblica Istruzione.

             –    È poco, sì. Ma verrai la sera al collegio, all’uscita dal Ministero, per qualche lezioncina privata ai convittori, scolaretti del ginnasio inferiore. Vedrai che ti basterà. Tu sei bravo.

             –    Sissignore. Ma l’abito?

             –    Che abito?

             –    Non posso mica andare al Ministero vestito ancora da collegiale.

             –    Indosserai uno degli abiti che avevi prima d’entrare in collegio.

             –    Nossignore, non posso. Sono tutti come li voleva la mamma, coi calzoni corti. E poi, neanche neri.

             Ogni difficoltà che gli si parava davanti (ed erano tante!), lo irritava, più che sbigottirlo. Voleva vincere; doveva vincere. Ma il dovere di farlo vincere pareva che spettasse agli altri quanto più lui ne dimostrava la volontà. E al Ministero, se gli altri scrivani, tutti uomini maturi o vecchi, passavano il tempo a far la burletta, nonostante la minaccia dei capi che quell’ufficio di ricopiatura sarebbe stato soppresso per lo scarso rendimento che dava, egli dapprima s’agitava sulla seggiola, sbuffando, o pestava un piede, poi si voltava brusco a guardarli dal suo tavolino, battendo il pugno sulla spalliera della seggiola; non perché gli paresse disonesta quella loro stupida negligenza, ma perché, non sentendo l’obbligo di lavorare con lui e quasi per lui, lo mettevano a rischio di perdere il posto. Nel vedersi così richiamati al dovere da un ragazzo, era naturale che quelli ridessero e se lo pigliassero a godere. Balzava in piedi; minacciava d’andarli a denunziare; e faceva peggio; perché quelli, ecco, lo sfidavano a farlo; e allora lui doveva riconoscere che, facendolo, avrebbe forse affrettato il danno di tutti. Restava a guardarli come se con le loro risate gli avessero squarciato il ventre; poi ricurvava le spallucce sul tavolino, e dalli a ricopiare, a ricopiare quante più carte poteva, a rivedere anche le poche ricopiate dagli altri per levarne via gli errori; sordo ai motteggi con cui quelli ora si spassavano a sbottoneggiarlo. Certe sere, perché il lavoro assegnato all’ufficio fosse terminato, usciva dal Ministero un’ora dopo tutti gli altri. Il Direttore se lo vedeva arrivare al collegio, trafelato, ansante, con gli occhi induriti dalla fissità spasimosa che dava loro il pensiero di non bastare a difendersi dalle difficoltà e le contrarietà della sorte, a cui purtroppo s’univa anche la malignità degli uomini, adesso.

             –   Ma no, ma no, – gli diceva il Direttore, per confortarlo; e qualche volta anche lo rimproverava amorevolmente.

             Non sentiva né i conforti né i rimproveri; come per via, correndo, non vedeva mai nulla; la mattina, per trovarsi puntuale all’ufficio, venendo dalla casa lontana fuor di porta; a mezzogiorno, per ritornare fin là a desinare, e poi, per ritrovarsi a tempo all’ufficio alle tre, sempre a piedi, sia per risparmiare i soldi del tram, sia per la paura di mancare all’orario stando ad aspettare che quello passasse. Non ne poteva più, la sera. Si sentiva così stanco, che neanche la forza aveva di reggere in braccio Ninni, stando in piedi. Doveva prima sedere.

             Sul balconcino dalla ringhiera di ferro arrugginita, che gli era parso tanto bello dapprima là alla vista degli orti suburbani, ora, tenendo sulle ginocchia Ninni, avrebbe voluto compensarsi delle corse, delle fatiche, delle amarezze di tutta la giornata. Ma il bimbo, che aveva già circa tre mesi, non voleva stare con lui, forse perché, non vedendolo quasi mai durante la giornata, ancora non lo riconosceva; fors’anche perché egli non lo sapeva tener bene in braccio; o perché aveva già sonno, come diceva la balia per scusarlo.

             –   Su, me lo ridia, gli farò far la nanna; e poi penserò a lei, per la cena.

             Aspettando la cena, lì seduto sul balconcino, nell’ultima luce fredda del crepuscolo, guardando (senza neppur forse vederla) la fetta di luna già accesa nel cielo scialbo e vano; poi abbassando gli occhi sulla sudicia stradicciuola deserta, costeggiata da una parte da una siepe secca e polverosa a riparo degli orti, si sentiva invader l’anima, in quella stanchezza, da uno squallore angoscioso; ma non appena il pianto accennava di pungergli gli occhi, serrava i denti, stringeva nel pugno la bacchetta di ferro della ringhiera, appuntava lo sguardo all’unico fanale della stradicciuola, a cui i monellacci avevano fracassato a sassate due vetri, e si metteva a pensar cose cattive, apposta, contro gli scolaretti del convitto, anche contro il Direttore, ora che non sentiva più di poter essere come prima fiducioso con lui, avendo capito che gli faceva il bene, sì, ma quasi più per sé, per il compiacimento di sentirsi, lui, buono; il che gli dava adesso, nel riceverne quel bene, come un impiccio d’umiliazione. E quei compagni d’ufficio, coi loro sudici discorsi e certe sconce domande che avrebbero voluto avvilirlo di vergogna: «se e come faceva; se l’aveva mai fatto». Ed ecco, un improvviso convulso di lagrime lo assaliva al ricordo d’una sera che, andando al solito di furia per via, come un cieco, aveva inciampato in una donnaccia di strada, la quale, subito, fingendo di pararlo, se l’era premuto al seno con tutte e due le braccia, costringendolo così a cogliere con le nari sulla carne viva, oscenamente, il profumo, quel profumo stesso della sua mamma; per cui s’era strappato da lei, mugolando, ed era fuggito via. «Gli pareva ora di sentirsi frustato dal dileggio di quelli: «Verginello! verginello», e tornava a stringere nel pugno la bacchetta della ringhiera e a serrare i denti. No, non avrebbe potuto malfarlo, lui, perché sempre, sempre avrebbe avuto nelle nari, a dargliene l’orrore, quel profumo della madre.

             Ora, nel silenzio, gli arrivavano i secchi tonfi sul mattonato dei piedi della seggiola, prima i due davanti, poi i due di dietro, dondolata dalla balia che addormentava il piccino; e di là dalla siepe il frusciare dell’acqua che usciva a ventaglio dalla tromba lunga come un serpente con cui l’ortolano annaffiava l’orto. Quel fruscio d’acqua gli piaceva, gli rinfrescava lo spirito; e non voleva che, per distrazione dell’ortolano, in qualche punto ne cadesse troppa; lo avvertiva subito dal rumore della terra che si faceva creta e n’era come affogata. Perché gli veniva a mente adesso quella tovaglietta da tè, damascata, con l’orlo cilestrino e i peneri fitti fitti, che la mamma stendeva su un tavolinetto per offrire il tè a qualche amica, capitando insolitamente a casa verso le cinque? Quella tovaglietta… il corredino di Ninni… l’eleganza, il gusto, quello scrupolo di pulizia della mamma; e ora, ecco stesa là sulla tavola una sudicia tovaglia; la cena non ancora preparata; il suo letto, di là, non ancora rifatto dalla mattina; e fosse stato almeno ben curato il bimbo; ma nossignori: sporca la vestina, sporco il bavaglino; e a muoverne a quella balia il minimo rimprovero, già la certezza d’indispettirla e il pericolo ch’ella approfittasse dell’assenza di lui per sfogare il dispetto contro la creaturina innocente; e poi subito pronta la doppia scusa che, dovendo badare al bambino, non aveva tempo né di rassettare la casa né di attendere alla cucina; e che, se mancava al bambino qualche cura, questo dipendeva perché le toccava far anche da serva e da cuoca. Brutta zoticona, venuta su dalla campagna che pareva un tronco d’albero, e che ora credeva di farsi bella, pettinandosi coi capelli alti e infronzolandosi. Ma pazienza! Il latte, lo aveva buono; e il bimbo, quantunque trascurato, prosperava. Ah, come somigliava alla mamma! Gli stessi occhi e quel nasino, quella boccuccia… La balia gli voleva far credere che somigliasse a lui, invece. Ma che! Chi sa a chi somigliava lui! Ma ormai, non gì’importava più di saperlo. Gli bastava che Ninni somigliasse alla mamma; n’era felice, anzi, perché così non avrebbe baciato su quel visino alcun tratto che avrebbe potuto fargli nascere l’idea di quell’ignoto, che ormai non si curava più di scoprire.

             Dopo cena, sulla stessa tavola appena sparecchiata, si metteva a studiare, con l’intenzione di presentarsi l’anno appresso agli esami di licenza liceale, per entrar poi – con l’esenzione dalle tasse, se gli veniva fatto – all’Università. Si sarebbe iscritto in legge; e se riusciva a ottener la laurea, questa gli avrebbe servito per qualche concorso di segretario allo stesso Ministero della Pubblica Istruzione. Voleva sollevarsi al più presto da quella meschina e non ben sicura condizione di scrivano. Ma studiando, certe sere, era a poco a poco invaso e vinto da un cupo scoraggiamento. Gli parevan così lontane dal suo presente affanno quelle cose da studiare! E, distratto in quella lontananza, sentiva come vano il suo stesso affanno e che non dovesse né potesse aver mai fine. Il silenzio di quelle tre stanzette quasi nude era tanto, che gli faceva perfino avvertire il ronzio del lume a petrolio tolto dalla sospensione e posato lì sulla tavola per vederci meglio: si toglieva le lenti dal naso; fissava con gli occhi socchiusi la fiamma e grosse lagrime allora gli pollavano dalle palpebre e piombavano sul libro aperto sotto il mento.

             Ma erano momenti. La mattina dopo tornava ad assaettarsi più ostinato, protendendo dalle spallucce ricurve, a modo dei miopi, quell’ossuto visetto di cera, stirato e madido, con quei capelli lisci di malato, troppo cresciuti tra gli orecchi e le gote, e quella violenza delle lenti che gli smaltavano gli occhi rimpiccoliti lucenti e precisi, pinzandogli a sangue le gracili pareti del naso.

             Di tanto in tanto veniva a fargli qualche visitina Rosa, la vecchia serva. Piano piano gli faceva notare anch’essa tutte le magagne di quella balia; e, per metterlo in guardia, gli riferiva quanto le dicevano sul conto di lei le donne del vicinato. Cesarino si stringeva nelle spalle. Sospettava che Rosa parlasse per rancore, perché fin da principio, per non essere mandata via, gli aveva proposto d’allevare il bimbo col latte sterilizzato, come aveva veduto fare a tante mamme che se n’erano poi trovate contente. Ma le dovette render giustizia alla fine, quando si vide costretto a cacciar via su due piedi quella balia già gravida da due mesi. Per fortuna il bambino non soffrì del cambiato allevamento, anche per le cure amorose della buona vecchia, la quale si mostrò lietissima di ritornare al servizio di quei due abbandonati.

             E, ora, finalmente, Cesarino potè assaporare davvero la dolcezza della pace conquistata con tanta pena. Sapeva il suo Ninni affidato in buone mani, e poteva lavorare e studiar tranquillamente. La sera, rincasando, trovava tutto in ordine; Ninni lindo come uno sposino, e gustosa la cena e soffice il letto. Era la felicità. I primi gridolini, certe mossene piene di grazia di Ninni lo facevano impazzire dalla gioja. Lo mandava a pesare ogni due giorni, per paura che calasse di peso con quell’allattamento artificiale, non ostante che Rosa lo rassicurasse:

             –   Ma non sente che a momenti pesa più di me? Sempre con la trombetta in bocca!

             La trombetta era il biberon.

             –   Su, Ninni, fatti una sonatina!

             E Ninni, subito: non se lo faceva dire due volte; e non gli bastava che gliela reggessero gli altri, la trombetta; se la voleva reggere anche da sé, là, da bravo trombettiere; e socchiudeva languidi i cari occhiuzzi dalla voluttà. Lo guardavano tutt’e due, in estasi; e, poiché il bimbo, spesso, prima che finisse di succhiare, s’addormentava, zitti zitti si levavano e andavano in punta di piedi e rattenendo il respiro a deporlo nella cuna.

             Riprendendo lo studio serale con raddoppiata lena, ormai sicuro dell’esito, le vere ragioni per cui Napoleone Bonaparte era stato sconfitto a Waterloo, Cesarino oramai le penetrava benissimo.

             Se non che, una sera, rientrando in casa – di furia, come soleva, quasi assetato d’un bacio del suo Ninni – fu arrestato su la soglia da Rosa, la quale, tutta turbata, gli annunziò che c’era di là un signore che voleva parlargli e che lo aspettava da una buona mezz’ora.

             Cesarino si trovò di fronte un uomo di circa cinquant’anni, alto di statura e ben piantato, vestito tutto di nero, per lutto recentissimo, grigio di capelli e bruno in volto, dall’aria cupa, grave. Si era alzato al suono del campanello della porta, e lo attendeva nella saletta da pranzo.

             –    Desidera parlarmi? – gli domandò Cesarino, osservandolo, sospeso e costernato.

             –    Sì, da solo; se permette.

             –    Venga, entri.

             E Cesarino gl’indico l’uscio della sua cameretta e lo fece passare avanti; poi, richiuso l’uscio, con le mani che già gli ballavano, si volse, alterato in viso, pallidissimo, con gli occhi straziati dietro le lenti e le ciglia corrugate, e avventò la domanda:

             –    Alberto?

             –    Rocchi, sì. Sono venuto…

             Cesarino gli s’appressò, convulso, trasfigurato, come se volesse inveire:

             –   A far che? In casa mia?

             Quegli si trasse indietro, impallidendo e contenendosi:

             –    Mi lasci dire. Vengo con buone intenzioni.

             –    Che intenzioni? Mia madre è morta!

             –    Lo so.

             –    Ah, lo sa? E non le basta? Se ne vada via subito, o lo farò pentire!

             –    Ma scusi!

             –    Pentire, pentire d’esser venuto qua a infliggermi l’onta…

             –    Ma no… scusi…

             –    L’onta della sua vista! Sissignore. Che vuole da me?

             –    Se non mi lascia dire, scusi… Si calmi! – riprese quegli, così investito, sconcertato. – Io comprendo… Ma bisogna che le dica…

             –    No! – gridò Cesarino, risoluto, fremente, levando le gracili pugna. – Guardi, io non voglio saper nulla! Non voglio spiegazioni! Le basti avere osato di comparirmi davanti! E se ne vada !

             –    Ma qua c’è mio figlio… – disse allora quegli, torbido e spazientito.

             –    Vostro figlio? – inveì Cesarino. – Ah, siete venuto per questo? Ve ne ricordate adesso, che c’è vostro figlio qua?

             –    Prima non potevo… Se non mi lasciate dire…

             –    Che volete dire? Andate via! Andate via! Avete fatto morire mia madre! Andate via, o chiamo gente!

             Il Rocchi socchiuse gli occhi; trasse, gonfiandosi, un profondo sospiro e disse:

             –   Va bene. Vuol dire che farò valere altrove le mie ragioni. E s’avviò.

             –   Ragioni? Voi? – gli gridò dietro Cesarino, perdendo il lume degli occhi. – Miserabile! Dopo che m’hai ucciso la madre vuoi aver ragioni da far valere? Tu, contro di me? Ragioni?

             Quegli si voltò a guardarlo, fosco; ma aprì poi la bocca a un sorriso tra di sdegno e di compassione per la gracilità di quel ragazzo che lo insultava.

             – Vedremo, – disse. E se n’andò.

             Cesarino rimase al bujo, nella saletta, dietro la porta, tutto vibrante dell’impeto violento che in lui, timido, debole, avevano fatto il rancore, l’onta, la paura di perdere il suo piccino adorato. Rimessosi alla meglio, andò a bussare all’uscio di Rosa, che s’era chiusa a chiave, col bimbo stretto tra le braccia.

             –    Ho capito! ho capito! – gli disse Rosa.

             –    Voleva Ninni. – Lui?

             –    Sì. E le sue ragioni, capisci? vuol far valere…

             –    Lui? E chi può dar ragione a lui?

             –    È il padre. Ma mi può togliere forse Ninni ora? L’ho cacciato via, come un cane! Gli ho detto che… che m’ha ucciso la madre… e che l’ho raccolto io, il bambino… e che ora è mio, è mio; e nessuno me lo può strappare dalle braccia! Mio! mio!… Guarda un po’… Miserabile… assa… assassino…

             –    Ma sì! ma certo! si calmi, signorino! – gli disse Rosa, più afflitta e costernata di lui. – Mica con la forza potrà venire a prenderglielo, il bambino. Lei avrà pure le sue ragioni da far valere. E vorrei veder questa, ora, che ci levassero Ninni che abbiamo allevato noi. Ma stia tranquillo, stia tranquillo, che non si farà più vedere, dopo la degna accoglienza che lei gli ha fatta.

             Né queste, però, né altre assicurazioni che la buona vecchia ripetè durante tutta la sera, valsero a tranquillare Cesarino. Il giorno dopo, là, al Ministero, provò un vero, eterno supplizio. A mezzogiorno, scappò a casa, trepidante, col cuore in gola. Non voleva più ritornare all’ufficio per le tre ore del pomeriggio; ma Rosa lo spinse ad andare, promettendogli che avrebbe tenuto la porta sprangata e non avrebbe aperto a nessuno e che non avrebbe lasciato Ninni neanche per un minuto. Così egli andò; ma rincasò alle sei, senza recarsi al collegio per la ripetizione a gli scolaretti.

             Nel vederselo davanti come uno stordito, così abbattuto e costernato, Rosa cercò in tutti i modi di scuoterlo. Ma invano. Aveva un presentimento Cesarino, che gli rodeva l’anima e non gli dava requie. Passò insonne tutta la nottata.

             Il giorno appresso, non ritornò a casa a mezzodì per il desinare. La vecchia Rosa non sapeva come spiegarsi quel ritardo. Verso le quattro, finalmente, lo vide arrivare ansante, livido, con una fissità truce negli occhi.

             – Devo darglielo. M’hanno chiamato in questura. C’era anche lui. Ha mo strato le lettere di mia madre. E suo.

             Disse così, a scatti, senza alzar gli occhi a guardare il bimbo, che Rosa teneva in braccio.

             –    Oh cuore mio! – esclamò questa, stringendosi al seno Ninni. – Ma come? Che ha detto? Come ha potuto la giustizia?…

             –    È il padre! è il padre! – rispose Cesarino. – Dunque è suo!

             –    E lei? – domandò Rosa. – Come farà lei?

             –    Io? Io, con lui. Ce n’andremo insieme.

             –    Con Ninni, da lui?

             –    Da lui.

             –    Ah, così?… tutt’e due insieme, allora? Ah, così va bene! Non lo lascerà… E io, signorino? questa povera Rosa?

             Cesarino, per non risponderle direttamente, si tolse in braccio il piccino, se lo strinse al petto, e, piangendo, cominciò a dirgli:

             –    La povera Rosa, Ninni? Insieme con noi anche lei? Non è giusto! Non si può! Le lasceremo tutto, alla povera Rosa. Questa poca roba che è qua. Stavamo insieme tanto bene, tutt’e tre, è vero, Ninni mio? Ma non hanno voluto… non hanno voluto…

             –    Ebbene, – disse Rosa, inghiottendo le lagrime. – Si vuole affliggere così per me, adesso, signorino? Io sono vecchia; non conto più; Dio per me provvederà. Purché siano contenti loro… Del resto, dica: non potrò forse venire a trovarla, a vedere questo mio angioletto? Non mi cacceranno via, se verrò. Alla fin fine, perché non dev’essere così? Passato il primo momento, sarà forse anche un bene per lei, signorino, che le pare!

             –    Forse, – disse Cesarino. – Intanto, Rosa, bisogna che tu prepari tutto, presto… tutto quello che abbiamo fatto a Ninni, le mie robe e le tue anche. Si va via stasera. Siamo aspettati a pranzo. Senti: io ti lascio tutto…

             –    Che dice, signorino mio! – esclamò Rosa.

             –    Tutto… tutto quel po’ che ho con me… in denaro. Ben altro ti debbo, per tutto l’affetto… Zitta, zitta! Non ne parliamo. Tu lo sai, e io lo so. Basta. Anche questi pochi mobili… Noi troveremo di là un’altra casa… Tu farai di questa ciò che vorrai. Non mi ringraziare. Prepara tutto, e andiamo via. Tu, prima. Non saprei andarmene, lasciandoti qua. Poi, domani, verrai a trovarmi, e io ti lascerò la chiave e tutto.

             La vecchia Rosa obbedì, senza rispondere. Aveva il cuore così gonfio che, ad aprir la bocca per parlare, singhiozzi, certo, e non parole le sarebbero venuti fuori. Preparò tutto, anche il suo fagotto.

             –    Lo lascio qua? – domandò. – Tanto, se domani debbo ritornare…

             –    Sì, certo, – le rispose Cesarino. – E ora, eccoti: bacia Ninni… Bacialo, e addio.

             Rosa si prese in braccio il piccino che guardava un po’ sbigottito; ma non potè in prima baciarlo: bisognò che si sfogasse un pezzo, pur dicendo:

             – È una sciocchezza piangere… perché domani… Ecco, a lei, signorino… se lo prenda. E coraggio, eh? Un bacio anche a lei… A domani!

             Se ne andò senza voltarsi indietro, soffocando i singhiozzi nel fazzoletto.

             Subito Cesarino sprangò la porta. Si passò una mano su i capelli, che gli si drizzarono, irti. Andò a posare Ninni sul letto: gli mise in mano l’orologino d’argento, perché stesse quieto. Scrisse in gran fretta poche righe su un foglio di carta: la donazione a Rosa della povera suppellettile di casa. Poi scappò in cucina; preparò lesto lesto un buon fuoco; lo portò in camera; chiuse gli scuri, l’uscio; e al lume della lampadina che la vecchia Rosa teneva sempre accesa davanti un’immagine della Madonna, si stese sul letto accanto a Ninni. Questo allora lasciò cadere sul letto l’orologino, e – al solito – alzò la mano per strappare dal naso al fratello le lenti. Cesarino, questa volta, se le lasciò strappare; chiuse gli occhi e si strinse il bimbo al petto:

             – Quieto, ora, Ninni, quieto… Facciamo la nanna, bellino, la nanna.

In silenzio – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
In silenzio – Audio lettura 2 – Legge Valter Zanardi
In silenzio – Audio lettura 3 – Legge Giuseppe Tizza

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Shakespeare Italia




La casa del Granella – Audio lettura 4

Legge Giuseppe Tizza
«La casa sorgeva nel quartiere più alto della città, in cima al colle. La città aveva lassù una porta, il cui nome arabo, divenuto stranissimo nella pronunzia popolare: Bibirrìa, voleva dire Porta dei Venti.»

Prime pubblicazioni: Il Marzocco, 27 agosto 1905, poi in La vita nuda, Treves 1910.

La casa del Granella audiolibro

La casa del Granella

Legge Giuseppe Tizza

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             I. I topi non sospettano l’insidia della trappola. Vi cascherebbero, se la sospettassero? Ma non se ne capacitano neppure quando vi son cascati. S’arrampicano squittendo su per le gretole; cacciano il musetto aguzzo tra una gretola e l’altra; girano; rigirano senza requie, cercando l’uscita.

             L’uomo che ricorre alla legge sa, invece, di cacciarsi in una trappola. Il topo vi si dibatte. L’uomo, che sa, sta fermo. Fermo, col corpo, s’intende. Dentro, cioè con l’anima, fa poi come il topo, e peggio.

             E così facevano, quella mattina d’agosto, nella sala d’aspetto dell’avvocato Zummo i numerosi clienti, tutti in sudore, mangiati dalle mosche e dalla noja.

             Nel caldo soffocante, la loro muta impazienza, assillata dai pensieri segreti, si esasperava di punto in punto. Fermi però, là, si lanciavano tra loro occhiatacce feroci.

             Ciascuno avrebbe voluto tutto per sé, per la sua lite, il signor avvocato, ma prevedeva che questi, dovendo dare udienza a tanti nella mattinata, gli avrebbe accordato pochissimo tempo, e che, stanco, esausto dalla troppa fatica, con quella temperatura di quaranta gradi, confuso, frastornato dall’esame di tante questioni, non avrebbe più avuto per il suo caso la solita lucidità di mente, il solito acume.

             E ogni qualvolta lo scrivano, che copiava in gran fretta una memoria, col colletto sbottonato e un fazzoletto sotto il mento, alzava gli occhi all’orologio a pendolo, due o tre sbuffavano e più d’una seggiola scricchiolava. Altri, già sfiniti dal caldo e dalla lunga attesa, guardavano oppressi le alte scansie polverose, sovraccariche d’incartamenti: litigi antichi, procedure, flagello e rovina di tante povere famiglie! Altri ancora, sperando di distrarsi, guardavano le finestre dalle stuoje verdi abbassate, donde venivano i rumori della via, della gente che andava spensierata e felice mentr’essi qua… auff! E con un gesto furioso scacciavano le mosche, le quali, poverine, obbedendo alla loro natura, si provavano a infastidirli un po’ più e a profittare dell’abbondante sudore che l’agosto e il tormento smanioso delle brighe giudiziarie spremono dalle fronti e dalle mani degli uomini.

             Eppure c’era qualcuno più molesto delle mosche nella sala d’aspetto, quella mattina: il figlio dell’avvocato, brutto ragazzotto di circa dieci anni, il quale era certo scappato di soppiatto dalla casa annessa allo studio, senza calze, scamiciato, col viso sporco, per rallegrare i clienti di papà.

             –   Tu come ti chiami? Vincenzo? Oh che brutto nome! E questo ciondolo è d’oro? si apre? come si apre? e che c’è dentro? Oh, guarda… capelli… E di chi sono? e perché ce li tieni?

             Poi, sentendo dietro l’uscio dello studio i passi di papà che veniva ad accompagnare fino alla porta qualche cliente di conto, si cacciava sotto il tavolino, tra le gambe dello scrivano. Tutti nella sala d’aspetto si levavano in piedi e guardavano con occhi supplici l’avvocato, il quale, alzando le mani, diceva, prima di rientrare nello studio:

             –         Un po’ di pazienza, signori miei. Uno per volta.

             Il fortunato, a cui toccava, lo seguiva ossequioso e richiudeva l’uscio; per gli altri ricominciava più smaniosa e opprimente l’attesa.

             II. Tre soltanto, che parevano marito, moglie e figliuola, non davano alcun segno d’impazienza.

             L’uomo, su i sessant’anni, aveva un aspetto funebre; non s’era voluto levar dal capo una vecchia tuba dalle tese piatte, spelacchiata e inverdita, forse per non scemar solennità all’abito nero, all’ampia, greve, antica finanziera, che esalava un odore acuto di naftalina.

             Evidentemente s’era parato così perché aveva stimato di non poterne fare a meno, venendo a parlare col signor avvocato.

             Ma non sudava.

             Pareva non avesse più sangue nelle vene, tanto era pallido; e che avesse le gote e il mento ammuffiti, per una peluria grigia e rada che voleva esser barba. Aveva gli occhi strabi, chiari, accostati a un gran naso a scarpa; e sedeva curvo, col capo basso, come schiacciato da un peso insopportabile; le mani scarne, diafane, appoggiate al bastoncino.

             Accanto a lui, la moglie aveva invece un atteggiamento fierissimo nella lampante balordaggine. Grassa, popputa, prosperosa, col faccione affocato e un po’ anche baffuto e un pajo d’occhi neri spalancati, volti al soffitto.

             Con la figliuola, dall’altro lato, si ricascava nel medesimo squallore contegnoso del padre. Magrissima, pallida, con gli occhi strabi anche lei, sedeva come una gobbina. Tanto la figlia quanto il padre pareva non cascassero a terra perché nel mezzo avevano quel donnone atticciato che in qualche modo li teneva su.

             Tutti e tre erano osservati dagli altri clienti con intensa curiosità, mista d’una certa costernazione ostile, quantunque essi già tre volte, poverini, avessero ceduto il passo, lasciando intendere che avevano da parlare a lungo col signor avvocato.

             Quale sciagura li aveva colpiti? Chi li perseguitava? L’ombra d’una morte violenta, che gridava loro vendetta? La minaccia della miseria?

             La miseria, no, di certo. La moglie era sovraccarica d’oro: grossi orecchini le pendevano dagli orecchi; una collana doppia le stringeva il collo; un gran fermaglio a lagrimoni le andava su e giù col petto, che pareva un mantice, e una lunga catena le reggeva il ventaglio e tanti e tanti anelli massicci quasi le toglievano l’uso delle tozze dita sanguigne.

             Ormai nessuno più domandava loro il permesso di passare avanti: era già inteso ch’essi sarebbero entrati dopo di tutti. Ed essi aspettavano, pazientissimi, assorti, anzi sprofondati nel loro cupo affanno segreto. Solo, di tanto in tanto, la moglie si faceva un po’ di vento, e poi lasciava ricadere il ventaglio, e l’uomo si protendeva per ripetere alla figlia:

             – Tinina, ricordati del ditale.

             Più d’un cliente aveva cercato di spingere il molestissimo figlio dell’avvocato verso quei tre; ma il ragazzo, adombrato da quel funebre squallore, s’era tratto indietro, arricciando il naso.

             L’orologio a pendolo segnava già quasi le dodici, quando, andati via più o meno soddisfatti tutti gli altri clienti, lo scrivano, vedendoli ancora lì immobili come statue, domandò loro:

             –    E che aspettano per entrare?

             –    Ah, – fece l’uomo, levandosi in piedi con le due donne. – Possiamo?

             –    Ma sicuro che possono! – sbuffò lo scrivano. – Avrebbero potuto già da tanto tempo! Si sbrighino, perché l’avvocato desina a mezzogiorno. Scusino, il loro nome?

             L’uomo si tolse finalmente la tuba e, all’improvviso, scoprendo il capo calvo, scoprì anche il martirio che quella terribile finanziera gli aveva fatto soffrire: infiniti rivoletti di sudore gli sgorgarono dal roseo cranio fumante e gl’inondarono la faccia esangue, spiritata. S’inchinò, sospirando il suo nome:

             – Piccirilli Serafino.

             III. L’avvocato Zummo credeva d’aver finito per quel giorno, e rassettava le carte su la scrivania, per andarsene, quando si vide innanzi ^uei tre nuovi, ignoti clienti.

             –    Lor signori? – domandò di mala grazia.

             –    Piccirilli Serafino, – ripeté l’uomo funebre, inchinandosi più profondamente e guardando la moglie e la figliuola per vedere come facevano la riverenza.

             La fecero bene, e istintivamente egli accompagnò col corpo la loro mossa da bertucce ammaestrate.

             – Seggano, seggano, – disse l’avvocato Zummo, sbarrando tanto d’occhi allo spettacolo di quella mimica. – E tardi. Debbo andare.

             I tre sedettero subito innanzi alla scrivania, imbarazzatissimi. La contrazione del timido sorriso, nella faccia cerea del Piccirilli, era orribile: stringeva il cuore. Chi sa da quanto tempo non rideva più quel pover uomo!

             – Ecco, signor avvocato…

             –    Siamo venuti, – cominciò contemporaneamente la figlia. E la madre, con gli occhi al soffitto, sbuffò:

             –    Cose dell’altro mondo!

             –    Insomma, parli uno, – disse Zummo, accigliato. – Chiaramente e brevemente. Di che si tratta?

             –    Ecco, signor avvocato, – riprese il Piccirilli, dando un’ingollatina. – Abbiamo ricevuto una citazione.

             –    Assassinio, signor avvocato! – proruppe di nuovo la moglie.

             –    Mammà, – fece timidamente la figlia, per esortarla a tacere o a parlar più pacata.

             Il Piccirilli guardò la moglie, e, con quella autorità che la meschinissima corporatura gli poteva conferire, aggiunse:

             –    Mararo’, ti prego: parlo io! Una citazione, signor avvocato. Noi abbiamo dovuto lasciar la casa in cui abitavamo, perché…

             –    Ho capito. Sfratto? – domandò Zummo per tagliar corto.

             –    Nossignore, – rispose umilmente il Piccirilli. – Al contrario. Abbiamo pagato sempre la pigione, puntualmente, anticipata. Ce ne siamo andati da noi, contro la volontà del proprietario, anzi. E il proprietario ora ci chiama a rispettare il contratto di locazione e, per di più, responsabili di danni e interessi, perché, dice, la casa noi gliel’abbiamo infamata.

             –    Come come? – fece Zummo, rabbujandosi e guardando, questa volta, la moglie. – Ve ne siete andati da voi; gli avete infamato la casa, e il proprietario… Non capisco. Parliamoci chiaro, signori miei! L’avvocato è come il confessore. Commercio illecito?

             –    Nossignore! – s’affrettò a rispondere il Piccirilli, ponendosi le mani sul petto. – Che commercio? Niente! Noi non siamo commercianti. Solo mia moglie dà qualche cosina… così… in prestito, ma a un interesse…

             –    Onesto, ho capito!

             –    Creda, sissignore, consentito finanche dalla Santa Chiesa… Ma questo non c’entra. Il Granella, proprietario della casa, dice che noi gliel’abbiamo infamata, perché in tre mesi, in quella casa maledetta, ne abbiamo vedute di tutti i colori, signor avvocato! Mi vengono… mi vengono i brividi solo a pensarci!

             –    Oh Signore, scampatene e liberatene tutte le creature della terra! – esclamò con un formidabile sospiro la moglie, levandosi in piedi, levando le braccia e poi facendosi con la mano piena d’anelli il segno della croce.

             La figlia, col capo basso e con le labbra strette, aggiunse:

             –    Una persecuzione… (Siedi, mammà.)

             –    Perseguitati, sissignore – rincalzò il padre. – (Siedi, Mararo’ !) Perseguitati, è la parola. Noi siamo stati per tre mesi perseguitati a morte, in quella casa.

             –    Perseguitati da chi? – gridò Zummo, perdendo alla fine la pazienza.

             –    Signor avvocato, – rispose piano il Piccirilli, protendendosi verso la scrivania e ponendosi una mano presso la bocca, mentre con l’altra imponeva silenzio alle due donne, –(Ssss…) Signor avvocato, dagli spiriti!

             –    Da chi? – fece Zummo, credendo d’aver sentito male.

             –    Dagli spiriti, sissignore! – raffermò forte, coraggiosamente, la moglie, agitando in aria le mani.

             Zummo scattò in piedi, su le furie:

             – Ma andate là! Non mi fate ridere! Perseguitati dagli spiriti? Io devo andare a mangiare, signori miei!

             Quelli, allora, alzandosi anche loro, lo circondarono per trattenerlo, e presero a parlare tutti e tre insieme, supplici:

             – Sissignore, sissignore! Vossignoria non ci crede? Ma ci ascolti… Spiriti, spiriti infernali! Li abbiamo veduti noi, coi nostri occhi. Veduti e sentiti… Siamo stati martoriati, tre mesi!

             E Zummo, scrollandosi rabbiosamente:

             –    Ma andate, vi dico! Sono pazzie! Siete venuti da me? Al manicomio, al manicomio, signori miei!

             –    Ma se ci hanno citato… – gemette a mani giunte il Piccirilli.

             –    Hanno fatto benone! – gli gridò Zummo sul muso.

             –    Che dice, signor avvocato? – s’intromise la moglie, scostando tutti. – È questa l’assistenza che Vossignoria presta alla povera gente perseguitata? Oh Signore! Vossignoria parla così perché non ha veduto come noi! Ci sono, creda pure, ci sono, gli spiriti! ci sono! E nessuno meglio di noi lo può sapere!

             –    Voi li avete veduti? – le domandò Zummo con un sorriso di scherno.

             –    Sissignore, con gli occhi miei, – affermò subito, non interrogato, il Piccirilli.

             –    Anch’io, coi miei, – aggiunse la figlia, con lo stesso gesto.

             –    Ma forse coi vostri! – non poté tenersi dallo sbuffare l’avvocato Zummo con gl’indici tesi verso i loro occhi strabi.

             –    E i miei, allora? – saltò a gridare la moglie, dandosi una manata furiosa sul petto e spalancando gli occhiacci. – Io ce li ho giusti, per grazia di Dio, e belli grossi, signor avvocato! E li ho veduti anch’io, sa, come ora vedo Lei!

             –    Ah sì? – fece Zummo. – Come tanti avvocati?

             –    E va bene! – sospirò la donna. – Vossignoria non ci crede; ma abbiamo tanti testimoni, sa? tutto il vicinato che potrebbe venire a deporre…

             Zummo aggrottò le ciglia:

             –    Testimoni che hanno veduto?

             –    Veduto e udito, sissignore!

             –    Ma veduto… che cosa per esempio? – domandò Zummo, stizzito.

             –    Per esempio, seggiole muoversi, senza che nessuno le toccasse…

             –    Seggiole?

             –    Sissignore.

             –    Quella seggiola là, per esempio?

             –    Sissignore, quella seggiola là, mettersi a far le capriole per la stanza, come fanno i ragazzacci per istrada; e poi, per esempio… che debbo dire? un portaspilli, per esempio, di velluto, in forma di melarancia, fatto da mia figlia Tinina, volare dal cassettone su la faccia del povero mio marito, come lanciato… come lanciato da una mano invisibile; l’armadio a specchio scricchiolare e tremar tutto, come avesse le convulsioni, e dentro… dentro l’armadio, signor avvocato… mi s’aggricciano le carni solo a pensarci… risate!

             –    Risate! – aggiunse la figlia.

             –    Risate! – il padre.

             E la moglie, senza perder tempo, seguitò:

             –    Tutte queste cose, signor avvocato mio, le hanno vedute e udite le nostre vicine, che sono pronte, come le ho detto, a testimoniare. Noi abbiamo veduto e udito ben altro!

             –    Tinina, il ditale, – suggerì, a questo punto, il padre.

             –    Ah, sissignore, – prese a dire la figlia, riscotendosi con un sospiro. – Avevo un ditalino d’argento, ricordo della nonna, sant’anima! Lo guardavo, come la pupilla degli occhi. Un giorno, lo cerco nella tasca e non lo trovo! lo cerco per tutta la casa e non lo trovo. Tre giorni a cercarlo, che a momenti ci perdevo anche la testa. Niente! Quando una notte, mentre stavo a letto, sotto la zanzariera…

             –    Perché ci sono anche le zanzare, in quella casa, signor avvocato! – interruppe la madre.

             –    E che zanzare! – appoggiò il padre, socchiudendo gli occhi e tentennando il capo.

             –    Sento, – riprese la figlia, – sento qualcosa che salta sul cielo della zanzariera…

             A questo punto il padre la fece tacere con un gesto della mano. Doveva attaccar lui. Era un pezzo concertato, quello.

             –    Sa, signor avvocato? tal quale come si fanno saltare le palle di gomma, che si dà loro un colpetto e rivengono alla mano.

             –    Poi, – seguitò la figlia, – come lanciato più forte, il mio ditalino dal cielo della zanzariera va a schizzare al soffitto e casca per terra, ammaccato.

             –    Ammaccato, – ripetè la madre. E il padre:

             –    Ammaccato!

             –    Scendo dal letto, tutta tremante, per raccoglierlo e, appena mi chino, al solito, dal tetto…

             –    Risate, risate, risate… – terminò la madre.

             L’avvocato Zummo restò a pensare, col capo basso e le mani dietro la schiena, poi si riscosse, guardò negli occhi i tre clienti, si grattò il capo con un dito e disse con un risolino nervoso:

             –    Spiriti burloni, dunque! Seguitate, seguitate… mi diverto.

             –    Burloni? Ma che burloni, signor avvocato! – ripigliò la donna. – Spiriti infernali, deve dire Vossignoria! Tirarci le coperte del letto; sederci su lo stomaco, la notte; percuoterci alle spalle; afferrarci per le braccia; e poi scuotere tutti i mobili, sonare i campanelli, come se, Dio liberi e scampi, ci fosse il terremoto; avvelenarci i bocconi, buttando la cenere nelle pentole e nelle casseruole… Li chiama burloni Lei? Non ci hanno potuto né il prete né l’acqua benedetta! Allora ne abbiamo parlato al Granella, scongiurandolo di scioglierci dal contratto, perché non volevamo morire là, dallo spavento, dal terrore… Sa che ci ha risposto quell’assassino? Storie! ci ha risposto. Gli spiriti? Mangiate, dice, buone bistecche, dice, e curatevi i nervi. Lo abbiamo invitato a vedere con gli occhi suoi, a sentire con le sue orecchie. Niente. Non ha voluto saperne; anzi ci ha minacciati: «Guardatevi bene» dice «dal farne chiasso, o vi fulmino!». Proprio così.

             –    E ci ha fulminato! – concluse il marito, scotendo il capo amaramente. – Ora, signor avvocato, noi ci mettiamo nelle sue mani. Vossignoria può fidarsi di noi: siamo gente dabbene: sapremo fare il nostro dovere.

             L’avvocato Zummo finse, al solito, di non udire queste ultime parole: si stirò per un pezzo ora un baffo ora l’altro, poi guardò l’orologio. Era presso il tocco. La famiglia, di là, lo aspettava da un’ora per il desinare.

             – Signori miei, – disse, – capirete benissimo che io non posso credere ai vo stri spiriti. Allucinazioni… storielle da femminucce. Guardo il caso, adesso, dal lato giuridico. Voi dite d’aver veduto… non diciamo spiriti, per carità! dite d’avere anche testimoni, e va bene; dite che l’abitazione in quella casa vi era resa intollerabile da questa specie di persecuzione… diciamo, strana… ecco! Il caso è nuovo e speciosissimo; e mi tenta, ve lo confesso. Ma bisognerà trovare nel codice un qualche appoggio, mi spiego? un fondamento giuridico alla causa. Lasciatemi vedere, studiare, prima di prendermene l’accollo. Ora è tardi. Ritornate domani e vi saprò dare una risposta. Va bene così?

             IV. Subito il pensiero di quella strana causa si mise a girar nella mente dell’avvocato Zummo come una ruota di molino. A tavola, non poté mangiare; dopo tavola, non poté riposare come soleva d’estate, ogni giorno, buttato sul letto.

             «Gli spiriti!» ripeteva tra sé di tratto in tratto; e le labbra gli s’aprivano a un sorriso canzonatorio, mentre davanti a gli occhi gli si ripresentavano le comiche figure dei tre nuovi clienti, che giuravano e spergiuravano d’averli veduti.

             Tante volte aveva sentito parlar di spiriti; e, per certi racconti delle serve, ne aveva avuto anche lui una gran paura, da ragazzo. Ricordava ancora le angosce che gli avevano strizzato il coricino atterrito nelle terribili insonnie di quelle notti lontane.

             – L’anima! – sospirò a un certo punto, stirando le braccia verso il cielo della zanzariera, e lasciandole poi ricader pesantemente sul letto. – L’anima immortale… Eh già! Per ammetter gli spiriti bisogna presuppone l’immortalità del l’anima; c’è poco da dire. L’immortalità dell’anima… Ci credo, o non ci credo? Dico e ho detto sempre di no. Dovrei ora, almeno, ammettere il dubbio, contro ogni mia precedente asserzione. E che figura ci faccio? Vediamo un po’. Noi spesso fingiamo con noi stessi, come con gli altri. Io lo so bene. Sono molto nervoso e, qualche volta, sissignore, trovandomi solo, io ho avuto paura. Paura di che? Non lo so. Ho avuto paura! Noi… ecco, noi temiamo di indagare il nostro intimo essere, perché una tale indagine potrebbe scoprirci diversi da quelli che ci piace di crederci o di esser creduti. Io non ho mai pensato sul serio a queste cose. La vita ci distrae. Faccende, bisogni, abitudini, tutte le minute brighe cotidiane non ci lasciano tempo di riflettere a queste cose, che pure dovrebbero interessarci sopra tutte le altre. Muore un amico? Ci arrestiamo là, davanti alla sua morte, come tante bestie restie, e preferiamo di volgere indietro il pensiero, alla sua vita, rievocando qualche ricordo, per vietarci d’andare oltre con la mente, oltre il punto cioè che ha segnato per noi la fine del nostro amico. Buona notte! Accendiamo un sigaro per cacciar via col fumo il turbamento e la malinconia. La scienza s’arresta anch’essa, là, ai limiti della vita, come se la morte non ci fosse e non ci dovesse dare alcun pensiero. Dice: «Voi siete ancora qua; attendete a vivere, vojaltri: l’avvocato pensi a far l’avvocato; l’ingegnere a far l’ingegnere…». E va bene! Io faccio l’avvocato. Ma ecco qua: l’anima immortale, i signori spiriti che fanno? vengono a bussare alla porta del mio studio: «Ehi, signor avvocato, ci siamo anche noi, sa? Vogliamo ficcare anche noi il naso nel suo codice civile! Voi, gente positiva, non volete curarvi di noi? Non volete più darvi pensiero della morte? E noi, allegramente, dal regno della morte, veniamo a bussare alle porte dei vivi, a sghignazzar dentro gli armadii, a far rotolare sotto gli occhi vostri le seggiole, come se fossero tanti monellacci, ad atterrir la povera gente e a mettere in imbarazzo, oggi, un avvocato che passa per dotto; domani, un tribunale chiamato a dar su noi una novissima sentenza…».

             L’avvocato Zummo lasciò il letto in preda a una viva eccitazione e rientrò nello studio per compulsare il codice civile.

             Due soli articoli potevano offrire un certo fondamento alla lite: l’articolo 1575 e il 1577.

             Il primo diceva:

              Il locatore è tenuto per la natura del contratto e senza bisogno di speciale stipulazione:

             1° a consegnare al conduttore la cosa locata;

             2° a mantenerla in istato di servire all’uso per cui viene locata;

             3° a garantirne al conduttore il pacifico godimento per tutto il tempo della locazione.

             L’altro articolo diceva:

             Il conduttore debb’essere garantito per tutti quei vizii o difetti della cosa locata che ne impediscano l’uso, quantunque non fossero noti al locatore al tempo della locazione. Se da questi vizii o difetti proviene qualche danno al conduttore, il locatore è tenuto a farnelo indenne, salvo che provi d’averli ignorati.

             Se non che, eccependo questi due articoli, non c’era via di mezzo, bisognava provare l’esistenza reale degli spiriti.

             C’erano i fatti e c’erano le testimonianze. Ma fino a qual punto erano queste attendibili? e che spiegazione poteva dare la scienza di quei fatti?

             L’avvocato Zummo interrogò di nuovo, minutamente, i Piccirilli; raccolse le testimonianze indicategli e, accettata la causa, si mise a studiarla appassionatamente.

             Lesse dapprima una storia sommaria dello Spiritismo, dalle origini delle mitologie fino ai dì nostri, e il libro del Iaccolliot su i prodigi del fachirismo; poi tutto quanto avevano pubblicato i più illustri e sicuri sperimentatori, dal Crookes al Wagner, all’Aksakof; dal Gibier allo Zoellner al Janet, al de Rochas, al Richet, al Morselli; e con suo sommo stupore venne a conoscere che ormai i fenomeni così detti spiritici, per esplicita dichiarazione degli scienziati più scettici e più positivi, erano innegabili.

             –   Ah, perdio! – esclamò Zummo, già tutto acceso e vibrante. – Qua la cosa cambia d’aspetto!

             Finché quei fenomeni gli erano stati riferiti da gentuccia come i Piccirilli e i loro vicini, egli, uomo serio, uomo colto, nutrito di scienza positiva, li aveva derisi e senz’altro respinti. Poteva accettarli? Seppure glieli avessero fatti vedere e toccar con mano, avrebbe piuttosto confessato d’essere un allucinato anche lui. Ma ora, ora che li sapeva confortati dall’autorità di scienziati come il Lombroso, come il Richet, ah perdio, la cosa cambiava d’aspetto!

             Zummo, per il momento, non pensò più alla lite dei Piccirilli, e si sprofondò tutto, a mano a mano sempre più convinto e con fervore crescente, ne’ nuovi studii.

             Da un pezzo non trovava più nell’esercizio dell’avvocatura, che pur gli aveva dato qualche soddisfazione e ben lauti guadagni, non trovava più nella vita ristretta di quella cittaduzza di provincia nessun pascolo intellettuale, nessuno sfogo a tante scomposte energie che si sentiva fremere dentro, e di cui egli esagerava a se stesso l’intensità, esaltandole come documenti del proprio valore, via! quasi sprecato lì, tra le meschinità di quel piccolo centro. Smaniava da un pezzo, scontento di sé, di tutto e di tutti; cercava un puntello, un sostegno morale e intellettuale, una qualche fede, sì, un pascolo per l’anima, uno sfogo per tutte quelle energie. Ed ecco, ora, leggendo quei libri… Perdio! Il problema della morte, il terribile essere o non essere d’Amleto, la terribile questione era dunque risolta? Poteva l’anima d’un trapassato tornare per un istante a «materializzarsi» e venire a stringergli la mano? Sì, a stringere la mano a lui, Zummo, incredulo, cieco fino a jeri, per dirgli: «Zummo, sta’ tranquillo; non ti curare più delle miserie di codesta tua meschinissima vita terrena! C’è ben altro, vedi? ben altra vita tu vivrai un giorno! Coraggio! Avanti!».

             Ma Serafino Piccirilli veniva anche lui, ora con la moglie ora con la figliuola, quasi ogni giorno, a sollecitarlo, a raccomandarglisi.

             –   Studio! studio! – rispondeva loro Zummo, su le furie. – Non mi distraete, perdio! state tranquilli; sto pensando a voi.

             Non pensava più a nessuno, invece. Rinviava le cause, rimandava anche tutti gli altri clienti.

             Per debito di gratitudine, tuttavia, verso quei poveri Piccirilli, i quali, senza saperlo, gli avevano aperto innanzi allo spirito la via della luce, si risolse alla fine a esaminare attentamente il loro caso.

             Una grave questione gli si parò davanti e lo sconcertò non poco, su le prime. In tutti gli esperimenti, la manifestazione dei fenomeni avveniva costantemente per la virtù misteriosa d’un medium. Certo, uno dei tre Piccirilli doveva esser medium senza saperlo. Ma in questo caso il vizio non sarebbe stato più della casa del Granella, bensì degli inquilini; e tutto il processo crollava. Però, ecco, se uno dei Piccirilli era medium senza saperlo, la manifestazione dei fenomeni non sarebbe avvenuta anche nella nuova casa presa da essi in affitto? Invece, no! E anche nelle case precedentemente abitate i Piccirilli assicuravano d’essere stati sempre tranquilli. Perché dunque nella sola casa del Granella si erano verificate quelle paurose manifestazioni? Evidentemente, doveva esserci qualcosa di vero nella credenza popolare delle case abitate dagli spiriti. E poi c’era la prova di fatto. Negando nel modo più assoluto la dote della medianità alla famiglia Piccirilli, egli avrebbe dimostrato falsa la spiegazione biologica, che alcuni scienziati schizzinosi avevan tentato di dare dei fenomeni spiritici. Che biologia d’Egitto! Bisognava senz’altro ammettere l’ipotesi metafisica. O che era forse medium, lui, Zummo? Eppure parlava col tavolino. Non aveva mai composto un verso in vita sua; eppure il tavolino gli parlava in versi, coi piedi. Che biologia d’Egitto!

             Del resto, giacché a lui più che la causa dei Piccirilli premeva ormai d’accertare la verità, avrebbe fatto qualche esperimento in casa dei suoi clienti.

             Ne parlò ai Piccirilli; ma questi si ribellarono, impauriti. Egli allora s’inquietò e diede loro a intendere che quell’esperimento era necessario, per la lite, anzi imprescindibile! Fin dalle prime sedute, la signorina Piccirilli, Tinina, si rivelò un medium portentoso. Zummo, convulso, coi capelli irti su la fronte, atterrito e beato, potè assistere a tutte, o quasi, le manifestazioni più stupefacenti registrate e descritte nei libri da lui letti con tanta passione. La causa crollava, è vero; ma egli, fuori di sé, gridava ai suoi clienti a ogni fine di seduta:

             – Ma che ve n’importa, signori miei? Pagate, pagate… Miserie! Sciocchezze! Qua, perdio, abbiamo la rivelazione dell’anima immortale!

             Ma potevano quei poveri Piccirilli condividere questo generoso entusiasmo del loro avvocato? Lo presero per matto. Da buoni credenti, essi non avevano mai avuto il minimo dubbio su l’immortalità delle loro afflitte e meschine animelle. Quegli esperimenti, a cui si prestavano da vittime, per obbedienza, sembravano loro pratiche infernali. E invano Zummo cercava di rincorarli. Fuggendo dalla casa del Granella, essi credevano d’essersi liberati dalla tremenda persecuzione; e ora, nella nuova casa, per opera del signor avvocato, eccoli di nuovo in commercio coi demonii, in preda ai terrori di prima! Con voce piagnucolosa scongiuravano l’avvocato di non farne trapelar nulla, dì quelle sedute, di non tradirli, per carità!

             – Ma va bene, va bene! – diceva loro Zummo, sdegnato. – Per chi mi prendete? per un ragazzino? State tranquilli, signori miei! Io esperimento qua, per conto mio. L’uomo di legge, poi, saprà fare il suo dovere in tribunale, che diamine! Sosterremo il vizio occulto della casa, non dubitate!

             V. Lo sostenne, di fatti, il vizio occulto della casa, ma senz’alcun calore di convinzione, certo com’era ormai della medianità della signorina Piccirilli.

             Invece sbalordì i giudici, i colleghi, il pubblico che stipava l’aula del tribunale, con una inaspettata, estrosa, fervida professione di fede. Parlò di Allan Kardech come d’un novello messia; definì lo spiritismo la religione nuova dell’umanità; disse che la scienza co’ suoi saldi ma freddi ordigni, col suo formalismo troppo rigoroso aveva sopraffatto la natura; che l’albero della vita, allevato artificialmente dalla scienza, aveva perduto il verde, s’era isterilito o dava frutti che imbozzacchivano e sapevano di cenere e tosco, perché nessun calore di fede più li maturava. Ma ora, ecco, il mistero cominciava a schiudere le sue porte tenebrose: le avrebbe spalancate domani! Intanto, da questo primo spiraglio all’umanità sgomenta, in angosciosa ansia, venivano ombre ancora incerte e paurose a rivelare il mondo di là: strane luci, strani segni…

             E qui l’avvocato Zummo, con drammaticissima eloquenza, entrò a parlare delle più meravigliose manifestazioni spiritiche, attestate, controllate, accettate dai più grandi luminari della scienza: fisici, chimici, psicologi, fisiologi, antropologi, psichiatri; soggiogando e spesso atterrendo addirittura il pubblico che ascoltava a bocca aperta e con gli occhi spalancati.

             Ma i giudici, purtroppo, si vollero tenere terra terra, forse per reagire ai voli troppo sublimi dell’avvocato difensore. Con irritante presunzione, sentenziarono che le teorie, tuttora incerte, dedotte dai fenomeni così detti spiritici, non erano ancora ammesse e accettate dalla scienza moderna, eminentemente positiva; che, del resto, venendo a considerar più da vicino il processo, se per l’articolo 1575 il locatore è tenuto a garantire al conduttore il pacifico godimento della cosa locata, nel caso in esame, come avrebbe potuto il locatore stesso garantir la casa dagli spiriti, che sono ombre vaganti e incorporee? come scacciare le ombre? E, d’altra parte, riguardo all’articolo 1577, potevano gli spiriti costituire uno di quei vizii occulti che impediscono l’uso dell’abitazione? Erano forse ingombranti? E quali rimedii avrebbe potuto usare il locatore contro di essi? Senz’altro, dunque, dovevano essere respinte le eccezioni dei convenuti.

             Il pubblico, commosso ancora e profondamente impressionato dalle rivelazioni dell’avvocato Zummo, disapprovò unanimemente questa sentenza, che nella sua meschinità, pur presuntuosa, sonava come un’irrisione. Zummo inveì contro il tribunale con tale scoppio d’indignazione che per poco non fu tratto in arresto. Furibondo, sottrasse alla commiserazione generale i Piccirilli, proclamandoli in mezzo alla folla plaudente martiri della nuova religione.

             Il Granella intanto, proprietario della casa, gongolava di gioja maligna.

             Era un omaccione di circa cinquant’anni, adiposo e sanguigno. Con le mani in tasca, gridava forte a chiunque volesse sentirlo, che quella sera stessa sarebbe andato a dormire nella casa degli spiriti – solo! Solo, solo, sì, perché la vecchia serva che stava da tant’anni con lui, grazie all’infamia dei Piccirilli, lo aveva piantato, dichiarandosi pronta a servirlo dovunque, foss’anche in una grotta, tranne che in quella povera casa infamata da quei signori là. E non gli era riuscito di trovare in tutto il paese un’altra serva o un servo che fosse, i quali avessero il coraggio di stare con lui. Ecco il bel servizio che gli avevano reso quegli impostori! E una casa perduta, come andata in rovina!

             Ma ora egli avrebbe dimostrato a tutto il paese che il tribunale, condannando alle spese e al risarcimento dei danni quegli imbecilli, gli aveva reso giustizia. Là, egli solo! Voleva vederli in faccia questi signori spiriti!

             E sghignazzava.

             VI. La casa sorgeva nel quartiere più alto della città, in cima al colle.

             La città aveva lassù una porta, il cui nome arabo, divenuto stranissimo nella pronunzia popolare: Bibirrìa, voleva dire Porta dei Venti.

             Fuori di questa porta era un largo spiazzo sterrato; e qui sorgeva solitaria la casa del Granella. Dirimpetto aveva soltanto un fondaco abbandonato, il cui portone imporrito e sgangherato non riusciva più a chiudersi bene, e dove solo di tanto in tanto qualche carrettiere s’avventurava a passar la notte a guardia del carro e della mula.

             Un solo lampioncino a petrolio stenebrava a mala pena, nelle notti senza luna, quello spiazzo sterrato. Ma, a due passi, di qua dalla porta, il quartiere era popolatissimo, oppresso anzi di troppe abitazioni.

             La solitudine della casa del Granella non era dunque poi tanta, e appariva triste (più che triste, ora, paurosa) soltanto di notte. Di giorno, poteva essere invidiata da tutti coloro che abitavano in quelle case ammucchiate. Invidiata la solitudine, e anche la casa per se stessa, non solo per la libertà della vista e dell’aria, ma anche per il modo com’era fabbricata, per l’agiatezza e i comodi che offriva, a molto minor prezzo di quelle altre, che non ne avevano né punto né poco.

             Dopo l’abbandono del Piccirilli, il Granella l’aveva rimessa tutta a nuovo; carte da parato nuove; pavimenti nuovi, di mattoni di Valenza; ridipinti i soffitti; rinverniciati gli usci, le finestre, i balconi e le persiane. Invano! Eran venuti tanti a visitarla, per curiosità; nessuno aveva voluto prenderla in affitto. Ammirandola, così pulita, così piena d’aria e di luce, pensando a tutte le spese fatte, quasi quasi il Granella piangeva dalla rabbia e dal dolore.

             Ora egli vi fece trasportare un letto, un cassettone, un lavamano e alcune seggiole, che allogò in una delle tante camere vuote; e, venuta la sera, dopo aver fatto il giro del quartiere per far vedere a tutti che manteneva la parola, andò a dormire solo in quella sua povera casa infamata.

             Gli abitanti del quartiere notarono che s’era armato di ben due pistole. E perché?

             Se la casa fosse stata minacciata dai ladri, eh, quelle armi avrebbero potuto servirgli, ed egli avrebbe potuto dire che se le portava per prudenza. Ma contro gli spiriti, caso mai, a che gli sarebbero servite? Uhm!

             Aveva tanto riso, là, in tribunale, che ancora nel faccione sanguigno aveva l’impronta di quelle risa.

             In fondo in fondo, però… ecco, una specie di vellicazione irritante allo stomaco se la sentiva, per tutti quei discorsi che si erano fatti, per tutte quelle chiacchiere dell’avvocato Zummo.

             Uh, quanta gente, anche gente per bene, spregiudicata, che in presenza sua aveva dichiarato più volte di non credere a simili fandonie, ora, prendendo ardire dalla fervida affermazione di fede dell’avvocato Zummo e dall’autorità dei nomi citati e dalle prove documentate, non s’era messa di punto in bianco a riconoscere che… sì, qualche cosa di vero infine poteva esserci, doveva esserci, in quelle esperienze… (ecco, esperienze ora, non più fandonie!).

             Ma che più? Uno degli stessi giudici, dopo la sentenza, uscendo dal tribunale, s’era avvicinato all’avvocato Zummo che aveva ancora un diavolo per capello, e – sissignori – aveva ammesso anche lui che non pochi fatti riferiti in certi giornali, col presidio di insospettabili testimonianze di scienziati famosi, lo avevano scosso, sicuro! E aveva narrato per giunta che una sua sorella, maritata a Roma, fin da ragazza, una o due volte l’anno, di pieno giorno, trovandosi sola, era visitata, com’ella asseriva, da un certo ometto rosso misterioso, che le confidava tante cose e le recava finanche doni curiosi…

             Figurarsi Zummo, a una tale dichiarazione, dopo la sentenza contraria! E allora quel giudice imbecille s’era stretto nelle spalle e gli aveva detto:

             – Ma, capirà, caro avvocato, allo stato delle cose…

             Insomma, tutta la cittadinanza era rimasta profondamente scossa dalle affermazioni e dalle rivelazioni di Zummo. E Granella ora si sentiva solo: solo e stizzito, come se tutti lo avessero abbandonato, vigliaccamente.

             La vista dello sterrato deserto, dopo il quale l’alto colle su cui sorge la città strapiomba in ripidissimo pendio su un’ampia vallata, con quell’unico lampioncino, la cui fiammella vacillava come impaurita dalla tenebra densa che saliva dalla valle, non era fatta certamente per rincorare un uomo dalla fantasia un po’ alterata. Né potè rincorarlo poi di più il lume d’una sola candela stearica, la quale – chi sa perché – friggeva, ardendo, come se qualcuno vi soffiasse su, per spegnerla. (Non s’accorgeva Granella che aveva un ansito da cavallo, e che soffiava lui, con le nari, su la candela.)

             Attraversando le molte stanze vuote, silenziose, rintronanti, per entrare in quella nella quale aveva allogato i pochi mobili, tenne fisso lo sguardo su la fiamma tremolante riparata con una mano, per non veder l’ombra del proprio corpo mostruosamente ingrandita, fuggente lungo le pareti e sul pavimento.

             Il letto, le seggiole, il cassettone, il lavamano gli parvero come sperduti in quella camera rimessa a nuovo. Posò la candela sul cassettone, vietandosi di allungar lo sguardo all’uscio, oltre al quale le altre camere vuote eran rimaste buje. Il cuore gli batteva forte. Era tutto in un bagno di sudore.

             Che fare adesso? Prima di tutto, chiudere quell’uscio e metterci il paletto. Sì, perché sempre, per abitudine, prima d’andare a letto, egli si chiudeva così, in camera. È vero che, di là, adesso, non c’era nessuno, ma… l’abitudine, ecco! E perché in tanto aveva ripreso in mano la candela per andare a chiudere quell’uscio nella stessa stanza? Ah… già, distratto!…

             Non sarebbe stato bene, ora, aprire un tantino il balcone? Auff ! si soffocava dal caldo, là dentro… E poi, c’era ancora un tanfo di vernice… Sì sì, un tantino, il balcone. E nel mentre che la camera prendeva un po’ d’aria, egli avrebbe rifatto il letto con la biancheria che s’era portata.

             Così fece. Ma appena steso il primo lenzuolo su le materasse, gli parve di sentire come un picchio all’uscio. I capelli gli si drizzarono su la fronte, un brivido gli spaccò le reni, come una rasojata a tradimento. Forse il pomo della lettiera di ferro aveva urtato contro la parete? Attese un po’, col cuore in tumulto. Silenzio! Ma gli parve misteriosamente animato, quel silenzio…

             Granella raccolse tutte le forze, aggrottò le ciglia, cavò dalla cintola una delle pistole, riprese in mano la candela, riaprì l’uscio e, coi capelli che gli fremevano sul capo, gridò:

             – Chi è là?

             Rimbombò cupamente il vocione nelle vuote camere. E quel rimbombo fece indietreggiare il Granella. Ma subito egli si riprese; batté un piede; avanzò il braccio con la pistola impugnata. Attese un tratto, poi si mise a ispezionare dalla soglia quella camera accanto.

             C’era solamente una scala, in quella camera, appoggiata alla parete di contro: la scala di cui s’erano serviti gli operai per riattaccar la carta da parato nelle stanze. Nient’altro. Ma sì, via, non ci poteva esser dubbio: il pomo della lettiera aveva urtato contro la parete.

             E Granella rientrò nella camera, ma con le membra d’un subito rilassate e appesantite così, che non poté più per il momento rimettersi a rifare il letto. Prese una seggiola e andò a sedere al balcone, al fresco.

             – Zrì!

             Accidenti al pipistrello! Ma riconobbe subito, eh, che quello era uno strido di pipistrello attirato dal lume della candela che ardeva nella camera. E rise Granella della paura che, questa volta, non aveva avuto, e alzò gli occhi per discerner nel bujo lo svolazzio del pipistrello. In quel mentre, gli giunse all’orecchio dalla camera uno scricchiolio. Ma riconobbe subito ugualmente che quello scricchiolio era della carta appiccicata di fresco alle pareti, e ci si divertì un mondo! Ah, erano uno spasso gli spiriti, a quella maniera… Se non che, nel voltarsi, così sorridente, a guardar dentro la,camera, vide… – non comprese bene, che fosse, in prima: balzò in piedi, esterrefatto; s’afferrò, rinculando, alla ringhiera del balcone. Una lingua spropositata, bianca, s’allungava silenziosamente lungo il pavimento, dall’uscio dell’altra camera, rimasto aperto !

             Maledetto, maledetto, maledetto! un rotolo di carta da parato, un rotolo di carta da parato che gli operai forse avevano lasciato lì, in capo a quella scala… Ma chi lo aveva fatto precipitare di là e poi scivolare così, svolgendosi, lungo il pavimento di due stanze, imbroccando perfettamente l’uscio aperto?

             Granella non poté più reggere. Rientrò con la sedia; richiuse di furia il balcone; prese il cappello, la candela, e scappò via, giù per la scala. Aperto pian piano il portone, guardò nello sterrato. Nessuno! Tirò a sé il portone e, rasentando il muro della casa, sgattajolò per il viottolo fuori delle mura al bujo.

             Che doveva perderci la salute, lui, per amor della casa? Fantasia alterata, sì; non era altro… dopo tutte quelle chiacchiere… Gli avrebbe fatto bene passare una notte all’aperto, con quel caldo. La notte, del resto, era brevissima. All’alba, sarebbe rincasato. Di giorno, con tutte le finestre aperte, non avrebbe avuto più, di certo, quella sciocchissima paura; e, venendo di nuovo la sera, avendo già preso confidenza con la casa, sarebbe stato tranquillo, senza dubbio, che diamine! Aveva fatto male, ecco, ad andarci a dormire, così, in prima, per una bravata. Domani sera…

             Credeva il Granella che nessuno si fosse accorto della sua fuga. Ma in quel fondaco dirimpetto alla casa, un carrettiere era ricoverato quella sera, che lo vide uscire con tanta paura e tanta cautela, e lo vide poi rientrare ai primi albori. Impressionato del fatto e di quei modi, costui ne parlò nel vicinato con alcuni che, il giorno avanti, erano andati a testimoniare in favore dei Piccirilli. E questi testimoni allora si recarono in gran segreto dall’avvocato Zummo ad annunziargli la fuga del Granella spaventato.

             Zummo accolse la notizia con esultanza.

             – Lo avevo previsto! – gridò loro, con gli occhi che gli schizzavano fiamme. – Vi giuro, signori miei, che lo avevo previsto! E ci contavo. Farò appellare i Piccirilli, e mi avvarrò di questa testimonianza dello stesso Granella! A noi, adesso! Tutti d’accordo, ohe, signori miei!

             Complottò subito, per quella notte stessa, l’agguato. Cinque o sei, con lui, cinque o sei: non si doveva essere in più! Tutto stava a cacciarsi in quel fondaco, senza farsi scorgere dal Granella. E zitti, per carità! Non una parola con nessuno, durante tutta la giornata.

             –    Giurate!

             –    Giuriamo!

             Più viva soddisfazione di quella non poteva dare a Zummo l’esercizio della sua professione d’avvocato! Quella notte stessa, poco dopo le undici, egli sorprese il Granella che usciva scalzo dal portone della sua casa, proprio scalzo, quella notte, in maniche di camicia, con le scarpe e la giacca in una mano, mentre con l’altra si reggeva su la pancia i calzoni che, sopraffatto dal terrore, non era riuscito ad abbottonarsi.

             Gli balzò addosso, dall’ombra, come una tigre, gridando:

             – Buon passeggio, Granella!

             Il pover uomo, alle risa sgangherate degli altri appostati, si lasciò cader le scarpe di mano, prima una e poi l’altra; e restò, con le spalle al muro, avvilito, basito addirittura.

             – Ci credi ora, imbecille, all’anima immortale? – gli ruggì Zummo, scrollandolo per il petto. – La giustizia cieca ti ha dato ragione. Ma tu ora hai aperto gli occhi. Che hai visto? Parla!

             Ma il povero Granella, tutto tremante, piangeva, e non poteva parlare.

La casa del Granella – Audio lettura 1 – Legge Valter Zanardi
La casa del Granella – Audio lettura 2 – Legge Lorenzo Pieri
La casa del Granella – Audio lettura 3 – Legge Gaetano Marino
La casa del Granella – Audio lettura 4 – Legge Giuseppe Tizza

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Grande cinema Pirandello

Di Giuseppe Pesce 

Nel corso del Novecento il repertorio pirandelliano ha offerto un importante punto di riferimento, sia per gli autori di cinema che televisivi: dai drammi teatrali, divenuti film e sceneggiati, alle tante novelle che si prestarono, fin da subito, a trasformarsi in un vasto e vario campionario di “soggetti” da sviluppare.

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La canzone dell’amore, 1930. Diretto da Gennaro Righelli. È il primo film sonoro italiano

Grande cinema Pirandello

Appunti per una filmografia

Da Martin Eden 

Pur non essendo uno specialista di Pirandello, ed esistendo già al riguardo una bibliografia critica, ho pensato di raccogliere questo veloce ma puntuale excursus sulla filmografia del grande autore siciliano, soprattutto come piccolo strumento a disposizione di studenti e studiosi alle prese con un primo approccio con l’argomento. Si tratta di un quadro aggiornato di “appunti per una filmografia”, integrati (forse per la prima volta) da una serie di riferimenti – attinti alle Teche RAI – alle messe in onda televisive di sceneggiati e produzioni legate a Pirandello.

Nel corso del Novecento il repertorio pirandelliano ha offerto infatti un importante punto di riferimento, sia per gli autori di cinema che televisivi: dai drammi teatrali, divenuti film e sceneggiati, alle tante novelle che si prestarono, fin da subito, a trasformarsi in un vasto e vario campionario di “soggetti” da sviluppare. Ma quello di Pirandello col cinema fu un rapporto complesso, ambiguo e conflittuale. E anche i risultati degli adattamenti e dei lavori ispirati alle sue opere non sempre sono riusciti; anzi, forse raramente hanno prodotto prove veramente felici. Ma tra visioni d’autore, prove d’attore e di regia, cinema e televisione, quella della filmografia di Pirandello è un’avventura che vale tuttavia la pena di ripercorrere. Questo breve saggio riprende la relazione al convegno Il mondo fantastico di Luigi Pirandello organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, e svoltosi nella suggestiva cornice di Villa Orlandi – centro congressi dell’ateneo – a Capri, il 28 settembre 2018.

Giuseppe Pesce
(Maggio 2020)

La sua pagina web è https://giuseppepesce.wordpress.com/

Tutte le immagini sono state reperite dal Web

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Il rapporto tra Pirandello e il cinema fu complesso, ambiguo e conflittuale. [1] Il suo primo giudizio fu spietato. Temeva che il pubblico abbandonasse i teatri per vedere “larve evanescenti” proiettate su uno schermo da fredde macchine. Ma in pochi anni ebbe un ripensamento: «L’avvenire dell’arte drammatica – scrisse a Marta Abba nel 1930 – e anche degli scrittori di teatro è adesso là. Bisogna orientarsi verso una nuova espressione d’arte: il film parlato. Ero contrario, mi sono ricreduto». [2]

[2] Lettera del 27 maggio 1930 in Luigi Pirandello, Lettere a Marta Abba, a cura di Benito Ortolani, Milano, Mondadori, 1995, p. 194.

Nel corso del Novecento il repertorio pirandelliano ha offerto un importante punto di riferimento, sia per gli autori di cinema che televisivi: dai drammi teatrali, divenuti film e sceneggiati, alle tante novelle che si prestarono, fin da subito, a trasformarsi in un vasto e vario campionario di “soggetti” da sviluppare.

Scrittore e drammaturgo già di successo, Pirandello si avvicinò con grande curiosità alla nuova “narrazione per immagini” offerta dal cinema, col romanzo Si gira del 1916, ripubblicato poi col titolo definitivo di Quaderni di Serafino Gubbio operatore. [3]

[4]

[5] Per la stessa produzione Ugo Gracci realizzò invece Il lume dell’altra casa – storia di un tradimento che costa carissimo a un madre, allontanandola dalla famiglia – interpretato da Margot Pellegrinetti e tratto dall’omonima novella. [6] A novembre, dopo qualche controversia con la censura (per il tragico epilogo che vede una canzonettista tradita sparare al suo amante) ebbe il “visto” Lo scaldino, interpretato stavolta da Kally Sambucini, con la regia di Augusto Genina, lodato dalla critica per essere riuscito a ringiovanire una novella vecchia e «trita». [7]

[6] id., Il cinema muto italiano: I film del dopoguerra, 1920, cit., pp. 190-192.
[7] Ivi, pp. 316-318.

Mentre queste prime tre pellicole erano fondamentalmente incentrate su storie abbastanza semplici di delusioni, amanti e tradimenti, l’anno seguente Stefano Pirandello riprese una novella del padre più “psicologica”: La rosa – su una bella telegrafista che sconvolge e delude gli uomini di un paesino – traendone la sceneggiatura per un film diretto da Arnaldo Frateili e interpretato da Olimpia Barroero. Maria Jacobini e Carlo Benetti, invece, furono i protagonisti de Il viaggio, amara storia dell’amore impossibile di una donna per suo cognato, diretta da Gennaro Righelli. [8] E sempre nello stesso anno Augusto Camerini trasse un film dalla commedia Ma non è una cosa seria – storia del matrimonio “di comodo” di un allegro e spensierato conquistatore di donne – che aveva conosciuto già il successo a teatro con la compagnia di Emma Gramatica. [9]

Il cinema muto italiano: I film degli anni venti, 1921, cit., p. 185.

Nel 1925 uscì in Francia una pellicola destinata a rimanere una pietra miliare nella filmografia pirandelliana: Le feu Mathias Pascal di Marcel L’Herbier, tratto ovviamente dall’omonimo romanzo, e interpretato da Ivan Mosjoukine, attore russo emigrato a Parigi.

Il regista lavorò con una certa libertà, tra trucchi pittoreschi, angoli di riprese “spirituali”, sequenze di sogno su fondo nero; mettendo in evidenza, con grande virtuosismo, il personaggio di Mathias Mosjoukine con stili, di volta in volta, sempre diversi. Il film – che dura quasi tre ore – alterna le estrose scenografie degli interni agli esterni girati in varie location, tra cui il caratteristico borgo di San Gimignano. La felice interpretazione del regista e del protagonista molto devono, certamente, alla storia “forte” del soggetto; ma il film costruì anche una particolare alchimia, dando per molti un “volto” al personaggio di Mattia Pascal. Leonardo Sciascia, che lo vide da ragazzino, andò a cercare il libro proprio per l’impressione suscitata dall’interpretazione di Ivan Mosjoukine, a cui dedicò poi persino un saggio. [10]

[10] Le feu Mathias Pascal, dir. Marcel L’Herbier (Francia, 1925). Nel 1979 Leonardo Sciascia rivide il film presso gli Archives du cinéma di Bercy e vi dedicò il saggio Leonardo sciascia, Il volto sulla maschera: Mosjoukine, Mattia Pascal, Milano, Mondadori, 1980. Una versione VHS uscì nella collana «Il grande cinema», Mondadori Video, Segrate, 1992. La pellicola conservata presso la Cinémathèque française è stata restaurata nel 2009 dal laboratorio “L’immagine ritrovata” della Cineteca di Bologna, con l’aggiunta delle musiche di Timothy Brock.

Scarsamente conosciuto, persino dai critici, rimase a lungo invece il film Die flucht in die nacht (Il volo nella notte), prima trasposizione dell’Enrico IV, diretta da Amleto Palermi, emigrato in Germania; realizzato nel 1926, fu un dignitoso tentativo di adattamento, tenuto conto dell’impossibilità di tradurre in immagini, senza dialoghi, il dramma pirandelliano, tutto psicologico, affidato ai primi piani del volto scavato di Conrad Veidt, nella parte del protagonista. [11]

[11] Die Flucht in die Nacht, dir. Amleto Palermi (Germania, 1926).

Nel 1929 comparve in Germania anche una sceneggiatura di Sechs personen suchen einen autor (Sei personaggi in cerca d’autore), adattamento della già famosa “commedia da fare” del 1921, scritto con Adolf Lantz, per un progetto cinematografico mai realizzato. [12]

[13]

[13] E. Roma, Pirandello e il cinema, «Comoedia», XIV (1932), n. 7 (lug-ago), pp. 19-22. L’ultimo soggetto, tratto dalla novella Ignare, faceva parte di un progetto a quattro mani avviato con il figlio Stefano, che prevedeva ben 8 sceneggiature diverse (quella per la May Wong si intitolava Vergine Madre): Cfr Nina Da Vinci Nichols, Pirandello and Film, University of Nebraska Press, Lincoln, 1995, p. XXI (dalla cronologia del documentato saggio emergono diversi altri accordi con produzioni americane ed europee).

A Pirandello è legato il primo film sonoro italiano: La canzone dell’amore di Gennaro Righelli – tratto dalla novella In silenzio – con Dria Paola e Isa Pola. Prima produzione della neonata Cines, fu proiettato il 7 ottobre 1930 al Supercinema di Roma, conquistando una certa popolarità per la colonna sonora, con la canzone Solo per te, Lucia. Dal melodrammatico soggetto, l’anno seguente Righelli realizzò anche una nuova versione tedesca del film – Liebeslied – interpretata da Constantin J. David. [14]

La canzone dell’amore, 1930. Mercedes Brignone e Dria Paola

Nel 1932 la Metro Goldwyn Mayer produsse poi As you desire me, interpretato da Greta Garbo, tratto dalla commedia Come tu mi vuoi. Com’era prevedibile, il film (riambientato a Budapest e diretto da George Fitzmaurice) sacrificò l’approfondimento psicologico dei personaggi – l’ambiguo rapporto tra una ballerina tedesca e un ex ufficiale italiano – all’artificiosa ambientazione hollywoodiana. [15]

Greta Garbo, As you desire me (Come ti mi vuoi), film, 1932. Immagine dal Web.

Nel 1933, nell’ambito di un tentativo di apertura internazionale della Cines diretta da Emilio Cecchi, uscì Acciaio di Walter Ruttmann; un film che, oltre a essere l’unica pellicola di fiction del regista-documentarista tedesco, è anche l’unico tratto da un soggetto originale di Luigi Pirandello. Il soggetto – o meglio lo “scenario” come si diceva all’epoca – fu pubblicato col titolo Giuoca Pietro! e vi partecipò anche il figlio Stefano (che potrebbe esserne il vero autore), mentre alla sceneggiatura lavorarono Cecchi e Mario Soldati. Il film, interpretato da Isa Pola, Piero Pastore e Romolo Costa, non ebbe successo e fu bollato dalla critica come «fascista». Il regista fu rimproverato di aver sminuito la vicenda drammatica – un triangolo amoroso abbastanza banale – insistendo piuttosto sulle lunghe riprese “sinfoniche” della lavorazione dell’acciaio, delle macchine, delle cascate. Il film, infatti, era ambientato nelle Acciaierie di Terni, e sarà recuperato solo più tardi dalla critica per il coraggio con cui mostrava per la prima volta ariosi esterni naturali, l’impiego degli operai come interpreti occasionali; nonché certi spaccati di vita popolare – la festa di paese, la corsa ciclistica – in un racconto costruito, purtroppo, complessivamente male. [16]

[17]

Ma non è una cosa seria, regia di Mario Camerini, 1936. Elisa Cegani e Vittorio De Sica

Gennaro Righelli, invece, sempre nel 1936 con Pensaci, Giacomino! realizzò un freddo ma pulito adattamento dell’omonimo testo teatrale (storia del singolare matrimonio “riparatore” tra un vecchio professore e la figlia del suo bidello, rimasta incinta di un giovanotto borghese), lasciando soprattutto un’eccezionale testimonianza della colorata e umana recitazione di Angelo Musco, chiamato a interpretare – insieme a Dria Paola – l’opera che lui stesso aveva portato in scena (originariamente in siciliano) nel 1916. [18]

[18] Pensaci, Giacomino!, dir. Gennaro Righelli (Italia, 1936).

Nel 1937 uscì una nuova versione cinematografica de Il fu Mattia Pascal – dopo quella muta del ’25 – diretta dal regista francese Pierre Chenal e girata tra Roma (Villa York) e altre località del Lazio. Realizzato nel corso dell’anno precedente, il film fu presentato in Francia col titolo L’homme de nulle part e in America come Feu Mathias Pascal. Nello stesso periodo Chenal realizzò anche una versione italiana, con gli stessi attori protagonisti Pierre Blanchar (Mattia Pascal) e Isa Miranda (Luisa, Adriana nel romanzo), ma con un differente cast (in cui c’era anche Irma Gramatica), alla cui lavorazione – in particolare per i dialoghi – partecipò lo stesso Luigi Pirandello, fino alla malattia polmonare che lo portò alla morte nel dicembre del 1936. [19]

[20] diretto da Mario Baffico e interpretato da Mario Ferrari e Laura Solari.

[20] Terra di nessuno, dir. Mario Baffico (Italia, 1939).

il cinema nella poetica pirandelliana

Il soggetto iniziale – tratto dalle novelle Requiem aeterna dona eis Domine! e Romolo – era stato affidato da Luigi Pirandello al figlio Stefano, e si intitolava Dove Romolo edificò. Stefano (che si firmava Landi) lavorò poi alla sceneggiatura con Corrado Alvaro, aggiungendo una serie di elementi, tra cui la rivolta contadina. La storia, infatti, è quella di una comunità di contadini che occupa un latifondo abbandonato; anche se il cuore della vicenda ruota intorno al “fondatore” della borgata (Pietro, di ritorno dall’America) e alla morte di sua figlia – proprio nel corso della rivolta – che aveva sposato il figlio dei proprietari terrieri che rivendicavano la “terra di nessuno”. Per la forte tematica di scontro sociale, ma soprattutto per le allusioni ai potenti latifondisti siciliani (contro i quali il primo fascismo aveva promesso la rivoluzione, ma coi quali poi si era accordato), la censura intralciò la produzione del film. Dopo la scomparsa di Pirandello, nel 1937 furono bloccati i finanziamenti inizialmente accordati; e lo stesso Corrado Alvaro fu costretto a smentire che si trattasse di un film a sfondo politico, e che i problemi sociali denunciati erano in realtà superati. Ovviamente non era vero, e lo sapevano anche le autorità fasciste che – considerata anche la celebrità di Pirandello, da poco scomparso – non poterono far altro, seppur senza alcuna simpatia, che portare comunque a compimento il progetto. Il film fu subito definito «coraggioso», non solo per la storia, ma anche perché mostrava ampi spazi aperti, e ambientazione e personaggi ricordavano un po’ i western americani. E in America finì anche la pellicola: ritenuta perduta nel secondo dopoguerra, fu infatti ritrovata presso la Library of Congress di Washington e tornò in Italia solo nel 1981.

L’avvento della guerra stroncò il progetto cinematografico, già in avanzata fase di elaborazione, di un film tratto dal romanzo L’esclusa, alla cui sceneggiatura lavorò Sergio Amidei su incarico di Cines e Universalcine. [21]

[21] Giulio Cesare Castello, Filmografia ragionata di Luigi Pirandello, cit., p. 14.

Tra la fine del 1943 e i primi del ’44 uscì però l’Enrico IV di Giorgio Pastina. [22]

[22] Enrico IV, dir. Giorgio Pastina (Italia, 1943).

All’adattamento dell’omonimo dramma – che ne risultò abbastanza semplificato – parteciparono anche Stefano Pirandello e Vitaliano Brancati. Interprete principale fu Osvaldo Valenti, uno degli attori più ricercati e pagati del momento, che il regista seppe valorizzare attraverso un abile gioco di primi piani, ma doppiato (a causa della voce e della dizione) da Augusto Marcacci, a sua volta doppiato poiché recitava anche lui nella pellicola. Nella riduzione cinematografica, l’antefatto assunse una lunghezza sproporzionata, fino a coprire quasi metà del racconto; con la conseguenza che fu necessario dare un nome e cognome (Carlo di Nolli) al protagonista, che invece nel dramma è conosciuto solo come Enrico IV, il personaggio che crede appunto di essere. Il film passò perlopiù inosservato, poiché fu proiettato solo nell’Italia settentrionale occupata dai tedeschi (e lo stesso attore protagonista andò incontro a un tragico destino). [23] Nell’immediato dopoguerra, pare che la London Film acquistò i diritti per un rifacimento del film, che sarebbe stato diretto e interpretato da Orson Welles, ma il progetto non ebbe seguito. [24]

[23] Osvaldo Valenti, arruolatosi poco dopo l’uscita del film nella X MAS, fu fucilato nel 1945 dai partigiani.
[24] Luigi Freddi, Il cinema, vol. II, Roma, L’Arnia, 1949, p. 413.

Alla fine della guerra uscì però in America This love of ours (Questo nostro amore) di William Dieterle, tratto dalla commedia Come prima, meglio di prima e interpretato da Merle Oberon e Claude Rains. [25]

Merle Oberon e Claude Rains, This love of ours (Questo nostro amore), 1945

Il film fu presentato alla Manifestazione Internazionale d’Arte Cinematografica che nel 1946 sostituì la Mostra di Venezia, e ai critici diede l’impressione di «una commedia di Pirandello che gli americani hanno ridotto alle proporzioni di Liala». [26]

[25] This love of ours, dir. William Mieterle (Usa, 1945).
[26] Glauco Viazzi, Cinema a Venezia. I film, «Sipario», I (1946), n. 6 (ottobre).

La travagliata storia del difficile rapporto di una donna (passata per dal tentativo di suicidio a quello di costruirsi una seconda vita) con sua figlia veniva infatti spogliata di ogni vigore, trattato con superficialità hollywoodiana, fino al convenzionale lieto fine di rappacificazione tra madre e figlia. 

In Italia bisognò spettare il 1952, quando in un episodio del film collettivo Altri tempi diretto da Alessandro Blasetti, Amedeo Nazzari interpretò La morsa, tratto dall’«epilogo in un atto» della relazione tra due amanti, stretti nella morsa di accuse del marito di lei. [27]

[27] Altri tempi Zibaldone n. 1, dir. Alessandro Blasetti (Italia, 1952).

L’anno seguente uscì L’uomo, la bestia e la virtù di Steno, con Orson Welles e Totò. Girato a Cetara, sulla costiera amalfitana, raccontava l’ambiguo tresca di un maestro con la moglie di un rude capitano di mare; ma il film stravolse a tal punto la commedia iniziale che, a seguito delle proteste degli eredi di Pirandello, fu ritirato dalle sale (sarà ritrasmesso dalla Rai più trent’anni dopo, nel 1993). [28]

[28] L’uomo, la bestia e la virtù, dir. Steno (Italia, 1953).

L'uomo, la bestia e la virtù - Film
Orson Wells e Totò, L’uomo, la bestia e la virtù, 1953, regia di Steno

Nel 1954 uscì poi Questa è la vita, un film in quattro episodi tratti da altrettante novelle di Pirandello. [29]

[29] Questa è la vita, dir. Giorgio Pàstina, Mario Soldati, Luigi Zampa e Aldo Fabrizi (Italia, 1954).

Il primo era La giara, diretto da Giorgio Pastina, che riprendeva la storia di Zì Dima che, per aggiustare la giara di Don Lolò, ci resta chiuso dentro. Ne Il ventaglino di Mario Soldati, invece, scorre la storia di una ragazza-madre ridotta all’elemosina, che coi primi soldi raccolti invece di comprare qualcosa da mangiare acquista un ventaglio per attirare l’attenzione di due bersaglieri. Il terzo episodio, La patente, con la regia e sceneggiatura di Luigi Zampa e Vitaliano Brancati, è il più famoso, con Totò nei panni di Rosario Chiarchiaro che, ritenuto da tutti un menagramo, minaccia di portare iella in cambio di denaro, arrivando a chiedere una vera e propria “patente” iettatore. L’ultimo episodio, Marsina stretta, è invece diretto e interpretato da Aldo Fabrizi che – complice il fastidio e la rabbia per il frac troppo stretto – riesce a ricucire a salvare il matrimonio tra i due giovani (Lucia Bosè e Walter Chiari) di cui è testimone. Nonostante il successo popolare, il film non piacque alla critica, che lo giudicò poco più di una collana di bozzetti abbastanza mediocri; non attecchì la vaga aspirazione anti-neorealistica, nè tanto meno l’interpretazione semplicistica – secondo cui la vita è una cosa bizzarra, ma tutto sommato confortante – chiaramente indicata nel prologo, in netto contrasto con l’amaro pessimismo pirandelliano.

Myriam Bru (Tuta), Il ventaglino. Secondo episodio del Film Questa è la vita, 1954

Nello stesso anno, una produzione italo-francese portò nelle sale anche Vestire gli ignudi di Marcello Pagliero, adattato da Ennio Flaiano e interpretato da Gabriele Ferzetti e dalla bella Eleonora Rossi Drago. [30]

[30] Vestire gli ignudi, dir. Marcello Pagliero (Italia-Francia, 1954).

L’inizio del film era spostato nel tempo attuale, ovvero nella Roma affarista degli anni Cinquanta, per poi tornare indietro con un flashback nel racconto dello scrittore Ludovico Nota, che – ringiovanito rispetto all’opera teatrale – diveniva il cuore del dramma. La travagliata vicenda della giovane che tentava di togliersi la vita, inventandosi una propria versione (poi smentita) dei fatti, risultò scarsamente convincente. Abbandonati i dialoghi pirandelliani, inseriti flashback che sembravano parodie del vecchio cinema muto, cambiato il finale (la protagonista anziché avvelenarsi si gettava – o finiva? – sotto un camion), il film fu considerato da subito una delle più infelici trasposizioni del genere.

Se al cinema i progetti tratti dalle opere di Pirandello sembravano non funzionare più, il 1954 fu anche l’anno in cui cominciarono ad andare in onda una serie – ben più fortunata – di riduzioni televisive, realizzate in studi di posa, secondo un nuovo format a metà tra messinscena teatrale e sceneggiato televisivo. I primi a cimentarsi nel nuovo genere furono Mario Landi e Franco Enriquez. Landi portò in scena un classico pirandelliano, Così è se vi pare, con Ubaldo Lay; e Ma non è una cosa seria, con Ernesto Calindri nei panni del libertino Memmo Speranza (già portato sul grande schermo da De Sica). Enriquez, invece, diresse Luigi Cimara, Elena Zareschi e Romolo Valli nell’ambiguo matrimonio “riparatore” de Il piacere dell’onestà; e L’altro figlio, con la regia teatrale di Carlo Lari, trasmesso il 24 febbraio. [31]

[32]

[33]

[33] Never say goodbye, dir. Jerry Hopper e Douglas Sirk (Usa, 1956).

In televisione intanto continuò la fortuna degli adattamenti, con una nuova versione del già rodato Ma non è una cosa seria (1957); Salvo Randone nei panni del vedovo ingannato Martino Lori di Tutto per bene (1958); e il ritorno di un altro classico del repertorio pirandelliano come Così è se vi pare (1959) con Evi Maltagliati. Nel 1960, inoltre, Serge Reggiani e Grazia Maria Spina interpretarono anche una riduzione di Diego Fabbri (circa un’ora e mezza di trasmissione) de Il fu Mattia Pascal, per il ciclo “Il Novelliere” diretto da Daniele D’Anza. Negli anni successivi, Salvo Randone interpreta una nuova versione de Il piacere dell’onestà, mentre Renzo Ricci porta in scena il più impegnativo dramma Enrico IV. [34]

[35]

[35] Liolà, dir. Alessandro Blasetti (Italia, 1963). Cfr Luca Verdone, I film di Alessandro Blasetti, Roma, Gremese, 1989, p. 146.

Liolà, 1963 -Giovanna Ralli e Ugo Tognazzi. Immagine dal Web.

Continuava intanto, tra messinscene teatrali e sceneggiati in studio, la grande fortuna degli adattamenti televisivi, con la ripresa nel 1964 di due classici come Ma non è una cosa seria, con Giulio Bosetti e Turi Ferro; e Così è (se vi pare) di Vittorio Cottafavi con Giancarlo Sbragia, Sarah Ferrati ed Enrico Maria Salerno. [36]

[37]

[37] Sei personaggi in cerca d’autore, dir. Giorgio De Lullo (Rai, Italia, 1965)

Sempre nel 1965 andò in onda La ragione degli altri con Nando Gazzolo e Ivo Garrani, mentre l’anno successivo Renzo Ricci e Raffaella Carrà interpretarono Tutto per bene di Anton Giulio Majano. Claudio Fino diresse invece Salvo Randone nei panni di Enrico IV; mentre per la serie del “teatro nel teatro” fu realizzato anche Questa sera si recita a soggetto di Paolo Giuranna, con la regia televisiva Walter Mastrangelo. [38]

[39]

[40]

Pirandello e “L’amica delle mogli”

Romolo Valli (Francesco Venzi) Rossella Falk (Marta), L’amica delle mogli, 1970

Intanto al cinema Vittorio De Sica aveva scelto la novella Il viaggio – già soggetto della pellicola muta del ’21 di Righelli – per quella che sarebbe stata la sua ultima regia. [41]

[41] Il viaggio, dir. Vittorio De Sica (Italia, 1974).

Il film, uscito nella primavera del 1974, nonostante il coinvolgimento di due importantissimi attori come Richard Burton e Sophia Loren (David di Donatello per l’interpretazione) non ebbe grande successo. La critica lo liquidò come un adattamento melodrammatico, che smussava l’aspra e cruda descrizione pirandelliana degli usi siciliani di inizio ’900 e in particolare della soggezione della donna. La storia della bella vedova che, malata, intraprende un ultimo viaggio in Italia col cognato, suo vero grande amore, fu girata tra Noto, Milano, Venezia, Roma, Napoli e Palermo; e proprio durante le riprese (agosto 1973) De Sica apprese della malattia che lo avrebbe poi portato alla morte, alla fine dell’anno seguente.

Nella primavera nel 1979 (aprile-maggio) andò in onda sul secondo canale Rai una serie televisiva in cinque puntate tratta dal romanzo I vecchi e i giovani. [42]

[42] I vecchi e i giovani, dir. Marco Leto (Rai-Filmapha/Italia-Francia, 1978).

La riduzione, elaborata dal regista Marco Leto insieme allo scrittore Renzo Rosso, rievocava atmosfere e conflitti generazionali della Sicilia di fine Ottocento – con le lotte di classe e le vicende dei Fasci – attraverso una solennità quasi “teatrale” dei dialoghi e delle figure dei protagonisti, che vedeva tra gli altri Bekim Fehmiu (già famoso Ulisse di uno sceneggiato del 1968) nei panni dell’ingegnere delle zolfare Aurelio Costa, Gabriele Ferzetti in quelli del banchiere Flaminio Salvo, e Stefano Satta Flores interpretare il deputato Ignazio Capolino. Co-prodotta con la francese Filmalpha, la serie segnò un punto di svolta per la Rai, con l’introduzione del colore e delle riprese in esterni, fino ad allora abbastanza rare negli sceneggiati.

Ma accanto a quest’esperienza continuarono soprattutto gli adattamenti televisivi realizzati in studio, a metà tra sceneggiato e messinscena teatrale. Nel 1978 Andrea Camilleri diresse Carlo Giuffrè nell’atto unico Cecè, tratteggiando il profilo di un imbroglione da “Italietta”, tra scandali e politica corrotta; mentre Arnaldo Ninchi affrontò la pièce Non si sa come, su un adulterio commesso in un attimo di smarrimento che sconvolge il povero protagonista. L’anno seguente Piero Schivazappa tentò un adattamento del romanzo L’esclusa, con Scilla Gabel e Arnoldo Foà, in onda nel 1980. Nel frattempo, con l’Enrico IV – interpretato da Romolo Valli, Gianna Giachetti, Mariella Fenoglio – Giorgio De Lullo concluse il suo percorso pirandelliano, scomparendo prematuramente a soli sessant’anni, nel 1981. Nello stesso anno la scrittrice americana Susan Sontag portò in scena Come tu mi vuoi, con Adriani Asti e Alessandro Haber, con la regia televisiva Sergio Ariotti. [43]

[43] Cecè, dir. Andrea Camilleri (Rai, Italia, 1978); Non si sa come, dir. Arnaldo Ninchi (Rai, Italia, 1978); L’esclusa, dir. Piero Schivazappa (Rai, Italia, 1979); Enrico IV, dir. Giorgio De Lullo (Rai, Italia, 1979); Come tu mi vuoi, dir. Susan Sontag e Sergio Ariotti (Rai, Italia, 1981).

Sempre nel 1981 uscì al cinema Il turno di Tonino Cervi, con Vittorio Gassman, Paolo Villaggio e Laura Antonelli. [44]

[44] Il turno, dir. Tonino Cervi (Italia, 1981).

Il film, criticato fin da subito per la trasposizione eccessivamente farsesca, riprendeva – seppure con alcune varianti – l’omonimo romanzo che ruota intorno alla bella Stellina, che sposa un vecchio e ricco vedovo, poi l’avvocato che riesce a fa annullare il matrimonio, e solo infine il povero amato Pepè, che tra le varie peripezie ha dovuto aspettare a lungo il suo “turno”. Il tono del film, assolutamente lontano dall’idea pirandelliana, nonostante la buona interpretazione di Gassman, era da commedia-sexy (con la Antonelli in abiti trasparenti) al limite del trash, con un Paolo Villaggio che non riusciva a scollarsi di dosso il personaggio di Fantozzi.

Nel 1981 Eduardo De Filippo – che aveva sviluppato nel corso degli anni un rapporto particolare con la televisione, registrando gran parte delle proprie commedie – portò sul piccolo schermo Il berretto a sonagli, adattamento in napoletano del 1936 voluto dallo stesso Pirandello. Dopo quasi cinquant’anni, Eduardo tornò così a vestire i panni del vecchio scrivano Ciampa, disposto a qualunque compromesso (corna comprese) per tenersi la giovane moglie. Negli anni successivi andarono in onda una serie di nuove riduzioni televisive: Luigi Filippo D’Amico mise in scena Vestire gli ignudi (1981) con Marie-Christine Barrault, e In silenzio (1985); Alberto Lionello interpretò Il piacere dell’onestà (1982) e Tullio Solenghi divenne il Memmo Speranza di Ma non è una cosa seria (1983); fino a una nuova versione de Il berretto a sonagli di (1985), con Paolo Stoppa diretto Luigi Squarzina. [45]

Il berretto a sonagli, 1981 – Eduardo

Dopo i vari tentativi cinematografici, mai del tutto soddisfacenti (se non mediocri) dei decenni precedenti, a metà degli anni ’80 tre produzioni tratte dalle opere di Pirandello – in vista anche del cinquantenario della scomparsa (1936-1986) – tornarono quanto meno a riaccendere un certo interesse, sia di pubblico che di critica, se non altro per i registi impegnati nell’impresa.

Cominciò Marco Bellocchio, portando nelle sale a maggio del 1984 il suo Enrico IV: un adattamento abbastanza fedele, nonostante le integrazioni d’autore, con Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Leopoldo Trieste e Paolo Bonacelli. [46]

[46] Enrico IV, dir. Marco Bellocchio (Italia, 1984).

La vicenda è spostata al 1984: la cavalcata medievale – durante la quale il protagonista è caduto rimanendo “imprigionato” nella maschera di Enrico IV – è rievocata visivamente dal finestrino dell’auto che sta conducendo, vent’anni dopo, gli ospiti al suo castello. L’auto e la galoppata nel passato rappresentano bene l’angosciosa corsa parallela, di due tempi e di due mondi che sono vicini ma s’ignorano, in cui risiede la cifra stilistica del film e del protagonista, al quale Mastroianni toglie l’austera tragicità pirandelliana, per accentuarne la disarmata tenerezza, l’infantilismo, la dolente malinconia. La pazzia di Enrico è una finzione, ma non gl’importa. Perché ormai il tempo è andato; non può più recuperare l’amore della bella Matilde e persino la vendetta non serve a niente. A differenza dell’opera teatrale, infatti, nel film l’attacco a Belcredi (rivale in amore che aveva provocato l’incidente in cui lui era impazzito) è solo simbolico: poiché la vera rivalsa è dimostrare che tutti recitiamo, e che la vita è solo una messinscena. La stessa location (l’ottocentesca Rocchetta Mattei, sull’appennino bolognese) è un set kitsch, finto-medievale; e il film finisce con Enrico e i suoi servi-comprimari che ripuliscono la scena e spengono le luci come alla fine di una recita. Assume, inoltre, maggior spessore il personaggio di Frida (una giovane Latou Chardons scelta per la somiglianza con la Cardinale), che vede in Enrico il contrario dei ruoli e delle maschere indossate dagli altri adulti, esponenti di una borghesia meschina e bigotta tipici delle opere di Bellocchio, così come altri elementi comuni al suo cinema: «In Pirandello mi attrae la figura dell’uomo che si deve nascondere – ha detto nel 2000 il regista – che è respinto da un mondo gretto e ostile. Quest’uomo non è un eroe, è solo una persona più sensibile degli altri, che coglie la crudeltà del mondo, il suo essere una beffa». [47]

Henry IV - Act III
Marcello Mastroianni, Enrico IV, 1984. 

[47] Adriano Aprà (a cura di), Marco Bellocchio: il cinema e i film, Venezia, Marsilio, 2005, p. 177.

Pochi mesi dopo, a novembre del 1984, uscì Kaos di Vittorio e Paolo Taviani, [48] un film a episodi tratto dalle novelle L’altro figlio, Mal di luna, La giara ed Epilogo (la versione televisiva comprendeva anche un quinto episodio, Requiem).

1984 – I fratelli Taviani tra Franchi e Ingrassia sul set di Kaos, episodio La giara

I Taviani si segnalarono immediatamente per l’eccellente e rispettosa rilettura delle tematiche e delle atmosfere più care al grande drammaturgo siciliano. Per la sceneggiatura, scritta insieme a Tonino Guerra, vinsero il David di Donatello e il Nastro d’Argento. E la pellicola, costruita con attenzione per i dettagli e girata con grande padronanza complessiva, fu collocata dalla critica tra i migliori prodotti del cinema italiano degli anni ’80. Ne L’altro figlio Margarita Lozano dà corpo all’odio di Mariagrazia nei confronti di uno dei suoi figli che sembra la rincarnazione dell’uomo che l’aveva violenta; Enrica Maria Modugno è invece la Sidora innamorata e angosciata dal violento Mal di luna che affligge il marito; Ciccio Ingrassia è il magistrale Don Lollò che vessa il povero Zi’ Dima (Franco Franchi) rinchiuso nella Giara; mentre nell’Epilogo Pirandello parla con Regina Bianca, fantasma di sua madre, di una storia che non ha potuto scrivere. Requiem, infine, (presente solo nella versione televisiva), riprendeva una delle novelle che era già stata il soggetto del poco fortunato film Terra di nessuno (1939). Kaos fu apprezzato soprattutto per aver saputo rappresentare – sfuggendo l’oleografia da cartolina e gli stessi luoghi comuni cinematografici – i costumi di una Sicilia di fine Ottocento, così in contrasto col presente; ovvero l’ignoranza antica e innocente di personaggi segnati dal “divino del Caos”, primitiva potenza che tutto precede.

Dopo il dramma e le novelle, mancava il grande romanzo. Nel 1985 Mario Monicelli realizzò per la Rai Le due vite di Mattia Pascal, con Marcello Mastroianni e un cast di tutto rispetto, in cui c’erano anche una giovane Laura Morante (nei panni di Adriana) e Alessandro Haber. [49]

[49] Le due vite di Mattia Pascal, dir. Mario Monicelli (Italia-Francia 1985). Il regista ne parla in Mario Monicelli, L’arte della commedia, a cura di Lorenzo Codelli, Bari, Dedalo, 1986, pp. 129-130. Più in gen. sulle trasposizioni dell’op. vedi il saggio di Dominique Budor, Mattia Pascal, tra parola immagine: dal romanzo di Pirandello a Dylan Dog, Roma, Carocci, 2004.

Il film, presentato al Festival di Cannes e distribuito nella sale dalla Medusa, non convinse i critici e nemmeno il pubblico. La pellicola durava poco più di due ore, ma la versione completa era quella televisiva, di circa tre ore, divisa in tre puntate [50] (il progetto originario, d’altronde, era proprio quello di uno sceneggiato Rai per il cinquantenario della scomparsa di Pirandello, che Monicelli scrisse, tra gli altri, con Suso Cecchi D’Amico).

Marcello Mastroianni, Le due vite di Mattia Pascal, 1985

La storia di Mattia Pascal – resa immortale dal romanzo del 1904 – fu spostata nell’Italia contemporanea, dei primi anni ’80: una realtà provinciale e immobile, fotografata nella pigrizia della ventosa Liguria, passando per idealizzate mete turistiche (la scintillante Montecarlo e la decadente Venezia) fino ad approdare alla monotonia metropolitana di una Roma spogliata di ogni bellezza. Ormai sessantenne (lontanissimo dal trentenne protagonista del romanzo), Mastroianni si prestò a recitare la parte dell’uomo di mezz’età colto dall’improvviso benessere e travolto da un insolito destino; che Monicelli si divertì a mostrare come uno dei suoi grotteschi personaggi – un debole che si trasformava in dimesso avventuriero – sacrificando l’originaria malinconia e la sottile ironia pirandelliana, perdendo quasi completamente il tema del “doppio” e il problematico rapporto di Adriano Meis con una non-esistenza.

In televisione, nel decennio a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, apparvero una serie di nuove produzioni, ormai sempre più lontane delle vecchie impostazioni di sceneggiato televisivo, e basate su messinscene teatrali spesso ben curate e prodotte dalla stessa Rai (come nel caso della serie “Palcoscenico”). Nel 1985 Andrea Camilleri mise in scena la commedia La ragione degli altri, con Maddalena Crippa, Remo Girone, Lina Sastri; mentre Mariangela Melato e Renato Scarpa interpretarono Vestire gli ignudi, diretti da Giancarlo Sepe; e Giorgio Pressburger riprese invece l’atto unico All’uscita, con Paolo Bonacelli e Gabriele Ferzetti. L’anno seguente, Salvo Randone ripropose con la regia di Nello Rossati Pensaci, Giacomino!, un classico del repertorio pirandelliano. [51]

[52]

[53]

[53] I giganti della montagna, dir. Mauro Bolognini (Rai, Italia, 1989).

Nel 1991, nell’ambito della serie “Palcoscenico”, la Rai produsse poi Così è se vi pare; L’uomo, la bestia e la virtù, adattamento di Carlo Cecchi, che aveva più volte recitato l’opera, anche con riprese televisive; La vita che ti diedi di Gianfranco Mingozzi, con Piera Degli Esposti ed Elena Sofia Ricci; e La signora Morli, una e due di Gianni Serra con Marina Malfatti. [54]

[55]

[56]

Come prima meglio di prima - Atto III

Marina Malfatti, Selvaggia Quattrini, Come prima, meglio di prima, 1996

Al cinema, nel 1998 Paolo e Vittorio Taviani tornarono ad attingere alla narrativa breve di Pirandello, ma stavolta con un risultato abbastanza lontano dal precedente Kaos. Non convinse, infatti, il nuovo film Tu ridi, diviso in due parti tratte rispettivamente dalle novelle Tu ridi e Due sequestri, con Sabrina Ferilli e Antonio Albanese. [57]

[57] Tu ridi, dir. Paolo e Vittorio Taviani (Italia, 1998)

Saltata l’idea originale di una “cornice” – con lo stesso Pirandello-narratore – che avrebbe dovuto raccoglierle, le storie risultavano slegate: la prima con momenti onirici che sconfinavano in vaghe atmosfere da Arancia meccanica; la seconda grottesca e crudele, con all’interno un altro episodio (quello del dottor Ballarò) interpretato tuttavia da un bravo Turi Ferro.

Migliore accoglienza, per l’impronta autoriale del regista, ha ricevuto l’anno seguente La balia di Marco Bellocchio, tratto dall’omonima novella. [58]

[58] La balia, dir. Marco Bellocchio (Italia, 1999).

Una luce malinconica avvolge la vicenda dello psichiatra romano Ennio Mori (Fabrizio Bentivoglio) e della fragile moglie Vittoria (Valeria Bruni Tedeschi). Conservando le linee essenziali del racconto – la crisi di lei che non può allattare il figlio e di una balia che turba definitivamente gli equilibri familiari – Bellocchio, anche attraverso toni spenti e luci basse, cerca di rappresentare il “lato oscuro”, i nodi irrisolti della borghesia italiana del primo Novecento, epoca di rivoluzionari fermenti socialisti.

Nel 2001 al Festival di Cannes fu presentato Va savoir (Chi lo sa?) di Jacques Rivette, storia di un’attrice francese che, dopo cinque anni passati in Italia, torna a Parigi col compagno regista e insieme vogliono mettere in scena Come tu mi vuoi. [59]

[59] Va savoir, dir. Jacques Rivette (Francia, 2001).

Ispirato invece ad alcune novelle (All’uscita e L’uomo dal fiore in bocca) era Ovunque sei di Michele Placido, accolto tra i fischi alla Mostra di Venezia. Nonostante la sceneggiatura scritta con Umberto Contarello, Francesco Piccolo e Domenico Starnone – che sfornarono una storia d’amore nel mondo ospedaliero, trasfigurata da un incidente in vicenda soprannaturale – il film, interpretato da Stefano Accorsi e Violante Placido, fu un disastro. [60]

[60] Ovunque sei, dir. Michele Placido (Italia, 2004).

Più di un decennio dopo, nel 2015, alla Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato invece L’attesa, opera prima di Piero Messina, nata dalle suggestioni delle proprie origini siciliane, ma anche dall’impronta autoriale di Paolo Sorrentino (di cui Messina era stato assistete alla regia). Il film, ispirato alla tragedia in tre atti La vita che ti diedi, porta per la prima volta sul grande schermo la storia di una madre (Juliette Binoche) devastata dal dolore per la perdita del figlio, e dell’ambiguo rapporto con la giovane fidanzata (francese come lei) alla quale tace della tragedia, per continuare ad aspettarlo, in una “attesa” che è un singolare percorso, di memoria e d’amore, di vita più che di morte. [61]

[61] L’attesa, dir. Piero Messina (Italia, 2015).

Nello stesso anno è uscito al cinema La scelta di Michele Placido, «liberamente ispirato» alla commedia L’innesto, storia forte di una gravidanza frutto di uno stupro, che mette la vittima e suo marito – che da anni non riuscivano ad avere figli – davanti a una situazione paradossale. A dieci anni dal disastro di Ovunque sei, con questo secondo tentativo (ambientato nelle campagne baresi) Placido è riuscito a fallire nuovamente la prova di regia, stroncata definitivamente dagli improbabili protagonisti: Ambra Angiolini e Raul Bova, che non avevano la forza né la credibilità per poter interpretare due personaggi così “rischiosi”. [62]

[62] La scelta, dir. Michele Placido (Italia, 2015).

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Filmografia
(cinema e *televisione)

  1. Il crollo, dir. Mario Gargiulo (Italia, 1920).
  2. Il lume dell’altra casa, dir. Ugo Gracci (Italia, 1920).
  3. Lo scaldino, dir. Augusto Genina (Italia, 1920).
  4. La Rosa, dir. Arnaldo Frateili (Italia, 1921).
  5. Il viaggio, dir. Gennaro Righelli (Italia, 1921).
  6. Ma non è una cosa seria, dir. Augusto Camerini (Italia, 1921).
  7. Le feu Mathias Pascal, dir. Marcel L’Herbier (Francia, 1925).
  8. Die Flucht in die Nacht, dir. Amleto Palermi (Germania, 1926).
  9. La canzone dell’amore, dir. Gennaro Righelli (Italia, 1930).
  10. Liebeslied, dir. G. Righelli (Germania, 1931).
  11. As you desire me, dir. George Fitzmaurice (Usa, 1932).
  12. Acciaio, dir. Walter Ruttmann (Italia, 1933).
  13. Ma non è una cosa seria, dir. Mario Camerini (Italia, 1936)
  14. Der Mann, der nicht nein sagen kann, dir. M. Camerini (Italia, 1936).
  15. Pensaci, Giacomino!, dir. G. Righelli (Italia, 1936).
  16. L’homme de nulle part, dir. Pierre Chenal (Italia-Francia, 1937).
  17. Il fu Mattia Pascal, dir. P. Chenal (Italia, 1937).
  18. Terra di nessuno, dir. Mario Baffico (Italia, 1939).
  19. Enrico IV, dir. Giorgio Pastina (Italia, 1943).
  20. This love of ours, dir. William Mieterle (Usa, 1945).
  21. Altri tempi Zibaldone n. 1, dir. Alessandro Blasetti (Italia, 1952).
  22. L’uomo, la bestia e la virtù, dir. Steno (Italia, 1953).
  23. Questa è la vita, dir. L. Zampa, M. Soldati, A. Fabrizi e G. Pastina (Italia, 1954).
  24. Vestire gli ignudi, dir. Marcello Pagliero (Italia-Francia, 1954).
  25. *Così è se vi pare, dir. Mario Landi (Rai, Italia, 1954).
  26. *Ma non è una cosa seria, dir. M. Landi (Rai, Italia, 1954).
  27. *Il piacere dell’onestà, dir. Franco Enriquez (Rai, Italia, 1954).
  28. *L’altro figlio, dir. F. Enriquez e C. Lari (Rai, Italia, 1954).
  29. *La giara, dir. Lino Procacci e Lirio Arena (Rai, Italia, 1956).
  30. *La patente, dir. Corrado Pavolini (Rai, Italia, 1956).
  31. *Lumìe di Sicilia, dir. Silverio Blasi (Rai, Italia, 1956).
  32. Never say goodbye, dir. Jerry Hopper e Douglas Sirk (Usa, 1956).
  33. *Ma non è una cosa seria, dir. Daniele D’Anza (Rai, Italia, 1957).
  34. *Tutto per bene, dir. Claudio Fino (Rai, Italia, 1958).
  35. *Così è se vi pare, dir. Silverio Blasi (Rai, Italia, 1958).
  36. *Il fu Mattia Pascal (rid. Diego Fabbri), dir. D. D’Anza (Rai, Italia, 1960).
  37. *Il piacere dell’onestà, dir. Mario Landi (Rai, Italia, 1961).
  38. *Enrico IV, dir. Claudio Fino (Rai, Italia, 1961).
  39. Liolà, dir. Alessandro Blasetti (Italia, 1963).
  40. *Ma non è una cosa seria, dir. Gianfranco Bettetini, (Rai, Italia, 1964).
  41. *Così è (se vi pare), dir. Vittorio Cottafavi (Rai, Italia, 1964).
  42. *Sei personaggi in cerca d’autore, dir. Giorgio De Lullo (Rai, Italia, 1965)
  43. *La ragione degli altri, dir. Ottavio Spadaro (Rai, Italia, 1965).
  44. *Tutto per bene, dir. Anton Giulio Majano (Rai, Italia, 1966).
  45. *Enrico IV, dir. Claudio Fino (Rai, Italia, 1967).
  46. *Questa sera si recita a soggetto, dir. Paolo Giuranna e Walter Mastrangelo (Rai, Italia, 1968).
  47. *Il mondo di Pirandello, dir. Luigi Filippo D’Amico (Rai, Italia-Francia 1968).
  48. *L’uomo dal fiore in bocca, dir. Maurizio Scaparro (Rai, Italia, 1970).
  49. *L’amica delle mogli, dir. Giorgio De Lullo (Rai, Italia, 1970).
  50. *Il berretto a sonagli, dir. Edmo Fenoglio (Rai, Italia, 1970).
  51. *La morsa, dir. Gianfranco Bettetini (Rai, Italia, 1970).
  52. *Il giuoco delle parti, dir. G. De Lullo (Rai, Italia, 1970).
  53. *La signora Morli, una e due, dir. Ottavio Spadaro (Rai, Italia, 1972).
  54. *Pensaci Giacomino!, dir. Carlo Di Stefano (Rai, Italia, 1973).
  55. *Vestire gli ignudi, dir. Vittorio Cottafavi (Rai, Italia, 1973).
  56. *Così è se vi pare, dir. Sandro Bolchi (Rai, Italia, 1974).
  57. Il viaggio, dir. Vittorio De Sica (Italia, 1974).
  58. *Trovarsi, dir. G. De Lullo (Rai, Italia, 1975).
  59. *I vecchi e i giovani, dir. Marco Leto (Rai-Filmapha/ Italia-Francia, 1978).
  60. *Cecè, dir. Andrea Camilleri (Rai, Italia, 1978).
  61. *Non si sa come, dir. Arnaldo Ninchi (Rai, Italia, 1978).
  62. *L’esclusa, dir. Piero Schivazappa (Rai, Italia, 1979).
  63. *Enrico IV, dir. Giorgio De Lullo (Rai, Italia, 1979).
  64. *Come tu mi vuoi, dir. Susan Sontag e Sergio Ariotti (Rai, Italia, 1981).
  65. Il turno, dir. Tonino Cervi (Italia, 1981).
  66. *Il berretto a sonagli, dir. Eduardo De Filippo (Rai, Italia, 1981).
  67. *Vestire gli ignudi, dir. Luigi Filippo D’Amico (Rai, Italia, 1981).
  68. *Il piacere dell’onestà, dir. Lamberto Puggelli (Rai, Italia, 1982).
  69. *Ma non è una cosa seria, dir. Edmo Fenoglio (Rai, Italia, 1983).
  70. Enrico IV, dir. Marco Bellocchio (Italia, 1984).
  71. Kaos, dir. Vittorio e Paolo Taviani (Italia, 1984).
  72. Le due vite di Mattia Pascal, dir. Mario Monicelli (Italia-Francia 1985).
  73. *In silenzio, dir. Luigi Filippo D’Amico (Rai, Italia, 1985).
  74. *Il berretto a sonagli, dir. Luigi Squarzina (Rai, Italia, 1985).
  75. *La ragione degli altri, dir. Andrea Camilleri (Rai, Italia, 1985).
  76. *Il berretto a sonagli, dir. Luigi Squarzina (Rai, Italia, 1985).
  77. *Vestire gli ignudi, dir. Giancarlo Sepe (Rai, Italia, 1985).
  78. *All’uscita, dir. Giorgio Pressburger (Rai, Italia, 1985);
  79. *Pensaci, Giacomino!, dir. Nello Rossati (Rai, Italia, 1986).
  80. *Così è se vi pare, dir. Franco Zeffirelli (Rai, Italia, 1986);
  81. *I giganti della montagna, dir. Mauro Bolognini (Rai, Italia, 1989).
  82. *Così è se vi pare, dir. Massimo Castri (Rai, Italia, 1991);
  83. *L’uomo, la bestia e la virtù, dir. Carlo Cecchi (Rai, Italia, 1991);
  84. *La vita che ti diedi, dir. Gianfranco Mingozzi (Rai, Italia, 1991);
  85. *La signora Morli, una e due, dir. Gianni Serra (Rai, Italia, 1991).
  86. *I giganti della montagna, dir. Giorgio Strehler/ M. Muller (Rai, Italia, 1995).
  87. *Come prima, meglio di prima, dir. Luigi Squarzina (Rai, Italia, 1996).
  88. *Liolà, dir. Maurizio Scaparro (Rai, Italia, 1996)
  89. Tu ridi, dir. Paolo e Vittorio Taviani (Italia, 1998).
  90. La balia, dir. Marco Bellocchio (Italia, 1999).
  91. Va savoir, dir. Jacques Rivette (Francia, 2001).
  92. Ovunque sei, dir. Michele Placido (Italia, 2004).
  93. L’attesa, dir. Piero Messina (Italia, 2015).
  94. La scelta, dir. Michele Placido (Italia, 2015) 

Appunti per una filmografia

Nel corso del Novecento il repertorio pirandelliano ha of­ferto un importante punto di riferimento, sia per gli autori di cinema che televisivi: dai drammi teatrali, divenuti film e sceneggiati, alle tante novelle che si prestarono, fin da subito, a trasformarsi in un vasto e vario campionario di “soggetti” da sviluppare. Ma quello di Pirandello col cinema fu un rapporto complesso, ambiguo e conflittuale. E anche i risultati degli adattamenti e dei lavori ispirati alle sue opere non sempre sono riusciti; anzi, forse raramente hanno prodotto prove veramente felici. Ma tra visioni d’autore, prove d’attore e di regia, cinema e televisione, quella della filmografia di Pirandello è un’avventura che vale tuttavia la pena di ripercorrere.

Giuseppe Pesce
Maggio 2020

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Sua Maestà – Audio lettura 2

Legge Giuseppe Tizza
«Ed ecco il treno, sbuffante, maestoso. Tutti si allineano, in attesa, ansiosi e con quell’eccitazione che l’arrivo del convoglio con la sua imponenza rumorosa e violenta suol destare»

Prima pubblicazione: Il Marzocco, 3 luglio 1904, col titolo S.M. 

Sua Maestà. audiolibro 3
Ed ecco il treno, sbuffante, maestoso…..

Sua Maestà

Legge Giuseppe Tizza

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             Accanto alla tragedia, però, si ebbe anche la farsa a Costanova, quando fu sciolto il Consiglio comunale e arrivò da Roma il Regio Commissario.

             Quel giorno, Melchiorino Pali, nella sala d’aspetto della stazione, picchiandosi il petto con tutte e due le manine perdute in un vecchio pajo di guanti grigi sforacchiati nelle punte, si sfogava a dire:

             – Ma la faremo noi, noi, la rivoluzione… one. Noi!

             I suoi colleghi del Consiglio disciolto (icconsiglio andato a male, come diceva sotto sotto il guardasala, ch’era un vecchietto toscano, ascritto, com’era allora di regola, alla lega socialista dei ferrovieri) avevano, dopo lungo dibattito, deciso di venire alla stazione per accogliere l’ospite, quantunque avversario. Ed erano venuti in abito lungo e cappello a stajo. Il Pali aveva cercato di dissuaderli, dimostrando loro che non si doveva in nessun modo. Non c’era riuscito e alla fine era venuto anche lui. Coi miseri panni giornalieri, però. In segno di protesta.

             Piccino, piccino, con la barbetta rossa e gli occhiali azzurri, oppresso da un cappello duro, roso, inverdito che gli sprofondava fin su la nuca, gli orecchi curvi sotto le tese, oppresso da un greve soprabito color tabacco, continuava a sfogarsi, gestendo furiosamente. Ma si rivolgeva ora di preferenza ai manifesti illustrati, appesi alle pareti della sala d’aspetto, visto che nessuno dei colleghi gli dava più ascolto.

             II vecchio guardasala, intanto, se lo stava a godere, con un sorrisetto canzonatorio su le labbra.

             Da uno di quei manifesti, un bel tocco di ragazza scollacciata gli offriva ridendo una tazza di birra dalla spuma traboccante, come per farlo tacere. Ma invano.

             – Rivoluzione! Rivoluzione! – incalzava Melchiorino Pali, il quale, quan d’era così eccitato, soleva ripetere due e tre volte le ultime sillabe delle parole, come se egli stesso si facesse l’eco: – One… one…

             Era indignato non tanto per lo scioglimento del Consiglio (glien’importava un fico…ico… un fico secco… ecco… a lui, se non era più consigliere) quanto per lo spettacolo stomachevole che il Governo dava all’intera nazione trescando spudoratamente col partito socialista, fino a darla vinta a quei quattro mascalzoni che a Costanova andavano per via col garofano rosso all’occhiello, protetti dall’on. Mazzarini, deputato del collegio, che a Costanova però non aveva raccolto più di ventidue voti… oti.

             Ora questa, senz’alcun dubbio, era una vendetta del Mazzarini, il quale, partendo per Roma, aveva giurato di dare una lezione memorabile al paese che gli si era dimostrato così acerrimamente nemico… ico. Ma che lezione? Lo scioglimento del Consiglio? Eh via! Miserie! Melchiorino Pali considerava da un punto più alto la questione… one. Dieci, venti, trenta lire al giorno a un tramviere, a un ferroviere? Quattro, cinque mesi di preparazione, seppure! E un professor di liceo, un giudice, che han dovuto studiar vent’anni per strappare una laurea e affrontare esami e concorsi difficilissimi, non le avevano, non le avevano trenta lire al giorno! E tutte le commiserazioni, intanto, e tutte le cure per il così detto proletariato… cito!… cito!…

             A questo punto, non si sa come, la ragazza scollacciata di quel manifesto, quasi fosse stufa di offrire invano la sua tazza di birra a uno che le avventava contro tanta furia di gesti irosi, si staccò dalla parete e precipitò con fracasso suldivano di cuojo, ove stava seduto l’ex-sindaco, cav. Decenzio Cappadona.

             – Vai! E ito via icchiodo! – esclamò allora, accorrendo e sghignando, il vecchietto guardasala.

             Il Cappadona balzò in piedi sacrando e tirò una spinta così furiosa a Melchiorino Pali rimasto a bocca aperta e con le dieci dita per aria, che lo mandò a schizzare addosso a uno dei colleghi.

             – Io? Che c’entro io? So un corno io se il chiodo si stacca! – si rivoltò furibondo il Pali; quindi, parandosi di faccia a quel collega e prendendogli un bottone sul petto della finanziera: – Non ti pajono sacrosante ragioni? Perché, sissignore, io ci sto: trenta lire al giorno… orno… al tramviere, al ferroviere…ci sto! ma datene allora cento al giudice, al professore… ore… e se no, perdio, la faremo noi, la rivoluzione… one… perdio! Noi!

             Quel collega si guardava il bottone. Aveva un tubino spelacchiato, ma lo portava con tanta dignità e s’era tutto aggiustato con tanta cura, che si sentiva struggere, ora, a quel discorso e approvava e sbuffava e strabuzzava gli occhi. Alla fine, non ne potè più: lo lasciò lì in asso e s’accostò al cavalier Cappadona per pregarlo che, avvalendosi della sua autorità, facesse tacere quell’energumeno. Era un’indecenza strillare così, con tutta quella trucia addosso. Comprometteva, ecco!

             Ma il cavalier Decenzio Cappadona, che s’era già ricomposto e se ne stava ora astratto e assorto, fece un atto appena appena con la mano e seguitò a lisciarsi il gran pizzo regale.

             Lo chiamavano a Costanova Sua Maestà, perché era il ritratto spiccicato di Vittorio Emanuele II vestito da cacciatore: la stessa corporatura, gli stessi baffi; lo stesso pizzo, lo stesso naso rincagnato all’insù; Vittorio Emanuele II insomma, purus et putus, purus et putus, come soleva ripetere il notajo Colamassimo che sapeva il latino.

             Anche lui, il cavalier Cappadona, era venuto coi panni giornalieri; ma che c’entra! era noto a tutti ch’egli non cambiava mai, neanche nelle più solenni occasioni, quel suo splendido abito di velluto alla cacciatora e gli stivali e il cappellaccio a larghe tese con la penna infitta da un lato nel nastro, ch’erano tali e quali quelli che il Gran Re portava nel ritratto famoso che al cavalier Decenzio serviva da modello.

             I maligni dicevano che non aveva altri titoli per esser sindaco di Costanova fuor che quella straordinaria somiglianza, e che non aveva fatto in vita sua altri studii oltre a quello attentissimo sul ritratto del primo re d’Italia.

             Questa seconda malignazione poteva forse avere qualche fondamento di verità: la prima no.

             Non bastava, infatti, nemmeno a quei tempi, somigliare a Vittorio Emanuele II per esser sindaco di un comune d’Italia. Tanto vero che in ogni città era raro il caso che non ci fosse per lo meno uno che non somigliasse o non si sforzasse di somigliare a Vittorio Emanuele II, o anche a Umberto I, senz’esser per questo nemmeno consigliere della minoranza.

             In verità, ci voleva qualcos’altro.

             E questo qualcos’altro il cavalier Decenzio Cappadona lo aveva. Milionario, poteva pigliarsi il gusto di sfogare esclusivamente l’attività morale e materiale di cui era capace nella professione di quella somiglianza.

             A Costanova era re; la sua casa, una reggia; teneva in campagna una numerosa scorta di campieri in divisa, ch’erano come il suo esercito; tutti gli abitanti, tranne quel pugno di buffoni capitanati dal repubblicano Leopoldo Paroni, eran per lui più sudditi che elettori; aveva una scuderia magnifica, una muta di cani preziosa; amava le donne, amava la caccia; e dunque chi più Vittorio Emanuele di lui?

             Ora, durante l’ultima amministrazione, qualcuno degli assessori aveva dovuto commettere qualche piccola sciocchezza amministrativa: il cavalier Decenzio non sapeva bene: era re, lui: regnava è non governava. Il fatto è che il Consiglio era stato sciolto. A momenti sarebbe arrivato il Regio Commissario; il cavalier Decenzio s’era incomodato a venire alla stazione; lo avrebbe accolto cortesemente, nella certezza che anche costui sarebbe diventato suo suddito temporaneo devotissimo; si sarebbero fatte le nuove elezioni, e sarebbe stato rieletto sindaco, riacclamato re, senz’alcun dubbio.

             L’avvisatore elettrico cominciò a squillare. Il cavalier Cappadona sbadigliò, si alzò, si batté il frustino su gli stivali, facendo al solito con le labbra: – Bembé… Bembé…  – e uscì, seguito dagli altri, sotto la tettoja della stazione. Melchiorino Pali ripeteva ancora una volta che dobbiamo farla noi la rivolu… ma vide due carabinieri alla porta della sala d’aspetto, e le ultime sillabe della parola gli rimasero in gola: ne venne fuori, poco dopo, al solito, l’eco soltanto, attenuata:

             – One… one…

             La cornetta del casellante strepè in distanza: s’intese il fischio del treno.

             – Campana! – ordinò allora il capostazione, che s’era avvicinato a ossequiare il cavalier Cappadona.

             Ed ecco il treno, sbuffante, maestoso. Tutti si allineano, in attesa, ansiosi e con quell’eccitazione che l’arrivo del convoglio con la sua imponenza rumorosa e violenta suol destare; i ferrovieri corrono ad aprir gli sportelli gridando: Costanova! Costanova! Da una vettura di prima classe uno spilungone miope, squallido, con certi baffi biondicci alla cinese, tende una valigia al facchino, e gli dice piano:

             – Regio Commissario.

             Gli aspettanti lo mirano delusi, toccandosi sotto sotto coi gomiti, e il cavalier Decenzio Cappadona si fa avanti con la sua impostatura regale, quando tutt’a un tratto – è uno scherzo? un’allucinazione? – dietro quello spilungone miope scende maestoso su la predella della vettura un altro Vittorio Emanuele II, più Vittorio Emanuele II del cavalier Decenzio Cappadona.

             I due uomini, così davanti a petto, si guatano allibiti. Nessuno degli ex-consiglieri osa farsi avanti; anche il capostazione, che s’era proposto di presentare l’ex-sindaco al Regio Commissario, rimane inchiodato al suo posto; e quell’altro Vittorio Emanuele che è il commendatore Amilcare Zegretti, proprio lui, il Regio Commissario, passa tra tutti quegli uomini quasi esterrefatti, e si caccia con un acuto sgrigliolio delle scarpe, che pare esprima la fierissima stizza ond’è preso, nella sala d’aspetto, seguito dal suo allampanato segretario particolare.

             – Mi… mi… mi…

             Non trova più la voce. Quegli intanto non ardisce alzare gli occhi a guardarlo in faccia.

             – Mi chiami il ca… il capostazione, la prego.

             Sotto la tettoja, il capostazione è rimasto a guardare a uno a uno i membri del Consiglio disciolto, tutti ancora come intronati, e il cavalier Decenzio Cappadona basito addirittura e quasi levato di cervello. Il segretario particolare gli s’accosta, timido, vacillante:

             – Scusi, signor Capo, una parolina.

             Il capostazione accorre premuroso alla sala d’aspetto e vi trova il commendator Zegretti con tanto d’occhi sbarrati e fulminanti e una mano spalmata sotto il naso in atteggiamento pensieroso, sì, ma che par fatto apposta per nascondere baffi e appendici.

             –    Quei… quei signori, scusi…

             –    Del Consiglio disciolto, sissignore. Venuti apposta per ossequiarla, signor Commendatore.

             –    Grazie, e… c’è, scusi, c’è anche il… come si chiama?

             –    L’ex-sindaco? Cavalier Cappadona, sissignore. Sarebbe anzi appunto…

             –    Va bene, va bene. Me lo ringrazi tanto, ma dica che… che io son venuto anche per fare una… una piccola inchiesta, ecco. Non sarebbe dunque prudente… Ci vedremo al Municipio. Mi faccia venire qua, la prego, il mio segretario. Dov’è? dove s’è cacciato?

             Il segretario, sotto la tettoja, era assediato dai membri del Consiglio disciolto. Melchiorino Pali aveva posto crudamente il dilemma:

             – O si rade l’uno o si rade l’altro.

             Ma che! ma no! bisognava che si radesse il nuovo arrivato, per forza; perché del Cappadona era nota a tutti la somiglianza con Vittorio Emanuele II, e perciò, se si fosse raso lui e il Regio Commissario fosse entrato in sua vece da Vittorio Emanuele in Costanova, lo scandalo non si sarebbe evitato. Scandalo inaudito, perché a Costanova l’arrivo di quel Regio Commissario rappresentava un vero e proprio avvenimento. Una fischiata generale sarebbe scoppiata; tutto il paese sarebbe crepato dalle risa; fin le case di Costanova avrebbero traballato per un sussulto di spaventosa ilarità; fino i ciottoli delle vie sarebbero saltati fuori, scoprendosi come tanti denti, in una convulsione di riso.

             – Mazzarini! Mazzarini! – strillava più forte degli altri Melchiorino Pali. – È stato lui, l’on. Mazzarini! Ecco la vendetta che ci ha giurato! la lezione memorabile! L’ha scelto lui, a Roma, il Regio Commissario per Costanova… ova… ova… Mascalzone! Offesa alla memoria, alla effigie del nostro Gran Re! Irrisione, attentato al prestigio dell’autorità!

             Bisognava a ogni costo impedirlo; mandare presto presto per un barbiere fidato; e lì stesso, nella sala d’aspetto, indurre il Regio Commissario a sacrificare almeno il pappafico… sì, e un pochino pochino anche i baffi, prima d’entrare in paese.

             Ma chi si prendeva l’accollo di fare una simile proposta al commendator Zegretti?

             Il cavalier Decenzio Cappadona s’era allontanato, fosco, e col frustino si sfogava contro la innocente ruchetta bianca e il crespignolo dai fiori gialli, che crescevano di tra le crepe dell’antica spalletta che impedisce l’ingresso alla stazione.

             – Marcocci! – tonò in quel punto il commendator Zegretti, facendosi su la soglia della sala d’aspetto, furibondo.

             Il povero segretario, schiacciato sotto l’incarico che gli avevano dato gli ex consiglieri, accorse come un cane che fiuti in aria le busse.

             –    Una vettura!

             –    Aspetti… perdoni, signor Commendatore… – si provò a dire il Marcocci. – Se… se lei volesse… dicevano quei signori… prima d’entrare in paese… qui stesso… dicevano quei signori… perché, Lei ha veduto? c’è qui… quello che… l’ex-sindaco, Lei ha veduto? Ora, dicevano quei signori…

             –    Insomma si spieghi! – gli urlò lo Zegretti.

             –    Ecco, sissignore… qui stesso, si potrebbe… se lei volesse… dicevano…mandare per un… come si chiama? e farsi… un pochino pochino almeno… ecco, i baffi soltanto, signor Commendatore, dicevano quei signori.

             –    Che? – ruggì il commendator Zegretti e gli si parò di fronte, quasi per scoppiargli addosso, gonfio com’era di collera e di sdegno. – Sa lei che io sono qua, adesso, la prima autorità del paese?

             –    Sissignore! sissignore! come non lo so?

             –    E dunque? Una vettura! Marche!

             E s’avviò innanzi, col petto in fuori, aggrondato, i baffoni in aria, il naso al vento.

             Naturalmente a Costanova accadde quel che i membri del Consiglio disciolto avevano purtroppo preveduto.

             Più fiera vendetta di quella Fon. Mazzarini non poteva prendersi, non solo contro il cavalier Decenzio Cappadona, suo acerrimo avversario, ma anche contro l’autorità costituita; lui socialista.

             Retrogrado, conservatore, il paese di Costanova? Là, due re! Di cui l’uno il ritratto dell’altro, e l’un contro l’altro armato.

             Ora, come un leone in gabbia, il commendator Zegretti nella magna sala dèi Municipio, ripensando all’impegno di quel deputato a Roma, perché lui e non altri fosse mandato quale Regio Commissario a Costanova; ripensando alla grande soddisfazione che egli per quell’impegno aveva provato, fremeva di rabbia, s’arrotolava i baffoni fino a storcersi il labbro di qua e di là, si stirava il gran pizzo, si affondava le unghie nelle palme delle mani, vedeva rosso!

             Come fare il Regio Commissario in quel paese, a cui non poteva mostrarsi, senza promuover subito uno Scoppio di risa?

             Se non ci fosse stato quell’altro, egli avrebbe certo ispirato maggior reverenza col suo aspetto, che attestava devozione alla monarchia, culto anche fanatico della memoria del Gran Re. Ma ora… così… E se qualcuno ne avesse scritto a Roma, ai giornali? se qualche deputato ne avesse parlato alla Camera?

             Così pensando, il commendator Zegretti, sentiva di punto in punto crescer l’orgasmo; passeggiava, si fermava, passeggiava ancora un po’, si rifermava, sbuffando ogni volta e sedendo in aria le pugna.

             Quella sala del Municipio era magnifica, dal palco scompartito, in rilievo, ornato di dorature. Il cavalier Decenzio Cappadona l’aveva fatta decorare e addobbare sontuosamente a sue spese. Nella parete di fondo troneggiava un gran ritratto a olio del primo re d’Italia, che il Cappadona stesso aveva fatto eseguire lì a Costanova, da un pittore di passaggio, sedendo lui per modello.

             – Imbecille! Buffone! Così nero? Quando mai Vittorio Emanuele II fu così nero?

             Biondo scuro e con gli occhi cilestri: ecco com’era Vittorio Emanuele II; com’era lui, insomma, il commendator Zegretti, che aveva perciò quasi un diritto naturale a professarne la somiglianza. Eh, ma allora, qualunque mascalzone, purché avesse il naso un po’ in su e un po’ di crescenza nei peli della faccia, poteva figurare da Vittorio Emanuele II: se non si doveva tener conto del colore del pelo, del colore degli occhi.

             Più d’uno a Costanova dava ragione al Regio Commissario, sosteneva cioè che veramente egli più del Cappadona somigliava a Vittorio Emanuele II con quegli occhi da vitellone; altri invece sosteneva il contrario: e le discussioni si facevano di giorno in giorno più calorose. Appena lo vedevano passare per via tutti uscivano fuori dalle botteghe, s’affacciavano alle finestre, si fermavano a mirarlo:

             – Ma bello, vah! magnifico! guardatelo!

             Nessuno poté assistere però alla scena più buffa, che si svolse nella sala del Municipio, dove una mattina dovettero pur trovarsi di fronte tutt’e due, quei Vittorii Emanueli. E ce n’era pure un terzo, lì, dipinto a olio, grande al vero, che se li godeva dall’alto della parete, così ammusati.

             Una gran folla, quella mattina, all’annunzio dell’invito che il Regio Commissario aveva fatto al Cappadona per interrogarlo su l’ultima gestione amministrativa, s’era raccolta sotto il Municipio. Figurarsi dunque l’animo del cavalier Decenzio nel recarsi, tra tanta gente assiepata, a quel convegno; e l’animo del commendator Zegretti, a cui ne saliva dalla piazza il brusio.

             Oltre l’irrisione, che era patente nella curiosità di tutti quegli oziosi, qualche altra cosa irritava sordamente il cavalier Cappadona.

             Quantunque molto munifico al paese, era pur non di meno gelosissimo di tutti i suoi doni al Comune.

             Ora, da più giorni, passando sotto il Municipio, aveva veduto spalancate al sole le ampie finestre poste sul davanti, ch’eran quelle appunto del salone. Povere tende, dunque! poveri mobili, a quella luce sfacciata! e chi sa quanta polvere! che disordine!

             Quando, introdotto dal segretario Marcocci, vide il gran tappeto persiano, che copriva da un capo all’altro il pavimento, ridotto in uno stato miserando, come se ci fosse passato sopra un branco di porci, si sentì tutto rimescolare. Ma sentì addirittura artigliarsi le dita nel vedere che colui lo accoglieva senza il minimo riguardo. Signori miei, quell’intruso lì! Quell’intruso, che – dimostrandosi fino a tal segno villano e indegno d’abitare in un luogo addobbato con tanto decoro e tanto sfarzo – osava pure scimmiottare l’immagine d’un re.

             Il commendator Zegretti stava seduto innanzi a un’elegantissima scrivania, piena zeppa di carte, che s’era fatta trasportare lì nel salone, e scriveva. Senza neppure alzar gli occhi, disse seccamente:

             – S’accomodi.

             Ma s’era già accomodato da sé, senz’invito, il Cappadona, sulla poltrona di faccia.

             Il Regio Commissario, tenendo ancora gli occhi bassi, prese a esporre all’ex-sindaco la ragione per cui lo aveva invitato a venire.

             A un certo punto il Cappadona, che lo guardava fieramente, scattò in piedi, serrando le pugna.

             – Scusi, – disse, – non si potrebbero almeno accostare un tantino queste finestre?

             Due, tre fischi partirono in quel momento dalla folla raccolta nella piazza sottostante.

             Il commendator Zegretti alzò il capo, stirandosi un baffo con aria grave, e disse:

             –    Ma io non ho paura, sa.

             –    E chi ha paura? – fece il Cappadona. – Dico per queste povere tende… per questo tappeto, capirà…

             Il commendator Zegretti guardò le tende, guardò il tappeto, si buttò indietro su la spalliera del seggiolone e, accarezzandosi ora l’interminabile pizzo:

             –    Mah! – sospirò. – Mi piace, sa, mi piace lavorare alla luce del sole!

             –    Eh, – squittì il Cappadona, – se non si rovinasse la tappezzeria… Capisco che a lei non importa nulla; ma, se permette, le faccio osservare che importa a me, perché è roba mia.

             –    Del Municipio, se mai…

             –    No! Mia, mia, mia. Fatta a mie spese! Mia la sedia, su cui lei siede; mia la scrivania, su cui lei scrive. Tutto quello che lei vede qua, mio, mio, mio, fatto col denaro mio, lo sappia! E se si vuole prendere il disturbo d’affacciarsi un pochino alla finestra, le faccio vedere là l’edificio delle scuole, che ho fatto levare io di pianta e costruire a mie spese e arredare di tutto punto: io! E ci sono anche le scuole tecniche che il signor Mazzarini, deputato del collegio, non è stato buono a ottenere dal Governo, com’era d’obbligo, e che mantengo io, a mie spese: io! Se si vuole alzare un pochino e affacciare alla finestra, le faccio vedere, più là, un altro edificio, l’ospedale, costruito, arredato e mantenuto anche da me, a mie spese… E questa, ora, è la ricompensa, caro signore!

             Mi si manda qua lei, non so perché: aspetto che lei me lo dica… mi spieghi bene che cosa sia venuto a far qua, lei… Ma già lo vedo… già lo vedo…

             E il cavalier Decenzio Cappadona, aprendo le braccia, si mise a guardare il tappeto rovinato.

             Con fredda calma ostentata, il commendator Zegretti, inarcando le ciglia a mezzaluna:

             –    Ma io, – disse, – io invece, sa? sono qua per vedere che cosa ha fatto lei, piuttosto.

             –    Gliel’ho detto, che cosa ho fatto io! E ci sono le prove lì: c’è tutto il paese che può rispondere per me! Chi è lei? che cosa vuole da me?

             –    Io rappresento qua il Governo! – rispose infoscandosi il commendator Zegretti, e poggiò ambo le mani su la scrivania.

             Il Cappadona si scrollò tutto, tre volte:

             –    Ma nossignore! ma che Governo! ma non ci creda! Glielo dico io che cosa rappresenta lei qua.

             –    Oh insomma! – gridò il Regio Commissario, levandosi in piedi anche lui. – Io non posso assolutamente tollerare che lei si dia codeste arie davanti a me!

             E i due Vittorii Emanueli si guardarono finalmente negli occhi, pallidi e vibranti d’ira.

             –    Io, le arie? – fece con un sogghigno il Cappadona. – Ma se le dà lei, mi pare, le arie. Non si è degnato nemmeno d’alzarsi, quando io sono entrato, come se fosse entrato il signor nessuno qua, dove pure tutto mi appartiene.

             –    Ma io non le so, non le voglio, né le debbo sapere io, codeste cose! – rispose, sempre più eccitandosi, il commendator Zegretti. – Questa è la sede del Municipio.

             –    Benissimo! Del Municipio! Non stalla, dunque!

             –    Lei m’offende!

             –    Come le pare…

             –    Ah sì? E allora io la invito a uscir fuori! Là!

             E il commendator Zegretti additò fieramente la porta.

             Si videro, ora, l’uno addosso all’altro, i due re: i baffi tremavano, tremavano i pappafichi, e i nasi all’erta fremevano.

             – A me osa dir questo? – tonò il Vittorio Emanuele paesano.

             La sua voce s’intese nella piazza sottostante e un uragano di fischi e di grida scomposte si levò minaccioso.

             –    Proprio a lei! sissignore! Perché io non ho paura! – inveì, pallidissimo, il commendator Zegretti. – E se trovo qua, fra queste carte, qualche irregolarità…

             –    Mi manda in galera? – compì la frase il Cappadona, sghignazzando. – Ma si provi, si provi: vedrà che cosa succede… Lei qua non rappresenta che quattro mascalzoni messi su da quel farabutto del Mazzarini, deputato socialista, nemico della patria e del re, ha capito? Del re, del re; glielo grido sul muso a lei mascherato a codesto modo!

             Trasecolò, nel suo furore, il commendator Zegretti.

             –    Io, mascherato? – disse. – Come… E lei? Ci vuole un bel coraggio, perdio! Ma si levi! Ma vada via! Io, mascherato? Ma dove, ma quando lo vide mai lei, Vittorio Emanuele, che ha fatto calunniare lì, in quel ritratto? Non era mica così nero, sa? come lei se l’immagina, Vittorio Emanuele II!

             –    Ah, no? com’era? rosso? nero? repubblicano? socialista come voi? protettore di farabutti? Ma radetevi! radetevi! ci farete miglior figura! Non profanate così l’immagine del Re! E basta, non vi dico altro. Ce la vedremo, caro signore, alle prossime elezioni!

             E il cavalier Decenzio Cappadona, col volto in fiamme, uscì tutto sbuffante di fierissimo sdegno.

             In piazza fu accolto da un fragoroso scoppio d’applausi. Agli amici più •intimi, che lo attendevano ansiosi, non potè rispondere fuorché queste parole:

             – Faccio nascere un macello, parola d’onore!

             E la guerra cominciò, ferocissima, tra i due re.

             Com’era però da prevedersi, la sconfitta fu per il commendator Zegretti, avendo il Cappadona tutto il paese dalla sua. Appena si mostrava per via, due, tre lo chiamavano forte:

             – Cavaliere! Signor sindaco!

             Tirava via di lungo; e un quarto, ecco, lo raggiungeva di corsa, gli batteva amichevolmente una mano su la spalla.

             – Caro Decenzio!

             Si voltava di scatto, con gli occhi che gli schizzavano fiamme; e subito:

             – Ah, scusi, signor Commendatore! Credevo che fosse il cavalier Cappadona… Capirà! Perdoni…

             Rientrava al Municipio? Lungo l’androne c’erano parecchie porte murate; rimanevano però, di qua e di là, gli sguanci nella grossezza del muro, come tante nicchie: bene: da ciascuna saltava fuori un monello, al passaggio del commendatore. Un saluto militare; uno strillo: – Maestà! – e via a gambe levate.

             Il commendator Zegretti licenziò allora il guardaportone ch’era un povero vecchietto allogato lì per carità e che non ne aveva nessuna colpa. Egli, infatti, lasciava in custodia alla moglie l’entrata e andava in giro tutto il giorno, domandando ad alta voce, da lontano, se per caso ci fosse qualcuno che volesse farsi la barba.

             Buttato in mezzo alla strada, se n’andò a piangere dal cavalier Cappadona. Sua Maestà gli promise che, rifatte le elezioni, lo avrebbe riassunto in servizio, e intanto gli diede da vivere per sé e per la sua famiglia. Contento, il vecchietto mostrò le forbici al cavalier Cappadona:

             – Non dubiti, signor Cavaliere, che se m’avviene di ripigliarlo a comodo, lo acciuffo e lo toso di prepotenza. Baffi e pappafico, signor Cavaliere!

             Questa minaccia arrivò agli orecchi del commendator Zegretti, il quale d’allora in poi prese a uscire seguito da due guardie. E allora, da lontano, fischi, urli e altri rumori sguajati, che arrivavano al cielo.

             Fu peggio, quando il segretario Marcocci, divenuto d’un estremo squallore e molto più miope dal giorno dell’arrivo, una sera, cercando in uno sgabuzzino alcune carte, si bruciò per disgrazia con la candela che teneva in mano uno di quei suoi baffi biondicci alla cinese, e fu perciò costretto a radersi anche l’altro.

             Tutto il paese, il giorno dopo, vedendolo così raso lo riaccompagnò quasi in trionfo al Municipio, come se quel pover uomo si fosse raso per dare una soddisfazione al Comune di Costanova e il buon esempio al suo principale.

             Il commendator Zegretti non si lasciò più vedere per il paese.

             Il giorno per le elezioni era ormai vicino. Per prudenza, prevedendo l’esplosione del giubilo popolare per la vittoria incontrastabile del Cappadona, domandò al Prefetto del capoluogo un rinforzo di soldati.

             Ma la popolazione di Costanova, ben pagata ed eccitata dal vino delle cantine di Sua Maestà, non si lasciò intimidire da quel rinforzo; e il giorno segnato insorse in una frenetica dimostrazione. Le guardie che presidiavano il Municipio caricarono violentemente la folla; ma le spinte, gli urtoni, che scaraventavano di qua e di là i dimostranti e li lasciavano un pezzo, compressi da tutte le parti, a boccheggiar come pesci, non giovarono a nulla: riprendevano fiato quei demonii scatenati e urlavano più forte di prima.

             – Abbasso Zegrettììì! Abbasso il pappaficòòò! Si rada! si radààà! Viva Cap – padonààà! Raditi, Zegrettììì!

             Un pandemonio.

             Ma radersi, no. Ah, radersi, no! Piuttosto il commendator Zegretti, non per paura, ma per non darla vinta a colui che indegnamente si credeva il ritratto di Vittorio Emanuele II, e per non far fuggire sconfitta nella sua persona la vera immagine del gran Re, s’era lasciati crescere da parecchi giorni i peli su le guance.

             La sera stessa di quel giorno memorabile, egli, profondamente accorato, se ne andò con una barbacela da padre cappuccino, mentre l’altro s’insediava di nuovo trionfante nel Municipio di Costanova più Vittorio Emanuele che mai.

Sua Maestà – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
Sua Maestà – Audio lettura 2 – Legge Giuseppe Tizza
Sua Maestà – Audio lettura 3 – Legge Valter Zanardi

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La veste lunga – Audio lettura 3

Legge Giuseppe Tizza
La veste lunga audiolibro

Pierre-Auguste Renoir, La balançoire, 1876

La veste lunga

Legge Giuseppe Tizza

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             Era il primo viaggio lungo di Didì. Da Palermo a Zùnica. Circa otto ore di ferrovia.

             Zùnica per Didì era un paese di sogno, lontano lontano, ma più nel tempo che nello spazio. Da Zùnica infatti il padre recava un tempo, a lei bambina, certi freschi deliziosi frutti fragranti, che poi non aveva saputo più riconoscere, né per il colore, né per il sapore, né per la fragranza, in tanti altri che il padre le aveva pur recati di là: celse more in rustici ziretti di terracotta tappati con pampini di vite; perine ceree da una parte e sanguigne dall’altra, con la corona; e susine iridate e pistacchi e lumie.

             Tuttora, dire Zùnica e immaginare un profondo bosco d’olivi saraceni e poi distese di verdissimi vigneti e giardini vermigli con siepi di salvie ronzanti d’api e vivai muscosi e boschetti d’agrumi imbalsamati di zagare e di gelsomini, era per Didì tutt’uno, quantunque già da un pezzo sapesse che Zùnica era una povera arida cittaduzza dell’interno della Sicilia, cinta da ogni parte dai lividi tufi arsicci delle zolfare e da scabre rocce gessose fulgenti alle rabbie del sole, e che quei frutti, non più gli stessi della sua infanzia, venivano da un feudo, detto di Ciumìa, parecchi chilometri lontano dal paese.

             Aveva queste notizie dal padre: lei non era mai stata più là di Bagheria, presso Palermo, per la villeggiatura: Bagheria, sparsa tra il verde, bianca, sotto il turchino ardente del cielo. L’anno scorso, era stata anche più vicino, tra i boschi d’aranci di Santa Flavia, e ancora con le vesti corte.

             Ora, per il viaggio lungo fino a Zùnica indossava anche, per la prima volta, una veste lunga.

             E le pareva d’esser già un’altra. Una damina proprio per la quale. Aveva lo strascico finanche negli sguardi; alzava, a tratti, le sopracciglia come a tirarlo su, questo strascico dello sguardo; e teneva alto il nasino ardito, alto il mento con la fossetta, e chiusa la bocca. Bocca da signora con la veste lunga; bocca che nasconde i denti, come la veste lunga i piedini.

             Se non che, seduto dirimpetto a lei, c’era Cocò, il fratello maggiore, quel birbante di Cocò il quale, col capo abbandonato su la spalliera rossa dello scompartimento di prima classe, tenendo gli occhi bassi e la sigaretta attaccata al labbro superiore, di tanto in tanto le sospirava, stanco:

             – Didì, mi fai ridere.

             Dio, che rabbia! Dio, che prurito nelle dita!

             Ecco: se Cocò non si fosse rasi i baffi come voleva la moda, Didì glieli avrebbe strappati, saltandogli addosso come una gattina. Invece, sorridendo con le ciglia alzate, gli rispondeva, senza scomporsi:

             – Caro mio, sei un cretino.

             Ridere della sua veste lunga e anche, se vogliamo, delle arie che si dava, dopo il serio discorso che le aveva tenuto la sera avanti a proposito di questo viaggio misterioso a Zùnica…

             Era o non era, questo viaggio, una specie di spedizione, un’impresa, qualcosa come la scalata a un castello ben munito in cima a una montagna? Erano o non erano macchine da guerra per quella scalata le sue vesti lunghe? E dunque, che c’era da ridere se lei, sentendosi armata con esse per una conquista, provava di tratto in tratto le armi col darsi quelle arie?

             Cocò, la sera avanti, le aveva detto che finalmente era venuto il tempo di pensare sul serio ai casi loro.

             Didì aveva sgranato tanto d’occhi.

             Casi loro? Che casi? Ci potevano esser casi anche per lei, a cui pensare, e per giunta sul serio?

             Dopo la prima sorpresa, una gran risata.

             Conosceva una persona sola, fatta apposta per pensare ai casi suoi e anche a quelli di tutti loro: donna Sabetta, la sua governante, intesa donna Bebé, o donna Be’, come lei per far più presto la chiamava. Donna Be’ pensava sempre ai casi suoi. Investita, spinta, trascinata da certi suoi furibondi impeti improvvisi, la poveretta fingeva di mettersi a frignare e, grattandosi con ambo le mani la fronte, gemeva:

             – Oh benedetto il nome del Signore, mi lasci pensare ai casi miei, signorina! La prendeva per donna Be’, adesso, Cocò? No, non la prendeva per donna

             Be’. Cocò, la sera avanti, le aveva assicurato che proprio questi benedetti casi loro c’erano, e serii, molto serii, come quella sua veste lunga da viaggio.

             Fin da bambina, vedendo andare il padre ogni settimana e talvolta anche due volte la settimana a Zùnica, e sentendo parlare del feudo di Ciumìa e delle zolfare di Monte Diesi e d’altre zolfare e poderi e case, Didì aveva sempre creduto che tutti questi beni fossero del padre, la baronia dei Brilla.

             Erano, invece, dei marchesi Nigrenti di Zùnica. Il padre, barone Brilla, ne era soltanto l’amministratore giudiziario. E quell’amministrazione da cui per vent’anni al padre era venuta la larga agiatezza, della quale loro due, Cocò e Didì, avevano sempre goduto, sarebbe finita tra pochi mesi.

             Didì era veramente nata e cresciuta in mezzo a quell’agiatezza; aveva poco più di sedici anni; ma Cocò ne aveva ventisei; e Cocò serbava una chiara, per quanto lontana memoria dei gravi stenti tra cui il padre s’era dibattuto prima d’esser fatto, per maneggi e brighe d’ogni sorta, amministratore giudiziario dell’immenso patrimonio di quei marchesi di Zùnica.

             Ora, c’era tutto il pericolo di ricadere in quegli stenti che, se anche minori, sarebbero sembrati più duri dopo l’agiatezza. Per impedirlo, bisognava che riuscisse, ora, ma proprio bene e in tutto, il piano di battaglia architettato dal padre, e di cui quel viaggio era la prima mossa.

             La prima, no, veramente. Cocò era già stato a Zùnica col padre, circa tre mesi addietro, in ricognizione; vi si era trattenuto quindici giorni, e aveva conosciuto la famiglia Nigrenti.

             La quale era composta, salvo errore, di tre fratelli e di una sorella. Salvo errore, perché nell’antico palazzo in cima al paese c’erano anche due vecchie ottuagenarie, due zanne (zie-donne), che Cocò non sapeva bene se fossero dei Nigrenti anche loro, cioè se sorelle del nonno del marchese o se sorelle della nonna.

             Il marchese si chiamava Andrea; aveva circa quarantacinque anni e, cessata l’amministrazione giudiziaria, sarebbe stato per le disposizioni testamentarie il maggior erede. Degli altri due fratelli, uno era prete – don Arzigogolo, come lo chiamava il padre – l’altro, il così detto Cavaliere, un villanzone. Bisognava guardarsi dall’uno e dall’altro, e più dal prete che dal villanzone. La sorella aveva ventisette anni, un anno più di Cocò, e si chiamava Agata, o Titina: gracile come un’ostia e pallida come la cera; con gli occhi costantemente pieni d’angoscia e con le lunghe mani esili e fredde che le tremavano di timidezza, incerte e schive. Doveva essere la purezza e la bontà in persona, poverina: non aveva mai dato un passo fuori del palazzo: assisteva le due vecchie ottuagenarie, le due zônne; ricamava e sonava «divinamente» il pianoforte.

             Ebbene: il piano del padre era questo: prima di lasciare quell’amministrazione giudiziaria, concludere due matrimoni: dare cioè a Didì il marchese Andrea, e Agata a lui, Cocò.

             Didì al primo annunzio era diventata in volto di bragia e gli occhi le avevano sfavillato di sdegno. Lo sdegno era scoppiato in lei più che per la cosa in se stessa, per l’aria cinicamente rassegnata con cui Cocò la accettava per sé e la profferiva a lei come una salvezza. Sposare per denari un vecchio, uno che aveva ventotto anni più di lei?

             –    Ventotto, no, – le aveva detto Cocò, ridendo di quella vampata di sdegno. – Che ventotto, Didì! Ventisette, siamo giusti, ventisette e qualche mese.

             –    Cocò, mi fai schifo! Ecco: schifo! – gli aveva allora gridato Didì, tutta fremente, mostrandogli le pugna.

             E Cocò:

             – Sposo la Virtù, Didì, e ti faccio schifo? Ha un annetto anche lei più di me; ma la Virtù, Didì mia, ti faccio notare, non può esser molto giovane. E io n’ho tanto bisogno! sono un discolaccio, un viziosaccio, tu lo sai: un farabutto, come dice papà: metterò senno: avrò ai piedi un bellissimo pajo di pantofole ricamate, con le iniziali in oro e la corona baronale, e un berretto in capo, di velluto, anch’esso ricamato, e col fiocco di seta bello lungo. Il baronello Cocò La Virtù… Come sarò bello, Didì mia!

             E s’era messo a passeggiare melenso melenso, col collo torto, gli occhi bassi, il bocchino appuntito, le mani una su l’altra pendenti dal mento, a barba di capro.

             Didì, senza volerlo, aveva sbruffato una risata.

             E allora Cocò s’era messo a rabbonirla, carezzandola e parlandole di tutto il bene che egli avrebbe potuto fare a quella poveretta, giacile come un’ostia, pallida come la cera, la quale già, nei quindici giorni ch’egli s’era trattenuto a Zùnica, aveva mostrato, pur con la timidezza che le era propria, di vedere in lui il suo salvatore. Ma sì! certamente! Era interesse dei fratelli e specie di quel così detto Cavaliere (il quale aveva con sé, fuori del palazzo, una donnaccia da cui aveva avuto dieci, quindici, venti, insomma, non si sa quanti figliuoli) ch’ella restasse nubile, tappata lì a muffir nell’ombra. Ebbene, egli sarebbe stato il sole per lei, la vita. La avrebbe tratta fuori di lì, condotta a Palermo, in una bella casa nuova: feste, teatri, viaggi, corse in automobile… Bruttina era, sì; ma pazienza: per moglie, poteva passare. Era tanto buona poi, e avvezza a non aver mai nulla, si sarebbe contentata anche di poco.

             E aveva seguitato a parlare a lungo, apposta, di sé solamente, su questo tono, cioè del bene che pur si riprometteva di fare, perché Didì, stuzzicata così da una parte e, dall’altra, indispettita di vedersi messa da canto, alla fine domandasse:

             – E io?

             Venuta fuori la domanda, Cocò le aveva risposto con un profondo sospiro:

             – Eh, per te, Didì mia, per te la faccenda è molto, ma molto più difficile! Non sei sola.

             Didì aveva aggrottato le ciglia.

             –    Che vuol dire?

             –    Vuol dire… vuol dire che ci sono altre attorno al marchese, ecco. E una specialmente… una!

             Con un gesto molto espressivo Cocò le aveva lasciato immaginare una straordinaria bellezza.

             – Vedova, sai? Su i trent’anni. Cugina, per giunta…

             E, con gli occhi socchiusi, s’era baciate le punte delle dita. Didì aveva avuto uno scatto di sprezzo.

             – E se lo pigli! Ma subito Cocò:

             –   Una parola, se lo pigli! Ti pare che il marchese Andrea… (Bel nome, Andrea! Senti come suona bene: il marchese Andrea… In confidenza però potresti chiamarlo Nenè, come lo chiama Agata, cioè Titina, sua sorella.) E davvero un uomo, Nenè, sai? Ti basti sapere che ha avuto la… la come si chiama… la fermezza di star vent’anni chiuso in casa. Vent’anni, capisci: non si scherza… dacché tutto il suo patrimonio cadde sotto amministrazione giudiziaria. Figurati i capelli, Didì mia, come gli sono cresciuti in questi venti anni! Ma se li taglierà. Puoi esserne sicura, se li taglierà. Ogni mattina, all’alba, esce solitario… ti piace? solitario e avvolto in un mantello, per una lunga passeggiata fino alla montagna. A cavallo, sai? La cavalla è piuttosto vecchiotta, bianca; ma lui cavalca divinamente. Sì, divinamente, come la sorella Titina suona divinamente il pianoforte. E pensa, oh, pensa che da giovine, fino a venticinque anni, cioè finché non lo richiamarono a Zùnica per il rovescio finanziario, lui «fece vita», e che vita, cara mia! fuori, in Continente, a Roma, a Firenze; corse il mondo; fu a Parigi, a Londra… Ora pare che da giovanotto abbia amato questa cugina di cui t’ho parlato, che si chiama Fana Lopes. Credo si fosse anche fidanzato con lei. Ma, venuto il dissesto, lei non volle più saperne e sposò un altro. Adesso che egli ritorna nel primiero stato… capisci? Ma è più facile che il marchese, guarda, per farle dispetto, sposi un’altra cugina, zitellona questa, una certa Tuzza La Dia, che credo abbia sospirato sempre in segreto per lui, pregando Iddio. Dati gli umori del marchese e i suoi capelli lunghi, dopo questi venti anni di clausura, è temibile anche questa zitellona, cara Didì. Basta – aveva concluso la sera avanti Cocò, – ora chinati, Didì, e tienti con la punta delle dita l’orlo della veste su le gambe.

             Stordita da quel lungo discorso, Didì s’era chinata, domandando:

             –    Perché? E Cocò:

             –    Te le saluto. Quelle ormai non si vedranno più!

             Gliele aveva guardate e le aveva salutate con ambo le mani poi, sospirando, aveva soggiunto:

             – Rorò! Ricordi Rorò Campi, la tua amichetta? Ricordi che salutai le gambe anche a lei, l’ultima volta che portò le vesti corte? Credevo di non dovergliele più rivedere. Eppure gliele rividi!

             Didì s’era fatta pallida pallida e seria.

             –    Che dici?

             –    Ah, sai, morta! – s’era affrettato a risponderle Cocò. – Morta, te lo giuro, gliele rividi, povera Rorò! Lasciarono la cassa mortuaria aperta, quando la portarono in chiesa, a San Domenico. La mattina io ero là, in chiesa. Vidi la bara, tra i ceri, e mi accostai. C’erano attorno alcune donne del popolo, che ammiravano il ricco abito da sposa di cui il marito aveva voluto che fosse parata, da morta. A un certo punto, una di quelle donnette sollevò un lembo della veste per osservare il merletto della sottana, e io così rividi le gambe della povera Rorò.

             Tutta quella notte Didì s’era agitata sul letto senza poter dormire.

             Già, prima d’andare a letto, aveva voluto provarsi ancora una volta la veste lunga da viaggio, davanti allo specchio dell’armadio. Dopo il gesto espressivo, con cui Cocò aveva descritto la bellezza di colei… come si chiamava? Fana… Fana Lopes… – si era veduta, lì nello specchio, troppo piccola, magrolina, miserina… Poi s’era tirata su la veste davanti per rivedersi quel tanto, pochino pochino, delle gambe che aveva finora mostrato, e subito aveva pensato alle gambe di Rorò Campi, morta.

             A letto, aveva voluto riguardarsele sotto le coperte: impalate, stecchite; immaginandosi morta anche lei, dentro una bara, con l’abito da sposa, dopo il matrimonio col marchese Andrea dai capelli lunghi…

             Che razza di discorsi, quel Cocò!

             Ora, in treno, Didì guardava il fratello sdrajato sul sedile dirimpetto e si sentiva prendere a mano a mano da una gran pena per lui.

             In pochi anni aveva veduto sciuparsi la freschezza del bel volto fraterno, alterarsi l’aria di esso, l’espressione degli occhi e della bocca. Le parevach’egli fosse come arso, dentro. E quest’arsura interna, di trista febbre, gliela scorgeva negli sguardi, nelle labbra, nell’aridità e nella rossedine della pelle, segnatamente sotto gli occhi. Sapeva ch’egli rincasava tardissimo ogni notte; che giocava; sospettava altri vizi in lui, più brutti, dalla violenza dei rimproveri che il padre gli faceva spesso, di nascosto a lei, chiusi l’uno e l’altro nello scrittojo. E che strana impressione, di dolore misto a ribrezzo, provava da alcun tempo nel vederlo da quella trista vita impenetrabile accostarsi a lei; al pensiero che egli, pur sempre per lei buon fratellino affettuoso, fosse poi, fuori di casa, peggio che un discolo, un vizioso, se non proprio un farabutto, come tante volte nell’ira gli aveva gridato in faccia il padre. Perché, perché non aveva egli per gli altri lo stesso cuore che per lei? Se era così buono per lei, senza mentire, come poteva poi, nello stesso tempo, essere così tristo per gli altri?

             Ma forse la tristezza era fuori: fuori, là, nel mondo, ove a una certa età, lasciati i sereni, ingenui affetti della famiglia, si entrava coi calzoni lunghi gli uomini, con le vesti lunghe le donne. E doveva essere una laida tristezza, se nessuno osava parlarne, se non sottovoce e con furbeschi ammiccamenti, che indispettivano chi – come lei – non riusciva a capirci nulla; doveva essere una tristezza divoratrice, se in sì poco tempo suo fratello, già così fresco e candido, s’era ridotto a quel modo; se Rorò Campi, la sua amicuccia, dopo un anno appena, ne era morta…

             Didì si sentì pesare sui piedini, fino al giorno avanti liberi e scoperti, la veste lunga, e ne provò un fastidio smanioso: si sentì oppressa da una angoscia soffocante, e volse lo sguardo dal fratello al padre, che sedeva all’altro angolo della vettura, intento a leggere alcune carte d’amministrazione, tratte da una borsetta di cuojo aperta su le ginocchia.

             Entro quella borsetta, foderata di stoffa rossa, spiccava lucido il turacciolo smerigliato di una fiala. Didì vi fissò gli occhi e pensò che il padre era, da anni, sotto la minaccia continua d’una morte improvvisa, potendo da un istante all’altro essere colto da un accesso del suo male cardiaco, per cui portava sempre con sé quella fiala.

             Se .d’un tratto egli fosse venuto a mancarle… Oh Dio, no, perché pensare a questo? Egli, pur con quella fiala lì davanti, non ci pensava. Leggeva le sue carte d’amministrazione e, di tratto in tratto, si aggiustava le lenti insellate su la punta del naso; poi, ecco, si passava la mano grassoccia, bianca e pelosa, sul capo calvo, lucidissimo; oppure staccava gli occhi dalla lettura e li fissava nel vuoto, restringendo un po’ le grosse palpebre rimborsate. Gli occhi cernii, ovati, gli s’accendevano allora di un’acuta vivezza maliziosa, in contrasto con la floscia stanchezza della faccia carnuta e porosa, da cui schizzavano, sotto il naso, gl’ispidi e corti baffetti rossastri, già un po’ grigi, a cespugli.

             Da un pezzo, cioè dalla morte della madre, avvenuta tre anni addietro, Didì aveva l’impressione che il padre si fosse come allontanato da lei, anzi staccato così, che lei, ecco, poteva osservarlo come un estraneo. E non il padre soltanto: anche Cocò. Le pareva che fosse rimasta lei sola a vivere ancora della vita della casa, o piuttosto a sentire il vuoto di essa, dopo la scomparsa di colei che la riempiva tutta e teneva tutti uniti.

             Il padre, il fratello s’erano messi a vivere per conto loro, fuori di casa, certo; e quegli atti della vita, che seguitavano a compiere lì insieme con lei, erano quasi per apparenza, senza più quella cara, antica intimità, da cui spira quell’alito familiare, che sostiene, consola e rassicura.

             Tuttora Didì ne sentiva un desiderio angoscioso, che la faceva piangere insaziabilmente, inginocchiata innanzi a un’antica cassapanca, ov’erano conservate le vesti della madre.

             L’alito della famiglia era racchiuso là, in quella cassapanca antica, di noce, lunga e stretta come una bara; e di là, dalle vesti della mamma, esalava, a inebriarla amaramente coi ricordi dell’infanzia felice.

             Tutta la vita s’era come diradata e fatta vana, con la scomparsa di lei; tutte le cose pareva avessero perduto il loro corpo e fossero diventate ombre. E che sarebbe avvenuto domani? Avrebbe ella sempre sentito quel vuoto, quella smania di un’attesa ignota, di qualche cosa che dovesse venire a colmarglielo quel vuoto, e a ridarle la fiducia, la sicurezza, il riposo?

             Le giornate eran passate per Didì come nuvole davanti alla luna.

             Quante sere, senz’accendere il lume nella camera silenziosa, non se n’era stata dietro le alte invetriate della finestra a guardar le nuvole bianche e cineree che avviluppavano la luna! E pareva che corresse la luna, per liberarsi da quei viluppi. E lei era rimasta a lungo, lì nell’ombra, con gli occhi intenti e senza sguardo, a fantasticare; e spesso gli occhi, senza che lei lo volesse, le si erano riempiti di lagrime.

             Non voleva esser triste, no; voleva anzi esser lieta, alacre, vispa. Ma nella solitudine, in quel vuoto, questo desiderio non trovava da sfogarsi altrimenti che in veri impeti di follia, che sbigottivano la povera donna Bebé.

             Senza più guida, senza più nulla di consistente attorno, non sapeva che cosa dovesse fare nella vita, qual via prendere. Un giorno avrebbe voluto essere in un modo, il giorno appresso in un altro. Aveva anche sognato tutta una notte, di ritorno dal teatro, di farsi ballerina, sì, e suora di carità la mattina dopo, quand’erano venute per la questua le monacelle del Boccone del povero. E un po’ voleva chiudersi tutta in se stessa e andar vagando per il mondo assorta nella scienza teosofica, come Frau Wenzel, la sua maestra di tedesco e di pianoforte; un po’ voleva dedicarsi tutta all’arte, alla pittura. Ma no, no: alla pittura veramente, no, più: le faceva orrore, ormai, la pittura, come se avesse preso corpo in quell’imbecille di Carlino Volpi, figlio del pittore Volpi, suo maestro, perché un giorno Carlino Volpi, venuto invece del padre ammalato, a darle lezione… Com’era stato?… Lei, a un certo punto, gli aveva domandato:

             –    Vermiglione o carminio? E lui, muso di cane:

             –    Signorina, carminio… così! E l’aveva baciata in bocca.

             Via, da quel giorno e per sempre, tavolozza, pennelli e cavalletto! Il cavalletto glielo aveva rovesciato addosso e, non contenta, gli aveva anche scagliato in faccia il fascio dei pennelli, e lo aveva cacciato via, senza neanche dargli il tempo di lavarsi la grinta impudente, tutta pinticchiata di verde, di giallo, di fosso

             Era alla discrezione del primo venuto, ecco… Non c’era più nessuno, in casa, che la proteggesse. Un mascalzone, così, poteva entrarle in casa e permettersi, come niente, di baciarla in bocca. Che schifo le era rimasto, di quel bacio! S’era stropicciate fino a sangue le labbra, e ancora a pensarci, istintivamente, si portava una mano alla bocca.

             Ma aveva una bocca, veramente?… Non se la sentiva! Ecco: si stringeva forte forte, con due dita, il labbro, e non se lo sentiva. E così, di tutto il corpo. Non se lo sentiva. Forse perché era sempre assente da se stessa, lontana?… Tutto era sospeso, fluido e irrequieto dentro di lei.

             E le avevano messo quella veste lunga, ora così… su un corpo, che lei non si sentiva. Assai più del suo corpo pesava quella veste! Si figuravano che ci fosse qualcuna, una donna, sotto quella veste lunga, e invece no; invece lei, tutt’al più, non poteva sentirvi altro, dentro, che una bambina; sì, ancora, di nascosto a tutti, la bambina ch’era stata, quando tutto ancora intorno aveva per lei una realtà, la realtà della sua dolce infanzia, la realtà sicura che sua madre dava alle cose col suo alito e col suo amore. Il corpo di quella bimba, sì, viveva e si nutriva e cresceva sotto le carezze e le cure della mamma. Morta la mamma, lei aveva cominciato a non sentire più neanche il suo corpo, quasi che anch’esso si fosse diradato, come tutt’intorno la vita della famiglia, la realtà che lei non riusciva più a toccare in nulla.

             Ora, questo viaggio…

             Guardando di nuovo il padre e il fratello, Didì provò dentro, a un tratto, una profonda, violenta repulsione.

             Si erano addormentati entrambi in penosi atteggiamenti. Ridondava al padre da un lato, premuta dal colletto, la flaccida giogaja sotto il mento. E aveva la fronte imperlata di sudore. E nel trarre il respiro, gli sibilava un po’ il naso.

             Il treno, in salita, andava lentissimamente, quasi ansimando, per terre desolate, senza un filo d’acqua, senza un ciuffo d’erba, sotto l’azzurro intenso e cupo del cielo. Non passava nulla, mai nulla davanti al finestrino della vettura; solo, di tanto in tanto, lentissimamente, un palo telegrafico, arido anch’esso, coi quattro fili che s’avvallavano appena.

             Dove la conducevano quei due, che anche lì la lasciavano così sola? A un’impresa vergognosa. E dormivano! Sì, perché, forse, era tutta così, e non era altro, la vita. Essi, che già c’erano entrati, lo sapevano: c’erano ormai avvezzi e, andando, lasciandosi portare dal treno, potevano dormire… Le avevano fatto indossare quella veste lunga per trascinarla lì, a quella laida impresa, che non faceva più loro alcuna impressione. Giusto lì la trascinavano, a Zùnica, ch’era il paese di sogno della sua infanzia felice! E perché ne morisse dopo un anno, come la sua amichetta Rorò Campi?

             L’ignota attesa, l’irrequietezza del solo spirito, dove, in che si sarebbero fermate? In una cittaduzza morta, in un fosco palazzo antico, accanto a un vecchio marito dai capelli lunghi… E forse le sarebbe toccato di sostituire la cognata nelle cure di quelle due vecchie ottuagenarie, seppure il padre fosse riuscito nella sua insidia.

             Fissando gli occhi nel vuoto, Didì vide le stanze di quel fosco palazzo. Non c’era già stata una volta? Sì, in sogno, una volta per restarvi per sempre… Una volta? Quando? Ma ora, ecco… e già da tanto tempo, vi era, e per starvi per sempre, soffocata nella vacuità d’un tempo fatto di minuti eterni, tentato da un ronzio perpetuo, vicino, lontano, di mosche sonnolente nel sole che dai vetri pinticchiati delle finestre sbadigliava sulle nude pareti gialle di vecchiaia, o si stampava polveroso sul pavimento di logori mattoni di terracotta.

             Oh Dio, e non poter fuggire… non poter fuggire… legata com’era, qua, dal sonno di quei due, dalla lentezza enorme di quel treno, uguale alla lentezza del tempo là, nell’antico palazzo, dove non si poteva far altro che dormire, come dormivano quei due…

             Provò a un tratto in quel fantasticare che assumeva nel suo spirito una realtà massiccia, ponderosa, infrangibile, un senso di vuoto così arido, una così soffocante e atroce afa della vita, che istintivamente, proprio senza volerlo, cauta, allungò una mano alla borsetta di cuojo, che il padre aveva posato, aperta, sul sedile. Il turacciolo smerigliato della fiala aveva già attratto con la sua iridescenza lo sguardo di lei.

             Il padre, il fratello seguitavano a dormire. E Didì stette un pezzo a esaminare la fiala, che luceva col veleno, roseo. Poi quasi senza badare a quello che faceva, la sturò pian piano e lentamente l’accostò alle labbra, tenendo fissi gli occhi ai due che dormivano. E vide, mentre beveva, che il padre alzava una mano, nel sonno, per scacciare una mosca, che gli scorreva su la fronte, lieve.

             A un tratto, la mano che reggeva la fiala le cascò in grembo, pesantemente. Come se gli orecchi le si fossero all’improvviso sturati, avvertì enorme, fragoroso, intronante il rumore del treno, così forte che temette dovesse soffocare il grido che le usciva dalla gola e gliela lacerava… No… ecco, il padre, il fratello balzavano dal sonno… le erano sopra… Come aggrapparsi più a loro?

             Didì stese le braccia; ma non prese, non vide, non udì più nulla.

             Tre ore dopo, arrivò, piccola morta con quella sua veste lunga, a Zùnica, al paese di sogno della sua infanzia felice.

La veste lunga – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
La veste lunga – Audio lettura 2 – Legge Valter Zanardi
La veste lunga – Audio lettura 3 – Legge Giuseppe Tizza

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Shakespeare Italia




Lumìe di Sicilia – Audio lettura 3

Legge Giuseppe Tizza
Lumie di Sicilia - Video

Paola Borboni e Paolo Carlini, Lumìe di Sicilia, 1957. RAI

Lumìe di Sicilia

Legge Giuseppe Tizza

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******

             – Teresina sta qui?

             Il cameriere, ancora in maniche di camicia, ma già impiccato in un altissimo solino, squadrò da capo a piedi il giovanotto che gli stava davanti sul pianerottolo della scala: campagnolo all’aspetto, col bavero del pastrano ruvido rialzato fin su gli orecchi e le mani paonazze, gronchie dal freddo, che reggevano un sacchetto sudicio di qua, una vecchia valigetta di là, a contrappeso.

             – Teresina? E chi è? – domandò a sua volta, inarcando le folte ciglia giunte, che parevano due baffi rasi dal labbro e appiccicati lì per non perderli.

             Il giovanotto scosse prima la testa per far saltare dalla punta del naso una gocciolina di freddo, poi rispose:

             –    Teresina, la cantante.

             –    Ah, – sclamò il cameriere, con un sorriso d’ironico stupore: – Si chiama così, senz’altro, Teresina? E voi chi siete?

             –    C’è o non c’è? – domandò il giovanotto, corrugando le ciglia e sorsando col naso. – Ditele che c’è Micuccio e lasciatemi entrare.

             –    Ma non c’è nessuno a quest’ora, – rispose il cameriere, col sorriso rassegato su le labbra. – La signora Sina Marnis è ancora a teatro e…

             –    Anche zia Marta? – lo interruppe Micuccio.

             –    Ah, lei è il nipote?

             E il cameriere si fece subito cerimonioso.

             – Favorisca allora, favorisca. Non c’è nessuno. Anche lei a teatro, la Zia. Prima del tocco non ritorneranno. È la serata d’onore di sua… come sarebbe di lei, la signora? cugina, allora?

             Micuccio restò un istante impacciato.

             – Non sono… no, non sono cugino, veramente. Sono… sono Micuccio Bona – vino; lei lo sa. Vengo apposta dal paese.

             A questa risposta il cameriere stimò innanzi tutto conveniente ritirare il lei e riprendere il voi; introdusse Micuccio in una cameretta al bujo presso la cucina, dove qualcuno ronfava strepitosamente, e gli disse:

             – Sedete qua. Adesso porto un lume.

             Micuccio guardò prima dalla parte donde veniva quel ronfo, ma non poté discernere nulla; guardò poi in cucina, dove il cuoco, assistito da un guattero, apparecchiava da cena. L’odor misto delle vivande in preparazione lo vinse: n’ebbe quasi un’ebbrietà vertiginosa: era poco men che digiuno dalla mattina; veniva dalla provincia di Messina; una notte e un giorno intero in ferrovia.

             Il cameriere recò il lume, e quello che ronfava nella stanza, dietro una cortina sospesa a una funicella da una parete all’altra, borbottò tra il sonno:

             –    Chi è?

             –    Ehi, Dorina, su! – chiamò il cameriere. – Vedi che c’è qui il signor Bonvicino.

             –    Bonavino, – corresse Micuccio, che stava a soffiarsi su le dita.

             –    Bonavino, Bonavino, conoscente della signora. Tu dormi della grossa: suonano alla porta e non senti. Io ho da apparecchiare, non posso far tutto io, capisci?, badare al cuoco che non sa, alla gente che viene.

             Un ampio sonoro sbadiglio, protratto nello stiramento delle membra e terminato in un nitrito per un brividore improvviso, accolse la protesta del cameriere, il quale s’allontanò esclamando:

             – E va bene !

             Micuccio sorrise, e lo seguì con gli occhi, attraverso un’altra stanza in penombra, fino alla vasta sala in fondo, illuminata, dove sorgeva splendida la mensa, e restò meravigliato a contemplare, finché di nuovo il ronfo non lo fece voltare a guardar la cortina.

             Il cameriere, col tovagliolo sotto il braccio, passava e ripassava, borbottando or contro Dorina che seguitava a dormire, or contro il cuoco che doveva esser nuovo, chiamato per l’avvenimento di quella sera, e lo infastidiva chiedendo di continuo spiegazioni. Micuccio, per non infastidirlo anche lui, stimò prudente ricacciarsi dentro tutte le domande che gli veniva di rivolgergli. Avrebbe poi dovuto dirgli o fargli intendere ch’era il fidanzato di Teresina, e non voleva, pur non sapendone il perché lui stesso; se non forse per questo, che quel cameriere allora avrebbe dovuto trattar lui, Micuccio, da padrone, ed egli, vedendolo così disinvolto ed elegante, quantunque ancor senza marsina, non riusciva a vincere l’impaccio che già ne provava solo a pensarci. A un certo punto però, vedendolo ripassare, non seppe tenersi dal domandargli:

             – Scusi… questa casa di chi è?

             – Nostra, finché ci siamo, – gli rispose in fretta il cameriere. E Micuccio rimase a tentennare il capo.

             Perbacco, era vero dunque! La fortuna acciuffata. Affaroni. Quel cameriere che pareva un gran signore, il cuoco e il guattero, quella Dorina che ronfava di là: servi tutti a gli ordini di Teresina. Chi l’avrebbe mai detto?

             Rivedeva col pensiero la soffitta squallida, laggiù laggiù, a Messina, dove Teresina abitava con la madre. Cinque anni addietro, in quella soffitta lontana, se non fosse stato per lui, mamma e figlia sarebbero morte di fame. E l’aveva scoperto lui, lui, quel tesoro nella gola di Teresina! Ella cantava sempre, allora, come una passera dei tetti, ignara del suo tesoro: cantava per dispetto, cantava per non pensare alla miseria a cui egli cercava di sovvenire alla meglio, non ostante la guerra che gli movevano in casa i genitori, la madre specialmente. Ma poteva abbandonar Teresina in quello stato, dopo la morte del padre? Abbandonarla perché non aveva nulla, mentre lui, bene o male, un posticino ce l’aveva, di sonator di flauto nel concerto comunale? Bella ragione! E il cuore?

             Ah, era stata una vera ispirazione del cielo, un suggerimento della fortuna, quel far caso alla voce di lei, quando nessuno ci badava, in quella bellissima giornata d’aprile, presso la finestra dell’abbaino che incorniciava vivo vivo l’azzurro del cielo. Teresina canticchiava un’appassionata arietta siciliana, di cui Micuccio ricordava ancora le tenere parole. Era triste Teresina, quel giorno, per la recente morte del padre e per l’ostinata opposizione dei parenti di lui; e anch’egli – ricordava – era triste, tanto che gli erano spuntate le lagrime, sentendola cantare. Pure tant’altre volte l’aveva sentita, quell’arietta; ma cantata a quel modo, mai. N’era rimasto così impressionato, che il giorno appresso, senza prevenire né lei né la madre, aveva condotto con sé, su nella soffitta, il direttore del concerto, suo amico. E così erano cominciate le prime lezioni di canto, e, per due anni di fila egli aveva speso per lei quasi tutto il suo stipendio: le aveva preso a nolo un pianoforte, comperate le carte di musica e qualche amichevole compenso aveva pur dato al maestro. Bei giorni lontani! Teresina ardeva tutta nel desiderio di spiccare il volo, di lanciarsi nell’avvenire che il maestro le prometteva luminoso; e, frattanto, che carezze di fuoco a lui, per dimostrargli tutta la sua gratitudine, e che sogni di felicità comune!

             Zia Marta, invece, scoteva amaramente il capo: ne aveva viste tante in vita sua, povera vecchietta, che ormai non aveva più fiducia nell’avvenire: temeva per la figliola, e non voleva che ella pensasse neppure alla possibilità di togliersi da quella rassegnata miseria; e poi sapeva, sapeva ciò che costava a lui la follia di quel sogno pericoloso.

             Ma né lui né Teresina le davano ascolto, e invano essa si era ribellata quando un giovane maestro compositore, avendo udito Teresina in un concerto, aveva dichiarato che sarebbe stato un vero delitto non darle migliori maestri e una compiuta educazione artistica: a Napoli, bisognava mandarla al conservatorio di Napoli a qualunque costo.

             E allora lui, Micuccio, senza pensarci due volte, l’aveva rotta coi parenti, aveva venduto un poderetto lasciatogli in eredità dallo zio prete, e mandato Teresina a Napoli a compiere gli studi.

             Non l’aveva più riveduta, da allora. Lettere, sì… aveva le sue lettere dal conservatorio e poi quelle di zia Marta, quando già Teresina si era lanciata nella vita artistica, contesa dai principali teatri, dopo l’esordio clamoroso al San Carlo. A pie di quelle tremule incerte lettere raspate alla meglio su la carta dalla povera vecchietta c’eran sempre due paroline di lei, di Teresina, che non aveva mai tempo di scrivere: «Caro Micuccio, confermo quanto ti dice la mamma. Sta’ sano e voglimi bene». Eran rimasti d’accordo che egli le avrebbe lasciato cinque, sei anni di tempo per farsi strada liberamente: erano giovani entrambi e potevano aspettare. E quelle lettere, nei cinque anni già trascorsi, egli le aveva sempre mostrate a chi voleva vederle, per distruggere le calunnie che i suoi parenti scagliavano contro Teresina e la madre. Poi s’era ammalato; era stato per morire; e in quell’occasione, a sua insaputa, zia Marta e Teresina avevano inviato al suo indirizzo una buona somma di danaro: parte se n’era andata durante la malattia, ma il resto egli lo aveva strappato a viva forza dalle mani rapaci dei suoi parenti e ora, ecco, veniva a ridarlo a Teresina. Perché, denari – niente! egli non ne voleva. Non perché gli paressero elemosina, avendo egli già speso tanto per lei; ma… niente! non lo sapeva dire lui stesso, e ora più che mai, lì, in quella casa… – denari, niente! Come aveva aspettato tant’anni, poteva ancora aspettare. Che se poi denari Teresina ne aveva d’avanzo, segno che l’avvenire le si era schiuso, ed era tempo perciò che l’antica promessa s’adempisse, a dispetto di chi non voleva crederci.

             Micuccio sorse in piedi, con le ciglia corrugate, come per raffermarsi in questa conclusione; si soffiò di nuovo su le mani diacce e pestò i piedi per terra.

             – Freddo? – gli disse, passando, il cameriere. – Poco ci vorrà, adesso. Venite qua in cucina. Starete meglio.

             Micuccio non volle seguire il consiglio del cameriere che, con quell’aria da gran signore, lo sconcertava e l’indispettiva. Si rimise a sedere e a pensare, costernato. Poco dopo, una forte scampanellata lo scosse.

             –    Dorina, la signora! – strillò il cameriere infilandosi in fretta e in furia la marsina, mentre correva ad aprire; ma vedendo che Micuccio stava per seguirlo, s’arrestò di botto per intimargli:

             –    Voi state qua; prima lasciate che la avverta.

             –    Ohi, ohi, ohi…  – si lamentò una voce insonnolita dietro la cortina; e, poco dopo, apparve un donnone tozzo, affagottato, che strascicava una gamba e non riusciva ancora a spiccicar gli occhi, con uno scialle di lana fin sopra il naso, i capelli ritinti d’oro.

             Micuccio stette a mirarla allocchito. Anche colei, sorpresa, sgranò tanto d’occhi in faccia all’estraneo.

             – La signora, – ripetè Micuccio.

             Allora Dorina riprese d’un subito coscienza:

             – Eccomi, eccomi… – disse, togliendosi e buttando dietro la cortina lo scialle e adoperandosi con tutta la pesante persona a correr verso l’entrata.

             L’apparizione di quella strega ritinta, l’intimazione del cameriere diedero a un tratto a Micuccio, avvilito, un angoscioso presentimento. Sentì la voce stridula di zia Marta:

             – Di là, in sala! in sala, Dorina!

             E il cameriere e Dorina gli passarono davanti reggendo magnifiche ceste di fiori. Sporse il capo a guardare, in fondo, la sala illuminata e vide tanti signori in marsina, che parlavano confusamente. La vista gli s’annebbiò: era tanto lo stupore, tanta la commozione, che non s’accorse egli stesso che gli occhi gli si erano riempiti di lagrime: li chiuse, e in quel bujo si strinse tutto in sé, quasi per resistere allo strazio che gli cagionava una lunga squillante risata. Era di Teresina? Oh Dio, e perché rideva così, di là?

             Un grido represso gli fece riaprir gli occhi, e si vide davanti – irriconoscibile – zia Marta, col cappello in capo, poveretta! oppressa da una ricca splendida mantiglia di velluto.

             –   Come! Micuccio… tu qui?

             –   Zia Marta… – esclamò Micuccio, quasi impaurito, restando a contemplarla.

             –   Come mai! – seguitò la vecchietta, sconvolta. – Senza avvertire? Che è stato? Quando sei arrivato? Giusto questa sera… Oh Dio, Dio…

             –   Sono venuto per… – balbettò Micuccio, non sapendo più che dire.

             –   Aspetta! – lo interruppe zia Marta. – Come si fa? come si fa? Vedi quanta gente, figliuolo mio? È la festa di Teresina, la sua serata… Aspetta, aspetta un po’ qua…

             –   Se voi, – si provò a dir Micuccio, a cui l’angoscia stringeva la gola, – se voi credete che me ne debba andare…

             –   No, aspetta un po’, ti dico, – s’affrettò a rispondergli la buona vecchietta, tutta imbarazzata.

             –   Io però, – riprese Micuccio, – non saprei dove andare in questo paese… a questa ora…

             Zia Marta lo lasciò, facendogli con una mano inguantata segno d’attendere, ed entrò nella sala, nella quale poco dopo a Micuccio parve si aprisse una voragine; vi s’era fatto d’improvviso silenzio. Poi udì, chiare, distinte, queste parole di Teresina:

             – Un momento, signori.

             E di nuovo la vista gli s’annebbiò, nell’attesa ch’ella comparisse. Ma Teresina non comparve, e la conversazione fu ripresa nella sala. Tornò invece, dopo pochi minuti che a lui parvero eterni, zia Marta senza cappello, senza mantiglia, senza guanti, meno imbarazzata.

             – Aspettiamo un po’ qua, sei contento? – gli disse. – Io starò con te… Adesso si fa cena… Noi ce ne staremo qua. Dorina ci apparecchierà questo tavolino, e ceneremo insieme, qua; ci ricorderemo de’ bei tempi, eh?… Non mi par vero di trovarmi con te, figlietto mio, qua; qua, appartati… Lì, capirai, tanti signori… Lei, poverina, non può farne a meno… La carriera, m’intendi? Eh, come si fa! Li hai veduti i giornali? Cose grandi, figlio mio! Ma io… io, come sopra mare, sempre… Non mi par vero che me ne possa star qua con te, stasera.

             E la buona vecchietta, che aveva parlato parlato, istintivamente, per non dar tempo a Micuccio di pensare, alla fine sorrise e si stropicciò le mani, guardandolo, intenerita.

             Dorina venne ad apparecchiare la tavola, in fretta, perché già di là, in sala, il pranzo era cominciato.

             – Verrà? – domandò cupo, Micuccio, con voce angosciata. – Dico, per vederla almeno.

             – Certo che verrà, – gli rispose subito la vecchietta, sforzandosi di vincere l’impaccio. – Appena avrà un momentino di largo: già me l’ha detto.

             Si guardarono tutt’e due e si sorrisero, come se finalmente si riconoscessero. Attraverso l’impaccio e la commozione le loro anime avevano trovato la via per salutarsi con quel sorriso. «Voi siete zia Marta» – dicevano gli occhi di Micuccio. – «E tu, Micuccio, il mio caro e buon figliuolo, sempre lo stesso, poverino!» – dicevano quelli di zia Marta. Ma subito la buona vecchietta abbassò i suoi, perché Micuccio non vi leggesse altro. Si stropicciò di nuovo le mani e disse:

             –    Mangiamo, eh?

             –    Ho una fame, io! – esclamò, tutto lieto e raffidato, Micuccio.

             –    La croce, prima: qua posso farmela, davanti a te, – aggiunse la vecchietta con aria birichina, strizzando un occhio, e si segnò.

             Il cameriere venne a offrir loro il primo servito. Micuccio stette bene attento a osservare come faceva zia Marta a trarre dal piatto la porzione. Ma quando venne la sua volta, nel levar le mani, pensò che le aveva sporche dal lungo viaggio, arrossì, si confuse, alzò gli occhi a sogguardare il cameriere, il quale, compitissimo ora, gli fece un lieve inchino col capo e un sorriso, come per invitarlo a servirsi. Fortunatamente zia Marta venne a trarlo d’impaccio.

             – Qua qua, Micuccio, ti servo io.

             Se la sarebbe baciata dalla gratitudine! Avuta la porzione, appena il cameriere si fu allontanato, si segnò anche lui in fretta.

             – Bravo figliuolo! – gli disse zia Marta.

             Ed egli si sentì beato, a posto, e si mise a mangiare come non aveva mangiato mai in vita sua, senza più pensare alle sue mani, né al cameriere.

             Tuttavia, ogni qual volta questi, entrando o uscendo dalla sala, schiudeva la bussola a vetri e veniva di là come un’ondata di parole confuse o qualche scoppio di risa, egli si voltava turbato e poi guardava gli occhi dolenti e affettuosi della vecchina, quasi per leggervi una spiegazione. Ma vi leggeva invece la preghiera di non chieder nulla per il momento, di rimettere a più tardi le spiegazioni. E tutt’e due di nuovo si sorridevano e si rimettevano a mangiare e a parlare del paese lontano, d’amici e conoscenti, di cui zia Marta gli domandava notizie senza fine.

             – Non bevi?

             Micuccio stese la mano per prendere la bottiglia; ma, in quella, la bussola della sala si riaprì; un fruscio di seta, tra passi frettolosi, uno sbarbaglio, quasi la cameretta si fosse d’un tratto violentemente illuminata, per accecarlo.

             – Teresina…

             E la voce gli morì sulle labbra, dallo stupore. Ah, che regina!

             Col volto in fiamme, gli occhi sbarrati, la bocca aperta, egli restò a contemplarla, istupidito. Come mai ella… così? Nudo il seno, nude le spalle, le braccia nude,., tutta fulgente di gemme e di stoffe… Non la vedeva, non la vedeva più come una persona viva e vera davanti a sé. Che gli diceva? Non la voce, né gli occhi, né il riso: nulla, nulla più riconosceva di lei, in quell’apparizione di sogno.

             – Come va? Stai bene ora, Micuccio? Bravo, bravo… Sei stato malato, se non m’inganno… Ci rivedremo tra poco. Tanto, qui hai con te la mamma… Siamo intesi, eh?

             E Teresina scappò via in sala, tutta frusciante.

             – Non mangi più? – domandò timorosa, poco dopo, zia Marta per rompere lo sbalordimento di Micuccio.

             Questi si voltò appena a guardarla.

             – Mangia, – insistette la vecchia indicandogli il piatto.

             Micuccio si portò due dita al colletto affumicato e spiegazzato e se lo stirò, provandosi a trarre un lungo respiro.

             – Mangiare?

             E agitò più volte le dita presso il mento, come se salutasse, per significare: non mi va più, non posso. Stette ancora un pezzo silenzioso, avvilito, assorto nella visione di poc’anzi, poi mormorò:

             – Come s’è fatta…

             E vide che zia Marta scoteva amaramente il capo e che aveva sospeso di mangiare anche lei, come se aspettasse.

             – Ma neanche a pensarci più… – aggiunse poi, quasi tra sé, chiudendo gli occhi.

             Vedeva ora, in quel suo bujo, l’abisso che s’era aperto tra loro due. No, non era più lei – quella lì – la sua Teresina. Era tutto finito… da un pezzo, da un pezzo ed egli, sciocco, egli stupido, se n’accorgeva solo adesso. Glielo avevano detto là al paese, e lui s’era ostinato a non crederci… E ora, che figura ci faceva a star lì, in quella casa? Se tutti quei signori, se quel cameriere stesso avessero saputo che egli, Micuccio Bollavino, s’era rotte le ossa a venire di così lontano, trentasei ore di ferrovia, credendosi sul serio ancora il fidanzato di quella regina, che risate, quei signori e quel cameriere e il cuoco e il guattero e Dorina! Che risate, se Teresina lo avesse trascinato al loro cospetto, lì in sala, dicendo: «Guardate, questo poveretto, sonator di flauto, dice che vuol diventare mio marito!». Glielo aveva promesso lei stessa, è vero; ma come avrebbe potuto allora supporre che un giorno sarebbe divenuta così? Ed era anche vero, sì, che egli le aveva schiuso quella via e le aveva dato modo d’incamminarvisi; ma ecco, ella era ormai arrivata tanto, tanto lontano, che egli, rimasto lì, sempre lo stesso, a sonare il flauto le domeniche nella piazza del paese, come avrebbe più potuto raggiungerla? Neanche a pensarci… E che cos’erano poi quei pochi quattrinucci spesi allora per lei, divenuta adesso una gran signora? Si vergognava solo a pensare che qualcuno potesse sospettare che egli, con la sua venuta, volesse accampar qualche diritto per quei pochi quattrinucci miserabili. Gli sovvenne in quel punto di avere in tasca il denaro inviatogli da Teresina durante la malattia. Arrossì: ne provò onta, e si cacciò una mano nella tasca in petto della giacca, dove era il portafogli.

             –    Ero venuto, zia Marta, – disse in fretta, – anche per restituirvi questo denaro che mi avete mandato. Che ha voluto essere, pagamento? restituzione? Vedo che Teresina è divenuta una…, sì, mi pare una regina! vedo che… niente! neanche a pensarci più! Ma, questo denaro, no: non mi meritavo questo da lei… È finita, e non se ne parla più… ma, denari, niente! Mi dispiace solo che non sono tutti…

             –    Che dici, figliuolo mio? – cercò d’interromperlo, afflitta e con le lagrime a gli occhi, zia Marta.

             Micuccio le fé’ cenno di star zitta.

             –    Non li ho spesi io: li hanno spesi i miei parenti, durante la malattia, senza ch’io ne sapessi nulla. Ma vanno per quella miseria che spesi io allora… vi ricordate? Non ci pensiamo più. Qua c’è il resto. E io me ne vado.

             –    Ma come! Così di furia? – esclamò zia Marta, cercando di trattenerlo. – Aspetta almeno che lo dica a Teresina. Non hai sentito che voleva rivederti? Vado a dirglielo…

             –    No, è inutile, – le rispose Micuccio, deciso. – Lasciatela star lì con quei signori; lì sta bene, al suo posto. Io, poveretto… L’ho veduta; m’è bastato… O piuttosto, andate pure… andate anche voi di là… Sentite come si ride? Io non voglio che si rida di me… Me ne vado.

             Zia Marta interpretò nel peggior senso quella risoluzione improvvisa di Micuccio: come un atto di sdegno, un moto di gelosia. Le sembrava ormai, poverina, che tutti – vedendo sua figlia – dovessero d’un tratto concepire il più tristo dei sospetti, quello appunto per cui ella piangeva inconsolabile, trascinando senza requie il suo cordoglio segreto fra il tumulto di quella vita di lusso odioso che disonorava sconciamente la sua stanca vecchiaja.

             –    Ma io, – le scappò detto, – io ormai non posso più farle la guardia, figliuolo mio…

             –    Perché? – domandò allora Micuccio, leggendole a un tratto negli occhi il sospetto ch’egli non aveva ancora avuto; e si rabbujò in volto.

             La vecchietta si smarrì nella sua pena e si nascose la faccia con le mani tremule, ma non riuscì a frenar l’impeto delle lagrime irrompenti.

             –    Sì, sì, vattene, figliuolo mio, vattene… – disse soffocata dai singhiozzi. – Non è più per te, hai ragione… Se mi aveste dato ascolto!

             –    Dunque, – proruppe Micuccio chinandosi su lei e strappandole a forza una mano dal volto. Ma fu tanto accorato e miserevole lo sguardo con cui ella gli chiese pietà portandosi un dito su le labbra, che egli si frenò e aggiunse con altro tono, forzandosi a parlar piano: – Ah, lei dunque, lei… lei non è più degna di me. Basta, basta, me né vado lo stesso… anzi, tanto più, ora… Che sciocco, zia Marta: non l’avevo capito! Non piangete… Tanto, che fa? Fortuna, dicono… fortuna…

             Prese la valigetta e il sacchettino di sotto la tavola, e s’avviava per uscire, quando gli venne in mente che lì, dentro il sacchetto, c’eran le belle lumìe ch’egli aveva portato a Teresina dal paese.

             – Oh, guardate, zia Marta, – riprese.

             Sciolse la bocca al sacchetto e, facendo riparo d’un braccio, versò quei freschi frutti fragranti sulla tavola.

             –    E se mi mettessi a tirare tutte queste lumìe, – soggiunse, – su la testa di quei galantuomini là?

             –    Per carità, – gemette la vecchia tra le lagrime, facendogli un nuovo cenno supplichevole di tacere.

             –    No, niente, – riprese Micuccio, ridendo acre e rimettendosi in tasca il sacchetto vuoto. – Le avevo portate a lei; ma ora le lascio a voi sola, zia Marta.

             Ne prese una e la accostò al naso di zia Marta.

             – Sentite, zia Marta, sentite l’odore del nostro paese… E dire che ci ho anche pagato il dazio… Basta. A voi sola, badate bene… A lei dite così: «Buona fortuna!» a nome mio.

             Riprese la valigetta e andò via. Ma per la scala, un senso d’angoscioso smarrimento lo vinse: solo, abbandonato, di notte, in una grande città sconosciuta, lontano dal suo paese; deluso, avvilito, scornato. Giunse al portone, vide che pioveva a dirotto. Non ebbe il coraggio d’avventurarsi per quelle vie ignote, sotto quella pioggia. Rientrò pian piano, rifece una branca di scala, poi sedette sul primo scalino e appoggiando i gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani, si mise a piangere silenziosamente.

             Sul finir della cena, Sina Marnis fece un’altra comparsa nella cameretta. Vi trovò la mamma che piangeva anche lei, sola, mentre di là quei signori schiamazzavano e ridevano.

             – È andato via? – domandò, sorpresa.

             Zia Marta accennò di sì col capo, senza guardarla. Sina fissò gli occhi nel vuoto, assorta, poi sospirò:

             – Poverino…

             Ma subito dopo le venne di sorridere.

             –    Guarda, – le disse la madre, senza frenar più le lagrime col tovagliolo. – Ti aveva portato le lumìe…

             –    Oh, belle! – esclamò Sina, con un balzo. Strinse un braccio alla vita e ne prese con l’altra mano quanto più poteva portarne.

             –    No, di là no! – protestò vivamente la madre. Ma Sina scrollò le spalle e corse in sala gridando:

             –    Lumìe di Sicilia! Lumìe di Sicilia!

Lumìe di Sicilia – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
Lumìe di Sicilia – Audio lettura 2 – Legge Valter Zanardi
Lumìe di Sicilia – Audio lettura 3 – Legge Giuseppe Tizza

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Shakespeare Italia




Zafferanetta – Audio lettura 4

Legge Giuseppe Tizza
«No, non era gelosia. Un altro sentimento era, duro rodente indefinibile, quello che Norina provava e da cui si sentiva svoltare il cuore in petto: rabbia fredda, invidia, dispetto, schifo e pietà insieme, nel vederlo già padre, lì, sotto gli occhi suoi, di quella scimmietta.»

Prima pubblicazione: Corriere della Sera, 27 maggio 1911, poi in Terzetti, Treves, Milano 1912

Zafferanetta audiolibro 4
Bob Graham, Little Girl with Braids.

Zafferanetta

Legge Giuseppe Tizza

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             Sirio Bruzzi corse esultante in camera della madre, agitando la lettera del cugino arrivata or ora, datata da Banana su la foce del Congo.

             – La porterà, mamma! Ah, «mimmomammina» mia, come sono felice! La mia Titti! la mia Titti! «Giongo» risale il fiume, lo «steamer» è in partenza! Povero Giongo mio! caro mio piccolo Gionghicello! deve andare per… non so più dove per qual diavolo di pasticcio burocratico; uno dei soliti! Tra una quarantina di giorni sarà a Mesània; forse c’è già, a quest’ora; corre a Mokàla; prende la mia Titti, e ritorna, ritorna anche lui per sempre! Su, va’, mamma, va’ ad annunziarlo alla zia Nena! chi sa come ne sarà contenta anche lei! Io scappo da Nora. Uscendo dalla zia, vieni da «Nianò» anche tu, a pigliarmi, eh? t’aspetto!

             Si chinò a baciare la mamma e scappò via, con quella lettera in mano.

             La povera signora Bruzzi restò un pezzo stordita, come le soleva avvenire a ogni nuovo assalto di quel benedetto figliuolo. Ma il sorriso lieto, provocato dall’esultanza di lui, a poco a poco le s’illanguidì sulle pallide labbra.

             Pensò che Norina, la fidanzata a cui Sirio era corso a far leggere quella lettera, non poteva certo in cuor suo esultare come lui per la notizia ch’essa recava; ne doveva anzi provare afflizione, e tanto più forte, quanto più viva avrebbe veduto ridere e gridare la gioja di lui. Non era questa gioja a costo d’un suo sacrifizio? Sì, Norina vi s’era rassegnata; ma non per questo Sirio avrebbe dovuto darle ora spettacolo di quella gioja, e quasi pretendere che ne partecipasse. Ah, benedetto figliuolo, proprio non ragionava più!

             Quando mai però, a dir vero, aveva ragionato il suo Sirio?

             Del padre, morto giovine e tragicamente in duello, aveva preso la furia di gettarsi alle più rischiose avventure. Pareva avesse dentro, per anima, una bufera: investiva e scompigliava tutto. Quando non poteva altro, storpiava i nomi, ruzzolava frasi sconclusionate, parole inconcludenti; s’abbaruffava con le sillabe di esse, faceva far loro capitomboli: Nora, Nianò, Rorina, Elinanò.

             Non sapeva più lei stessa, la signora Bruzzi, come avesse fatto a condurlo sano e salvo dall’infanzia alla giovinezza. Lo aveva fatto arrestare una prima volta, quando le era scappato di casa, giovinetto, per correre in Grecia a raggiungere la spedizione garibaldina; poi, una seconda volta, già in partenza per l’Africa, in difesa dei Boeri. Alla fine, per il Congo, aveva dovuto chiudere gli occhi e chinare la testa.

             Sirio era già maggiorenne.

             Finiti insieme col cugino Lelli i sei mesi d’ufficiale di complemento, tutti e due erano andati nel Belgio a fare il corso coloniale e s’erano arruolati nella milizia dello Stato libero del Congo. Dopo sei anni le era ritornato in licenza, irriconoscibile: pieno di piaghe e con la dissenteria; e, sissignori, appena rimesso in piedi, voleva ritornarci. E sarebbe ritornato; i pianti, gli scongiuri, il pensiero di lei che, già vecchia, malata di cuore, ne sarebbe morta certamente, non avrebbero avuto potere di trattenerlo, se, a Nocera, dove lo aveva condotto a villeggiare e per la cura delle acque, non le fosse venuta in ajuto quella buona Norina, Norina Rua, col fascino della sua grazia e della sua musica.

             Appena s’era accorta che quella signorina Rua riusciva a far breccia nel cuore di lui, le s’era messa attorno, quasi a covare la passione nascente.

             Approssimandosi man mano il termine della licenza, Sirio, nel sentirsi già legato dall’amore, aveva cominciato a dare in ismanie, a cadere in cupe malinconie, finché una sera se l’era visto entrare in camera disperato; s’era messo a piangere, a piangere come un bambino; era innamorato, straziato dal rimorso d’aver turbato il cuore di quella cara fanciulla con vane lusinghe; e doveva partire, partire per forza.

             – Ma perché?

             Ah, perché… Aveva laggiù, nel «settore» di Mokàla, di cui era capo, una figliuola di cinque anni, nata da una giovinetta negra, che un giorno gli si era presentata, fuggiasca da un villaggio lontano; era stata con lui circa due anni e poi era sparita, durante una sua escursione nella foresta, abbandonando la bimba.

             Ebbene: egli amava più di se stesso quella sua creaturina, quel fiore selvaggio della sua vita avventurosa; nessun altro amore avrebbe potuto vincere quello.

             E, seguitando a piangere, le aveva parlato di tutte le cure, di tutti gli stenti per allevare quella piccina abbandonata, che per cinque anni aveva riempito la solitudine atroce della sua vita laggiù. Non poteva più distaccarsene: doveva partire, ritornare a lei.

             A un solo patto avrebbe potuto rimanere, che cioè il cugino Lelli, il quale tra qualche mese doveva ritornare in Italia, in licenza anche lui, gli portasse la sua Titti, e che la signorina Rua… Ma come sperare che ella volesse accettarlo più, ora, con quella bambina?

             Aveva accettato, la signorina Rua. Era andata lei, la mamma, a scongiurarla, e Norina aveva accettato, non ostante che la zia, l’unica parente ch’ella avesse, con molte e sagge considerazioni avesse voluto indurla almeno a riflettere bene, prima di dire di sì, alla gravità e alle conseguenze di quel sacrifizio. Senza dubbio, era una prova di bontà e di costanza, quell’affetto per la piccina; l’unica prova, a dir vero, che potesse dare un certo affidamento; perché il giovine, via, onesto sì, ma scapato, impetuoso, disordinato…

             Ah che sgraffi avrebbe voluto allungare la signora Bruzzi sulla faccia di cartapecora di quella vecchia mummia con gli occhiali! Tanto più lunghi e profondi, quanto più in cuor suo riconosceva saggi veramente quei consigli e quelle considerazioni.

             Ma la Norina, per fortuna, era innamorata davvero.

             Certo ormai che la piccina sarebbe presto arrivata col cugino, Sirio volle affrettare le nozze.

             La tempestosa impazienza di far sua Norina, trattenuta a stento finora dal timore di possibili difficoltà che il cugino avrebbe potuto accampare, si scatenò al solito in una furia così veemente, che Norina, pur felice di sentirsi rapita in essa come un turbine, n’ebbe quasi sgomento. Chiuse gli occhi e vi si abbandonò.

             Sirio s’era proposto di dedicarsi ora all’agricoltura.

             Voleva prendere in affitto una tenuta della campagna romana e bonificarla. Là, nel suo settore, a Mokàla, aveva bene imparato il governo colonico dei negri; qua, invece dei negri, avrebbe governato la gente di Sabina.

             Aspettava che cadesse un po’ il primo impeto d’amore, e un’altra cosa aspettava, con una irrequietezza, che sua madre avrebbe voluto vedere almeno un po’ dissimulata.

             – Quando arriva? quando arriva?

             E moveva, convulso, tutte le dieci dita delle mani per aria, o se le faceva scattare come in galoppo su la fronte, sul naso, sul mento, fino a sgraffiarsi; e sbuffava, e correva a strappar dal naso alla zia gli occhiali, o ad abbracciare forte forte la madre, fin quasi a soffocarla, o a stringere le braccia alla mogliettina, gridandole frenetico, man mano che stringeva vieppiù e la sollevava da terra:

             –    Nianò, Nianò, Nianò, naso di madreperla, pettine di tartaruga, pampina di vite!

             –    Lascia… no! ahi! cattivo… guarda, i lividi… – gemeva Norina.

             –    E quest’è niente! Vedrai! – le gridava egli allora. – Tu zapperai, io zapperò. Gente della Sabina, udite il bando! Sirio Bruzzi, «bungiu» congolese, bonificatore della campagna romana! Re d’un placido mondo, d’una landa infinita, a un popolo fecondo voglio donar la vita! Tu canterai sul tuo liuto, in sonni placidi io dormirò.

             E si buttava a dormire sul canapè.

             Ancora Norina non era riuscita a farsi raccontare le sue imprese coloniali, ad avere una descrizione dei luoghi ov’era stato. Sul più bello del racconto, mentre descriveva il gran fiume selvaggio, o la vita dei villaggi tra le palme e le banane, o la corsa delle piroghe su le rapide, o la traversata delle paludi entro la foresta senza fine, o la caccia all’elefante e al leopardo, tranquillamente, nel vederla tutta intenta ad ascoltare cominciava a infilzar pian piano, con viso fermo, senza cangiar tono, le sue frasi sconclusionate:

             – … e allora, là, capisci? su tutto quel pacciame di foglie, tra il groviglio delle liane, che è? che non è? un piccolo, piccolissimo punto a croce, con le cavallette d’un disegno acrobatico, a nappe azzurre e a fiocchi neri, cara mia, dietro l’indice teso del tuo salvatore mokungi…

             Norina si ribellava, s’arrabbiava; ma non c’era verso di richiamarlo più alla narrazione così crudelmente interrotta.

             Era già incinta da un mese Norina, quando finalmente il cugino Lelli – «Giongo», come Sirio lo chiamava col soprannome che i negri gli avevano affibbiato laggiù – arrivò con la piccola congolese.

             Norina aveva già notato che su tutto Sirio scherzava, tutti i nomi storpiava, tranne quello della figliuola, su la quale non scherzava mai: la Titti era sempre la Titti; e ogni qual volta la nominava, gli occhi gli ridevano umidi di commozione. Aveva potuto anche argomentare quanto la amasse dalle notizie che le aveva dato sul linguaggio di lei. La Titti comprendeva l’italiano e lo parlava anche; ma parlava meglio il congolese che, a suo dire, era un linguaggio da bambini. Come dicono i bambini? Dicono «bombo», dicono «bua». Ebbene, così parlavano i congolesi, «molenghe ti bungiu», figli dei bianchi. Volevano acqua? dicevano «n’gu».

             Comprese, vide l’enorme follia della sua condiscendenza, fin dal primo momento, allorché Sirio, corso alla stazione ad accogliere la piccina, le entrò in camera con le braccia e le gambe di quel mostriciattolo avviticchiate al collo e al petto. Non vide dapprima che queste gambe e queste braccia, gracili, color di zafferano, e i capelli ricci, gremiti, piuttosto lunghi, boffici e quasi metallici. Quand’egli alla fine riuscì a sviticchiarla da sé, parlandole in quello strano linguaggio infantile, ed ella potè vederle la faccia, anch’essa color di zafferano, con quel casco di capelli ricci d’ebano quasi soprammessi, la fronte ovale, protuberante, gli occhioni densi, truci, fuggevoli, smarriti, il nasino a pallottola e i labbruzzi divaricati, non tumidi, un po’ lividi, si sentì gelare: istintivamente compose il volto a una espressione di pena e di raccapriccio:

             –    Carina… poverina… – non potè dir altro, restringendo innanzi al seno le braccia con le mani levate e raggricchiate quasi per paura ch’egli gliel’accostasse e gliela facesse baciare.

             –    Eccola qua! eccola qua, la mia Titti! – esclamava egli intanto, con le lagrime agli occhi. – Ti par brutta, è vero? Anche a te, mamma? Ma non è brutta, non è brutta la mia Titti! Poi la vedrete… vi abituerete… Guarda, non è mica brutto questo nasino… questi labbruzzi qua non sono mica brutti con questi dentini… ma sì, ma sì, perché «babà» era «bungiu», Titti mia, se la mamma era nera! Titti mia! Titti mia! Su, su, fa’ sentire la tua vocina, cara! Di chi sono io? Di’, di’, di chi sono? Rispondi.

             La piccina, in mezzo alla camera, sperduta, così stridentemente diversa da tutto ciò che la circondava, come una strana bambola di cera dipinta, rispose in modo macchinale, con una voce che non parve sua:

             – Mio.

             Il padre le si precipitò addosso e se la strinse al petto furiosamente, con la bocca sulla bocca, quasi a succhiarsi, ingordo d’amore dopo tanti mesi d’attesa, quella risposta.

             – No, no, – riprese poi, – di’ come sai dire tu, cara; come dici «mio» tu? rispondi? di chi sono?

             La bimba allora, con voce sua, dolcissima, e con un sorriso indefinibile, tendendo le braccia, rispose:

             – «Ti m’bi…».

             Egli se la rapì di furia e scappò via in un’altra stanza, seguito dal cugino.

             Nora, la madre, la zia restarono un pezzo silenziose, oppresse di stupore. Poi, Nora si nascose il volto tra le mani, rabbrividendo. Ah, il modo con cui quella piccina là, nel suo strano linguaggio, aveva detto «mio», escludeva assolutamente ch’egli potesse esser d’altri, almeno nella stessa misura.

             La madre si alzò, si appressò alla nuora, si chinò a baciarla sui capelli, senza dir nulla, e le fece appoggiare il capo sul suo fianco.

             La zia, con gli occhi fissi dietro gli occhiali, sospirò:

             – Ve l’avevo detto io?

             No, non era gelosia. Un altro sentimento era, duro rodente indefinibile, quello che Norina provava e da cui si sentiva svoltare il cuore in petto: rabbia fredda, invidia, dispetto, schifo e pietà insieme, nel vederlo già padre, lì, sotto gli occhi suoi, di quella scimmietta; e senza un pensiero dell’altro figlio che già cominciava a vivere in grembo a lei: un altro per lui, ma per lei no, per lei il solo, il vero figlio.

             Ecco, questo, questo non poteva soffrire Norina: che il suo, domani, dovesse per lui essere un altro figlio, accanto a quella pupattola ramata; e che fuori di lei, ch’era sua moglie, da mille e mille miglia lontano, da un altro mondo ch’ella non sapeva neanche immaginare, ma che doveva esser pieno d’un grandioso fascino ardente, fosse venuto a lui, vivo, chiuso in quella scorza selvaggia il sentimento della paternità, di cui le dava spettacolo.

             Vergogna le suscitava inoltre quanto c’era di strano e di goffo, in quella paternità di lui.

             Pareva ch’egli non se n’accorgesse; forse non se n’accorgeva davvero, perché attorno alla sua bambina vedeva tutto quel mondo là lontano, vivo ancora in lui, e non poteva perciò notarne la stranezza, che avventava invece a gli occhi degli altri. Ecco, e si portava a spasso, felice, quel suo mostriciattolo esotico.

             Tutta la gente, certo, si voltava per istrada e forse i monelli lo seguivano; al caffè gli amici gli avrebbero domandato:

             – E tua moglie, che ne dice?

             E certo egli doveva mostrar loro, che non gì’importava affatto ciò che ella potesse dirne.

             Era innanzi a tutti, e lì per casa, una violenza grottesca quella bimba; pareva che lei stessa, la poverina, lo avvertisse e ne soffrisse.

             Aveva negli occhioni attoniti, non più truci adesso, ma anzi profondamente mesti e quasi velati di fuliggine, uno smarrimento angoscioso. Teneva le labbra serrate e le manine rattratte, e vibrava tutta a ogni minimo rumore, a ogni sensazione, a cui certo non poteva rispondere dentro di lei un’immagine che gliela chiarisse e la tranquillasse. Doveva essere invasa dallo sgomento quell’animuccia selvaggia.

             Norina stava a mirarla in silenzio, quando Sirio non c’era; e, mirandola, s’accorgeva che veramente «Zafferanetta» (l’avevano battezzata così la zia e la cameriera) non era poi tanto brutta: solo la tinta, quella tinta ramata, incuteva ribrezzo.

             É Zafferanetta, immobile, seduta su la sediolina di bambù, si lasciava mirare, battendo le palpebre quasi con pena su gli occhioni fuligginosi. Ah, che impressione faceva quel battito delle palpebre, quel movimento reale e comune e presente, in queir esseruccio che pareva finto, non vero, diverso e lontano.

             La signora Bruzzi si profferì di persuadere Sirio a portar da lei quella piccina; ma Nora non volle.

             Era sicura che Sirio, allora, avrebbe passato tutta la giornata in casa della madre.

             Egli s’era accorto che la piccina deperiva, deperiva sempre più di giorno in giorno, e non sapeva staccarsi più da lei un momento. Non pensava più alle trattative già avviate per l’affitto della tenuta, e se ne stava quasi tutto il giorno chiuso con lei e col cugino Lelli nello scrittojo, tra gli strani ricordi portati da laggiù, a parlare, a parlare…

             Troncavano il discorso appena ella entrava; e, dal modo con cui egli si voltava a guardarla, Norina intendeva che la sua presenza non solo non gli era gradita, ma anzi lo urtava. Spesso lo sorprendeva seduto per terra, con la figlia addormentata su le ginocchia, e gli occhi rossi di pianto.

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