Andreoli Annamaria – Diventare Pirandello. L’uomo e la maschera

Pirandellos story

Annamaria Andreoli
Diventare Pirandello.
L’uomo e la maschera


Diventare Pirandello
Il successo, per Luigi Pirandello, giunse alle soglie della vecchiaia, travolgente, improvviso, forse nemmeno più atteso. E fu un successo planetario, coronato nel 1934 dal premio Nobel per la letteratura. Il frutto tardivo di centinaia di novelle, racconti, romanzi, saggi, opere teatrali rappresentate sui palcoscenici di tutto il mondo. Ma prima? Com’era la vita prima che si alzasse il sipario? Prima che i personaggi diventassero le «maschere» della condizione umana? Prima cioè che Pirandello diventasse Pirandello? Divorato dall’ansia di emergere e disposto ad annientare se stesso pur di vedere riconosciuti il proprio talento e la propria arte, per quarant’anni lo scrittore siciliano non si risparmiò sofferenze e frustrazioni. Lo testimoniano innumerevoli documenti che consentono di seguire il processo della sua creazione artistica, la messa in prova della «vita che si scrive», dell’io che si narra. Impareggiabile, Pirandello si racconta nelle lettere ai famigliari, un universo impastato di affetti, interessi, dipendenze e ricatti, un groviglio di finzioni e menzogne, di desideri spacciati per realtà in cui l’autore comincia a dare un volto e una voce a quei fantasmi della mente che non lo avrebbero mai abbandonato. Attraverso questi documenti – molti dei quali indagati qui per la prima volta – Annamaria Andreoli ricostruisce gli anni della giovinezza dello scrittore, le tappe della sua formazione a Palermo, a Roma, a Bonn, la sua vicenda intima e sentimentale, le spigolosità del suo carattere, i malesseri tormentosi. Poi gli esordi letterari, l’assidua ricerca di un editore, la scrittura a getto continuo di opere straordinarie e tuttavia misconosciute. Il bisogno di denaro, un matrimonio che presto si rivela una prigione infernale, la grigia routine dell’insegnamento all’Istituto Superiore di Magistero, i contrasti con i committenti. E soprattutto il confronto a distanza – soffertissimo – con d’Annunzio, smagliante protagonista della nascente industria culturale italiana, capace di trasformare come d’incanto ogni parola, ogni gesto in un successo senza precedenti. Il confronto si risolverà soltanto dopo la prima guerra mondiale, quando la fama dello scrittore del Caos varcherà i confini nazionali. Ma a quel punto, gravato dall’«obbligo di vivere», della gloria del suo tempo l’artista sembrerà non curarsi affatto. Un’altra, l’ennesima maschera di un autore che più di tutti sembra “uno, nessuno e centomila”.

Annamaria Andreoli
Diventare Pirandello.
L’uomo e la maschera

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Due sguardi dal cosmo: Pirandello e Leopardi

Di Carlo Ferrucci 

Le visioni del mondo dei due artisti hanno in comune tre assunti fondamentali, strettamente collegati fra loro: un’«etica dello smascheramento», uno «sguardo cosmico» o «galileiano», e un genere di pensiero «ultrafilosofico».

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Pirandello e Leopardi
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Due sguardi dal cosmo:
Pirandello e Leopardi

da Cuadernos de Filología Italiana,
Num. 1, pp. 93-101,
Editorial Complutense, Madrid, 1994

Da Academia.edu

L’affinità artistica e intellettuale che è possibile riscontrare tra Pirandello e Leopardi rappresenta, nel suo genere, uno dei fenomeni più singolari e rivelatori di tutta la nostra storia letteraria. Rispetto all’estensione e alla pregnanza di questi tratti comuni, i riferimenti diretti che pure Pirandello fa, in punti chiave delle sue pagine saggistiche, all’opera e alla figura di Leopardi, costituiscono solo i segnali di una sintonia ben più profonda, a livello di concezioni di vita, di giudizi sugli uomini e sul mondo, di prese di posizione sulla natura dell’arte e sul suo ruolo nel nostro tempo. Una sintonia per la quale non si è esitato a parlare di «identificazione» e di «leopardismo pirandelliano», [1] e che distingue nettamente l’atteggiamento di Pirandello da quello assunto nei confronti del grande Recanatese da altri scrittori di spicco dell’epoca.

Tutti i savi – afferma a un certo punto Eleandro, alter ego dello scrittore – si ridono di chi scrive latino al presente, che nessuno parla quella lingua, e pochi la intendono. Io non veggo come non sia parimente ridicolo questo continuo presupporre che si fa scrivendo e parlando certe qualità umane che ciascun sa che ormai non si trovano in uomo nato, e certi enti razionali o fantastici adorati già lungo tempo addietro, ma ora tenuti internamente per nulla e da chi li nomina e da chi gli ode a nominare. Che si usino maschere e travestimenti per ingannare gli altri, o per non essere conosciuti; non mi pare strano: ma che tutti vadano mascherati con una stessa forma di maschere, e travestiti a uno stesso modo, senza ingannare l’un l’altro, e conoscendosi intimamente tra loro; mi riesce una fanciullaggine. Cavinsi le maschere, si rimangano coi loro vestiti; non faranno minori effetti di prima, e staranno più a loro agio. [2]

[2] Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, Firenze, Sansoni, 1983, vol. I, p. 163.

Più concitata e realistica, com’è nello stile dello scrittore agrigentino, ma non meno chiara ed efficace, l’analoga presa di posizione di Pirandello:

Maschere, maschere… Un soffio e passano, per dar posto ad altre. Quel povero zoppetto là… Chi è? Correre alla morte con la stampella… La vita, qua schiaccia il piede a uno; cava là un occhio a un altro… Gamba di legno, occhio di vetro e avanti! Ciascuno si racconcia la maschera come può – la maschera esteriore. Perché dentro poi c’è l’altra, che spesso non s’accorda con quella di fuori. E niente è vero! Vero il mare, sì, vera la montagna; vero il sasso; vero un filo d’erba; ma l’uomo? Sempre mascherato, senza volerlo, senza saperlo, di quella tal cosa ch’egli in buona fede si figura d’essere: bello, buono, grazioso, generoso, infelice, ecc. ecc. E questo fa tanto ridere a pensarci. [3]

[4]

[4] Cfr., rispettivamente, Tutte le opere, op. cit., vol. I, pp. 86, 87, 167, 43.

In Pirandello, il motivo dell’ironico ridimensionamento del rango occupato nel cosmo dalla Terra e dai suoi abitanti appare, in termini che esasperano anche lessicalmente quelli leopardiani, già nella sua prima raccolta poetica, Mal giocondo, del 1889. Qui, accanto ad altri temi tipicamente leopardiani come la malia delle illusioni – «dolce inganno», «dolci inganni» – e il naufragio nell’infinito, troviamo la Terra definita prima «sciocca enorme trottola/che ci porta in su’l groppone» e poi, con significativa ripetizione al superlativo del non benevolo aggettivo, «enorme trottola sciocchissima/per gli spazi lanciata a raggirarsi». [5]

[6]

[6] Luigi Pirandello, Tutti i romanzi, Milano, Mondadori, 1943, p. 246.

Il modo, ben più meditato e sofferto di quanto il tono scherzoso dei miei riferimenti testuali non lasci trasparire, in cui tanto «l’etica dello smascheramento» quanto questo «sguardo dal cosmo» si dispiegano nell’opera leopardiana e pirandelliana, può già farci capire quanto sarebbe riduttivo, se non francamente fuorviante, ostinarsi a interpretarle in termini, rispettivamente, di «pessimismo» e «pessimismo-irrazionalismo». Oggi più di ieri, infatti, sia quella caparbia rivendicazione di una maggiore autenticità nei nostri rapporti con noi stessi e con gli altri, sia l’invito a guardare al nostro mondo con gli occhi, diciamo, di un ipotetico extraterrestre, attestano semmai un non comune desiderio di chiarezza e di oggettività, e un forte impegno a far sì che l’arte non contrasti ma, al contrario e a dispetto di certe apparenze, sposi e stimoli la ragione.

A questo riguardo, le prese di posizione teoriche di Leopardi e di Pirandello, anch’esse sostanzialmente collimanti, sono estremamente rivelatrici, e non ancora sufficientemente considerate. Nello Zibaldone, in cui Leopardi si pone a più riprese la domanda se sia ancora possibile fare poesia in un’epoca sempre più dominata dal sapere razionale e dichiara in sostanza di accettare questa sfida, leggiamo ad esempio che

L’immaginazione è la più feconda e meravigliosa ritrovatrice de’ rapporti e delle armonie le più nascoste (p. 1836),

e, con un riferimento ancora più diretto alla possibile convergenza di finzione artistica e verità, che

La facoltà inventiva è una delle ordinarie, e principali, e caratteristiche qualità e parti dell’immaginazione. Or questa facoltà appunto è quella che fa i grandi filosofi, e i grandi scopritori delle grandi verità. E si può dire che da una stessa sorgente, da una stessa qualità dell’animo, diversamente applicata e diversamente modificata e determinata da diverse circostanze e abitudini, vennero i poemi di Omero e di Dante, e i Principii matematici della filosofia naturale di Newton… Immaginazione e intelletto è tutt’uno (p. 2132).

Ma in questa luce bisognerebbe anche rileggere, a testimonianza di quanto Leopardi tenesse al fondamento razionale e ragionato della sua visione artistico­ filosofica, almeno la vibrante protesta contenuta nella sua lettera al filologo svizzero De Sinner:

È solo a causa della loro vigliaccheria che gli uomini hanno voluto considerare le mie opinioni filosofiche come il risultato delle mie sofferenze personali e si ostinano ad attribuire alle circostanze materiali della mia vita ciò che è invece frutto del mio intelletto (24 maggio 1832);

così come il già citato Dialogo di Timandro e di Eleandro, che in una lettera all’editore lo scrittore definiva il testo in cui «è dichiarato… abbastanza lo spirito di tutte le Operette» e dove vediamo Eleandro-Giacomo costringere il suo interlocutore ad ammettere che le verità da lui predicate sono «la sostanza di tutta la filosofia»; o il conclusivo Dialogo di Tristano e di un amico, in cui Tristano- Giacomo rivendica a sé il coraggio di «accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa ma vera»; o, infine, i non meno conclusivi versi della Ginestra, che in polemica col «secol superbo e sciocco» dicono «il vero/Dell’aspra sorte e del depresso loco/Che natura ci diè» e auspicano che «con franca lingua/Nulla al ver detraendo» regnino il «verace saper, l’onesto e il retto/Conversar cittadino». In quest’ottica, mi sembra molto significativo per il nostro tema che le più esplicite affermazioni di Pirandello sulla peculiare, ma per lui innegabile, interdipendenza di intelligenza e fantasia nell’opera d’arte, siano contenute nello stesso testo che si apre con un attacco contro due critici – uno psichiatra e un antropologo, per la verità – che avevano interpretato la poesia di Leopardi in termini di carenze fisiologiche del loro autore. Ciò rende infatti ancora più legittimo l’accostamento fra le appena ricordate asserzioni leopardiane e quello che Pirandello scrive più avanti in questo saggio, che è Arte e scienza, del 1908. Qui leggiamo tra l’altro che sbaglia chi, come Benedetto Croce – ossia, si noti, il pensatore che negava autentico spessore filosofico e a Leopardi e a Pirandello -­ applica all’arte distinzioni di «un rigore quasi geometrico», in quanto si tratta di una sfera in cui «le varie attività e funzioni dello spirito» si svolgono invece più che mai «in intimo inscindibile legame e in continua azione reciproca». Contro le «astrazioni» di un’estetica che nega al fatto artistico questa ricchezza e completezza di articolazioni, dunque, prosegue Pirandello, si deve ripetere che esso è caratterizzato all’opposto proprio da un fecondo incontro-scontro, potremmo dire, di sentimento e conoscenza, fantasia e intelletto, gioia dell’invenzione e calcolo:

Per quanto libera, per quanto in apparenza indipendente da ogni regola, essa [l’arte] ha pur sempre una sua logica, non già immessa e aggiustata da fuori come un congegno apparecchiato innanzi ma ingenita, mobile, complessa.
L’armonia di ogni opera d’arte può essere scomposta dalla critica, per mezzo dell’analisi, in rapporti intellegibili, e in quest’armonia la scienza può scorgere una scienza, un insieme di leggi complesse, di calcoli senza fine, che l’artista ha concentrato nella sua azione spontanea. Tutte le osservazioni di lui si rivelano, appaiono penetrate d’intelligenza; il suo piacere è uno strumento di precisione che calcola senza saperlo. [7]

Sono così tormentosamente dialettici questi nostri bravi confratelli meridionali. Affondano nel loro spasimo, a scavarlo fino in fondo, la saettella di trapano del loro raziocinio, e fru e fru e fru, non la smettono più. Non per una fredda esercitazione mentale, ma anzi al contrario, per acquistare, più profonda e intera, la coscienza del loro dolore. 

o, in chiave di lucida risposta a quanti mettevano in discussione la validità artistica dei suoi personaggi-filosofi, nell’Avvertenza sugli scrupoli della fantasia posposta a Il fu Mattia Pascal:

…volendo parlare così astrattamente come codesti critici fanno, non è forse vero che mai l’uomo tanto appassionatamente ragiona (o sragiona, che è lo stesso), come quando soffre, perché appunto delle sue sofferenze vuol veder la radice, e chi gliele ha date, e se e quanto sia stato giusto il dargliele; mentre quando gode, si piglia il godimento e non ragiona, come se il godere fosse suo diritto? Dovere delle bestie è il soffrire senza ragionare. Chi soffre e ragiona (appunto perché soffre), per quei signori critici non è umano; perché pare che, chi soffra, debba essere soltanto bestia, e che soltanto quando sia bestia, sia per essi umano.

Giunti a questo punto, possiamo cominciare a tirare le somme del nostro discorso. Abbiamo osservato che, al di là di chiare differenze di linguaggio e di timbro espressivo – più ricercati e pacati in Leopardi; più vicini al parlato, più nervosi e concitati in Pirandello le visioni del mondo dei due artisti hanno in comune tre assunti fondamentali, strettamente collegati fra loro: un’«etica dello smascheramento», che ci vorrebbe più capaci di guardarci in faccia, meno succubi delle parti assegnateci dalla tragicommedia della vita; uno «sguardo cosmico» o «galileiano», che ci vorrebbe vedere più consapevoli dei limiti del nostro mondo; e un genere di pensiero – da me in altre occasioni definito, parafrasando Leopardi, «ultrafilosofico» [8] – che sforzandosi di abbracciare nella sua interezza la condizione dell’uomo, esalta la capacità di conoscenza e i contenuti di verità dell’immaginazione e del sentimento.

quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che danno pregio alla vita. [9]

[9] Giacomo Leopardi, Tutte le opere, op. cit., vol. I. p. 165.

e nel XXIX dei Pensieri, per limitarci qui solo ad alcuni degli esempi più eloquenti, si trova affermato che l’incapacità dell’uomo di fare a meno delle illusioni va capita e compatita perché è la sua risposta agli inganni perpetrati contro di lui dalla natura. Ciò non significa, però, si badi, che per Leopardi si debba sostituire la finzione alla verità, l’immaginazione alla ragione, la compassione all’irrisione. Piuttosto, egli auspica e mette in opera nei suoi testi – soprattutto, ma non solo, negli ultimi – una problematica quanto feconda compresenza di quegli antinomici fattori del suo pensiero e della sua arte; come risulta chiaramente, fra l’altro, dal Dialogo di Tristano e di un amico, nel quale Tristano-Giacomo salva gli inganni dell’immaginazione ma insiste nel condannare quelli dell’intelletto, e dalla Ginestra, il cui verso «non so se il riso o la pietà prevale» esprime magistralmente, da un lato, la disponibilità del poeta ad offrire ai suoi simili la propria partecipe solidarietà, dall’altro il suo scetticismo sulla loro capacità di meritarsela rinunciando alle «superbe fole» dei loro sogni antropocentrici.

Non diversa appare, anche sotto questo profilo, la visione di Pirandello. Nel già ricordato Il fu Mattia Pascal, ad esempio, non troviamo solo lo «sguardo cosmico» o «galileiano» rivolto suo malgrado sul mondo da un uomo che significativamente è insieme, come dire, di là e di qua della vita, ma anche la constatazione molto leopardiana che le interessate costruzioni della fantasia sono parte organica del nostro modo di essere:

Don Eligio Pellegrinotto – è Mattia Pascal che parla – mi fa però osservare che, per quanti sforzi facciamo nel crudele intento di strappare, di distruggere le illusioni che la provvida natura ci aveva create a fin di bene, non ci riusciamo. Per fortuna, l’uomo si distrae facilmente … Il che vuol dire, in fondo, che noi anche oggi crediamo che la luna non stia per altro nel ciclo, che per farci lume di notte come il sole di giorno. e le stelle per offrirci un magnifico spettacolo. Sicuro.

Il tema variamente accennato nelle poesie, riapparirà poi con particolare evidenza anche in Uno, nessuno e centomila e in novelle come Notizie del mondo, Una voce, I pensionati della memoria, Paura d’esser felice, formando poi parte integrante di quella dialettica, o rimescolio, di verità e finzione, uomini in carne ed ossa e fantasmi, che svolgerà com’è noto un ruolo di primo piano nel teatro dello scrittore agrigentino. È nel saggio sull’umorismo, tuttavia, che lo troviamo formulato nei termini per noi, qui, più rivelatori, oltre che utilmente sintetici; sarà, perciò, con qualche rapido accenno a queste pagine che concluderò la mia analisi.

Pirandello si richiama qui a Leopardi come uomo e come autore di «quei certi dialoghi» e di «quelle certe prosette» di cui abbiamo rilevato in effetti la profonda consonanza con l’opera dell’Agrigentino; non lo nomina più, invece, nella parte conclusiva, la più propriamente teorica, di questo suo fondamentale lavoro. Eppure, riesce davvero difficile non riandare colla mente al verso della Ginestra che ricordavo poco fa nel momento in cui si legge che effetto primario dell’umorismo è una certa qual «perplessità tra il pianto e il riso» ovvero un «sentimento misto di riso e di pianto» di fronte a una situazione che ci sembra, appunto, a un tempo comicamente gratuita e drammaticamente penosa; o non ripensare a tutto quanto, in poesia e in prosa, a quel verso leopardiano fa corona, quando Pirandello fa coincidere tale «sentimento del contrario», così lo chiama, con un estremo, reciproco acuirsi di intelligenza e sensibilità. Che, proprio come in Leopardi, appaiono tanto più interagenti, tanto più disposte, in qualche modo, a rovesciarsi l’una nell’altra, quanto più l’artista mostra di saper far perno su entrambe per attraversare, e comprendere, nella sua visione, l’interezza del nostro essere. [10]

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Soffio – Audio lettura 4

Legge Giuseppe Tizza
«Tutti i giornali, la mattina dopo, ne furono pieni. La città si svegliò sotto l’incubo tremendo d’una epidemia senza scampo scoppiata fulmineamente. Novecento sedici morti in una sola notte. Nel cimitero non si sapeva come riparare a seppellirli.»

Prime pubblicazioni: Pegaso, luglio 1931, poi in Berecche e la guerra, Mondadori, Milano 1934.

Soffio. audiolibro  4
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Soffio

Legge Giuseppe Tizza

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             I. Certe notizie sopravvengono così inattese che si resta lì per lì sbalorditi, e dallo sbalordimento pare non si trovi più modo a uscire se non ricorrendo a una delle frasi più fruste o delle considerazioni più ovvie.

             Per esempio, quando il giovane Calvetti, segretario del mio amico Bernabò, m’annunziò la morte improvvisa del padre del Massari, da cui poco prima Bernabò e io eravamo stati a colazione, mi venne d’esclamare: – Ah la vita cos’è! Basta un soffio a portarsela via –; e congiunsi il pollice e l’indice d’una mano per soffiarci su, come a far volare una piuma che tenessi tra quelle due dita.

             Vidi, a quel soffio, il giovane Calvetti farsi brusco in volto, poi piegare il busto e portarsi una mano al petto, come quando s’avverte dentro, e non si sa dove, un malessere indefinito; ma non ne feci caso, parendomi assurdo ammettere che quel malessere potesse dipendere dalla stupida frase che avevo detta e dal ridicolo gesto con cui, non contento d’averla detta, avevo anche voluto accompagnarla; pensai a qualche fitta o puntura ch’egli avesse avvertito, forse al fegato o al rene o agl’intestini, momentanea a ogni modo e senz’alcuna gravità. Senonché, prima di sera, mi piombò in casa costernatissimo Bernabò:

             –    Sai che m’è morto Calvetti?

             –    Morto?

             –    All’improvviso, nel pomeriggio.

             –    Ma se nel pomeriggio era qua da me! Aspetta, che ora poteva essere? Saranno state le tre.

             –    E alle tre e mezzo è morto!

             –    Mezz’ora dopo?

             –    Mezz’ora dopo.

             Lo guardai male, come se con quella conferma intendesse stabilire una relazione (ma quale?) tra la visita a me e la morte repentina del povero giovine. Ebbi come un impeto dentro, che mi forzò a respingere subito quella relazione, foss’anche fortuita, come un sospetto di rimorso che me ne potessi fare; e a trovare a quella morte una ragione estranea alla visita; e dissi al Bernabò dell’avvertimento improvviso del malessere che il giovine aveva avuto mentr’era ancora con me.

             –    Ah sì? Un malessere?

             –    La vita cos’è! Basta un soffio a portarsela via.

             Ecco, ripetevo meccanicamente la frase perché, sotto sotto, il pollice e l’indice della mia mano destra s’eran toccati da sé, e da sé ora la mano, senza parere, mi si levava fino all’altezza delle labbra. Giuro che non fu tanto con la coscienza di darmi una riprova quanto piuttosto di fare a me stesso uno scherzo che solo così di nascosto, per non parer ridicolo, potevo fare: trovandomi quelle due dita davanti alla bocca, ci soffiai su, appena appena.

             Bernabò era alterato in volto per la morte di quel suo giovane segretario a cui era molto affezionato; e tante volte, dopo aver corso o soltanto affrettato un po’ il passo, corpulento, sanguigno e quasi senza collo, m’era venuto avanti ansimando e s’era anche portata la mano al petto per calmare il cuore e riprender fiato; ora, vedendogli fare quello stesso gesto e udendogli dire che si sentiva soffocare e occupar la mente e la vista come da una strana tenebra, che cosa, in nome di Dio, dovevo credere?

             Sull’istante, pur tutto smarrito e stravolto com’ero, mi gettai a soccorrere il povero amico piombato riverso e boccheggiante su una poltrona. Ma mi vidi respinto furiosamente; e allora finii per non comprendere proprio più nulla; mi sentii come gelare in un’attonita apatia, e stetti a vederlo sussultare su quella poltrona di velluto rosso, che mi parve tutta di sangue, sussultare non più come un uomo ma come una bestia ferita, e smaniare il respiro, e diventare sempre più pavonazzo, quasi nero. Faceva leva con un piede sul tappeto, forse per rizzarsi da sé, ma si sfiniva in quello sforzo; come nell’incubo d’un sogno, vedevo il tappeto scivolargli sotto, arricciandosi. Sull’altra gamba, storta sul bracciuolo della poltrona, il calzone tirato gli aveva scoperto la giarrettiera di seta, d’un color verdolino a righine rosa. Domando un po’ di considerazione per la mia carità: tutta la mia inquietudine era come schiantata e sparsa qua e là, tanto che poteva come niente dimenticarsi, a un volger d’occhi, o nel fastidio che avevo sempre avuto dei miei brutti quadri appesi alle pareti, o anche nella curiosità che mi tratteneva lo sguardo, ecco, sul colore e le righine di quella giarrettiera. Tutt’a un tratto però mi ripresi, inorridito d’essermi potuto in tal momento alienare fino a tanto, e urlai al mio cameriere che volasse a fermare davanti alla porta una vettura, e poi su ad ajutarmi a trasportare l’agonizzante a un ospedale o a casa.

             Preferii a casa, perché più vicino. Non abitava solo; aveva con sé una sorella, maggiore di lui, non so se vedova o vecchia zitella, insoffribile per la puntigliosa meticolosità con cui lo governava. Allibita, la poverina, con le mani nei capelli: – Oh Dio, che è stato? com’è stato? –, e non voleva levarcisi dai piedi, che rabbia! per sapere da me che era stato, com’era stato, proprio da me e proprio in quel momento che non ne potevo più, con tutte le scale che avevo fatte, salendo all’indietro, col peso enorme sulle braccia di quel corpo abbandonato. – Il letto! il letto! – Pareva non lo sapesse più nemmeno lei, dove fosse il letto, a cui mi sembrò non s’arrivasse mai. Depostolo rantolante (ma rantolavo anch’io) mi buttai con le spalle, rifinito, a ridosso a una parete, e se non erano pronti a raccogliermi su una seggiola, cadevo giù tutto in un fascio sul pavimento. Col capo ciondolante, potei dire tuttavia al cameriere: – Un medico! un medico! –; ma mi ricaddero le braccia al pensiero che ora restavo solo con la sorella, che certo m’avrebbe aggredito con altre domande. Mi salvò il silenzio che d’improvviso si fece sul letto, cessato il rantolo. Parve, per un attimo, silenzio di tutto il mondo; e fu difatti, per sempre, di tutto il mondo, per il povero Bernabò rimasto lì sordo e inerte su quel letto. Subito si levarono le disperazioni della sorella. Ero annichilito. Come immaginare, non dico credere, che una tale enormità fosse possibile? Le mie idee non potevano più pigliar sesto. E in quello sconvolgimento mi pareva tanto curioso che quella poverina, suo fratello Giulio, come lo aveva sempre chiamato, ora ch’era lì morto, corpulenza immobile che non consentiva diminutivi, lo chiamasse proprio Giuliette! Giuliette! A un certo punto, scattai in piedi, esterrefatto. Il cadavere, come si fosse avuto a male di quel Giuìietto! Giulietto! aveva risposto con un orribile brontolio dello stomaco. Toccò a me questa volta parar la sorella, che sarebbe cascata indietro a terra, svenuta dal terrore; mi svenne invece tra le braccia; e allora, tra lei svenuta e quel morto sul letto, senza più saper che fare né che pensare, mi sentii preso in un vortice di pazzia e cominciai a scrollare quella poverina, perché la finisse con quello svenimento ch’era proprio di più. Senonché, rinvenuta, non volle più credere che il fratello fosse morto. – Ha sentito? Non dev’esser morto! Non può essere morto! – Bisognò venisse il medico ad accertarlo e ad assicurarla che quel brontolio non era stato nulla, un po’ di vento o non so che altro, che quasi tutti i morti sogliono fare. Allora lei, ch’era linda e ci teneva, fece un viso angustiato e si parò gli occhi con la mano, come se il medico le avesse detto che anche lei da morta lo avrebbe fatto.

             Era quel medico uno di quei giovani calvi che portano quasi con dispettosa fierezza la loro precoce calvizie tra la violenza d’una selva di riccioli neri che, non si sa perché scomparsi dal sommo del capo, gremiscono poi tutt’intorno la testa. Con gli occhi di smalto armati da forti lenti da miope, alto, piuttosto grasso ma vigoroso, due cespuglietti di peli mozzati sotto il naso piccolo, le labbra tumide, accese e così ben segnate da parer dipinte, guardava con tal derisoria commiserazione l’ignoranza di quella povera sorella e parlava della morte con così disinvolta familiarità, quasi che avendo da fare di continuo con essa nessuno dei suoi casi gli potesse esser dubbio od oscuro, che alla fine un ghigno di scherno mi proruppe dalla gola irresistibilmente. Già mentre parlava, m’ero scorto per caso allo specchio dell’armadio e m’ero sorpreso con uno sguardo storto e freddo che subito m’era rientrato negli occhi strisciando come una serpe. E il pollice e l’indice della mia destra si premevano, si premevano così fortemente l’un contro l’altro, ch’eran come insorditi dallo spasimo della reciproca pressione. Appena egli a quel mio ghigno si voltò, gli mossi incontro, a petto, e, con la bocca atteggiata ancora di scherno nel pallore che m’aveva inteschiato il volto, gli sibilai: – Guardi –, e gli mostrai le dita, – così! Lei che la sa così lunga sulla vita e la morte: ci soffii su, e veda se le riesce di farmi morire! –. Si tirò indietro per squadrarmi, se non aveva da far con un pazzo. Ma io gli andai a petto di nuovo: – Basta un soffio, creda! basta un soffio! –. Lasciai lui e afferrai per un polso la sorella. – Lo faccia lei! Ecco, così!

             – e le portai la mano alla bocca, – congiunga due dita e ci soffii su! – La poverina, con gli occhi sbarrati, atterrita, tremava tutta; mentre il medico, senza più pensare che lì sul letto c’era un morto, sghignazzava, divertito. – Non lo faccio più io, su voi, perché già lì ce n’è uno, e due con Calvetti, per oggi! Ma bisogna che me ne scappi, me ne scappi subito, me ne scappi!

             E me ne scappai, davvero come un pazzo.

             Appena sulla via, la pazzia si scatenò. S’era già fatto sera, e la via era affollatissima. Sobbalzavano dall’ombra tutte le case ai lumi che s’accendevano, e tutta la gente correva per ripararsi la faccia dai guizzi di luce di tanti colori che l’assaltavano d’ogni parte, fanali, riverberi di vetrine, insegne luminose, in un subbuglio assillato da oscuri sospetti. Benché no: ecco là, al contrario, una faccia di donna che s’allargava di contentezza al riflesso d’una luce rossa; e là quella d’un bimbo che rideva, tenuto alto sulle braccia da un vecchio, davanti allo specchio d’uno sporto di bottega che ruscellava d’un getto continuo di gocce smeraldine. Fendevo la calca e con le due dita davanti alla bocca soffiavo, soffiavo su tutte quelle facce sfuggenti, senza scelta e senza voltarmi indietro ad accertarmi se davvero quei miei soffi producevano l’effetto già due volte sperimentato. Se lo producevano, chi avrebbe potuto attribuirlo a me? Non ero padrone di tenere quelle due dita davanti alla bocca e di soffiarci su per un mio innocente piacere? Chi poteva credere sul serio che un potere così inaudito e terribile mi fosse venuto in quelle due dita e nel soffio che emettevo appena su esse? Era ridicolo ammetterlo e poteva passare soltanto come uno scherzo puerile. Io scherzavo, ecco. E mi s’era già insugherita in bocca la lingua a furia di soffiare, e non avevo quasi più fiato tra le labbra appuntite, arrivato in fondo alla via. Se ciò che avevo sperimentato due volte era vero, eh perdio, dovevo avere ucciso, così scherzando scherzando, più d’un migliajo di persone. Non era possibile che il giorno dopo non si venisse a sapere, con terrore di tutta la città, di quella mortalità improvvisa e misteriosa.

             Si venne difatti a sapere. Tutti i giornali, la mattina dopo, ne furono pieni. La città si svegliò sotto l’incubo tremendo d’una epidemia senza scampo scoppiata fulmineamente. Novecento sedici morti in una sola notte. Nel cimitero non si sapeva come riparare a seppellirli; non si sapeva come riparare a portarli via tutti dalle case. Sintomi comuni accertati dai medici in tutti i colpiti, dapprima l’avvertimento d’un malessere indefinito, poi la soffocazione. Dall’autopsia dei cadaveri, nessun indizio del male che aveva cagionato la morte quasi istantanea.

             Restai, leggendo quei giornali, in preda a uno sgomento ch’era come lo sconcerto d’una orribile ubriachezza, confusione d’aspetti indistinti che s’avventavano, si sbattevano aggirati nel volume d’una nuvola che m’avvolgeva vorticosa; e un’ansia inesplicabile, un fremito pungente che urtava, urgeva contro qualcosa dentro che mi restava nero e immobile e a cui la mia coscienza, attratta ma tutta irta e in procinto di sbandarsi da ogni parte, si rifiutava d’accostarsi, toccava e subito se ne distaccava. Non so propriamente che cosa volessi esprimere, strizzandomi con una mano convulsa la fronte e ripetendo: – E un’impressione! è un’impressione! –. Fatto si è che la parola, pur così vuota, m’ajutò a squarciare d’un lampo quella nuvola, e mi sentii per un momento sollevato, liberato. «Dev’esser tutta pazzia», pensai, «che m’è entrata nel capo per essermi trovato jeri a far quel gesto ridicolo e puerile prima che la calamità si dichiarasse di quest’epidemia piombata così di colpo sulla città. Sogliono spesso nascere da siffatte coincidenze le più sciocche superstizioni e le fissazioni più incredibili. Del resto, per liberarmene non ho che da aspettar qualche giorno senza più ripetere lo scherzo di questo gesto. Se è epidemia, come certo dev’essere, questa spaventosa mortalità deve seguitare e non cessar così di colpo com’è cominciata.»

             Bene; aspettai tre giorni, cinque giorni, una settimana, due settimane: nessun nuovo caso fu segnalato dai giornali: l’epidemia era di colpo cessata.

             Eh, ma pazzo no, domando scusa; nell’ossessione di un simile dubbio, ch’io potessi esser pazzo, non potevo restare; pazzo, d’una pazzia che, a dichiararla, avrebbe fatto scoppiar chiunque dalle risa, no, via. Da una tale ossessione bisognava pur che mi levassi al più presto. E come? Rimettendomi a soffiar sulle dita? Si trattava di vite umane. Bisognava che fossi anche convinto che il mio atto era per se stesso innocente, da bambino, e che se gli altri ne morivano, non era colpa mia. Avrei sempre potuto credere a una ripresa dell’epidemia, dopo quella pausa di quindici giorni, poiché fino all’ultimo dovevo ritenere incredibile che la morte potesse dipendere da me. Ma intanto la tentazione diabolica d’acquistare una simile certezza, ben più terribile del dubbio che potessi esser pazzo, la certezza di sapermi dotato d’un così inaudito potere: come resistere a una tale tentazione?

*******

              II. Dovevo concedermi di fare ancora una prova, ma timida e cautelosa; una prova quanto più fosse possibile «giusta». La morte si sa, non è giusta. Quella che dipendeva da me (se dipendeva da me) doveva esser giusta.

             Conoscevo una cara bambina che, mentre giocava con le sue bambole, uscendo da un sogno per entrare in un altro, tutti diversi l’uno dall’altro, questo che la portava a un villaggio sul monte e quello che la portava a una spiaggia di mare, e poi dal mare a un paese lontano lontano, dov’era altra gente che parlava una lingua tutt’altra dalla sua, alla fine da tutti quei sogni s’era svegliata ancora bambina a vent’anni, ma proprio bambina bambina, con uno accanto che, appena uscito dall’ultimo di quei sogni, s’era subito trasformato nella realtà in un omaccio straniero, in uno stangone alto due metri, stupido, infingardo e vizioso; e tra le braccia, invece della bambola, s’era trovato un povero esserino, che non si poteva dire un mostriciattolo perché aveva pure un visino d’angelo malato, quando la continua convulsione, a cui tutto il corpicciuolo era in preda, non gli deformava anche quello, orribilmente. «Morbo di…», non so, il nome d’un medico straniero, inglese o americano, Pot mi pare, seppur si scrive così (cara gloria, dare a un morbo il proprio nome!), «morbo di Pot» in una delle sue forme più gravi e senza rimedio. Quel bimbo non avrebbe mai parlato, mai camminato, né mai si sarebbe servito di quelle sue manine scarnite e scontorte dalla violenza degli spasimi atroci. Avrebbe potuto tirare così ancora per anni. Ne aveva tre? Forse fino ai dieci. Eppure, non pareva vero, tra le braccia di qualcuno che avesse imparato a reggerlo bene come quello stangone del padre, appena poteva, in qualche momento di tregua, il povero bimbo sorrideva d’un sorriso così beato in quel suo visino d’angelo, che subito, cessato l’orrore per quei contorcimenti, la più tenera compassione faceva sgorgare le lagrime dagli occhi di quanti stavano a guardarlo. Pareva impossibile che solo i medici non capissero che cosa chiedeva il bimbo con quel sorriso. Ma forse lo capivano, perché avevano già dichiarato che certamente era uno dei casi davanti a cui non ci sarebbe stato da esitare, se la legge lo avesse permesso e ci fosse stato il consenso dei parenti. La legge è legge, perché crudele può essere, come spesso è, ma pietosa no, se non a costo di finire d’esser legge.

             Io dunque mi presentai a quella madre.

             La stanza dov’ella m’accolse era invasa dall’ombra e si vedevano come lontane le due finestre velate sul livido barlume dell’ultimo crepuscolo. Seduta sulla poltrona a pie del lettino, la madre reggeva tra le braccia il bimbo convulso. Io mi chinai su lui, senza dir nulla, con le dita davanti alla bocca. Il bimbo, al mio soffio, sorrise e spirò. Come la madre, abituata alla continua tensione spasmodica e guizzante di quel corpicciuolo, se lo sentì quasi sciolto d’improvviso tra le braccia e molle, rattenne un grido, alzò il capo a guardarmi, guardò il bimbo:

             –    Oh Dio, che gli hai fatto?

             –    Niente, hai visto, appena un soffio…

             –    Ma è morto !

             –    Ora è beato.

             Glielo levai dalle braccia e lo deposi così tutto sciolto e molle sul lettino, col suo sorriso d’angelo ancora sulla boccuccia pallida.

             – Tuo marito dov’è? Di là? Ti libero anche di lui. Non ha più ragione d’op primerti. Ma poi tu resta sempre a sognare, bambina. Vedi che si guadagna a uscire dai sogni?

             Non ci fu bisogno che andassi in cerca del marito. Si presentò, come un gigante sbalordito, sulla soglia. Ma nell’esaltazione che mi dava la terribile certezza ormai acquisita, io mi sentivo già smisuratamente cresciuto, molto più alto di lui. «La vita che cos’è! Guarda, basta un soffio, così, a portarsela via!» E, soffiatogli sul viso, uscii da quella casa, ingigantito nella sera.

             Ero io, ero io; la morte ero io; la avevo lì, nelle due dita e nel fiato; potevo far morire tutti. Per esser giusto verso quelli che avevo fatto morire prima, non dovevo ora far morire tutti? Non ci voleva nulla, purché mi fosse bastato il fiato. Non l’avrei fatto per odio di nessuno; non conoscevo nessuno. Come la morte. Un soffio, e via. Quanta umanità, prima di questa che ora mi passava ombra davanti, era stata soffiata via? Ma potevo mai tutta l’umanità? disabitare tutte le case? tutte le strade di tutte le città? e le campagne e i monti e i mari? disabitare tutta la terra? Non era possibile. E allora no, non dovevo più nessuno, più nessuno. Dovevo forse mozzarmi quelle due dita. Ma chi sa se non sarebbe bastato il solo fiato. Dovevo provare? No, no: basta! Mi sentivo raccapricciare, al solo pensiero, da capo a piedi. Forse bastava il soffio soltanto. Come impedirmelo? Come vincere la tentazione? Una mano sulla bocca? Potevo condannarmi a star sempre con una mano sulla bocca?

             Così farneticando, m’avvenne di passare davanti al portone dell’ospedale, spalancato. Nell’androne, erano alcuni infermieri, lì di guardia per il pronto soccorso, che conversavano con due questurini e col vecchio portinajo; e sulla soglia, intento a guardar nella strada, stava col lungo camice di servizio e le mani sui fianchi quel giovane medico accorso al letto di morte del povero Bernabò. Come mi vide passare, forse per i gesti che facevo in quel mio farneticare, mi riconobbe e si mise a ridere. Non l’avesse mai fatto! Mi fermai; gli gridai:

             – Non mi cimenti in questo momento col suo sciocco sorriso! Sono io, sono io; l’ho qua, – e gli mostrai di nuovo le dita congiunte, – forse nel soffio soltanto! Ne vuol fare la prova davanti a questi signori? –. Sorpresi e incuriositi, gl’infermieri, i due questurini e il vecchio portinajo s’erano appressati. Col sorriso rassegato sulle labbra che parevano dipinte e senza levarsi le mani dai fianchi, quello sciagurato non si contentò di pensarlo, questa volta, osò dirmi, scrollando le spalle: – Ma lei è pazzo! –. – Sono pazzo? – incalzai. – L’epidemia è cessata da quindici giorni. Vuol vedere che la riattizzo e la faccio di vampare in un momento, spaventosamente? – Soffiandosi sulle dita? – Le risa fragorose che seguirono a questa domanda del dottore mi fecero vacillare. Avvertii che non avrei dovuto lasciarmi prendere dalla irritazione per l’avvilimento del ridicolo che quel mio gesto, appena fatto palese, inevitabilmente m’attirava. Nessuno, fuor che io, poteva credere sul serio ai suoi terribili effetti. Ma l’irritazione tuttavia mi vinse, come il bruciore d’un bottone di fuoco sulla carne viva, sentendo quel ridicolo quasi un marchio di scherno che la morte avesse voluto imprimermi concedendomi quell’incredibile potere. S’aggiunse a questo, come una sferzata, la domanda del giovane medico: – Chi le ha detto che l’epidemia è cessata? –. Restai. Non era cessata? Mi sentii avvampare di vergogna le guance. – I giornali – dissi – non han più segnalato alcun caso. – I giornali, – ribatté quello, – ma non noi, qua all’ospedale. – Ancora casi? – Tre o quattro al giorno. – E lei è sicuro che siano dello stesso male? – Ma sì, caro signore, sicurissimo. Così si riuscisse a veder chiaro nel male! Risparmi, risparmi il suo fiato. – Gli altri tornarono a ridere. – Sta bene, – dissi allora. – Se è così, io sono un pazzo e lei non avrà paura a offrirmene una prova. S’assume la responsabilità anche per questi altri cinque signori? – Il giovane medico, di fronte alla mia sfida, restò un momento perplesso; ma poi il sorriso gli ritornò sulle labbra: si volse a quei cinque: – Avete inteso? il signore presume che gli basta soffiarsi appena sulle dita per farci morire tutti quanti. Ci state? Io ci sto –. Quelli esclamarono a coro, sghignazzando: – Ma sì, soffii, soffii, ci stiamo anche noi, eccoci qua! –. E mi si misero tutt’e sei in fila davanti, coi volti protesi. Pareva una scena di teatro, in quell’androne d’ospedale, sotto la lanterna rossa del pronto soccorso. Erano certi d’aver da fare con un pazzo. Ormai non potevo più tirarmi indietro. – È l’epidemia, caso mai, non sono io, eh? – E per esser più sicuro, congiunsi come al solito le due dita davanti alla bocca. Al soffio, tutt’e sei, uno dopo l’altro, s’alterarono in viso; tutt’e sei si piegarono sul busto; tutt’e sei si portarono una mano al petto, guardandosi l’un l’altro negli occhi infoscati. Poi uno dei questurini mi saltò addosso, attanagliandomi il polso; ma subito si sentì soffocare, mancar le gambe, mi cadde ai piedi come a implorarmi ajuto. Gli altri, chi vagellava, chi annaspava con le braccia, chi era restato con gli occhi sbarrati e la bocca aperta. Istintivamente, col braccio libero feci per parare il giovane medico che s’abbatteva su me; ma anche lui, come già Bernabò, mi respinse furiosamente, e traboccò a terra con un gran tonfo. Una frotta di gente, che a mano a mano diventava folla, s’era intanto raccolta davanti al portone. 1 curiosi, di fuori, spingevano, mentre gli sgomenti rinculavano dalla soglia e pigiavano in mezzo gli ansiosi che volevano vedere che cosa stesse accadendo in quell’androne. Lo domandavano a me, come a uno che lo dovesse sapere, forse perché il mio volto non esprimeva né la curiosità, né l’ansia, né lo sgomento che erano in loro. Che aspetto avessi, non potrei dirlo; mi sentivo in quel momento come uno sperduto, d’improvviso assaltato da una muta di cani. Non vedevo altro scampo che nel mio gesto puerile. Dovevo aver negli occhi un’espressione di paura e insieme di pietà per quei sei caduti e per tutti coloro che mi stavano intorno; fors’anche sorridevo dicendo a questo e a quello nel farmi largo: – Basta un soffio… così… così… –; mentre da terra il giovane medico, testardo sino alla fine, gridava contorcendosi: – L’epidemia! L’epidemia! –. Fu una fuga generale; e io mi vidi ancora per poco in mezzo a tutta quella gente che correva spaventata e all’impazzata, andare, io solo, a passo, ma come un ubriaco che parlasse tra sé, dolce e appenato; finché mi trovai, non so come, innanzi a uno specchio di bottega, sempre con quelle due dita davanti alla bocca e nell’atto di soffiare – … così… così… –, forse per dare una prova dell’innocenza di quell’atto, mostrando che, ecco, lo facevo anche su di me, nel solo modo che mi fosse possibile. M’intravidi per un attimo appena in quello specchio, con occhi che io stesso non sapevo più come guardarmeli, così cavati dentro com’erano nella faccia da morto; poi, come se il vuoto m’avesse inghiottito, o colto una vertigine, non mi vidi più; toccai lo specchio, era lì, davanti a me, lo vedevo e io non c’ero; mi toccai, la testa, il busto, le braccia; mi sentivo sotto le mani il corpo, ma non me lo vedevo più e neanche le mani con cui me lo toccavo; eppure non ero cieco; vedevo tutto, la strada, la gente, le case, lo specchio; ecco, lo ritoccavo, m’appressavo a cercarmi in esso; non c’ero, non c’era nemmeno la mano che pur sentiva sotto le dita il freddo della lastra; un impeto mi prese, frenetico, di cacciarmi in quello specchio in cerca della mia immagine soffiata via, sparita; e mentre stavo così contro la lastra, uno, uscendo dalla bottega, m’investì e subito lo vidi balzare indietro inorridito e con la bocca aperta a un grido da pazzo che non gli usciva dalla gola: s’era imbattuto in qualcuno che doveva esser lì, e non c’era, non c’era nessuno; insorse in me allora prepotente il bisogno d’affermare che c’ero; parlai come nell’aria; gli soffiai sul volto: – L’epidemia! – e con una manata in petto lo abbattei. Intanto la via, messa in subbuglio da coloro che prima erano fuggiti e che ora, con visi da spiritati, tornavano indietro, certo concitando tutti in cerca di me, s’empiva di gente che da ogni parte rampollava, strabocchevole, come un fumo denso di facce cangianti che mi soffocava, vaporando quasi nel delirio d’un sogno spaventoso; ma pur pigiato tra quella calca, potevo andare, aprirmi un solco col soffio sulle mie dita invisibili. – L’epidemia! L’epidemia! – Non ero più io; ora finalmente lo capivo; ero l’epidemia, e tutte larve, ecco, tutte larve le vite umane che un soffio portava via. Quanto durò quell’incubo? Tutta la notte e parte del giorno appresso stentai a uscire da quella calca, e liberato alla fine anche dallo stretto delle case della città orrenda, mi sentii nell’aria della campagna aria anch’io. Tutto era dorato dal sole; non avevo corpo, non avevo ombra; il verde era così fresco e nuovo che pareva spuntato or ora dal mio estremo bisogno d’un refrigerio, ed era così mio, che mi sentivo toccare in ogni filo d’erba mosso dall’urto d’un insetto che veniva a posarsi; mi provavo a volare col volo quasi di carta, distaccato, di due farfalle bianche in amore; e come se veramente ora fosse uno scherzo, ecco, un soffio e via, e le ali distaccate di quelle farfalle cadevano lievi nell’aria come pezzi di carta; più là, su un sedile guardato da oleandri, sedeva una giovinetta vestita d’un abito di velo celeste, con un gran cappello di paglia guarnito di roselline; batteva le ciglia; pensava, sorridendo d’un sorriso che me la rendeva lontana come un’immagine della mia giovinezza; forse non era altro veramente che un’immagine rimasta lì della vita, sola ormai sulla terra. Un soffio e via! Intenerito fino all’angoscia da tanta dolcezza, rimanevo lì invisibile, con le mani afferrate e trattenendo il respiro, a mirarla da lontano; e il mio sguardo era l’aria stessa che la carezzava senza che lei se ne sentisse toccare.

Soffio – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
Soffio – Audio lettura 2 – Legge 
Lorenzo Pieri
Soffio – Audio lettura 3 – Legge Valter Zanardi
Soffio – Audio lettura 4 – Legge Giuseppe Tizza

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Shakespeare Italia




Tanino e Tanotto – Audio lettura 4

Legge Giuseppe Tizza
«Non gli importava, dunque, che la moglie stesse male. Ma che ora si fosse ammalato anche il figlio, sì, e molto. Non lo aveva più riveduto, da cinque anni, povero piccino, e ne aveva rimorso: era sangue suo, portava il suo nome, il suo, il nome dei Ragona.»

Prime pubblicazioni: Il Marzocco, 11 maggio 1902, poi in Bianche e nere, Streglio, Torino 1904.

Tanino e Tanotto audiolibro
Patricia Bennett, Due fratelli (Two Brothers), dal sito dell’ Autrice

Tanino e Tanotto

Legge Giuseppe Tizza

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             Dai contadini che si recavano ogni giorno in città con le mule cariche delle provviste della campagna, il barone Mauro Ragona sapeva che la moglie seguitava a star male e che anche il figlio, ora, s’era gravemente ammalato.

             Della moglie non gì’importava. Matrimonio sbagliato, contratto per sciocca ambizione giovanile.

             Figlio d’un contadino arricchito, il quale, sotto il passato Governo delle due Sicilie, s’era comprata col feudo la baronia, aveva sposato la figlia del marchese Nigrelli, fin da bambina educata a Firenze, e che, a suo dire, non comprendeva più il dialetto siciliano; pallida, bionda e delicata come un fiore di serra. Robusto, tutto d’un pezzo, bruno di carnagione, anzi nero come un africano, faccia dura, occhi duri, grossi baffi e capelli fitti, crespi, nerissimi, egli ora si diceva contadino, e se ne vantava.

             Avevano capito presto l’uno e l’altra che la loro convivenza era impossibile. Ella piangeva sempre; senza ragione, credeva lui. Dal canto suo, egli s’annojava e, in risposta a quelle lagrime, sbuffava. Ma dalla loro unione era nato un bambino, biondo, pallido e delicato come la madre, la quale fin dai primi giorni se n’era mostrata gelosissima; tanto che egli non aveva potuto mai toccarlo e nemmeno quasi guardarlo.

             E allora egli s’era allontanato dalla città senza darne né conto né ragione a nessuno. Per fare il comodo suo. Se n’era andato lì nella sua campagna nativa; s’era presa con sé Bàrtola, la bella figlia d’un suo fattore morto l’anno avanti, sana e gaja contadina, piena d’umile bontà, che aveva accolto come un grande onore, come una vera degnazione l’amore del giovane padrone; gli era nato un figliuolo anche da lei, ma bruno come lui, solido e paffuto; e finalmente s’era sentito a posto.

             La moglie, contentissima.

             S’erano guastati del tutto, apertamente, per una stupida bizza: Mauro Ragona adesso lo riconosceva. Vedendosi trattato d’alto in basso dalla moglie aristocratica, nelle rare volte che si recava in città più per rivedere il figlio che per lei, s’era sentito un giorno rimescolare il sangue. Ah davvero ella sentiva tanto disprezzo per lui? davvero non lo riteneva degno d’altra donna, che di quella Bàrtola che teneva in campagna?

             –   Ti voglio! – le aveva gridato, inasprito dalle sdegnose ripulse di lei. – Sei infine mia moglie!

             Ma ella s’era ribellata fieramente a quella violenza che egli per puntiglio voleva usarle. Accecato, il Ragona s’era lasciato spingere un po’ troppo oltre dall’amor proprio offeso, e finalmente se n’era andato, rompendo in una sghignazzata.

             – Quella lì, del resto, vale cento volte più di te! D’allora in poi, non era più ritornato in città.

             Non gli importava, dunque, che la moglie stesse male. Ma che ora si fosse ammalato anche il figlio, sì, e molto. Non lo aveva più riveduto, da cinque anni, povero piccino, e ne aveva rimorso: era sangue suo, portava il suo nome, il suo, il nome dei Ragona; sarebbe stato l’erede della sua ricchezza, e cresceva intanto come un Nigrelli, lì, tutto della madre che forse gli parlava male di lui, a tradimento, male del proprio padre, di cui il piccino non poteva più, certo, ricordarsi. Se ne ricordava lui, però: ah era tanto bello, come un angioletto, con quei ricci biondi e quegli occhi limpidi, color di cielo. Chi sa intanto come s’era fatto, ora, dopo cinque anni… – malato, ora, e gravemente… – E se fosse morto, se fosse morto, senza conoscere il padre?

             Bàrtola quei giorni si teneva con sé, lontano, Tanotto, il figliuolo, vedendo il padrone così aggrondato e in pensiero per quell’altro. Comprendeva, col suo cuore devoto, che la vista di Tanotto, allegro e spensierato, non poteva riuscir gradita in quei momenti al padrone; temeva che questi non facesse anche qualche sgarbo al povero piccino innocente, non lo respingesse, come un cagnolo importuno. Ella stessa s’arrischiava appena di domandargli notizie.

             – Non so nulla! Non mi sanno dir nulla! – le rispondeva egli duramente, smaniando.

             E Bàrtola non s’offendeva di quella durezza. Pensava che era per il dolore del figlio, e giungeva le mani, alzando gli occhi al cielo. La Vergine Santa doveva farglielo guarire presto, quel bambino! Ella non poteva vedere così angustiato il suo padrone.

             – Lasciala stare la Vergine, – le disse egli, un giorno, irritato. – Lo so che a te piacerebbe che mio figlio morisse!

             Bàrtola aprì le braccia, sbarrò gli occhi, stupita, ferita nel cuore, quasi non sapendo credere che il padrone avesse potuto pensar di lei una tal cosa.

             – Che dice, Vossignoria! – balbettò. – E non sa che per il signorino darei anche la vita di mio figlio?

             Si coprì il volto con le mani e si mise a piangere.

             Il barone, poco prima, standosi con la fronte appoggiata ai vetri del balcone, aveva veduto Tanotto su lo spiazzo davanti la villa scherzare col cane e coi tacchini, e aveva fatto quel cattivo pensiero. Ora si pentiva d’averlo così crudamente manifestato; ma invece di mostrare il suo pentimento a Bàrtola, si stizzì del pianto che le aveva ingiustamente cagionato.

             – Mio figlio non deve morire! – gridò, serrando le pugna e scotendole in aria. – Non deve morire! non voglio, capisci?

             Ma sì che lo capiva Bàrtola; capiva che per il padrone il figlio, il figlio vero era quello lì; quest’altro, Tanotto, era figlio di lei, e basta – figlio d’una povera contadina, il quale, morendo, si sarebbe levato di patire, di tante dure fatiche si sarebbe levato, che già lo aspettavano; mentre quello lì, il signorino, morendo (Dio liberi!) avrebbe fatto tanto guasto, poiché era ricco e bello e fatto per vivere e per godere, e il Signore avrebbe dovuto sempre guardarglielo!

             Sul tramonto di quello stesso giorno, il barone Ragona fece sellare il cavallo e partì per la città, con la scorta di due campieri.

             Arrivò ch’era già sera inoltrata, e trovò a casa il marchese Nigrelli, venuto apposta da Roma, dove, da vecchio donnajuolo impenitente, dava fondo alle sue ultime sostanze. Piccolo, asciutto, con la schiena quasi ingommata, i baffetti lunghi ritinti e incerati, egli accolse il genero col solito garbo cerimonioso, come se non sapesse nulla di nulla:

             –    Oh caro barone… caro barone…

             –    Riverisco, – grufò il Ragona, guardandolo, cupo, negli occhi, e lasciandolo lì, con la mano protesa; poi, vedendo che il marchese alzava quella mano per battergliela amorevolmente su la spalla, aggiunse, seccato: – Vi prego di non toccarmi. Dov’è mio figlio?

             –    Eh, maluccio! – sospirò il marchese, disinvolto, portandosi le mani alle punte dei baffetti incerati. – Maluccio, caro barone… Venite, venite…

             –    Sta in camera con la madre? – domandò, fermandosi, il Ragona.

             –    Eh no, – rispose il Nigrelli. – S’è dovuto portar via, in un’altra camera, perché, capite? ha bisogno d’aria, di molta aria, che ad Eugenia farebbe male. Si tratta di tifo, purtroppo, caro barone… Tanto che io ho pensato…

             –    Ditemi dov’è! – lo interruppe, brusco e smanioso, il barone. – Accompagnatemi!

             Dopo cinque anni, si sentiva come un estraneo nella propria casa; non si raccapezzava più tra i cambiamenti che vi aveva apportato la moglie. Nella camera ove giaceva il bambino, vide prima di tutto, accanto al letto, una suora di carità, e se ne turbò profondamente.

             – L’ho chiamata io, – spiegò il marchese. – Volevo dirvi questo. Non potendo la madre, qual più amorosa assistenza?

             E terminò la frase in un sorriso grazioso rivolto alla giovane suora, che abbassò subito gli occhi sotto le grandi ali bianche della cornetta.

             – Ci sono qua io, ora! – disse il barone, accostandosi al letto; poi, vedendo il piccino ischeletrito, giallo come la cera, quasi calvo: – Figlio! – esclamò. – Figlio! Figlio mio! – con tre sospiri, che parve gì’impietrassero il cuore.

             Il piccino lo guardava dal letto, smarrito, sgomento, non sapendo chi fosse colui che lo chiamava a quel modo. Egli comprese l’espressione di quello sguardo e ruppe in singhiozzi.

             – Sono tuo padre, figlio mio! tuo padre, tuo padre, che ti vuol tanto bene… E s’inginocchiò accanto al lettuccio e cominciò a carezzare il visino sparuto del figliuolo, a baciargli le manine, teneramente, qua e qua e qua, su tutti i ditini, e poi sul dorso e poi su la palma che scottava di quella manina cara, ischeletrita… Ah Dio, Dio, come scottava!

             Non si staccò più da quel lettuccio, né giorno né notte, per circa un mese. Licenziò la suora di carità, quel cappellaccio che gli pareva di malaugurio; e volle attender lui a tutte le cure, a tutte, senza darsi un momento di requie, senza più chiuder occhio per notti e notti, rifiutando anche il cibo, rifiutando ogni ajuto. Non domandò affatto notizie della moglie; non volle neppur sapere di che male fosse inferma: non visse, in quei giorni, che per il suo piccino, il quale, a poco a poco, per istintiva gratitudine, al caldo di quell’amore sempre vigile, non seppe più fare a meno di lui, e se lo teneva abbracciato, stretto stretto, e se lo accarezzava, mentre egli sentiva soffocarsi dalla commozione.

             Vinto il male, i medici consigliarono al barone di portarsi il figlio in campagna, per ajutare col cambiamento d’aria la convalescenza.

             –   Non c’era bisogno che me lo consigliaste voi. Ci avevo pensato io prima, da me – disse ai medici il Ragona.

             E diede gli ordini per la partenza, pensando a tutte le minuzie, perché il figliuolo malatuccio avesse in campagna tutti i comodi e non avesse nulla a desiderare.

             Ma quando la moglie inferma seppe di quei preparativi di partenza, temendo che il marito volesse portarsi via il figlio per sempre, montò su le furie, e ci andò di mezzo il povero marchese Nigrelli, che dovette correre per un pezzo dall’uno all’altra, riferendo invettive, domande, risposte, che egli, da gentiluomo compito, si sforzava d’attenuare, di verniciare alla meglio.

             Il barone, a un certo punto, tagliò corto.

             –    Oh insomma! Dite a vostra figlia che io sono il padre e che comando io.

             –    Sì, ma voi… ecco, lì in campagna avete – si provò a obbiettare il marchese per conto della figlia. – Sì, dico… la vostra situazione…

             –    Dite a vostra figlia, – riprese con lo stesso tono il barone, – che io conosco il mio dovere di padre, e tanto basta!

             Difatti ai contadini che venivano dalla campagna aveva ordinato di dire a Bàrtola che lasciasse la villa e se ne andasse ad abitare con Tanotto nella casa colonica, lì presso. Prima di partire stabilì con la moglie che il figliuolo, d’ora innanzi, sarebbe stato con lui in campagna nei mesi grandi, com’egli a modo dei contadini chiamava il tempo che corre dal marzo al settembre, e l’inverno, i mesi piccoli, con lei in città.

             Quell’ordine del padrone era sembrato a Bàrtola giustissimo. Certo, venendo lì il signorino, ella non poteva rimanere nella villa. Ma il padrone – senza pensare a nulla di male – doveva farle una grazia: concederle di servir lei il signorino, poiché nessun’altra donna prezzolata avrebbe potuto farlo con più amore e con più zelo di lei. Sicura d’ottenere questa grazia, lavorò come un facchino per ripulir la villa e preparare la camera ove il padrone avrebbe dormito insieme col padroncino.

             Sentì cascarsi le braccia però, il giorno dell’arrivo, allorché dalla carrozza vide scendere una donna di servizio che pareva una signora, alla quale il barone porse il figliuolo tutto avvolto in uno scialle, e nel veder poi scendere da un altro carrozzino il cuoco e un guattero…

             Eh che! La teneva dunque in conto d’una femminaccia davvero? Neppure in cucina, neppure in cucina la avrebbe dunque ammessa, per attendere ai più umili servizii? Le vennero le lagrime a gli occhi; ma il barone le rivolse uno sguardo così imperioso, che ella subito si trattenne, chinò il capo e se n’andò a piangere, col cuore spezzato, lassù, nella cameretta in cui s’era allogata col figliuolo.

             Pianse e pianse; poi dalla finestra guardò nella poggiata di là Tanotto, che se ne stava per la prima volta a guardia dei tacchini. Povero figliuolo! Lo aveva mandato via lei, perché non desse fastidio al momento dell’arrivo. E già cominciava per lui, così piccino, la fatica… Ma se il padrone, intanto, la trattava a quel modo, se aveva condotto in campagna il signorino, forse era segno che si era riconciliato con la moglie, e dunque ella se ne sarebbe andata via, se ne sarebbe tornata in paese, presso la vecchia madre, o a far la serva altrove. Tanotto poi, cresciuto, ci avrebbe pensato lui a darle un tozzo di pane per la vecchiaja.

             Deliberò di licenziarsi subito; ma né quel giorno né i giorni seguenti potè accostarsi al padrone, che era tutto intento al figliuolo. Stanca d’aspettare in quelle condizioni d’animo, si disponeva a partire senza dir nulla, di nascosto, quando il barone venne lui stesso a trovarla, lì nella casa colonica.

             –    Che fai? – le disse, vedendo il fagotto già preparato in mezzo alla camera.

             –    Se mi dà licenza, – gli rispose Bàrtola, con gli occhi bassi, – me ne vado.

             –    Te ne vai? Dove? Che dici?

             –    Me ne vado da mia madre. Che sto più a farci qua, se Vossignoria non ha più bisogno di me?

             Il barone s’adirò; la guardò un pezzo accigliato, severamente; poi socchiuse gli occhi e le disse:

             – Sta’ quieta e non mi seccare! Chi t’ha cacciato via? Ho di là mio figlio, e non ho tempo né voglia di pensare ad altro.

             Bàrtola diventò di bragia e s’affrettò a rispondergli umilmente:

             – Ma se Vossignoria non ci pensa più, neanch’io ci penso, glielo giuro, e n’ho piacere! Non parlo per questo: sarei una svergognata! Dico però che potevo restar la serva di Vossignoria e del bambinello che è venuto qua… L’ho forse scritta in fronte la mia vergogna? O non erano degne le mie mani amorose di servirlo?

             Proferì queste parole con tanto accoramento che il barone n’ebbe pietà e le spiegò con buona maniera le ragioni delicate per cui la aveva tenuta lontana. Il ragazzo, poi, aveva bisogno di cure particolari, che ella forse non avrebbe saputo prestargli.

             Bàrtola scosse amaramente il capo:

             – E che ci vuol arte, – disse, – per servire i bambini? Cuore ci vuole. E chi si sente servito col cuore può farne a meno dell’arte. Non l’ho saputo crescere io il mio figliuolo? E più che come un figliuolo l’avrei servito, il signorino, perché, oltre l’amore, avrei avuto per lui il rispetto e la devozione. Ma se Vossignoria non m’ha creduta degna, non ne parliamo più. Dio che mi legge nel cuore, sa che non mi meritavo questo da Vossignoria. Sia fatta la sua volontà.

             Per cangiar discorso e per farle piacere, il barone le domandò di Tanotto.

             –    Eccolo là! – rispose Bàrtola, indicandoglielo dalla finestra, su la poggiata, tra i tacchini.

             –    Fa già il guardiano. Tutte le sere, tornando a casa, mi domanda del signorino; si muore dal desiderio di vederlo, magari da lontano, dice; vorrebbe portargli i fiori; ma io gli ho detto che il signorino non si può vedere perché è malato, e che i fiori gli farebbero male. Così s’è quietato.

             Quietato? Tanotto, lassù tra i tacchini, si scapava invece intere giornate per capacitarsi come mai i fiori potessero far male a un bambino. Tranne, – pensava, – che non fosse un bambino fatto d’un’altra maniera… Ma fatto… come? Guardava i fiori: ecco, a lui non facevano male, eccetto quelli di cardo, si sa, ch’erano spinosi; ma questi egli certo non li avrebbe offerti; non li toccava nemmeno lui. Come doveva essere, dunque, quel bambino? E meditava, escogitava il modo di vederlo, senza farsi vedere.

             Non trovandone, e non sapendo più resistere alla tentazione, un giorno piantò lì su la poggiata i tacchini e se ne venne su lo spiazzo davanti la villa a guardar risolutamente i balconi della camera dove dormiva il padrone. Sarebbero state busse, certo, se la madre lo sorprendeva lì col nasetto all’aria e le mani dietro la schiena; ma egli voleva togliersi a ogni costo la curiosità.

             Attese un pezzo così, e finalmente ecco dietro la vetrata d’un balcone la testa del bambino misterioso. Tanotto restò allocchito, a mirarlo. Gli pareva fatto davvero d’un’altra maniera, non sapeva dir come, e pensava che veramente, essendo così, i fiori gli potessero far male. Anch’egli, il piccino convalescente, tanto pallido ancora e tanto gracile, coi capellucci che gli rispuntavano appena, biondissimi, aerei, lo guardava incuriosito dai vetri del balcone; ma poco dopo, dietro a que’ vetri, apparve la figura del barone, e Tanotto se la diede a gambe, spaventato. Si sentì più volte chiamare dalla voce del padrone, e si fermò col cuore che gli galoppava in petto; si voltò e si vide chiamato ancora, chiamato con le mani. Che fare? Tornò mogio mogio su i proprii passi, e già infilava il portone della villa, quando si vide sopra la madre, che lo afferrò per un orecchio e cominciò a sculacciarlo con l’altra mano.

             –    M’ha chiamato il padrone! Mi vuole il padrone! – strillava Tanotto, tra le sculacciate.

             –    Il padrone? Dove? Quando? – gli domandò Bàrtola, sorpresa.

             –    Or ora, m’ha chiamato dal balcone! – gli rispose Tanotto, acceso di rabbia e piangente più per l’ingiustizia che per il dolore.

             – Bene: vieni su; voglio vedere, – rispose la madre, conducendolo con sé. Tanotto entrò, stropicciandosi gli occhi lagrimosi. Il barone gli era venuto

             incontro, nella saletta d’ingresso, col figliuolo.

             –    Perché piangi, Tanotto?

             –    L’ho picchiato io, poverino, – rispose Bàrtola. – Non sapevo che lo avesse chiamato Vossignoria.

             –    Povero Tanotto, – fece il barone, chinandosi a carezzargli i capelli fitti, crespi, nerissimi, ch’erano tali e quali i suoi. – Su, su, basta ora. Vedete di giocare un po’ insieme, bonini eh?

             I due ragazzi si guardarono e si sorrisero; poi Tanotto, con gli occhi ancora lagrimosi e il testoncino basso, si cacciò una mano in tasca, ne trasse alcune conchiglie che aveva raccolto su la poggiata e le porse, domandando con un singulto, eco del pianto recente:

             – Le vuoi, se non ti fanno male?

             Bàrtola rise, ma gli diede subito su la voce:

             –    Come si dice, impertinente? Vuoi, si dice? E non sai che parli col signorino?

             –    Lasciali dire, tra loro, – le disse il barone. – Sono ragazzi.

             Ma Bàrtola, su questo punto, non ostante la degnazione del padrone, non volle transigere, e poco dopo rimproverò di nuovo Tanotto che domandava al signorino:

             – Come ti chiami?

             II barone propose di fare uscire per la prima volta il figliuolo all’aperto e di fargli fare due passi per il viale. Bàrtola fu felice di portarlo in braccio giù per la scala.

             –    Non pesa niente! una piuma, una piuma… – diceva, e lo baciava sul petto, amorosamente, come una schiava.

             –    Ecco, – disse il barone, a pie della scala, ai due ragazzi. – Prendetevi adesso per le manine e andate pian piano sotto gli alberi. Così…

             Tanotto e il signorino s’avviarono con l’impaccio dei bambini che vanno per la prima volta insieme tenendosi per mano. Tanotto, minore di circa due anni, pareva tuttavia maggiore d’assai; lo guidava e lo proteggeva. Prese, dopo un tratto, con la sua sinistra, la mano del bambino e gli portò la destra a tergo per farlo camminar meglio. Quando si furono così allontanati alquanto e non c’era più pericolo che fossero uditi, Tanotto domandò di nuovo:

             –    Come ti chiami?

             –    Tanino, come nonno, – rispose l’altro.

             –    E allora come me, – rispose Tanotto, ridendo. – Anch’io, Tanino come nonno; me l’ha detto il fattore. A me però mi chiamano Tanotto perché sono grosso, e mamma non vuole che si dica che mi chiamo come nonno.

             –    Perché? – domandò Tanino, impensierito.

             –    Perché nonno io non l’ho conosciuto, – rispose, serio, Tanotto.

             –    E allora come me! – ripetè Tanino, ridendo a sua volta. – Neanche io l’ho conosciuto nonno.

             Si guardarono sorpresi e risero insieme di questa bella trovata, come se fosse un caso molto strano e, soprattutto, un bel caso, da riderci su, a lungo, allegramente.

Tanino e Tanotto – Audio lettura 1 – Legge Lisa Caputo
Tanino e Tanotto – Audio lettura 2 – Legge Gaetano Marino
Tanino e Tanotto – Audio lettura 3 – Legge Valter Zanardi
Tanino e Tanotto – Audio lettura 4 – Legge Giuseppe Tizza

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Pirandello Stefano – Timor sacro

Timor sacro

Romanzo di tutta una vita, l’inedito “Timor sacro” di Stefano Pirandello, ripercorsa, per obliqui e misteriosi rimandi autobiografici, attraverso la narrazione di “due vite a specchio”, quella dello scrittore Simone Gei, irretito nella stesura di un’opera di esaltazione del fascismo, e quella dell’albanese Selikdàr Vrioni, sfuggito alle arcaiche leggi di vendetta privata della sua stirpe.

Stefano Pirandello
Timor sacro

a cura di Sarah Zappulla Muscará
Bompiani Editore – 2011 – pp. 336
Collana Narratori Italiani
Prezzo di copertina, Euro 14,00

Timor sacro

Romanzo di tutta una vita, l’inedito “Timor sacro” di Stefano Pirandello, ripercorsa, per obliqui e misteriosi rimandi autobiografici, attraverso la narrazione di “due vite a specchio”, quella dello scrittore Simone Gei, irretito nella stesura di un’opera di esaltazione del fascismo, e quella dell’albanese Selikdàr Vrioni, sfuggito alle arcaiche leggi di vendetta privata della sua stirpe. Fra fedeltà alla memoria e trasfigurazione letteraria, in un sottile, turbinoso giuoco di rinvìi, ribaltamenti, sovrapposizioni, con i componenti della tormentata famiglia Pirandello e gli amici più intimi di Luigi e di Stefano, s’accampano esponenti di primo piano della politica e della cultura. In un’alchemica combinazione di storia individuale e collettiva e di artificio narrativo, il romanzo “Timor sacro” mescida vagabondaggi affabulatori con episodi realmente accaduti, lumeggiandone aspetti controversi, il consenso dilatato, la proclamazione dell’impero, la pena di morte, la figura del Boia, le leggi razziali. Dispiegandosi su un doppio registro, interiore ed esteriore, “Timor sacro” è insieme serbatoio di verità e mascheramento della realtà. Pervaso dall’ansia di un’irraggiungibile perfezione, lo scrittore Simone-Stefano consente al lettore di sorprenderlo nell’affanno della creazione. “Timor sacro” si dipana infatti lungo il resoconto dell’arduo farsi e disfarsi del romanzo per tentativi esaltanti ed esiti deludenti…

Recensione di Massimo Maugeri

da La Poesia e lo spirito

TIMOR SACRO di Stefano Pirandello 

Qualcuno lo indica già come uno dei nuovi possibili casi letterari. Un romanzo postumo, firmato da un autore che porta uno dei cognomi più celebri della storia della letteratura. Un cognome che, probabilmente, lo ha penalizzato. Non è facile, infatti, essere figli di Luigi Pirandello e portare avanti il sogno, o meglio, la “necessità” della scrittura cercando di sfuggire al fastidioso e inevitabile peso del confronto. È quello che è successo a Stefano Pirandello, primogenito di Luigi, scrittore raffinato, schivo, “costretto” a ricorrere a uno pseudonimo per pubblicare i suoi lavori senza incorrere, appunto, nel rischio di rimanere oscurato dall’ombra paterna.
Il lavoro di tutta una vita di Stefano Pirandello, cominciato negli anni Venti e riveduto più volte fino alla scomparsa dell’autore (avvenuta a Roma il 5 febbraio 1972), è un romanzo che vede la luce per la prima volta in questi giorni grazie all’impegno editoriale della Bompiani e alla cura dell’ordinario di Letteratura Italiana nell’Università di Catania Sarah Zappulla Muscarà (che ha già avuto il merito di dare nuovo lustro alle opere di Giuseppe Bonaviri, Ercole Patti e Sebastiano Addamo). Si intitola “Timor sacro” (Bompiani, pagg. 336, € 14,00) ed ha caratteristiche metanarrative giacché il protagonista, lo scrittore Simone Gei (alter ego dell’autore), è alle prese con la stesura di un’opera di esaltazione del fascismo. Nella narrazione, la storia di Gei si alterna a quella dell’albanese Selikdàr Vrioni, sfuggito alle arcaiche leggi di vendetta privata della sua stirpe.
Sono molteplici gli elementi di interesse di questo romanzo. Tra questi, come già accennato, l’aspetto metaletterario (“Timor sacro” è un romanzo sulla genesi del romanzo, dunque un metaromanzo), ma anche la natura autobiografica e i riferimenti – sebbene mascherati e trasfigurati – ai componenti della tormentata famiglia Pirandello (il padre Luigi, la madre Maria Antonietta Potulano, i fratelli Fausto e Lietta), agli amici più intimi di Luigi e di Stefano e a varie personalità di quegli anni. Non è difficile riconoscere tra le righe del libro letterati del calibro di Corrado Alvaro, Corrado Pavolini, Massimo Bontempelli, o politici come Ciano e Bottai, o scrittori come D’Annunzio, Malaparte, Alberto Savinio, Silvio D’Amico. Ma da “Timor sacro” emergono anche i risvolti inevitabili di un’epoca: la proclamazione dell’impero, la pena di morte, la figura del Boia, le leggi razziali. Su tutto, si erge il forte legame con il padre. Un legame che è totale, ma al tempo stesso tormentato. Amoroso, eppure tirannico. Non vanno peraltro dimenticati i numerosi richiami alla contemporaneità. A titolo di esempio, e con riferimento alle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia e all’esaltazione della bellezza artistica e culturale del nostro paese, va senz’altro ricordato l’episodio in cui l’albanese Selikdàr contempla nella Galleria Borghese le suggestioni coloristiche del quadro di Tiziano, “Amor sacro e amor profano”.
“Romanzo pericoloso e di tutta una vita, l’inedito Timor sacro”, – scrive nella prefazione Sarah Zappulla Muscarà – “erudito, alchemico, cui compete la dimensione dell’immaginario, come vuole Milan Kundera, ma pure della realtà, talora tragica, inesorabilmente violentata e compassionevolmente stravolta”. Romanzo che, prosegue poco dopo la Muscarà, “dell’itinerario esistenziale di Stefano ripercorre le tappe fondamentali. L’entusiasmo irredentista, la partenza per il fronte, la dura cattività, la beffa risorgimentale, il non facile reinserimento del reduce, la vicenda amorosa, l’emancipazione dal padre, la scelta definitiva dell’arte”.
Diversi, dunque, i motivi per leggere “Timor sacro”. E il fatto che questo romanzo raggiunga per la prima volta gli scaffali delle librerie, dopo quasi quarant’anni dalla morte del suo autore, conferma la veridicità del titolo dell’ultimo intenso capitolo dell’opera: “Il libro traversa la vita e va oltre”.

Massimo Maugeri

Recensione di Luisa Gasbarri

da Sololibri.net

TIMOR SACRO – Stefano Pirandello

Ci sono libri fatti di personaggi, storie, atmosfere. E poi ci sono libri fatti di libri. Libri autoreferenziali che si concentrano ostinatamente su se stessi, sul loro farsi (o disfarsi), svelando spesso, nel loro costruirsi progressivo, una gioia epifanica, quasi liberatrice, come sfoghi troppo a lungo covati, rimandati. Altri tradiscono invece tutte le perplessità più ingenerose di un problematico offrirsi, e con manieristica determinazione si smontano sotto i nostri occhi isterici e metamorfici quanto liquide geometrie. I testi che sono testimonianza viva di un divenire sofferto delineano il ponte faticosamente tracciato dal pensiero astratto alla concreta forma artistica fissata per sempre.

Che cosa sono i libri in fondo? Congegni malevoli che ci prosciugano con austera ingordigia o naturali propaggini del nostro essere? Sogni rivestiti di parole o bisogni messi a nudo sulla carta? O semplicemente l’insieme infinito delle interpretazioni cui ambiguamente si prestano? In quest’ultimo caso non apparterrebbero dunque a chi li scrive, ma a chi li legge soltanto. Nel Novecento furono interrogativi che accomunarono un Mallarmé a un Sartre, il formalismo russo agli audaci sperimentalismi delle avanguardie. Si può infatti fare a meno dell’opera d’arte, quando, pur urgendo in noi l’istanza espressiva, lo slancio creativo, si paventa che i mezzi a disposizione non corrispondano, per loro intrinseca debolezza, alla possibilità di un atto artistico compiuto? E come superare gli scarti tra la vita indisciplinata e la forma – gabbia leibniziana fatta di irreggimentate parole messe in fila – se non restando circoscritti alla claustrofobia di quest’ultima, dal momento che solo alla Letteratura è dato d’interrogare di continuo se stessa, trasfigurando il movimento dell’essere negli infiniti rimandi intertestuali tra le opere che le appartengono? Va quindi da sé che esistono libri difficili da scrivere, portarti dentro per anni, che rappresentano alla fine, per quanto inclassificabili e mobili ancora, certo non romanzi ordinari ma coraggiose, talora crudeli rese dei conti, spudorati bilanci filosofici e letterari. Tali libri sono talora difficili persino da leggere: la loro filigrana è un sovrapporsi di snodi cruciali, di scelte sofferte viranti in metanarrativa, di percorsi imboccati a ritroso nel nome della Kristeva più audace, che esalta il potere del frammento proprio laddove il contesto non è più un tutto, ma il luogo dove meglio ogni scheggia assume il suo valore catartico, corrosivo, celebrativo.

Stefano Pirandello doveva liberarsi di un peso: il confronto ineludibile con un padre famoso, un genio assoluto. La sfida lo portò ad affrontare i suoi ostinati demoni, in particolare quello della genesi complessa di un libro che sarebbe stato la ‘summa’ di una vita: qui l’autore, la sua proiezione nello scrittore-attante, poi il protagonista del romanzo cui egli si sta dedicando – nella duplice dimensione di modello reale e invenzione fittizia -, le costellazione familiari di entrambi (ci sono padri, madri, figli, mogli…) entrano in scena insieme, convulsamente catturati in uno dei momenti più drammatici della nostra storia, quando agli intellettuali si chiedeva di omaggiare il regime redigendo libri ispirati a una sorta di ‘realismo fascista’. E il libro paradossalmente arriva a esistere, mentre lo leggiamo, pur nel suo recalcitrante, continuo negarsi. Autobiografico e reticente. Oscuro e (im)potente. Consapevolmente destinato ai lettori più forti e smaliziati.

Luisa Gasbarri

Recensione di Salvatore Ferlita

da la Repubblica – del 12 ottobre 2011

QUEL ‘TIMOR SACRO’ DEL GIOVANE PIRANDELLO

Romanzo esorcistico sin dal titolo, “Timor sacro” (Bompiani) di Stefano Pirandello: una sorta di atto apotropaico della scrittura, talismano d’ inchiostro con cui tenere a bada lo spirito beffardo del padre, don Luigi. Da oggi in libreria, per le cure di Sarah Zappulla Muscarà, il romanzo inedito del figlio del drammaturgo agrigentino agglutina in sé rancori, idiosincrasie, frustrazioni, lacerazioni e risentimenti, improvvisi slanci affettivi e disperate ribellioni, in un impasto tumultuoso e spiazzante. È l’ opera di cui si sospettava l’ esistenza, a petto di un rapporto, quello tra il padre famoso e il figlio che con lui condivide la passione per la scrittura, degno di un romanzo di Federigo Tozzi. Una sorta di rivalsa e insieme risarcimento, per uno che era talmente soggiogato dal talento paterno da firmarsi con lo pseudonimo di Stefano Landi. Ma che adesso, nella condizione postuma, finalmente si libera di quella corazza nominale, per appropriarsi definitivamente del vero cognome. “Timor sacro” è infatti la declinazione letteraria del legame tormentato tra figlio e padre, che non risparmia di certo passaggi spietati, affondi autobiografici che riguardano la figura del genitore, posseduto dal demone della scrittura, che attinge a piene mani al serbatoio famigliare, come da un cilindro magico e insieme perverso. Un figlio votato, quasi consacrato al padre, che però registra sovente scatti di indignazione, mascherando recriminazioni, censurando empiti edipici. Il romanzo in questione è l’ opera di tutta una vita: ad esso lavorò Stefano sino alla fine dei suoi giorni, facendone una sorta di laboratorio della scrittura e insieme di stanza della tortura. Anche perché, e questo è il secondo aspetto che affascina, “Timor sacro” si configura alla stregua di un metaromanzo, ossia di un’ opera all’ interno della quale l’ autore riflette continuamente sulle ragioni della sua ispirazione, dannato a una sorta di transumanza dei generi, in uno sforzo di riscrittura continua, di ripensamenti. Ma procediamo con ordine: la trama racconta della parabola esistenziale di Simone Gei, alter ego di Stefano Pirandello, scrittore tormentato al quale viene commissionato dal regime un romanzo sulle vicende di un ragazzo albanese, Selikdar Vrioni, che vuole lasciare a tutti i costi la sua patria, ossia l’ Albania, per trovare rifugio nell’ Italia fascista. Gli ingredienti, dunque: uno scrittore alle prese con la sua opera e con un padre invasivo, la vicenda di un perseguitato, sullo sfondo della guerra in Albania, il ventennio, e a ritroso, il Risorgimento italiano. A fare da contorno, figure quali Savinio, Alvaro, Bontempelli, allineati accanto a Pavolini, Bottai, Balbo, Ciano e Interlandi. Romanzo dunque attraversato, alla stregua di un filo elettrico, da continue scariche: quelle politico-ideologiche, quelle famigliari, e soprattutto lo scrutinio e il rovello metaletterario. Forse troppa carne al fuoco, in un’ opera per la quale l’ autore non ha scritto la parola fine, quasi condannandolo alla condizione postuma, ideale per uno come Stefano Pirandello. Una sorta di ricapitolazione, nella quale il consenso al regime, la proclamazione dell’ Impero, la pena di morte, le leggi razziali, la figura del boia, quella paterna, sagoma demoniaca, si agglutinano. Il tutto, declinato seguendo un doppio registro, quello di un’ interiorità lacerata e sanguinante, e quello esteriore, che riguarda un frangente storico che ha segnato dolorosamente il nostro passato e che allunga minacciosamente la sua ombra sino al nostro presente. Attenzione: “Timor sacro” è solo la conferma di un buon talento, quello di Stefano appunto, cui si deve il romanzo “Il muro di casa”, firmato però con lo pseudonimo, pubblicato da Bompiani e vincitore negli anni Trenta del premio Viareggio: firmandosi Landi, va ricordato, Stefano aveva composto una commedia intitolata, guarda caso, “Un padre ci vuole”: «Quanto di vero in questa affermazione?» chiosava maligno Alberto Savinio in “Maupassant e l’ altro”. Per poi continuare: «Stefano Landi è, come tutti sanno, il figlio di Luigi Pirandello». Qui Savinio sfiora la vera crudeltà: quel “come tutti sanno” infatti risuona oggi alla stregua di un beffardo scacco del destino, il tiro allo sberleffo di un “Caso-Caos”(Pirandello maior docet ), la rivincita di un cognome troppo ingombrante per potersene liberare definitivene. E come il ritorno del rimosso, eccoci dunque Stefano Pirandello quale autore di questo romanzo che si può leggere anche come una sorta di involontaria riflessione saggistica sulla genesi di un’ opera, e che attraverso mascheramenti e laceranti verità, consegna al lettore di oggi un tassello fondamentale del tragico mosaico della più nota e tormentata famiglia del Novecento letterario italiano. Ma configurandosi anche alla stregua di un romanzo civile e politico della nostra storia.

Salvatore Ferlita

Stefano Pirandello
Timor sacro

a cura di Sarah Zappulla Muscará
Bompiani Editore – 2011 – pp. 336
Collana Narratori Italiani
Prezzo di copertina, Euro 14,00

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d’Amico Alessandro e Tinterri Alessandro – Pirandello capocomico

Pirandello capocomico

IL PRESENTE VOLUME NASCE A SEGUITO DI UNA MOSTRA ITINERANTE DEL MUSEO BIBLIOTECA DELL’ATTORE DI GENOVA, SOTTO GLI AUSPICI DELLA CASSA DI RISPARMIO V. E. PER LE PROVINCIE SICILIANE. DURANTE LA MOSTRA VENNERO ESPOSTI I DOCUMENTI ICONOGRAFICI SULLE MESSINSCENE PIRANDELLIANE CUSTODITI PRESSO IL MUSEO BIBLIOTECA DELL’ATTORE DI GENOVA. L’OPERA NON SI PONE COME UN SEMPLICE CATALOGO MA UN COMPLETAMENTO ED AMPLIAMENTO.

Alessandro d’Amico e Alessandro Tinterri
Pirandello capocomico


Prezzo di copertina, Euro 42,00

Pirandello capocomico

IL PRESENTE VOLUME NASCE A SEGUITO DI UNA MOSTRA ITINERANTE DEL MUSEO BIBLIOTECA DELL’ATTORE DI GENOVA, SOTTO GLI AUSPICI DELLA CASSA DI RISPARMIO V. E. PER LE PROVINCIE SICILIANE. DURANTE LA MOSTRA VENNERO ESPOSTI I DOCUMENTI ICONOGRAFICI SULLE MESSINSCENE PIRANDELLIANE CUSTODITI PRESSO IL MUSEO BIBLIOTECA DELL’ATTORE DI GENOVA. L’OPERA NON SI PONE COME UN SEMPLICE CATALOGO MA UN COMPLETAMENTO ED AMPLIAMENTO. SONO RACCOLTI DATI E INFORMAZIONI SULLE COMPAGNIE DIRETTE DA PIRANDELLO. L’ATTIVITÀ DI PIRANDELLO CAPOCOMICO DURÒ TRE STAGIONI TEATRALI, DAL 1925 AL 1928: LA “STABILE” AL TEATRO ODESCALCHI, LA COMPAGNIA NOMADE E IL NUOVO TENTATIVO DI “STABILE” AL TEATRO ARGENTINA.

BROSSURA ILLUSTRATA 20,5 X 25,5, 468 PP. CON ILL. A COLORI E IN B/N NT E FT

5 illustrazioni in bianco e nero, 24 tavole a colori fuori testo

Volume stampato su carta patinata, legatura in brossura, copertina a 6 colori, formato Maddalena 25,5×20,5 cm

Catalogo della Mostra itinerante del Museo Biblioteca dell’Attore di Genova
Inaugurazione: Palermo, Teatro Massimo, 10 dicembre 1986

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Nel 1924, dopo dieci anni di esperienza come autore drammatico, Pirandello mutò radicalmente opinione e fondò una compagnia stabile. L’avventura di Pirandello capocomico durò tre stagioni teatrali, dal ’25 al ’28. Per circa quattro anni la sua vita coincise con quella dei suoi attori. La dedizione con cui lo scrittore s’era accinto all’impresa fu tale che egli vi profuse ogni energia, superando le continue difficoltà, seguendo quasi sempre la Compagnia nelle peregrinazioni, pronto a sostenerla anche finanziariamente.
Il capocomicato di Pirandello passò per tre diversi momenti: “la stabile” al Teatro Odescalchi, la compagnia nomade (1926-1927) ed il nuovo tentativo di “stabile” al teatro Argentina (1927-1928). Pirandello regista allestì cinquanta spettacoli, molti dei quali restarono a lungo nella memoria di critici e letterati e costituirono una tappa fondamentale nella storia della vita teatrale italiana.
Attorno ad un ricchissimo complesso di documenti iconografici sulle messinscene pirandelliane (bozzetti, figurini, foto di scena e carteggi vari) è stata allestita le mostra “Pirandello capocomico”, di cui il presente volume vuole essere non un semplice catalogo, ma un complemento ed ampliamento. Alcuni d’ordine generale, come la direzione degli attori e l’importanza non tanto delle scene, quanto della luce e del colore; altri ancora, che riguardano Pirandello interprete di se stesso e le sue polemiche come regista.

Alessandro d’Amico e Alessandro Tinterri
Pirandello capocomico


Prezzo di copertina, Euro 42,00

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Il coppo – Audio lettura 3

Legge Gaetano Marino
«Tutt’a un tratto, s’alzò. Appena in piedi, gli parve strano che si fosse alzato. Avvertì che non si era alzato da sé, ma che era stato messo in piedi da una spinta interiore, non sua, forse di quel pensiero riposto, come in agguato dentro di lui, da tanti anni.»

Prima pubblicazione: Rassegna contemporanea, giugno 1912, poi in La trappola, Treves 1915. 

Il coppo. Audiolibro 3

Il coppo

Legge Giuseppe Tizza

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             Che bevuto! No. Appena tre bicchieri.

             Forse il vino lo eccitava più del solito, per l’animo in cui era dalla mattina, e anche per ciò che aveva in mente di fare, quantunque non ne fosse ancora ben sicuro.

             Già da parecchio tempo aveva un certo pensiero segreto, come in agguato e pronto a scattar fuori al momento opportuno.

             Lo teneva riposto, quasi all’insaputa di tutti i suoi doveri che stavano come irsute sentinelle a guardia del reclusorio della sua coscienza. Da circa venti anni, egli vi stava carcerato, a scontare un delitto che, in fondo, non aveva recato male se non a lui.

             Ma sì! Chi aveva ucciso lui infine, se non se stesso? chi strozzato, se non la propria vita?

             E, per giunta, la galera. Da venti anni. Vi s’era chiuso, da sé; se li era piantati a guardia da sé, con la bajonetta in canna, tutti quegl’irsuti doveri, così che, non solo non gli lasciassero mai intravedere una probabile lontana via di scampo, ma non lo lasciassero più nemmeno respirare.

             Qualche bella ragazza gli aveva sorriso per via?

             -All’erta, sentinellàaa!

             -All’erta stòòò!

             Qualche amico gli aveva proposto di scappar via con lui in America?

             -All’erta, sentinellàaa!

             -All’erta stòòò!

             E chi era più lui, adesso? Ecco qua: uno che faceva schifo, propriamente schifo, a se stesso, se si paragonava a quello che avrebbe potuto e dovuto essere.

             Un gran pittore! Sissignori: mica di quelli che dipingono per dipingere… alberi e case… montagne e marine… fiumi, giardini e donne nude. Idee voleva dipingere lui; idee vive, in vivi corpi di immagini. Come i grandi!

             Bevuto… eh, un tantino sì, aveva bevuto. Ma tuttavia, parlava bene.

             – Nardino, parli bene.

             Nardino. Sua moglie lo chiamava così, Nardino. Perdio, ci voleva coraggio! Un nome come il suo: Bernardo Morasco, divenuto in bocca a sua moglie Nardino.

             Ma, povera donna, così lo capiva lei… ino, ino… ino, ino…

             E Bernardo Morasco, passando il ponte, da Ripetta al Lungotevere dei Mellini, si rincalcò con una manata il cappellaccio su la folta chioma riccioluta, già brizzolata, e piantò gli occhi sbarrati ilari parlanti in faccia a una povera signora attempatella, che gli passava accanto, seguita da un barboncini nero, lacrimoso, che reggeva in bocca un involto.

             La signora sussultò dallo spavento e al barboncino cadde di bocca l’involto.

             Il Morasco restò un momento mortificato e perplesso. Aveva forse detto qualche cosa a quella signora? Oh Dio! Non aveva avuto la minima intenzione d’offenderla. Parlava con sé – di sua moglie, parlava… – povera donna anche lei!

             Si scrollò. Ma che povera donna, adesso! Sua moglie era ricca, i suoi quattro figliuoli erano ricchi, adesso. Suo suocero era finalmente crepato. E così, dopo vent’anni di galera, egli aveva finito di scontare la pena.

             Vent’anni addietro, quando ne aveva venticinque, aveva rapito a un usurajo la figliuola. Poverina, che pietà! Timida timida, pallida pallida e con la spalla destra un tantino più alta dell’altra. Ma lui doveva pensare all’Arte; non alle donne. Le donne, lui, non le aveva potute mai soffrire. Per quello che da una donna poteva aver bisogno, quella poverina, anche quella poverina bastava. Ogni tanto, con gli occhi chiusi, là e addio.

             La dote, che s’aspettava, non era però venuta. Quell’usurajo del suocero, dopo il ratto, non s’era dato per vinto; e tutti allora si erano attesi da lui che, fallito il colpo, abbandonasse quella disgraziata all’ira del padre e al «disonori». Buffoni! Come in un libretto d’opera. Lui? Ecco qua, invece, come s’era ridotto lui, per non dare questa soddisfazione alla gente e a quell’infame usurajo!

             Non solo non aveva avuto mai una parola aspra per quella poverina, ma per non far mancare il pane prima a lei, poi ai quattro figliuoli che gli erano nati – via, sogni! via, arte! via, tutto!

             Là, tordi, per tutti i negozianti di quadretti di genere: cavalieri piumati e vestiti di seta che si battono a duello in cantina; cardinali parati di tutto punto che giuocano a scacchi in un chiostro; ciociarette che fanno all’amore in piazza di Spagna; butteri a cavallo dietro una staccionata; tempietti di Vesta con tramonti al torlo d’uovo; rovine d’acquedotti in salsa di pomodoro; poi, tutti i peggio fattacci di cronaca per le pagine a colori dei giornali illustrati: tori in fuga e crolli di campanili, guardie di finanza e contrabbandieri in lotta, salvataggi eroici e pugilati alla Camera dei deputati…

             Ci sputavano sopra, adesso, moglie e figliuoli, a queste sue belle fatiche, da cui per tanti anni era venuto loro un così scarso pane! Gli toccava anche questo, per giunta: la commiserazione derisoria di coloro per cui si era sacrificato, martoriato, distrutto. Diventati ricchi, che rispetto più, che considerazione potevano avere per uno che si era arrabattato a metter su sconci pupazzi e caricature per lasciarli tant’anni quasi morti di fame?

             Ah, ma, perdio, voleva aver l’orgoglio di sputare anche lui ora, a sua volta, su quella ricchezza, e di provarne schifo; ora che non poteva più servirgli per attuare quel sogno che gliel’aveva fatto un tempo desiderale. Era ricco anche lui, allora, ricco d’anima e di sogni!

             Che scherzo, l’eredità del suocero, tutto quel denaro ora che il sentimento della vita gli s’era indurito in quella realtà ispida, squallida, come in un terreno sterpigno, pieno di cardi spinosi e di sassi aguzzi, nido di serpi e di gufi! Su questo terreno, ora, la pioggia d’oro! Che consolazione! E chi gli dava più la forza di strappare tutti quei cardi, di portar via tutti quei sassi, di schiacciare la testa a tutti quei serpi, di dare la caccia a tutti quei gufi? Chi gli dava più la forza di rompere quel terreno e rilavorarlo, perché vi nascessero i fiori un tempo sognati? Ah, quali fiori più, se ne aveva perduto finanche il seme! Là, i pennacchioli di quei cardi…

             Tutto era ormai finito per lui.

             Se n’era accorto bene, vagando quella mattina; libero finalmente, fuori della sua carcere, poiché la moglie e i figliuoli non avevano più bisogno di lui.

             Era uscito di casa, col fermo proposito di non ritornarvi mai più. Ma non sapeva ancora che cosa avrebbe fatto, né dove sarebbe andato a finire.

             Vagava, vagava; era stato sul Gianicolo, e aveva mangiato in una trattoria lassù… e bevuto, sì, bevuto… più, più di tre bicchieri… la verità! Era stato anche a Villa Borghese. Stanco, s’era sdrajato per più ore su l’erba d’un prato, e… sì, forse per il vino… aveva anche pianto, sentendosi perduto come in una lontananza infinita; e gli era parso di ricordarsi di tante cose, che forse per lui non erano mai esistite.

             La primavera, l’ebbrezza del primo tepore del sole su la tenera erba dei prati, i primi fiorellini timidi e il canto degli uccelli. Quando mai, per lui, avevano cantato così giojosamente gli uccelli?

             Che strazio, in mezzo a quel primo verde, così vivido e fresco d’infanzia, sentirsi grigi i capelli, arida la barba. Sapersi vecchio. Riconoscere che nessun grido poteva più erompere a lui dall’anima, che avesse la gioja di quei trilli, di quel cinguettio; nessun pensiero più, nessun sentimento nascere a lui nella mente e nel cuore, che avessero la timidità gentile di quei primi fiorellini, la freschezza di quella prima erba dei prati; riconoscere che tutta quella delizia per le anime giovani, si convertiva per lui in una infinita angoscia di rimpianto.

             Passata per sempre, la sua stagione.

             Chi può dire, d’inverno, quale tra tanti alberi sia morto? Tutti pajono morti. Ma, appena viene la primavera, prima uno, poi un altro, poi tanti insieme, rifioriscono. Uno solo, che tutti gli altri finora avevano potuto credere come loro, resta spoglio. Morto.

             Era lui..

             Fosco, angosciato, era uscito da Villa Borghese; aveva attraversato Piazza del Popolo, imboccato via Ripetta; poi sentendosi per questa via soffocare, aveva passato il ponte, e giù per il Lungotevere dei Mellini.

             Mortificato ancora per lo sgarbo involontario fatto a quella signora dal barboncino nero, incontrò là un mortorio che procedeva lento lento sotto gli alberi rinverditi, con la banda in testa. Dio, come stonava quella banda! Meno male che il morto non poteva più sentirla. E tutto quel codazzo d’accompagnatori… Ah, la vita!

             Ecco, si poteva felicemente definire così, la vita: l’accordo della grancassa coi piattini. Nelle marce funebri, grancassa e piattini non suonano più d’accordo. La grancassa rulla, a tratti, per conto suo, come se ci avesse i cani in corpo; e i piattini, cingi e ciang! per conto loro.

             Fatta questa bella riflessione e salutato il morto, riprese ad andare.

             Quando fu al Ponte Margherita, si rifermò. Dove andava? Non si reggeva più su le gambe dalla stanchezza. Perché aveva preso per via Ripetta? Ora, passando il Ponte Margherita, si ritrovava di nuovo quasi di fronte a Villa Borghese. No, via: avrebbe seguito da quest’altra parte il Lungotevere fino al nuovo ponte Flaminio.

             Ma perché? Che voleva fare, insomma? Niente… Andare, andare, finché c’era luce.

             Oltre ponte Flaminio finiva l’arginatura; ma il viale seguitava spazioso, alto sul fiume, a scarpa su le sponde naturali, con una lunga staccionata per parapetto. A un certo punto, Bernardo Morasco scorse un sentieruolo, che scendeva tra la folta erba della scarpata giù alla sponda; passò sotto alla staccionata e scese alla sponda, abbastanza larga lì e coperta anch’essa di folta erba. Vi si sdrajò.

             Le ultime fiamme del crepuscolo trasparivano dai cipressi di Monte Mario, lì quasi dirimpetto, e davano alle cose che nell’ombra calante ritenevano ancora per poco i colori come uno smalto soavissimo che a mano a mano s’incupiva vie più, e riflessi di madreperla alle tranquille acque del fiume.

             Il silenzio profondo, quasi attonito, era lì presso però, non rotto, ma per così dire animato da un certo cupo tonfo cadenzato, a cui seguiva ogni volta uno sgocciolio vivo.

             Incuriosito, Bernardo Morasco si rizzò sul busto a guardare, e vide dalla sponda allungarsi nel fiume come la punta d’una chiatta nera, terminata in una solida asse, che reggeva due coppi, due specie di nasse di ferro giranti per la forza stessa dell’acqua. Appena un coppo si tuffava, l’altro veniva fuori dalla parte opposta, sgocciolante.

             Non aveva mai veduto quell’arnese da pesca; non sapeva che fosse, né che significasse; e rimase a lungo stupito e accigliato a mirarlo, compreso quasi da un senso di mistero per quel lento moto cadenzato di quei due coppi là, che si tuffavano uno dopo l’altro nell’acqua, per non prender che acqua.

             L’inutilità di quel girare monotono d’un così grosso e cupo ordegno gli diede una tristezza infinita.

             Si riaccasciò su l’erba. Gli parve che tutto fosse vano nella vita come il girare di quei due coppi nell’acqua. Guardò il cielo, in cui erano già spuntate le prime stelle, ma pallide per l’imminente alba lunare.

             Si annunziava una serata di maggio deliziosa, e più nera e più amara si faceva a mano a mano la malinconia di Bernardo Morascò. Ah, chi gli levava più dalle spalle quei venti anni di galera, perché anche lui potesse godere di quella delizia? Quand’anche fosse riuscito a rinnovarsi l’animo, cacciandone via tutti i ricordi che ormai sempre gli avrebbero amareggiato lo scarso piacere di vivere, come avrebbe potuto rinnovarsi il corpo già logoro? Come andar più con quel corpo in cerca d’amore? Senza amore, senz’altro bene era passata per lui la vita, che poteva, oh sì, poteva esser bella! E tra poco sarebbe finita… E nessuna traccia sarebbe rimasta di lui, che pure aveva un tempo sognato d’avere in sé la potenza di dare un’espressione nuova, un’espressione sua alle cose… Ah, che! Vanità! Quel coppo che il fiume del tempo faceva girare, tuffare nell’acqua, per non prendere che acqua…

             Tutt’a un tratto, s’alzò. Appena in piedi, gli parve strano che si fosse alzato. Avvertì che non si era alzato da sé, ma che era stato messo in piedi da una spinta interiore, non sua, forse di quel pensiero riposto, come in agguato dentro di lui, da tanti anni.

             Era dunque venuto il momento?

             Si guardò attorno. Non c’era nessuno. C’era il silenzio che, formidabilmente sospeso, attendeva il fruscio dell’erba a un primo passo di lui verso il fiume. E c’erano tutti quei fili d’erba, che sarebbero rimasti lì, tali e quali, sotto il chiarore umido e blando della luna, anche dopo la sua scomparsa da quella scena.

             Bernardo Morasco si mosse per la sponda, ma solo quasi per curiosità di osservare da vicino quello strano ordegno da pesca. Scese su la chiatta, in cui stava confitto verticalmente un palo, presso i due coppi giranti.

             Ecco: reggendosi a quel palo, egli avrebbe potuto spiccare un salto, balzar dentro a uno di quei coppi, e farsi scodellare nel fiume.

             Bello! Nuovo! Sì… E afferrò con tutt’e due le mani il palo, come per far la prova; e, sorridendo convulso, aspettò che il coppo che or ora si tuffava di là nell’acqua facesse il giro. Come venne fuori di qua, man mano alzandosi, mentre quell’altro si tuffava, veramente fece un balzo e vi si cacciò dentro, con gli occhi strizzati, i denti serrati, tutto il volto contratto nello spasimo dell’orribile attesa.

             Ma che? Il peso del suo corpo aveva arrestato il movimento? Rimaneva in bilico dentro il coppo?

             Riaprì gli occhi, stordito di quel caso, fremente, quasi ridente… Oh Dio, non si moveva più?

             Ma no, ecco, ecco… la forza del fiume vinceva… il coppo riprendeva a girare… Perdio, no… aveva atteso troppo… quell’esitazione, quell’arresto momentaneo dell’ordegno per il peso del suo corpo gli era già sembrato uno scherzo, e quasi ne aveva riso… Ora, oh Dio, guardando in alto, mentre il coppo si risollevava, vide come schiantarsi tutte le stelle del cielo; e istintivamente, in un attimo, preso dal terrore, Bernardo Morasco stese un braccio al palo, tutte e due le braccia, vi s’abbrancò con uno sforzo così disperato, che alla fine sguizzò dal coppo in piedi su la chiatta.

             Il coppo, con un tonfo violentissimo per lo strappo, si rituffò schizzandogli una zaffata d’acqua addosso.

             Rabbrividì e rise, quasi nitrì di nuovo, convulso, volgendo gli occhi in giro, come se avesse fatto lui, ora, uno scherzo al fiume, alla luna, ai cipressi di Monte Mario.

             E l’incanto della notte gli apparve ritrovato, con le stelle ben ferme e brillanti nel cielo, e quelle sponde e quella pace e quel silenzio.

Il coppo – Audio lettura 1 – Legge Valter Zanardi
Il coppo – Audio lettura 2 – Legge Gaetano Marino
Il coppo – Audio lettura 3 – Legge Giuseppe Tizza

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I galletti del bottajo – Audio lettura 3

Legge Giuseppe Tizza
I galletti del bottajo audiolibro

Immagine dal Web

I galletti del bottajo

Legge Giuseppe Tizza

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             Struggevasi la moglie del bottajo Màrchica dal desiderio di desinare una volta sola almeno, nelle feste, in compagnia del marito, il quale ogni anno, il primo dì e a Carnevale, a Pasqua, a Natale, era solito di raccogliere intorno alla sua tavola parenti e amici con vivo rincrescimento della moglie, anzi a suo marcio dispetto.

             Aveva la buona donna quest’anno, per Natale, allevati due bei galletti; e mo­strandoli al marito, la vigilia, disse:

             – Guarda che bei galletti! Se mi dai parola, che dimani non inviterai nessuno a desinar con noi, io stirerò loro il collo, e vedrai come son brava in arte magirica! Avrai un manicaretto da re.

             Il bottajo promise; e la moglie tutta contenta.

             Venne la dimane, e il bottajo, vestito da festa, salutò la moglie prima d’an­dare a messa.

             – No, marito mio; abbi pazienza; tu oggi non uscirai di casa. Son sicura, che se affacci il naso alla porta, mi tiri in casa qualcuno. Di messa, te ne basta una, quella di questa notte.

             – Ma io ti prometto…

             – Non sento promesse! Qua, a me, il berretto; oggi starà sotto chiave.

             Il bottajo sospirò, e diede alla moglie il berretto. Seduto nella cucinetta, e rimirando la moglie più vispa del solito, accesa in volto dal calore del fuoco sotto la pentola, stretta la vitina da una veste nuova a fiorami, protetta dal mantile, egli pensava: «Ha ben ragione, la poverina! È così dolce star soli in­sieme, nell’intimità, senza visi estranei a tavola, che ti tengan sospeso, non abbia tu bene soddisfatti i loro gusti… È tanto carina mia moglie! Par ch’io me n’accorga soltanto oggi per la prima volta! E in fin dei conti, che chiede ella? Ha piacere di restar sola meco, di godersi la festa soltanto in mia compagnia… Oh, cara, cara!».

             E internamente si riprometteva di mai più per l’avvenire fare scontenta la moglie con l’invitar nelle feste parenti o amici.

             Ma il diavolo, anche quella volta, volle metterci la coda. La donna, nel com­prar tutto l’occorrente pel manicaretto, la vigilia, s’era dimenticato il prezze­molo: due centesimi di prezzemolo.

             – Ah, marito mio! e come si fa?

             – Da’ a me; vo a comprartelo io.

             – No, tu no! Tu oggi non esci di casa, ti ripeto.

             – Eh via, sciocchina! Credi che… L’erbaiola è qui, a due passi…

             – Inutile! Non sento ragioni…

             – E allora, vacci tu.

             – Io non posso, capisci? Come lasciare? Dio mio! Senti; io sto qui sulla porta a guardarti; andrai senza berretto, lì di faccia: due centesimi di prezzemolo.

             – Un lampo, lascia fare! Vo e torno.

             – Bada!

             – Non dubitare…

             Ma appena a cinque passi dalla soglia, paffete! il vecchio curato del villaggio vicino, dove il bottajo Màrchica aveva dimorato tre anni.

             – Oh, signor curato! Beati gli occhi che la vedono! E come va? Da queste parti?

             – Affarucci, affarucci, – rispose il vecchio curato sorridendo, con gli occhi che gli scomparivano tra le rughe.

             – Evviva veramente! Come va? Come va? Che si dice a Montedoro?

             – Eh! Che s’ha da dire? Tanto bene, figlio mio. Il mondo è vecchio…

             E il buon curato si fregava le mani secche, tremanti, fatte davvero per regger l’Ostia soltanto.

             – Lei, lo vedo, – rispose il bottajo; – sempre in salute, Dio la benedica! Oh, anch’io, sì; ringraziamo Iddio! E lavoro, non me ne manca… Sissignore… Vo a comprar due centesimi di prezzemolo per mia moglie… Anche lei, benone! E si ricorda sempre del suo vecchio curato, sa? «Quel buon curato!» mi dice sempre. Mia moglie, chiesa e casa – già lei lo sa. Oggi mi prepara un pranzettino proprio coi fiocchi e, a tavola, noi due soli – io, qua, lei, là!… Ma… e dove desina lei oggi, signor curato? Certo mia moglie avrà tanto piacere di ri­vederla… Mi vuol fare un favore? Non mi dica di no.

             – Pronto, figlio mio, se posso…

             – Deve desinar con noi oggi, pel Santo Natale…

             – Non posso, figlio mio…

             – Come, non può? Sdegna la casa dei poveri! Lo so, cose da poverelli… due galletti, e lì…

             – Non è per questo, figlio mio; tu mi conosci. Devo ripartire a momenti.

             – Ripartirà più tardi !

             – L’asinelio m’aspetta al fondaco…

             – Lo lasci aspettare; si riposerà meglio… Non lo lascio partire, ecco! Mi deve fare questo favore. Sì?

             – Giacché lo vuoi per forza… Tante grazie, figlio mio…

             – Grazie a lei, signor curato, dell’onore… Entri, entri in casa… Guardi: quella porta lì di faccia… C’è mia moglie, guardi, sulla soglia… Io vo e torno: due centesimi di prezzemolo…

             Il vecchio curato sorrise, guardando la moglie del bottajo, e la salutò con la mano, avvicinandosi alla porta.

             «Me l’ha fatta! Me l’ha fatta!», si diceva intanto la donna tra i denti, strin­gendo i pugni e rodendosi dentro dalla rabbia. «Oh, ma l’hai da far con me, adesso! Vedrai.» – Come sta, come sta, signor curato? Quanto onore… quanto piacere…

             – Vostro marito ha voluto per forza così… Non mi son potuto rifiutare…

             – Ah, padre mio! – sospirò la moglie del bottajo, atteggiando di grave mesti­zia il volto.

             – Che avete, figliuola mia? – domandò il curato sorpreso.

             – Le dirò, le dirò, signor curato… Aspetti un momento. Entrò il bottajo, sorridente, col prezzemolo.

             – Ecco il prezzemolo! Vedi, moglie mia? Il tuo buon curato! Chi poteva aspettarselo? Ed ha avuto tanta degnazione d’accettare il nostro umile invito… Già gliel’ho detto: cose da poverelli… Ma che fa, è vero? supplisce il buon cuore…

             – Certo, certo…

             – Sa, signor curato? Mia moglie mi aveva detto: Oggi, nessun invitato… E io, difatti… Ma poi ho visto lei, e per lei son sicuro che… È vero, moglie mia?

             – Senza dubbio, senza dubbio, – rispose la moglie con le labbra strette. – Piuttosto, ora che ci penso… e il vino? Mi son dimenticata anche del vino… Guarda, che testa. Farai un’altra corsa tu, è vero, marito mio? Abbi pazienza…

             – Ma certo, subito! Dammi il berretto, dammi.

             – Ecco il berretto. Una corsa, mi raccomando!

             – Non dubitare.

             Appena uscito il marito, disse la donna al curato:

             – Ah, padre mio! Fortuna che s’è lasciato indurre ad andar pel vino!

             – Perché, perché, figliuola mia?

             – Ah, se sapesse, signor curato! Vino in casa ce n’avevo d’avanzo; ho detto di non averne per carità cristiana…

             – Come!

             – Per salvar lei, padre mio! – Me?

             – Sissignore! Non sa dunque nulla? Non sa che mio marito… E fece un gesto espressivo con la mano.

             Il povero curato fece, alla sua volta, una faccia lunga due palmi:

             – Matto, dite? Matto? Come mai! Povero ragazzo! – e batté una mano con l’altra. – E come mai!

             – Sissignore! Sissignore! – incalzò la donna. – Io non ho più lacrime da piangere in segreto, padre mio! (e intanto piangeva). Quante lacrime, que­st’occhi! E se sapesse che sorta di pazzia gli è venuta! Non può veder gli occhi della gente, che subito gli vien voglia di strapparli… sissignore!

             – Gesù, che guaio! Gesù, che guaio! – nicchiava con la lingua inaridita il po­vero curato.

             – Ah, padre mio! Io parlo per suo bene… S’immagini che onore per me, che piacere averla a tavola, oggi… Guardi: prenda i due galletti, uno almeno, non me lo rifiuti! Glieli avvolgo in un giornale, va bene? E se li porterà con sé. Ma non rimanga, per carità, se ha cara la vista, a desinar con noi! Sa, il povero pazzo? Invita la gente in casa, poi mette le spranghe alla porta e, a fin di tavola, vuole strappar gli occhi agl’invitati… Se vedesse, ogni volta, che lotta disperata! Adesso in paese si sa di questa pazzia e nessuno più accetta inviti da lui. Il buon curato non pigliava quasi più fiato dalla paura e balbettava:

             – E.,, e non m’era parso! Non m’era parso!

             Quando la donna terminò di parlare, egli, non ostante la grave età, balzò da sedere e, ravvoltosi nel tabarro, calcatosi sulla fronte il cappello:

             – Grazie, figliuola mia, grazie! – disse. – Lasciatemene andar via subito… Grazie, veramente… Vi devo la vita…

             – Prenda i galletti, mi faccia il favore!

             – No, niente! Che galletti, cara figliuola! Oh, povero ragazzo! Il Signore v’assista, povera figliuola! Addio, addio… e grazie di nuovo…

             La donna lo lasciò partire.

             – Oh, e questo è fatto! – esclamò.

             Si recò in cucina, trasse dalla pentola i due galletti, e li nascose.

             – Adesso a noi, signor marito!

             Il bottajo rincasò con un buon fiasco di vino, tutto ansante, trafelato. Trovò la moglie, in cucina, in pianto dirotto, coi capelli disfatti.

             – Che t’è avvenuto?

             – Ah se sapessi! Ah prete cane! – piangeva la moglie.

             – Il curato? Dov’è? Che t’è avvenuto?

             – Metterai senno, ora? Mi porterai ancora gente in casa? Vedi che m’ha fatto il tuo signor curato? Vedi che m’ha fatto?

             – Che t’ha fatto?

             – Ah mamma mia! Madruccia mia, tu non hai certo sospettato che l’uomo al quale m’affidavi m’avrebbe un giorno lasciata così esposta alla discrezione della mala gente! – continuava a piangere inconsolabilmente la donna.

             – Insomma, posso sapere che t’è avvenuto? – Che?

             La moglie, calcolando che il buon curato a quell’ora, spinto dalla paura, su asinello, doveva esser già a bastanza lontano dal paese, si levò da sedere in gran furore:

             – Che m’è avvenuto? il tuo buon curato, capisci? Il tuo buon curato mi s’è cacciato in cucina e… guarda, guarda lì, la pentola! Vedi? Non c’è più nulla…

             – Rubato? – fece con tanto d’occhi il bottajo.

             – Tutti e due i galletti!

             – Ah birbante! Dici davvero? Possibile? Ah birbante! E dov’è? Dov’è? Per dove è andato via?

             – Io non lo so! Non l’ho veduto…

             – Ah, prete ladro! Ah, vecchia volpe! Lasciami! Vo’ corrergli dietro! E se lo raggiungo… se lo raggiungo… Lasciami!

             – Sì, brutto smargiasso! Mettiti con un vecchio, adesso…

             – M’ha rubato!

             – Per colpa tua! Pigliatela con te stesso invece! E ti serva per esempio, ti serva!

             – No, così non m’accontento… Lasciami, lasciami… ti dico, lasciami…

             E scioltosi a forza dalle braccia della moglie, si mise a correre furiosamente per lo stradone che conduce a Montedoro.

             Tutto impolverato, stanco da non poterne più, dopo aver percorso buon tratto dello stradone fuori del paese, vide in fondo, lontano lontano, il vecchio cu­rato che trotterellava sull’asinello, tra un nuvolo di polvere. Raccolse allora tutte le forze che gli restavano, e si mise a gridare:

             – Signor curato! O signor curato!

             Il vecchio curato si voltò dal fondo dello stradone a guardare di su l’asinello che trottava, trottava…

             E il bottajo dal fondo dello stradone, a gran voce:

             – Almeno uno, signor curato! Me ne dia almeno uno!

             – Caro, to’ ! Almeno un occhio, dice! Addio, caro! Addio, caro! E botte da orbo all’asinello.

             – Almeno uno! Almeno uno! – continuava a gridare il povero bottajo rifinito dalla corsa.

             Nel frattempo la moglie, in cucina, si spolpava comodamente i due saporitis­simi galletti.

I galletti del bottajo – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
I galletti del bottajo – Audio lettura 2 – Legge Valter Zanardi
I galletti del bottajo – Audio lettura 3 – Legge Giuseppe Tizza

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Padron Dio – Audio lettura 3

Legge Giuseppe Tizza
.»

Prime pubblicazioni: Settimanale Universale, 18 settembre 1898, poi in Una giornata, Mondadori, Milano 1937.

Padron Dio. audiolibro 2
Carlo Fornara (1871-1968), Il seminatore, 1895. Immagine dal Web.

Padron Dio

Legge Giuseppe Tizza

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******

             Tanti anni fa, a un pittore non si sa donde venuto, egli che viveva da selvaggio su per le spalle dei monti, guardiano di mandrie, s’era prestato a far da modello per una pala d’altare, di cui quegli preparava i cartoni e altri studii preliminari.

             Che parte fosse destinato a rappresentare in quel quadro sacro, non si era neppur curato di sapere: si era lasciato vestire di strana foggia e atteggiar d’un gesto violento, con una verga in mano. Ma, poco dopo, consacrata la chiesa nuova, e accorso egli con tutto il popolo alla prima funzione, vedendosi nella pala effigiato in uno dei giudici che colpivan Gesù legato alla colonna, s’era messo a gridar furibondo e a piangere e a strapparsi i capelli, pestando i piedi per terra:

             – Levatemi di lì! Son cristiano!

             Tratto fuori fra la confusione generale (risa di quelli che lo avevano ravvisato nella pala e domande e supposizioni disparate degli altri che non se n’erano accorti), non si era calmato e non aveva smesso la minaccia d’uccidere quel pittore insolente, finché dal vecchio mansionario della nuova chiesa non aveva ottenuto la promessa d’un ritocco alla immagine di quel giudeo per modo che ogni somiglianza con lui fosse cancellata. Non pertanto, il nomignolo di Giudè gli era rimasto; e ora, dopo tant’anni, chiamavasi Giudè lui stesso. Ma così il volto come la persona avevan perduto quell’espressione di dura fierezza per cui il pittore lo aveva scelto a rappresentar nella pala quella parte odiosa. Era vecchio ormai il Giudè e non più buono neppur da condurre al pascolo le mandrie: viveva di elemosina, senza mai chiederla, o meglio, chiedendola in un modo suo particolare. Spinto dalla fame, dopo aver vagato come un cane randagio per le pianure deserte, si appressava a una villa e al primo contadino in cui s’imbattesse diceva:

             – Di’ al tuo padrone che c’è l’esattore.

             Tutti adesso intendevano e sorridevano; ma la prima volta che il Giudè usò questa frase per la sua questua dové spiegarla. E la spiegò così: che noi tutti sulla terra siamo inquilini del Signore, il quale sarebbe per ciascuno allo stesso modo buon padrone di casa, se molti uomini non si fossero fatta della terra casa propria, senza volere intendere né riconoscere ch’essa dovrebbe invece esser casa comune. Debbono però questi tali ricordarsi che il Signore è pur padrone di un’altra casa, di là (e il Giudè aveva additato il cielo), della quale vuol che ciascuno paghi anticipata qui la pigione. I poveri la pagano coi patimenti quotidiani del freddo e della fame; basta ai ricchi, per pagarla, che facciano ogni tanto un po’ di bene. Ecco dunque perché egli era pei ricchi l’esattore.

             Ottenuta l’elemosina in natura, si allontanava; e, andando, riconosceva qua e là per la campagna gli alberi che avrebbero dovuto esser suoi: suoi, perché quell’ulivo, quel ciliegio, quel nespolo, quel melograno eran nati per lui che tant’anni addietro, passando, aveva scavato e buttato il seme alla terra; e la terra, ecco, gli aveva dato l’albero; lo aveva dato a lui… Perché la terra sa forse a chi appartenga?

             Ed egli per quegli alberi aveva affetto paterno: gli parevano i più belli e i più rigogliosi di tutta la campagna; e si fermava ad ammirarli a lungo e scoteva il capo folto di capelli grigi, ricci, quasi ferruginei. I rami sovraccarichi lo invitavano a cogliere almeno un frutto, poiché tutti eran suoi (ah, essi lo sapevano bene!) – ecco, e glieli offrivano… Ma lui, no: non cedeva alla tentazione; sospirando abbassava la mano che già s’era levata.

             Così, per le campagne altrui, viveva senza tetto.

             Dormiva la notte in un casale smantellato e abbandonato; si destava all’alba e si metteva a errar senza meta, per le solitudini immense e pur piene di tanta vita, in quel silenzio palpitante di foglie e d’ali, a ora a ora tentato dal trillo d’un uccello che s’allontanava.

             Sdrajato per terra, s’immergeva in quel silenzio e guardava i fili d’erba che si movevano appena, di tanto in tanto, a un alito d’aura; guardava qualche lucertola che si beava del sole sopra una pietra, e le farfalle bianche che volitavan sicure in tanta pace.

             O perché mai nascevano certe erbe? Non per gli uomini, certo, né per le bestie, che non ne mangiavano… Nascevano perché Dio le voleva e la terra le faceva, senza curarsi del dispiacere che recava agli uomini prepotenti, i quali credono d’aver dominio su lei; tanto è vero che, strappate, tornava a farle; e lì che nessuno le toccava, esse crescevano senza fine – come la terra le voleva…

             «Dio ha voluto anche me», il Giudè pensava, «e intanto non ho un palmo di terra in cui mi possa stare, dicendo: è mio. Son come quest’erbacce, che nessuno vuole nel proprio campo. Solo dov’esse crescono indisturbate posso stare anch’io. Vuol dire che il padrone non c’è o non se ne cura.»

             Parecchie volte era stato colpito da quest’idea. Conosceva certe terre abbandonate, per cui non passava mai anima viva, e nelle quali egli, dacché era vivo, cioè per tant’anni che non si ricordava il numero, aveva sempre veduto quell’erbacce; né mai alcuna traccia, anche lontana, di coltivazione; né mai alcun segno, anche antico, del dominio di qualcuno. Quelle terre adunque, da tempo almeno per lui immemorabile, appartenevano a se stesse, libere di produrre, non quel che gli uomini vogliono, ma quel che a loro piaceva.

             «E se io», pensava il Giudè, «da un lembo qui nel mezzo, che nessuno se n’accorga, strappo le male erbe, e vi butto un pugno di frumento, non mi darà questa terra un po’ di grano? Lo darebbe a me come a chiunque… Il padrone, ammesso che ci sia, è chiaro che ha sempre rinunziato a trar da questo podere qualsiasi profitto. Non sarà lo stesso per lui se in un pezzetto qui in giro, invece di sterpi inutili, crescerà un po’ di grano per me? Egli, queste terre le ha abbandonate, né io me le piglio: farò soltanto che un breve tratto d’esse, almeno per una volta, invece di sterpi inutili produca grano… Del resto, chi è il padrone?»

             Vinto da questa idea, il Giudè nelle sue questue si mise d’allora in poi a chiedere, oltre al tozzo di pane consueto, una manatella di frumento.

             – O che ha rincarato la pigione padron Dio, Giudè? – gli domandavano scherzando i fattori delle ville, a cui egli si presentava da esattore.

             Il Giudè, sorridendo umilmente, si stringeva nelle spalle:

             – Se volete…

             E intanto che raccoglieva così da seminare, apparecchiava lì, nella solitudine, il terreno – oh, alla meglio, sprovvisto com’era degli arnesi necessarii. Aveva soltanto un logoro marrello, tolto in prestito, col quale, zappettando, cavò prima via l’erbacce maligne; poi scavò, scavò quanto più a fondo gli permise la forza delle povere braccia sfibrate dagli stenti e dalla vecchiaia: e questo al terreno doveva bastare. Non al suo desiderio però, che gli faceva seguir con gli occhi invidiando l’opera degli aratri negli altri campi e i seminatori che gittavano il grano fiduciosi nel lavoro coscienziosamente fornito. Ah, egli non aveva nemmeno potuto incalcinare i semi, perché non involpassero: li aveva così, quasi alla ventura, consegnati alle zolle appena appena rimosse…

             Vennero le prime acque, e il Giudè, udendo dal suo covo notturno scrosciar la pioggia, pensò che anche su quel suo lembo di terra in quel momento pioveva… Poi, con un gaudio che lo fece lagrimare, vide il grano sbullettare e poi dalla terra umida spuntar timide le prime pipite. Ah, ecco, ecco, la terra gli dava il grano! era suo! E si guardò intorno, quasi per difenderlo: era suo! Poi guardò il cielo donde l’acqua benefica era caduta anche per lui, anche per quel suo primo tesoro; ma la vista del cielo lo sconsolò: avrebbe voluto vederlo così basso da chiudere e nascondere quel piccolo lembo coltivato, perché nessuno lo scoprisse, lì, tra quelle erbacce intorno.

             E man mano le pipite sfronzarono, accestirono. E ormai il Giudè non sapeva staccarsi più da quel pezzetto di terra, nonostante il freddo acuto e le intemperie: quasi covava con gli occhi quel suo grano; e nel veder l’aura avvivare di tremiti le tenere foglioline, tutta l’anima gli tremava.

             Se non che, un giorno di quelli, non si sentì la forza di sbucare dal casale abbandonato in cui s’era fatto il covo.

             Il sole era già alto, e il Giudè, seduto per terra, con le spalle al muro, le ginocchia abbracciate, guardava innanzi a sé, stordito ancora dai sogni della notte, e tremava tutto di freddo e i denti gli battevano.

             Che era avvenuto? Dov’era il suo campicello? E i granai dov’erano? tutti quei granai pieni, con tanti e tanti misuratori allegri che davan via frumento, frumento, frumento, cantando e senza togliere con la rasiera il colmo dello stajo? E quella povera donna ch’era accorsa con un grembiule bucato, donde giù tutti i chicchi scorrevano così a sgorgo, che la grembiata si votava prima ch’ella raggiungesse la porta del granajo? Ah, la poverina tornava sempre indietro, daccapo, disperatamente, urtata, spinta tra la ressa degli altri poveri accorrenti senza fine, e mai nessun chicco le restava in grembo…

             – Date via! date via! – incitava il Giudè i misuratori. – Così mi pago la pigione dell’altra casa del Signore, lassù…

             E i granai non si votavano mai: dalle finestre in alto, sopra i mucchi addossati alle pareti, il frumento sgorgava, veniva giù come cascata d’acqua, continuamente, frusciando. E ora, ecco, quel fruscio continuo nel sogno gli era rimasto negli orecchi… Ah, la febbre! egli aveva la febbre, e tremava di freddo.

             Si levò in piedi a stento: vacillava… Si trascinò fuor del casale diruto per ritornare al campicello lontano, ma dopo un breve tratto di cammino s’accasciò, in un completo abbandonamento di membra.

             Si ritrovò dopo alcuni giorni, stupito e sgomento, su un lettuccio d’ospedale, in un lungo camerone silenzioso.

             «Ah, è segno che son morto, se mi hanno accolto qui», pensò il Giudè.

             La testa gli pesava come se fosse di piombo, e non aveva forza neanche d’aprir le palpebre. Quel filo d’anima che gli restava si rincantucciò sotto la superstiziosa paura che il luogo gl’ispirava; ed egli abbandonò disajutato il vecchio corpo affranto e inerte alle cure dei medici e degli infermieri, senza neppur domandare che male avesse.

             Con gli occhi chiusi, tutto rannicchiato quasi per schermirsi dai brividi incalzanti della febbre, spingeva il pensiero lontano lontano, al campicello suo; e lì, sovr’esso, a poco a poco s’addormentava. E attorno a lui, allora, sentiva e vedeva il grano già accestito mandar su su su il gambo della spiga… ma troppo alto… non così, possibile? ogni gambo più alto d’un pioppo? Il Giudè, smaniando, voleva impedir quel rigoglio dispettoso e inverosimile, ma non poteva: i gambi gli si allungavano da ogni lato, visibilmente, fino a quell’altezza, l’uno dopo l’altro, e a poco a poco lo seppellivano. Ora, smaniando l’aria, il Giudè si rizzava, ma – o stupore! – anch’egli era più alto assai delle spighe… Si guardava attorno smarrito, poi guardava il cielo, ed ecco la luna, a portata della sua mano: alzava un braccio e la prendeva e con essa si metteva a falciare. Poi, tutt’a un tratto, il sogno crollava, e il Giudè si destava di soprassalto.

             Vedeva allora in contrapposto venir su gracile e pallido e rado il suo grano e i poveri gambi acquattati dalla pioggia o spezzati dal vento… E sospirava: – L’aratro! ci voleva l’aratro!… –. Che certo la terra da quel suo logoro marrello non si era neppur sentita vellicare…

             Intanto i giorni passavano, ma non le febbri al Giudè. Aveva perduto la memoria del tempo, e non chiedeva nemmeno in che stagione si fosse, per paura che gli rispondessero: è finita l’estate.

             Si provava a levare un po’ il capo dal guanciale per guardar sopra gli altri letti l’ampia finestra in fondo al camerone: intravedeva appena il cielo limpido fiammante di sole. Ma forse era ancor primavera. «Chi sa però:», pensava il Giudè, «qualcuno forse, passando di là, avrà scoperto tra le erbacce il grano, e l’avrà fatto suo… Ma se poi nessuno lo scopre, non è anche peggio? Quella grazia di Dio si perderà, aspettando invano sotto il sole la falce. E la terra avrà dato il grano inutilmente…»

             Come Dio volle però (e fu Dio, certo, dietro tante preghiere), il Giudè potè lasciar l’ospedale – uscir di prigione – guarito, sui primi del giugno.

             Subito volò di lungo al suo campicello; scorse da lontano il biondeggiar del grano, ma a un tratto sentì mancarsi le gambe, cascarsi le braccia… Tutt’intorno alla messe quasi miracolosa (tanto era alta e folta!) correva una siepe; a un canto sorgeva un pagliajo, e un cane, udendo tra le erbacce oltre la siepe fruscio di passi, si mise a latrare.

             Si affacciò dalla siepe il contadino di guardia, con una mano a riparo degli occhi.

             –   Oh, benvenuto, Giudè! T’aspettavo… Dimmi che vuoi tu ora qui.

             Il Giudè, affranto dalla corsa e dal cordoglio, si pose a seder per terra, calandosi pian piano, appoggiato al lungo bastone.

             –    Non voglio nulla… – poi disse, rattenendo le lacrime. – Quieta il tuo cane. Son venuto soltanto per vedere codesto miracolo: il grano che t’è nato solo, e così bello, da sé…

             –    E di chi era la terra, Giudè?

             – Era di quest’erbacce qui, che non fanno pane… – rispose il povero vecchio. – Dillo, dillo al tuo padrone…

             E rimase a lungo lì, per terra, a guardar quelle spighe alte e piene, che, mosse dal vento, tentennando, pareva lo commiserassero.

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Padron Dio – Audio lettura 3 – Legge Giuseppe Tizza

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Nel segno – Audio lettura 4

Legge Giuseppe Tizza
«Nessuna cosa più la invogliava a sperare nella vita: riconosceva che s’era illusa, che il vero inganno le era venuto dall’inesperienza, dall’appassionata e credula sua natura, più che dal giovine a cui s’era abbandonata e che non avrebbe potuto mai esser suo. Ma rassegnarsi, no, non poteva..»

Prime pubblicazioni: Il Marzocco, 14 febbraio 1904, poi in La vita nuda, Treves 1910.

nel segno. audiolibro
Illustrations by Amanda Konishi, da Narratively.com

Nel segno

Legge Giuseppe Tizza

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******

Come seppe che nella mattinata gli studenti di medicina sarebbero ritornati all’ospedale, Raffaella Òsimo pregò la caposala d’introdurla nella sala del primario, dove si tenevano le lezioni di semejotica.

             La capo-sala la guardò male.

             – Vuoi farti vedere dagli studenti?

             – Sì, per favore; prendete me.

             – Ma lo sai che sembri una lucertola?

             – Lo so. Non me n’importa! Prendete me.

             – Ma guarda un po’ che sfacciata. E che ti figuri che ti faranno là dentro?

             – Come a Nannina, – rispose la Òsimo. – No?

             Nannina, sua vicina di letto, uscita il giorno avanti dall’ospedale, le aveva mostrato, appena rientrata in corsia dopo la lezione là nella sala in fondo, il corpo tutto segnato come una carta geografica; segnati i polmoni, il cuore, il fegato, la milza, col lapis dermografico.

             – E ci vuoi andare? – concluse quella. – Per me, ti servo. Ma bada che il segno non te lo levi più per molti giorni, neppure col sapone.

             La Òsimo alzò le spalle e disse sorridendo:

             – Voi portatemi, e non ve ne curate.

             Le era tornato in volto un po’ di colore; ma era ancor tanto magra; tutta occhi e tutta capelli. Gli occhi però, neri, bellissimi, le brillavano di nuovo, acuti. E in quel lettuccio il suo corpo di ragazzina, minuscolo, non pareva nemmeno, tra le pieghe delle coperte.

             Per quella capo-sala, come per tutte le suore infermiere, era una vecchia conoscenza, Raffaella Òsimo.

             Già due altre volte era stata lì, all’ospedale. La prima volta, per… – eh, benedette ragazze! si lasciano infinocchiare, e poi, chi ci va di mezzo? una povera creaturina innocente, che va a finire all’ospizio dei trovatelli.

             La Òsimo, a dir vero, lo aveva scontato amaramente anche lei, il suo fallo; due mesi circa dopo il parto, era ritornata all’ospedale più di là che di qua, con tre pasticche di sublimato in corpo. Ora c’era per l’anemia, da un mese. A forza d’iniezioni di ferro s’era già rimessa, e tra pochi giorni sarebbe uscita dall’ospedale.

             Le volevano bene in quella corsia e avevano carità e sofferenza di lei per la timida e sorridente grazia della sua bontà pur così sconsolata. Ma anche la disperazione in lei non si manifestava né con fosche maniere né con lacrime.

             Aveva detto sorridendo, la prima volta, che non le restava ormai più altro che morire. Vittima come era, però, d’una sorte comune a troppe ragazze, non aveva destato né una particolare pietà né un particolar timore per quell’oscura minaccia. Si sa che tutte le sedotte e le tradite minacciano il suicidio: non bisogna darsi a credere tante cose.

             Raffaella Òsimo, però, lo aveva detto e lo aveva fatto.

             Invano, allora, le buone suore assistenti s’eran provate a confortarla con la fede; ella aveva fatto, come faceva anche adesso; ascoltava attenta, sorrideva, diceva di sì; ma si capiva che il groppo che le stringeva il cuore non si scioglieva né s’allentava per quelle esortazioni.

             Nessuna cosa più la invogliava a sperare nella vita: riconosceva che s’era illusa, che il vero inganno le era venuto dall’inesperienza, dall’appassionata e credula sua natura, più che dal giovine a cui s’era abbandonata e che non avrebbe potuto mai esser suo.

             Ma rassegnarsi, no, non poteva.

             Che se per gli altri la sua storia non aveva nulla di particolare, non era per ciò men dolorosa per lei. Aveva sofferto tanto! Prima lo strazio di vedersi ucciso il padre, proditoriamente; poi, la caduta irreparabile di tutte le sue aspirazioni.

             Era una povera cucitrice, adesso, tradita come tante altre, abbandonata come tante altre; ma un giorno… Sì, anche le altre, è vero, dicevano allo stesso modo: – Ma un giorno… –e mentivano; perché ai miseri, ai vinti, sorge spontaneo dal petto oppresso il bisogno di mentire.

             Ma lei non mentiva.

             Giovinetta ancora, lei, certamente avrebbe preso la patente di maestra, se il padre, che la manteneva con tanto amore agli studii, non le fosse venuto a mancare così di colpo, laggiù, in Calabria, assassinato, non per odio diretto, ma durante le elezioni politiche, per mano d’un sicario rimasto ignoto, pagato senza dubbio dalla fazione avversaria del barone Barni, di cui egli era segretario zelante e fedele.

             Eletto deputato, il Barni, sapendola anche orfana di madre e sola, per farsi bello d’un atto di carità di fronte agli elettori, la aveva accolta in casa.

             Così era venuta a Roma, in uno stato incerto: la trattavano come se fosse della famiglia, ma figurava intanto come istitutrice dei figliuoli più piccoli del barone e anche un po’ come dama di compagnia della baronessa: senza stipendio, beninteso.

             Lei lavorava: il Barni si prendeva il merito della carità.

             Ma che glien’importava, allora? Lavorava con tutto il cuore, per acquistarsi la benevolenza paterna di chi la ospitava, con una speranza segreta: che quelle sue cure amorose, cioè, quei suoi servizi senz’alcun compenso, dopo il sacrificio del padre, valessero a vincere l’opposizione che forse il barone avrebbe fatta al figliuolo maggiore, Riccardo, quando questi, come già le aveva promesso, gli avrebbe dichiarato l’amore che sentiva per lei. Oh, era sicurissimo Riccardo che il padre avrebbe condisceso di buona voglia; ma aveva appena diciannove anni, era ancora studente di liceo; non si sentiva il coraggio di far quella dichiarazione ai genitori: meglio aspettare qualche anno.

             Ora, aspettando… Ma lì, possibile? nella stessa casa, sempre vicini, fra tante lusinghe, dopo tante promesse, con tanti giuramenti…

             La passione la aveva accecata.

             Quando, alla fine, il fallo non s’era più potuto nascondere, cacciata via! Sì, proprio cacciata via, poteva dire, senz’alcuna misericordia, senz’alcun riguardo neanche per il suo stato. Il Barni aveva scritto a una vecchia zia di lei, perché fosse venuta subito a riprendersela e a portarsela via, laggiù in Calabria, promettendo un assegno; ma la zia aveva scongiurato il barone di aspettare almeno che la nipote si fosse prima liberata a Roma, per non affrontar lo scandalo in un piccolo paese; e il Barni’ aveva ceduto, ma a patto che il figliuolo non ne avesse saputo nulla e le avesse credute già fuori di Roma. Dopo il parto, però, ella non era voluta tornare in Calabria; il barone allora, su tutte le furie, aveva minacciato di togliere l’assegno; e lo aveva tolto difatti, dopo il tentato suicidio. Riccardo era partito per Firenze; lei, salvata per miracolo, s’era messa a far la giovine di sarta per mantenere sé e la zia. Era passato un anno; Riccardo era ritornato a Roma; ma ella non aveva nemmen tentato di rivederlo. Fallitole il proposito violento, s’era fitto in capo di lasciarsi morire a poco a poco. La zia, un bel giorno, aveva pèrduto la pazienza e se n’era ritornata in Calabria. Un mese addietro, durante uno svenimento in casa della sarta presso la quale lavorava, era stata condotta lì all’ospedale, e c’era rimasta per curarsi dell’anemia.

             L’altro giorno, intanto, dal suo lettino, Raffaella Òsimo aveva veduto passare per la corsia gli studenti di medicina che facevano il corso di semejotica, e fra questi studenti aveva riveduto, dopo circa due anni, Riccardo, con accanto una giovinetta, che doveva essere una studentessa anche lei, bionda, bella, straniera all’aspetto: e dal modo con cui la guardava… – ah, Raffaella non poteva ingannarsi! – appariva chiaramente che n’era innamorato. E come gli sorrideva lei, pendendo quasi dagli occhi di lui…

             Li aveva seguiti con lo sguardo fino in fondo alla corsia; poi era rimasta con gli occhi sbarrati, levata su un gomito. Nannina, la sua vicina di letto, s’era messa a ridere.

             – Che hai veduto?

             – Nulla…

             E aveva sorriso anche lei, riabbandonandosi sul letto, perché il cuore le batteva come volesse balzarle dal seno.

             Era venuta poi la capo-sala a invitare Nannina a vestirsi, perché il professore la voleva di là per la lezione agli studenti.

             – E che debbono farmi? – aveva domandato Nannina.

             – Ti mangeranno! Che vuoi che ti facciano? – le aveva risposto quella. – Tocca a te; toccherà anche alle altre. Tanto, tu domani andrai via.

             Aveva tremato, dapprima, Raffaella al pensiero che potesse toccare anche a lei. Ah, così caduta, così derelitta, come ricomparirgli davanti, lì? Per certi falli, quando la bellezza sia sparita, né compatimento, né commiserazione.

             Certo i compagni di Riccardo, vedendola così misera, lo avrebbero deriso:

             – Come! Con quella lucertolina t’eri messo?

             Non sarebbe stata una vendetta. Né lei, del resto, voleva vendicarsi.

             Quando però, dopo circa mezz’ora, Nannina era ritornata al suo lettuccio e le aveva spiegato che cosa le avevano fatto di là e mostrato il corpo tutto segnato, Raffaella improvvisamente aveva cangiato idea; ed ecco, fremeva d’impazienza, ora, aspettando l’arrivo degli studenti.

             Giunsero, alla fine, verso le dieci. C’era Riccardo e, come l’altro giorno, accanto alla studentessa straniera. Si guardavano e si sorridevano.

             – Mi vesto? – domandò Raffaella alla capo-sala, balzando a sedere tutt’accesa sul letto, appena quelli entrarono nella sala in fondo alla corsia.

             – Ih che prescia! giù, – le impose la capo-sala, – aspetta prima che il professore dia l’ordine.

             Ma Raffaella, come se colei le avesse detto: «Vestiti!» prese a vestirsi di nascosto.

             Era già bella e pronta sotto le coperte, quando la capo-sala venne a chiamarla.

             Pallida come una morta, convulsa in tutto il misero corpicino, sorridente, con gli occhi sfavillanti e i capelli che le cascavano da tutte le parti, entrò nella sala.

             Riccardo Barni parlava con la giovine studentessa e non s’accorse in prima di lei, che – smarrita fra tanti giovani – lo cercava con gli occhi e non sentiva il medico primario, libero docente di semejotica, che le diceva:

             – Qua, qua, figliuola!

             Alla voce del professore, il Barni si voltò e vide Raffaella che lo fissava, avvampata ora in volto: allibì; diventò pallidissimo; gli s’intorbidò la vista.

             – Insomma! – gridò il professore. – Qua!

             Raffaella sentì ridere tutti gli studenti e si riscosse vie più smarrita; vide che Riccardo si ritraeva in fondo alla sala, verso la finestra; si guardò attorno; sorrise nervosamente e domandò:

             – Che debbo fare?

             – Qua, qua, qua, stendetevi qua! – le ordinò il professore che stava a capo d’un tavolino, su cui era stesa una specie d’imbottita.

             – Eccomi, sissignore! – s’affrettò a ubbidire Raffaella; ma siccome stentava a tirarsi su a sedere sul tavolino, sorrise di nuovo e disse: – Non ci arrivo…

             Uno studente la ajutò a montare. Seduta, prima di stendersi, guardò il professore, ch’era un bell’uomo, alto di statura, tutto raso, con gli occhiali d’oro, e gli disse, indicando la studentessa straniera:

             – Se me lo facesse disegnare da lei…

             Nuovo scoppio di risa degli studenti. Sorrise anche il professore:

             – Perché? Ti vergogni?

             – Nossignore. Ma sarei più contenta.

             E si volse a guardare verso la finestra, là in fondo, ove Riccardo s’era rincantucciato, con le spalle volte alla sala.

             La bionda studentessa seguì istintivamente quello sguardo. Aveva già notato l’improvviso turbamento del Barni. Ora s’accorse ch’egli s’era ritirato là, e si turbò anche lei vivamente.

             Ma il professore la chiamò:

             – Su, dunque, a lei, signorina Orlitz. Contentiamo la paziente.

             Raffaella si stese sul tavolino e guardò la studentessa che si sollevava la veletta su la fronte. Ah, com’era bella, bianca e delicata, con gli occhi celesti, dolci dolci. Ecco, si liberava della mantella, prendeva il lapis dermografico che il professore le porgeva e si chinava su lei per scoprirle, con mani non ben sicure, il seno.

             Raffaella Òsimo serrò gli occhi per vergogna di quel suo misero seno, esposto agli sguardi di tanti giovani, là, attorno al tavolino. Sentì posarsi una mano fredda sul cuore.

             – Batte troppo… – disse subito, con spiccato accento esotico, la signorina, ritraendo la mano.

             – Quant’è che siete all’ospedale? – domandò il professore.

             Raffaella rispose, senza schiuder gli occhi; ma con le palpebre che le fervevano, nervosamente:

             – Trentadue giorni. Son quasi guarita.

             – Senta se c’è soffio anemico, – riprese il professore, porgendo alla studentessa lo stetoscopio.

             Raffaella sentì sul seno il freddo dello strumento; poi la voce della signorina che diceva:

             – Soffio, no… Palpitazione, troppo.

             – Andiamo, faccia la percussione, – ingiunse allora il professore.

             Ai primi picchi, Raffaella piegò da un lato la testa, strinse i denti e si provò ad aprire gli occhi; li richiuse subito, facendo un violento sforzo su se stessa per contenersi. Di tratto in tratto come la studentessa sospendeva un po’ la percussione per segnare sotto il dito medio una breve lineetta col lapis intinto in un bicchier d’acqua che uno studente lì presso reggeva, ella soffiava penosamente per le nari il fiato trattenuto

             Quanto durò quel supplizio? Ed egli era sempre là, presso la finestra… Perché non lo richiamava il professore? perché non lo invitava a vedere il cuore di lei, che la sua bionda compagna tracciava man mano su quello squallido seno, così ridotto per lui?

             Ecco, finalmente la percussione era finita. Ora la studentessa congiungeva tutte le lineette per compire il disegno. Raffaella fu tentata di guardarselo, quel suo cuore, lì disegnato; ma, improvvisamente, non potè più reggere; scoppiò in singhiozzi.

             Il professore, seccato, la rimandò nella corsia, ordinando alla capo-sala d’introdurre un’altra inferma meno isterica e meno scema di quella.

             La Òsimo sopportò in pace i rimbrotti della capo-sala e tornò al suo lettuccio ad aspettare, tutta tremante, che gli studenti uscissero dalla sala.

             La avrebbe egli cercata con gli occhi, almeno, attraversando la corsia? Ma no, no: che importava più a lei, ormai? Non avrebbe alzato nemmeno il capo per farsi scorgere. Egli non doveva più vederla. Le bastava di avergli fatto conoscere come s’era ridotta per lui.

             Prese con le mani tremanti la rimboccatura del lenzuolo e se la tirò sul volto, come se fosse morta.

             Per tre giorni Raffaella Òsimo vigilò con attenta cura che il segno del cuore non le si cancellasse dal seno.

             Uscita dall’ospedale, innanzi a un piccolo specchio nella sua povera cameretta, si confisse uno stiletto puntato contro la parete, là, nel bel mezzo del segno che la rivale ignara le aveva tracciato.

Nel segno – Audio lettura 1 – Legge Lorenzo Pieri
Nel segno – Audio lettura 2 – Legge Gaetano Marino
Nel segno – Audio lettura 3 – Legge Valter Zanardi
Nel segno – Audio lettura 4 – Legge Giuseppe Tizza

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Un «goj» – Audio lettura 3

Legge Giuseppe Tizza
«Il demonio, che gli s’è domiciliato da tant’anni nella gola, quell’anno, per Natale, non gli aveva voluto dar più requie: giù risate e risate senza fine.»

Prima pubblicazione: in La rallegrata, Bemporad, Firenze 1922.

un goj audiolibro
Alys MelCon – Burlone. Immagine dal sito di Alys Melcon

Un «goj»

Legge Giuseppe Tizza

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******

             Il signor Daniele Catellani, mio amico, bella testa ricciuta e nasuta – capelli e naso di razza – ha un brutto vizio: ride nella gola in un certo modo così irritante, che a molti, tante volte, viene la tentazione di tirargli uno schiaffo.

             Tanto più che, subito dopo, approva ciò che state a dirgli. Approva col capo; approva con precipitosi:

             – Già, già! già, già!

             Come se poc’anzi non fossero state le vostre parole a provocargli quella dispettosissima risata.

             Naturalmente voi restate irritati e sconcertati. Ma badate che è poi certo che il signor Daniele Catellani farà come voi dite. Non c’è caso che s’opponga a un giudizio, a una proposta, a una considerazione degli altri.

             Ma prima ride.

             Forse perché, preso alla sprovvista, là, in un suo mondo astratto, così diverso da quello a cui voi d’improvviso lo richiamate, prova quella certa impressione per cui alle volte un cavallo arriccia le froge e nitrisce.

             Della remissione del signor Daniele Catellani e della sua buona volontà d’accostarsi senz’urti al mondo altrui, ci sono del resto non poche prove, della cui sincerità sarebbe, io credo, indizio di soverchia diffidenza dubitare.

             Cominciamo che per non offendere col suo distintivo semitico, troppo apertamente palesato dal suo primo cognome (Levi), l’ha buttato via e ha invece assunto quello di Catellani.

             Ma ha fatto anche di più.

             S’è imparentato con una famiglia cattolica, nera tra le più nere, con traendo un matrimonio cosiddetto misto, vale a dire a condizione che i figliuoli (e ne ha già cinque) fossero come la madre battezzati, e perciò perduti irremissibilmente per la sua fede.

             Dicono però che quella risata così irritante del mio amico signor Catellani ha la data appunto di questo suo matrimonio misto.

             A quanto pare, non per colpa della moglie, però, bravissima signora, molto buona con lui, ma per colpa del suocero, che è il signor Pietro Ambrini, nipote del defunto cardinale Ambrini, e uomo d’intransigentissimi principii clericali.

             Come mai, voi dite, il signor Daniele Catellani andò a cacciarsi in una famiglia munita d’un futuro suocero di quella forza?

             Mah!

             Si vede che, concepita l’idea di contrarre un matrimonio misto, volle attuarla senza mezzi termini; e chi sa poi, fors’anche con l’illusione che la scelta stessa della sposa d’una famiglia così notoriamente divota alla santa Chiesa cattolica, dimostrasse a tutti che egli reputava come un accidente involontario, da non doversi tenere in alcun conto, l’esser nato semita.

             Lotte acerrime ebbe a sostenere per questo matrimonio. Ma è un fatto che i maggiori stenti che ci avvenga di soffrire nella vita sono sempre quelli che affrontiamo per fabbricarci con le nostre stesse mani la forca.

             Forse però – almeno a quanto si dice – non sarebbe riuscito a impiccarsi il mio amico Catellani, senza l’ajuto non del tutto disinteressato del giovine Millino Ambrini, fratello della signora, fuggito due anni dopo in America per ragioni delicatissime, di cui è meglio non far parola.

             Il fatto è che il suocero, cedendo obtorto collo alle nozze, impose alla figlia come condizione imprescindibile di non derogare d’un punto alla sua santa fede e di rispettare col massimo zelo tutti i precetti di essa, senza mai venir meno a nessuna delle pratiche religiose. Pretese inoltre che gli fosse riconosciuto come sacrosanto il diritto di sorvegliare perché precetti e pratiche fossero tutti a uno a uno osservati scrupolosamente, non solo dalla nuova signora Catellani, ma anche e più dai figliuoli che sarebbero nati da lei.

             Ancora, dopo nove anni, non ostante la remissione di cui il genero gli ha dato e seguita a dargli le più lampanti prove, il signor Pietro Ambrini non disarma. Freddo, incadaverito e imbellettato, con gli abiti che da anni e anni gli restano sempre nuovi addosso e quel certo odore ambiguo della cipria, che le donne si danno dopo il bagno, sotto le ascelle e altrove, ha il coraggio d’arricciare il naso, vedendolo passare, come se per le sue nari ultracattoliche il genero non si sia per anche mondato del suo pestilenzialissimo foetor judaicus.

             Lo so perché spesso ne abbiamo parlato insieme.

             Il signor Daniele Catellani ride in quel suo modo nella gola, non tanto perché gli sembri buffa questa vana ostinazione del fiero suocero a vedere in lui per forza un nemico della sua fede, quanto per ciò che avverte in sé da un pezzo a questa parte.

             Possibile, via, che in un tempo come il nostro, in un paese come il nostro, debba sul serio esser fatto segno a una persecuzione religiosa uno come lui, sciolto fin dall’infanzia da ogni fede positiva e disposto a rispettar quella degli altri, cinese, indiana, luterana, maomettana?

             Eppure, è proprio così. C’è poco da dire: il suocero lo perseguita. Sarà ridicola, ridicolissima, ma una vera e propria persecuzione religiosa, in casa sua, esiste. Sarà da una parte sola e contro un povero inerme, anzi venuto apposta senz’armi per arrendersi; ma una vera e propria guerra religiosa quel benedett’uomo del suocero gliela viene a rinnovare in casa ogni giorno, a tutti i costi, e con animo inflessibilmente e acerrimamente nemico.

             Ora, lasciamo andare che – batti oggi e batti domani – a causa della bile che già comincia a muoverglisi dentro, l’homo judaeus prende a poco a poco a rinascere e a ricostituirsi in lui, senza ch’egli per altro voglia riconoscerlo. Lasciamo andare. Ma lo scadere ch’egli fa di giorno in giorno nella considerazione e nel rispetto della gente per tutto quell’eccesso di pratiche religiose della sua famiglia, così deliberatamente ostentato dal suocero, non per sentimento sincero, ma per un dispetto a lui e con l’intenzione manifesta di recare a lui una gratuita offesa, non può non essere avvertito dal mio amico signor Daniele Catellani. E c’è di più. I figliuoli, quei poveri bambini così vessati dal nonno, cominciano anch’essi ad avvertir confusamente che la cagione di quella vessazione continua che il nonno infligge loro, dev’essere in lui, nel loro papà. Non sanno quale, ma in lui dev’essere di certo. Il buon Dio, il buon Gesù – (ecco, il buon Gesù specialmente!) – ma anche i Santi, oggi questo e domani quel Santo, ch’essi vanno a pregare in chiesa col nonno ogni giorno, è chiaro ormai che hanno bisogno di tutte quelle loro preghiere, perché lui, il papà, deve aver fatto loro, di certo, chi sa che grosso male. Al buon Gesù, specialmente! E prima d’andare in chiesa, tirati per mano, si voltano, poveri piccini, ad allungargli certi sguardi così densi di perplessa angoscia e di doglioso rimprovero, che il mio amico signor Daniele Catellani si metterebbe a urlare chi sa quali imprecazioni, se invece… se invece non preferisse buttare indietro la testa ricciuta e nasuta e prorompere in quella sua solita risata nella gola.

             Ma sì, via! Dovrebbe ammettere altrimenti sul serio d’aver commesso un’inutile vigliaccheria a voltar le spalle alla fede dei suoi padri, a rinnegare nei suoi figliuoli il suo popolo eletto: ’am olam, come dice il signor Rabbino. E dovrebbe sul serio sentirsi in mezzo alla sua famiglia un goj, uno straniero; e sul serio infine prendere per il petto questo suo signor suocero cristianissimo e imbecille, e costringerlo ad aprir bene gli occhi e a considerare che, via, non è lecito persistere a vedere nel suo genero un deicida quando in nome di questo Dio ucciso duemil’anni fa dagli ebrei, i cristiani che dovrebbero sentirsi in Cristo tutti quanti fratelli, per cinque anni si sono scannati tra loro allegramente in una guerra che, senza pregiudizio di quelle che verranno, non aveva avuto finora l’eguale nella storia.

             No, no, via! Ridere, ridere. Son cose da pensare e da dir sul serio al giorno d’oggi?

             Il mio amico signor Daniele Catellani sa bene come va il mondo. Gesù, sissignore Tutti fratelli. Per poi scannarsi tra loro. È naturale. E tutto a fil di logica, con la ragione che sta da ogni parte: per modo che a mettersi di qua non si può fare a meno d’approvare ciò che s’è negato stando di là.

             Approvare, approvare, approvar sempre.

             Magari, sì, farci su prima, colti alla sprovvista, una bella risala. Ma poi approvare, approvar sempre, approvar tutto.

             Anche la guerra, sissignore

             Però (Dio, che risata interminabile, quella volta!) però, ecco, il signor Daniele Catellani volle fare, l’ultimo anno della grande guerra europea, uno scherzo al suo signor suocero Pietro Ambrini, uno scherzo, di quelli che non si dimenticano più.

             Perché bisogna sapere che, nonostante la gran carneficina, con una magnifica faccia tosta il signor Pietro Ambrini, quell’anno, aveva pensato di festeggiare, per i cari nipotini, la ricorrenza del Santo Natale più pomposamente che mai. E s’era fatti fabbricare tanti è tanti pastorelli di terracotta: ì pastorelli che portano le loro umili offerte alla grotta di Bethlehem, al Bambinello Gesù appena nato: fiscelle di candida ricotta, panieri d’uova e cacio raviggiolo. e anche tanti bianchetti di soffici pecorelle e somarelli carichi anch’essi d’altre più ricche offerte, seguiti da vecchi massari e da campieri. E sui cammelli, ammantati, incoronati e solenni, i tre re Magi, che vengono col loro seguito da lontano lontano dietro alla stella cometa che s’è fermata su la grotta di sughero, dove su un po’ di paglia vera è il roseo Bambinello di cera tra Maria e San Giuseppe; e San Giuseppe ha in mano il bacolo fiorilo, e dietro sono il bue e l’asinelio.

             Aveva voluto che fosse ben grande il presepe quell’anno, il caro nonno, e tutto bello in rilievo, con poggi e dirupi, agavi e palme, e sentieri di campagna per cui si dovevano veder venire tutti quei pastorelli ch’eran perciò di varie dimensioni, coi loro bianchetti di pecorelle e gli asinelli e ì re Magi.

             Ci aveva lavorato di nascosto per più d’un mese, con l’ajuto di due manovali che avevan levato il palco in una stanza per sostener la plastica. E aveva voluto che fosse illuminato da lampadine azzurre in ghirlanda; e che venissero dalla Sabina, la notte di Natale, due zampognari a sonar l’acciarino e le ciaramelle.

             I nipotini non ne dovevano saper nulla.

             A Natale, rientrando tutti imbacuccati e infreddoliti dalla messa notturna, avrebbero trovato in casa quella gran sorpresa: il suono delle ciaramelle, l’odore dell’incenso e della mirra, e il presepe là, come un sogno, illuminato da tutte quelle lampadine azzurre in ghirlanda. E tutti i casigliani sarebbero venuti a vedere, insieme coi parenti e gli amici invitati al cenone, questa gran maraviglia ch’era costata a nonno Pietro tante cure e tanti quattrini.

             II  signor Daniele lo aveva veduto per casa tutto assorto in queste misteriose faccende, e aveva riso; aveva sentito le martellate dei due manovali che pian tavano il palco di là, e aveva riso.

             Il demonio, che gli s’è domiciliato da tant’anni nella gola, quell’anno, per Natale, non gli aveva voluto dar più requie: giù risate e risate senza fine. Invano, alzando le mani, gli aveva fatto cenno di calmarsi; invano lo aveva ammonito di non esagerare, di non eccedere.

             – Non esagereremo, no! – gli aveva risposto dentro il demonio. – Sta’ pur sicuro che non eccederemo. Codesti pastorelli con le fiscelline di ricotta e i panierini d’uova e il cacio raviggiolo sono un caro scherzo, chi lo può negare? così in cammino tutti verso la grotta di Bethlehem! Ebbene, resteremo nello scherzo anche noi, non dubitare! Sarà uno scherzo anche il nostro, e non meno carino. Vedrai.

             Così il signor Daniele s’era lasciato tentare dal suo demonio; vinto soprattutto da questa capziosa considerazione: che cioè sarebbe restato nello scherzo anche lui.

             Venuta la notte di Natale, appena il signor Pietro Ambrini con la figlia e i nipotini e tutta la servitù si recarono in chiesa per la messa di mezzanotte, il signor Daniele Catellani entrò tutto fremente d’una gioja quasi pazzesca nella stanza del presepe: tolse via in fretta e furia i re Magi e i cammelli, le pecorelle e i somarelli, i pastorelli del cacio raviggiolo e dei panieri d’uova e delle fiscelle di ricotta – personaggi e offerte al buon Gesù, che il suo demonio non aveva stimato convenienti al Natale d’un anno di guerra come quello – e al loro posto mise più propriamente, che cosa? niente, altri giocattoli: soldatini di stagno, ma tanti, ma tanti, eserciti di soldatini di stagno, d’ogni nazione, francesi e tedeschi, italiani e austriaci, russi e inglesi, serbi e rumeni, bulgari e turchi, belgi e americani e ungheresi e montenegrini, tutti coi fucili spianati contro la grotta di Bethlehem, e poi, e poi tanti cannoncini di piombo, intere batterie, d’ogni foggia, d’ogni dimensione, puntati anch’essi di su, di giù, da ogni parte, tutti contro la grotta di Bethlehem, i quali avrebbero fatto veramente un nuovo e graziosissimo spettacolo.

             Poi si nascose dietro il presepe.

             Lascio immaginare a voi come rise là dietro, quando, alla fine della messa notturna, vennero incontro alla meravigliosa sorpresa il nonno Pietro coi nipotini e la figlia e tutta la folla degli invitati, mentre già l’incenso fumava e i zampognari davano fiato alle loro ciaramelle.

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La distruzione dell’uomo – Audio lettura 3

Legge Giuseppe Tizza
La distruzione dell'uomo. audiolibro 3

James Timothy Gleeson (1915 – 2008), We inhabit the corrosive littoral of habit, 1940. Immagine dal Web.

La distruzione dell’uomo

Legge Giuseppe Tizza

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******

             Vorrei sapere soltanto se il signor giudice istruttore [1] ritiene in buona fede d’aver trovato una sola ragione che valga a spiegare in qualche modo questo ch’egli chiama assassinio premeditato (e sarebbe, se mai, doppio assassinio, perché la vittima stava per compire felicemente l’ultimo mese di gravidanza).

[1] Parliamo del delitto di Petix.

             Si sa che Nicola Petix s’è barricato in un silenzio impenetrabile, prima davanti al commissario di polizia, appena arrestato, poi davanti a lui, voglio dire al signor giudice istruttore che inutilmente tante volte e in tutte le maniere s’è provato a interrogarlo, e infine anche davanti al giovane avvocato che gli hanno imposto d’ufficio, visto che fino all’ultimo non ha voluto incaricarne uno di sua fiducia per la difesa.

             Di questo silenzio così ostinato si dovrebbe pur dare, mi sembra, una qualche interpretazione.

             Dicono che in carcere Petix dimostra la smemorata indifferenza d’un gatto che, dopo aver fatto strazio d’un topo o d’un pulcino, si raccolga beato dentro un raggio di sole.

             Ma è chiaro che questa voce, la quale vorrebbe dare a intendere che Petix consumò il delitto con l’incoscienza d’una bestia, non è stata accolta dal giudice istruttore, se egli ha creduto di dovere ammettere e sostenere la premeditazione nell’assassinio. Le bestie non premeditano. Se s’appostano, il loro agguato è parte istintiva e naturale della loro naturalissima caccia, che non le fa né ladre né assassine. La volpe è ladra per il padrone della gallina: ma per sé la volpe non è ladra: ha fame; e quand’ha fame, acchiappa la gallina e se la mangia. E dopo che se l’è mangiata, addio, non ci pensa più.

             Ora Petix non è una bestia. E bisogna vedere, prima di tutto, se questa indifferenza è vera. Perché, se vera, anche di questa indifferenza si dovrebbe tener conto, come di quel silenzio ostinato, di cui – a mio modo di vedere – sarebbe la conseguenza più naturale; corroborati come sono l’una e l’altro dall’esplicito rifiuto d’un difensore.

             Ma non voglio anticipar giudizi, né mettere avanti per ora la mia opinione.

             Seguito a discutere col signor giudice istruttore.

             Se il signor giudice istruttore crede che Petix sia da punire con tutti i rigori della legge, perché per lui non è uno scemo feroce da paragonare a una bestia, né un pazzo furioso che per nulla abbia ucciso una donna a poche settimane dal parto; la ragione del delitto, di quest’assassinio premeditato, quale può essere stata?

             Una passione segreta per quella donna, no. Basterebbe che il giovane avvocato d’ufficio mettesse sotto gli occhi ai signori giurati, per un momento, un ritratto della povera morta. La signora Porrella aveva quarantasette anni e a tutto ormai poteva somigliare tranne che a una donna.

             Ricordo d’averla veduta pochi giorni prima del delitto, sulla fine d’ottobre, a braccetto del marito cinquantenne, un pochino più piccolino di lei, ma col suo bravo pancino anche lui il signor Porrella, per il viale nomentano sul tramonto, non ostante il vento che sollevava in calde raffiche fragorose le foglie morte.

             Posso assicurare sulla mia parola d’onore, ch’era una provocazione la vista di quei due, fuori a passeggio in una giornata come quella, con tutto quel vento, tra il turbine di tutte quelle foglie morte, piccoli sotto gli alti platani nudi che armeggiavano nel cielo tempestoso con l’ispido intrico dei rami.

             Buttavano i piedi allo stesso modo, nello stesso tempo, gravi, come per un compito assegnato.

             Forse credevano che di quella passeggiata non si potesse assolutamente fare a meno, ora che la gravidanza era agli ultimi giorni. Prescritta dal medico; consigliata da tutte le amiche del vicinato.

             Seccante forse, sì, ma naturalissimo per loro che quel vento insorgesse così di tratto in tratto e sbattesse furiosamente di qua e di là tutte quelle foglie accartocciate senza mai riuscire a spazzarle via; e che quei platani là, poiché a tempo avevano rimesso le foglie, ora a tempo se ne spogliassero per rimaner come morti fino alla ventura primavera; e che là quel cane randagio fosse condannato da ogni fiuto nel naso a fermarsi quasi a tutti i tronchi di quei platani e ad alzare con esasperazione un’anca per non spremer che poche gocciole appena, dopo essersi rigirato più e più volte smaniosamente per cercarne il verso.

             Giuro che non a me soltanto, ma a quanti passavano quel giorno per il viale Nomentano sembrava incredibile che quell’omino là potesse mostrarsi così soddisfatto di portarsi a spasso quella moglie in quello stato; e più incredibile che quella moglie si lasciasse portare, con un’ostinazione che tanto più appariva crudele contro se stessa, quanto più lei sembrava rassegnata allo sforzo insopportabile che doveva costarle. Barellava, ansimava e aveva gli occhi come induriti nello spasimo, non già di quello sforzo disumano, ma della paura che non sarebbe riuscita a portare fino all’ultimo quel suo ingombro osceno nel ventre che le cascava. È vero che di tanto in tanto abbassava su quegli occhi le palpebre livide. Ma non tanto per vergogna le abbassava, quanto per il dispetto di vedersi obbligata a sentirla, quella vergogna, dagli occhi di chi la guardava e la vedeva in quello stato, alla sua età, vecchia ciabatta ancora in uso per una cosa che pareva tanto. Infatti, tenendo per il braccio il marito, avrebbe potuto con qualche strizzatina sotto sotto richiamarlo dalla soddisfazione a cui spesso e con troppa evidenza s’abbandonava, d’esser lui, pur così Piccolino e calvo e cinquantenne, l’autore di tutto quel grosso guajo lì. Non lo richiamava, perché era anzi contenta che avesse il coraggio di mostrarla lui, quella soddisfazione, mentre a lei toccava di mostrarne vergogna.

             Mi pare di vederla ancora, quando, a qualche raffica più violenta che la investiva da dietro, si fermava su le tozze gambe larghe, a cui s’attaccava la veste che gliele disegnava sconciamente, mentre davanti le faceva pallone. Allora ella non sapeva a qual riparo correr prima col braccio libero; se abbassare cioè quel pallone della veste, che rischiava di scoprirla tutta davanti, o se tener per la falda il vecchio cappello di velluto viola, alle cui malinconiche piume nere nasceva col vento una disperata velleità di volo.

             Ma veniamo al fatto.

             Vi prego (se avete un po’ di tempo) d’andare a visitar quel vecchio casone in Via Alessandria, dove abitavano i coniugi Porrella e anche, in due stanzette del piano di sotto, Nicola Petix.

             E uno di quei tanti casoni, tutti brutti a un modo, come bollati col marchio della comune volgarità del tempo in cui furon levati in gran furia, nella previsione che poi si riconobbe errata d’un precipitoso e strabocchevole affluir di regnicoli a Roma subito dopo la proclamazione di essa a terza Capitale del regno.

             Tante private fortune, non solo di nuovi arricchiti, ma anche d’illustri casati, e tutti i sussidii prestati dalle banche di credito a quei costruttori, che parvero per più anni in preda a una frenesia quasi fanatica, andarono allora travolti in un enorme fallimento, che ancor si ricorda.

             E si videro, dov’erano antichi parchi patrizii, magnifiche ville e, di là dal fiume, orti e prati, sorger case e case e case, interi isolati, per vie eccentriche appena tracciate; e tante all’improvviso restare – ruderi nuovi – alzate fino ai quarti piani, a infracidar senza tetto, con tutti i vani delle finestre sguarniti, e fissato ancora in alto, ai buchi dei muri grezzi, qualche resto dell’impalcatura abbandonata, annerito e imporrito dalle piogge; e altri isolati, già compiuti, rimaner deserti lungo intere vie di quartieri nuovi, per cui non passava mai nessuno; e l’erba nel silenzio dei mesi rispuntare ai margini dei marciapiedi, rasente ai muri e poi, esile, tenerissima, abbrividente a ogni soffio d’aria, riprendersi tutto il battuto delle strade.

             Parecchie di queste case poi, costruite con tutti i comodi per accogliere agiati inquilini, furono aperte, tanto per trarne qualche profitto, all’invasione della gente del popolo. La quale, come può bene immaginarsi, ne fece in poco tempo tale scempio, che quando alla fine, con l’andar degli anni, cominciò a Roma veramente la penuria degli alloggi, troppo presto temuta prima, troppo tardi rimediata poi per la paura che teneva tutti di far nuove costruzioni a causa di quella solenne scottatura, i nuovi proprietarii, che le avevano acquistate a poco prezzo dalle banche sussidiatrici degli antichi costruttori falliti, facendosi ora il conto di quanto avrebbero dovuto spendere a riattarle e rimetterle in uno stato di decenza per darle in affitto a inquilini disposti a pagare una più alta pigione, stimarono più conveniente non farne nulla e contentarsi di lasciar le scale con gli scalini smozzicati, i muri oscenamente imbrattati, le finestre dalle persiane cadenti e i vetri rotti imbandierate di cenci sporchi e rattoppati, stesi sui cordini ad asciugare.

             Se non che, adesso, in qualcuna di queste grandi e miserabili case, pur tra cotali inquilini rimasti a compir l’opera di distruzione sulle pareti e su gli usci e sui pavimenti, qualche nobile famiglia decaduta o di medio ceto, d’impiegati o di professori, ha cominciato a cercar ricovero, o per non averlo trovato altrove o per bisogno o amor di risparmio, vincendo il ribrezzo di tutto quel lerciume e più della mescolanza con quello che sì, Dio mio, prossimo è, non si nega, ma che pur certamente, poco poco che si ami la pulizia e la buona creanza, dispiace aver troppo vicino; e non si può dire del resto che il dispiacere non sia contraccambiato; tanto vero che questi nuovi venuti sono stati in principio guardati in cagnesco, e poi, a poco a poco, se han voluto esser visti men male, han dovuto acconciarsi a certe confidenze piuttosto prese che accordate.

             Ora in quel casone là di Via Alessandria, quando avvenne il delitto, i coniugi Porrella abitavano da circa quindici anni; Nicola Petix, da una diecina. Ma mentre quelli da un pezzo erano entrati nelle grazie di tutti i più antichi casigliani, Petix s’era attirato al contrario sempre più l’antipatia generale, per il disprezzo con cui guardava, a cominciar dal portinajo ciabattino, tutti; senza mai voler degnare non che d’una parola, ma neppur d’un lieve cenno di saluto, nessuno.

             Ho detto, veniamo al fatto. Ma un fatto è come un sacco che, vuoto, non si regge.

             Se n’accorgerà bene il signor giudice istruttore, se – come pare – vorrà provarsi a farlo reggere così, senza prima farci entrar dentro tutte quelle ragioni che certamente lo han determinato, e che lui forse non immagina neppure.

             Petix ebbe per padre un ingegnere spatriato da gran tempo e morto in America, il quale tutta la fortuna raccolta in tanti anni laggiù con l’esercizio della professione lasciò in eredità a un altro figliuolo, maggiore di due anni di Petix e ingegnere anche lui, con l’obbligo di passare mensilmente al fratello minore, vita natural durante, un assegnino di poche centinaja di lire, quasi a titolo d’elemosina e non perché gli spettassero di diritto, essendosi già «mangiata», com’era detto nel testamento, «tutta la legittima a lui spettante in un ozio vergognoso».

             Quest’ozio di Petix saracene intanto che non venga considerato solamente dal lato del padre, ma un po’ anche da quello di lui, perché Petix veramente frequentò per anni e anni le aule universitarie, passando da un ordine di studii all’altro, dalla medicina alla legge, dalla legge alle matematiche, da queste alle lettere e alla filosofia: non dando mai, è vero, nessun esame, perché non si sognò mai di fare il medico o l’avvocato, il matematico o il letterato o il filosofo: Petix non ha voluto fare in verità mai nulla; ma ciò non vuol dire che se ne sia stato in ozio, e che quest’ozio sia stato vergognoso. Ha meditato sempre, studiando a suo modo, sui casi della vita e sui costumi degli uomini.

             Frutto di queste continue meditazioni, un tedio infinito, un tedio insopportabile tanto della vita quanto degli uomini.

             Fare per fare una cosa? Bisognerebbe star dentro alla cosa da fare, come un cieco, senza vederla da fuori; o se no, assegnarle uno scopo. Che scopo? Soltanto quello di farla? Ma sì, Dio mio: come si fa. Oggi questa e domani un’altra. O anche la stessa cosa ogni giorno. Secondo le inclinazioni o le capacità, secondo le intenzioni, secondo i sentimenti o gl’istinti. Come si fa.

             Il guajo viene, quando di quelle inclinazioni e capacità e intenzioni, di quei sentimenti e istinti, seguiti da dentro perché si hanno e si sentono, si vuol vedere da fuori lo scopo, che appunto perché cercato così da fuori non si trova più, come non si trova più nulla.

             Nicola Petix arrivò presto a questo nulla, che dovrebbe essere la quintessenza d’ogni filosofia.

             La vista quotidiana dei cento e più inquilini di quel casone lercio e tetro, gente che viveva per vivere, senza saper di vivere se non per quel poco che ogni giorno pareva condannata a fare: sempre le stesse cose; cominciò presto a dargli un’uggia, un’insofferenza smaniosa; che si esasperava sempre più di giorno in giorno.

             Soprattutto intollerabili gli erano la vista e il fracasso dei tanti ragazzini che brulicavano nel cortile e per le scale. Non poteva affacciarsi alla finestra su quel cortile, che non ne vedesse quattro o cinque in fila chinati a far lì i loro bisogni mentre addentavano qualche mela fradicia o un tozzo di pane; o sull’acciottolato sconnesso, ove stagnavano pozze di acqua putrida (seppure era acqua) tre maschietti buttati carponi a spiare donde e come faceva pipì una bambinuccia di tre anni che non se ne curava, grave, ignara e con un occhio fasciato. E gli sputi che si tiravano, i calci, gli sgraffi che si davano, le strappate di capelli, e gli strilli che ne seguivano, a cui partecipavano le mamme da tutte le finestre dei cinque piani; mentre, ecco, la signorina maestrina dalla faccetta sciupata e dai capelli cascanti attraversa il cortile con un grosso mazzo di fiori, dono del fidanzato che le. sorride accanto.

             Petix aveva la tentazione di correre al cassetto del comodino per tirare una rivoltellata a quella maestrina, tale e tanta furia d’indignazione gli provocavano quei fiori e quel sorriso del fidanzato, le lusinghe dell’amore in mezzo alla stomachevole oscenità di tutta quella sporca figliolanza, che tra poco quella maestrina si sarebbe anche lei adoperata ad accrescere.

             Ora pensate che da dieci anni ogni giorno Nicola Petix assisteva in quel casone alle periodiche immancabili gravidanze di quella signora Porrella, la quale, arrivata fra nausee, trepidazioni e patimenti al settimo o l’ottavo mese, ogni volta rischiando di morire, abortiva. In diciannove anni di matrimonio quella carcassa di donna contava già quindici aborti.

             La cosa più spaventevole per Nicola Petix era questa: che non riusciva a vedere in quei due la ragione per cui, con un’ostinazione così cieca e feroce contro se stessi, volevano un figlio.

             Forse perché diciott’anni addietro, al tempo della prima gravidanza, la donna aveva preparato di tutto punto il corredino del nascituro: fasce, cuffiette, camicine, bavaglini, vestine lunghe infiocchettate, pedalini di lana, che aspettavano ancora di essere usati ormai ingialliti e stecchiti nella loro insaldatura, come cadaverini.

             Ormai da dieci anni tra tutte quelle donne del casamento che figliavano a più non posso e Nicola Petix che a più non posso odiava questa loro sporca figliolanza, s’era impegnata come una sfida: quelle a sostenere che la signora Porrella avrebbe questa volta fatto il figlio e lui a dir di no, che neanche questa volta l’avrebbe fatto. E quanto più premurose, con infinite cure e consigli e attenzioni, quelle covavano il ventre della donna che di mese in mese ingrossava; tanto più lui, vedendolo di mese in mese ingrossare, si sentiva crescere l’irritazione, la smania, il furore. Negli ultimi giorni d’ogni gravidanza, alla sua fantasia sovreccitata tutto quel casone si rappresentava come un ventre enorme travagliato disperatamente dalla gestazione dell’uomo che doveva nascere. Non si trattava più per lui del parto imminente della signora Porrella, che doveva dargli una sconfitta; si trattava dell’uomo, dell’uomo che tutte quelle donne volevano che nascesse dal ventre di quella donna; dell’uomo quale può nascere dalla bruta necessità dei due sessi che si sono accoppiati.

             Ebbene, l’uomo volle distruggere Petix quando fu certo che finalmente quella sedicesima gravidanza avrebbe avuto il suo compimento. L’uomo. Non uno dei tanti, ma tutti in quell’uno; per fare in quell’uno la vendetta dei tanti che vedeva lì, piccoli bruti che vivevano per vivere, senza saper di vivere, se non per quel poco che ogni giorno parevano condannati a fare: sempre le stesse cose.

             E avvenne pochi giorni dopo ch’io vidi i due coniugi Porrella per il viale Nomentano, tra il turbine di quelle foglie morte, buttare i piedi allo stesso modo, nello stesso tempo, gravi, compunti, come per un compito assegnato.

             La meta della quotidiana passeggiata era un pietrone oltre la Barriera, dove il viale, svoltando ancora una volta dopo Sant’Agnese e restringendosi un poco, declina verso la vallata dell’Aniene. Ogni giorno, seduti su quel pietrone, si riposavano della lunga e lenta camminata per una mezz’oretta, il signor Porrella guardando il ponte fosco e certamente pensando che di là erano passati gli antichi romani; la signora Porrella seguendo con gli occhi qualche vecchia cercatrice d’insalata tra l’erba del declivio lungo il corso del fiume, che appare lì sotto per un breve tratto dopo il ponte; o guardandosi le mani e rigirandosi pian piano gli anelli attorno alle tozze dita.

             Anche quel giorno vollero arrivare alla meta, non ostante che il fiume per le abbondanti piogge recenti fosse in piena e straripato minacciosamente sul declivio, quasi fin sotto a quel loro pietrone; e non ostante che, seduto su questo, come se stesse ad aspettarli, scorgessero da lontano il loro coinquilino Nicola Petix: tutto aggruppato e raccolto in sé come un grosso gufo.

             Si fermarono, scorgendolo, contrariati e perplessi per un istante, se andare a sedere altrove o tornare indietro. Ma quello stesso avvertimento di contrarietà e di diffidenza li spinse appunto ad accostarsi, perché sembrò loro irragionevole ammettere che la presenza invisa di quell’uomo e anche l’intenzione che pareva in lui evidente d’esser venuto lì per essi potessero rappresentare qualcosa di così grave, da rinunziare a quella sosta consueta, di cui la pregnante specialmente aveva bisogno.

             Petix non disse nulla; e tutto si svolse in un attimo, quasi quietamente. Come la donna s’accostò al pietrone per mettervisi a sedere egli la afferrò per un braccio e la trasse con uno strappo fino all’orlo delle acque straripate; là le diede uno spintone e la mandò ad annegare nel fiume.

La distruzione dell’uomo – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
La distruzione dell’uomo – Audio lettura 2 – Legge Valter Zanardi
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La fortuna di Pirandello nel mondo di lingua tedesca

Di Michael Rössner 

Pirandello fu perciò tra gli autori «riscoperti» dopo la seconda guerra mondiale; esisteva un certo interesse per lui, tanto nell’am­biente teatrale che tra gli  editori. Centro di questo interesse fu la città universitaria di Heidelberg, dove si pubblicarono vari volumi di novelle pirandelliane, che, tradotte magistralmente da Hans Hinterhäuser, fecero conoscere per la prima volta anche Pirandello narratore.

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Pirandello in lingua tedesca
Luigi Pirandello, primo seduto a sinistra, a Bonn

La fortuna di Pirandello
nel mondo di lingua tedesca

Dalla rivista «Problemi», diretta da Giuseppe Petronio, 7 dicembre 1986, G.B. Palumbo & C. Editore

Da Ludwig-Maximilians-Universität München (LMU)

Per il pubblico tedesco, Pirandello è un «classico sconosciuto». Il suo nome fa parte del patrimonio intellettuale (come «non­no del teatro moderno »), ma le sue opere non si leggono. E questo per una buona ragione: non sono pubblicate in tedesco, salvo poche eccezioni.

Ciò nonostante, i Sei personaggi sono più presenti del loro autore: quasi la metà di tutte le rappresentazioni tedesche di Pirandello sono state messinscene di quest’opera, e anche il discorso teorico comincia e – troppo spesso – finisce sempre lì.

Perciò vale la pena di esaminare le fasi storiche della «ricezione» di Pirandello nel mondo tedesco, legate in gran parte alla fortuna di quest’opera. [1]

[2]

 [2] p. es. nella recensione del «Neuigkeits-Welt-Blatt», 6-4-1924.

La linea generale di questa versione bistrattata si può riassumere come segue: tagli nelle scene dei Sei personaggi, aggiunte «pseudo-comiche» che si concentrano sugli attori e il Capocomico. In più, il tandem Martin-Beer aveva inventato anche un finale completamente nuovo: giacché il Figlio si rifiuta di partecipare alla messa in scena, gli attori si sostituiscono ai personaggi e improvvisano una fine «smascherante»: l’attore che fa la parte del Figlio e l’attrice che fa quella della Figliastra si confessano il loro amore reciproco, cosa che – stranamente – viene accettata al cento per cento dai Personaggi stessi che commentano: «O Dio! Così siamo veramente!», e può condurre a un happy end mezzo psicanalitico, mezzo umoristico.

Dopo quanto detto sopra, anche se in breve, nessuno si meraviglierà se la critica riflette l’impressione un po’ distorta del Nostro nelle menti dei viennesi. C’è chi parla di una bella buf­fonata, grottesca e divertente, [3] chi di una tragedia sociale che purtroppo viene abbandonata troppo presto dall’autore [4] e così via, e ci si trovano delle ridicole confusioni per ciò che riguarda la persona di Pirandello, che viene presentato tanto come uno pseudonimo quanto come un «altoatesino veramente esistente » [5] o come un medico che per problemi finanziari si è dedicato al teatro. [6]

[3] Ivi.
[4] Recensione nella «Deutschösterreichische Tages-Zeitung», Vienna, 6-4-1924.

Questa è dunque la storia dei poco fortunati inizi viennesi della diffusione dell’opera pirandelliana nel mondo di lingua tedesca. Più conosciuto era a Berlino dove Max Reinhardt presentò il 30 dicembre dello stesso anno (1924) la sua messa in scena dei Sei personaggi. Ho cercato di mostrare le linee generali di questa re­cita (sulla base dei copioni di regia creduti perduti e ritrovati da me nell’archivio della Biblioteca Nazionale di Vienna) in un mio saggio che si pubblicherà fra breve. [7]

[7] Michael Rossner, La fortuna di Pirandello in Germania e le messinscene di Max Reinhardt, che apparirà nel volume dedicato a Pirandello dei «Quaderni del Teatro», a c. di Roberto Tessari. Preparo un altro saggio, più esteso, con alcuni brani del testo di Reinhardt e del testo di Martin-Beer, per  «Teatro  Archivio».

Si possono riassumere come segue: Reinhardt, che si trovava allora a vivere una collaborazione intensa e fruttifera con Hugo von Hofmannsthal (che si traduceva anche nel comune progetto del Festival di Salisburgo, Festival che voleva rinnovare il teatro nello spirito cattolico-barocco bavarese e austriaco), era immerso nel mondo dell’allegoria barocca del teatro di Calderón de la Barca e vedeva apparentemente nella commedia di Pirandello un’opera simile al tema barocco del « disin­ganno ».

La struttura di base del Gran teatro del mundo di Calderón è il parallelismo allegorico tra scena e mondo, uomini e ruoli passeggeri, e infine tra «autor» (che nel « Siglo de Oro » spagnolo era più il Capocomico e il regista che l’autore stesso) e Dio. Nonostante tutte le facoltà demiurgiche che pare avere anche l’autore pirandelliano giacché i suoi personaggi, una volta creati, possono vivere anche al di fuori della sua fantasia, lo schema barocco mi pare tutt’altra cosa che il miscuglio tra Arte e Realtà dei Sei personaggi; ma Reinhardt vedeva ovviamente nella commedia di Pirandello (che sicuramente conosceva soltanto nella traduzione poco fedele menzionata all’inizio) una parabola moderna dal contenuto simile a quello barocco: anche in un mondo, in cui il sistema referenziale fisso dell’allegoria cristiana del barocco non è più valido, il miscuglio tra Arte e Realtà può ancora mettere in questione la pretesa di validità assoluta del mondo immanente.

Questa era la linea generale del rifacimento di Reinhardt. An­che lui faceva molte aggiunte nelle scene tra attori e Capocomico, ma non correva mai il rischio di far apparire il pezzo come pura buffonata. Al contrario, il personaggio del Capocomico riveste cosi un ruolo molto più importante che in Pirandello, e si trasforma in un vero e proprio «ponte» tra il mondo tragico dei personaggi e quello buffo degli attori.

Per l’allegorizzazione invece, Reinhardt si serviva della polise­mia della parola «Creatore» che usava sia per designare l’autore che – nel senso più frequente – Dio. Cito brevemente un passo­ chiave, nel quale si può vedere chiaramente il sistema di interpre­tazione calderoniano suggerito dall’autore-regista Reinhardt (il brano è scritto interamente da lui, come del resto circa i tre quinti del testo recitato a Berlino):

CAPOCOMICO . … Alla fine vogliamo pur avere una spiegazione. A questo non vi potrete sottrarre, amico mio. Vogliamo prendere posizione e riconoscere di chi è la colpa.

PADRE (con un’alzata di spalle). Siamo tutti colpevoli, proprio tutti. Abbiamo fatto male al nostro prossimo. (Con  passione). Ma proprio Egli ci ha creato cosi! Il nostro Creatore ha formato cosi i nostri caratteri. Non abbiamo potuto comportarci in maniera diversa. Alla fine ogni creatura è innocente.

CAPOCOMICO (difensivo). Ma il vostro Creatore non ha finito il vostro dramma. Lasciando cosi un certo margine al vostro libero arbitrio e… (picchia sul tavolo, a mo’ d’ammonimento ) qui comincia la vostra responsabilità, mio caro! [8]

[8] Testo dattiloscritto del copione di Reinhardt del 1924, Biblioteca Nazionale di Vienna, non catalogato, 75. In seguito cito soltanto la pagina tra parentesi.

Naturalmente, questa discussione sulla colpa, unita al paragone Autore-Creatore-Dio offre spunti sufficienti per associazioni con i drammi sul «Teatro del  Mondo»  di Calderón e Hofmannsthal, nei quali alla fine c’è un giudizio finale. Inoltre proprio per ciò che riguarda la discussione sulla Determinazione e il Libero Arbitrio ricorderei anche un secondo famoso dramma di Calderón: La vida es sueño (La vita è sogno), il quale, come ben si sa, si accentra sulla confusione tra Apparenza e Realtà, anche se in un senso completamente differente che in Pirandello. Nel dramma calderoniano, gli esseri umani di tanto in tanto non riescono a distinguere tra apparenza e realtà, cosa che non si avvera se la si guarda dal punto di vista superiore di un Dio onnipresente. Proprio perché in Pirandello questa presenza centrale non esiste più, la problema­tica Apparenza/Realtà è risolta non più con la ricerca dell’assoluto ma col fatto che viene accettata la relatività di ogni possibile realtà, o, in caso estremo, col ritirarsi su una posizione di totale passività ed evasione che equivarrebbe alla «filosofia del lontano».  Ma potrebbe essere proprio questa perdita di Dio, annunciata da Nietzsche, che Reinhardt  cercherebbe di illustrare nella sua interpretazione, paragonando l’autore, che oramai si nega, con Dio. In effetti, quest’interpretazione fu suggerita diverse volte dalle recensioni sul­la messinscena reinhardtiana. [9]

PADRE. …ma che fa? Lei sta giocando con noi. (…) Lei offende l’Uomo che ci ha creato a sua immagine. (…) Non ci permette neanche di fare la nostra via crucis fino alla fine, cosi come ci è stata tracciata dal nostro Creatore.

CAPOCOMICO. Ma che diavolo, sogno o son desto? Siete stati dunque completamente abbandonati dal vostro Creatore? (Espressione idioma­tico tedesca per «Ma siete pazzi?»). (pp.  85-86)

In questo brano, nel concetto di «Creatore» viene ancora una volta brevemente attualizzato il significato umano e divino. Ciò diventa ancora più evidente quando lo si accosta a un passaggio reinhardtiano del Discorso sull’attore in cui una riflessione analoga porta il regista a presentare il teatro come la più nobile delle arti:

Se siamo veramente stati creati a immagine di Dio, allora  dobbiamo avere in noi qualcosa dell’impulso creativo divino. Per questo  ricreia­mo ancora una volta il mondo intero nell’arte, e nell’ultimo giorno della creazione, come coronamento della stessa, creiamo l’uomo a nostra immagine (Corsivo nell’originale). [10]

[11] viene tra­ sformato in una banale armonia barocca dell’apparenza e dell’essere, e privato del suo potenziale conflittuale.

[11] Thomas, op. cit., p. 97.

Al pubblico di lingua tedesca venne dunque presentata nient’altro che la parabola teatrale di eredità barocca concepita da Reinhardt (e in parte persino dal traduttore) e stimolata da Pirandello, un misto per così dire fra Pirandello e Calderón. E non stupisce il fatto che il pubblico abituato a questo tipo di rappresentazione sia rimasto deluso dal­l’interpretazione di Pirandello stesso, quando la sua compagnia presentò in varie città durante la tournée tedesca del Teatro d’Arte i Sei personaggi, tanto che il noto critico Julius Meier-Graefe nella sua Corrispondenza da Berlino sulla «Frankfurter Zeitung» del 14-10-1925 negò recisamente agli italiani il diritto di interpretare Pirandello:

Il pezzo (…) rappresenta la tipica Europa moderna e può essere solo rappresentato con i nostri mezzi. E proprio questo il popolino teatrale appena diventato sedentario della terra di Dante non immagina. Non ancora!

Nonostante questa prima accoglienza negativa, Pirandello amava tanto l’ambiente tedesco che, dopo il fallimento del suo Teatro d’Arte, passò alcuni anni a Berlino, e alcune tra le sue commedie furono addirittura rappresentate in prima assoluta in  Germania: come Questa sera si recita a soggetto nel 1930 a Königsberg. Pur­troppo, la messa in scena berlinese dello stesso anno finì con uno scandalo che fece cessare di colpo la «moda Pirandello». Quando tre anni dopo Hitler arrivò al potere, l’opera di Pirandello, nonostante la sua tessera fascista, si fece sempre più rara sulle scene tedesche. La prima assoluta della Favola del figlio cambiato, prevista per il 1934 a Braunschweig, fu addirittura proibita dal regime nazista perché la commedia era considerata un’«offesa alla razza germanica». Dopo questa data ci fu soltanto una nuova commedia presentata in Germania: Trovarsi, a Francoforte nel 1937. Gran parte delle traduzioni non erano più «utilizzabili» (perché fatte da ebrei), e l’iniziativa tardiva di un editore berlinese che pubblicò nel 1942, in piena guerra, alcune nuove traduzioni non ebbe più grande effetto.

Pirandello fu perciò tra gli autori «riscoperti» dopo la seconda guerra mondiale; esisteva un certo interesse per lui, tanto nell’am­biente teatrale che tra gli  editori. Centro di questo interesse fu la città universitaria di Heidelberg, dove si pubblicarono vari volumi di novelle pirandelliane, che, tradotte magistralmente da Hans Hinterhäuser, fecero conoscere per la prima volta anche Pirandello narratore. Nella critica, la nuova immagine di Pirandello – a Heidelberg, città di Karl Jaspers – era «pre-esistenzialista». Il più bel frutto di questa attività critica è il saggio ancora valido di Franz Rauhut: Der junge Pirandello (Il giovane Pirandello, Monaco di Baviera, 1964), la prima grande monografia in lingua tedesca che ci presenta il «giovane» Pirandello (cioè fino a quarant’anni) come uno spirito tormentato da idee esistenzialiste, molto prima della moda esistenzialista del dopoguerra.

Da questo momento in poi, Pirandello comincia ad essere conosciuto anche come narratore; ai volumi di novelle tradotte da Hinterhäuser si aggiungono altre tradotte da Lisa Rüdiger e Percy Eckstein, e anche i due romanzi Il fu Mattia Pascal e Uno, nessuno e centomila, tradotti da Piero Rismondo. Ciò rappresenta però soltanto una piccola parte della produzione del narratore Pirandello (circa 60 delle circa 250 novelle, 2 dei 7 romanzi), e inoltre le traduzioni sono state in gran parte pubblicate in un numero ridotto di tirature, cosi che normalmente questi libri non si trovano.

Neanche a Pirandello drammaturgo è toccata una sorte migliore. Le sue commedie sono state rappresentate frequentemente negli an­ni Sessanta ma non si trovano che nove (su più di quaranta) commedie in un’edizione di Teatro destinata al pubblico lettore. Dopo pochi anni, anche quest’edizione di nove commedie era esaurita, e oggi il lettore tedesco non può leggere altro che i Sei personaggi, che sono d’altronde di gran lunga l’opera più recitata di Pirandello con più di 50 messinscena dal 1945 in poi. Questa commedia, con il cui rifacimento problematico era cominciata la carriera di Pirandello nel mondo di lingua tedesca, è diventata un testo « classico ». Ma c’è da domandarsi se nel mondo di lingua tedesca l’abbiamo veramente capito fino ad oggi, influenzati come siamo dalla versione che ce ne mostrò Reinhardt. E tutto il resto dell’opera lo conoscono soltanto gli specialisti, quelli che leggono l’italiano. Come potrebbe spiegarsi altrimenti, che un critico molto noto nel 1982 non riconobbe Questa sera si recita a soggetto quando fu presentata a Francoforte con il titolo Don Carlos e senza menzionare il vero autore?

Bisogna confessare che non siamo molto più avanti nella conoscenza di Pirandello di quanto non lo fossimo nella Vienna del 1924. La fortuna di Pirandello nel mondo di lingua tedesca è ancora da fare. Quest’anno del cinquantenario della sua morte, gli si è dedicata una serie di incontri (Heidelberg, Vienna, Bonn ); dal 1985 si sta pubblicando una nuova edizione delle sue opere, che finora ha presentato due romanzi praticamente sconosciuti ( L’esclusa, Serafino Gubbio) e il saggio sull’umorismo, mai tradotto prima. Speriamo che cominci cosl una nuova fase della sua fortuna nel mondo germanico.

Michael Rössner
1986

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Una sfida – Audio lettura 4

Legge Giuseppe Tizza
«Forse, a osservar bene addentro, si potrebbe scoprire in quel suo sorriso che lui chiuderebbe un occhio, anche se indovinasse che l’intenzione dell’ammalato è proprio quella d’andarsi a buttare dalla finestra.»

Prime pubblicazioni: Corriere della Sera, 1 gennaio 1936, poi in Una giornata, Mondadori, Milano 1937.

Una sfida
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Una sfida

Legge Giuseppe Tizza

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             Forse Jacob Shwarb non pensava nulla di male. Solo, forse, di far saltare tutto il mondo con la dinamite. Ma sarebbe stato male, certo, far saltare uno solo. Tutto il mondo, con la dinamite, non voleva dire proprio nulla. A ogni buon fine, credeva gli convenisse tener la fronte nascosta sotto un gran ciuffo arruffato di capelli rossastri.

             Gran ciuffo. Mani affondate nelle tasche dei calzoni. Operajo disoccupato.

             Si ribellò quando, ammesso all’Israel Zion Hospital di Brooklyn per una grave malattia di fegato, fu tosato. Senza più i capelli, ebbe la sensazione che gli fosse quasi svanita la testa. Se la cercò con le mani. Non gli parve più la sua e s’infuriò.

             Voleva sapere se, con questa soperchieria che gli avevano fatta, lo volevano considerare più come ergastolano che come ammalato.

             Motivo d’igiene?

             Se n’infischiava lui dell’igiene.

             Oh guarda un po’!

             Meno male che, in mancanza dei capelli, gli restavano ancora le grosse sopracciglia spioventi, sempre aggrottate, per covare negli occhi torbidi il rancore contro tutti e contro la vita stessa.

             Per tutto il tempo che rimase all’ospedale, Jacob Shwarb non poté dire di che colore propriamente fosse, se più giallo o più verde, a causa di quella malattia di fegato che gli diede tormenti senza fine e un umore che si può bene immaginare.

             Coliche terribili.

             D’estate, due mesi, in una corsia dove di giorno e di notte tutti gli ammalati si lamentavano e chi non si lamentava più segno ch’era morto; smanie; sbuffi; coperte che facevano il pallone ora su un letto ora su un altro o, in un moto d’esasperazione, erano buttate all’aria, e subito allora un accorrere precipitoso d’infermieri o di sorveglianti notturni.

             Jacob Shwarb li conosceva tutti a uno a uno quei sorveglianti notturni e per ciascuno aveva un’antipatia particolare. Particolarissima, quella per un certo Jo Kurtz che talvolta, per la stizza che gli suscitava, lo faceva perfino ridere; s’intende di quel riso che fanno i cani quando vogliono mordere.

             Infatti questo Jo Kurtz aveva un modo tutto suo speciale d’esser dispettoso. Non parlava mai, se non proprio forzato; non faceva nulla; sorrideva soltanto d’un frigido sorriso che, non contento di stirargli la bocca dalle labbra bianche e sottili gli s’appunti va anche negli occhi pallidi bigi; e sempre teneva la testa piegata su una spalla, una testa d’avorio senza un pelo; e sempre come appese al petto, sul lungo camice bianco, le grosse mani slavate.

             Forse non capiva quanta e quale incompatibilità ci fosse tra questo suo perpetuo sorriso e i lamenti continui dei poveri ammalati, perché veramente non si poteva ammettere che, capendolo, potesse seguitare a sorridere così. Tranne che, all’insaputa degli ammalati, tutti quei loro lamenti non avessero ai suoi orecchi un che di comico e piacevole, fatti com’erano in varii toni, con diversa intensità, alcuni per abitudine, altri per un modo di darsi sfogo o conforto, e tutti insomma tali da comporre per lui una curiosa e divertente sinfonia.

             Costretto a vegliar tutta la notte, ognuno s’ajuta contro il sonno come può.

             Ma poi anche Jo Kurtz aveva forse da sorridere così ai suoi pensieri. Poteva anche essere innamorato, sebbene in tarda età. E forse da tutti quei lamenti s’astraeva in un beato silenzio ch’era soltanto della sua anima bennata.

             Ora, una notte che la corsia era insolitamente calma e lui solo, Jacob Shwarb, soffriva da non trovar più requie un momento in quel letto che da due mesi sapeva tutti i suoi tormenti, era appunto di guardia questo sorvegliante Jo Kurtz.

             Spente tutte le lampade, tranne quella per il sorvegliante, riparata da una ventola di mantino verde sul tavolino della parete di fondo, un gran chiaro di luna entra da tutti i finestroni della corsia e segnatamente da quello più grande, aperto, nel mezzo della parete dirimpetto.

             Comprimendo quanto più può gli spasimi Jacob Shwarb osserva dal suo letto Jo Kurtz seduto davanti al tavolino con la faccia d’avorio illuminata dalla lampada e, per quanto abbia in odio l’umanità, si domanda come si possa sorridere a quel modo, come si possa restare così indifferente, stando di guardia a una corsia d’ospedale dove un ammalato si dibatta come si dibatte lui; in un orgasmo crescente di punto in punto fin quasi a farlo diventar pazzo, pazzo, pazzo. E all’improvviso, chi sa come, gli salta in mente un idea: quella di vedere se Jo Kurtz rimarrà così, se ora lui lascia il letto e va a buttarsi da quel finestrone aperto in fondo alla corsia.

             Non vede ancor chiaro da che sorga propriamente in lui così d’improvviso questa idea: se più dall’esasperazione ormai incontenibile della sua sofferenza, che gli appare ferocemente ingiusta in quella notte di calma di tutta la corsia, o più dal dispetto che gli fa Jo Kurtz.

             Fino al momento di lasciare il letto non sa ancor bene se la sua vera intenzione sia quella d’andarsi a buttare dalla finestra o non piuttosto di mettere a prova quell’indifferenza di Jo Kurtz, di sfidare quella sorridente placidità per il disperato bisogno d’offrirsi uno sfogo con lui: con lui che certamente ha l’obbligo d’accorrere a trattenerlo, vedendogli lasciare il letto senza prima averne ottenuto il permesso.

             Il fatto si è che Jacob Shwarb butta all’aria le coperte e springa ritto in piedi, proprio in atto di sfida, sotto gli occhi di Jo Kurtz. Ma Jo Kurtz non solo non si muove dal tavolino, ma non si scompone nemmeno.

             D’agosto, fa un gran caldo. Può credere che l’ammalato voglia andare a prendere un po’ d’aria alla finestra.

             Tutti sanno che lui, Jo Kurtz, è di manica larga e indulgente verso gli ammalati che trasgrediscono a certe inutili prescrizioni dei medici.

             Forse, a osservar bene addentro, si potrebbe scoprire in quel suo sorriso che lui chiuderebbe un occhio, anche se indovinasse che l’intenzione dell’ammalato è proprio quella d’andarsi a buttare dalla finestra.

             Ha forse il diritto d’impedirglielo, lui Jo Kurtz, se poverino quell’ammalato soffre da non poterne più? Lui ne ha, se mai, solo il dovere, perché quell’ammalato è sotto la sua sorveglianza. Ma potendo seguitare a supporre che l’ammalato abbia lasciato il letto solo per un momentaneo refrigerio, ecco che la sua coscienza è a posto, può render ragione di non essersi mosso; e l’ammalato poi faccia quello che vuole: se vuol togliersi la vita, se la tolga pure; è affar suo.

             Intanto Jacob Shwarb s’aspetta d’esser trattenuto, prima d’arrivare al finestrone in fondo alla corsia; è già quasi per arrivarci, e si volta fremente di rabbia a guardare Jo Kurtz: lo vede ancor là, seduto impassibile al suo tavolino, e tutt’a un tratto si sente come disarmato: non sa più né andare avanti né tornare indietro.

             Jo Kurtz seguita a sorridergli, non per fargli dispetto, ma per fargli comprendere che capisce benissimo che un ammalato può aver tante necessità di lasciare momentaneamente il letto: basta che ne domandi, anche con un piccolo segno, il permesso. Ora può senz’altro interpretare che con quel suo fermarsi a guardarlo l’ammalato gliel’abbia chiesto; china più volte la testa per dirgli che sta bene e gli fa cenno con la mano che vada pure, vada pure.

             È per Jacob Shwarb, il colmo del dileggio, la risposta più insolente alla sua sfida. Ruggendo, leva i pugni, digrigna i denti, corre verso il finestrone e si precipita giù.

             Non muore. Si spezza le gambe; si spezza un braccio e due costole; si ferisce anche gravemente alla testa. Ma, raccolto e curato, guarisce di tutte le sue ferite non solo, ma per uno di quei miracoli che sogliono operare certi violenti insulti nervosi guarisce anche della malattia di fegato. Dovrebbe ringraziare Iddio, se anche a costo di tutte quelle ferite è scampato, fuggendo così precipitosamente per la finestra, alla morte che gli era forse riserbata, se fosse rimasto ad aspettarla fra i tormenti all’ospedale. Nossignori. Appena guarito, consulta un avvocato e cita l’Israel Zion Hospital a pagargli venti mila dollari di danni per le ferite riportate nella caduta. Non ha altro mezzo di vendicarsi di Jo Kurtz. L’avvocato gli assicura che l’ospedale pagherà e che Jo Kurtz sarà certamente licenziato. Difatti, se gli è avvenuto di buttarsi dalla finestra, la colpa è della negligenza e della mancata sorveglianza dell’ospedale.

             Il giudice gli domanda: – Ma t’ha forse preso qualcuno e costretto a buttarti dalla finestra? Il tuo atto fu volontario. – Jacob Shwarb guarda l’avvocato, e poi risponde al giudice:

             –    Nossignore. Io ero sicuro che me l’avrebbero impedito.

             –    Il sorvegliante?

             –    Sissignore. Era suo obbligo. Invece, non si mosse. Aspettai che si movesse. Gli diedi tutto il tempo; tant’è vero che, prima di buttarmi, mi voltai a guardarlo.

             –    E lui che fece?

             –    Lui? Niente. Come fa sempre, mi sorrise e, con la mano, mi fece: «vai pure, vai pure».

             Difatti Jo Kurtz, anche lì davanti al giudice, sorride. Il giudice se n’indigna e gli domanda se è vero ciò che dice Jacob Shwarb.

             – Sì, Vostro Onore, – gli risponde Jo Kurtz, – ma perché credetti che volesse prendere un po’ d’aria.

             Il giudice batte un pugno sulla tavola.

             – Ah, voi credeste questo?

             E condanna l’Israel Zion Hospital a pagare a Jacob Shwarb venti mila dollari di danni.

Una sfida – Audio lettura 1 – Legge Lorenzo Pieri
Una sfida – Audio lettura 2 – Legge Gaetano Marino
Una sfida – Audio lettura 3 – Legge Valter Zanardi
Una sfida – Audio lettura 4 – Legge Giuseppe Tizza

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La casa dell’agonia – Audio lettura 4

Legge Giuseppe Tizza
«Sul rettangolo d’azzurro della finestra spiccava un vaso di geranii rossi. L’azzurro, dapprima vivo e ardente, s’era a poco a poco soffuso di viola, come d’un fiato d’ombra appena che vi avesse soffiato da lontano la sera che ancora tardava a venire.»

Prime pubblicazioni: Corriere della Sera, 6 novembre 1935, poi in Una giornata, Mondadori, Milano 1937.

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La casa dell’agonia

Legge Giuseppe Tizza

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             Il visitatore, entrando, aveva detto certamente il suo nome; ma la vecchia negra sbilenca venuta ad aprir la porta come una scimmia col grembiule, o non aveva inteso o l’aveva dimenticato; sicché da tre quarti d’ora per tutta quella casa silenziosa lui era, senza più nome, «un signore che aspetta di là».

             Di là, voleva dire nel salotto.

             In casa, oltre quella negra che doveva essersi rintanata in cucina, non c’era nessuno; e il silenzio era tanto, che un tic-tac lento d’antica pendola, forse nella sala da pranzo, s’udiva spiccato in tutte le altre stanze, come il battito del cuore della casa; e pareva che i mobili di ciascuna stanza, anche delle più remote, consunti ma ben curati, tutti un po’ ridicoli perché d’una foggia ormai passata di moda, stessero ad ascoltarlo, rassicurati che nulla in quella casa sarebbe mai avvenuto e che essi perciò sarebbero rimasti sempre così, inutili, ad ammirarsi o a commiserarsi tra loro, o meglio anche a sonnecchiare.

             Hanno una loro anima anche i mobili, specialmente i vecchi, che vien loro dai ricordi della casa dove sono stati per tanto tempo. Basta, per accorgersene, che un mobile nuovo sia introdotto tra essi.

             Un mobile nuovo è ancora senz’anima, ma già, per il solo fatto ch’è stato scelto e comperato, con un desiderio ansioso d’averla.

             Ebbene, osservare come subito i mobili vecchi lo guardano male: lo considerano quale un intruso pretenzioso che ancora non sa nulla e non può dir nulla; e chi sa che illusioni intanto si fa. Loro, i mobili vecchi, non se ne fanno più nessuna e sono perciò così tristi: sanno che col tempo i ricordi cominciano a affievolirsi e che con essi anche la loro anima a poco a poco s’affievolirà; per cui restano lì, scoloriti se di stoffa e, se di legno, incupiti, senza dir più nulla nemmeno loro.

             Se mai per disgrazia qualche ricordo persiste e non è piacevole, corrono il rischio d’esser buttati via.

             Quella vecchia poltrona, per esempio, prova un vero struggimento a vedere la polvere che le tarme fanno venir fuori in tanti mucchietti sul piano del tavolinetto che le sta davanti e a cui è molto affezionata. Lei sa d’esser troppo pesante; conosce la debolezza delle sue corte cianche, specialmente delle due di dietro; teme d’esser presa, non sia mai, per la spalliera e trascinata fuor di posto; con quel tavolinetto davanti si sente più sicura, riparata; e non vorrebbe che le tarme, facendogli fare una così cattiva figura con tutti quei buffi mucchietti di polvere sul piano, lo facessero anche prendere e buttare in soffitta.

             Tutte queste osservazioni e considerazioni erano fatte dall’anonimo visitatore dimenticato nel salotto.

             Quasi assorbito dal silenzio della casa, costui, come vi aveva già perduto il nome, così pareva vi avesse anche perduto la persona e fosse diventato anche lui uno di quei mobili in cui s’era tanto immedesimato, intento ad ascoltare il tic-tac lento della pendola che arrivava spiccato fin lì nel salotto attraverso l’uscio rimasto semichiuso.

             Esiguo di corpo, spariva nella grande poltrona cupa di velluto viola sulla quale s’era messo a sedere. Spariva anche nell’abito che indossava. I braccìni, le gambine si doveva quasi cercarglieli nelle maniche e nei calzoni. Era soltanto una testa calva, con due occhi aguzzi e due baffetti di topo.

             Certo il padrone di casa non aveva più pensato all’invito che gli aveva fatto di venirlo a trovare; e già più volte l’ometto si era domandato se aveva ancora il diritto di star lì ad aspettarlo, trascorsa oltre ogni termine di comporto l’ora fissata nell’invito.

             Ma lui non aspettava più adesso il padrone di casa. Se anzi questo fosse finalmente sopravvenuto, lui ne avrebbe provato dispiacere.

             Lì confuso con la poltrona su cui sedeva, con una fissità spasimosa negli occhietti aguzzi e un’angoscia di punto in punto crescente che gli toglieva il respiro, lui aspettava un’altra cosa, terribile: un grido dalla strada: un grido che gli annunziasse la morte di qualcuno; la morte d’un viandante qualunque che al momento giusto, tra i tanti che andavano giù per la strada, uomini, donne, giovani, vecchi, ragazzi, di cui gli arrivava fin lassù confuso il brusio, si trovasse a passare sotto la finestra di quel salotto al quinto piano.

             E tutto questo, perché un grosso gatto bigio era entrato, senza nemmeno accorgersi di lui, nel salotto per l’uscio semichiuso, e d’un balzo era montato sul davanzale della finestra aperta.

             Tra tutti gli animali il gatto è quello che fa meno rumore. Non poteva mancare in una casa piena di tanto silenzio.

             Sul rettangolo d’azzurro della finestra spiccava un vaso di geranii rossi. L’azzurro, dapprima vivo e ardente, s’era a poco a poco soffuso di viola, come d’un fiato d’ombra appena che vi avesse soffiato da lontano la sera che ancora tardava a venire.

             Le rondini, che vi volteggiavano a stormi, come impazzite da quell’ultima luce del giorno, lanciavano di tratto in tratto acutissimi stridi e s’assaettavano contro la finestra come volessero irrompere nel salotto, ma subito, arrivate al davanzale, sguizzavano via. Non tutte. Ora una, poi un’altra, ogni volta, si cacciavano sotto il davanzale, non si capiva come, né perché.

             Incuriosito, prima che quel gatto fosse entrato, lui s’era appressato alla finestra, aveva scostato un po’ il vaso di geranii e s’era sporto a guardare per darsi una spiegazione: aveva scoperto così che una coppia di rondini aveva fatto il nido proprio sotto il davanzale di quella finestra.

             Ora la cosa terribile era questa: che nessuno dei tanti che continuamente passavano per via, assorti nelle loro cure e nelle loro faccende, poteva andare a pensare a un nido appeso sotto il davanzale d’una finestra al quinto piano d’una delle tante case della via, e a un vaso di geranii esposto su quel davanzale, e a un gatto che dava la caccia alle due rondini di quel nido. E tanto meno poteva pensare alla gente che passava per via sotto la finestra il gatto che ora, tutto aggruppato dietro quel vaso di cui s’era fatto riparo, moveva appena la testa per seguire con gli occhi vani nel cielo il volo di quegli stormi di rondini che strillavano ebbre d’aria e di luce passando davanti la finestra, e ogni volta, al passaggio d’ogni stormo, agitava appena la punta della coda penzoloni, pronto a ghermire con le zampe unghiute la prima delle due rondini che avrebbe fatto per cacciarsi nel nido.

             Lo sapeva lui, lui solo, che quel vaso di geranii, a un urto del gatto, sarebbe precipitato giù dalla finestra sulla testa di qualcuno; già il vaso s’era spostato due volte per le mosse impazienti del gatto; era ormai quasi sull’orlo del davanzale; e lui non fiatava già più dall’angoscia e aveva tutto il cranio imperlato di grosse gocce di sudore. Gli era talmente insopportabile lo spasimo di quell’attesa, che gli era perfino passato per la mente il pensiero diabolico d’andar cheto e chinato, con un dito teso, alla finestra, a dar lui l’ultima spinta a quel vaso, senza più stare ad aspettare che lo facesse il gatto. Tanto, a un altro minimo urto, la cosa sarebbe certamente accaduta.

             Non ci poteva far nulla.

             Com’era stato ridotto da quel silenzio in quella casa, lui non era più nessuno. Lui era quel silenzio stesso, misurato dal tic-tac lento della pendola. Lui era quei mobili, testimonii muti e impassibili quassù della sciagura che sarebbe accaduta giù nella strada e che loro non avrebbero saputa. La sapeva lui, soltanto per combinazione. Non avrebbe più dovuto esser lì già da un pezzo. Poteva far conto che nel salotto non ci fosse più nessuno, e che fosse già vuota la poltrona su cui era come legato dal fascino di quella fatalità che pendeva sul capo d’un ignoto, lì sospesa sul davanzale di quella finestra.

             Era inutile che lui toccasse a quella fatalità la naturale combinazione di quel gatto, di quel vaso di geranii e di quel nido di rondini.

             Quel vaso era lì proprio per stare esposto a quella finestra. Se lui l’avesse levato per impedir la disgrazia, l’avrebbe impedita oggi; domani la vecchia serva negra avrebbe rimesso il vaso al suo posto, sul davanzale: appunto perché il davanzale, per quel vaso, era il suo posto. E il gatto, cacciato via oggi, sarebbe ritornato domani a dar la caccia alle due rondini.

             Era inevitabile.

             Ecco, il vaso era stato spinto ancora più là; era già quasi un dito fuori dell’orlo del davanzale.

             Lui non potè più reggere; se ne fuggì. Precipitandosi giù per le scale, ebbe in un baleno l’idea che sarebbe arrivato giusto in tempo a ricevere sul capo il vaso di geranii che proprio in quell’attimo cadeva dalla finestra.

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Effetti di un sogno interrotto – Audio lettura 4

Legge Giuseppe Tizza
«Non potei più restare in casa. Non so come feci a vestirmi. Di tanto in tanto, con un raccapriccio che potete bene immaginarvi, mi voltavo a guardar di sfuggita quegli occhi. Li ritrovavo sempre abbassati e intenti alla lettura, come sono nel quadro.»

Prime pubblicazioni: Corriere della Sera, 9 dicembre 1936, poi in Una giornata, Mondadori, Milano 1937.

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Effetti di un sogno interrotto

Legge Giuseppe Tizza

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             Abito una vecchia casa che pare la bottega d’un rigattiere. Una casa che ha preso, chi sa da quanti anni, la polvere.

             La perpetua penombra che la opprime ha il rigido delle chiese e vi stagna il tanfo di vecchio e d’appassito dei decrepiti mobili d’ogni foggia che’ la ingombrano e delle tante stoffe che la parano, preziose sbrindellate e scolorite, stese e appese da per tutto, in forma di coperte, di tende e cortinaggi, lo aggiungo di mio a quel tanfo, quanto più posso, la peste delle mie pipe intartarite, fumando tutto il giorno. Soltanto quando rivengo da fuori, mi rendo conto che a casa mia non si respira. Ma per uno che viva come vivo io… Basta; lasciamo andare.

             La camera da letto ha una specie d’alcova su un ripiano a due scalini; il soffitto in capo; l’architrave sorretto da due tozze colonne in mezzo. Cortinaggi anche qui, per nascondere il letto, scorrevoli su bacchette d’ottone, dietro le colonne. L’altra metà della camera serve da studio. Sotto le colonne è un divanaccio, per dir la verità molto comodo, con tanti cuscini rammucchiati, e, davanti, una tavola massiccia che fa da scrivania; a sinistra, un grande camino che non accendo mai; nella parete di contro, tra due finestrette, un antico scaffale con cadaveri di libri rilegati in cartapecora ingiallita. Sulla mensola di marmo annerito del camino è appeso un quadro secentesco, mezzo affumicato, che rappresenta la Maddalena in penitenza, non so se copia o originale ma, anche se copia, non priva d’un certo pregio. La figura, grande al vero, è sdrajata bocconi in una grotta; un braccio appoggiato sul gomito sorregge la testa; gli occhi abbassati sono intenti a leggere un libro al lume d’una lucerna posata a terra accanto a un teschio. Certo, il volto, il magnifico volume dei fulvi capelli sciolti, una spalla e il seno scoperti, al caldo lume di quella lucerna, sono bellissimi.

             La casa è mia e non è mia. Appartiene con tutto l’arredo a un mio amico che tre anni fa, partendo per l’America, me la lasciò in garanzia d’un grosso debito che ha con me. Quest’amico, s’intende, non s’è fatto più vivo, né, per quante domande e ricerche io abbia fatte, son riuscito ad averne notizie. Certo però non posso ancora disporre, per riavere il mio, né della casa né di quanto vi sta dentro.

             Ora, un antiquario di mia conoscenza fa all’amore con quella Maddalena in penitenza e l’altro giorno mi condusse in casa un signore forestiere per fargliela vedere.

             Il signore, sulla quarantina, alto, magro, calvo, era parato di strettissimo lutto, come usa ancora in provincia. Di lutto, pure la camicia. Ma aveva anche impressa sul volto scavato la sventura da cui è stato di recente colpito. Alla vista del quadro si contraffece tutto e subito si coprì gli occhi con le mani, mentre l’antiquario gli domandava con strana soddisfazione:

             – Non è vero? Non è vero?

             Quello, più volte, col viso ancora tra le mani, gli fece segno di sì. Sul cranio calvo le vene gonfie pareva gli volessero scoppiare. Si cavò di tasca un fazzoletto listato di nero e se lo portò agli occhi per frenare le lagrime irrompenti. Lo vidi a lungo sussultar nello stomaco, con un fiottio fitto fitto nel naso.

             Tutto – meridionalmente – molto esagerato.

             Ma fors’anche sincero.

             L’antiquario mi volle spiegare che conosceva fin da bambino la moglie di quel signore, ch’era del suo stesso paese: – Le posso assicurare ch’era precisa l’immagine di questa Maddalena. Me ne son ricordato jeri, quando il mio amico venne a dirmi che gli era morta, così giovane, appena un mese fa. Lei sa che son venuto da poco a vedere questo quadro.

             –    Già, ma io…

             –    Sì, mi disse allora che non poteva venderlo.

             –    E neanche adesso.

             Mi sentii afferrare per il braccio da quel signore, che quasi mi si buttò a piangere sul petto, scongiurandomi che glielo cedessi, a qualunque prezzo: era lei, sua moglie, lei tal’e quale, lei così – tutta – come lui soltanto, lui, lui marito, poteva averla veduta nell’intimità (e, così dicendo, alludeva chiaramente alla nudità del seno), non poteva più perciò lasciarmela lì sotto gli occhi, dovevo capirlo, ora che sapevo questo.

             Lo guardavo, stordito e costernato, come si guarda un pazzo, non parendomi possibile che dicesse una tal cosa sul serio, che potesse cioè sul serio immaginarsi che quello che per me non era altro che un quadro su cui non avevo mai fatto alcun pensiero potesse ora diventare anche per me il ritratto di sua moglie così col petto tutto scoperto, come lui solo poteva averla veduta nell’intimità e dunque in uno stato da non poter più lasciarla sotto gli occhi a un estraneo. La stranezza di una tale pretesa mi promosse uno scatto di riso involontario.

             – Ma no, veda, caro signore: io, sua moglie, non l’ho conosciuta; non posso dunque attaccare a questo quadro il pensiero che lei sospetta. Io vedo là un quadro con un’immagine che… sì, mostra…

             Non l’avessi mai detto! Mi si parò davanti, quasi per saltarmi addosso, gridando:

             – Le proibisco di guardarla ora, così, in mia presenza!

             Per fortuna s’intromise l’antiquario, pregandomi di scusare, di compatire quel povero forsennato, ch’era stato sempre fin quasi alla follia geloso della moglie, amata fino all’ultimo d’un amore quasi morboso. Poi si rivolse a lui e lo scongiurò di calmarsi; ch’era stupido parlarmi così, farmi un obbligo di cedergli il quadro in considerazione di cose tanto intime. Osava anche proibirmi di guardarlo? Era impazzito? E se lo trascinò via, di nuovo chiedendomi scusa della scenata a cui non s’aspettava di dovermi fare assistere.

             Io  ne rimasi talmente impressionato che la notte me lo sognai.

             Il sogno, a dir più precisamente, dovette avvenire nelle prime ore del mattino e proprio nel momento che un improvviso fracasso davanti all’uscio della camera, d’una zuffa di gatti che m’entrano in casa non so di dove, forse attratti dai tanti topi che l’hanno invasa, mi svegliò di soprassalto.

             Effetto del sogno così di colpo interrotto fu che i fantasmi di esso, voglio dire quel signore a lutto e l’immagine della Maddalena diventata sua moglie, forse non ebbero il tempo di rientrare in me e rimasero fuori, nell’altra parte della camera oltre le colonne, dov’io nel sogno li vedevo; dimodoché, quando al fracasso springai dal letto e con una strappata scostai il cortinaggio, potei intravedere confusamente un viluppo di carni e panni rossi e turchini avventarsi alla mensola del camino per ricomporsi nel quadro in un baleno; e sul divano, tra tutti quei cuscini scomposti, lui, quel signore, nell’atto che, da disteso, si levava per mettersi seduto, non più vestito di nero ma in pigiama di seta celeste a righine bianche e blu, che alla luce man mano crescente delle due finestrette s’andava dissolvendo nella forma e nei colori di quei cuscini e svaniva.

             Non voglio spiegare ciò che non si spiega. Nessuno è mai riuscito a penetrare il mistero dei sogni. Il fatto è che, alzando gli occhi, turbatissimo, a riguardare il quadro sulla mensola del camino, io vidi, chiarissimamente vidi per un attimo gli occhi della Maddalena farsi vivi, sollevar le palpebre dalla lettura e gettarmi uno sguardo vivo, ridente di tenera diabolica malizia. Forse gli occhi sognati della moglie morta di quel signore, che per un attimo s’animarono in quelli dipinti dell’immagine.

             Non potei più restare in casa. Non so come feci a vestirmi. Di tanto in tanto, con un raccapriccio che potete bene immaginarvi, mi voltavo a guardar di sfuggita quegli occhi. Li ritrovavo sempre abbassati e intenti alla lettura, come sono nel quadro; ma non ero più sicuro, ormai, che quando non li guardavo più non si ravvivassero alle mie spalle per guardarmi, ancora con quel brio di tenera diabolica malizia.

             Mi precipitai nella bottega dell’antiquario, che è nei pressi della mia casa. Gli dissi che, se non potevo vendere il quadro a quel suo amico, potevo però cedergli in affitto la casa con tutto l’arredo, compreso il quadro, s’intende, a un prezzo convenientissimo.

             – Anche da oggi stesso, se il suo amico vuole.

             C’era, in quella mia proposta a bruciapelo, tale ansia e tanto affanno, che l’antiquario ne volle sapere il motivo. Il motivo, mi vergognai a dirglielo. Volli che m’accompagnasse lì per lì all’albergo dove quel suo amico alloggiava.

             Potete figurarvi come restai, quando in una stanza di quell’albergo me lo vidi venire avanti, appena alzato dal letto, con quello stesso pigiama celeste a righine bianche e blu con cui l’avevo visto in sogno e sorpreso, ombra, nella mia camera, nell’atto di levarsi per mettersi seduto sul divano tra i cuscini scomposti.

             – Lei torna da casa mia – gli gridai, allibito – lei è stato questa notte a casa mia!

             Lo vidi crollare su una sedia, atterrito, balbettando: oh Dio, sì, a casa mia, in sogno, c’era stato davvero, e sua moglie…

             –    Appunto, appunto, sua moglie è scesa dal quadro. Io l’ho sorpresa che vi rientrava. E lei, alla luce, m’è svanito là sul divano. M’ammetterà ch’io non potevo sapere, quando l’ho sorpreso sul divano, che lei avesse un pigiama come questo che ha indosso. Dunque era proprio lei, in sogno, a casa mia; e sua moglie è proprio scesa dal quadro, come lei l’ha sognata. Si spieghi il fatto come vuole. L’incontro, forse, del mio sogno col suo. Io non so. Ma non posso più stare in quella casa, con lei che ci viene in sogno e sua moglie che m’apre e chiude gli occhi dal quadro. Il motivo che ho io d’averne paura, non può averlo lei, perché si tratta di se stesso e di sua moglie. Vada dunque a ripigliarsi la sua immagine rimasta a casa mia! Che fa adesso? Non vuole più? Sviene?

             –    Ma allucinazioni, signori miei, allucinazioni! – non rifiniva intanto d’esclamare l’antiquario.

             Quanto son cari questi uomini sodi che, davanti a un fatto che non si spiega, trovano subito una parola che non dice nulla e in cui così facilmente s’acquetano.

             – Allucinazioni.

Effetti di un sogno interrotto – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
Effetti di un sogno interrotto – Audio lettura 2 – Legge
Valter Zanardi
Effetti di un sogno interrotto – Audio lettura 3 – Legge Lorenzo Pieri
Effetti di un sogno interrotto – Audio lettura 4 – Legge Giuseppe Tizza

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Biagioli Giampiero – Pirandello e la critica

Pirandello e la critica

Molto sappiamo del Pirandello scrittore e narratore, poco del Pirandello critico e filosofo. Oltre alle sue opere teatrali e letterarie, egli produsse una enorme quantità di saggi, articoli e recensioni, dal 1890 al 1934 (anno del Premio Nobel per la letteratura).

Giampiero Biagioli
Pirandello e la critica

Pirandello e la critica

Molto sappiamo del Pirandello scrittore e narratore, poco del Pirandello critico e filosofo. Oltre alle sue opere teatrali e letterarie, egli produsse una enorme quantità di saggi, articoli e recensioni, dal 1890 al 1934 (anno del Premio Nobel per la letteratura). Tutti i suoi scritti teorici e critici (Prosa moderna, La menzogna del sentimento nell’arte, L’umorismo, Arte e scienza, solo per citarne alcuni) costituiscono un utile commento alle sue opere, in questi si ritroveranno motivi e pensieri ricorrenti nei primi testi letterari. In Pirandello, il pensatore e il critico si accompagnano al narratore e al commediografo. La sua fu una apparizione solitaria, non appartenne a nessuna corrente letteraria. I suoi rapporti con la critica letteraria furono difficili e l’accoglienza riservata alle sue opere fu piena di riserve e incomprensioni. In questo libro si delinea un percorso di lettura del pensiero e della estetica pirandelliani, attraverso interpretazioni proposte da singoli critici letterari.

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da L’Introduzione del libro

Pirandello, oltre alle opere teatrali e letterarie, per le quali è conosciuto in tutto il mondo, produsse anche una enorme quantità di saggi, articoli e recensioni.
I primi scritti teorici di Pirandello risalgono agli anni 1889-90, durante il suo soggiorno a Bonn, quando era studente universitario. Sono quattro articoli, di taglio prevalentemente linguistico-filologico, pubblicati nella rivista “Vita Nuova”: Petrarca a Colonia, La menzogna del sentimento nell’arte, Prosa moderna e Per la solita quistione della lingua.
Nell’articolo Petrarca a Colonia, il giovane critico discute di alcune opere dedicate al grande poeta e umanista Petrarca, suo connazionale, lamentando di trovare in Italia poco interesse per la letteratura in lingua latina.
Più polemico risulta il saggio La menzogna del sentimento nell’arte, in cui l’autore si oppone alle tante forme letterarie che, secondo lui, sono state incapaci di rendere il sentimento umano in modo immediato, travestendolo e acconciandolo, invece, secondo varie mode e maniere. Già da questo saggio emergono i primi spunti di estetica.
Sin dai suoi primi articoli Pirandello combatte il “pregiudizio della tradizione”, cioè l’inutile tentativo di imitazione della forma e dello stile che limita la libera espressione dell’artista.
Il suo ideale artistico è quello di una prosa moderna che si avvicini alla lingua parlata e che non sia vincolata alla tradizione aulica. La spontaneità, l’immediatezza, la libertà dai condizionamenti e dalle convenzioni rappresentano parole chiave della poetica pirandelliana.

Giampiero Biagioli
Pirandello e la critica

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Rondone e Rondinella – Audio lettura 4

Legge Giuseppe Tizza
Rondone e Rondinella

Jean Désiré Gustave Courbet (1819-1877), Les Amants dans la campagne, 1844. Immagine dal Web.

Rondone e Rondinella

Legge Giuseppe Tizza

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             Chi fosse Rondone e chi Rondinella né lo so io veramente, né in quel paesello di montagna, dove ogni estate venivano a fare il nido per tre mesi, lo sa nessuno.

             La signorina dell’ufficio postale giura di non essere riuscita in tanti anni a cavare un suono umano, mettendo insieme i k, le h, i w e tutti gli f del cognome di lui e del cognome di lei, nelle rarissime lettere che ricevevano. Ma quand’anche la signorina dell’ufficio postale fosse riuscita a compitare quei due cognomi, che se ne saprebbe di più?

             Meglio così, penso io. Meglio chiamarli Rondone e Rondinella, come tutti li chiamavano in quel paesello di montagna: Rondone e Rondinella, non solo perché ritornavano ogni anno, d’estate, non si sa donde, al vecchio nido; non solo perché andavano, o meglio, svolavano irrequieti dalla mattina alla sera per tutto il tempo che durava il loro soggiorno colà; ma anche per un’altra ragione un po’ meno poetica.

             Forse nessuno in quel paesello avrebbe mai pensato di chiamarli così, se quel signore straniero, il primo anno, non fosse venuto con un lungo farsetto nero di saja, dalle code svolazzanti, e in calzoni bianchi; e anche se, cercando una casetta appartata per la villeggiatura, non avesse scelto la villetta del medico e sindaco del paese, piccola piccola, come un nido di rondine, su in cima al greppo detto della Bastìa, tra i castagni.

             Piccola piccola, quella villetta, e tanto grosso lui, quel signore straniero! Oh, un pezzo d’omone sanguigno, con gli occhiali d’oro e la barba nera, che gl’invadeva arruffata e prepotente le guance, quasi fin sotto gli occhi, pur senza dargli alcun’aria fosca o truce, perché gli spirava anzi da tutto il corpo vigoroso una cordialità franca e ridente.

             Con la testa alta sul torace erculeo pareva fosse sempre sul punto di lanciarsi, con impeto d’anima infantile, a qualche richiamo misterioso, lontano, che lui solo intendeva: o su in vetta al monte, o giù nella valle sterminata, ora da una parte ora dall’altra. Ne ritornava, sudato, infocato, anelante e sorridente, o con una conchiglietta fossile in un pugno, o con un fiorellino in bocca, come se proprio quella conchiglietta o quel fiorellino lo avessero chiamato all’improvviso da miglia e miglia lontano, su dal monte o giù dalla valle.

             E vedendolo andar così, con quel farsetto nero e quei calzoni bianchi, come non chiamarlo Rondone?

             La Rondinella era arrivata, il primo anno, circa quindici giorni dopo di lui, quand’egli aveva già trovato e apparecchiato il nido lassù, tra i castagni.

             Era arrivata improvvisamente, senza che egli ne sapesse nulla, e aveva molto stentato a far capire che cercava di quel signore straniero, e voleva esser guidata alla casa di lui.

             Ogni anno la Rondinella arrivava due o tre giorni dopo, e sempre così, all’improvviso. Un anno solo, arrivò un giorno prima di lui. Il che dimostra chiaramente che tra loro non c’era intesa, e che qualche grave ostacolo dovesse impedir loro d’aver notizia l’uno dell’altra. Certo, come dai bolli postali su le lettere si ricavava, abitavano nel loro paese in due città diverse.

             Sorse sin da principio il sospetto ch’ella fosse maritata, e che ogni anno, lasciata libera per tre mesi, venisse là a trovar l’amante, a cui non poteva neanche dar l’annunzio del giorno preciso dell’arrivo. Ma come conciliare questi impedimenti e tanto rigor di sorveglianza su lei con la libertà intera, di cui ella poi godeva nei tre mesi estivi in Italia?

             Forse i medici avevano detto al marito che la Rondinella aveva bisogno di sole; e il marito accordava ogni anno quei tre mesi di vacanza, ignaro che la Rondinella, oltre che di sole, anzi più che di sole, andava in Italia a far cura d’amore.

             Era piccola e diafana, come fatta d’aria; con limpidi occhi azzurri, ombreggiati da lunghissime ciglia: occhi timidi e quasi sbigottiti, nel gracile visino. Pareva che un soffio la dovesse portar via, o che, a toccarla appena appena, si dovesse spezzare. A immaginarla tra le braccia di quel pezzo d’omone impetuoso, si provava quasi sgomento.

             Ma tra le braccia di quell’omone, che nella villetta lassù l’attendeva impaziente, con un fremito di belva intenerita, ella, così piccola e gracile, correva ogni anno a gettarsi felice, senza nessuna paura, non che di spezzarsi, ma neppur di farsi male un pochino. Sapeva tutta la dolcezza di quella forza, tutta la leggerezza sicura e tenace di quell’impeto, e s’abbandonava a lui perdutamente.

             Ogni anno, per il paese, l’arrivo di Rondinella era una festa.

             Così almeno credeva Rondinella.

             La festa, certo, era dentro di lei, e naturalmente la vedeva per tutto, fuori. Ma sì, come no? Tutte le vecchie casette, che il tempo aveva vestite d’una sua particolar patina rugginosa, aprivano le finestre al suo arrivo, rideva l’acqua delle fontanelle, gli uccelli parevano impazziti dalla gioja.

             Rondinella, certo, intendeva meglio i discorsi degli uccelli, che quelli della gente del paese. Anzi questi non li intendeva affatto. Quelli degli uccelli pareva proprio di sì, perché sorrideva tutta contenta e si voltava di qua e di là al cinguettio dei passeri saltellanti tra i rami delle alte querce di scorta all’erto stradone, che saliva da Orte al borgo montano.

             La vettura, carica di valige e di sacchetti, andava adagio, e il vetturino non poteva fare a meno di voltarsi indietro di tratto in tratto a sorridere alla piccola Rondinella, che ritornava al nido come ogni anno, e a farle cenno con le mani, che lui già c’era, il suo Rondone: sì, lassù, da tre giorni; c’era, c’era.

             Rondinella alzava gli occhi al monte ancora lontano, su cui i castagni, ove non batteva il sole, s’invaporavan d’azzurro, e forzava gli occhi a scoprire lassù lassù il puntino roseo della villetta.

             Non la scopriva ancora; ma ecco là il castello antico, ferrigno, che domina il borgo; ed ecco più giù l’ospizio dei vecchi mendicanti, che hanno accanto il cimitero, e stanno lì come a fare anticamera, in attesa che la signora morte li riceva.

             Appiè del borgo, incombente su lo stradone serpeggiante, il boschetto delle nere elci maestose dava a Rondinella, ogni volta che vi passava sotto, un senso di freddo e quasi di sgomento. Ma durava poco. Subito dopo, passato quel boschetto, si scopriva su la Bastìa la villetta.

             Come vivessero entrambi lassù, nessuno sapeva veramente; ma era facile immaginarlo. Una vecchia serva andava a far la pulizia, ogni mattina, quand’essi scappavan via dal nido e si davano a svolare, come portati da una gioja ebbra, di qua e di là, instancabili, o su al monte, o giù nella valle, per le campagne, pe’ paeselli vicini. C’è chi dice d’aver veduto qualche volta Rondone regger su le braccia, come una bambina, la sua Rondinella.

             Tutti nel paese sorridevano lieti nel vederli passare in quella gioja viva d’amore, quando, stanchi delle lunghe corse, venivan per i pasti alla trattoria. S’eran già tutti abituati a vederli, e sentivano che un’attrattiva, un godimento sarebbero mancati al paese, se quel Rondone e quella Rondinella non fossero ritornati qualche estate al loro nido lassù. Il medico non pensava ad affittare ad altri la villetta, sicuro ormai, dopo tanti anni, che quei due non sarebbero mancati.

             Sul finire del settembre, prima partiva lei; due o tre giorni dopo partiva lui. Ma gli ultimi giorni avanti la partenza, non uscivano più dal nido neppure per un momento. Si capiva che dovevan prepararsi al distacco per tutt’un anno, tenersi stretti così, a lungo, prima di separarsi per tutt’un anno. Si sarebbero riveduti? Avrebbe potuto lei, così piccola e gracile, resistere al gelo di tanti mesi senza il fuoco di quell’amore, senza più il sostegno della grande forza di lui? Forse sarebbe morta, durante l’inverno; forse egli, l’estate ventura, ritornando al vecchio nido, l’avrebbe attesa invano.

             L’estate veniva, il Rondone arrivava e aspettava con trepidazione uno, due, tre giorni; al terzo giorno ecco la Rondinella, ma d’anno in anno sempre più gracile e diafana, con gli occhi sempre più timidi e sbigottiti.

             Finché, la settima estate…

             No, non mancò lei. Lei venne, tardi. Mancò lui; e fu dapprima per tutto il paese una gran delusione. – Ma come, non viene? Non è ancora venuto? verrà più tardi. Il medico, assediato da queste domande, si stringeva nelle spalle. Che poteva saperne? Era dolente anche lui, che mancasse al paese il lieto spettacolo del Rondone e della Rondinella innamorati, ma era anche seccato più d’un po’, che la villetta gli fosse rimasta sfitta.

             –    A fidarsi…

             –    Ma certo qualcosa gli sarà accaduta.

             –    Che sia morto?

             –    O che sia morta lei, piuttosto?

             –    O che il marito abbia scoperto…

             E tutti guardavano con pena la rosea villetta, il nido deserto, su in cima alla Bastìa, tra i castagni.

             Passò il giugno, passò il luglio, stava per passare anche l’agosto, quando all’improvviso corse per tutto il paese la notizia:

             – Arrivano! arrivano!

             –    Insieme, tutti e due, Rondone e Rondinella?

             –    Insieme, tutti e due!

             Corse il medico, corsero tutti quelli che stavan seduti nella farmacia, e i villeggianti dal caffè su la piazza; ma fu una nuova delusione e più grande della prima.

             Nella vettura, venuta su da Orte a passo a passo, c’era sì la Rondinella (c’era, per modo di dire!), ma accanto a lei non c’era mica il Rondone. Un altro c’era, un omacciotto biondo, dalla faccia quadra, placido e duro.

             Forse il marito. Ma no, che forse! Non poteva essere che il marito, colui! La legalità, pareva, fatta persona. E, legalità, pareva dicesse ogni sguardo degli occhi ovati dietro gli occhiali; legalità, ogni atto, ogni gesto; legalità, legalità, ogni passo, appena egli smontò dalla vettura e si fece innanzi al medico, che era anche il sindaco, per pregarlo, in francese, se poteva di grazia fargli avere una barella per trasportare una povera inferma, incapace di reggersi sulle gambe, a una certa villetta, sita – come gli era stato detto – in un luogo…

             –    Ma sì, lo so bene: la villetta è mia!

             –    No, prego, signore: sita, mi è stato detto ed io ripeto, in un luogo troppo alto, perché una vettura vi possa salire.

             Ah, gli occhi di Rondinella come chiaramente dicevano intanto dalla vettura, ch’ella moriva per quell’uomo composto e rispettabile, che sapeva parlare così esatto e compito! Essi soli, quegli occhi, vivevano ancora, e non più timidi ormai, ma lustri dalla gioja d’aver potuto rivedere quei luoghi, e lustri anche d’una certa malizietta nuova, insegnata loro (troppo tardi!) dalla morte ahimè troppo vicina.

             «Ridete, ridete tutti, ridete forte a coro, accanto a me,» diceva quella malizietta dagli occhi a tutta la gente che guardava attorno alla vettura, costernata e quasi smarrita nella pena, «ridete forte di quest’uomo composto e rispettabile, che sa parlare così esatto e compito! Egli mi fa morire, con la sua rispettabilità, con la sua quadrata esattezza scrupolosa! Ma non ve ne affliggete, vi prego, poiché ho potuto ottener la grazia di morir qua; vendicatemi piuttosto ridendo forte di lui. Io ne posso rider piano e ormai per poco e così con gli occhi soltanto. Vedete la vostra Rondinella come s’è ridotta? Dacché volava, deve andare in barella, ora, alla villetta lassù.»

             «E il Rondone? il tuo Rondone?» chiedevano ansiosi a quegli occhi gli occhi della gente attorno alla vettura. «Che ce n’è del tuo Rondone, che non è venuto? Non è venuto perché tu sei così? O tu sei così, perché egli è morto?»

             Gli occhi di Rondinella forse intendevano queste domande ansiose; ma le labbra non potevano rispondere. E gli occhi allora si chiudevano con pena.

             Con gli occhi chiusi, Rondinella pareva morta.

             Certo qualche cosa doveva essere accaduta; ma che cosa, nessuno lo sa. Supposizioni, se ne possono far tante, e si può anche facilmente inventare. Certo è questo: che Rondinella venne a morir sola nella villetta lassù; e di Rondone non si è saputo più nulla.

Rondone e Rondinella – Audio lettura 1 – Legge Gaetano Marino
Rondone e Rondinella – Audio lettura 2 – Legge Lorenzo Pieri
Rondone e Rondinella – Audio lettura 3 – Legge Valter Zanardi
Rondone e Rondinella – Audio lettura 4 – Legge Giuseppe Tizza

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«C’era Mussolini»: Pirandello e il Teatro d’Arte

Di Patricia Gaborik 

Nonostante le apprensioni della vigilia, alle nove di sera Mussolini prese posto in un palco del piccolo teatro di Palazzo Odescalchi (in via dei Santi Apostoli), il sipario si alzò e un paio d’ore più tardi lo spettacolo si chiuse senza che si fosse verificato il minimo inconveniente.

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C'era Mussolini: Pirandello e il Teatro d'Arte
Vignetta pubblicata in «Il becco giallo», 12 aprile 1925. Immagine dal Web.

Roma, 2 aprile 1925
«C’era Mussolini»:
Pirandello e il Teatro d’Arte

Da Academia.edu

Luigi Pirandello, Massimo Bontempelli e gli altri soci fondatori inaugurano il loro teatro d’arte. la presenza tra il pubblico di Benito Mussolini e il contributo fascista al teatro italiano moderno. Diavolerie tecniche e nascita della figura del regista. Un’avanguardia fascista?

Le attese erano alle stelle. I giornali avevano parlato per mesi dell’apertura del Teatro d’Arte, noto anche come il Teatro degli Undici, dal numero degli uomini di scena che lo avevano fondato; e lo stesso presidente del Consiglio, Benito Mussolini, aveva annunciato in anticipo la sua presenza. Eppure Pirandello avrebbe preferito annullare tutto piuttosto che continuare in quel modo: a soli tre giorni dalla inaugurazione non era ancora riuscito a trovare l’effetto sonoro giusto per il maiale sgozzato in scena, l’illuminazione non andava bene e le poltrone non erano pronte – mancavano ancora le imbottiture. Ogni giorno l’irritazione di Pirandello aumentava e i sorrisi degli attori diventavano sempre più tesi. Arrivò infine la data tanto attesa. Due dei fondatori, il giornalista e scrittore Orio Vergani e il figlio maggiore di Pirandello, Stefano Landi (il quale, invece del cognome paterno, preferiva servirsi di uno pseudonimo) probabilmente si alzarono presto quel giorno: toccava a loro recuperare per la città i 348 cuscini che erano riusciti a racimolare impietosendo tutti i tappezzieri di Roma. A poche ore dall’apertura del sipario erano ancora impegnati ad attaccare i numeri agli schienali delle poltrone, col telefono del botteghino che non smetteva di suonare, mentre il famoso imitatore Ettore Fatticcioni, da poco assunto appositamente per produrre il «grido lacerante» del maiale scannato, cominciava a temere che le prove lo avessero lasciato senza voce.

Nonostante le apprensioni della vigilia, alle nove di sera Mussolini prese posto in un palco del piccolo teatro di Palazzo Odescalchi (in via dei Santi Apostoli), il sipario si alzò e un paio d’ore più tardi lo spettacolo si chiuse senza che si fosse verificato il minimo inconveniente. Il debutto della compagnia prevedeva due lavori: il nuovo atto unico di Pirandello, Sagra del Signore della Nave, e un’opera dell’irlandese Lord Dunsany, Gli dèi della montagna, scritta nel 1911, ma ancora inedita sui palcoscenici italiani. Oltre agli spettacoli, la serata si annunciava già come un importante evento mondano.

«Non si danno recite popolari», aveva dichiarato Pirandello e il pubblico intervenuto alla prima contava effettivamente il meglio dell’alta società di allora. Uomini in frac e donne in viola e argento – grazie a una soffiata dei giornali, le loro mises erano intonate ai colori della sala appena rinnovata – si riversarono in platea non soltanto per assistere allo spettacolo ma anche per il piacere di osservare e farsi osservare da altri rappresentanti del bel mondo romano accorsi per l’occasione. La presenza del presidente del Consiglio, poi, rendeva ancora più difficile decidere dove indirizzare lo sguardo: ai 120 attori in scena, agli undici nervosi fondatori nelle loro poltrone o a Sua Eccellenza Benito Mussolini, ben in vista, in alto, nel nuovo palco di proscenio.

Un modesto e sorridente Pirandello salutò i presenti, ringraziò il governo fascista, la città e il gruppo di amanti del teatro che avevano reso possibile l’impresa. Possiamo persino immaginarcelo mentre incrocia lo sguardo con Mussolini, ripensando alle parole scritte al duce solo pochi giorni prima per convincerlo a intervenire all’apertura del «nostro teatro». Più difficile è immaginare invece dove guardasse al momento di spiegare ai presenti che il lavoro del Teatro d’Arte prescindeva «da qualsiasi scuola, da qualsiasi tendenza, da qualsiasi politica». Di certo quella sera Pirandello doveva essere profondamente interessato alla reazione di Mussolini perché tutte le testimonianze dell’epoca concordano su un fatto: i fondatori del nuovo teatro, il pubblico e persino i critici avevano tutti un occhio al palcoscenico e un occhio al capo del governo. Ancora nel 1933, Massimo Bontempelli, uno dei nomi più celebri tra i fondatori della compagnia, avrebbe ricordato l’episodio con queste parole:

E la sera del 2 di aprile, alle nove, il sipario comune si aprì sopra un sipario speciale dipinto per La sagra da Oppo: un terrifico naufragio con navicella assalita da un mostro e salvata da un Gesù apocalittico, sul tipo delle tavolette votive dei marinai. C’era Mussolini.

Effettivamente, la presenza di Mussolini costituiva il segno tangibile dell’appoggio del capo del fascismo al nuovo teatro. Tutto era iniziato, un anno e mezzo prima, nell’inverno del 1923. Mentre bighellonavano senza meta per la Roma dei nottambuli, dopo la chiusura dei teatri, Landi e Vergani si erano messi a compiangere il triste destino degli autori più giovani, che avevano dei lavori teatrali da mettere in scena e non trovavano nessun impresario disposto a produrli. Poco alla volta il lamento si era trasformato in un’intuizione, l’intuizione in un progetto e il progetto in un singolare patto: mettere in piedi un loro teatro in capo a un anno oppure uccidere, a casaccio, il primo passante incontrato per la strada! Ai due amici si aggiunse immediatamente Lamberto Picasso, un famoso capocomico che coltivava pure lui il progetto di aprire un «piccolo teatro». Poi venne coinvolto Bontempelli. Infine fu interpellato il padre di Landi, il già internazionalmente riconosciuto Pirandello, in qualità di mentore e suggeritore delle scelte della nuova compagnia, fino a quando proprio Pirandello non divenne il cuore pulsante dell’intera impresa. Incoraggiato da un colloquio privato voluto dallo stesso Mussolini alla vigilia del primo anniversario della marcia su Roma, nell’ottobre del 1923, anche Pirandello infatti aveva cominciato a coltivare un sogno simile: diventare il direttore del Teatro di Stato che si diceva Mussolini avesse in animo di creare. Forse anzi fu proprio per questo che, dopo aver fondato nel settembre del 1924 una società che prevedeva da parte degli undici soci un contributo di 5000 lire a testa, la prima persona cui Pirandello pensò di rivolgersi fu proprio il presidente del Consiglio.

Era la mossa giusta. Il duce accolse con particolare calore nei locali di palazzo Chigi i questuanti – Antonio Beltramelli, Picasso, Bontempelli, Vergani più i due Pirandello, padre e figlio. Ma soprattutto li accolse con una splendida notizia: il governo avrebbe concesso un contributo di 250.000 lire, ben più di quanto stanziato per le rappresentazioni di prosa e di lirica da parte del governo liberale in tutto il 1921. Per dare prova della sua determinazione Mussolini prese addirittura il proprio portafogli e ne tirò fuori le prime 50.000 chiedendo scherzosamente chi fra loro fosse il tesoriere. Visto che nessuno si era ancora posto quel problema, venne all’istante investito del compito Orio Vergani, che con le gambe tremanti accettò quella «grazia di Dio» uscita direttamente dal portafogli del duce. «Quell’uomo è un dio! Ci ha capiti. Andiamo a prender un vermouth!», fu il suo primo commento una volta usciti su via del Corso. La proposta venne accolta con entusiasmo: inebetiti dal successo, col denaro di Mussolini al sicuro nella tasca della giacca del neotesoriere, gli amici andarono a bere un aperitivo da Aragno e si misero subito al lavoro.

Ma che cosa aveva finanziato esattamente Mussolini con quei soldi? La «na-sci-ta di un teatro italiano», è la risposta che Pirandello diede a un intervistatore nei mesi intercorsi prima dell’apertura. La scelta come architetto di Virgilio Marchi, un celebre futurista che era stato capo-scenografo del Teatro degli Indipendenti di Anton Giulio Bragaglia (aperto a Roma nel 1923), sintetizza bene l’approccio modernista del gruppo. Pirandello e Bontempelli rifiutavano l’etichetta di «avanguardia» perché per loro suonava come sperimentazione provvisoria, mentre essi puntavano a comporre opere destinate a rimanere nel tempo, ma questo non vuol dire che avessero un gusto per gli esperimenti con le forme meno audaci di quello di Filippo Tommaso Marinetti o dello stesso Bragaglia (di fatto, questi artisti spesso collaboravano tra loro). Quel che cercavano, nelle parole di Bontempelli, erano «rappresentazioni possibilmente perfette ed esemplari»: «tutti lavori modernissimi, non avanguardia tentativista, ma lavori in cui l’espressione appaia pienamente raggiunta».

Nel corso dei tre anni di vita della compagnia, personaggi come Marchi, come il pittore, critico e potente organizzatore d’arte Cipriano Efisio Oppo, come il noto scenografo e impresario Enrico Prampolini vennero chiamati a fare di questo progetto una solida realtà. Quando a fine aprile 1925 Pirandello mise in scena Nostra Dea di Bontempelli, per esempio, Silvio D’Amico definì la scenografia di Marchi «la più bella scena futurista che si sia mai veduta». E sin dall’inaugurazione, quel 2 di aprile, la modernità di tutto l’apparato teatrale era destinata a stupire la critica non meno che il pubblico. Particolarmente impressionante pare fosse la sofisticatissima griglia d’illuminazione, che non serviva solo a illuminare ma anche a disegnare la scena, come ormai da qualche anno accadeva in tutti i migliori teatri europei. Allo scopo la compagnia aveva appositamente ingaggiato il tecnico delle luci della Scala, nella convinzione che su un aspetto così fondamentale non si dovesse badare a spese.

Il Teatro degli Undici non era però interessato semplicemente a questa o a quella innovazione; in perfetta sintonia con quanto stava avvenendo in Europa, era piuttosto in questione un profondo rinnovamento dell’intera arte drammaturgica. Come aveva scritto «La Tribuna» alcuni mesi prima, la compagnia tendeva alla «originalità veramente intesa e non semplice eccentricità esteriore», cosa che Pirandello contava di ottenere non solo attraverso le scenografie e le nuove tecniche, ma anche e soprattutto trasformando il sistema produttivo italiano dell’epoca. Nell’Europa del Nord il movimento del teatro “indipendente”, privilegiando gli aspetti artistici su quelli commerciali, aveva dato vita alla figura del regista in quanto principale responsabile della presentazione dell’opera sulla scena. In Italia, invece, Pirandello si trovava ancora a lottare con un singolare star system in cui l’autore scriveva il testo, l’attrice provava la parte, lo scenografo disegnava la scena, ma nessuno si preoccupava più di tanto di come tutto questo avrebbe potuto funzionare una volta messo assieme, se non dopo che il grosso del lavoro di preparazione era stato compiuto nel più completo isolamento da ognuno di loro. Come suggerisce il nome, anche il capocomico, che in genere assumeva le responsabilità delle attività che più si avvicinano alla moderna regia, non era altro che un attore/produttore, il quale oltre alla propria performance si occupava del finanziamento e di tutti gli aspetti pratici concernenti la vita della compagnia. Dominava insomma un sistema essenzialmente anarchico nel quale il primo attore aveva la meglio su tutte le altre figure professionali chiamate in causa dallo spettacolo.

Pirandello mirava a una nuova idea di recitazione e anche per questo si era convinto della necessità di fare a meno del suggeritore, anche se alla fine dovette rassegnarsi a farne anche lui uso. L’attore doveva «riuscire ad “essere” quel personaggio e non a recitarne più o meno bene la “parte”», e finché avesse continuato a contare sull’aiuto di qualcuno che gli imbeccasse le battute non avrebbe mai potuto compiere la necessaria metamorfosi. Una simile idea della recitazione – e quindi anche del personaggio – sarebbe diventata fondamentale per gran parte del teatro successivo. Naturalmente Pirandello non era il primo a sostenere la necessità di una svolta del genere (dal recitare all’impersonare), ma è proprio questo il punto: il suo Teatro d’Arte divenne presto la versione italiana di un movimento di riforma delle scene ben più ampio. Lo stile di Pirandello appare caratterizzato, così, dall’insolita miscela di un approccio profondamente consapevole al lavoro sul personaggio, persino nei suoi aspetti più concreti e materiali, sommato a una drammaturgia invece caparbiamente antirealistica, tendente al metafisico. Questo tipo di rapporto fra attore e personaggio lo ritroveremo nel teatro di Arthur Miller così come in quello di Beckett e non stupisce che tanti grandi uomini di teatro – dal Living Theatre a Klaus Michael Grüber, sino ad Anatolij Vassiliev – abbiano sentito il bisogno di confrontarsi con il drammaturgo siciliano.

Ancora più significativo è però il modo in cui Pirandello riusciva a ottenere l’immedesimazione desiderata. Per prima cosa egli selezionava ogni volta gli attori che avrebbero recitato nello spettacolo; non tutto il gruppo cioè rimaneva fisso, come nelle vecchie compagnie, perché l’obiettivo era quello di non obbligarli più a interpretare personaggi standard (come capitava nello star system) ma soltanto quei ruoli che si adattavano davvero alle loro caratteristiche. Inoltre, prima di cominciare le prove in sala, la compagnia leggeva e discuteva a lungo i testi con lo stesso Pirandello, fino a quando l’attore, per forza di cose, non si trovava ad «agire e parlare secondo la nuova vita da cui è stato investito e invaso». Nota oggi come table work, questa prima fase delle prove è considerata ormai fondamentale per modellare le singole prestazioni degli attori sulla visione generale del regista ma all’epoca non veniva ancora praticata. La maniera in cui questo auteur in fieri prendeva il controllo della situazione non era dunque semplicemente un capriccio pirandelliano, quanto piuttosto il primo avviso di una tendenza del futuro.

A poco a poco la pratica del table work sarebbe diventata un momento sempre più importante del metodo di lavoro pirandelliano, e questo nonostante il drammaturgo siciliano non deponesse mai un atteggiamento di sospetto e diffidenza verso quello che più tardi si sarebbe chiamato il «regista». Pirandello temeva che questa nuova figura potesse interferire con la creazione di quello speciale rapporto fra attore e personaggio che gli appariva indispensabile per far sì che il testo scritto si traducesse in rappresentazione scenica. Dall’altro canto, per Pirandello l’arte della performance rimase sempre una sorta di traduzione, comunque difettosa, del testo scritto: non una incarnazione vera e propria di qualcosa che altrimenti non raggiungerebbe la sua destinazione naturale. Per questo, quando si trovava a mettere in scena dei testi in qualità di regista, Pirandello si preoccupava soprattutto di ridurre i danni che potevano venire dagli attori, in genere più preoccupati di far apparire il proprio talento che di capire davvero quello che aveva scritto il drammaturgo e di entrare nel ruolo.

Una volta assicurata la cruciale relazione attore-personaggio, Pirandello poteva finalmente dedicarsi ai tasselli rimasti, ma sempre con l’obiettivo di mettere lo spettacolo al servizio del testo scritto. L’arretratezza del sistema produttivo a sud delle Alpi fece dunque di Pirandello una figura ibrida, una sorta di capocomico con le ambizioni di un regista, ma è ormai giunta l’ora di riconoscere come questo particolare approccio alla messa in scena sia stato altrettanto importante e innovativo dei suoi drammi nella storia del teatro italiano. All’epoca nessuno avrebbe definito Pirandello un regista, tanto più che la parola doveva ancora entrare nel vocabolario italiano (D’Amico usava per esempio il termine «inscenatore»), ma il suo lavoro ci appare oggi essenzialmente lo stesso che noi associamo a questa parola.

Che l’esperienza di Pirandello con il Teatro d’Arte abbia segnato un momento decisivo nella storia della nascita della regia moderna appare tanto più importante alla luce del fatto che il teatro italiano del dopoguerra, più che per i drammaturghi, si sarebbe distinto in Europa principalmente per i suoi grandi registi, da Luchino Visconti a Luca Ronconi passando per Giorgio Strehler. Di certo, da subito l’impressione fu grande. Nella sua recensione della prima il critico (e futuro drammaturgo) Corrado Alvaro ebbe modo di commentare: «sarebbe perciò difficile dire quali elementi della compagnia fecero meglio», dal momento che tutto, ma proprio tutto, era stato perfetto, dagli attori al responsabile delle luci, fino a quel maledetto grido del maiale scannato. Scrivendone più tardi, anche per lamentare che a pochi anni di distanza sembrava che in Italia nessuno più si ricordasse del Teatro d’Arte, pure Bontempelli sostenne di aver visto Pirandello «fare miracoli, e mi sono convinto ch’egli è altrettanto grande come direttore che come poeta». Oggi, anche se non sempre viene riconosciuta l’impronta di quell’esperienza seminale, è più facile convenire con il giudizio di Bontempelli: da un punto di vista delle pratiche di messa in scena – e non solo di quelle drammaturgiche – Pirandello e il Teatro d’Arte lasciarono un segno indelebile sul teatro italiano moderno. In questo senso, vale la pena spendere qualche parola a proposito dei Sei personaggi in cerca d’autore, composto da Pirandello nel 1921 e giustamente riconosciuto subito come un’indiscutibile pietra miliare della drammaturgia occidentale (è stato detto che annunciò la Rivoluzione d’ottobre del teatro italiano). Troppo spesso si trascura di ricordare che la riscrittura definitiva del testo non venne messa in scena fino al 18 maggio 1925, a ridosso dell’inaugurazione del nuovo locale: con le ombre dei bambini proiettate sul ciclorama nuovo dell’Odescalchi e la figliastra dalla risata agghiacciante che imboccava le scale appositamente costruite da Marchi per collegare il palcoscenico alla platea e poi ancora al foyer, in quella che è ancora oggi la più leggendaria rottura della “quarta parete” di tutti i tempi. Fu solo così, nella nuova versione, che il lavoro sfruttò appieno il suo potenziale esplosivo, e questo in larga parte grazie a una revisione del concetto di spazio teatrale reso possibile anche dall’esperienza concreta fatta da Pirandello in qualità di inscenatore. Da questo punto di vista non è esagerato affermare che al Teatro d’Arte l’innovazione tecnica (tanto formale quanto tecnologica) si trasformò in una vera e propria metafisica cambiando per sempre il corso del dramma moderno.

Quando Alvaro, a proposito della Sagra del Signore della Nave, scrisse che «s’è avuto l’impressione che qualche cosa di nuovo possa davvero cominciare qui», lo scrittore calabrese sembra aver compreso qualcosa del genere, anche perché quel 2 aprile proprio l’uso dello spazio teatrale deve aver sbalordito il pubblico. Pure in questo caso la novità maggiore era infatti la scalinata che collegava platea e palcoscenico, con i personaggi che usavano i corridoi e le scale per muoversi dall’una all’altro e viceversa; come scrisse un altro recensore, anzi, «tutta la sala del teatro è trasformata in un palcoscenico». Il finale mozzafiato vedeva tutti gli attori radunarsi sul palco – e il loro numero, come si è detto, era salito a 120 – poi ripercorrere indietro i propri passi e attraversare la platea e quindi il foyer, tenendo in alto un Gesù crocifisso. Gli spettatori si trovavano così a condividere con i personaggi la stessa piazza, partecipando alla loro stessa festa, e rivelando il loro stesso tragico «abbrutimento umano» (come diceva il programma di sala firmato da Luigi Pirandello).

Questa stupefacente fusione di platea e palco, e di personaggi e spettatori, indusse l’antifascista Alvaro a vedere nel lavoro una esibizione meravigliosamente scettica della «bestialità della folla […] che s’imbranca dietro al primo simbolo che parli a quel non so che di misterioso che è in fondo a ognuno di noi». A rileggere il testo oggi verrebbe da pensare che l’interesse principale di Pirandello fosse piuttosto religioso che politico. Non è detto però che sia possibile separare nettamente i due aspetti. Gli antifascisti dell’epoca rinfacciavano spesso ai loro avversari di aver cercato in Mussolini un Salvatore (Alvaro stesso scrisse più tardi che «Mussolini è riuscito a prendere il posto di Dio») e storici come Emilio Gentile hanno ampiamente mostrato in quale misura il fascismo fosse una religione civica. C’era poi un preciso legame tematico tra la Sagra e l’altro lavoro della serata, Gli dèi della montagna di Dunsany. La storia dei falsi dèi che scendono in una città, vengono smascherati e quindi trasformati per punizione in statue di giada, diede infatti ad Alvaro l’opportunità di commentare: «Magnifico destino per gli impostori». A sentire Alvaro, insomma, eliminando, anche fisicamente, il muro tra personaggi e spettatori, Pirandello intendeva puntare il suo dito accusatore tanto sui leader fraudolenti quanto sulle masse credulone, con una chiara allusione a Mussolini.

Chiunque ripensi oggi a questo spettacolo non può fare a meno di chiedersi che cosa passasse per la testa del duce in quei momenti. Avvertiva le stesse critiche di Alvaro? E, se sì, quali possono essere state le sue reazioni? Si sarà unito anche lui alle quattordici chiamate in palcoscenico (quattro per la Sagra e dieci per Dunsany), gridando «bravo» al momento in cui Pirandello entrava in scena? Non lo sappiamo. Mentre nei giorni successivi il contingente giornalistico antipirandelliano avrebbe sostenuto derisoriamente che lo spettacolo aveva annoiato il duce fino a fargli spuntare una barba fluente, possiamo credere che lo spettacolo diede soprattutto molto da pensare a Mussolini – e non ultimo pensiero deve essere stato quello di sapersi oggetto dell’attenzione del pubblico alla stessa stregua dello spettacolo vero e proprio. L’intera platea, in rappresentanza delle masse, aveva una nitida visione di Mussolini nel sovrastante palco di proscenio. Il duce, d’altro canto, godeva del punto di vista ideale per guardare con un solo colpo d’occhio sia lo spettacolo che si svolgeva in scena, sia quello che gli offriva il pubblico sottostante, nella platea trasformata in piazza.

Il significato politico dello spettacolo era quanto meno ambiguo e sicuramente non fascista in maniera esplicita, ma non è escluso che, osservando dalla sua posizione privilegiata gli attori che passavano e il pubblico ai suoi piedi – come se l’intera messa in scena fosse stata allestita appositamente per lui – Mussolini si sia sentito rassicurato nella sua convinzione che «Pirandello fa in sostanza, senza volerlo, del teatro fascista» (come ebbe a dichiarare in più occasioni). Forse quello spettacolo imponente lo spinse anche a considerare più seriamente l’idea della creazione di quel Teatro Nazionale di prosa sognato da Pirandello. Ma possiamo immaginare anche che l’entusiastica risposta del pubblico confortasse pure la sua altra certezza in merito al teatro, vale a dire che era meglio non chiedere agli artisti di scrivere opere di propaganda esplicita o in “stile fascista”: una posizione, questa, che il duce non avrebbe mai abbandonato negli anni successivi.

Naturalmente non è possibile sapere a cosa stesse pensando Mussolini quella sera. Sappiamo però con certezza che alla sala Odescalchi si fece vedere più volte durante la stagione, cosa che dimostra se non altro a qual punto il duce apprezzasse il teatro (c’era andato perfino il giorno prima della marcia su Roma), e quanto gli piacessero le opere provocatorie, capaci di sovvertire le regole. Non dobbiamo più dare per scontato che, per puro istinto di conservazione, i teatranti italiani si autocensurassero e cercassero di andare sul sicuro (sia esteticamente sia politicamente) proponendo soltanto opere inoffensive e tradizionaliste (come si è a lungo sostenuto). Per gli undici la sfida alle convenzioni rappresentava una difficile scommessa: ma sapevano anche che, se fossero riusciti a conquistare il sostegno di Mussolini, per loro si sarebbero aperte grandi opportunità.

In genere gli storici indicano negli anni trenta il momento di maggiore interventismo del fascismo nel teatro. È in quel periodo infatti che la censura venne centralizzata e che grandi quantità di denaro vennero assegnate per la prima volta a compagnie di professionisti e dilettanti. Si tratta di un impegno giudicato per lo più in maniera esclusivamente negativa: secondo la vulgata storiografica l’arte sarebbe stata ridotta a mera propaganda, senza che il regime riuscisse a «fare alcunché di buono» per il teatro. Tuttavia questa ricostruzione non riconosce alcune verità importanti, a cominciare dall’attenzione riservata al teatro già negli anni venti. È vero che nei primi tempi del regime l’appoggio agli uomini di scena fu meno continuo e più legato ai gusti e alle relazioni personali di Mussolini, mentre negli anni trenta cominciò a farsi sentire l’esigenza di mobilitare l’arte e di metterla direttamente al servizio del progetto totalitario fascista. La differenza non è in questo caso tra il fare e il non fare, quanto piuttosto fra le diverse tipologie di un intervento pubblico che mai venne meno, adattandosi di volta in volta ai nuovi bisogni del regime e della cangiante realtà teatrale italiana.

Per tutto il Ventennio Pirandello e D’Amico furono i più decisi sostenitori della creazione di un Teatro Nazionale. Pirandello ambiva a un teatro di prosa molto simile al suo Teatro d’Arte, mentre D’Amico vedeva questo progetto come uno dei vari tasselli di un disegno più vasto, che prevedesse soprattutto un sistema di formazione per i giovani finanziato dallo stato: non solo una sala prestigiosa, ma anche un’accademia, una biblioteca e un teatrino sperimentale. Solo così l’Italia avrebbe potuto dotarsi di un teatro davvero moderno. E per molto tempo questo sogno sembrò sul punto di avverarsi. Infatti, mentre molti studiosi hanno visto nella fine del Teatro d’Arte una conferma del disinteresse di Mussolini per un Teatro Nazionale (così come nel suo rifiuto, nel 1932, di costruire altri due nuovi locali a Roma e Milano), oggi sappiamo che, ancora nel luglio 1936, l’ispettore per il teatro Nicola De Pirro riteneva probabile la realizzazione del progetto entro i successivi tre anni, dato che i 35 milioni di lire necessari erano stati già stanziati. Se Pirandello non fosse morto nel dicembre del 1936, e se non fosse scoppiata la guerra, forse davvero la più grande ambizione dell’autore dei Sei personaggi si sarebbe realizzata.

Non sembra molto verosimile che Mussolini abbia finto di interessarsi al progetto di un Teatro Nazionale per più di dieci anni senza aver davvero creduto nella sua attuabilità. Quel che possiamo dire con certezza è che col passare del tempo le sue priorità cambiarono. Negli anni trenta, oltre ad attrarre buona parte dei fondi governativi, le “recite popolari” che Pirandello disprezzava tanto cominciarono a catturare l’attenzione non solo di Mussolini ma anche di un intellettuale chiave di quegli anni come Bontempelli (peraltro uno degli amici più cari di Pirandello). Questo mutamento nell’estetica politica, tuttavia, non fu né improvviso né assoluto; e neppure ebbe l’effetto di cancellare tutto quanto era stato realizzato in precedenza, esperimento dopo esperimento e discussione dopo discussione. Lo prova a sufficienza il fatto che in questi anni il governo finanziò non solo un nuovo teatro sperimentale diretto da Bragaglia, il Teatro delle Arti, ma anche il progetto al quale tanto teneva D’Amico: la realizzazione, nel 1936, di quell’Accademia Nazionale d’arte drammatica che era stata pensata per creare nuovi tecnici e attori, ma soprattutto per promuovere la nuova figura del regista (come si è detto, destinata a imporsi nell’Italia del dopoguerra). Da questo punto di vista, un filo rosso corre a unire non solo gli anni venti e gli anni trenta, ma l’Italia fascista e l’Italia democratica post-1945. Anche se questo vuol dire riconoscere che il teatro italiano del secondo Novecento maturò la sua cifra distintiva proprio negli anni della dittatura.

Qualcosa di simile si può dire anche a proposito della diffusione del teatro di Pirandello all’estero. Fin dall’inizio gli scambi internazionali furono uno degli obiettivi programmatici del Teatro degli Undici. Il Teatro d’Arte non metteva in scena un repertorio stantio e sciovinistico di sole opere nazionali (come un altro pregiudizio storiografico vorrebbe), ma dava spazio a un gran numero di opere e di autori innovativi, sia italiani sia stranieri. Nelle sue tre stagioni il teatro produsse quindici prime mondiali e almeno nove prime nazionali di opere straniere – in particolare irlandesi, inglesi, francesi e russe. La scelta di presentare Dunsany assieme a Pirandello in quella cruciale prima serata del 2 aprile indica già da sola un interesse niente affatto casuale verso i lavori stranieri. Per non parlare poi delle numerose tournée all’estero, a riprova del fatto che l’esportazione del dramma italiano era una delle priorità riconosciute della compagnia.

È corretto pensare che sia Mussolini sia Pirandello considerassero i finanziamenti statali come un do ut des. L’opinione che il drammaturgo aveva del capo del governo variava a seconda delle proprie personali fortune teatrali; ebbe un netto calo verso la fine degli anni venti quando il Teatro d’Arte dovette sospendere l’attività per mancanza di fondi, ma recuperò posizioni dall’inizio degli anni trenta quando sembrava che Mussolini si fosse convinto a fondare il sospirato Teatro Nazionale di prosa. Per quanto gli studiosi di oggi siano a disagio con la questione, è provato che il Teatro degli Undici era visto come il risultato riuscito di un connubio artistico-politico e che Pirandello veniva ritenuto da Mussolini un leale fascista (il fatto che già al tempo della prima del Teatro d’Arte sui giornali venisse citato come “P. Randello” ne è buona conferma…) E quando l’intera operazione sembrò non rispondere alle aspettative ci fu pure chi commentò sarcasticamente: «Il governo gli ha dato un milione per un teatro italiano e Pirandello gli rappresenta a Londra quattro commedie sue». Oppure: «Pirandello ha dato una serata d’arte italiana: Ramuz, Stravinsky, Jevreinov, Raissa Olkienskaia, Muratov, Raissa Lork, ecc…»

Contando sulla sua crescente fama internazionale, Pirandello fece sapere a Mussolini che avrebbe accompagnato i suoi attori all’estero e che da lì avrebbe intrapreso una «diretta azione politica» (leggi: propaganda) tramite conferenze e interviste. E mantenne sempre la parola perché, pur difendendo in ogni occasione la propria fondamentale autonomia di artista, non si sottrasse mai alle domande che, durante gli intervalli, il pubblico dei teatri di Londra o di Parigi gli poneva sul fascismo, approfittando di queste discussioni informali per esprimere ogni volta la sua ammirazione per la nuova Italia del regime. Se non è facile valutare quale effetto possano aver avuto questi giudizi sull’immagine internazionale di Mussolini, sappiamo invece che queste tournée contribuirono a fare di Pirandello un autore di fama internazionale. I Sei personaggi erano già stati messi in scena in quattordici paesi tra il 1922 e il 1924 (con importanti produzioni a Londra, New York, Parigi e Berlino), ma la nuova versione portata in giro per il mondo dal Teatro d’Arte rinsaldò ulteriormente la reputazione del drammaturgo siciliano. Recensendo lo spettacolo londinese del 1925, Francis Birrell scrisse che poche persone in Inghilterra due anni prima avevano sentito parlare di Pirandello perché gli attori inglesi non erano riusciti a mostrare il drammaturgo siciliano per quello che era realmente: «uno dei costruttori di drammi (nel senso positivo) più brillanti che sia mai apparso in Europa». Con le tournée del Teatro degli Undici, Pirandello cambiò tutto, e nel giro di pochissimo tempo l’onda d’urto dei Sei personaggi si propagò per l’Europa e poi nel resto del mondo. Secondo gli accordi, Pirandello si presentò sulla scena come l’araldo di un nuovo teatro e, nei dibattiti durante gli intervalli, come un grande sostenitore di Mussolini. In questo senso e non in quanto autore di opere “fasciste”,

Mussolini trovò in lui uno strumento di propaganda. Scrivendo nella sua rubrica su «Tempo» il 25 febbraio 1943, Bontempelli tornò di nuovo a parlare del Teatro d’Arte con una versione condensata dell’articolo scritto per «Scenario» dieci anni prima. Questa volta, a pochi mesi dal collasso definitivo del regime, lo scrittore, che era divenuto ormai antifascista, tagliò la frase «C’era Mussolini» e qualsiasi altro riferimento al ruolo del duce nella storia: era meglio occultare le tracce del sostegno ricevuto dal capo del governo. E non fu il solo a comportarsi così. Molti suoi colleghi promossi dal regime continuarono a fare carriera nel teatro dopo la caduta del fascismo; spesso anche i più fortunati tra loro (come D’Amico) si impegnarono a minimizzare la portata degli interventi di Mussolini così da nascondere i vantaggi di cui avevano goduto durante il periodo della dittatura. Da allora le cose sono cambiate solo molto lentamente. Seguendo le indicazioni di questi testimoni, per decenni gli studiosi hanno anche loro sbiancato, glissato e cancellato Mussolini e il suo regime dai loro resoconti, negando l’esistenza di una vera e propria cultura fascista anche per proteggere la memoria di un grande autore come Pirandello. Probabilmente, però, piuttosto che osservare il teatro del Ventennio attraverso la lente dell’ideologia, sarebbe meglio usare la storia del teatro per riconsiderare la politica culturale del fascismo.

Col suo appoggio al Teatro d’Arte, Mussolini cercò di rispondere ai bisogni di quella che, a giudizio degli addetti ai lavori del tempo (terrorizzati dal successo del cinema), sembrava ormai una forma d’arte morente. La modernizzazione, la sperimentazione e lo scambio internazionale avrebbero dovuto riscattare il mondo teatrale italiano dalla crisi nel quale da tempo versava.

Va aggiunto anche che Pirandello, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non ha rappresentato affatto un’anomalia. Il drammaturgo siciliano viene spesso presentato come un’eccezione, un caso unico affermatosi nonostante il giogo che il regime imponeva alla cultura, un refolo d’aria fresca in un ambiente stantio anche in virtù delle libertà non comuni a lui concesse. In realtà una rivoluzione teatrale della portata di quella pirandelliana è stata possibile solo perché il Teatro d’Arte non era sorto in un vuoto pneumatico. Assai più che un’eccezione, si direbbe che Pirandello abbia incarnato agli occhi di Mussolini un modello del modo in cui dovevano funzionare le relazioni fra arte e politica. In altre parole, è ormai indispensabile riconoscere che Mussolini non si vide costretto a dar retta a Pirandello per la sua popolarità o affinché il drammaturgo diventasse un rappresentante del regime; piuttosto, Mussolini appoggiò gli Undici perché vedeva in essi una potenziale avanguardia della cultura e della società fascista che si stavano sviluppando nei primi anni della dittatura. Il loro progetto, per quanto effimero, fu dunque il felice risultato di un’aspirazione condivisa tanto dal duce quanto dagli artisti capitanati da Pirandello: rifondare il teatro italiano, e non solo italiano, su basi completamente inedite – fare largo al teatro moderno. Almeno in questo senso, considerato l’appoggio che lo stato aveva dato al Teatro d’Arte, si può dire che è stato anche grazie al governo di Mussolini, e non nonostante esso, che il “capocomico” Luigi Pirandello è diventato il Pirandello che tutto il mondo oggi conosce e ammira.

Patricia Gaborik
2012

Bibliografia

Susan Bassnett and Jennifer Lorch, Luigi Pirandello in the Theatre: A Documentary Record, Routledge, London 1993, contiene vari importanti documenti tra cui le recensioni di Birrell e di Alvaro e la lettera del 29 marzo di Pirandello a Mussolini.

Per i documenti relativi al finanziamento del Teatro d’Arte cfr. Alberto Cesare Alberti, Il teatro nel fascismo. Pirandello e Bragaglia, Bulzoni, Roma 1974.

Altre fonti riguardanti le produzioni discusse nel presente saggio sono Jennifer Lorch, Pirandello Six Characters in Search of an Author. Plays in Production, Cambridge University Press, Cambridge 2005, e le recensioni di Silvio D’amico, Cronache del teatro, vol. I, Laterza, Bari 1963, e di Corrado Alvaro, Cronache e scritti teatrali, Abete, Roma 1976.

Varie sono le fonti relative alla storia del teatro durante il Ventennio. Emanuela Scarpellini, Organizzazione teatrale e politica del teatro nell’Italia fascista (1989), Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, Milano 2004, e Gianfranco Pedullà, Il teatro italiano nel tempo del fascismo, il Mulino, Bologna 1994, si occupano quasi esclusivamente di questioni istituzionali, mentre Franca Angelini, Teatro e spettacolo nel primo Novecento, Laterza, Roma-Bari 1988, discute anche della drammaturgia dell’epoca.

Sull’organizzazione e il finanziamento del teatro fascista, particolarmente nel contesto della questione del Teatro Nazionale, si veda il mio Italy. The Fancy of a National Theatre?, in Stephen Elliot Wilmer (a cura di), National Theatres in a Changing Europe, Palgrave, London 2008.

Sulla regia nell’Italia del primo Novecento, si veda il dossier di «Teatro e Storia» anno XXII (2008), n. 29, Bulzoni Editore.

Per lo sviluppo dell’arte della regia nel dopoguerra, lo studio classico è Claudio Meldolesi, Fondamenti del teatro italiano. La generazione dei registi, Bulzoni, Roma 1984.

atti del XXVIII Convegno internazionale del 1991 Pirandello e la politica, Mursia, Milano 1992; e Elio Providenti, Pirandello impolitico dal radicalismo al fascismo, Salerno, Roma 2000.

Uno dei pochi testi specificamente incentrati sul dramma (e non sulla narrativa) di Pirandello in merito alla problematica fascista è Mary Ann Frese Witt, The Search for Modern Tragedy: Aesthetic Fascism in Italy and France, Cornell University Press, Ithaca N.Y. 2001.

Insostituibili nel tracciare la multiforme relazione di Pirandello con Mussolini e col regime fascista sono i suoi Saggi e interventi, a cura di Ferdinando Taviani, Mondadori, Milano 2006, da dove provengono gli scritti e le interviste sulla nascita del Teatro d’Arte, qui ampiamente citati.

Altri materiali importanti sono in Luigi Pirandello, Lettere a Marta Abba, a cura di Benito Ortolani, Mondadori, Milano 1995, e nelle Interviste a Pirandello, a cura di Ivan Pupo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002.

Per le opinioni di Mussolini sull’opera drammaturgica di Pirandello cfr. Emil Ludwig, Colloqui con Mussolini (1932) Mondadori, Milano 2001, e Yvon de Begnac, Taccuini mussoliniani, a cura di Francesco Perfetti, il Mulino, Bologna 1990.

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Disdetta (continuazione e fine) – Audio lettura

Legge Giuseppe Tizza
«La mia disdetta vuole che di quello che sento io nessuno mai debba o voglia tener conto: l’impressione provata da me alla vista del povero Tito era dolorosa, è vero?»

Prima pubblicazione: Ariel, anno I, numero 13, 14 marzo 1898. Firmato con lo pseudonimo Fernando.

Disdetta (continuazione e fine)
Pitagora rifugge le fave in fiore (Autore francese, XVI secolo). Immagine dal Web

Disdetta (continuazione e fine)

Voce di Giuseppe Tizza

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          L’ho scontato, quel bacio, è vero; lo sconto tuttavia: ma l’ho baciata, ripeto.

          Gli anni che Renzi passò a Roma, dopo il mio sciagurato equivoco, furono per me tanti anni di tortura. Marito e moglie vollero che frequentassi assiduamente la casa, e s’intende! Potevano rinunziare al divertimento che offrivo loro? Mi avevano, per così dire, vestito di ridicolo; dovevano rifarsi delle spese dell’abito, e del bacio.

          E la signora Renzi fu chiamata Tupì, cara Tupì, dal marito, perché pare che io pronunciassi così il cognome Dupuis, assunto da lei nella commedia. Il francese (non me ne vanto) lo conosco discretamente, ma forse lo pronunzio male: il naso non mi suona bene, un po’ intasato, come l’ho sempre. E Pitagora e Tupì fu il grazioso titolo d’un brutto scherzo comico in versi martelliani perpetrato da Quirino per render famosa negli annali della famiglia la memoria dell’avventura. Versi zoppi ce n’erano parecchi, quaranta su cento per lo meno, ma che importa? Anche la gobba del figlietto sembra carina al padre; e Renzi ci teneva tanto a quella sua birbonata e la leggeva a tutti e la comentava in mia presenza; e tutti ridevano e ridevo anch’io, come una lumaca al fuoco.

          V’immaginate poi l’imbarazzo mio, specialmente nei primi tempi di fronte alla signora? Quella donna sapeva bene, perdio, quanto mi piacesse le avevo fatto la mia brava dichiarazione d’amore (imbecille!), ero anche arrivato più in là, e avevo per giunta vagheggiato un’intera notte l’idea di farne la compagna della mia vita. E gli occhi, nel guardarla (o tentazione!) mi andavano sempre lì, nel posto in cui, tra lo schermirsi di lei, era caduto il mio bacio: su la guancia destra, presso l’occhio. E impallidivo.

          Non è vero, domando io ora che non c’è poi tanto da ridere, in tutta questa storia? Eppure, ecco lì Tito Bindi e la sposina: saluti e sorrisi espressivi quasi ogni giorno. E anche la madre, la futura suocera, bruttò; arcigna vecchia, mi sorrideva ora.

          Avrei voluto imbattermi qualche giorno da solo a solo nel Bindi, per domandargli se la presente felicità non gli offrisse alcun’altra cagione di riso, e in questo caso compatirlo ma non mi venne mai fatto. Desideravo inoltre da lui qualche notizia di Renzi e della signora.

          Ma ecco, un bel giorno, arrivarmi da Forlì questo telegramma: «Brutti guaj, Pitagora! Sarò a Roma domattina. Pregoti accogliermi stazione, ore 8.20.» Firmato Renzi.

          O come! pensai – ci ha qui il cognato, e vuol essere accolto da me? Feci su quel «brutti guaj » un mondo di supposizioni, tra le quali la più ragionevole mi parve questa: che Tito stesse per contrarre un pessimo matrimonio, e che Renzi venisse a Roma per tentare di mandarlo a monte.

          Dopo circa tre mesi di saluti e di sorrisi confesso che per quella sposina nutrivo già un’antipatia irresistibile e qualcosa di peggio per la vecchia, arcigna madre.

          Il domani, alle otto, ero alla stazione. E ora giudicate voi, se io non son davvero perseguitato da un destino buffone. Arriva il treno, ed ecco Renzi al finestrino d’una vettura: mi precipito… ah, maledizione! le gambe mi si piegano, mi cascano le braccia, come se qualcuno a un tratto mi avesse dato un gran pugno su gli occhi…

          – Ho con me il povero Tito… – mi fa Renzi additandomi pietosamente il cognato!

          Tito Bindi, quello lì? Come? E chi avevo io dunque salutato tre mesi per le vie di Roma? Eccolo là, Tito! Ah, Dio mio, in quale stato ridotto!

          – Tito, Tito… ma come!… tu… – balbetto.

          Egli mi butta le braccia al collo e scoppia in pianto dirotto… Perché? Guardo a bocca aperta Renzi. Mi sento impazzire. Ma Renzi mi accenna con una mano alla fronte e sospira, chiudendo gli occhi, come per dirmi: «È leso di mente… ». Chi? lui, io o Tito? Chi è leso di mente?

          – Su, via, Tito, sii buono! – fa Renzi al cognato. – Aspetta un po’ qui tieni d’occhio queste valige… Io vo con Pitagora a ritirare il tuo baule.

          E, andando, mi narra sommariamente la storia miseranda del povero cognato, che da circa due anni e mezzo aveva preso moglie a Forlì: gli eran nati due bambini uno dei quali dopo quattro mesi era accecato; questa disgrazia, l’impotenza di provvedere adeguatamente con l’arte sua ai bisogni della famiglia, le continue liti con la moglie sciocca ed egoista gli avevano sconcertato il cervello. Ora Renzi lo conduceva a Roma per farlo visitare dai medici e divagarlo un po’.

          Se non avessi visto con gli occhi miei Tito ridotto in quello stato, avrei senza dubbio creduto che Renzi volesse giocarmi qualche altro tiro. Tra lo stordimento e la pena gli confesso allora il nuovo equivoco in cui ero caduto, come io cioè, fino al giorno avanti, avessi salutato Tito promesso sposo per le vie di Roma. Renzi si mette a ridere.

          – T’assicuro! – gli faccio io. – Tal quale! Tito purus et putus! Da tre mesi ci salutiamo e ci sorridiamo: siamo divenuti amiconi… Ora sì, ora noto la differenza! Ma perchè Tito, poveretto, s’è ridotto in quello stato… Quello che saluto io quasi ogni giorno è invece Tito com’era prima che partisse per Forlì, tre anni or sono… Figurati l’impressione che mi ha fatto vederlo così, ora, dopo averlo veduto jeri, verso le quattro, felice e raggiante con la sposina accanto…

          La mia disdetta vuole che di quello che sento io nessuno mai debba o voglia tener conto: l’impressione provata da me alla vista del povero Tito era dolorosa, è vero? ebbene Renzi il cognato stesso, innanzi al bagagliajo, si teneva i fianchi dai troppo ridere. E poco dopo, per distrarre il malato, gli volle raccontare quest’altra avventura mia. E ci ho gusto: ne nacque quel che ne nacque.

          Il poveretto, alienato, rimase in prima stranamente colpito dal mio abbaglio; ci lavorò su un pezzo con la fantasia sbalestrata, durante il tragitto dalla stazione all’albergo, e alla fine, afferrandomi un braccio, con tanto d’occhi sbarrati, confitti nei miei, mi gridò:

          – Pitagora, hai ragione!

          Io mi spaventai; mi provai a sorridergli:

          – Che cosa, caro Tito?

          Hai ragione! – ripeté egli senza lasciarmi, ilarandosi in volto. – Non ti sei ingannato! Quello che tu saluti sono io, Pitagora,  proprio io, che non ho mai lasciato Roma; io giovane, bello, libero e felice, come tu ogni giorno mi vedi e mi saluti… Ah sì sì, abbiamo fatto un brutto sonno, Quirino mio! Dammi un bacio! Io non ho moglie, non ho figliuoli… Qui c’è Pitagora che te lo può dire… È vero Pitagora? È vero che tu m’incontri ogni giorno per le vie di Roma? E che faccio io a Roma? Dillo a Quirino… Faccio il pittore, ad onta della gente cretina che non mi vuol mai comprare un quadro… Ma non importa! Viva la gioventù! Noi due siamo scapoli… ancora scapoli…

          – E la sposina? – mi lasciai scappare disgraziatamente, senza avvertire che Renzi, per prudenza, poco fa, nel raccontargli l’equivoco, aveva tralasciato questo particolare.

          Il volto di Tito s’abbujò a un tratto. Mi riafferrò, questa volta per tutt’e due le braccia:

          – Come! Prendo moglie un’altra volta?

          – Ma che! – gli faccio io, subito, a un cenno di Renzi. – Ma che, caro Tito! So bene che tu scherzi con quella fanciulla…

          – Scherzo? e faccio male! malissimo! – incalzò Tito. – Non bisogna scherzare… Si comincia sempre così, Pitagora mio! E poi… e poi…

          Scoppiò di nuovo in pianto, coprendosi il volto con le mani. Invano io e Renzi cercammo di quietarlo, di consolarlo: – No, no! – ci rispondeva egli. – Se prendo moglie anche qui a Roma, che sarà di me? Vedi come mi sono ridotto a Forlì, caro Pitagora? A ogni costo a ogni costo bisogna impedirlo, subito! Anche lì ho cominciato scherzando…

          – Ma noi siamo qui per pochi giorni, – gli disse Renzi. – Il tempo di contrattare con due o tre signori per l’acquisto dei tuoi quadri, come s’era rimasti. Ce ne torneremo subito a Forlì…

          – E non giova a nulla! – rispose Tito con un gesto disperato delle braccia. – Ce ne torneremo a Forlì, e Pitagora continuerà pur sempre a vedermi qui a Roma… Né può essere altrimenti! Perché standomene lì, io vivo sempre a Roma, Quirino mio, sempre. Negli anni miei belli, scapolo, libero, felice… come Pitagora appunto m’ha visto, jeri stesso, è vero?… Eppure jeri noi eravamo a Forlì: vedi che non dico bugie…

          Commosso, esasperato Quirino Renzi squassò il capo e strizzò gli occhi per frenar le lagrime: fin adora la pazzia del cognato non gli si era rivelata in così disperate proporzioni.

          Lo conducemmo fuori per divagarlo; ma per via, man mano che egli si calmava riconoscendo i luoghi, un’inquietudine angosciosa s’impossessava di me. Se per disgrazia – pensavo – ci avvenisse d’imbatterci in quell’altro! E la mia inquietudine cresceva di punto in punto, nel vedere che Tito già in preda a un’affliggente gaiezza, girava gli occhi di qua e di là per ogni verso, instancabilmente. Lo riconoscerebbe senza dubbio, – dicevo tra me guardandolo: – La somiglianza è straordinaria! E poi con quelle scarpe che strinano a ogni passo quel bestione lì fa voltar tutta la gente… – E mi pareva di sentir da un momento all’altro dietro a me il dri dri dri di quelle scarpe.

          Poteva il caso non avvenire? Manco a dirlo! Avvenne il domani, quando meno me l’aspettavo. Renzi era entrato in un negozio, e io e Tito lo aspettavamo innanzi al Caffè Aragno. Io guardavo impaziente il negozio donde Renzi doveva uscire, e ogni minuto d’attesa, lì fermi, mi sapeva un’ora: a un tratto mi sento tirar per la giacca e vedo Tito con la bocca aperta a un sorriso muto di beatitudine e con due grosse lagrime che gli gocciavano dagli occhi chiari e lucenti. Lo aveva scorto! e me l’additava lì, a due passi, solo, fermo su lo stesso marciapiedi.

          Mettetevi un po’ una volta nei panni miei, senza ridere! Quel signore, nel vedersi guardato e additato a quel modo, si turbò; ma poi, accorgendosi di me, mi salutò al solito. Io mi provai a fargli un cenno, mentre coll’altra mano cercavo di portarmi via Tito. Non ci fu verso!

          Per fortuna colui aveva compreso il mio cenno e sorrideva; aveva però compreso soltanto che il mio compagno era pazzo: non si era affatto riconosciuto nelle fattezze di Tito, mentre questi, sì, subito, in quelle di lui. E gli si era accostato e lo contemplava estatico e lo accarezzava nelle braccia e nel petto, pian piano, susurrandogli: – Come sei bello… come sei bello… Questo è il nostro caro Pitagora…

          Quel signore mi guardava e sorrideva nell’imbarazzo; io per tranquillarlo gli sorrisi addolorato. Non l’avessi mai fatto! Tito notò quel nostro sorriso e, sospettando subito qualche inganno, si rivolse minaccioso a colui:

          – Non prender moglie, imbecille: mi rovini! Vuoi ridurti come me? Lascia quella ragazza, non ci scherzare… Tu non hai esperienza…

          E giù un diluvio di parole, tra gesti concitati… La gente cominciava a far siepe intorno quando Renzi accorse e a viva forza si trascinò via il cognato.

          Vi risparmio le risa di quel signore, allorchè io, poco dopo, gli spiegai ogni cosa. Eppure, non so, mi parve ch’egli ridesse male, che non ridesse tanto di cuore… Quasi ferito nell’amor proprio, mi domandò:

          – Ma mi somiglia proprio tanto?

          – Ah ora no! – gli risposi. – Ma se Lei lo avesse visto prima, tre anni fa, scapolo, qui a Roma…

          – Speriamo allora, che fra tre anni, – fece il signore – io non debba ridurmi come lui.

          – Ah, no davvero! – gli augurai io. – Intanto guardi: finora io La ho salutata per Tito Bindi… vorrei aver l’onore, or che l’equivoco è chiarito, di salutarla col Suo vero nome. Eccole la mia carta da visita.

          E sono stato sciocco una volta di più!

          Prima almeno questo signore rideva di me senza sapere come mi chiamassi. Ora lo sa, e può dire: Rido proprio di te, Camillo Bandoni!

          E meno male, alla fin fine, che non mi chiama Pitagora anche lui!

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Disdetta – Audio lettura

Legge Giuseppe Tizza
Prima pubblicazione: Ariel, anno I, numero 12, 6 marzo 1898. Firmato con lo pseudonimo Fernando.

Disdetta
Pitagora rifugge le fave in fiore (Autore francese, XVI secolo). Immagine dal Web

Disdetta

Voce di Giuseppe Tizza

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 ******

          Perbacco!

          E rimettendomi in capo il cappello mi volto a guardar la bella sposina tra il fidanzato e la vecchia madre.

          Dri dri dri… ah come strillavano di felicità sul lastrico della piazza assolata le scarpe nuove del mio amico! E la fidanzata, con l’anima tutta lucente e ridente negli occhi, nelle guance infocate, nei denti bianchissimi, sotto l’ombrellino di seta rossa si faceva vento vento vento, quasi per smorzar le vampe del suo pudor di fanciulla, la prima volta che si mostrava così per via alla gente con a fianco il promesso sposo. Dri dri dri…

          Rimettendosi in capo il cappello (piano, che la pettinatura non si guastasse) si voltò anche lui, l’amico mio, a guardar me. O che c’entrava? Mi vide fermo in mezzo alla piazza, e chinò il capo con un sorriso impacciato. Risposi con un altro sorriso che voleva dire: – Mi rallegro! Mi rallegro!

          Fatti pochi passi, mi volto di nuovo. Non m’aveva colpito tanto la figura simpatica ed elegante della fidanzata, quanto l’aria, dell’amico mio, che non vedevo più da circa tre anni. O non si volta anche lui a guardarmi per la seconda volta?

          Che sia geloso? – pensai, incamminandomi subito a capo chino. – Ne avrebbe ragione: è proprio carina… Ma lui lui!

          Non so, mi era sembrato anche più alto di statura, Prodigi dell’amore! E poi tutto ringiovanito, negli occhi specialmente, nella persona quasi carezzata da certe cure affettuose di cui non l’avrei mai stimato capace, conoscendolo nemico di quegli intrattenimenti che ogni giovanotto suole avere con la propria immagine per ore e ore innanzi a uno specchio. Prodigi dell’amore! Bravo Tito Bindi!

          Dov’era stato egli in questi ultimi tre anni? Qui a Roma, prima, abitava in casa di Renzi suo cognato, ch’era poi il vero amico mio. Infatti egli, per me, propriamente, si chiama più «il cognato di Renzi», che Bindi di casa sua. Era partito per Forlì due anni avanti che Renzi lasciasse Roma, e non l’avevo più riveduto. Ora, eccolo a Roma di nuovo, e fidanzato.

          Ah, caro mio, – seguitai a pensare tu non fai più certamente il pittore! Dri dri dri… le tue scarpe strillano troppo. Di’ che ti sei voltato ad altro mestiere, il quale ti deve fruttar bene. Come pittore, abbi pazienza, amico mio, eri somaro; bel giovine, ma somaro. Hai cambiato strada? Bravo Bindi! Vai lodato anche di questo.

          Lo rividi due giorni appresso, quasi alla stess’ora, di nuovo insieme con la promessa sposa e con la futura suocera. Altro scambio di saluti accompagnati da sorrisi. Inchinando lieve e pur con tanta grazia il capo, mi sorrise anche la sposina.

          Evidentemente Tito – pensai – le ha narrato la mia famosa avventura con sua sorella, la moglie di Renzi. E figuriamoci come e quanto avrà riso a le mie spade la cara sposina, e come sarà stato felice lui di averla fatta ridere così.

          Per le due famiglie Renzi e Bindi e loro affini e amici e conoscenti io son condannato a essere argomento di riso chi sa fino a quando! Sarò morto, e Renzi vecchione, nel canto del fuoco, conversando con la moglie Secchissima (auguro come si vede a entrambi di campar più di me), le dirà: – Pitagora, ricordi? – E tutti e due, senza denti, rideranno ancora di me… È una bella sodisfazione!

          Renzi mi chiama Pitagora perchè non mangio fagioli. Mi chiamerà pure Pitagora la cara sposina, suppongo… Cose che fan tanto piacere!

          Ma che poi ci sia molto, proprio molto da ridere nell’avventura mia, dico la verità, non so vederlo. Si tratta semplicemente di questo. Sei anni fa (mica un giorno!) la mia disgrazia volle che per tanti e tanti giorni di seguito dovessi incontrar sola per via una bellissima signora, dada quale, fin dal primo vederla, tah! – ero rimasto straordinariamente colpito. È chiaro però che dell’impressione fattami si era accorta anche lei, in prima, e che anche lei anzi aveva dovuto rimanerne colpita così che, due o tre giorni dopo, scorgermi improvvisamente e lasciarsi cader di mano il porta fazzoletti fu tutt’uno. Io, naturalmente, interpretai a modo mio quel turbamento; supposi che l’oggetto le fosse caduto ad arte, e mi precipitai a raccoglierlo e glielo porsi con l’accompagnamento immancabile d’un inchino sorridente e d’una frase graziosa.

          Chi non avrebbe fatto così? E fin qui, mi pare, non c’è nulla da ridere. È vero tuttavia, e non lo nego, che ella, a le mie parole, impallidì in un modo che mi parve anche allora eccessivo, e che mi ringraziò del piccolissimo servigio resole con un: – Insolente! – ma pensai: – Insolente! dunque ti seguo!

          La seguii; ella si sentì inseguita: tanto che, più volte, inquieta, volse rapidamente il capo indietro a guardare e alla fine, non potendone più, salì in una vettura e via. Io, cocciuto, salto in un’altra dico al vetturino: – Dietro a quella, a qualche distanza! – Si va su pe’ quartieri Ludovisi, poi, in Via delle Finanze, la vettura della signora s’arresta; la vedo smontare, pagare, vedo la casa in cui entra. Ma abita davvero colà? o vi abita qualche sua amica? Se è così penso – tra poco discenderà. Aspettiamo. E poi può darsi che or ora s’affacci a qualche finestra. Aspettiamo.

          Licenzio la vettura e mi metto a passeggiare innanzi alla casa alzando di tanto in tanto gli occhi alle finestre. Passa un quarto d’ora: niente! Invece bel bello mi vedo venire incontro per la stessa via Quirino Renzi, che conoscevo da poco tempo.

          Ah ci vuol poco, lo so, a darmi dell’imbecille adesso, dopo il fatto – bella forza! Che ragione avevo io allora di supporre che quella signora poteva essere la moglie di Renzi, se non sapevo neppure ch’egli fosse ammogliato?

          – Che fai qui? mi domanda lui.

          Rispondo ridendo:

          – Aspetto…

          Lui strizza un occhio:

          – Qualche avventura?

          – No, ti giuro, un amico coi calzoni.

          Lo vidi entrare, è vero, nello stesso portone dov’era entrata lei, ma quella, perdio, era una torre, una casa a sei piani. Ammesso che Renzi fosse ammogliato (ripeto non lo sapevo); ammesso che la signora fosse una legittima moglie (e stavo nell’idea che non fosse), in quella casa dovevano abitare per lo meno venti mariti: giusto il Renzi doveva essere?

          Ma la probabilità che lui potesse entrarci in qualche modo non mi passò allora per il capo, nè anche lontanamente. Seguitai ad attendere ancora un pezzo, poi me ne andai senz’alcun sospetto della commedia che marito e moglie avevano architettata per punirmi innocente!

          Eravamo insieme il giorno dopo io, Renzi e l’amico Barbarelli, anche lui ora scomparso. Fino, il Renzi! S’era procurato in persona del Barbarelli il prologo della commedia sapendo che questo ottimo giovane aveva, e non so se ha ancora, il vezzo di sospirar comicamente: – Ahimè! – dietro ogni bella donnina. Infatti, ne passa una, ed ecco Barbarelli emettere il suo sospiro. Allora, subito Renzi:

          – Vedi? – gli dice – io, al posto di quella signora, parola d’onore, t’avrei lasciato andare un solennissimo schiaffo a edificazione di tutto un popolo.

          Barbarelli sorride:

          – Ma io sospiro per conto mio… Non è più permesso neanche di sospirare vedendo una bella signora?

          Lascia andare! – incalza Renzi. – A Roma siamo ridotti al punto che una povera donna non può più uscir sola per via. È una vergogna! Giusto jersera una signora, amica di mia moglie, che abita su, al piano superiore, nella stessa casa dove abito io, ci narrava, vi assicuro proprio con le lagrime agli occhi, di un affronto patito nella stessa giornata. Schiaffeggiare, schiaffeggiare! – le ho detto io. – Lei, signora mia, doveva voltarsi e, al cospetto di tutta la gente, appioppare un sonoro schiaffo a quel mascalzone: – Le ho detto insolente… – m’ha risposto lei. Ah sì, ci vuol altro per voi, caro Barbarelli! Pitagora, tu che ne dici?

          Io? Figuratevi come ero rimasto io. Aspettai che Barbarelli ci lasciasse, e poco dopo domandai al Renzi:

          – Di’ un po’, come si chiama quella signora, amica di tua moglie?

          – Perchè?

          – Vorrei saperlo…

          – Un’elettissima signora! – esclama Renzi. – È francese, ma da parecchi anni in Italia, si chiama Eulalia Dupuis…

          E mi sciorina lì per lì una storia complicatissima e dolorosa, certamente combinata avanti (non stimo Renzi capace d’una improvvisazione di quel genere): il marito della signora morto per stravizi, dopo averla fatta soffrire crudelmente per sei anni; liti per l’eredità d’uno zio straricco con un cugino dissoluto aspirante alla mano di lei; persecuzioni, disperazione; fuga in Italia, dove la disgraziata signora, in attesa che la lite ancora pendente si risolva, è costretta a vivacchiare impartendo lezioni di lingua francese.

          Confesso (trionfa, o Renzi!) che questa storia mi commosse tanto, che provai rimorso di quel che avevo fatto il giorno avanti. E poiché Renzi stimò opportuno di ripeter l’affronto di quel mascalzone ch’ero io, aggiungendo tra gli altri particolari che la signora, al suo consiglio di schiaffeggiare, gli aveva risposto che di gran gusto l’avrebbe fatto, se ne avesse avuto il coraggio.

          – Davvero? Ci avrebbe gusto? – proruppi. – Ebbene se lo passi! Senti Renzi: quel mascalzone sono io.

          – Tu? – E sgranò tanto d’occhi dalla meraviglia, il commediante!

          – Io, io, sì: vedi che mi accuso… Ieri ti ricordi? tu mi hai visto…

          – Ah, l’hai finanche inseguita?

          – Sì, sì, confesso che ho scambiato quella signora per… tu m’intendi.

          Renzi si fermò di botto a guardarmi; ma seppe contenersi; ingoiò la pillola e sghignò:

          Perdio, che occhio fino e che fiuto!

          – Hai ragione… Sono stato uno sciocco, anzi peggio… Ma tu sai, Renzi mio, ch’io piglio fuoco come uno fascio di paglia. Che penseresti, se ti dicessi che son mezzo innamorato, sul serio, di quella signora? È francese, hai detto? sarà donna di spirito… Ebbene, senti: voglio farmi dare lo schiaffo che tu le hai consigliato. Trova tu il modo; io poi troverò il modo di farmi perdonare.

          E così il topolino andò a porsi da sè tra le granfie del gatto appostato. Il giorno dopo Renzi venne a dirmi ch’egli aveva ottenuto dalla signora la grazia di ricevermi quella sera stessa e che l’avrei trovata ben disposta a perdonarmi. Il brigante s’era messo d’accordo con una vecchia signora che abitava al piano di sopra la quale si era acconciata a rappresentar la parte di zia deva finta signora Eulalia Dupuis.

          E la sera stessa, verso le otto, eccomi innanzi alla porta di lei, con la carta da visita in mano, già pentito, ma troppo tardi, dell’impiccio in cui m’ero messo. Le mie intenzioni? i miei progetti? Visto che la mia parte nella commedia era quella de l’imbecille, e che il Renzi e la sua signora avevano lavorato un bel po’ di fantasia per procurarsi vita natural durante quest’argomento di riso, ho voluto finanche dichiarar loro in seguito quali fossero le mie intenzioni nel recarmi a chieder perdono alla signora Dupuis. Ci avevo pensato nella notte e avevo finito per concludere: – Se tutto andrà bene e sarà sì, butto via quell’aula che non mi piace per niente e la chiamerò Lia, Lia! Lietta! bel nome… E me l’ero vista lì, accanto, nel letto: moglie, Dio ne liberi e scampi!

          Ah come parla bene il francese la moglie di Quirino Renzi! E come fu amabile quella sera la signora Eulalia Dupuis! Tanto amabile, che, a un certo punto – figuratevi – non volendo ella darmi lo schiaffo che insistentemente io, già mezzo ebro, le chiedevo (eravamo soli nell’umile salottino della vecchia signora), le chiesi invece un bacio. Una donna che a tal richiesta si mette a ridere, non vi sembra una donna che vi dica: baciatemi? Ebbene, così feci io; ma ahimè, senza sentire nell’eccitazione, che mentre la baciavo ella divincolandosi strillava:

          – Quirino! Quirino!

          E Quirino irruppe nella stanza ridendo:

          – Ah questo è un pò troppo, perbacco!

          La mia faccia, in quel punto, s’immagina: non si descrive. Ma ora io dico, sì, ci sarà da ridere non lo nego: è un fatto però, caro Renzi, che tua moglie io l’ho baciata.

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Personaggi – Audio lettura

Legge Giuseppe Tizza
«L’arte, signori miei, ha l’ufficio di rendere immobili le anime, di fissar la vita in un momento o in varii momenti determinati: la statua in un gesto, il paesaggio in un aspetto temporaneo immutabile.»

Prima pubblicazione: Il Ventesimo, anno V, numero 30, 10 giugno 1906.

Personaggi
Immagine dal Web

Personaggi

Voce di Giuseppe Tizza

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 ******

          Oggi, udienza.

          Ricevo dalle ore 9 alle ore 12, nel mio studio, i signori personaggi delle mie future novelle.

          Certi tipi!

          Non so perché tutti i malcontenti della vita tutti i traditi dalla sorte, i gabbati, i disillusi i mezzi matti debbano venire proprio da me. Se li trattassi bene, capirei. Ma li tratto spesso a modo di cani; e sanno che non sono di facile contentatura, che sono crudelmente curioso, che non mi lascio ingannare dalle apparenze né abbindolare dalle chiacchiere. Perdio, da certuni pretendo finanche prove, testimonianze e documenti. Eppure…

          Ma essi hanno tutti o credono d’avere (che è lo stesso) una loro particolar miseria da far conoscere, e vengono da me a mendicare con petulanza voce e vita.

          – A qual pro’? – io dico loro. – Siamo già in troppi qua, in questo mondaccio vero, a reclamare il diritto alla vita, cari miei: a una vita che forse potrebbe esser facile (vana com’è e stupidissima), ove noi con zelo accanito non ce la rendessimo sempre più difficile di giorno in giorno, complicandola maledettamente (e forse appunto per nascondere ai nostri occhi stessi la sua stupida e terribile vanità) con invenzioni e scoperte peregrine, che pure hanno la pretesa di rendercela più facile e più comoda! Voi avete la fortuna, signori miei, d’esser ombre vane. Perché volete assumer vita anche voi, a mie spese? E che vita poi? Da poveri inquilini d’un mondo più vano; mondaccio di carta, nel quale, vi assicuro, non c’è proprio sugo ad abitare. Guardate: tutto, in questo mondo di carta, è combinato, congegnato, adattato ai fini che lo scrittore, piccolo Padreterno, si propone. Mai nessuno di quei tanti ostacoli improvvisi che, nella realtà, contrariano graziosamente e limitano e deformano i caratteri degli individui e la vita. La natura senza ordine almeno apparente, irta (beata lei!) di contraddizioni, è lontanissima – credetelo – da questi minuscoli mondi artificiali, in cui tutti gli elementi, visibilmente, si tengono a vicenda e a vicenda cooperano. Vita concentrata, vita semplificata, senza realtà vera. Nella realtà vera le azioni che mettono in rilievo un carattere non si stagliano forse su un fondo di vicende ordinarie, di particolari comuni? Ebbene, gli scrittori non se n’avvalgono, come se queste vicende. questi particolari non abbiano valore e sieno inutili. L’oro, in natura, non si trova frammisto alla terra? Ebbene, gli scrittori buttano via la terra e presentano l’oro in zecchini nuovi, ben colato, ben fuso, ben pesato e con la loro marca e il loro stemma bene impressi. Ma le vicende ordinarie, i particolari comuni, la materialità della vita insomma, così varia e complessa, non contraddicono poi aspramente tutte queste semplificazioni ideali e artificiose? non costringono ad azioni, non ispirano pensieri e sentimenti contrarii a tutta quella logica armoniosa dei fatti e dei caratteri concepiti dagli scrittori? E l’impreveduto che è nella vita? e l’abisso che è nelle anime? Perdio, non mi sento io guizzar dentro, spesso, pensieri strani, quasi lampi di follia, pensieri inconseguenti, inconfessabili, come sorti da un’anima diversa da quella che normalmente mi riconosco? E quante occasioni imprevedute, imprevedibili occorrono nella vita, ganci improvvisi che arraffano le anime in un momento fugace, di grettezza o di generosità, in un momento nobile o vergognoso, e le tengon poi sospese o sull’altare o alla gogna per l’intera esistenza, come se questa fosse tutta assommata in quel momento solo, d’ebbrezza passeggera o d’incosciente abbandono?… L’arte, signori miei, ha l’ufficio di rendere immobili le anime, di fissar la vita in un momento o in varii momenti determinati: la statua in un gesto, il paesaggio in un aspetto temporaneo immutabile. Ma che tortura! E la perpetua mobilità degli aspetti successivi? e la fusione continua in cui le anime si trovano? –

          Così parlo ai miei signori personaggi. Ma sì! Come se parlassi al muro.

          E allora, per levarmeli di torno, per sfuggire al loro muto assedio opprimente, mi sobbarco a dar loro ascolto.

          Ah che canaglia! dopo che io ho dato loro il mio sangue, la mia vita, e ho sentito come miei i loro dolori, le loro sventure, – sissignori! – appena usciti dal mio studio, vanno dicendo per il mondo che io sono uno scrittore beffardo, che invece di far piangere la gente su le loro miserie la faccio ridere, ecc. ecc.

          Non possono soffrire, soprattutto, la descrizione minuta che io faccio di certi loro difettucci fisici o morali. Vorrebbero essere tutti belli, i miei signori personaggi, e moralmente inammendabili. Miseri sì, ma belli. Vedete un po’!

          Veniamo all’udienza.

          Fa da usciere una mia servetta, la quale, quantunque vesta sempre di nero e legga – quando può – libri di filosofia (tutti i gusti son gusti!), ride spesso a scatti come una pazzerella. Oh, certe risate che paiono capriole di monellaccio innanzi alle fanfare. Per il caso che qualcuno volesse saperlo. la mia servetta si chiama Fantasia.

          Ho il sospetto che, per farmi stizza. vada lei furtivamente a cercare, a scovare tutti questi bei messeri che si presentano alle mie udienze.

          E un’altra cosa. Le ho detto e ripetuto mille volte che me li introduca nello studio a uno a uno. Nossignori! Tutti insieme, a frotta; cosicché io non so a chi debba prima dare ascolto.

          Oggi, per esempio, m’è saltato nello studio un ragazzotto a cavallo d’un bastone, che s’è messo a fare il diavolo a quattro, ridendo, correndo, gridando, rovesciandomi tutte le seggiole.

          – Fantasia! Fantasia! – gridò.

          Entra una vecchia bonne inglese, magra, asciutta, legnosa, vestita monacalmente di grigio, con gli occhiali d’oro a staffa e una cuffietta bianca su i capelli stopposi, e si mette a correre appresso al ragazzotto che le sguiscia dalle mani e non si lascia ghermire.

          Intanto Fantasia mi susurra in un orecchio che quel ragazzo così vispo e allegro ha una storia ben dolorosa, che quel bastone su cui va a cavallo è dell’amante della madre, e non so che altro mi dica.

          – Va bene! – le grido io. – Ma per adesso caccialo via! Come vuoi che badi a gli altri con lui qua dentro? E chi è quel vecchiaccio là, cieco, con tutta quella trucia addosso e la corona del rosario in mano? Caccialo via anche lui! e caccia anche via quelle tre ragazze allegre che gli stanno attorno.

          – Zitto, per carità! Sono le figlie…

          – Ebbene?

          Egli non sa; non vede. È un sant’uomo; e le figlie… lì, in casa di lui (che casa, se vedessi!), mentr’egli recita il rosario…

          Non voglio saperne! Via! via! Storie vecchie… Non ho tempo da perdere con costoro. Lasciami dare ascolto a questo signore qua, che almeno è ben vestito.

          Il signore ben vestito – (per modo dl dire: ha un certo abito lungo, aperto davanti, a cui non si può dire che il sarto si sia dimenticato d’attaccare le falde) – mi sorride, s’inchina, si passa lievemente due dita su uno dei baffi incerati. Che baffi! Paiono due topi acquattati sotto il naso, con le code all’erta. Può avere da quarant’anni: tacchinotto, bruno, calvo, con occhi nerissimi, foschi accostati al naso vigoroso. (Pretenderà d’esser dipinto bello anche lui!).

          – S’accomodi, – gli dico. – Non si tocchi i baffi, per carità; non se li guasti; se no, glieli levo. Stabiliamo, prima di tutto, il nome. Come si vuol chiamare lei?

          – Io, Leandro, se non le dispiace, ai suoi comandi, – mi risponde con una vocina di ragnatele, alzandosi e inchinandosi di nuovo.

          – E di cognome, se non le dispiace, Scoto.

          – Leandro Scoto? Vediamo un po’: si metta più in là… così, basta… ora si giri… Sì, mi pare che il nome le quadri. Leandro Scoto, va bene.

          – E dottore? – soggiunge timidamente l’ometto con un altro sorriso. – Se non le dispiace, vorrei esser dottore.

          – Dottore in che? – gli domando, squadrandolo.

          E lui:

          – Se non le dispiace…

          Non ne posso più: scatto:

          – E la finisca una buona volta con codesto se non le dispiace! Dica pure…

          – Ecco, allora, se mi permette, – replica egli, guardandosi mortificato le unghie d’una mano, lunghe e ben coltivate, – dottore in iscienze fisiche e matematiche.

          – Uhm, – faccio io. – Mi pare che lei abbia piuttosto l’aria d’un notajo di provincia, d’un capo-archivista. Ma passi. Dunque si dice: Leandro Scoto, dottore in scienze fisiche e matematiche. Lei ha un libro con sè? Che libro è? Venga avanti.

          Il dottor Leandro Scoto mi s’avvicina e mi porge con una certa titubanza il libro.

          – È inglese, – mi dice con gli occhi bassi. Un libro del Leadbeater.

          Il teosofo? – grido io. – Ah, non voglio saperne, sa! Via, via! Se lei viene per esser preso in considerazione con codesti titoli, se ne può pure andare. Ho già messo un teosofo in un mio romanzo, e basta. So io quanto ho dovuto faticare per non farlo parer nojoso! Basta, basta.

          – No, dicevo… – arrischia con uno sguardo supplichevole il dottor Leandro Scoto.

          – Le dico basta! – torno a gridargli in tono perentorio. – Mi faccio meraviglia, che un dottore in iscienze fisiche e matematiche, come lei pretende di essere, uomo serio dunque, si occupi di siffatte sciocchezze senza costrutto.

          Profondamente amareggiato, il dottor Leandro Scoto si rimette in piedi per la terza volta e per la terza volta s’inchina, con una mano sul petto.

          – Mi perdoni, – dice. – Se Lei non vuol sapere di me, io me ne posso anche andare: sparire! Ma non mi giudichi così superficialmente. Non sono un teosofo, io. Tutti, oggi, sentiamo un bisogno angoscioso di credere in qualche cosa. Un’illusione ci è assolutamente necessaria, e la scienza, Lei lo sa bene, non ce la può dare. Così, ho letto anch’io qualche libro di teosofia. Ne ho riso, creda. Oh, aberrazioni, aberrazioni… Pure, guardi: in questo libro ho trovato un passo curiosissimo, una certa idea che mi pare abbia un qualche fondamento di verità e possa interessarla moltissimo. Permette?

          Mi si pone a sedere accanto, apre il libro a pagina 104 e si mette a leggere, traducendo correntemente dall’inglese:

          – «Abbiamo detto che l’essenza elementale che ne circonda da ogni parte è singolarmente soggetta, in tutte le sue varietà, all’azione del pensiero umano. Abbiamo descritto ciò che produce su essa il passaggio del minimo pensiero errante, cioè a dire la formazione subitanea d’una nubecola diafana, dalle forme di continuo mobili e cangianti. Ora diremo ciò che avviene allorchè lo spirito umano esprime positivamente un pensiero o un desiderio ben netto. Il pensiero assume essenza plastica, si tuffa per così dire in essa e vi si modera istantaneamente sotto forma d’un essere vivente, che ha un’apparenza che prende qualità dal pensiero stesso, e quest’essere, appena formato, non è più per nulla sotto il controllo del suo creatore, ma gode d’una vita propria la cui durata è relativa all’intensità del pensiero e del desiderio che l’hanno generato: dura, infatti, a seconda della forza del pensiero che ne tiene aggruppate le parti. »

          Il dottor Leandro Scoto chiude il libro e mi guarda:

          – Ebbene, soggiunge, – nessuno meglio di Lei può sapere che questo è vero. Ed io,  per quanto ancora non sia libero e  indipendente da Lei, ne sono la prova. Ne sono una prova tutti i personaggi creati dall’arte. Alcuni han pur troppo vita efimera, altri immortale. Vita vera, più vera della reale, sto per dire! Angelica Rodomonte, Shylock, Amleto, Giulietta, Don Chisciotte, Manon Lescaut, Don Abbondio, Tartarin: non vivono d’una vita indistruttibile, d’una vita indipendente ormai dai loro autori?

          Io guardo a mia volta il dottor Leandro Scoto che mi si dimostra così erudito e gli domando:

          – Scusi, dove vuole arrivare con codesta dissertazione teosofico-estetica?

          – Alla vita! – esclama lui, allora, con un gesto melodrammatico. – Io voglio vivere, ho una gran voglia di vivere per la mia e per l’altrui felicità. Mi faccia vivere, signore! mi faccia viver bene, la prego: ho buon cuore, guardi! un discreto ingegno, oneste intenzioni, parchi desiderii; merito fortuna. Mi dia, la prego, un’esistenza imperitura.

          Non posso soffrire la gente presuntuosa. Gli figgo gli occhi negli occhi, poi gli guardo i piedi quasi per allontanarlo, e gli dico:

          – Ma via, tu, dottorino, sul serio? Che hai tu in te da rimanere immortale?

          – Ah, non presumo, non presumo, – s’affretta a rispondermi, tirandosi indietro con le mani sul petto, il dottor Leandro Scoto. – Scusi, non deve dipendere da me, deve dipendere da Lei. Io posso benissimo essere magari uno scemo, che c’entra! consideri per citare un esempio, che Don Abbondio, santo Dio, che è? un pretucolo di villaggio, un’animella spaventata, e sissignori! che bella fortuna ha avuto quello là! Vive eterno! Ecco, mi faccia commettere magari qualche grossa bestialità: affrontare la morte, putacaso, per salvare un mio simile, beneficare un amico per averne gratitudine, mi faccia financo prender moglie, che debbo dirle? con la lusinga di viver contento e in pace; ma non mi abbandoni, per carità! mi dia vita, si serva di me! Creda pure che in me, ad approfondirmi bene, Lei troverebbe la stoffa per un capolavoro.

          Auff! Non mi so più reggere. Balzo in piedi.

          – Caro dottor Leandro Scoto, – gli dico, – senta: per il capolavoro ripassi domani.

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Incontro – Audio lettura

Legge Giuseppe Tizza
«Sgorgarono dagli occhi di lei due grosse lagrime che non poterono scorrerle per le guance, e le invetrarono lo sguardo smarrito. Poco dopo le palpebre si richiusero. Ella non diede più altro segno di vita.»

Prima pubblicazione: Ariel, anno I, numero 5, 15 gennaio 1898.

Incontro
Sir Frank Dicksee (1853-1928) The Crisis, 1891

Incontro

Voce di Giuseppe Tizza

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 ******

          Scendendo in fretta la scala al bujo Marco Mauri alzò la mano in cui teneva il fiammifero e domandò a un signore che s’affrettava a salire:

          – È lei il medico? Venga! Muore… muore, senza un medico…

          Quel signore s’arrestò un tratto sul pianerottolo e guardò con le ciglia corrugate il Mauri che singhiozzava e gestiva senza poter più parlare, poi salì dietro a lui.

          – Venga… – ripeté il Mauri, pervenuto al pianerottolo del secondo mezzanino, indicando la porta accostata. Entrò innanzi e condusse l’altro, per tre stanzette, alla camera da letto in fondo.

          Alla vista della moribonda il nuovo arrivato, che respirava a stento, pallidissimo, ebbe come un singulto nel naso e socchiuse gli occhi, poi si accostò al letto e contemplò la giacente quasi inabissata nel letargo.

          – Dottore, dottore… – pregò piano tra le lagrime irrefrenate, il Mauri. – Le dia subito ajuto, mi muore.

          Quegli si voltò a guardarlo biecamente, poi sollevò cauto dal seno fasciato della giacente la vescica di ghiaccio.

          – È qui… – riprese il Mauri premendosi forte l’indice d’una mano sul petto dalla parte del cuore, per indicare il luogo della ferita. – Qui… e par che la palla sia andata a conficcarsi sotto la scapola…

          – Son già quattro giorni? – domandò l’altro, rivolgendosi a un vecchio sacerdote che se ne stava taciturno all’altro canto del letto.

          – Sì, oggi è il quarto giorno, – rispose il Mauri, senza dar tempo.

          Il vecchio sacerdote si levò da sedere come in preda a un’agitazione improvvisa, e squadrando il nuovo arrivato, che teneva tra le dita il polso deva moribonda, disse:

          – Scusi, ma lei, signore…

          – Caffeina, ce n’è? – lo interruppe questi.

          Il Mauri si recò subito nella stanza attigua e rientrò tosto con una boccetta e una piccola siringa in mano.

          – Eccola! – disse. – Stavo quasi per fargliela io una iniezione. Iersera gliene ha fatte due il medico curante.

          Restò con la boccetta in mano guardando prima il vecchio sacerdote, il quale, turbatissimo, teneva gli occhi fissi sul nuovo arrivato, poi questi, che s’era nascosta la faccia con ambo le mani.

          – È morta? – domandò forte, in un singhiozzo. – E morta? Ditemelo!

          – No… no… – gli rispose accorrendo il prete ricordante. – Venga, venga con me… – E gli bisbigliò qualche altra parola nell’orecchio.

          – Lui? – fece odiosamente il Mauri additando con l’indice teso il nuovo arrivato e lasciandosi trascinare nell’attigua stanzetta. – Lui? E che è venuto a far qui?

          – Un’opera di misericordia… – gli rispose il prete parlando a bassa voce come per indurlo a parlar basso anche lui. – Un’opera di misericordia… Gli ho scritto io, invocando a nome di quella poveretta il suo perdono… Ed è voluto venir egli stesso in persona ad accordarglielo… Io La scongiuro: Ella se ne vada ora, se ne vada… non ha più nulla da far qui…

          – No! – disse forte il Mauri abbandonandosi sul canapé e guardando fisso il prete, con occhi da matto. – Io non me ne vado… io rimango qui! – Sentendosi forzar la gola da un altro èmpito di pianto appoggiò i gomiti su i ginocchi e squassando la testa ruppe in nuovi singhiozzi.

          Il vecchio sacerdote ritornò premuroso alla camera da letto, e accostandosi a colui, che teneva ancora la faccia nascosta tra le mani:

          Grazie, dottor Clerici; Dio la benedirà… Lei salva un’anima col suo atto misericordioso…

          – Lei mi ha scritto – disse Giacomo Clerici guardando il prete severamente – che costei moriva pentita e abbandonata… Chi è colui?

          – Un disgraziato… – s’affrettò a rispondere il prete. – Non so chi sia, so che tanto io quanto la poverina abbiamo fatto di tutto per tenerlo lontano: non ci è stato possibile… Ma si affidi a me: ella muore pentita e ha chiesto ella stessa per mio mezzo il suo perdono… Già Lei gliel’ha accordato venendo…

          Giacomo Clerici, rivolse gli occhi intorbidati dall’interno tumulto su la moribonda; le mirò prima le palpebre livide, serrate; poi la fronte, e il suo sguardo ne sentì quasi il gelo.

          Lottavano in lui la imagine che egli aveva serbato della moglie e questa che ora ritrovava tanto mutata e in cos’ miserando stato, lottavano le due immagini, come se quella si ricusasse, tuttavia sdegnosa, al sentimento di pietà che questa gli ispirava, e non volesse distendersi su quel letto, colpita a morte, con quelle palpebre livide, con quella smunta effigie dolorosa.

          Soltanto nei capelli le due immagini s’identificavano. Eran ben quelli di Fulvia, ancora, «la nube d’oro», com’egli nei primi anni del matrimonio li aveva chiamati; ma ora, così disciolti e sparsi sul guanciale, quanto rendevan più misero quel volto cangiato! quanto più triste, la fronte solcata nel mezzo da una ruga incisa come una lunga ferita mal rimarginata… Egli vi appuntò gli occhi, e in quel segno, che su la fronte della Fulvia da lui conosciuta sarebbe apparso come uno sfregio, e qui era testimonianza d’un lungo soffrire, lesse la trarotta vita di lei, il triste cammino fatto da quell’anima per cadere nella presente miseria.

          Circa undici anni eran trascorsi, da che ella aveva abbandonato la casa maritale: in questo lasso di tempo, sbollito a poco a poco l’odio, egli si era saputo riconoscere per la massima parte cagione se la moglie era fuggita da lui. Ed ora la presenza di lei, che finiva così tristamente, gli dava immagine della vita a cui dopo il tradimento egli si era con vergogna ed orrore sottratto, ritirandosi in campagna e trasformandosi colà man mano fino al punto di poter dare ora a sè stesso la prova generosa e consolante della superiore equità conquistata dal suo spirito, coll’accorrere al letto di quella infelice a riconoscere il danno degli antichi suoi torti e ad accordarle il perdono.

          Si chinò su la giacente e la chiamò due volte per nome, invano; fece per abbassarsi vieppiù su lei, poi si rizzò con un sospiro, posando su quella fronte la mano, invece delle labbra. Al contatto del gelo mortale pensò al rimedio non ancora apprestato.

          – La boccetta, – disse rivolgendosi al vecchio sacerdote.

          Questi si recò subito nella stanza attigua per farsela dare dal Mauri. Lo trovò riverso su la spalliera del canapè col volto affondato tra le braccia.

          – Non gliela do! – gli rispose il Mauri di scatto mostrando la faccia stravolta coi capelli e la barba scompigliati.

           – Meglio che muoia… senza vederlo… È una crudeltà! una crudeltà!

          Ma si lasciò prendere dalla mano la boccetta, e si riversò novamente su la spalliera mormorando: – Vuol finirla, vuol finirla!

          Alla puntura dell’ago sul braccio, la moribonda si scosse. Il Clerici terminò l’iniezione, abbassando il capo; poi si mostrò alla moglie.

          – Fulvia!

          Ella sbarrò gli occhi e fece quasi per rannicchiarsi, sgomenta, nel fondo del letto.

          – Fulvia! – chiamò egli di nuovo. – Povera Fulvia…

          Sgorgarono dagli occhi di lei due grosse lagrime che non poterono scorrerle per le guance, e le invetrarono lo sguardo smarrito. Poco dopo le palpebre si richiusero. Ella non diede più altro segno di vita.

          Dalla stanza attigua si sentiva la voce del Mauri, che ripeteva:

          – La ammazza… la ammazza…

          Il Clerici, urtato, venne a dirgli:

          – Ancora qui Lei?

          – Non me ne vado! – gli rispose pronto il Mauri, voltandosi e rimanendo seduto. – Lo so, Lei può scacciarmi… Lei ha tutto il diritto di scacciarmi…

          – E La scaccio! – lo interruppe con violenza il Clerici.

          – No… M’insulti… mi bastoni… ma mi lasci star qui… Che le faccio io, ora?… Che ombra posso darle?… Mi lasci star qui… Lei non può piangerla, signore… La lasci piangere a me, perchè ella ha bisogno d’esser pianta, più che perdonata, ha bisogno di tante lagrime per quella sua povera esistenza spezzata. E Lei, lo comprendo, non può dargliene… Lei, mi perdoni… dovrebbe uccidere colui che dopo avergliela tolta, ha avuto cuore d’abbandonarla… non deve scacciar me che l’ho raccolta, che l’ho adorata e che per lei ho spezzato anche la mia vita… Per lei, io, Marco Mauri, sappia che ho abbandonato la mia famiglia… mia moglie… i miei figli…

          Si levò in piedi con gli occhi stravolti, le braccia alzate e aggiunse: – Veda un pò se è possibile che Lei mi scacci!

          Si mise a passeggiare per la stanza, storcendosi le mani fin quasi a spezzarsi le dita, mentre lagrime silenziose gli scorrevano per la faccia fieramente contratta e andavano a inzuppargli l’ispida barba nera qua e là un po’ brizzolata. A un tratto si arrestò su la soglia della camera da letto.

          – Non entri! – gl’intimò il Clerici.

          – No… non entro… Mi permetta di sporgere il capo di qua dall’uscio per guardarla soltanto… Non entrerò, come vuol Lei.

          Continuò a passeggiare e, passeggiando, a sparlare come in un delirio, gestendo continuamente. Il Clerici sedette presso al tavolino, su cui ardeva la candela, e si prese la testa tra le mani, non sapendo più in che modo regolarsi con colui, e provando quasi uno stordimento di vergogna, che l’avviliva.

          – Lei, signore, – parlava intanto il Mauri come tra sè medesimo – non ha nessuna ragione d’esser geloso di me: perchè, lo vede?, ella sta per morire… E lei è venuto a perdonarla perchè ha saputo che ella stava per morire… altrimenti non sarebbe certo venuto… Oh, lo comprendo… Io comprendo. Lei non può esser geloso di me perchè Fulvia, quand’io l’ho amata, non Le apparteneva più… Ora essa, guardi, appartiene più a me… Lei, signore, è stato veramente generoso a venire: ma deve essere generoso anche con me, poiché ella muore, e dinanzi alla morte non c’è più rivalità… E poi Fulvia non si è uccisa per Lei, sa? Si è uccisa per me. Perché è venuta da lei mia moglie a scongiurarla d’abbandonarmi; ed ella, poveretta, lusingandosi di ridar la pace a una famiglia, mi ha abbandonato, è fuggita, se n’è venuta qui… Appena l’ho saputo, l’ho raggiunta; e allora la disgraziata, dopo avermi più volte respinto, mi si è uccisa… Capisce? Lei, signore, in questo momento prova una bella sodisfazione… oh magnifica!… la sodisfazione della propria generosità… Compatisca chi prova invece lo strazio d’un doppio delitto…

          Si fermò innanzi al Clerici e gli tese una mano.

          – Sia generoso, mi stringa la mano… mi dica: – Sì, pover’uomo ti voglio degnar di tanto! – Me lo merito, glie lo giuro. Quantunque io, sa? d’ora in poi non possa più metter piede laggiù, nel mio paese. Tutti, tutti mi griderebbero: – Sciagurato! Cinque figliuoli innocenti in mezzo alla strada… – Stia zitto, per carità! Guardi, se mi lanciasse uno sputo e mi dicesse Tieni! lavati la faccia! – debbo cavare il fazzoletto dalla tasca e asciugarmela così, guardi così… Perché mi merito anche questo… Ah, lo so… lo riconosco… Lei si vergogna di stringermi la mano? Ha ragione; ma crede che me ne offenda e me n’importi? Non m’importa di nulla, purché ella mi resti, purchè ella non muoia… Ah. qualunque cosa, qualunque cosa, purché ella non muoia! Lei non l’ha conosciuta, signore, mi perdoni… Lei non ha saputo apprezzarla, se lo lasci dire da me… Di tutto il tesoro di cui  lei non ha saputo valersi, eccola qui una prova: io! mi vede? io che per acquistare questo tesoro ho dato la pace di tutta la mia vita… la mia fama d’onest’uomo perduta ormai nel concetto di tutti, anche di Fulvia sì… perché ho mentito con lei: le avevo detto ch’io ero solo, che non avevo legami di sorta… altrimenti ella non avrebbe mai risposto al mio amore… tanto vero che, appena scoperto il mio inganno, è fuggita… e ora, eccola lì… s’è uccisa… Ah lei, signore no, non ha dovuto indovinar neppure che cuore avesse quella donna… Glielo dimostro io. Ho voluto dirle la mia vita, perché conosco la sua: Fulvia stessa me l’ha narrata… senza mai accusarla, cercando anzi di scusarla… incolpando dei torti di Lei le donne, ch’ella odiava tutte profondamente in sé stessa… E quando, pochi giorni or sono, son venuto a raggiungerla qui, ha voluto scusare anche il mio tradimento, la mia menzogna, incolpando sè stessa, certi suoi vezzi involontarii, il malvagio istinto, com’ella lo chiamava, il bisogno cioè che sentono tutte le donne di piacere al marito della propria sorella… E anche quell’altro, quel vigliacco che, dopo averla sedotta, l’ha abbandonata, anche quell’altro ella scusava, mentr’io ne fremevo: diceva d’averlo stancato coi suoi timori… Ecco il concetto ch’ella aveva, signore, di noi uomini che la abbiamo ridotta in quello stato… Vada, vada a inginocchiarsi innanzi al letto di lei… e si faccia perdonare…

          Il Clerici aveva conserte le braccia sul tavolino e vi aveva affondato la faccia. Quando da lì a poco, il prete ricordante si fece, sgomento, alla soglia della camera per chiamarlo, alzò la testa, poi balzò in piedi, ma non ebbe animo di accorrere al letto della morta, sentendo già i gridi e il pianto del Mauri accorso innanzi. Poco dopo, al pianto disperato di questo s’unì la preghiera dei defunti recitata dal vecchio sacerdote.

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    Ingiustizia è fatta. La sfiducia di Pirandello (Con audio lettura)

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  • Dietro la maschera di Pirandello c’è Dante (Con audio lettura)
    Dietro la maschera di Pirandello c’è Dante (Con audio lettura)

    Di Michela Mastrodonato.  Mentre si preparano le celebrazioni per il 700° anniversario dalla morte di Dante Alighieri, un’indagine svela come in Uno, nessuno e centomila l’autore siciliano abbia segretamente riscritto la Commedia.  Indice Tematiche Dietro la maschera di Pirandello c’è Dante Pubblicato per gentile concessione…

  • «Cinemelografia»: Pirandello e il cinema sonoro – (Con audio lettura)
    «Cinemelografia»: Pirandello e il cinema sonoro – (Con audio lettura)

    Di Fabrizio Miliucci.  Cinemelografia è l’unico tentativo pirandelliano di costituire un’estetica originale del cinema. Si tratta di un’idea coltivata tra il 1927 ed il 1930, quando, in una lettera a Marta Abba, ne determinerà la fine inappellabile scrivendo: «bisogna orientarsi verso una nuova espressione d’arte:…

  • Poesie – Introduzione (con Audio lettura)
    Poesie – Introduzione (con Audio lettura)

    Introduzione alle poesie di Luigi Pirandello.  Nel 1960 vennero per la prima volta pubblicate in un’unica raccolta tutte le opere poetiche dell’autore, accompagnate da testi inediti pazientemente ricercati e recuperati fra i numerosi scritti sparsi. L’amore ed i rapporti fra uomo e donna, tematiche chiave…

  • L’esclusa – Relativismo e umorismo sotto un vestito verista (Con audio lettura)
    L’esclusa – Relativismo e umorismo sotto un vestito verista (Con audio lettura)

    Di Vittorio Ducoli (viducoli).   Un primo elemento da notare, anche se secondario, è il fatto che originariamente il titolo del romanzo avrebbe dovuto essere Marta Ajala. L’abbandono del nome della protagonista nel titolo e la scelta di un appellativo che ne sottolinea la condizione interiore è…

  • Luigi Pirandello tra l’arte e la vita (Con audio lettura)
    Luigi Pirandello tra l’arte e la vita (Con audio lettura)

    Di Alessandra Agosti  Affrontare Luigi Pirandello e la sua “umana avventura” di uomo e di scrittore-drammaturgo significa addentrarsi in una giungla intricata di convinzioni e contraddizioni, principi teorici e loro sovvertimenti, slanci d’amore e sprezzanti egoismi, grandi vette letterarie e umane tristezze. Indice Tematiche Luigi…

  • Pirandello e il realismo occidentale
    Pirandello e il realismo occidentale

    Di Noemi Ghetti.  «Credo veramente ch’io stia componendo, con un fervore e una trepidazione che non riesco ad esprimerti, il mio capolavoro, con questi Giganti della montagna. Mi sento asceso in una sommità dove la mia voce trova altezze d’inaudite risonanze». Indice Tematiche «Inaudite risonanze».…

  • “Una giornata”, analisi della novella di Luigi Pirandello (Con audio lettura)
    “Una giornata”, analisi della novella di Luigi Pirandello (Con audio lettura)

    Di Maria Amici. Persino quella donna bellissima e lontana, rifratta in una fotografia gualcita, che gli dà sì il senso di appartenenza del perfetto incastro, del ‘suo’ posto, ma inconoscibile e lontana al risveglio dal sonno nel gelo sepolcrale del letto dove forse era solo…

  • Luigi Pirandello e la verità (Con audio lettura)
    Luigi Pirandello e la verità (Con audio lettura)

    Di Francesco Agnoli.  Ognuno di noi, infatti, secondo Pirandello, indossa una maschera, per sua volontà o perché gli altri la impongono. Crediamo di conoscere noi stessi e gli altri, ed invece non conosciamo nulla. Ognuno con la sua verità diversa: “così è, se vi pare”.…

  • La povertà di Pirandello (Con audio lettura)
    La povertà di Pirandello (Con audio lettura)

    Di Paolo Fai.  Ora pensate la grandezza rara dell’uomo Pirandello, il quale, avendo, quasi senza accorgersene, guadagnato tanto denaro, e pur senza essere come altri un vanitoso sperperatore, ha saputo non diventare ricco. Indice Tematiche La povertà di Pirandello  da Corriere della Sera – Forum…

  • Gli “Spiriti” di Luigi Pirandello (Con audio lettura)
    Gli “Spiriti” di Luigi Pirandello (Con audio lettura)

    Di Mario Guarnera.  L’incursione nello Spiritismo aggiunge un ulteriore tassello all’analisi pirandelliana delle vicissitudini che ostacolano e ribaltano il corso normale delle nostre esistenze, svuotandole del senso che avevamo a fatica costruito. Indice Tematiche Gli “Spiriti” di Luigi Pirandello da METROCT.IT Leggi e ascolta. Voce…

  • Pirandello e Marta Abba: un amore fatto solo di parole (Con audio lettura)
    Pirandello e Marta Abba: un amore fatto solo di parole (Con audio lettura)

    Di Biagio Riccio.  È stata per Pirandello la “musa viva”, in contrapposizione alla “musa morta”, la di lui moglie Antonietta Portulano, internata in un manicomio. In oltre 10 anni Marta non fu mai sfiorata da Pirandello: aveva il doppio dei suoi anni ed era più giovane dei suoi figli.…

  • «Nell’albergo è morto un tale», analisi della novella di Luigi Pirandello (Con audio lettura)
    «Nell’albergo è morto un tale», analisi della novella di Luigi Pirandello (Con audio lettura)

    Di Panayiotis Vyras.  In questo racconto la narrazione segue la fabula, come successione cronologica degli eventi. In effetti la trama del testo narrativo (e la disposizione di quanto succede) scelta dall’autore proseguono di pari passo. Per cui l’intreccio, come ordine delle varie vicende della storia,…

  • «La signorina», analisi della novella di Luigi Pirandello (Con audio lettura)
    «La signorina», analisi della novella di Luigi Pirandello (Con audio lettura)

    Di Maria Amici. La signorina allora, altresì sentendosi merce di scambio per la pretesa sistemazione economica della famiglia, proprio a quella freddezza reagisce, tra l’offeso e il capriccioso, decidendo d’impeto, e con un riso sarcastico tutto rivolto al mancato sposo, di accettare di sposare l’ultimo…

  • La Duse, Pirandello e “La vita che ti diedi” (Con audio lettura)
    La Duse, Pirandello e “La vita che ti diedi” (Con audio lettura)

    Di Salvatore Lo Leggio.  Disamorata del D’Annunzio teatrale e teatrante, la Duse espresse in varie occasioni simpatia e sintonia per Pirandello, apprezzandone perfino le note ironiche, lei che all’ironia era di solito refrattaria.  Indice Tematiche Leggi «La vita che ti diedi» La Duse, Pirandello e…

  • «È pazza! È pazza!». Tradimenti al femminile in Luigi Pirandello (Con audio lettura)
    «È pazza! È pazza!». Tradimenti al femminile in Luigi Pirandello (Con audio lettura)

    Di Lucrezia Giorgi.  Il macrotema del tradimento rappresenta nell’opera di Pirandello un’occasione unica di denuncia delle regole sociali, scritte o meno, vigenti nella Sicilia di inizio ‘900, nonché del trattamento all’epoca riservato alle donne, con la creazione di un corpus dall’indiscutibile valore antropologico oltre che letterario.…

  • Pirandello, passione degli attori (Con audio lettura)
    Pirandello, passione degli attori (Con audio lettura)

    Di Emilia Costantini.  I De Filippo, Angelo Musco, Salvo Randone, Turi Ferro, Romolo Valli e Rossella Falk… Gli attori e le rappresentazioni storiche più celebri delle opere del premio Nobel.  Indice Tematiche Pirandello, passione degli attori Da Corriere.it Leggi e ascolta. Voce di Giuseppe Tizza. …

  • «La casa del Granella», analisi della novella di Luigi Pirandello (Con audio lettura)
    «La casa del Granella», analisi della novella di Luigi Pirandello (Con audio lettura)

    Di Riccardo Mainetti. Questa novella di Pirandello affronta i temi dello spiritismo, dell’Aldilà e dell’anima immortale, andando a rappresentare, inoltre, un’aspra critica alla società ottusamente materialistica che accettava come vere solo le cose percepibili con i sensi e bollando come folle qualunque altra cosa. Indice…

  • Pirandello. Dialetto, nemico amatissimo (Con audio lettura)
    Pirandello. Dialetto, nemico amatissimo (Con audio lettura)

    Di Andrea Camilleri.  L’autore detesta l’idea della «Palermo d’importazione» pupi, carretti e sangue caldo. Un’analisi dello scrittore siciliano sui complessi rapporti tra Pirandello e la sua terra: l’autore è diviso fra l’odio per gli stereotipi e la consapevolezza dell’importanza delle radici. Indice Tematiche Pirandello. Dialetto,…

  • L’identità di genere nell’umorismo Pirandelliano (Con audio lettura)
    L’identità di genere nell’umorismo Pirandelliano (Con audio lettura)

    Di Giuseppina Bosco.  In una società che nei primi anni del Novecento era in pieno mutamento, non poteva sfuggire a Pirandello il problema dell’emancipazione femminile. In effetti un’attenzione verso questa tematica è costituita dalla recensione di Pirandello al romanzo “Una donna” di Sibilla Aleramo, pubblicata…

  • Eroine Pirandelliane (Con audio lettura)
    Eroine Pirandelliane (Con audio lettura)

    Di Laura Barone.  I personaggi femminili pirandelliani non hanno certo il piglio delle femministe e delle suffragette dell’epoca, i loro drammi sono vissuti in una condizione di solitudine e il modo in cui tentano di risolvere i loro problemi è un rimedio peggiore del male…

  • Pirandello: il sistema dei personaggi (Con audio lettura)
    Pirandello: il sistema dei personaggi (Con audio lettura)

    Di Biagio Lauritano.  Pirandello fa un uso costante della poetica dell’umorismo in tutte le sue opere: realtà oggettiva che viene relativizzata dall’io dei personaggi, situazioni che divengono incomprensibili man mano che l’intreccio narrativo prosegue per riservare nell’epilogo l’effetto sorpresa. Indice Tematiche Pirandello: il sistema dei…

  • Pirandello e la metafora dello specchio, “quel piccolo padreterno” (Con audio lettura)
    Pirandello e la metafora dello specchio, “quel piccolo padreterno” (Con audio lettura)

    Di Liberiana De Palma.  Pirandello è indubbiamente il più grande drammaturgo europeo. È proprio per la dedizione al teatro che, nella sua produzione letteraria, procede per immagini. Indice Tematiche Pirandello e la metafora dello specchio, “quel piccolo padreterno” da Artwave Leggi e ascolta. Voce di Giuseppe…

  • A cena con Pirandello (Con audio lettura)
    A cena con Pirandello (Con audio lettura)

    Di Wafaa El Beih.  Parlare di letteratura con uno scrittore è cosa che può riuscire stucchevole se lo scrittore fa il… letterato; ma parlare con Pirandello, che ha “ucciso” il letterato per far vivere in lui l’artista, è lo stesso che farsi immettere nelle vene…

  • Figlio del Caos contro la “gente perbene” (Con audio lettura)
    Figlio del Caos contro la “gente perbene” (Con audio lettura)

    Di Maurizio Assalto.  A Torino, dove all’inizio del secolo l’editore Streglio gli aveva pubblicato le novelle di Quand’ero matto e di Bianche e nere, lo scrittore era di casa. Qui, il 27 novembre 1917, al Teatro Carignano, esordì in prima nazionale Il piacere dell’onestà, con la compagnia di Ruggero…

  • Pirandello operatore multiculturale (Con Audio lettura)
    Pirandello operatore multiculturale (Con Audio lettura)

    Di Mario Minarda.  Riproporre oggi una lettura dell’opera pirandelliana in chiave multiculturale significa quindi prendere atto di certe rotture epistemiche, di barriere comunicative e degli inveterati pregiudizi; significa altresì travalicare con estro irriverente i confini ideologici, sfidare le resistenze sociali, attuando con coraggio mirabili dinamiche…

  • Pirandello, il fascino del disinganno dietro a tutto il suo Caos (Con Audio lettura)
    Pirandello, il fascino del disinganno dietro a tutto il suo Caos (Con Audio lettura)

    Di Pietrangelo Buttafuoco.  L’esistere oltre l’apparire. La maschera, nella finzione, svela l’estraneo inseparabile che vive la condizione di ognuno. E a ciascuno, nel teatro visibile della storia, spetta esserci e sembrare contemporaneamente. Indice Tematiche Pirandello, il fascino del disinganno dietro a tutto il suo Caos…

  • Il volto sconosciuto dell’irascibile Pirandello (Con Audio lettura)
    Il volto sconosciuto dell’irascibile Pirandello (Con Audio lettura)

    Di Salvatore Ferlita.  Così il Nobel litigava con attori, editori e professori. Carteggi e biografie disegnano il ritratto di un divo permaloso. In una lettera del 25 marzo 1887 inviata alla sorella Lina, Pirandello ebbe a scrivere: «Nulla ora mi rimane, tranne un rimpianto vago…

  • Pirandello contro il Gattopardo (Con Audio lettura)
    Pirandello contro il Gattopardo (Con Audio lettura)

    Di Andrea Camilleri.  Inevitabile è un raffronto tra due principi siciliani, don Ippolito Laurentano de I vecchi e i giovani e il principe di Salina de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Indice Tematiche Pirandello contro il Gattopardo Il brano in questa pagina è tratto dall’introduzione scritta da…

  • Per una fenomenologia dell’io pirandelliano (Con Audio lettura)
    Per una fenomenologia dell’io pirandelliano (Con Audio lettura)

    Di Biagio Lauritano.  Per Pirandello connettere l’esperienza alle nostre emozioni ci consente di accedere a quella che oserei definire l’ombra del vissuto in modo che il nostro io consiste nell’avvertire noi stessi e, nello stesso tempo, gli altri in un flusso vitale e continuo degli…

  • Pirandello e «questa mia servetta Fantasia» (Con audio lettura)
    Pirandello e «questa mia servetta Fantasia» (Con audio lettura)

    Di Alberto Olivetti.  «Orbene, questa mia servetta Fantasia ebbe, parecchi anni or sono, la cattiva ispirazione o il malaugurato capriccio di condurmi in casa tutta una famiglia, non saprei dir dove né come ripescata, ma da cui, a suo credere, avrei potuto cavare il soggetto…

  • Pirandello, un autore freudiano che non ha mai letto Freud (Con Audio lettura)
    Pirandello, un autore freudiano che non ha mai letto Freud (Con Audio lettura)

    Da «Leggere e scrivere» Mondadori Education.  Cesare Musatti, il padre della psicoanalisi italiana, ha scritto pagine acute sui caratteri comuni tra la concezione dell’uomo espressa nelle opere di Pirandello e la psicoanalisi. Ne proponiamo alcuni stralci particolarmente significativi. Indice Tematiche Pirandello, un autore freudiano che…

  • La pirandelliana storia delle ceneri di Pirandello (Con Audio lettura)
    La pirandelliana storia delle ceneri di Pirandello (Con Audio lettura)

    Di Onofrio Pirrotta.  Confortati dalla scienza possiamo oggi dire, pirandellianamente, che quelle ceneri sono e non sono di Pirandello. E che nell’urna di metallo interrata al Caos, insieme a Pirandello ci sono tante altre persone sconosciute, dei signori nessuno. Come dire Uno, nessuno e centomila.…

  • La libertà prima di Pirandello (Con Audio lettura)
    La libertà prima di Pirandello (Con Audio lettura)

    Di Biagio Lauritano.  La sublimazione rende Pirandello capace di dare voce ai personaggi delle proprie opere i quali, memori del fallimento delle proprie azioni, riescono a dissimulare la sconfitta attraverso il monologo con se stessi arrivando così alla convinzione che ogni momento della vita rappresenta…

  • Pirandello e la fede (Con audio lettura)
    Pirandello e la fede (Con audio lettura)

    Di Giovanni Cavicchioli*.  In una grande intervista del 1936, Pirandello dà conto della propria visione del mondo, giudicando il proprio teatro ed esplicitando la propria fede cristiana. Indice Tematiche Pirandello e la fede Intervista a Luigi Pirandello, «Termini», 1936. da Culturacattolica.it Leggi e ascolta. Voce…

  • Il rifugio segreto al Lido di Pirandello e Marta Abba (Con audio lettura)
    Il rifugio segreto al Lido di Pirandello e Marta Abba (Con audio lettura)

    Di Adolfo Lippi.  Abba volle il villino a suo piacere. Lei adorava D’Annunzio, era decadente e capricciosa. Volle una costruzione tondeggiante, una volta dipinta di stelle, stanze luminosissime e senza troppe spezzettature. Indice Tematiche Il rifugio segreto al Lido di Pirandello e Marta Abba Il…

  • Pirandello ateo mistico (Con audio lettura)
    Pirandello ateo mistico (Con audio lettura)

    Di Roberto Righetto.  «Io ho una fede in Dio, non so se vera per lei, prete, ma fermissima, alla quale ho dovuto obbedire, offrire dolorose rinunzie. La pace? Non posso fare a meno di desiderarla anch’io: ma poi non riesco ad accettarla, caro don De…

  • Il Teatro di Luigi Pirandello – Introduzione (Con Audio lettura)
    Il Teatro di Luigi Pirandello – Introduzione (Con Audio lettura)

    Lo scrittore strappa la maschera che copre il volto, la sua è un’operazione sistematica di denudamento. Il suo teatro si organizza come una galleria di Maschere Nude. Nessuno forse si è speso come lui in un’ inchiesta sulla rappresentazione sociale, sul gioco delle parti, sulla…

  • «Il figlio cambiato», analisi della novella di Luigi Pirandello (Con audio lettura)
    «Il figlio cambiato», analisi della novella di Luigi Pirandello (Con audio lettura)

    Di Riccardo Mainetti. Essa, una mattina scopre che il proprio bambino, bello e biondo come Gesù Bambino, così come lo si può ammirare nei dipinti ritraenti la natività, in braccio alla Vergine Maria, è scomparso, preso, appunto, dalle “Donne”, le quali, in cambio, un cambio…

  • Marta Abba – “Signor Pirandello, eccomi” (Con audio lettura)
    Marta Abba – “Signor Pirandello, eccomi” (Con audio lettura)

    Di Luciano Lucignani.  Articolo su Repubblica del 26 giugno 1988 in ricordo di Marta Abba deceduta due giorni prima. Pirandello incontrò la Abba nella primavera del 1925. Lui era in cerca di una prima attrice un po’ particolare, per la compagnia del Teatro d’Arte di…

  • Pirandello. L’uomo del Caos (Con Audio lettura)
    Pirandello. L’uomo del Caos (Con Audio lettura)

    Di Pietro Seddio.  Un itinerario dell’animo e della personalità, attraverso pensieri, ricordi, immagini che hanno ispirato la grandezza del Maestro, un percorso un po’ discosto dai soliti saggi, teso a coglier quell’umore, e quel malinconico genio che non sempre è stato valutato nella sua interezza.…

  • Come leggere Pirandello (anche senza capirlo). (Con Audio lettura)
    Come leggere Pirandello (anche senza capirlo). (Con Audio lettura)

    Di Luigi Lunari.  Riflessioni sull’opera del drammaturgo ma da un’angolatura inusuale, giusto per non ripetersi… Leggere correttamente un testo di Pirandello significa leggerlo in un “tempo” teatrale: a un dipresso nel tempo, cioè, che gli attori impiegano a recitarlo. Indice Tematiche Come leggere Pirandello (anche…

  • «Di sera, un geranio», analisi della novella di Luigi Pirandello (Con Audio lettura)
    «Di sera, un geranio», analisi della novella di Luigi Pirandello (Con Audio lettura)

    Di Riccardo Mainetti. Tornano, in questa novella, pubblicata inizialmente il 6 maggio 1934 sul Corriere della Sera e successivamente, sempre nel 1934, inserita nella raccolta di novelle dal titolo “Berecche e la guerra”, alcuni dei temi più cari a Luigi Pirandello. Indice tematiche «Di sera,…

  • Pirandello: «Io oratore mai!». L’Agrigentino in un’intervista sull’eloquenza. (Con audio lettura)
    Pirandello: «Io oratore mai!». L’Agrigentino in un’intervista sull’eloquenza. (Con audio lettura)

    Di Piero Meli.  Io non sono oratore: quando parlo, io mi vedo, come sono, come gestisco, negli occhi di tutti coloro che ascoltano. E mi pare di aver dinanzi altrettanti specchi che mi rimandino la mia figura e mi restituiscano – dirò così – tutti…

  • Il tempo in Pirandello (Con Audio lettura)
    Il tempo in Pirandello (Con Audio lettura)

    Di Biagio Lauritano.  Come Pirandello c’insegna la forma è fissa ed immutabile, quindi c’è bisogno della vita per dare spazio all’umorismo attraverso cui impariamo istintivamente sia a conoscere i nostri bisogni e le nostre debolezze Indice Tematiche Il tempo in Pirandello Per gentile concessione dell’Autore…

  • Pirandello, l’ultimo uomo in un mondo di automi (con Audio)
    Pirandello, l’ultimo uomo in un mondo di automi (con Audio)

    Di Luca Gritti.  I Quaderni di Serafino Gubbio operatore, opera meno nota di Luigi Pirandello, rappresentano un’efficace e dolorosa sintesi delle contraddizioni contemporanee, evidenziando tutte le storture di una società atomizzata e, in fondo, anti-umana. Indice Tematiche Pirandello, l’ultimo uomo in un mondo di automi…

  • Luigi Pirandello e le sedute spiritiche con la “maga” (con Audio)
    Luigi Pirandello e le sedute spiritiche con la “maga” (con Audio)

    Di Elio Di Bella.  In un mondo dove le maschere caratterizzano e determinano la vita di tutti, tanto vale abituarsi a portare la propria, cercando di trarne il massimo beneficio.  Indice Tematiche Luigi Pirandello e le sedute spiritiche con la “maga”: tra tormenti e fantasmi…

  • Novelle per un anno –  Introduzione (con Audio)
    Novelle per un anno – Introduzione (con Audio)

    Lo scrittore strappa la maschera che copre il volto, la sua è un’operazione sistematica di denudamento. Il suo teatro si organizza come una galleria di Maschere Nude. Nessuno forse si è speso come lui in un’ inchiesta sulla rappresentazione sociale, sul gioco delle parti, sulla…

  • Il fu Mattia Pascal – Riassunto per capitoli ed analisi (con Audio)
    Il fu Mattia Pascal – Riassunto per capitoli ed analisi (con Audio)

    Di Biagio Carruba.  IL FU MATTIA PASCAL fu pubblicato tra aprile e giugno in 3 puntate sulla rivista NUOVA ANTOLOGIA nel 1904 e fu ripubblicato nel 1910 con lievi modifiche. Nel 1921 Pirandello pubblicò la terza edizione definitiva in cui aggiunse una importante prefazione. Indice…

  • Alcune caratteristiche del vocabolario di Pirandello (con Audio)
    Alcune caratteristiche del vocabolario di Pirandello (con Audio)

    Di Liliana Plier-Magitteri.  Basteranno alcuni esempi per illustrare la novità e l’efficacia linguistica di Pirandello nell’ambito della lingua italiana. Tale novità si  riflette soprattutto negli aggettivi e nei verbi, più che nei sostantivi; non soltanto perché è più facile coniare i primi che i secondi,…

  • Pirandello e la filosofia, ovvero oltre “La ragione degli altri” (con Audio)
    Pirandello e la filosofia, ovvero oltre “La ragione degli altri” (con Audio)

    Di Pierangelo Scatena.  Che la creazione artistica pirandelliana abbia molti punti di contatto con la filosofia è attestato anche dalla frequente accusa di aridità e di freddezza che una parte della critica ha rivolto alle sue invenzioni letterarie. Indice Tematiche Pirandello e la filosofia, ovvero…

  • Poetica e tematiche nell’opera di Luigi Pirandello (con Audio)
    Poetica e tematiche nell’opera di Luigi Pirandello (con Audio)

    Di Salvatore La Moglie .  Quello di Pirandello è un mondo alla rovescia in cui non si sa dove inizia la realtà e dove finisce la finzione; tutto avviene in un gioco tragico (il gioco delle parti…) di realtà e di apparenza, di essere e…

  • Pirandello e la sua profezia sull’arte – (Con Audio)
    Pirandello e la sua profezia sull’arte – (Con Audio)

    Di Giovanni Fighera.  Una volta realizzata, l’arte può rimanere da sola, lontana e non capita dagli uomini, oppure il suo valore e la sua funzione non possono eludere la comprensione o, per lo meno, la nostra fruizione?  Se fosse vera la seconda ipotesi, allora ancor…

  • Tesi: La Questione Meridionale in Verga e Pirandello – (Con Audio)
    Tesi: La Questione Meridionale in Verga e Pirandello – (Con Audio)

    Di Antonella Danna. . Verga e Pirandello si ergono a sostenitori della loro terra, delle loro tradizioni, culture e valori e riescono a convergere nelle loro opere tutto il dissenso per una politica che “per la Sicilia” continua a mancare dall’unificazione. L’Italia per i due autori…

  • Perché leggere «Il turno» di Luigi Pirandello – (Con Audio)
    Perché leggere «Il turno» di Luigi Pirandello – (Con Audio)

    Di Alberto Bertino.  Un Pirandello minore rispetto alle sue prove più alte e impegnative, ma certamente anche nel Turno uno straordinario scrittore, che qui si può imparare a conoscere ed amare. Ridendo. Indice Tematiche Perché leggere «Il turno» di Luigi Pirandello da laletteraturaenoi.it.  Audio lettura di…

  • Pirandello e l’umorismo – (Con audio)
    Pirandello e l’umorismo – (Con audio)

    Di Biagio Lauritano.  L’umorismo non ha solo una veste soggettiva come ai tempi di Pirandello (veste soggettiva poiché egli aveva aderito al “fascismo delle forme”), ma anche oggettiva, come ai tempi di Dante, poiché esso permette all’uomo di attribuire un significato positivo alla propria vita…

  • Magie, maschere ed Epifanie nella scrittura Pirandelliana – (Con Audio)
    Magie, maschere ed Epifanie nella scrittura Pirandelliana – (Con Audio)

    Di Salvo Sequenzia.  I miti “dichiarati” di Pirandello sono i tre drammi che ne recano, come sottotitolo, l’inequivocabile explicit: “La nuova colonia” (1928), “Lazzaro” (1929), “I giganti della montagna” (1931-34). Indice Tematiche Magie, maschere ed Epifanie nella scrittura Pirandelliana da Letteratitudine Audio lettura di Giuseppe…

  • Antonio Gramsci : «Il teatro di Pirandello» – (Con Audio)
    Antonio Gramsci : «Il teatro di Pirandello» – (Con Audio)

    Da «I quaderni del carcere».  Quaderno 14 (1932-1935). Capitoli 15 e 21.  Indice Tematiche Antonio Gramsci: Il teatro di Pirandello da Antonio Gramsci: I QUADERNI DEL CARCERE. .  Audio lettura di Giuseppe Tizza.  Quaderno 14 (I) § (15) Forse ha ragione il Pirandello a protestare egli per il…

  • E Sciascia disse: “Pirandello mio padre” – (Con Audio)
    E Sciascia disse: “Pirandello mio padre” – (Con Audio)

    Di Gaetano Cellura.  Per Sciascia, Pirandello era un’anima naturaliter cristiana che si scontrava con un mondo soltanto di nome cristiano. Ma perché parlava di questa inimicizia di Dio per gli uomini? Per la Grazia, forse…  Indice Tematiche E Sciascia disse: “Pirandello mio padre” Ricorrenze quasi simili per due…

  • Lettere a Ruggero Ruggeri (1917/1918) – (Con Audio)
    Lettere a Ruggero Ruggeri (1917/1918) – (Con Audio)

    Da «Il dramma» Num. 227/228 – Agosto/Settembre 1955.  Audio letture di Giuseppe Tizza.  25 maggio 1917- Firenze (biglietto da Visita) Luigi Pirandello, presenta all’Illustre Amico Ruggero Ruggeri il suo fratello Ing. Giovanni che gli reca il copione annunziato della nuova commedia Il piacere dell’onestà. In attesa del…

  • Il fu Mattia Pascal: un romanzo paradossale (con Audio)
    Il fu Mattia Pascal: un romanzo paradossale (con Audio)

    Di Biagio Lauritano.  Una brevissima riflessione sul romanzo di Luigi Pirandello.  Per gentile concessione dell’Autore. Indice Tematiche Il fu Mattia Pascal: un romanzo paradossale Leggi e ascolta. Voce di Giuseppe Tizza Il fu Mattia Pascal può essere definito un romanzo paradossale poiché in esso, pur…

  • Infinito Pirandello. L’attualità dello scrittore siciliano (con Audio)
    Infinito Pirandello. L’attualità dello scrittore siciliano (con Audio)

    Di Mattia Cavadini.  Pirandello è infinito. Nel bene e nel male. Infinito, in senso letterale: ovvero che non finisce mai. Non solo per le trame dei suoi romanzi, assiduamente aurorali, incessantemente digressivi, costruiti su continui rilanci fantastici, guizzi narrativi, capovolgimenti umoristici ed ironici, cerebralità abissali,…

  • Luigi Pirandello – Una breve biografia (con Audio)
    Luigi Pirandello – Una breve biografia (con Audio)

    Di Sara Maria Collura.  Per gentile concessione dell’Autrice.  Le opere di Pirandello non possono essere inserite in nessun movimento letterario a lui contemporaneo, le sue idee politiche vengono influenzate da Bergson e dal suo saggio sul riso in cui, il filosofo sostiene che l’ironia è…

  • Don Abbondio visto da Luigi Pirandello nel saggio «L’Umorismo» (con Audio)
    Don Abbondio visto da Luigi Pirandello nel saggio «L’Umorismo» (con Audio)

    Alessandro Manzoni e Luigi Pirandello: due grandi della letteratura italiana che si “incontrano”. Lo scrittore siciliano, nel saggio L’Umorismo ci presenta Don Abbondio, il curato dei Promessi Sposi sotto il suo aspetto umoristico. Indice Tematiche Don Abbondio visto da Luigi Pirandello nel saggio «L’Umorismo» Da eccoLecco.it Leggi e ascolta. Voce di Giuseppe Tizza. Alessandro…

  • Quando la letteratura salvò Pirandello (con Audio)
    Quando la letteratura salvò Pirandello (con Audio)

    Di Jo­shua Ni­co­lo­si.  1903: la miniera di famiglia va perduta a cau­sa di un in­ci­den­te. La consorte dello scrit­to­re ac­cu­sa un crol­lo nervoso da cui non si ri­pren­de­rà più. Po­ver­tà e so­li­tu­di­ne sem­bra­no ave­re la me­glio nel­la sua vita.  Indice Tematiche Quan­do la let­te­ra­tu­ra sal­vò…


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Definito uno scrittore insolito, difficile da inquadrare, Luigi Pirandello nacque il 28 giugno 1867, ad Agrigento in Sicilia. Discese da una famiglia benestante (proprietaria di una miniera di zolfo) e trascorse la sua infanzia a Porto Empedocle e a Villaseta; qui abitarono una casina del Caos e Pirandello amava definirsi “figlio del Caos e non allegoricamente”.

Vissuto nel periodo a cavallo tra l’800 e il 900, fra il Naturalismo e l’inizio del Decadentismo, non frequentò la scuola ma aveva un precettore che gli impartì la prima istruzione. Poi, nel 1882, la famiglia si trasferì a Palermo e lì Luigi terminò i suoi studi regolari di liceo classico.

Nel 1887 si trasferì a Roma dove continuò i suoi studi alla Facoltà di Lettere. A causa di un dissenso con un professore, dovette abbandonare l’Ateneo Romano e terminare i suoi studi all’Università di Bonn, dove, il 21 marzo 1891 si laureò in Filologia Romanza con una tesi su: Suoni e sviluppi della parlata di Girgenti (ora Agrigento).

Dopo aver finito gli studi, ritornò a Roma, li si stabilì definitivamente dopo il matrimonio con Maria Antonietta Portulana, da cui ebbe due figli e una figlia. Gli anni successivi significarono l’inizio della sua attività letteraria.

Le opere di Pirandello non possono essere inserite in nessun movimento letterario a lui contemporaneo, le sue idee politiche vengono influenzate da Bergson e dal suo saggio sul riso in cui, il filosofo sostiene che l’ironia è un distacco rispetto alla realtà che si affronta.

In tutti i testi umoristici di Pirandello, il tragico e il comico vengono mescolati. Nello scrittore siciliano si assiste al superamento del Verismo, secondo il quale la realtà è oggettiva ed autonoma; per Pirandello, invece, la realtà è vita, flusso continuo e tutto ciò che si stacca da questo flusso comincia a morire; la realtà ha una molteplicità di aspetti e non può essere conosciuta razionalmente, anche l’identità personale dell’uomo è molteplice e da qui nasce il concetto della maschera: sotto la maschera non c’è nessuno, o meglio, c’è un fluire incoerente di stati in continua trasformazione.

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… Io dunque son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco, denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti. Colà la mia famiglia si era rifugiata dal terribile colera del 1867, che infierì fortemente nella Sicilia.

Quella campagna, però, porta scritto l’appellativo di Lina, messo da mio padre in ricordo della prima figlia appena nata e che è maggiore di me di un anno; ma nessuno si è adattato al nuovo nome, e quella campagna continua, per i piú, a chiamarsi Càvusu, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Xàos.

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