Videoteca – Tutto per bene – 2018

ASSOCIAZIONE CULTURALE CRISTINA STELITANO & OMONIMA COMPAGNIA
Regia di Fabio Serafini
Novembre 2018
Teatro Comunale Francesco Ramarini, Monterotondo (RM)

in ordine di apparizione: Emilia Bernardini, Alessio Ciribilli, Flavia De Marchi, Fabio Serafini, Giulia Savi, Massimo Petrino, Fernando Alimonti, Giorgio Pettè, Andrea Ferroni

FONTE  Novella «Tutto per bene» (1906)
STESURA 1919 – 1920
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 2 marzo 1920 – Roma, Teatro Quirino, Compagnia di Ruggero Ruggeri

Approfondimenti nel sito:
Sezione Teatro – Tutto per bene – 2018
Sezione Novelle – Tutto per bene
Sezione Video – Tutto per bene – 1966. Renzo Ricci, Raffaella Carrà.

        È una commedia in tre atti tratta dall’omonima novella (1906); la stesura ha avuto luogo tra il 1919 e il 1920. E stata rappresentata la prima volta al Teatro Quirino di Roma il 2 marzo 1920 dalla Compagnia di Ruggero Ruggeri.

        Nella vita di ogni individuo può verificarsi un fatto rivelatore di una verità che una volta conosciuta può completamente capovolgere tutte le prospettive e sconvolgere la sua esistenza.

        È quanto è capitato a Martino Lori che, all’improvviso, dopo diciannove anni di certezze nella fedeltà della moglie, nell’onestà e nella bontà del suo superiore e amico Senatore Salvo Manfroni, scopre che la moglie lo tradiva proprio con lui e che Palma Lori non è sua figlia. Egli aveva continuato a vivere spiritualmente unito con la compagna scomparsa, fino a recarsi ogni giorno al cimitero e aveva lasciato che della figlia si interessasse il Senatore che le aveva dimostrato affetto fin da bambina e che sta provvedendo a maritarla bene con una ricca dote. Questo suo comportamento agli occhi degli altri era una falsa ostentazione per salvare la faccia e continuare a godere i vantaggi della sua irregolare situazione familiare, tanto che tutti, dalla figlia a Salvo Manfroni, pensano che egli esageri e ne sono nauseati. Quando scopre la verità capisce perché tutti lo trattavano con disprezzo o con sopporta­zione: lo ritenevano un uomo spregevole che per avanzare nella carriera aveva permesso alla moglie di tradirlo col suo superiore. Disperato dice alla figlia: «Ma che essere vile sono io dunque stato per voi?». E s’accorge che la moglie gli «muore adesso, uccisa dal suo tradimento». Anche la figlia è sconvolta da tanta sincerità e onestà così inattese che capovolgono l’immagine falsa che ella aveva di lui. Ora il miserabile è il Senatore Salvo Manfroni che ha, non solo tradito l’amico e sedotta la moglie che alla fine era nauseata di lui e aveva amato con slancio il marito, ma si era anche appropriato degli appunti del padre di lei, noto scienziato, pubblicandoli in uno studio a suo nome.

        Martino Lori può rinfacciare a tutti che non s’erano contentati di crederlo soltanto «un miserabile», ma anche un «imbecille»: «Ma io ho potuto essere un imbecille, finché ho creduto a cose sante e pure: all’onestà! all’amicizia! Ora no, più!». Potrebbe vendicarsi rovinando Manfroni o costringendolo a dichiarare che Palma è in realtà figlia sua, di Martino Lori. Ma sente l’inutilità di questa rivalsa e, ancora una volta, dà prova d’essere moralmente supe­riore agli altri. La salvezza gli verrà dall’affetto autentico che ora Palma ha per lui, dalla sincerità dei sentimenti in cui ha sempre creduto, che rendono la vita degna d’essere vissuta al di sopra della falsità, dell’ipocrisia, dell’in­teresse. E Palma stessa a convincerlo che, anche se lei non è sua figlia il suo affetto potrà bastargli: «Ma perché è vero, vedi! è vero ora il mio affetto per te! Non è mica inganno! Il mio affetto, la mia stima, sono una realtà in cui tu puoi vivere, e che s’imporrà a tutti e anche a te!».

        Silvio D’Amico (L’Idea Nazionale, Roma, 4 marzo 1920), subito dopo la «prima», scrive che il punto di partenza risulta «complicato e ingrato», ma che alla seconda metà del secondo atto s’apre un varco il «famoso rivo d’umanità» di Pirandello che in altre commedie indugia ad apparire fino alla fine: «E qui la disperazione di Martino trova accenti d’una intensità e d’una potenza grandi: la visione dello sventurato, posto improvvisamente di fronte allo specchio dove si riflette tutta la sua vita passata, nella vera luce che egli ha sempre ignorato, è di una lucidità sicura, si esprime in quelle parole precise e vibranti che sono il segreto del poeta drammatico. Con arte anche più fine è composto il terz’atto: eh’è certamente (caso insolito nel teatro) il più bello (uno dei più belli in tutto il nostro teatro)».

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