Videoteca – La signora Morli, una e due – 1972

1972. RAI.
ADRIANA ASTI: Evelina Morli
GIULIO BOSETTI: Ferrante Morli
SILVANO TRANQUILLI: Lello Carpani
ROBERTO CHEVALIER: Aldo Morli
SIMONETTA BIGNAMI: Titti Carpani
GIANNI RISO: Decio

Regia di OTTAVIO SPADARO

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FONTE  Novelle «Stefano Giogli uno e due» (1909) – «La morta e la viva» (1910)
STESURA estate – autunno? 1920
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 12 novembre 1920 – Roma, Teatro Argentina, Compagnia di Emma Gramatica

Approfondimenti nel sito:
Sezione Novelle – Stefano Giogli uno e due
Sezione Novelle – La morta e la viva
Sezione Teatro – La signora Morli, una e due

La signora Morli, una e due - 1972 RAI - Adriana Asti, Silvano Tranquilli        È una commedia in tre atti che deriva dalle novelle La morta e la viva (1909) e Stefano dogli uno e due (1910). È stata scritta nel 1920. Fu rappresentata la prima volta a Roma, al Teatro Argentina, il 12 novembre 1920 dalla Compagnia Emma Gramatica e pubblicata da Bemporad, Firenze, nel 1922.

        Un doppio affetto, per l’amante e per il marito, può albergare nella stessa persona, fino al punto di farla sentire due persone diverse. Questo particolare aspetto della pirandelliana molteplicità dell’io è la «verità» della commedia La signora Morli, una e due, che non manca certo di un concreto fondamento psicologico e che come tutte le verità praticate oltre le regole sociali e le convenzioni umane, crea profondi contrasti.

        La duplicità di sentimenti in cui vive, con totale sincerità Evelina Morli, suscita una vivace contesa fra il marito Ferrante Morli e l’amante, Lello Carponi: entrambi vogliono Evelina tutta per sé, come è nell’ordine delle cose. Ma, intanto, sono proprio loro due a operare la profonda divisione nei suoi affetti, incominciando persino dal nome che scindono a metà: Ferrante la chiama «Eva» e le fa rivivere gli entusiasmi di un amore spensierato e felice: Lello la chiama «Lina» e la proietta in un’atmosfera di tranquilla rispettabilità e di doveri sociali. Così le due personalità della protagonista sono desi­gnate da due nomi che sono parti del suo intero nome «Evelina».

        Come sempre, c’è la reazione degli altri; ma in questo caso il conformismo sociale parteggia per l’amante e non per il marito. Ed è comprensibile: i commenti vengono da parte di amici e di amiche dell’ Avvocato Lello Carponi, di cui ammirano la serietà e la rettitudine, nonché la buona azione da lui compiuta nel prendere con sé Evelina e il figlio Aldo, dopo che il marito Fer­rante Morli, costretto a fuggire per problemi d’interesse, li aveva abbandonati. Il confronto fra amante e marito avviene al sorprendente ritorno di Ferrante, che, dopo quattordici anni di lontananza, nessuno più s’aspettava. Né Ferrante pretende ormai nulla: riconosce i meriti dell’Avvocato Carponi; nel colloquio che ha con lui ammette che ha ragione in tutto; e afferma di non volere che il suo ritorno cambi qualcosa. Egli è remissivo e tollerante, mentre agitatissimo risulta Lello Carponi che si vede crollare addosso il suo mondo e non accetta nessuna scusa o giustificazione o ammissione. Conclude osservando che ormai la presenza di Ferrante mette pubblicamente in evidenza che Evelina vìve con un uomo che non è il marito.

        L’incontro con Ferrante sconvolge Evelina e si capisce subito che l’antico amore è sopravvissuto in entrambi. A nulla servirà che Ferrante si trasferisca a Roma; parte con lui il figlio Aldo, che è un richiamo per l’affetto della madre, rimasta a Firenze con Carponi e la figlioletta che ha avuto da lui. E sarà proprio Aldo a far precipitare la madre a Roma con un telegramma in cui finge d’essere gravemente ammalato. Lieta di averlo trovato in ottima salute Evelina, invece di rimproverarlo seriamente, accetta lo scherzo e si trattiene a Roma per otto giorni.

        Vissuta quattordici anni con Lello «uomo malinconico, posato e scrupoloso», Evelina è diventata «seria e contegnosa». Ferrante, uomo allegro e vivace, le ricorda una vita più lieta di quella che conduce a Firenze; nel breve soggiorno romano, trascorso in innocente spensieratezza, riscopre l’antica Eva che era in lei; in compagnia del marito e del figlio si diverte come non aveva più fatto, va persino a cavalcare. Ferrante è colpito dalla reazione di Aldo che indirettamente gli rivela la monotonia dell’ attuale vita di Eva: «Ma sai che per me sei tutta, tutta nuova mammina? Io ti sto conoscendo adesso, non ti ho mai veduta così». Ferrante si sente come se non fosse mai partito e non vuole che Eva torni a essere quella che è a Firenze. S’accorge che è ancora innamorata di lui e pretende che rimanga a Roma. Ma Eva gli risponde che se ne va proprio perché sente per lui l’antico amore. Decide di tornare a Firenze non solo da Lello cui tanto deve, ma dalla piccola figlia. A Firenze dovrà affrontare la requisitoria dell’Avvocato Carponi che la rimprovera aspramente per essere rimasta otto giorni a Roma. Nel finale Evelina appas­sionatamente gli spiega come là si sia sentita un’altra persona e come vi si trovasse a suo agio. Ma ora proprio per non impazzire non vi andrà più; Aldo se vuol vedere la madre verrà a Firenze.

        Non c’è niente di meccanico e di intellettualistico nello sdoppiamento di Evelina che risulta basato su sentimenti plausibili e autentici. Nella contesa è lei che risulta la più altruista; la sua decisione finale è un sacrificio basato sull’amore materno. Ancora una volta Pirandello vede nella donna una crea­tura indifesa, vittima dell’egoismo degli uomini.

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