Videoteca – Diana e la Tuda – 2011

6 dicembre 2011

Teatro “Don Bosco” Bollate (MI).
Scuola di Teatro GOST.
Spettacolo degli alunni del Corso di teatro Adulti 2011 3° livello.

Regia di Roberta Cavalleri

dal canale YouTube – Teatro GOST

FONTE  Novella «La trappola» in «Corriere della Sera», 22 maggio 1912
STESURA ottobre 1925 – agosto 1926
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 11 gennaio 1927 – Milano, Teatro Eden, Compagnia Pirandello (prima attrice Marta Abba, già rappresentata nel ’26 in prima assoluta a Zurigo).

Approfondimenti nel sito:
Sezione Teatro – Diana e la Tuda
Sezione Novelle – Diana e la Tuda

        E una «tragedia in tre atti». La prima mondiale avvenne allo Schauspielhaus di Zurigo il 20 novembre 1926, in lingua tedesca, col titolo Diana und die Tud. A interpretarla per prima in Italia fu Marta Abba al Teatro Eden di Milano, il 14 gennaio 1927. La stesura ha avuto luogo tra l’ottobre 1925 e l’agosto 1926; la pubblicazione nel 1927 presso Bemporad, Firenze.

        Il dualismo di vita e forma, tema dominante della più matura drammaturgia pirandelliana, in Diana e la Tuda, fa addirittura da esplicito protagonista nella suggestiva personalizzazione delle due entità astratte che dominano l’intero dramma rendendo vivente e concreto quel conflitto teorico. La forma è Diana, la grande statua, nella quale il giovane scultore Sirio Dossi intende realizzare con appassionato impegno un’immagine di suprema bellezza, fissata per l’eternità nella sua perfezione, in contrasto col mutevole, difettivo e informe divenire dell’esistenza. La vita è la Tuda, la sua modella, che egli costringe a estenuanti pose per cogliere in lei la fuggevole perfezione da immortalare.

        Egli vive soltanto in funzione di questo grande sogno, che crede realizzabile, mentre il suo vecchio maestro Nono Giuncano vi ha ormai rinunciato: quando s’è accorto d’aver sprecato tutta la vita a dar forma a statue «immobili e perfette», ma prive di vita, riducendosi a essere «logoro e vecchio», è preso da una specie di furia iconoclasta e distrugge l’intera sua opera. Ora ama soltanto la vita. Per lui la perfezione è in Tuda non nell’immobilità di Diana che il suo alunno va ciecamente perseguendo a costo di sacrificare a questa forma astratta e morta la bellezza e la giovinezza di quella creatura viva, sottoponendola a inumane fatiche.

        Sirio arriva all’eccesso di sposare la Tuda, per averla come modella esclusiva, senza mai considerarla moglie. Questo comportamento disumano contribuisce ed graduale logoramento morale e fisico della Tuda che a un certo punto s’avvede d’essere vissuta soltanto per dar forma a quella statua. Tutta la sua vita è ora lì, persino l’espressione del suo sguardo, diventato triste col tempo, segno della sua sofferenza. Ora si rende conto della sua reale condizione: «…Lo so, lo so, non dovevo essere nulla per lui; ma ero di carne io! di carne che mi s’è macerata così! Come faccio ora? come faccio?».

        Anche l’amore di Nono per la vita è disperato: egli s’innamora di una vita destinata a deperire, come è accaduto al suo corpo. Quando la Tuda s’aggrappa a lui ed è anche disposta a dargli il suo amore le dice che la vuole bella e perfetta per se stessa non per lui; egli ha orrore del suo corpo invecchiato, che gli è diventato estraneo, perché sempre più somiglia a quello di suo padre: «Mi sembrerebbe dì contaminare in te, così bella, la vita, con mani non mie».

        Fra il sogno di una perfetta bellezza nell’arte (Sirio) e il sogno di un’assoluta pienezza della vita (Nono), entrambi irrealizzabili, emerge tragica la solitudine della Tuda. Dopo aver invano offerto il suo amore anche al marito, si slancia verso la statua cui ha dedicato la vita intera, quasi nel bisogno di identificarsi totalmente con essa. Sirio crede che voglia distruggerla e minaccia di ucciderla, Nono «come una belva» salta addosso a Sirio, lo ghermisce con una mano alla gola, e lo strangola.

        Non s’è ribellato con violenza al tentativo di sacrificare la vita della Tuda all’immobilità di una forma, che anche quando è perfetta, di per sé imprigiona e uccide la vita. Nella parola «cecità» del vecchio ripetuta più volte «come in una litania» è la condanna di quel tentativo. Rimane come un’eco, un profondo senso di tristezza per la vita deperibile, per la finitudine umana e una grande nostalgia per una perfezione e una purezza irraggiungibili sia nell’arte che nella vita.

Se vuoi contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come vuoi essere citato a
pirandelloweb@gmail.com

  •  
  •  
  •  
  •