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Di Michele Mariano — “Uno nessuno e centomila”: il romanzo può essere letto anche come riflesso di un’esperienza autobiografica concreta, la chiusura della solfara di famiglia in Sicilia, tra decisioni difficili, opposizioni e volontà di liberazione.
“Uno, nessuno e centomila” e la chiusura della solfara di Pirandello in Sicilia
Per gentile concessione dell’Autore
Le grandi linee del romanzo “Uno, nessuno e centomila” possono ricalcare un’esperienza autobiografica relativa alla chiusura della solfara Taccia Caci di Aragona, di proprietà della famiglia di Luigi Pirandello e nella quale era stata investita la dote di sua moglie, Maria Antonietta Portolano. Il lavoro nelle solfare a quei tempi si svolgeva in condizioni molto gravose.
Il protagonista del romanzo Vitangelo Moscarda decide di liquidare la banca ricevuta in eredità dal padre, e incontra le opposizioni degli amministratori Firbo e Quantorzo. Poi, vincendo tali opposizioni riesce a realizzare il suo obiettivo. È possibile che la solfara non fu chiusa propriamente a causa di un allagamento e di una frana, bensì per decisione e iniziativa di Luigi Pirandello, probabilmente insieme alla stessa volontà della moglie, Maria Antonietta. Qualche incidente alla solfara potrebbe essere stato, non la causa che abbia costretto alla chiusura, ma piuttosto come la goccia che fa traboccare il vaso e che abbia portato al compimento e alla realizzazione di tale decisione, già da tempo meditata. Avrà incontrato le opposizioni da parte della sua famiglia e da parte della famiglia di sua moglie, ma vincendo tali opposizioni, come per Vitangelo Moscarda, Luigi Pirandello avrà realizzato il suo obiettivo, riuscendo a far chiudere la solfara.
Rileggendo “Uno, nessuno e centomila”:
«Libro primo.
I. Mia moglie e il mio naso:
– Che fai? – mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio [come quando ci si fa l’esame di coscienza – n.d.r.].
– Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice [che vista da vicino allo specchio può sembrare come l’apertura di una caverna – n.d.r.]. Premendo, avverto un certo dolorino.
[…]
Ecco, già – le mogli, non nego. Ma anch’io, se permettete, di quei tempi ero fatto per sprofondare, a ogni parola che mi fosse detta, o mosca che vedessi volare, in abissi di riflessioni e considerazioni che mi scavavano dentro e bucheravano giù per torto e su per traverso lo spirito, come una tana di talpa; senza che di fuori ne paresse nulla.
[…]
Mi fermavo a ogni passo; mi mettevo prima alla lontana, poi sempre più da vicino a girare attorno a ogni sassolino che incontravo, e mi maravigliavo assai che gli altri potessero passarmi avanti senza fare alcun caso di quel sassolino che per me intanto aveva assunto le proporzioni d’una montagna insormontabile. […]
Libro secondo.
II. E allora?
[…]
Erano rimaste per terra tante pietre intagliate; e chi passava, vedendole, poté dapprima pensare che la fabbrica, per poco interrotta, sarebbe stata presto ripresa. Ma appena l’erba cominciò a crescere tra i ciottoli e lungo i muri, quelle pietre inutili sembrarono subito come crollate e vecchie.»
Michele Mariano
Ricevuto via mail il 27 aprile 2026
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