“Un uomo solo”. Profilo di Pirandello

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Di Salvatore Lo Leggio

Il viottolo della Casa Natale di Pirandello in contrada Caos
Il viottolo della Casa Natale di Pirandello in contrada Caos

Campagna d’olivi saraceni, sotto l’ardente azzurro del cielo, affacciata sul mare africano. Così, nelle parole di Pirandello, l’immagine della contrada del Caos, dove lo scrittore nacque. In quell’estate del 1867, in Sicilia c’era il colera. In meno d’un anno morirono cinquantatremila persone. Chi poteva fuggiva, in continente e all’estero. La famiglia Pirandello abitava a Girgenti (oggi Agrigento) e si trasferì nella casetta del Caos, che la madre di Luigi, Caterina, aveva portato in dote al matrimonio. Il padre, Stefano, gestore di zolfare, era sempre in giro per l’isola per il suo lavoro e restò contagiato. Per non dare altre preoccupazioni alla moglie (incinta di Luigi, e già con una bambina di due anni, Lina) Stefano andò a curarsi dai parenti che erano a Palermo. Un mese dopo tornò a casa; così pallido e smunto che la moglie al vederlo svenne. Sei giorni dopo, il 28 giugno, alle tre e un quarto di notte, nacque Luigi, prematuramente.

Gli anni della prima infanzia sono avvolti nel buio. Sensibile, precoce, psicologicamente fragile, il ragazzo ha (e conserverà per molto tempo ancora) un estremo bisogno di affetti familiari. Ne avrà dalla madre, non dal padre. Duro e violento, chiuso nei suoi sentimenti, il padre resterà sempre, per Luigi, un personaggio mitico e lontano, dal quale lo separerà un muro d’incomprensione. Alcune esperienze di quegli anni segnano in modo indelebile la vita futura di Pirandello uomo e scrittore. Tra i sette e i nove anni ha una forte crisi di misticismo, risoltasi in una grave delusione. La rivelazione dell’amore e della morte, visti insieme in concreto (l’amplesso d’una coppia, nel buio d’una camera mortuaria, vicino al cadavere d’un suicida), e la scoperta dell’adulterio paterno, constatato di persona, sono due traumi che non resteranno senza conseguenze. I cieli dell’innocenza, della fiducia e dei sentimenti sono sconvolti per sempre: nel resto della vita, l’ amore d’una donna non significherà mai per Pirandello serenità e felicità; e nella sua opera di scrittore, l’amore per una donna non avrà mai il carattere d’uno spontaneo accordo del cuore e dei sensi.
Già la prima esperienza sentimentale si svolge sotto il segno del dramma, sfiora la tragedia. Quando conosce Lina, la cugina, Luigi ha quindici anni (lei diciannove). All’inizio Lina lo rifiuta, si fa beffe di lui. Poi, improvvisamente (a causa forse d’una delusione subìta) lo accetta, gli si promette. Ma i genitori di lei ostacolano il fidanzamento, non ritengono Luigi un buon partito. In seguito lo accetteranno, ma a condizione che il ragazzo lasci gli studi e i suoi sogni di poeta, e si metta col padre nel commercio dello zolfo. Luigi obbedisce. Trascorre tutta l’ estate del 1886 a Porto Empedocle, nell’ inferno delle zolfare. Ma non resiste; la vocazione poetica è più forte di ogni sentimento. Torna a Palermo, si iscrive all’ università e riprende a comporre versi. Il suo primo libro di poesie, Mal giocondo, è del 1889. Da Palermo si trasferisce a Roma (1887) e da Roma a Bonn, in Germania (1889). Sempre più lontano da Lina, che intuisce il distacco, è colta da crisi isteriche, smarrisce la ragione. Luigi è costretto a precipitosi ritorni, da Bonn e da Roma. E’ il suo primo incontro con la follia, e non sarà l’ultimo. Il periodo di Bonn (ottobre 1889-aprile 1891) è una delle rare oasi di serenità nella vita di Pirandello. La nostalgia dei suoi familiari e della sua terra è sempre fortissima (dovunque sia, dovunque vada, Girgenti è sempre nel cuore e nella mente del giovane); ma assapora la quieta, libera, aperta vita studentesca che si conduce nella cittadella accademica. Studia e scrive versi (che comporranno Pasqua di Gea ed Elegie renane, 1891 e 1895), ma non mancano occasioni di svago: gite, feste, e anche rapidi e spregiudicati amori, come quello per Jenny Schulz-Lander, figlia della sua affittacamere. A Bonn si laurea in filologia romanza, con una tesi sulle strutture glottologiche della parlata di Girgenti. Pochi mesi dopo (1882) tornerà in Italia e si stabilirà a Roma. Qui si presenta come un giovane letterato indeciso sulla vita da intraprendere. Frequenta i salotti e i caffè letterari, stringe amicizia con i siciliani Ugo Fleres e Luigi Capuana: sarà appunto Capuana a suggerirgli di provarsi nel romanzo. In una lunga villeggiatura solitaria a Monte Cave, nella cella d’un convento, nasce così il primo romanzo di Pirandello, L’esclusa, che uscirà nel 1901, otto anni dopo. Ad appena un anno dalla rottura del fidanzamento con la cugina, Luigi riceve dal padre la proposta di prendere in moglie la figlia d’un suo socio d’affari. Antonietta Portulano è bella, d’uno strano fascino ombroso, e porta una dote di settantamila lire. Pirandello accetta, incontra la ragazza, si fidanza con lei. Fidanzamento brevissimo: i due si sono visti a metà dicembre del ‘ 93, si sposano a fine gennaio del ‘ 94. Praticamente, però, non si conoscono. Lei è una ragazza siciliana, appena istruita, cresciuta in un ambiente dove il possesso delle cose e delle persone è ritenuto naturale. Il tormento intellettuale dell’uomo che è suo marito le è incomprensibile e preoccupante. La sua piccola autorità, nei confronti di Luigi, le è data dalla dote, con la quale partecipa al bilancio familiare; e quando questa dote scomparirà, inghiottita da una catastrofe e dalle speculazioni sbagliate del padre di Luigi, per lei sarà un trauma dal quale non riuscirà a riprendersi. La sciagura accade nove anni dopo il matrimonio, nel 1903: la miniera nella quale Stefano ha investito il denaro suo e quello della dote di Antonietta, si allaga. Alla notizia, la donna è colta da paralisi. Per Luigi è il disastro. Dal matrimonio sono nati già tre figli: Stefano, Lietta e Fausto. Dal 1897 Pirandello insegna all’Istituto Superiore di Magistero, a Roma. Ma il denaro è insufficiente. Lui moltiplica il lavoro, dà lezioni private, accetta collaborazioni di ogni genere: per mille lire di anticipo accetta di scrivere un romanzo a puntate di cui non ha ancora la minima idea. Sarà il terzo, dopo L’ esclusa e Il turno (1895) e il più fortunato, Il fu Mattia Pascal. Inoltre scrive novelle, raccoglie in volume quelle già pubblicate (Amori senza amore, Beffe della morte e della vita, Quando ero matto… titoli pirandelliani ante litteram), stampa recensioni anonime. C’ è già stato un tentativo di teatro (L’ epilogo, che poi diventerà La morsa), apparso nel 1898. Ma il teatro è una passione che Pirandello si porta dietro dalla prima giovinezza. Le lettere ai familiari, da Roma e da Bonn, recano decine di titoli di drammi e commedie, alcuni scritti, altri soltanto progettati, dei quali non è rimasta alcuna traccia. Il successo del Fu Mattia Pascal, uscito a puntate sulla “Nuova Antologia” (1904), apre a Pirandello le porte della maggiore casa editrice del tempo, quella dei Fratelli Treves. Lo spettro della miseria si allontana, ma lo scrittore deve restare a tavolino dalla mattina alla sera, accanto a una moglie ormai fuori di senno (e la sua follia assumerà le forme della gelosia più esasperata), e ai figli che mancano delle cure materne. L’intensa operosità dà, comunque, i suoi frutti. Nel 1908 escono due volumi di saggi, L’ umorismo e Arte e scienza (che daranno origine al contrasto con Croce); l’anno dopo è la volta d’un quarto romanzo, I vecchi e i giovani, uscito a puntate sulla Nuova Antologia. Il 1910 segna l’ incontro dello scrittore con il palcoscenico. A Roma, Martoglio mette in scena i due atti unici: La morsa e Lumìe di Sicilia. Tre anni dopo Lucio d’Ambra, sempre a Roma, fa rappresentare Il dovere del medico. Ed è ancora d’Ambra a far avere a Marco Praga il testo d’un vecchio manoscritto di Pirandello, venutogli per caso tra le mani: è una commedia del 1896, Il nibbio. Andrà in scena a Milano, nel 1915, col titolo Se non così. Diretta da Praga, e recitata da una compagnia che comprende Irma Gramatica, la Melato, Talli e Ruggeri, la commedia cade e Pirandello la ritira. Diventerà poi La ragione degli altri. Fortuna e sfortuna si contendono il destino dello scrittore. Da una parte c’è l’ ingresso al “Corriere della sera”, dove, da ora in poi, Pirandello pubblicherà la maggior parte delle sue novelle. Ci sono due romanzi nuovi, Suo marito (1911, diventerà poi Giustino Roncella nato Boggiòlo) e Si gira (1916, ristampato come Quaderni di Serafino Gubbio operatore). E ci sono i primi successi teatrali con la compagnia dialettale di Angelo Musco, per la quale Luigi scrive Pensaci, Giacomino!, Liolà, Il berretto a sonagli e La giara (tutte commedie rappresentate tra il 1916 e il ’17). Dall’ altra parte ci sono la guerra, la prigionia del figlio Stefano, la morte della madre e l’aggravarsi delle condizioni della moglie. Sono anni di dolore e di disperazione, e il lavoro è l’unica anestesia possibile. Il teatro, con il suo esito di riscontro immediato, gli offre delle soddisfazioni. Il 1917 è un’annata buona, da questo punto di vista: oltre al successo delle opere in dialetto c’è quello del primo vero, grande dramma pirandelliano, Così è (se vi pare), dato a Milano dalla compagnia Talli-Mealto-Betrone. Al quale segue, di lì a poco, l’eccellente accoglienza del Piacere dell’onestà, rappresentato da Ruggeri. Pirandello, tuttavia, sembra preferire la narrativa: nelle lettere al figlio Stefano annuncia progetti di romanzi e novelle. Anche i Sei personaggi, al momento, sono un’idea di romanzo. Intanto continuano ad uscire le raccolte di novelle, da diversi editori: Le due maschere (Quattrini), La trappola (Treves), Erbe del nostro orto (Studio Editoriale Lombardo), E domani, lunedì, Un cavallo nella luna (entrambi da Treves, che ristampa anche Il fu Mattia Pascal). Alti e bassi, a teatro come nella vita. Emma Gramatica ottiene un grande successo con Ma non è una cosa seria, Ruggero Ruggeri suscita discussioni con Il giuoco delle parti. E’ il 1918: su consiglio dei medici, Antonietta è internata in una casa di salute. La figlia Lietta, di ritorno da Firenze, trova in casa il nonno Stefano: da vecchio garibaldino, è venuto a morire nella Roma dei suoi sogni giovanili. 1919 e 1920: anni di successi teatrali. L’innesto (con Talli), La patente (con Musco), L’uomo, la bestia e la virtù (con Gandusio), nel primo. Tutto per bene (con Ruggeri), La signora Morli, una e due (con la Gramatica) e il trionfo di Come prima, meglio di prima (con la Ferrero-Celli-Paoli) nel secondo. Pirandello lascia la Treves e passa alla Bemporad, che ristamperà tutte le sue opere, romanzi, novelle e teatro. Il 1920 è anche il primo incontro dello scrittore con il cinema: Mario Camerini gira la prima versione di Ma non è una cosa seria (la seconda sarà del 1935). Siamo al 1921, al giro di boa definitivo per Pirandello, uomo e artista. E’ l’anno dei Sei personaggi in cerca d’autore, il dramma che segna il culmine del teatro pirandelliano. Dato a Roma, in maggio, dalla compagnia di Dario Niccodemi, con Luigi Almirante e Vera Vergani, cade clamorosamente. Fischi, insulti, Pirandello deve uscire di soppiatto dal Teatro Valle. Ripresentato, in settembre, al Manzoni di Milano, il dramma è accolto trionfalmente, e subito dopo inizia il giro del mondo: tra il ’22 e il ’27 è applaudito in tutte le capitali d’Europa e d’America, arriva fino in Turchia, in Giappone. D’un sol colpo, Pirandello è uno scrittore internazionale. I quindici anni che seguono non sono certo poveri di avvenimenti; ma ormai il cammino è segnato, il destino ha imboccato la dirittura d’arrivo. Accolto in tutto il mondo come uno dei maggiori scrittori del secolo, Pirandello resta, ora più che mai, un uomo solo, un viaggiatore che quasi non ha casa nella sua patria, che abita i grandi alberghi di Parigi, Londra, Berlino, New York. Verranno altri successi (e qualche insuccesso) dal teatro; ma gli uni non lo entusiasmano più, gli altri lo feriscono solo lievemente. Enrico IV e Vestire gli ignudi (’22), L’uomo dal fiore in bocca e La vita che ti diedi (’23), Ciascuno a suo modo (’24), appena rappresentati sono contesi dai teatri stranieri. Il 1924 è un anno da segnare in rosso, anzi in nero, nella biografia dello scrittore. All’indomani del delitto Matteotti, Pirandello chiede ed ottiene l’ iscrizione al partito fascista. E’ un gesto dettato dall’ingenuità (l’innocenza di cui parla Bontempelli), dal sentimento di rivalsa nei confronti di quella borghesia che lo ha ignorato, deriso, insultato? Sono interpretazioni possibili. Ma purtroppo da quel gesto Pirandello trasse vantaggi: i documenti sono lì, a dimostrarlo. Il 1925 è l’anno della costituzione del Teatro d’arte di Roma, di cui lo scrittore assume la direzione artistica. Fra le opere in cartellone c’è Nostra Dea di Bontempelli. Per il ruolo della protagonista Pirandello chiede un’attrice nuova, non consumata dalla routine. E sceglie Marta Abba. E’ un altro piccolo colpo del destino. Dal giorno in cui la incontra, Pirandello conosce di nuovo la passione amorosa. La passione e l’amarezza: lei ha venticinque anni, lui ne ha compiuti cinquantotto. Da quel momento lo scrittore non vede che lei. Sarà lei la prima donna della nuova formazione; e sarà ancora lei la prima donna della successiva Compagnia Pirandelliana. Per lei l’autore famoso in tutto il mondo scriverà alcuni drammi che resteranno fra i suoi meno riusciti: Diana e la Tuda, L’amica delle mogli, Trovarsi, Come tu mi vuoi. Sono, forse involontariamente, drammi in chiave, tanto è trasparente in essi la vicenda d’amore: un amore violento, contorto, feroce, che non può (e non vuole) essere corrisposto. Nella solitudine in cui è rimasto, questo sentimento, pur con l’impossibile conclusione che porta con sé, è l’unica consolazione del vecchio scrittore. Nel 1934 l’ Accademia di Svezia gli conferisce il Premio Nobel. La sua celebrità è ormai totale. Greta Garbo ed Eric von Stroheim hanno già portato sullo schermo Come tu mi vuoi. Poi la Abba se ne va. In America, dove sposerà un magnate dell’acciaio. Pirandello è di nuovo un uomo solo, com’è stato per tutta la vita. Torna a Roma, nella piccola modesta casa di via Bosio. Non gli resta che il lavoro. Ed è mentre lavora, mentre scrive il dramma che resterà incompiuto, I Giganti della Montagna (dove c’è ancora una Ilse, ispirata dalla Abba) che lo coglie la morte, il 10 dicembre 1936. Nelle ultime parole, raccolte dal figlio Stefano, accenna ad un olivo saraceno, come quelli che verdeggiavano nella contrada del Caos, dove aveva avuto inizio, quasi settant’anni prima, il lungo, doloroso e solitario cammino della sua vita. “La Repubblica” 2 dicembre 1986.

Salvatore Lo Leggio