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Di Simone Sudato – Il terzo capitolo affronta il cuore della poetica pirandelliana, esplorando l’umorismo come chiave interpretativa del Fu Mattia Pascal. Attraverso il sentimento del contrario, l’autobiografia fittizia e la struttura circolare del romanzo, emerge una riflessione profonda sull’identità come costruzione instabile e sulla vita come continua oscillazione tra verità e illusione.
Simone Sudato
La luce che crea illusione. Il lanternino di Mattia Pascal
Tesi di laurea
Cap. III – Umorismo, il linguaggio dell’apparenza
3.1 Il sentimento del contrario
Nel romanzo compaiono diversi oggetti che, pur sembrando disposti a caso, assumono in realtà un significato altamente simbolico. Un intero capitolo, ad esempio, prende il nome da uno di questi, l’acquasantiera, emblema della devozione religiosa di Adriana. Mattia, distrattamente, utilizza questo oggetto come portacenere, mentre Anselmo Paleari ne fa metafora potente della città di Roma, un tempo resa un’acquasantiera dai papi, poi ridotta a portacenere dagli italiani. Vero protagonista, seppur inanimato, è lo specchio: nel suo riflesso Mattia cerca approvazione e risposte alle questioni che lo tormentano.
La riflessione non si nasconde, non resta invisibile, non resta, cioè, quasi una forma del sentimento, quasi uno specchio in cui il sentimento si rimira; ma gli si pone innanzi, da giudice; lo analizza, spassionandosene; ne scompone l’immagine; da questa analisi però, da questa scomposizione, un altro sentimento sorge o spira: quello che potrebbe chiamarsi, e che io difatti chiamo il sentimento del contrario.[70]
[70] L. Pirandello, 1992, cit., p. 184.
L’emozione è qualcosa che si avverte, che nasce spontaneamente, che l’essere umano subisce. La riflessione invece non è un semplice rispecchiamento: quando interviene essa non si limita a contemplare l’emozione, piuttosto la analizza, la mette in discussione, arrivando anche a modificarla. In questo modo nasce quello che Pirandello definisce il sentimento del contrario. Cosa dovrebbe accadere allora secondo l’autore davanti all’immagine di una signora «goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili»?[71] Se l’osservatore si fermasse solamente alla prima impressione suscitata da quella figura, ridendone «non supererebbe la fase della semplice comicità».[72]
[71] L. Pirandello, 1992, cit., p. 219.
[72] G. Macchia, cit., p. 35.
E’ qui che interviene la riflessione: quella maschera grottesca altro non è che un ultimo, disperato tentativo di trattenere a sé l’amore del marito, temendo che il peso degli anni possa condannarla al rifiuto. Dal riso nasce la pietà «da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico».[73]
[73] L. Pirandello, 1992, cit., p. 226.
Nel romanzo è possibile identificare diverse situazioni che attivano il meccanismo di questo sentimento: basti pensare al casinò, scintillante tempio del lusso e del denaro, popolato di anime in pena, prigioniere della Dea Fortuna, o ad Anselmo Paleari, uomo apparentemente buffo e un po’ goffo, ma in realtà gran pensatore, curioso del senso della vita, indagatore del mistero della morte. «Adriano Meis! Uomo felice! Peccato che debba esser conciato così»:[74] il riflesso di Mattia si rivolge a lui con ironia, suggerendogli amaramente «quando le donne ridono… ridi anche tu: è il meglio che possa fare».[75]
[74] L. Pirandello, cit., p. 109.
[75] Ibidem.
La riflessione, dunque, come mezzo per guardarsi dentro, per smascherare le illusioni e affrontare la verità della propria condizione. Ma il riflesso non è solo allo specchio, lo sa bene Mattia quando ormai, sentendosi «escluso per sempre dalla vita, senza possibilità di rientrarvi»[76] si confronta con la propria ombra, il suo riflesso oscuro, e dopo «un maligno riso»[77], preso da «una smania mala»[78], giunge alla conclusione che quell’ombra «aveva una testa, ma per pensare e comprendere ch’era la testa di un’ombra, e non l’ombra d’una testa. Proprio così!».[79]
[76] L. Pirandello, cit., p. 221.
[77] Ivi, p. 222.
[78] Ibidem.
[79] Ibidem.
Il sentimento del contrario è lo specchio in cui Mattia vede la propria ombra: il riso amaro è la presa di coscienza del dolore che la sua condizione gli aveva causato ed è insieme l’inizio della riconciliazione con essa. «E non volli lasciarla più lì, esposta, per terra»[80] e quasi chinandosi per raccoglierla e riaccoglierla, come abbracciandola, la porta via con sé, salendo su un tram.
[80] Ivi, p. 223.
«Il sentimento del contrario è la via pirandelliana alla restituzione di un senso a un mondo che, nella quotidianità esperibile, ne appare privo e dispera di trovarlo».[81] Il viaggio di andata e ritorno nel mondo di Adriano Meis è dunque un percorso di introspezione, in cui «la riflessione è, sì, come uno specchio, ma d’acqua diaccia, in cui la fiamma del sentimento non si rimira soltanto, ma si tuffa e si smorza: il friggere dell’acqua è il riso che suscita l’umorista; il vapore che n’esala è la fantasia spesso un po’ fumosa dell’opera umoristica».[82]
[81] G. Patrizi, Pirandello e l’Umorismo, Roma, Lithos editrice, 1997, p. 68.
[82] L. Pirandello, 1992, cit. (pagina da verificare sull’originale).
La fiamma del desiderio di libertà di Mattia crea Adriano, ma quando essa troverà davanti a sé lo specchio di acqua ghiacciata, spegnendosi nel rumore di sorde risate amare, trasformerà Adriano in vapore, lasciando dietro di sé solo l’ombra di ciò che doveva essere. L’umorismo, «l’arte fondata sul sentimento del contrario, scopre il gioco delle illusioni sia di quelle che reggono le convenzioni sociali, sia di quelle che ci consentono di costruire una personalità coerente da mostrare agli altri o di attribuire una logica agli avvenimenti della nostra vita e della storia».[83]
[83] Riferimento bibliografico da inserire come da tesi (nota 83).
Saper ridere diventa un’arte, uno strumento critico attraverso il quale è possibile guardare oltre le maschere, scoprendo l’inconsistenza delle convenzioni e delle identità che l’uomo crede sicure, ma che si disfano di fronte alla verità del sentimento del contrario.
3.2 Autobiografia fittizia
Il Fu Mattia Pascal è un’autobiografia fittizia: il racconto in prima persona di un uomo che si reinventa, che narra la propria vita come se fosse vera, pur essendo costruita sull’inganno dell’identità. Non è Mattia Pascal né Adriano Meis a parlare, ma una voce che si nasconde dietro entrambe, oscillando tra due ombre, simbolo di ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. «O bianco campanile, tu potevi pendere da una parte; io, tra quei due, né di qua né di là».[84]
[84] L. Pirandello, cit., p. 254.
Quell’«io tra quei due» è il narratore, un uomo ancora in fuga, sopravvissuto all’ennesimo disastro della sua vita, che osservando la Torre di Pisa riflette sull’essere diventato altro rispetto a quelle due personalità con le quali, fino a quel momento, aveva condiviso la sua esistenza. «Eh, caro mio… Io sono il fu Mattia Pascal»:[85] è lui il biografo del caso «assai più strano e diverso; tanto diverso e strano che mi faccio a narrarlo».[86]
[85] Ivi, p. 280.
[86] Ivi, p. 4.
La decisione di scrivere nasce dal confronto con Don Eligio, custode della biblioteca del Boccamazza. All’inizio, Mattia è dubbioso e insieme al reverendo suo amico discute di Copernico e di come il mondo sia cambiato dalla fine dell’antropocentrismo, da quando cioè l’uomo non è più al centro dell’universo: avrebbe ancora senso raccontare una storia «minuta e piena d’oziosi particolari»?[87] Don Eligio risponde che in effetti da quel momento in poi erano stati scritti diversi libri «minuziosi in tutti i più riposti particolari».[88]
[87] Ivi, p. 9.
[88] Ibidem.
Mattia, non ancora convinto, spiega che l’esistenza avviene a bordo di «un invisibile trottolina […] che gira e gira e gira, senza saper perché»[89] e l’uomo è infinitamente piccolo nell’universo, nonostante le sue «belle scoperte e invenzioni […] storie di vermucci».[90] Ogni storia e ogni tragedia sembrano perdere valore di fronte alla grandezza dell’universo. Ogni vita, prima di morire, appare come «una sequela di piccole sciocchezze»[91], accompagnata dal movimento della terra: lo stesso movimento della roulette nel casinò di Montecarlo, identico a quello di «un granellino di sabbia impazzito».[92]
[89] Ivi, p. 10.
[90] Ibidem.
[91] Ibidem.
[92] Ibidem.
Questo moto incessante della terra sembra creare illusioni per alleviare le sofferenze dell’uomo il quale, presuntuoso, tenta di distruggerle con il progresso e la scienza, nell’illusione di trovare la verità assoluta. Per quanti sforzi faccia, non ci riesce: alla fine il genere umano non può che consolarsi affidandosi alla propria capacità di distrarsi. Mattia scrive in virtù di questa distrazione provvidenziale ma anche perché ormai si sente «come già fuori dalla vita; e dunque senza obblighi e senza scrupoli di sorta».[93]
[93] Ivi, p. 10.
La scrittura diventa il mezzo attraverso il quale può continuare a vivere senza sentirsi schiacciato dal peso delle sue passate esistenze e dei suoi fallimenti. Consapevole che la sua identità e la sua libertà non sono conquiste, ma illusioni, il racconto della sua storia potrebbe essere un tentativo di dare ordine al caos che aveva segnato la sua esistenza.
L’ordine? la coerenza? Ma se noi abbiamo dentro quattro, cinque anime in lotta fra loro: l’anima istintiva, l’anima morale, l’anima affettiva, l’anima sociale? E secondo che domina questa o quella, s’atteggia la nostra coscienza; e noi riteniamo valida e sincera quella interpretazione fittizia di noi medesimi, del nostro essere interiore che ignoriamo, perché non si manifesta mai tutt’intero, ma ora in un modo, ora in un altro, come volgano i casi della vita.[94]
[94] L. Pirandello, 1992, cit., p. 213.
Ordine e coerenza non esistono nell’esistenza di Adriano Meis: la sua è una vita scritta mentre si vive, inventata e costruita in continuità con le menzogne su cui si fonda. Pirandello osserva che «la menzogna […] sorge dai rapporti della convenienza, come mezzo a conservar l’altrui benevolenza e ad accaparrarsi l’altrui soccorso».[95] Questa condizione per Mattia diventa insostenibile: abbandona gli abiti di Adriano e tenta di tornare ad essere sé stesso. Il ritorno però si rivela impossibile: «non sono affatto rientrato né nella legge né nelle mie particolarità […] io non saprei proprio dire ch’io mi sia».[96]
[95] L. Pirandello, 1992, cit., p. 204.
[96] L. Pirandello, cit., p. 279.
Non è più l’uomo di prima né quello che voleva diventare. Non comprende quale tipo di insegnamento si potrebbe mai trarre dal racconto delle sue vite. Continuerà a vivere in questa nuova forma sospesa e ogni volta che tornerà a far visita alla sua tomba quella lapide gli ricorderà che anche lui è un uomo senza identità, proprio come il povero ignoto che vi riposa al suo posto. L’esistenza di Mattia è «un procedimento fluttuante e discontinuo, nelle sabbie mobili dell’essere, consentito dall’interpretazione umoristica del personaggio, che si abbandona a un movimento circolare da cui egli non potrà più uscire».[97]
[97] G. Macchia, cit., p. 77.
Un percorso senza una direzione precisa, segnato da brusche interruzioni e improvvisi cambiamenti che finiscono per riportarlo al punto di partenza dove «il ritorno non risvegliava che la coscienza d’essere un uomo del tutto superfluo».[98] In ognuna delle incarnazioni che assume, Mattia sembra essere guidato da una mano invisibile che lo porta sempre ad essere diverso da come vorrebbe, che lo conduce sempre altrove rispetto alla sua natura.
[98] L. Pirandello, cit., p. 280.
Egli vorrebbe poter trovare la sua autenticità, liberarsi dalle finzioni e dai legami sociali. Trasformandosi in Adriano Meis sembra entrare finalmente in contatto col senso più profondo e segreto della vita; ma questo spazio fuori dalle forme sociali si appoggia solo su una nuova maschera che non fa altro che occultare la sua vera identità, costringendolo a recitare sistematicamente, ad alienarsi, a comunicare in maniera non autentica. Sceglie di essere il narratore di sé stesso, rinunciando a cercare una realizzazione nella sua vita e accettando la sua condizione di identità sospesa in attesa della morte, mentre la narrazione delle sue vicende altro non è che una conferma del suo fallimento, un modo per continuare a vivere nel racconto della sua storia.
Il suo personaggio nasce in opposizione al rinnovato spirito vitalistico e al protagonismo esasperato della cultura di inizio Novecento: Mattia Pascal è il simbolo della presa di coscienza della finzione e del fallimento, del desiderio irrealizzabile di sottrarsi alla società, la scomposizione di ogni sicurezza e di ogni valore definitivo. Eppure, Mattia conserva il suo atteggiamento di sempre: stretto nelle spalle, con gli occhi socchiusi, a chi lo chiederà, risponderà «Io sono il fu Mattia Pascal».[99]
[99] Ibidem.
3.3 La struttura circolare
Tra le magie che Pirandello compie con la sua scrittura vi è quella di saper rendere, attraverso le parole, il linguaggio del corpo, guidando il lettore nel viaggio emotivo dei protagonisti. Così era stato nell’accogliere la figura di Adriano Meis; così, tornando nei panni di Mattia Pascal: «balzai in piedi, levai le braccia, trassi un interminabile respiro di sollievo, come se mi fossi tolto un macigno sul petto».[100] I gesti confermano l’idea di circolarità: Mattia è pronto a indossare i suoi vecchi abiti e tornare a Miragno, il luogo d’origine.
[100] Ivi, p. 248.
Lo anima un desiderio impetuoso: gridare al mondo di essere vivo «Io, io, Mattia Pascal! Sono io! Non sono morto! Eccomi qua!».[101] Il grido e il gesto fisico diventano simboli di liberazione, espressione di fuga da un esperimento fallito di indipendenza e dell’amara consapevolezza che la libertà assoluta è del tutto insostenibile.
[101] Ibidem.
In quell’attimo di esaltazione, il passato riaffiora e Mattia corre con la mente a Roma, alla sua Adriana: «meglio che tu ora mi sappia morto!».[102] Poi il presente lo richiama: il futuro lo attende. È un animo in tumulto quello che lo accompagna verso casa, pronto a ripetere il gioco delle maschere, la costruzione di una e la distruzione di un’altra: «subito dopo mi feci tagliar la chioma di quell’imbecille di Adriano Meis».[103]
[102] Ivi, p. 249.
[103] Ivi, p. 252.
Come nella prima trasformazione disprezzava quell’occhio storto che gli ricordava la sua vita precedente, ora rimpiange di aver corretto quel difetto: «ecco, qualche cosa d’Adriano Meis mi sarebbe rimasto tuttavia in faccia».[104] Nel romanzo, l’occhio assume un valore simbolico essenziale: è metafora della relatività della conoscenza e della crisi dell’io, il varco attraverso cui si dissolve l’illusione di una vita fuori dalle forme.
[104] Ibidem.
Alla fine, il rimpianto per quel difetto perduto conclude il percorso, mostrando l’impossibilità di ricostruire un’identità autentica attraverso il corpo, perché la frattura interiore rimane. Il primo contatto con la vecchia vita avviene attraverso il fratello: «somigliavo purtanto a Roberto, ora».[105] La somiglianza fisica diventa simbolo di un riavvicinamento emotivo, segnando il ritorno a un contesto familiare dopo la parentesi artificiosa di Adriano Meis.
[105] Ibidem.
Quando incontra il fratello, Mattia comprende che il destino ha ricomposto ciò che un tempo lui aveva spezzato: Romilda, la moglie che aveva abbandonato, ora è sposata con Pomino. È evidente il paradosso umoristico pirandelliano: la fuga per liberarsi dai vincoli, la perdita definitiva e infine il rimpianto.
Forte della possibilità di rientrare nella legalità, decide di consumare la sua vendetta: «la fiera in me s’era rifocillata, per prepararsi all’imminente assalto».[106] Così Mattia sale su un altro treno, pronto a tornare a Miragno, guidato soltanto dalla luce della luna, come un lanternino. «Mattia Pascal! Dall’altro mondo»[109] è tornato.
[106] Ivi, p. 261.
[109] Ibidem.
La scena è tragica: urla, tonfi, «gioja feroce»[110] accompagnano la sua vendetta. Ma ad un tratto lo sgomento: Mattia scopre la presenza di una neonata e resta «al bujo, là, nella sala d’ingresso, con quella gracile bimbetta in braccio».[111] Il vagito della piccola smorza l’odio e trasforma la furia in un gesto di umanità.
[110] Ivi, p. 266.
[111] Ivi, p. 267.
In questo clima egli decide di non riprendere Romilda in moglie, lasciando a lei e Pomino la possibilità di vivere quella «felicità edificata su la mia morte».[114] È la rinuncia definitiva, il sacrificio che lo condanna alla solitudine. La sua identità è perduta per sempre: non è più Mattia, non è più Adriano, è il fu Mattia Pascal.
[114] Ivi, p. 273.
«E ora? Domandai a me stesso, dove vado?»[115] A Miragno, d’altronde, nessuno lo riconosce più: «nessuno, nessuno si ricordava più di me, come se non fossi mai esistito».[116] L’indifferenza dei concittadini rivela l’inconsistenza dell’identità individuale.
[115] Ivi, p. 276.
[116] Ibidem.
Dopo il disinganno, decide di far ritorno nella biblioteca dove lavorava, ultimo baluardo di pace. Qui ritrova don Eligio, l’unico legame umano autentico: «le prime feste me le ebbi da lui».[117] Il ritorno a Santa Maria Liberale segna la conclusione della spirale più significativa.
[117] Ibidem.
«Basta. Io ora vivo in pace […] nello stesso letto in cui morì la povera mamma mia».[118] Il viaggio di Mattia è chiuso: la pace conquistata è il prezzo della rinuncia a ogni possibilità di rinascita; la sua vicenda rimane monito sulla fragilità dell’identità e sulla tragica ironia di una libertà che, inseguita fino all’estremo, si muta in isolamento.
◀ Capitolo II – La maschera di Adriano Meis
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