Tutto per bene – Atto secondo

Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo

En Español – Todo sea para bien

Tutto per bene - Atto II
Lucia e Gabriele Lavia – Tutto per bene, 2011

Tutto per bene
Atto Secondo

        Ricco salone in casa Gualdi. In fondo, il tetto ha una impalcatura più bassa, in legno, sostenuta da mensole. E sono in questa parete di fondo due usci ve­trati, di piccoli e spessi vetri opachi, impiombati: da quello a destra si scende nel giardino; l’altro dà nell’interno della casa. Tra i due usci è il camino, che si scorge appena, perché ha davanti, con la spalliera voltata verso il pubblicò, un divano, di modo che tra esso e il camino che gli sta dirimpetto, sia come un salotto a parte, più intimo, raccolto attorno al fuoco. Accostato alla spalliera del divano è un tavolino a sei piedi, antico, su cui è un magnifico vaso di fiori. Di qua e di là del tavolino, due lumi d’alto fusto, uguali, con un ampio paralume dì seta, e sedie e sgabelli volti verso il proscenio. Sono nella parete di sinistra due altri usci a vetri: quello più vicino alla ribalta dà nella sala da pranzo; l’altro, in quella del bigliardo. Sul davanti della scena, verso la co­mune, cioè a destra, è una tavola ottagonale, con qualche rivista illustrata, qualche vaso e altri soprammobili; una grande poltrona di cuojo, con dietro un altro lume a fusto, come i primi due, e seggiole di stile con molti cuscini. I rimanenti mobili del salone, disposti tra la comune e la finestra, e tra i due usci di sinistra, siano di ricca e sobria eleganza, quali s’addicono alla signo­rilità e al buon gusto di chi abita la casa. Il salone è splendidamente illumi­nato.

        Al levarsi della tela, la scena è vuota. Poco dopo dall’uscio a vetri di fondo, che dà sul giardino, entrano, di ritorno dal passeggio Palma e Salvo Man­froni seguiti dal cameriere, a cui il Manfroni dà il cappello e il soprabito. Il cameriere va via subito per la comune; mentre gli altri due seguitano il di­scorso già incominciato, scendendo dall’automobile in giardino.

        SALVO (mentre il cameriere gli toglie il soprabito): Sì, sì… Ma c’è sempre modo, credi (il cameriere va via), c’è sempre modo di dare agli altri una stima di sé, che li accresca ai loro stessi occhi…

        PALMA (subito, mentre si sfila i guanti): E li renda insoffribilmente presun­tuosi!

        SALVO: No, cara, e che nello stesso tempo, al contrario, riesca di vantaggio anche a noi.

        PALMA: Ma io noto ormai tante cose!

        SALVO: Tu non noti niente. Sta’ bene attenta. Egli (allude al marito) ti parla. Tu senti che sono parole, dette così per dire…

        PALMA: Ma sì, sciocche, senza nessuna realtà!

        SALVO: Bene. Nel raccoglierle, tu mostra che l’abbiano…

        PALMA: Ma come? Se non ne hanno!

        SALVO: Oh bella! Ma dandogliela tu, mettendocela dentro tu, una realtà, quella che ti conviene, ma come se invece – capisci? – ce l’avesse messa lui, che sarà felicissimo, credi, di vedere le sue parole «consistere» in qualche modo. Tu te lo farai così, a poco a poco, a modo tuo; ma lasciandogli l’illusione ch’egli sia invece sempre a modo suo. Mi sono spiegato?

        PALMA: Non è facile!

        SALVO: Eh, lo so. Non ti sto mica dicendo che è facile. Ma credi a me, che bi­sogna far così nella vita.

        PALMA: Ci vuole una pazienza!

        SALVO: Ah sì, cara. Sopra tutto, pazienza. (Poi, pianissimo:) E non con tuo marito soltanto, qua dentro.

        PALMA (lo guarda un po’, poi domanda): Vuoi dire con Gina?

        SALVO: Mi pare che abbia un musino di volpe quella signorina!

        PALMA: Le si è scoperto adesso, da che ha finito di servire nell’altra casa.

        SALVO: Ti sei accorta anche tu del cambiamento?

        PALMA: E sempre inappuntabile; bada!

        SALVO: Ma è rimasta molto amica di là…

        PALMA: Eppure sa, Dio mio…

        SALVO: Zitta. Eccola!

        Entra dal secondo uscio di fondo la signorina Cei, che s’accosta a Palma, per liberarla del cappello e della mantiglia.

        SIGNORINA CEI: Vuole, signora Marchesa…?

        SALVO: Oh, buona sera, signorina.

        SIGNORINA CEI: Buona sera, signor Senatore.

        PALMA: No, grazie, Gina. Vado io di là un momento. (A Salvo:) Con permesso.

        SALVO: Fai, fai. Ma credo che più tardi ti toccherà uscir di nuovo, per tua suo­cera.

        PALMA: Dio, che seccatura! Ancora?

        SALVO: Le ha ripreso la febbre.

        SIGNORINA CEI: Sì, signora! Ha mandato ad avvertirlo.

        SALVO (con premura, alla signorina Cei): Ma niente di grave.

        SIGNORINA CEI: Al solito…

        SALVO (a Palma): Bisogna che tu vada…

        PALMA: Sopra tutto, pazienza.

        Palma, via per il secondo uscio di fondo. Salvo è presso la tavola ottagonale, prende una rivista illustrata, la sfoglia, in piedi.

        SALVO: Cara signorina, io vorrei stare un po’ alla sua scuola.

        SIGNORINA CEI: Lei, signor Senatore? Ma che dice!

        SALVO (senza guardarla, seguitando a sfogliar la rivista): Ammiro i suoi occhi.

        SIGNORINA CEI: Ah sì? Non credo poi che siano così belli…

        SALVO: Sono belli. Ma oltre che per questo, li ammiro perché sono dotti.

        SIGNORINA CEI: Dotti?

        SALVO: Dotti vuol dire attenti. Ma attenti senza parere.

        SIGNORINA CEI: I miei occhi le sembrano attenti?

        SALVO: No. Appunto. Non sembrano affatto. Ma sono attenti. E io vorrei, le dico, imparare da essi.

        SIGNORINA CEI: Imparare che cosa?

        SALVO: Ecco: a domandar così, per esempio, fingendo di non capir che cosa, mentre lei ha capito benissimo.

        SIGNORINA CEI (quasi sfidandolo): Ah, dunque l’arte di far le viste di non ca­pire?

        SALVO (non risponde lì per lì, come se fosse intento a leggere nella rivista; ma poi nega col dito, e dopo una breve pausa, soggiunge): Questa è un’arte più facile. Basta simular l’ignoranza. Ce n’è un’altra più difficile: quella di non far le viste di capire, quando gli altri si siano accorti che noi invece abbiamo capito benissimo (per attenuare ciò che ha detto, fingendo di non dargli im­portanza:) oh,^una cosa, del resto, che già capiscono tutti…

        SIGNORINA CEI: Sì? E allora!

        SALVO: Ah, s’inganna. Ci vuole allora una naturalezza, che è assai più difficile a simulare di quella finta ignoranza, che nessuno ci chiede e che ci farebbe apparir sciocchi.

        SIGNORINA CEI: Sarà. Forse però può non essere un’arte, signor Senatore.

        SALVO: No? E che, dunque?

        SIGNORINA CEI: Mah! Una necessità penosa…

        SALVO: Eh, cara signorina, forse s’impara bene, solo quando sia una necessità! Entrano a questo punto, in abito da sera, Flavio Gualdi e Veniero Bongiani, dalla comune.

        FLAVIO: Ah, eccolo qua!

        SALVO: Sono già qua da un pezzo. La signorina Cei, via per il secondo uscio di fondo.

        VENIERO: Illustre Senatore, le mie più vive congratulazioni.

        SALVO: Grazie, caro Bongiani.

        FLAVIO (a Salvo): Scusa, corrispondente o effettivo?

        SALVO (come uno che non ne possa più): Ma sì, effettivo! effettivo!

        VENIERO: D’un’accademia straniera, e poi di quella! I socii corrispondenti saran parecchi; gli effettivi, uno o due. Ma mi levi un dubbio, Senatore…

        SALVO (c.s.): No no, Bongiani, per carità, non me ne parli!

        VENIERO: No, scusi; a proposito di codesta nuova onorificenza…

        FLAVIO: Ecco, già; si discuteva al circolo, se era proprio necessario che tu at­tribuissi il merito…

        VENIERO: In parte…

        FLAVIO: In parte, s’intende! il merito della tua scoperta scientifica a Bernardo Agliani.

        VENIERO: Se la scoperta, dicevano, è totalmente sua! (Tutto questo discorso sarà fatto con leggerezza, senza dar quasi importanza alla cosa.)

        SALVO: È chiaro che i vostri amici del circolo non hanno mai veduto, neppur da lontano, il mio libro.

        VENIERO: Ah, questo è positivo!

        FLAVIO: Perché nel tuo libro è detto…?

        SALVO: Ragazzi miei, appunto perché nell’introduzione di esso mi son fatto scrupolo d’attribuire a Bernardo Agliani qualche merito, tutti ora dicono che avrei potuto farne a meno. Se non l’avessi fatto…

        VENIERO: Avrebbero detto il contrario?

        FLAVIO: Gl’incompetenti!

        SALVO: No, i competenti, anzi! pur sapendo bene che nelle carte di Bernardo Agliani non c’è nulla che lasci neppur lontanamente balenar l’idea della sco­perta, e che egli poneva, lì, per altri fini, certi suoi problemi di fisica… Ma la­sciamo andare! (Cambiando tono, come se il discorso si facesse soltanto ora serio e interessante:) Dite, dite: la scissione, dunque, è proprio avvenuta?

        FLAVIO: Ma che! Una pagliacciata!

        VENIERO: Si risolverà per tutti quanti in una doppia spesa, d’ora in poi!

        FLAVIO: Siamo andati a iscriverci socii anche del nuovo circolo!

        SALVO: Ah sì? (Ride.)

        VENIERO: In massa! Un’invasione!

        FLAVIO: E questa sera si farà l’inaugurazione!

        VENIERO: Lei, Senatore, verrà con noi?

        SALVO: Voi siete matti!

        FLAVIO: Ah no! Verrai con noi!

        VENIERO: L’abbiamo promesso!

        FLAVIO: Figurati se puoi mancare!

        SALVO: Io, cari miei, me ne resto qua (siede, o meglio, si sdraja beatamente sull’ampia poltrona di cuojo presso la tavola ottagonale), qua, come ogni sera!

        FLAVIO: Che! che! Ti strapperemo a viva forza!

        SALVO: Mi strapperete? Se sapeste a qual prezzo me la sono guadagnata questa poltrona!

        FLAVIO: Ma via! Per una sera!

        SALVO: Non mi par l’ora, ogni sera, che Giovanni, dopo cena, venga a girar la chiavetta della luce e mi lasci, quasi al bujo…

        VENIERO: No, senta: lei non ci farà questo tradimento!

        FLAVIO: Del resto, non ci sarà neanche Palma stasera… Rientra dal secondo uscio di fondo Palma.

        PALMA: Parlate di me?

        VENIERO: Buona sera, Marchesa.

        PALMA: Buona sera, Bongiani. Che cos’è?

        VENIERO: Persuadetelo voi per carità a venir con noi all’inaugurazione del nuovo circolo!

        PALMA: Ah, si farà poi stasera?

        FLAVIO (a Salvo): Vedrai che ti persuaderà lei!

        SALVO: Non mi persuaderà nessuno!

        FLAVIO: Perché, Palma, a te toccherà d’andar di nuovo dalla mamma.

        PALMA: Ma è proprio necessario?

        SALVO: No, no, tu andrai, tu andrai…

        FLAVIO; Ci son passato adesso e le ho promesso che saresti andata. Non c’è mica bisogno che ti trattenga a lungo.

        SALVO: Ecco. Un’oretta! E io t’aspetterò qua, senza rinunziare alla mia delizia consueta!

        FLAVIO: Mi fai rabbia, senti!

        VENIERO: Ma vedrai che verrà!

        SALVO: Non verrò!

        PALMA: Ma sì! Lasciatelo stare!

        VENIERO: Non possiamo! Non possiamo!

        FLAVIO: Capisci che non ci fanno entrare, se ci presentiamo senza di lui?

        SALVO: E voi non andate!

        PALMA: Un bell’egoismo, dico! Mi toccherà prima andar là…

        FLAVIO: Oh Dio mio, una visitina…

        PALMA: No, scusa. Se non debbo trovar qui, al ritorno, neanche lui, tanto vale allora che mi trattenga tutta la serata. Mentre voi andate a divertirvi !

        SALVO: Stai sicura, cara, stai sicura che mi lascerai qua, e mi ritroverai qua. A questo punto, Martino Lori dalla comune, domanda:

        LORI: Permesso? Tutti hanno un gesto e un moto di fastidio.

        FLAVIO (piano, sbuffando): Oh Dio!

        E la conversazione cade subito, mentre il Lori si fa avanti, con esitazione, tra la freddezza generale.

        LORI: Buona sera. Disturbo?

        PALMA: No, per nulla.

        SALVO: Vieni, vieni avanti… Non mi alzo…

        LORI (appressandosi a Flavio, che ha tratto in disparte Veniero per parlare con lui): Buona sera, Flavio…

        FLAVIO (voltandosi appena): Ah, scusi. Buona sera.

        VENIERO: Caro commendatore… (Gli stringe la mano.)

        PALMA (a Lori): Vieni a sedere…

        SALVO: Qua, qua, accanto a me, Martino.

        FLAVIO (piano a Veniero): Ma sì, è una fortuna! Vedrai che adesso verrà con noi! (E s’avviano tutti e due per il secondo uscio a sinistra.)

        SALVO: Dove andate adesso voialtri?

        FLAVIO: Qua al bigliardo un momento.

        PALMA: Saremo subito a cena.

        FLAVIO: Vieni, vieni anche tu, Palma, senti…

        PALMA: Che cos’è?

        FLAVIO: Dobbiamo dirti una cosa… Vieni…

        PALMA: Con permesso… Flavio, Veniero e Palma, via per il secondo uscio a sinistra.

        SALVO (con un sospiro di stanchezza, rimanendo sdrajato sulla poltrona): Eb­bene, mio caro vecchio amico?

        LORI (impicciato, mortificato, angosciato, dice per non parere, con un riso­lino:) Eccoci qua… (Poi:) Stavate a dire forse qualche cosa che non debbo sapere?

        SALVO: No, no, niente. Hanno stasera l’inaugurazione d’un nuovo circolo, e complottano contro di me, che mi son messo a riposo. Come te. Tu, dal Con­siglio di Stato; io da tutte le noje mondane, amico mio.

        LORI: Anche da queste?

        SALVO: Da tutte, da tutte…

        LORI (con rincrescimento sincero e affettuoso): È male, per te. Tu che potresti avere ciò che vuoi…

        SALVO: Ah, grazie tante, caro amico. Ne ho già fino alla gola. Per aver qualche cosa, devi dare, dare, dare. Se ti fai il conto poi di quello che hai dato e di

        quello che hai avuto…

        LORI: Certo, sì. Ma appunto per questo io credo che non si debba calcolare per se stesso il valore di quel poco che s’ottiene…

        SALVO: E come vorresti calcolarlo?

        LORI: In rapporto a ciò che s’è dato.

        SALVO: E non dico questo io? Tira le somme, è un fallimento!

        LORI: No, scusa. Per modo, io dico, che a quel poco che si ottiene il valore per noi venga da quanto abbiamo dato. Guaj se per me almeno non fosse così!

        SALVO (seccato da questo richiamo a sé che fa il Lori): Ah, ho capito. Tu parli d’altro adesso.

        LORI: È un dare e avere anche questo.

        SALVO: Un padre dà sempre tutto!

        LORI: E più poco di così… (Vorrebbe aggiungere: «non avrei potuto ottenere», ma il Salvo non gliene lascia il tempo.)

        SALVO (interrompendo, con sgarbo, per cangiar discorso): Di’ un po’, di’ un po’, hai liquidato, spero, il massimo della pensione?

        LORI (ferito): Che… che intendi dire?

        SALVO (con indifferenza): Niente. Domando.

        LORI (c.s. e frenando appena l’ansia e l’angoscia che prorompono a mano a mano con foga incalzante, quanto più Salvo Manfroni cerca d’arrestarle con le sue domande e le sue risposte in diverso tono): Tu non facesti mai pesare su me, finora, il tuo grado, la tua dignità…

        SALVO: Ma che dici?

        LORI: Mi hai trattato sempre con la massima confidenza…

        SALVO: Certo…

        LORI: Con cordialità.

        SALVO: Ma sì…

        LORI: Fino a darmi e a farti dare del tu, quando questo poteva impacciarmi, perché trattando con te io ho veduto sempre nell’amico il superiore.

        SALVO: Ma, santo Dio, che discorso mi stai facendo?

        LORI: No, no… lasciami dire! Io soffoco dall’angoscia…

        SALVO: Ma perché?

        LORI: Mi domandi perché? È il modo di trattarmi questo?

        SALVO: Ma io sto parlando con te…

        LORI: Non dico tu; tutti, qua… Capisco che a lui la moglie è venuta più dalle tue mani che dalle mie…

        SALVO: Ma questo, scusa…

        LORI: Lo so; dalle mie mani non se la sarebbe presa. C’è troppa disparità di condizione; anche di carattere, d’educazione…

        SALVO: Dovevi prevederlo!

        LORI: Ma sì, ma sì, è naturale, non può aver piacere di vedermi. Mi respinge!

        SALVO: Ma no…

        LORI: Se proprio non mi respinge, m’allontana col suo tratto.

        SALVO: Scusa, scusa, dovresti capire…

        LORI: Che i miei modi, forse, sono stati troppo semplici prima; e che ora sono forse troppo circospetti?

        SALVO (non potendone più): Ma è tutto un modo di agire, il tuo, abbi pazienza, anche di fronte a me…

        LORI (stupito): Il mio?

        SALVO: Parliamoci chiaro, amico mio! Certe situazioni s’accettano o non s’ac­cettano, fin da principio. Quando si sono accettate, bisogna sapersi rassegnare; risparmiarsi inutili dispiaceri e risparmiarli anche agli altri.

        LORI: Ma se mi sono astenuto e m’astengo quanto più posso dal venire…

        SALVO: E ti sembra necessario?

        LORI (c.s.): Che cosa? Venire?

        SALVO: Certe volte, con codesta faccia che fai, mi sembra che provi gusto a sconcertarmi. Venire! Nessuno t’ha detto finora di non venire. Vieni, ma con un’aria, con un tono più conveniente, ormai, che renda anche agli altri più agevole il trattare con te…

        LORI: Ma mi sembra che io…

        SALVO: Tu l’hai presa male fin dal principio, te l’ho già detto… e non ci vedo più rimedio ormai! Sarebbe, credi, un gran sollievo per tutti, anche per te, se tu trovassi qualche altro modo… Dico, capisci, per il rispetto di te stesso, che preme anche a me di salvare; e non da ora, tu lo sai!

        LORI: Sono rimasto solo… Avevo almeno prima il conforto dell’amicizia, di cui per tanti anni tu, venendo ogni giorno a casa mia, avevi voluto ono­rarmi…

        SALVO: Ma mi sembra naturale, scusa, dopo tutto quello che ho fatto, che ora io venga qua!

        LORI: Sì, ma… almeno, dico, per l’apparenza… È troppo, via, che anche di fronte a un estraneo io debba essere accolto così…

        SALVO: Bongiani è un amico intimo. Caro mio, bisogna valutar bene le cause, per rendersi conto degli effetti. E tu non puoi, perché non ti vedi. Ti vedo io, e t’assicuro che provochi questa reazione. Capisco, capisco che a chi non sappia nulla, debba o possa apparir troppo. Ma Bongiani sa ciò che sanno tutti; ciò che, santo Dio, sai anche tu… E perciò ti dico di smettere, di cam­biare, come sono cambiate le condizioni…

        LORI: E come potrei cambiare? Entra dal primo uscio a sinistra la signorina Cei.

        SIGNORINA CEI: Ecco, vanno già a tavola, signor Senatore. Dal secondo uscio a destra, vengono fuori Palma, Flavio e Veniero.

        FLAVIO: Subito, subito, Salvo! Bisogna far presto!

        SALVO: Eccomi, sì, vengo. (E s’avvia verso l’uscio con Flavio e Bongiani.)

        PALMA (a Lori): Se vuoi passar di là anche tu… (Indica l’uscio della sala da pranzo. )

        LORI: No, rimango qua…

        PALMA: Tu ceni sempre tardi, al solito?

        LORI: Sì, tardi…

        FLAVIO (entrando con Salvo e Veniero nella sala da pranzo): Su, Palma!

        PALMA: Eccomi… Rimane qua lei, Gina?

        SIGNORINA CEI: Rimango io, sì…

        Palma, via con gli altri per il primo uscio a sinistra. Durante la scena se­guente si sentiranno a tratti le voci confuse, le risa, l’acciottolìo dei piatti, ecc. dei quattro di là a cena.

        LORI: Ma non s’incomodi per me, se ha da fare…

        SIGNORINA CEI: No, non ho niente da fare…

        LORI: Mi trattengo ancora un poco, perché vorrei parlare con Palma.

        SIGNORINA CEI (come per proporre un soggetto di conversazione aliena): Ha saputo, commendatore, della nuova onorificenza al signor Senatore?

        LORI (sovvenendosi e rammaricandosi della propria dimenticanza): Ah, già! Ho letto la notizia nei giornali… E mi son dimenticato…

        SIGNORINA CEI (piano, come a spegner subito quel rammarico): Lei dovrebbe custodire più gelosamente un certo fascio d’appunti, che sono nella sua scri­vania…

        LORI (di scatto, voltandosi, con uno stupore tra iroso e atterrito): Come lo sa?

        SIGNORINA CEI (fredda, placida): Si ricorda quel giorno che venni a trovarla al Consiglio di Stato per domandarle quando sarei potuta venire  a ritirare gli ori della sua signora, da lei messi da parte, perché li portassi qua?

        LORI: Sì, ebbene?

        SIGNORINA CEI: Lei mi diede la chiave del cassetto della sua scrivania.

        LORI: Ah, già! Ma lei allora…?

        SIGNORINA CEI: Mi perdoni. Non seppi vincere la curiosità…

        LORI: Ma quelli sono gli appunti, il primo abbozzo dell’opera dell’Agliani… Ci avrà capito ben poco…

        SIGNORINA CEI: Ho capito tutto, signor commendatore.

        LORI: Ma no… Formule, calcoli…

        SIGNORINA CEI: Lessi la nota scritta di suo pugno: «A Silvia perché di là mi perdoni».

        LORI (con sgomento del segreto scoperto e di tutte le conseguenze disastrose, che possono derivarne per il Manfroni): Ah, quella nota… Provai il bisogno di scusarmi con mia moglie…

        SIGNORINA CEI (subito): D’aver lasciato compiere un delitto?

        LORI (con ansia di correre al riparo e, nello stesso tempo, di scusarsi): No! Io ho taciuto… (taglia subito la scusa per sé, per aggiungere imperioso:) e così voglio che taccia anche lei! (E immediatamente, attenuando, con aria e tono di preghiera:) me lo prometta, me lo prometta, signorina!

        SIGNORINA CEI: Lei è troppo generoso, signor Lori.

        LORI (incalzando nella preghiera, agitatissimo): No, no! Mi prometta che ta­cerà, glielo chiedo in nome di ciò che ha di più sacro!

        SIGNORINA CEI (per calmarlo, guardando verso l’uscio della sala da pranzo, in­quieta): Glielo prometto. Ma non si faccia scorgere…

        LORI: Ho taciuto, perché, a parlare, mi sarebbe parso di commettere anch’io a mia volta un delitto contro chi ripagava il male fatto a un morto, già del resto glorioso, col bene che faceva a mia figlia! (Con orgasmo:) Avrei dovuto di­struggere quegli appunti!

        SIGNORINA CEI: Non lo faccia! Non lo faccia! Salvo Manfroni non sa certamente che lei li possiede.

        LORI: Li trovai dopo, dopo che egli, morta mia moglie e contro la volontà di lei, s’era prese e portate via con sé tutte le carte del padre.

        SIGNORINA CEI: Ah, quelle sì, egli le avrà distrutte!

        LORI: Per carità, per carità, entri nel mio sentimento…

        SIGNORINA CEI: Sì, signor Lori. Ma egli abusa odiosamente della sua gratitudine, perché non sa il male che potrebbe venirgli da lei…

        LORI: No, nessun male!

        SIGNORINA CEI: Eh, lo so, che lei non glielo farebbe! Ma dico che lui e gli altri qua non lo tratterebbero più così, se sapessero che lei possiede quegli ap­punti…

        LORI: Io li distruggerò!

        SIGNORINA CEI: Non lo faccia!

        LORI: Creda che glieli avrei io stesso consegnati, se non avessi temuto…

        SIGNORINA CEI: Di mortificarlo?

        LORI: Eh, più! Lei non sa che cosa è stata per me la scoperta di quegli ap­punti… non solo perché ha offeso in me, offuscato tutt’a un tratto la stima, l’ammirazione infinita che avevo per lui; no, no, non per questo soltanto. Lui, in fondo… non lo scuso, no… ma… via, penso che ebbe la debolezza di non saper resistere alla trista tentazione di profittare di tutto quel bene che si trovò ad avere in mano…

        SIGNORINA CEI: Ma no, che dice! Ha commesso un’azione…

        LORI: Orribile, sì! Ma lo vede? Non ne gode… È così annojato di tutto…

        SIGNORINA CEI: Oh, non lo vedo affatto! Almeno qua…

        LORI: Ma sì, è così amaro, da tanti anni… Io l’ho conosciuto ben altro! È dive­nuto sempre più acre… E poi, scusi, non si può dire neppure che si dia vanto…

        SIGNORINA CEI: Ostentazione…

        LORI: No, no. Per me, la cosa più grave è un’altra. Dico, per ciò che riguarda me; la ragione per cui ho taciuto, pur sentendo che il mio silenzio si faceva complice della frode, davanti a mia moglie morta, così gelosa dell’opera e del nome del padre.

        SIGNORINACEI: Ecco! Non avrebbe dovuto farlo per lei!

        LORI: Ma è appunto questo il sentimento, in cui la ho pregata di entrare, per spiegarsi tutto: la mia condotta, i miei modi… Io accetto, veda, accetto come un castigo, come un castigo meritato, il non dover godere di questa vita, di questa fortuna di mia figlia. Mi sono tratto indietro, quanto più ho potuto. Ho caro, quasi, di non essere invitato a parteciparne…

        SIGNORINA CEI: Ah, è dunque per questo?

        LORI: Sì. Mi parrebbe, veda, di divenir più complice, se ne partecipassi…

        SIGNORINA CEI: Sì, capisco.

        LORI: Ho la scusa, in questo castigo e nel trattamento che m’è usato – l’unica scusa – o meglio, l’unico mezzo che mi sia dato per pagare il gravissimo de­bito verso la memoria della mia compagna. Veda, è questo!

        SIGNORINA CEI: Già; ma questo può spiegare perché lei sia così… così tollerante. Ma non scusa mica loro!

        LORI: Sì, è vero. E difatti a me premerebbe che sapessero salvare un po’ me­glio le apparenze, per non suscitare… ecco, in lei per esempio, codesto sde­gno…

        SIGNORINA CEI: Ma è indignazione, altro che sdegno! Tanto più che sarebbe loro così facile…

        LORI: Già, sì… E questo, questo ho detto… sì, sì, a lui, poco fa. Glie l’ho detto! E lo ripeterò ora anche a mia figlia, non dubiti. (Di nuovo, con aria e tono di preghiera:) Ma lei, signorina…

        SIGNORINA CEI (subito troncando): Zitto! Si levano di tavola! Rientra in iscena Palma, la quale, tenendo i due battenti dell’uscio a vetri, parla rivolta verso l’interno.

        PALMA: Sì, subito. Tu dunque resti?

        LA VOCE DI SALVO: Sì, resto! resto! voci

        DI FLAVIO E DI VENIERO (insieme e confuse): No, no! Viene con noi! Viene con noi !

        LA VOCE DI SALVO (dominando le altre due): Niente affatto! Ti dico che resto!

        PALMA: E allora sta bene! (Lascia i due battenti, e avviandosi di fretta verso il secondo uscio di fondo, dice alla signorina Cei:) Vuol venire di qua un mo­mento, Gina?

        Via Palma e la signorina Cei per il secondo uscio di fondo. Lori si alza. Rientrano dalla sala da pranzo, conversando tra loro, Salvo, Flavio e Ve­niero.

        SALVO: Ma sì, certo, ci vuole ogni tanto qualcuno che metta un po’ di confu­sione nell’ordine della gente savia…

        VENIERO: Ma no, perché confusione?

        SALVO: Anche confusione, per far vedere che in tutto quell’ordine c’è polvere di vecchiaja! Ma badate che la polvere che leverete, non impedisca anche a voi di veder poi qual ordine nuovo sia da rimettere!

        FLAVIO: Ecco! Benissimo!

        SALVO: Caro Bongiani, e quanto alla polvere, non vi illudete: ricadrà sempre, e presto, su codesto vostro ordine nuovo; perché è del mondo, che è vecchio, questa polvere, (queste parole, quasi cantarellate) e voi vi sciupereste i pol­moni a furia di soffiarci su. La solleverete per un po’; tornerà a posarsi su tutte le cose, inevitabilmente. (Accostandosi al Lori e ponendogli una mano sulla spalla:) Sei ancora qua?

        VENIERO: Ma capirà che con codesta filosofia…

        SALVO: No, basta, amico mio. Non ci guastiamo la digestione…

        FLAVIO: E allora, andiamo via! Se proprio non vuoi guastartela, scusa… (Am­micca furtivamente al Lori, per significare: «rimanendo qua, te la guasteresti di sicuro».)

        VENIERO: Già! già! Il meglio che le convenga fare, ormai…

        SALVO (come se non udisse, rivolto al Lori): Ma Palma, sai, deve uscire a mo­menti…

        LORI: Tu vai con lei?

        SALVO: Io no!

        VENIERO: Verrà con noi, lui; è ormai stabilito!

        FLAVIO: Andiamo, su! andiamo!

        SALVO: Aspettate, perdio! (A Lori:) Tu vuoi parlarle?

        LORI: Vorrei dirle una cosa…

        SALVO: Ma non avrà tempo, credo…

        LORI: Oh, non sarà un lungo discorso…

        SALVO (voltandosi agli altri due): Eh, quasi quasi, allora…

        FLAVIO: Ma sì! Andiamo! andiamo! andiamo!

        VENIERO: Garantito che si divertirà!

        SALVO: Quanto a questo poi! (A Lori:) Oh, fammi il piacere di dire a Palma ch’io vado con loro.

        Saluti reciproci, con molta freddezza; e Salvo, Flavio e Veniero escono per la comune. Lori resta un momento come indeciso, e poi siede sulla poltrona di cuojo, su cui ogni sera è solito sedere, dopo cena, Salvo Manfroni. Momento d’attesa. Poco dopo, dall’uscio della sala da pranzo entra il cameriere e smorza il lampadario, lasciando solo accesi i tre lumi a fusto. La luce biso­gna che risulti di molto attenuata sulla scena. Il cameriere si ritira subito. Entra alla fine col cappello in capo e una mantella addosso, Palma dal se­condo uscio di fondo.

        PALMA (dirigendosi alla poltrona e sporgendo di sulla spalliera le mani per cingerle ed mento di chi sta seduto, dice piano, teneramente): Papà…

        LORI (subito, con slancio, commosso di riconoscenza): Figlia mia!

        PALMA (nello stupore di non trovar lì Salvo Manfroni non riuscendo a frenare un grido, tra di ribrezzo e di paura, ritraendosi): Ah!… Tu? E come?

        LORI (allibito nella certezza che quell’appellativo non era rivolto a lui): Io… Ma dunque, sei arrivata anche a chiamarlo così, da sola a solo?

        PALMA (esasperata e spinta dallo sdegno per il suo stesso errore a un’estrema risolutezza): Oh, finiamola! Io lo chiamo così, perché debbo chiamarlo così!

        LORI: Perché t’ha fatto lui da padre?

        PALMA: Ma no! via! Finiamo una buona volta questa commedia! Io ne sono stufa!

        LORI: Commedia? Che dici?

        PALMA: Commedia! Commedia! Ne sono stufa, ti dico! Tu sai bene che mio padre è lui, e che io non debbo chiamare così altri che lui !

        LORI (come colpito in testa, non raccapezzandosi): Lui… tuo padre?… Che… che dici?

        PALMA: Vuoi fingere ancora di non saperlo?

        LORI (afferrandola per le braccia, ancora smarrito, ma già con la violenza di ciò che comincia a presentire): Che dici? Che dici? Chi te l’ha detto? lui?

        PALMA (svincolandosi): Ma sì, lui, lasciami, basta!

        LORI: T’ha detto che tu sei sua figlia?

        PALMA (ferma, recisa): E che tu sai tutto!

        LORI (trasecolato): Io?

        PALMA (restando alla voce di lui e guardandolo così trasecolato): Ma come?

        LORI: T’ha detto che io so? (Di fronte allo smarrimento di lei, quasi vanendo e aggrappandosi alle sue stesse esclamazioni per sorreggersi:) Oh Dio… Oh

        Dio!… Ah che cosa!… (Tornando a prenderle un braccio:) Come t’ha detto? dimmi come t’ha detto!

        PALMA (intendendo il senso riposto della domanda che si riferisce alla madre): Che vuoi che m’abbia detto?

        LORI: Voglio saperlo! voglio saperlo!

        PALMA (con rammarico quasi pauroso, e pur quasi cercando di non cedere ancora all’evidenza): Ma dunque non sai davvero?

        LORI: Non so nulla! Ti disse che tua madre…? Parla! Parla!

        PALMA: Ma io non so… M’accennò…

        LORI: Che lei… di’? di’?

        PALMA: Ma non so nulla io…

        LORI: Ti disse che fu la sua amante?

        PALMA: Ma no…

        LORI: No? Come no? Se ti disse che sei sua figlia! Vero o non vero questo, se potè dirtelo, è certo che lei… Oh Dio… oh Dio… Possibile? Possibile?… Lei!… Non è possibile! No! Egli ha mentito… ha mentito… ha mentito… per­ché… perché non… non è possibile… che lei… (Come a un baleno:) Ah Dio! Ma allora?… No, no… Dio! Ah Dio… tranne che non fosse stato allora! Ah… E come?… e come potè poi?… No, non è possibile!… Lei?… Lei?… Lei?… Dirà questi tre «lei» con tre diversi toni, pieni dell’orrore di tre diverse vi­sioni; e alla fine cascherà, come schiantato, a sedere, rompendo in un pianto convulso.

        PALMA (commossa, accostandogli): Perdonami… perdonami… Io non sa­pevo… Credevo… M’assicurò che a te era noto tutto… Ma tu stesso, per quello che sei stato per me… per ciò che hai lasciato fare…

        LORI (balzando a queste ultime parole, come per un lampo di speranza): Ah, ma dunque forse per questo? Te l’avrà detto forse perché ho lasciato fare a lui da padre? (E resta a spiar Palma, che col suo atteggiamento lo disillude.) No? Ti disse che sei proprio sua figlia? (Per un bisogno istintivo d’offenderla subito:) E tu dunque ti sei gloriata del disonore di tua madre? Perché vuol dire che lei fu la sua amante! E allora… allora per questo m’avete trattato così?

        PALMA: Ma abbiamo creduto che tu sapessi !

        LORI: Questo? io? potevo saper questo e sopportare d’esser trattato così? e che lui… Ah Dio… fu certo allora… Sì, sì… Dovette essere allora… Sì… L’inse­gnamento… Voleva riprender l’insegnamento… Diceva che non potevo avere opinioni, io, perché non avevo nervi… Ecco perché tutto quell’inferno del primo anno! S’innamorò subito, si innamorò subito, venuta da Perugia alla morte del padre, si innamorò subito del suo giovane deputato… Eh, perciò tutta accesa, quando venne con lui da me al Ministero, per farsi presentare e raccomandare da lui. Era stato allievo del padre; era ora il deputato… S’in­namorò subito di lui – e sposò me! Ma già! Ma ecco… ecco perché lui, quando fu Ministro, prese me… E io abbagliato, abbagliato da due glorie, da quella del padre, dal prestigio di lui, mio capo supremo, mio padrone, non vidi nulla! non vidi nulla!… E poi vennero fuori quelle carte del padre… – per questo! per questo! – Ma lei s’era già pentita! S’era già pentita! Quando tu nascesti, s’era già pentita! Era mia! era mia! Fu mia da allora, fu mia, mia, mia soltanto, dalla tua nascita alla sua morte, per tre anni, mia, come nessuna donna fu mai d’un uomo! Per questo io sono rimasto così! Non m’accorsi di nulla prima; non era possibile che me n’accorgessi più, dopo! Lo cancellò lei, lei con tutto quel suo amore, ogni vestigio del tradimento. E fu tanto, tanto quel suo amore, che m’ha impedito di scoprirlo anche dopo la sua morte… (Ripigliandosi:) Ma come… come hai potuto credere tu che io lo sapessi? Tu m’hai pur veduto, m’hai pur veduto fin da bambina andare ogni giorno alla fossa di lei!

        PALMA: Sì… ma… per ciò appunto… io…

        LORI: Che cosa?

        PALMA: Io non t’ho nascosto…

        LORI: Ah, già… il tuo sdegno… Ah Dio, tutti… Ah, dunque per questo?… Il vo­stro disprezzo… Credevate che io sapessi e mi stéssi zitto? Ma perché – dimmi un po’ – perché mi sarei stato zitto, sapendo che tu non eri mia figlia? perché avrei finto di non accorgermi del vostro disprezzo? Lo vedo, ora, lo vedo, voi mi avete disprezzato. Ma se io sapevo che tu non eri mia figlia, non potevo fingere per un riguardo a te, al tuo avvenire! E allora? Per che cosa? (Pianissimo, accennando più volte a sé con le mani, quasi non osando, non che dire, ma neppur pensare l’orribile sospetto:) Per… per me?… per… av­vantaggiarmi nella carriera? Mi avete creduto capace di questo? fino al punto d’andar lì ogni giorno a rappresentar quella commedia? (Casca a sedere con le mani sul volto. Poi, balzando in piedi:) Ma che essere vile sono io dunque stato per voi?

        PALMA: No… non questo… non vile…

        LORI: Vile! vile! Ma come! Più vile di così?

        PALMA: Ma no, abbiamo creduto che ti volessi ostinare…

        LORI: Già… eh sì… tante volte me l’avete detto, che m’ostinavo, che esage­ravo… Ma sì! Mi avete parlato sempre chiaro, voi! E io perciò non compren­devo… Debbo darvi il merito della vostra franchezza… Me l’avete dimostrato in tutti i modi, il vostro disprezzo!… (Smarrendosi, come alienato all’im­provviso da tutto:) E dove sono stato io?… Come sono stato?… Oh Dio! Ma allora non sono stato mai nella vita, io… Non m’ha tradito nessuno! Non m’ha ingannato nessuno! Io, io non ho visto… ma sì… sì… tante cose… Oh Dio! ma sì… adesso, adesso mi vengono tutte a mente… (Riafferrato dal dolore, dopo lo sbalordimento, commovendosi di tenerezza per se stesso così crudelmente offeso:) E io l’ho pianta, l’ho pianta sedici anni, io, quella donna! (Scoppia di nuovo a piangere.)

        PALMA (provandosi a confortarlo): Via… via… su… pensa che…

        LORI: Mi muore adesso, mi muore adesso, uccisa dal suo tradimento! Capisci che adesso non ho più nulla, io, che regga in me? Dove sono ora? Che sto a far qui? Tu non sei mia figlia… Io lo so ora. Tu lo sapevi da un pezzo, e me lo facevi intendere da un pezzo con tutti gli altri, ch’era inutile che seguitassi a venir qui…

        PALMA: No… Io volevo…

        LORI: Ma sfido! Hai ora tuo marito e lui – tuo padre – che puoi averlo qua, ora, apertamente. Perciò egli m’ha detto… Ma sì… me l’ha detto poco fa di non star più a venire. E tu lo chiami forse papà, ora, anche davanti a tutti, è vero?

        PALMA: No… no…

        LORI: Non per me, certo… non per un riguardo a me… Ah Dio, più che cieco, più che cieco… Non sono stato mai nulla, non sono più nulla, non ho più nulla, neanche quella morta, più nulla! (Di nuovo sbalordito, come smemo­rato:) In una illusione ho vissuto senza nessun sostegno! perché voi tutti me li avete sempre tolti, tolti, perché vi parevano inutili, e mi lasciavate con scherno, con disprezzo appoggiare a quella morta per la rappresentazione esagerata della mia commedia. Ah, che cosa! (Con scatto di rabbia:) Ma al­meno dirmelo, allora!

        PALMA: Ma scusa…

        LORI: Me lo avete forse detto?

        PALMA: No, apertamente, mai…

        LORI: È possibile anche questo, che voi me l’abbiate detto apertamente, e che io non l’abbia capito. Avete creduto che non ci fosse nulla da nascondermi perché io sapevo tutto…

        PALMA: Capirai che se minimamente fosse nato il dubbio che tu non sapessi…

        LORI: Che io non fossi quel miserabile…

        PALMA: Ma no… non dirlo più!

        LORI: Ma come fece lui a dirtelo, che tu eri sua figlia? Com’ebbe quest’impu­denza d’offendere in te tua madre?

        PALMA: Ma me lo disse, quando non mi poteva più offendere, poiché tu gli avevi lasciato il modo di dimostrarmelo, che era mio padre.

        LORI: Eh già… io… sì… gli resi anche facile la via. E ora… e ora, basta, eh? ora sono licenziato?

        PALMA: Ma no! Perché? Ora cambia tutto…

        LORI: Che cambia?

        PALMA: Se tu non sapevi…

        LORI: Diventi mia figlia, perché non sapevo?

        PALMA: No, ma cambia, è già cambiato il mio sentimento per te!

        LORI: Ma non sai tu che io ora… ora, io, io… sì! posso fare cose, io… io…

        PALMA: Che cosa?

        LORI: Cose… cose che io stesso non so… Io sono come… come tutto vuotato… Non ho più nulla in me… E andando via di qua, quello che… quello che può nascere in me, io non lo so… Io… io…

        PALMA: Ma siedi… siedi, siedi qui… Tu tremi tutto… Siedi. (Lo fa sedere sulla poltrona; gli s’inginocchia davanti, pietosa, premurosa:) Io posso esser per te quella che non sono stata finora…

        LORI (voltandosi con scatto ferino): E lui?

        PALMA: Che vorresti più fare ora contro di lui?

        LORI: Perché m’ha pagato?

        PALMA: No!

        LORI: Sì. Pagato la moglie; pagato la figlia…

        PALMA: No… no…

        LORI: Come no? La mia devozione… Era come il sole per me!

        PALMA: Io dico dopo tanti anni…

        LORI (d’un tratto sorpreso da una visione lontana che lo fa fremere tutto): Che cosa sto vedendo… Senti. Morta. Io ero come un insensato. Morta in tre giorni, per causa sua, per aver voluto portar te, piccina di tre anni, a un circo equestre… D’inverno, prese freddo all’uscita, e in tre giorni… quand’era già mia, tutta mia, e non voleva più ch’egli ci venisse in casa, e se la prendeva con me, che non avevo il coraggio d’impedirglielo… – ma tu capisci: era stato il mio superiore – mi… mi morì allora! Io rimasi… non so, come sono adesso… vuoto. Ebbene, lui mi cacciò via dalla camera mortuaria, mi forzò a recarmi da te che volevi la tua mamma. Mi disse che sarebbe rimasto lui a vegliare. Mi lasciai mandar via; ma poi, nella notte, ricomparvi come un’om­bra nella camera. Lui era lì, con la faccia affondata nella sponda del letto, su cui giaceva lei tra i quattro ceri. Mi parve dapprima che, vinto dal sonno, avesse reclinato la testa inavvertitamente; poi, osservando meglio, m’accorsi che il suo corpo era scosso a tratti, come da singhiozzi soffocati. (Si volta a guardar la figlia, sbalordito ora di questa tracotanza del Manfroni.) La pian­geva, la piangeva, là, sotto i miei occhi… E io non capii, tanto ero ormai si­curo dell’amore di quella morta là, e di lui. Il pianto, che finora non aveva potuto rompermi dal cuore, assalì furiosamente anche me, allora, vedendo pianger lui. Ma di scatto egli allora si levò, e com’io, convulso, gli tendevo le mani per abbracciarlo, mi respinse, mi respinse con rabbia, a spintoni nel petto, e io ricaddi nel mio sbalordimento e pensai che fosse l’orgasmo del ri­morso, e che non potesse vedermi piangere, perché il mio pianto lo accusava della sciagura che mi aveva cagionato. Ah, ma quel pianto me lo paga! me lo paga, ora!

        Si alza, furente, per andarsene. Palma lo trattiene. Le battute seguenti si suc­cederanno con la massima concitazione.

        PALMA: Ora?

        LORI: Io lo so ora!

        PALMA: Ma è assurdo, che dopo tanto tempo, scusa… Dove vai?

        LORI (come un pazzo): Non lo so…

        PALMA: Che pensi di fare?

        LORI (cercando di svincolarsi): Non lo so.

        PALMA: Rimani ancora qua.

        LORI: No… no…

        PALMA: Sì, a parlare ancora qua con me…

        LORI: Con te? E perché più?

        PALMA: Ma sì, posso esser per te quella che tu mi credevi…

        LORI: Per paura?

        PALMA: No!

        LORI: Per pietà?

        PALMA: No!

        LORI: Nulla tu per me, nulla io per te, più nulla. (Si svincola e la respinge da sé.) E se sapessi come lo sento adesso, tutt’a un tratto, che sono tanti anni, di questo nulla!

Tela

1920 – Tutto per bene – Commedia in tre atti
Premessa
Personaggi, Atto Primo
Atto Secondo
Atto Terzo

En Español – Todo sea para bien

Elenco delle opere in versione integrale

Introduzione al Teatro di Luigi Pirandello

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