1929 – Se il film parlante abolirà il teatro – Articolo

Se il film parlante abolirà il teatro

Se il film parlante abolirà il teatro

dal «Corriere della Sera», 16 giugno 1929

Chi mi ha sentito parlare delle esperienze dei miei molti viaggi sa con quale ammirazione io parlai dell’America e con quanta simpatia degli Americani.
Ciò che sopra tutto in America mi interessa è la nascita di nuove forme di vita. La vita, premuta da necessità naturali e sociali, vi cerca e vi trova queste nuove forme. Vederle nascere è un’incomparabile gioia per lo spirito.
In Europa la vita seguitano a farla i morti, schiacciando quella dei vivi col peso della storia, delle tradizioni e dei costumi. Il consistere delle vecchie forme ostacola, impedisce, arresta ogni movimento vitale. In America la vita è dei vivi.

Senonché la vita, che da un canto ha bisogno di muoversi sempre, ha pure dall’altro canto bisogno di consistere in qualche forma. Sono due necessità che, essendo opposte tra loro, non le consentono né un perpetuo movimento né un’eterna consistenza. Pensate che se la vita si movesse sempre non consisterebbe mai; e che, se consistesse per sempre, non si moverebbe più.
La vita in Europa soffre del troppo consistere delle sue vecchie forme; e forse in America soffre del troppo muoversi senza forme durevoli e consistenti.

     Sicché a un signore americano, che con me si vantava: «Noi non abbiamo un passato; siamo tutti lanciati verso l’avvenire», io potei subito rispondere: «Si vede, caro signore, che avete tutti una gran fretta di farvi un passato».

     Le forme, finché restano vive, cioè finché dura in esse il movimento vitale, sono una conquista dello spirito. Abbatterle, vive, per il gusto di sostituir loro altre forme nuove, è un delitto, è sopprimere un’espressione dello spirito. Certe forme originarie e quasi naturali, con cui lo spirito si esprime, non sono sopprimibili, perché la vita stessa ormai naturalmente si esprime con esse; e dunque non è possibile che invecchino mai e che siano sostituite, senza uccidere la vita in una sua naturale espressione.
Una di queste forme è il teatro.

     Il mio amico Jevrejnoff, autore di una commedia che anche gli Americani hanno molto applaudito, arriva fino a dire e a dimostrare in un suo libro che tutto il mondo è teatro e che non solo tutti gli uomini recitano nella parte che essi stessi si sono assegnata nella vita o che gli altri hanno loro assegnata, ma che anche tutti gli animali recitano, e anche le piante e, insomma, tutta la natura.
Forse si può non arrivare fino a tanto. Ma che il teatro, prima d’essere una forma tradizionale della letteratura, sia un’espressione naturale della vita non è, in alcun modo, da mettere in dubbio.

     Ebbene, in questi giorni di grande infatuazione universale per il film parlante, io ho sentito dire quest’eresia: che il film parlante abolirà il teatro; che tra due o tre anni il teatro non ci sarà più; tutti i teatri, così di prosa come di musica, saranno chiusi perché tutto sarà cinematografia, film parlante o film sonoro.
Una cosa simile detta da un Americano, con quel piglio ch’è naturale agli Americani, d’allegra arroganza, anche quando paia (come è) un’eresia, s’ascolta simpaticamente perché genuino è negli Americani l’orgoglio dell’enormità.

Ha quest’orgoglio la grazia particolare dell’elefante, a cui gli occhietti ridono mentre dimena scherzosamente la proboscide, che guai se vi coglie. Ma ripetuta, come l’ho sentita ripetere io, da un Europeo, una cosa così enorme e bestiale perde ogni grazia genuina e diventa stupida e goffa. Gli occhietti diabolicamente arguti dell’elefante non ridono più: avete davanti due occhi velati dalla stanchezza, a cui l’enormità non dà il brillìo dell’orgoglio, ma la dilatazione dello spavento; e quello scherzo potente e minaccioso della proboscide si muta nel ridicolo dimenìo d’una coda di somaro che si vuol cacciare le mosche, vale a dire i fastidi e le preoccupazioni d’un nuovo travaglio.
Perché veramente sono preoccupatissimi e spaventati di questo diavolo di invenzione della macchina che parla i signori mercanti dell’industria cinematografica europea, e, come vecchi pesci che troppo a lungo hanno agitato le pinne e la coda nell’acqua stagna di una silenziosa palude, si lasciano prendere all’amo, rimasti come sono senza difesa tutti quanti a bocca aperta.
Il teatro intanto, così di prosa come di musica, può star tranquillo e sicuro che non sarà abolito, per questa semplicissima ragione: che non è lui, il teatro, che vuol diventare cinematografia, ma è lei, la cinematografia, che vuol diventare teatro; e la massima vittoria a cui potrà aspirare, mettendosi così più che mai sulla via del teatro, sarà quella di diventarne una copia fotografica e meccanica, più o meno cattiva, la quale naturalmente, come ogni copia, farà sempre nascere il desiderio dell’originale.

     L’errore fondamentale della cinematografia è stato quello di mettersi, fin dal primo principio, su una falsa strada, su una strada a lei impropria, quella della letteratura (narrazione o dramma). Su questa strada si è trovata per forza in una doppia impossibilità, e cioè:

  • nell’impossibilità di farne a meno.

  • nell’impossibilità di sostituire la parola;

E con questo doppio danno:

  • un danno per sé, di non trovare una sua propria espressione libera dalla parola (espressa o sottintesa);

  • un danno per la letteratura, la quale, ridotta a sola visione, viene per forza ad aver diminuiti tutti i suoi valori spirituali, che, per essere espressi totalmente, hanno bisogno di quel più complesso mezzo espressivo che è loro proprio, cioè la parola.

     Ora, dare meccanicamente la parola alla cinematografia non rappresenta mica un rimedio al suo errore fondamentale, perché anziché sanare il male lo aggrava, sprofondando la cinematografia più che mai nella letteratura. Con la parola impressa meccanicamente nel film, la cinematografia, che è muta espressione di immagini e linguaggio di apparenze, viene a distruggere irreparabilmente se stessa per diventare appunto una copia fotografata e meccanica del teatro: una copia per forza cattiva, perché ogni illusione di realtà sarà perduta per le seguenti ragioni:

  • perché la voce è di un corpo vivo che la emette, e nel film non ci sono i corpi degli attori come a teatro, ma le loro immagini fotografate in movimento;

  • perché le immagini non parlano: si vedono soltanto; se parlano, la voce viva è in contrasto insanabile con la loro qualità di ombre e turba come una cosa innaturale che scopre e denunzia il meccanismo;

  • perché le immagini nel film si vedono muovere nei luoghi che il film rappresenta: una casa, un piroscafo, un bosco, una montagna, una vallata, una via, fuori perciò sempre, naturalmente, dalla sala dove il film si è proiettato; mentre la voce suona sempre dentro la sala presente, con un effetto, anche per questo, sgradevolissimo d’irrealtà, a cui s’è voluto portare un rimedio anche qui peggiore del male mettendo ogni volta, e una alla volta, in primo piano le immagini che parlano, con questo bel risultato: che il quadro scenico è perduto; la successione delle immagini parlanti sullo schermo stanca gli occhi e toglie alla scena dialogata ogni efficacia; e infine la constatazione chiarissima che le labbra di quelle grandi immagini in primo piano si muovono a vuoto perché la voce non esce dalla loro bocca, ma viene fuori grottescamente dalla macchina, voce di macchina e non umana, sguaiato borbottamento da ventriloqui, accompagnato da quel ronzìo e friggìo insopportabile dei grammofoni. Quando il progresso tecnico sarà riuscito a eliminare questo friggìo e a ottenere la perfetta riproduzione della voce umana, il male principale non sarà in alcun modo riparato, per l’ovvia ragione che le immagini resteranno immagini e le immagini non possono parlare.

     Per questa via la perfezione non potrà condurre il cinematografo ad abolire il teatro, ma se mai ad abolire se stesso. Il teatro resterà il suo originale sempre vivo e, come ogni altra cosa viva, di volta in volta mutevole, laddove esso ne sarà la copia d’una volta, stereotipata, fondamentalmente tanto più illogica e innaturale quanto più vorrà accostarsi al suo originale fino a sostituirlo.
Sta capitando al cinematografo quella stessa ridicolissima disavventura che in una delle sue più famose favole Esopo fa capitare al vanitoso pavone allorché, lusingato beffardamente dalla diabolica volpe per la sua magnifica coda e la maestà del suo incesso regale, aprì la bocca per far udire la sua voce e fece ridere tutti.
Finché stava zitto, finché era muta espressione d’immagini, comprensibile a tutti con qualche breve indicazione scritta, che facilmente poteva esser tradotta in tutte le lingue, il cinematografo, con la sua enorme diffusione internazionale e con quel gusto particolare ch’era riuscito a formare nel vastissimo pubblico abituandolo alla visione silenziosa, era per il teatro un concorrente temibile e una minaccia che, specialmente in questi ultimi tempi, s’era fatta molto grave. Un certo abuso della régie, per fare che il teatro diventasse sopra tutto, o quanto più possibile, uno spettacolo anche per gli occhi, una certa imitazione dei procedimenti tecnici cinematografici a cui qualche régisseur già si provava a ricorrere oscurando gradatamente la scena e facendone sorgere un’altra dal buio momentaneo con accompagnamento di suoni, la scelta d’un nuovo repertorio teatrale, più leggero e meno consistente, che con facilità si lasciasse manomettere per ottenere codesti effetti di repentini mutamenti e altri effetti preparati soltanto per un godimento visuale, erano già segni manifesti di quanto il teatro temesse la concorrenza del cinematografo. Il pericolo grave per il teatro era questo, che volesse avviarsi a somigliare al cinematografo. Ed ecco che è il cinematografo, viceversa, a voler ora diventare lui teatro. E il teatro non ha più nulla da temere. Se io al cinematografo non devo più vedere il cinematografo ma una brutta copia del teatro, e devo sentir parlare incongruamente le immagini fotografate degli attori, con una voce di macchina trasmessa meccanicamente, io preferirò andarmene al teatro, dove almeno ci son gli attori veri che parlano con la loro voce naturale. Un film parlante, che volesse aver l’ambizione di sostituire in tutto il teatro, non potrebbe ottenere altro effetto che quello di far rimpiangere di non aver davanti vivi e veri quegli attori che rappresentano quel tale dramma o quella tal commedia, ma la loro riproduzione fotografica e meccanica.
Indirettamente poi il film parlante, anziché nuocere, avrà giovato al teatro, perdendo irreparabilmente, con l’uso della lingua, la sua internazionalità. Gli occhi per vedere tutti i popoli li hanno uguali; ma la lingua per parlare, ogni popolo ha la sua. Per ogni film tante edizioni speciali per quanti sono i paesi in cui quel film potrà andare, perché non tutti avranno una tale capacità di mercato da pagar le spese d’una speciale edizione per sé. Le traduzioni di una edizione unica, se erano possibili per le brevi didascalie, non saranno possibili per i dialoghi degli attori, che non potranno mica parlare in tutte le lingue. Il mercato internazionale è perduto. I régisseurs dei film parlanti non potranno più esser quelli del film muto, ma quelli del teatro; gli attori, se i personaggi del film d’ora in poi dovranno parlare, non potranno più (tranne qualche eccezione) esser quelli del film muto, che non hanno l’abitudine, né tanto meno l’arte della recitazione, o la disposizione a recitare o anche i mezzi, la voce: dovranno essere gli attori di teatro; e così anche per i soggetti chi potrà far parlare i personaggi? non più certo i così detti “soggettisti” del film muto, ma gli autori di teatro. E allora, altro che abolizione del teatro! In tutto e per tutto, sarà il trionfo del teatro.
Intanto è avvenuta alla cinematografia questa gravissima disgrazia: che il pubblico dopo tanti anni si era abituato alla visione muta; ora che il film ha parlato, per quanto malamente, grottescamente, insopportabilmente abbia parlato, chi ritorni a vedere un film muto prova una certa disillusione, un senso d’insofferenza, un senso di insoddisfazione che prima non avvertiva. Quel silenzio è stato rotto. Non si rifà più. Bisognerà dare adesso a ogni costo una voce alla cinematografia.
È un vano persistere e un cieco affondarsi nel suo errore iniziale il cercar questa voce nella letteratura. La letteratura, per far parlare i personaggi nati dalla fantasia dei suoi poeti, ha il teatro. Non bisogna toccare il teatro. Ho cercato di dimostrare, e credo d’aver dimostrato con ragioni inoppugnabili, che la cinematografia, a mettersi su questa via, non potrà mai arrivare se non ad annientare se stessa. Bisogna che la cinematografia si liberi dalla letteratura per trovare la sua vera espressione e allora compirà la sua vera rivoluzione. Lasci la narrazione al romanzo, e lasci il dramma al teatro. La letteratura non è il suo proprio elemento; il suo proprio elemento è la musica. Si liberi dalla letteratura e s’immerga tutta nella musica. Ma non nella musica che accompagna il canto: il canto è parola: e la parola, anche cantata, non può essere delle immagini; l’immagine, come non può parlare, così non può anche cantare. Lasci il melodramma al teatro d’opera e lasci il jazz al Music Hall. Io dico la musica che parla a tutti senza parole, la musica che s’esprime coi suoni e di cui essa, la cinematografia, potrà essere il linguaggio visivo. Ecco: pura musica e pura visione. I due sensi estetici per eccellenza, l’occhio e l’udito, uniti in un godimento unico: gli occhi che vedono, l’orecchio che ascolta, e il cuore che sente tutta la bellezza e la varietà dei sentimenti, che i suoni esprimono, rappresentate nelle immagini che questi sentimenti suscitano ed evocano, sommovendo il subcosciente che è in tutti, immagini impensate, che possono esser terribili come negli incubi, misteriose e mutevoli come nei sogni, in vertiginosa successione o blande e riposanti, col movimento stesso del ritmo musicale. Cinemelografia, ecco il nome della vera rivoluzione: linguaggio visibile della musica. Qualunque musica, da quella popolare, espressione genuina di sentimenti, a quella di Bach o di Scarlatti, di Beethoven o di Chopin. Pensate che prodigio d’immagini può destare tutto il folclore musicale, da un’antica abanera spagnola al Volga Volga dei Russi, o La Pastorale o l’Eroica, uno dei Notturni o uno dei valses brillantes.
Se finora la letteratura è stata un mare avverso, su cui la cinematografia ha malamente navigato, domani, superate le due colonne d’Ercole della narrazione e del dramma, essa sboccherà liberamente nell’oceano della musica, dove a vele spiegate potrà alla fine, ritrovando se stessa, approdare ai porti prodigiosi del miracolo.

Luigi Pirandello


Se vuoi contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come vuoi essere citato a
pirandelloweb@gmail.com