Arte e scienza – Capitolo 9 – APPENDICE (Per la ragione estetica della parola)



Arte e scienza – Capitolo 9

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IX. APPENDICE  (Per la ragione estetica della parola)

Esce or ora (mentre sto per licenziare al pubblico questo volume di saggi) la traduzione italiana di due studi di Karl Vossler: Positivismus und Idealismus in der Sprachwissenschaft eSprache als Schöpfung und Entwicklung, raccolti in un sol volume dal traduttore italiano sotto il titolo del primo studio. [42]

 [42] Karl Vossler, Positivismo e Idealismo nella scienza del linguaggio, trad. del Dr. Tom. Gnoli, Laterza e Figli, Bari 1908.

In fondo al suo libro dell’Estetica, il Croce aveva identificato scienza dell’arte e scienza del linguaggio: «L’Estetica e la Linguistica non sono già due scienze distinte, subordinate, coordinate o disparate, ma sono una scienza sola».
Il Vossler – com’egli stesso, del resto, dichiara nella prefazione al volume – è un seguace convinto della dottrina estetica di Benedetto Croce. Questi suoi due studi non vogliono esser altro che un’applicazione ai più importanti problemi della linguistica dei princìpi di quell’estetica ch’io ho chiamato intellettualistica senza intelletto.
Io ho dimostrato già, criticando la teoria estetica del Croce, la ragione di questa identificazione.
Ciò che il Croce chiama forma, espressione, arte, fatto estetico è soltanto oggettivazione, che viene ad avere tutti i caratteri del fatto fisico, cioè necessità, fissità, assenza di fine e differenza soltanto quantitativa: oggettivazione, dunque, meccanica. Egli ragiona così: il linguaggio è espressione; l’espressione è arte; dunque il linguaggio è arte, e Linguistica ed Estetica sono una cosa sola.
Il sofisma s’annida qua nella parola espressione. Ma è sofisma per noi, non per il Croce. Il Croce non può dare alcun valore all’espressione, perché per lui questa, ripetiamo, è oggettivazione e nient’altro, e l’arte non è né più né meno che la forma delle sensazioni, e non, come per noi, il soggettivarsi di quest’oggettivazione.
Delle nostre sensazioni, delle nostre impressioni, ecc. noi non sappiamo nulla finché esse non siano formate, finché noi non le abbiamo intuite. L’intuizione è dunque l’atto dello spirito che forma. Questo sostiene il Croce. Egli chiama formare l’intuire. E già comincia il disaccordo. Questo disaccordo cresce naturalmente quando egli vuole identificare quest’atto dello spirito che forma (primo momento) col fatto estetico, con l’arte. Il Croce ragiona così: noi, prima, non sappiamo nulla; conosciamo formando; la forma dunque è conoscenza; l’arte è forma; dunque l’arte è conoscenza. E ritorniamo al sofisma di prima.

     Questa forma, come il Croce la intende, non è altro che materia oggettivata, la conoscenza intuitiva che noi abbiamo della materia. Ora questa materia oggettivata o in questo senso formata non è arte, perché non è forma ma contenuto dell’arte: è la rappresentazione d’un oggetto che l’arte deve investire soggettivamente. Il Croce dunque scambia il contenuto psichico col fatto estetico; ma il contenuto psichico non è la forma. «L’elaborazione stessa delle impressioni» egli dice «non può non essere, a sua volta, un fatto psichico, cioè altre impressioni. Considerata ab extra, l’attività estetica non è essa stessa che un succedersi d’impressioni. Gli è per questo che molti non riescono a constatarne l’esistenza, e a coglierne la peculiarità e l’originalità. Chi guarda di fuori, scorge il di fuori; e chi appunta, come Nelson, il cannocchiale sull’occhio cieco, può affermare con tutta verità che non vede nulla. Ma solo quando si acquista coscienza della diversità tra l’esterno e l’interno, e che l’interno, appunto perché tale, non si coglie al modo stesso dell’esterno, si entra nella filosofia.» Sì: si entra nella filosofia, ma si esce dall’arte.
Quando noi diciamo che la forma non deve esser considerata come alcunché d’esteriore, non intendiamo già parlare di questo interno del Croce, che non è forma, com’egli crede, ma contenuto. Il Croce non arriva, né può mai arrivare alla vera forma individuale, perché s’arresta alla conoscenza soltanto dell’individuale. Ora, la forma come conoscenza, non può esser altro che una astrazione, la rappresentazione astratta, meccanica (perché soggetta alla legge di causa ed effetto) d’una sensazione: non può esser altro dunque che un concetto o un pseudo–concetto. Nel primo momento noi non possiamo aver altro.
Ora, perché questo pseudo–concetto diventi fatto estetico, arte, bisogna che la forma non sia semplice conoscenza, forma d’una sensazione, materia oggettivata, e che si abbia il subiettivarsi di questa forma, cioè di questa oggettivazione, che è un contenuto psichico.
Il Croce s’arresta al primo gradino della conoscenza intuitiva, e non vede mai, dunque, veramente il fatto estetico: confonde l’arte con la rappresentazione della conoscenza intuitiva, l’oggettivazione con l’espressione soggettiva, lo stile con la lingua. Infatti egli domanda: «Chi mai è riuscito a distinguere, per quanti sforzi si sian fatti, tra lingua e stile?».
Ed è ben naturale che egli non possa o non sappia distinguere. Appunta anche lui, come Nelson, il cannocchiale su un occhio cieco.

     Non si riesce in verità a comprendere in prima come faccia ad andar d’accordo col Croce il Vossler per cui «lo stile è l’uso linguistico individuale in opposizione a quello generale».
Ma che intende egli per uso linguistico individuale? Ahimè, l’intuizione anche lui, la materia oggettivata, il contenuto psichico, non l’espressione soggettiva, il subiettivarsi di quell’oggettivazione, la creazione d’una forma. L’uso linguistico generale, in fatti, per lui, non può esser altro in fondo «che la somma approssimativa possibilmente di tutti, o almeno dei più importanti usi linguistici individuali».
Ora, questi usi linguistici individuali, così intesi, non sono stile, sono rappresentazioni di sensazioni individuali, oggettivazione di queste sensazioni: lingua, non stile; conoscenza intuitiva, non arte.
L’errore, dunque, è quello stesso del Croce, ed è fondamentale.
«Nella sua più intima essenza» scrive il Vossler, parafrasando il Croce, «ogni espressione linguistica è creazione individuale e spirituale. Per esprimere un’intuizione v’è un’unica forma. Tanti individui, tanti stili.»
Domando io adesso, come può esser creazione ogni espressione linguistica, se questa è forma di sensazioni, intuizione pura, conoscenza, e dunque attività teoretica soltanto? La creazione è della volontà. Finché questa non interviene, non possiamo aver creazione, ma semplice conoscenza. Non ha detto forse il Croce che «con la forma teoretica l’uomo comprende le cose: con la forma pratica [cioè con la volontà) le va mutando: con la prima s’appropria l’universo, con l’altra lo crea»} Come si può parlare dunque di creazione di forma, se restiamo nel primo gradino della conoscenza? Questa non ci può dare che una rappresentazione astratta e meccanica d’un contenuto individuale, una oggettivazione, non mai una creazione.
Invano il Vossler tenta di negar l’astrazione, sofisticando così: «Si generalizzi e si allarghi pure quanto si voglia l’immagine di cane, comprendendovi le più rare e svariate specie di quest’animale; saremo pur sempre lontanissimi dall’avere innalzato tale immagine a dignità diconcetto. Il concetto si forma per deduzione e per definizione, cioè per derivazione da altri e per limitazione rispetto ad altri concetti. Una rappresentazione o immagine generale si forma invece allargando, diluendo le concrete impressioni sensibili. Il concetto non sarà compiuto finché non sia costruito intero il sistema dei concetti, ossia la filosofia; mentre l’immagine generale regge da sé, indipendente nel proprio valore individuale e momentaneo. Pensare in forma d’immagini generali vuol dire veder le cose a larghi contorni, da grande lontananza e quasi a volo d’uccello; pensare in forma di concetti, vuol dire conoscere le invisibili relazioni che fra le cose corrono. Ora il linguaggio è sempre rappresentazione ed intuizione, mai astrazione».
Prima di tutto, mettiamo bene in chiaro questo: che quando io ho visto a volo d’uccello o no, da lontano o da vicino, un cane e ho detto: cane, non ho creato nulla, come non creo ancora nulla dicendo cane danese, cane levriere, cane barbone e così via: tutte queste espressioni sono oggettivazioni, fatti di conoscenza, non creazioni. Non saranno concetti, concetti veri e propri; ma espressioni, rappresentazioni astratte sono di certo. Non saranno, tutt’al più, astrazioni logiche, ecco; astrazioni espressive sono però di certo: conoscenze intuitive, se non logiche; ma conoscenze sempre.
Ora che ha da vedere con questa conoscenza intuitiva, con questa rappresentazione di sensazioni, lo stile? Lo stile è creazione di forma, non la forma delle sensazioni. Io creerò un cane (come Anatole France ha creato il famoso Riquet di M. Bergeret) quando l’immagine di quel cane, sensazione o impressione oggettivata, cesserà di essere un simbolo dell’oggetto in me, una visione ch’io non posso non volere o volere (fatto spirituale meccanico, dunque); e sarà visione voluta, voluta per se stessa, e dunque libera perché ha solo in se stessa il suo fine. Io non posso negare il cane come oggetto, anche ammettendo che esso esiste in me solamente in quanto io ne ho conoscenza; oggetto rimarrà sempre, se non più fisico, spirituale; oggetto ch’io contemplo in me, ma che non creo: non posso crearlo perché io non lo ho voluto ed esso medesimo ancora non si vuole in me: è in me ancora un’espressione che non ha valore, è in me come oggetto, semplice conoscenza intuitiva, non creazione. Quando diventerà creazione? Quand’io cesserò di contemplarlo quale un oggetto in me, quando esso comincerà a volersi in me, qual io per se stesso lo voglio; quand’esso cesserà di essere mera contemplazione teoretica in me e diventerà azione, quando la mera forma teoretica di esso diventerà forma pratica, tecnica, cioè libero spontaneo e immediato movimento della forma stessa, non più oggettivazione, ma subiettivata. Allora soltanto, e non prima, io avrò il fatto estetico, l’arte.
Non è assolutamente possibile escludere la volontà e il fine dall’arte. Solamente l’opera d’arte deve avere in sé la propria volontà e il proprio fine: l’autore cioè deve volerla per se stessa, qual essa in lui si vuole, libera perché solo in se stessa ha il proprio fine. Ma l’avere in sé e per sé volontà e fine non equivale a non averne, non vuol mica dire cioè che l’arte non abbia fine e volontà e sia soltanto conoscenza, come il Croce sostiene in Germania e il Vossler in Italia… o viceversa.

Indice 
I. Arte e scienzaVI. Soggettivismo e oggettivismo nell’arte narrativa
II. Un critico fantasticoVII. Per l’ordinanza d’un sindaco
III. Illustratori, attori e traduttoriVIII. I sonetti di Cecco Angiolieri
IV. Per uno studio sul verso di DanteIX. Appendice: Per le ragioni estetiche della parola.
V. Poscritto


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