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Il relativismo e l’umorismo: due condizioni fondamentali della poetica di Pirandello


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Il relativismo e l’umorismo in Luigi Pirandello

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Di Biagio Lauritano — Il relativismo e l’umorismo: due condizioni fondamentali della poetica di Luigi Pirandello. Il saggio analizza la crisi culturale del primo Novecento, il contrasto fra forma e vita e la nascita del relativismo gnoseologico pirandelliano, fino alla definizione dell’umorismo come riflessione critica sul paradosso dell’esistenza e sulla frantumazione dell’identità moderna.

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Il relativismo e l’umorismo

Per gentile concessione dell’Autore

Luigi Pirandello fu uno degli interpreti più acuti della crisi storica, sociale e culturale che caratterizzò l’Italia post-unitaria.
Tale crisi si manifestò con particolare intensità nel Mezzogiorno e soprattutto in Sicilia, dove l’annessione al Regno d’Italia non riuscì a risolvere le gravi problematiche legate alla cosiddetta “questione meridionale”.

Il divario tra Nord e Sud emerse anche nel doppio volto della politica giolittiana, che introdusse un diffuso senso di sfiducia e smarrimento nei cittadini del Sud nei confronti delle istituzioni.
Questo sentimento fu ulteriormente alimentato dalla crisi culturale che segnò la fine del Positivismo e del mito della ragione come strumento capace di spiegare razionalmente l’agire umano e di cogliere le tracce autentiche dell’io.

Ne derivò una condizione di disorientamento esistenziale che portò l’uomo a percepirsi isolato di fronte a se stesso, con l’azzeramento del tempo oggettivo e la perdita di ogni certezza stabile.
È proprio questa condizione che impedisce a Pirandello di pensare la natura umana come qualcosa di definibile e di riconoscerne la nullità rispetto alla realtà oggettiva.

Al centro della riflessione pirandelliana si colloca il contrasto fra forma e vita.
La forma rappresenta il tentativo dell’uomo di oggettivare l’Essere, ricavandone verità assolute attraverso cui prevedere il futuro; ma tale tentativo si scontra con i limiti della conoscenza, subordinata alle categorie dello spazio e del tempo, che impediscono di risalire all’Essere autentico.

Con il passare del tempo l’uomo si accorge di non possedere strutture cognitive capaci di rispecchiare pienamente l’esistenza, nemmeno quella della propria interiorità.
Da qui nasce un senso di smarrimento che rende impossibile definire la storia come patrimonio condiviso di valori e significati.

Consapevole della propria incapacità di cogliere l’Essere, l’individuo si affida allora all’interpretazione soggettiva delle emozioni, delle sensazioni e delle esperienze vissute.
La percezione del proprio io rimane così sempre in divenire, mai definitiva, e l’uomo finisce per percepirsi come Altro da sé, inconoscibile tanto a se stesso quanto agli altri.

In questo contesto entrano in gioco le convenzioni sociali, che imprigionano l’individuo in ruoli e maschere precostituite, impedendogli di collocarsi autenticamente nella realtà.
Il passato non offre più certezze e la storia perde il suo valore orientativo, lasciando l’uomo ai margini del Tutto, escluso dall’Essere.

Viene meno il principio di identità e di non contraddizione, sostituito da una molteplicità di identità instabili e frammentarie.
Nasce così il relativismo pirandelliano, inteso come fenomeno gnoseologico che caratterizza strutturalmente l’intelletto umano e che rende ogni verità provvisoria e illusoria.

Il relativismo non rappresenta dunque una verità stabile, ma il risultato dei tentativi dell’uomo di spiegare l’Essere, che resta, dal suo punto di vista, esclusivamente metafisico e congetturale.
In tal senso, esso coincide con l’insieme delle illusioni attraverso cui l’uomo cerca di dare senso alla realtà.

Sul piano etico, questa condizione conduce l’uomo a pensare esclusivamente in termini di percezione soggettiva, annullando ogni distinzione stabile tra noumeno e fenomeno, tra pensiero e apparenza.
La realtà viene percepita in modo sempre diverso a seconda del contesto culturale e sociale.

La frattura con il passato produce allora la necessità di una nuova forma di consapevolezza: l’umorismo.
Pirandello lo definisce come una riflessione critica sul paradosso dell’esistenza umana, capace di cogliere il lato nascosto e contraddittorio della realtà.

L’umorista è colui che supera la semplice constatazione dell’accaduto e ne indaga le motivazioni profonde, riconoscendo l’instabilità delle emozioni e l’illusione della forma.
Da questa consapevolezza nasce lo sdoppiamento dell’io, che rivela il carattere provvisorio dell’identità.

Tale dinamica trova espressione nel concetto di maschera, centrale nell’opera pirandelliana.
Personaggi come Mattia Pascal, Vitangelo Moscarda ed Enrico IV incarnano la solitudine dell’individuo moderno, costretto a oscillare incessantemente fra se stesso e gli altri.

Da qui prende forma la “poetica senza autore”, secondo cui l’opera d’arte si genera come creazione autonoma dei personaggi stessi, sottraendosi al controllo dell’autore.
I personaggi pirandelliani vivono e agiscono come entità indipendenti, proiezioni delle pulsioni interiori dell’autore, che non possono essere represse senza annientare l’io.

Biagio Lauritano

Approfondimenti nel sito
Raccolta dei contributi critici dell’autore pubblicati su PirandelloWeb.
Struttura e contenuti del saggio fondamentale dedicato alla poetica umoristica pirandelliana.
Analisi dei principi anti-retorici e della frantumazione delle certezze nella teoria pirandelliana dell’umorismo.
Sintesi della teoria dell’umorismo, dal comico al sentimento del contrario, nella riflessione di Luigi Pirandello.

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