Quand’ero matto… – Audiolibro

Quand ero matto audiolibro
Immagine dal Web

Adattamento e messa in voce di Gaetano Marino

Da QuartaRadio.it

Prima pubblicazione: Quand’ero matto, Streglio, Torino 1902.

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             Prima di tutto chiedo licenza di premettere che ora sono savio. Oh, per questo, anche povero. Anche calvo. Quand’ero ancora io, voglio dire, il riverito signor Fausto Bandini, ricco, e in capo avevo tutti i miei bellissimi capelli, è però provato provatissimo ch’ero matto. E un po’ più magro, s’intende. Ma pur con questi occhi che mi sono rimasti da allora spauriti, nella faccia così tutta scritta dagli atteggiamenti che prendeva per le croniche pietà da cui ero afflitto.

             Per distrazione, ogni tanto, ci ricasco. Ma sono lampi che Marta, saggia moglie, spegne subito in me con certe sue terribili paroline.

             Per esempio, l’altra sera.

             Cose di poco momento, badiamo. Che può mai accadere a un povero savio e savio povero, ridotto a vivere più ordinatamente d’una formica?

             Quanto più tenue la tela, tanto più delicato il ricamo, ho letto una volta, non so dove. Ma prima di tutto bisognerebbe saper ricamare.

             Rincasavo. Non si può dare, credo, maggior fastidio di quello che l’insistenza d’un mendicante cagiona quando non s’abbia il soldo in tasca e quegli ci veda all’aria dispostissimi a darglielo. Era, nel caso mio, una ragazza. Senza interruzione, con voce piagnucolosa da un quarto d’ora m’andava ripetendo dietro le stesse frasi, due o tre. Io, sordo; senza guardarla. A un certo punto, mi lascia: investe e s’appiccica, come una mosca tavana, a una coppia di sposi novelli.

             «Glielo daranno il soldino?» dico tra me.

             Ah, tu non sai, ragazza! La prima volta che gli sposi novelli van per via a braccetto, credono d’aver tutti gli occhi del mondo appuntati addosso; sentono l’impaccio delle cose nuove che tutti quegli occhi veggono e suppongono in loro, e non sanno né possono fermarsi a far l’elemosina al povero.

             Sento poco dopo, difatti, qualcuno che mi corre dietro gridando:

             – Signorino, signorino.

             E rièccola, col piagnisteo monotono di prima. Non ne posso più; le grido esasperato:

             – No!

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