06. Triste

Triste

Raccolta “Mal giocondo” (1889)


06. Triste..

I

Bruciai le vecchie carte. Or via, l’alacre
a me lotta, e il tumulto de le cose
perpetuo. A me l’odio e l’amore, e l’acre
morso dei forti affetti, e le focose
audacie, e le frementi ansie. Dal petto
pieno di sdegno strappo le gravose
cure, che m’han sí fieramente stretto:
Naufragare or voglio nel vorace
mare inquíeto de l’umano affetto.
Solo cosí, se dentro il cuor si tace,
me ne gli altri oblïando e in quel febrile
continuo agitamento senza pace,

la viltà umana non avrò piú a vile.


II

Ecco la folla. – Chierici e beoni,
giovani e vecchi, femine ed ostieri,
soldati, rivenduglioli, accattoni,
voi nati d’ozio e di lascivia, serî
uomini no, ma pance, lieti amanti,
bottegaj, vetturini, gazzettieri,
voi vagheggini, anzi stoffe ambulanti,
donne vendute da l’inceder franco,
goffe nutrici, e voi dame eleganti,
quale strano spettacolo a lo stanco
di rimirar, non sazio, occhio offerite
cosí male accozzate in largo branco.
Oh vïaggio curioso de le vite
sciocche d’innumerabili mortali!
Oh per le vie de le città spedite,

che retata di drammi originali!…


III

Godi, o mia carne, fino a che perdura
de gli anni il giovanil baldo vigore;
vivi senza legami, e sol procura
che il rider troppo non ci spezzi il cuore.
Viltà, la passïone. Età matura
non a lento ne strugga, in reo torpore;
dieci anni ancora, e ci trarrem la cura
di vivere senz’odio e senza amore.

Oltraggia il tempo; e i vecchi odio, che senza
una speranza, in tedio, egri, per via
trascinano la propria decadenza;
noi, morti ai godimenti, avrem riposo,
e ti darò a la terra, o carne mia,
perché rinasca in fungo velenoso.


IV

Oh le parrucche de la gente seria!
solo esse per le vie sacre di Roma
serban la gravità ne la miseria;
la gravità che è troppo grave soma,
massime al tempo degli estivi ardori
appiccicata a un cranio senza chioma.
I Galli, grazïosi derisori,
non per nulla qui vennero a tastare
il bianco pel dei gravi senatori;
essi vennero prima a misurare
la gravità con occhi da barbiere,
ed or, poi che si piaccion professare
il nobile di Figaro mestiere,
a quella stregua mandano ai nepoti
gravi parrucche, e pajon chiome vere,

pajon trattati di Basilio Puoti.


V – Nozze di Lina

Era la notte, e su dal Celio ponte,
te, padre Tebro, io rimirava. Il vento
strani fantasmi mi rompea su ‘l fronte,
i quali, un dietro l’altro, al vïolento
urto ne l’acque tue cadean fangose,
mettendo un riso, che parea lamento.
Eran l’anime forse virtuose
de i nepoti di Remo fluttuanti
su la notturna pace de le cose?
Sotto la bianca Luna gorgoglianti
storcean l’acqua con rabbia, serpeggiando,
l’ombra del Celio ponte irto di santi;
e pareva tra loro, ringorgando,
pensier cupi rodessero, che poi,
piú giú, i gorghi ingojavano mugghiando.
– O vecchio padre, brontoli? e che vuoi?
ti stracca forse questo eterno andare,
o de la terza Roma ora ti annoj?
Mentre alcun non sta il ponte a traversare,
il duol ch’ ogni dí piú t’ingialla il viso,
non me ‘l potresti, o padre, confidare? –
Dissi, e l’acque si fransero in un riso,
fremendo in torno ai solidi piloni
cosí, ch’io mi sentii quasi deriso.
Ma vaghi tosto si levaron suoni
da i gorghi, e in breve furono parole:
(Parla di notte il Tevere ai beoni,
ai poeti ed ai miseri, cui suole
umido offrir nel suo fondo ricetto.
Pajono i gorghi tante aperte gole.)
– Vieni a me, figliuol mio, se hai tanto affetto
di conoscere il mal, che in male pene
e in un menar di smanie sú pe ‘l letto
irrequïetamente ognor mi tiene.
Vieni a me per maggior precauzione,
ché alzar troppo la voce non conviene:
Tu guarda a manca, e mi darai ragione:
La tozza mole d’Adrïan mutato
hanno in caserma, e prima anche in prigione…
L’Imperatore in essa addormentato
ninnai gran tempo; ora mi fan paura
l’Angel di bronzo e il vigile soldato.
Stretto, o figlio, per mia disavventura
tra cittadine sponde io so la storia,
e assai m’è grave l’ombra de le mura…
Me ‘n vo dimesso e senza vanagloria,
ma per Giove! a quei seri bertuccioni
del Parlamento, pieni de la gloria
degli avi, a tutti i retori poltroni
io vorrei dir che… zitto! odo rumore…
Che buffoni, o figliuolo, che buffoni!
L’Italia han fatto e scudo de l’amore
di patria affagottato e tolto in braccio
si fan dei sassi del popol censore…
Son vecchio, or mai, m’annojo, e però taccio.
Solo mi piace rider de l’umana
sciocchezza, sotto i ponti, come faccio.
Mi duol che Roma non sia piú pagana,
però che fra codesta genterella
ogni dí piú diveniente nana,
alcun non v’è che in una manatella
di buoni versi sappia ora cantarmi.
Romana poesia come eri bella,
e come lieto io mormorava i carmi
che in lode mia scioglievano preclari
i poeti di Roma, ad onorarmi!
A me i poeti furon sempre cari,
massime quelli che han di me cantato,
innocui fanciulloni visionarî.
Ma il conte Gnoli ahi quanto m’ha seccato,
e le scimmie, le scimmie, ohimè, d’Orazio!
Figliuolo mio, nessun l’ha bastonato?
Tu vieni a me, che è meglio. Ho fatto strazio
de la mia voce: Or salta, e fatti cuore:
le belle cose io ti dirò del Lazio,
menandoti su l’onde con onore,
gonfio di gloria, come tra accorrente
turba per la via Sacra un vincitore. –
Cosí da i gorghi a me sommessamente
il padre Tebro favellò. Mi duole,
non abbia, ad altre idee volta la mente,
tenuto dietro a l’ultime parole.
Pensavo, a quanti ancor per avventura
sarebber, sopra i ponti e sotto il sole,
passati, in fin che Roma al tempo dura.
Gl’imaginavo (strana visïone!)
e a guardar mi spingevo con paura;
ma quella folla senza interruzione
cresceva sempre contra me venendo,
e angoscia era d’enorme oppressïone!
Era una folla varia, che tenendo
mille diversi modi, il ponte stretto
a valicare mi venia stringendo,
e le vie, con tenace odio e dispetto,
le piazze, la città tutta, irrompente,
senza mai posa: In vano opporre il petto:
tra quella turba immensa, ebra, furente,
anche tu mi spingevi, o donna mia,
dicendomi tra i baci, süadente:

– Ad altri il posto! amor vàttene via.


VI – La Pioggia Benefica

Vecchia, che segui presso il davanzale
l’agil volo dei rondini pe ‘l cielo,
ne la perlata luce occidentale,
qual mai pensiero agli occhi tuoi fa velo?
Invidi forse la lieta lor sorte,
or che t’affligge il raro antico pelo?
Ma impennerà le braccia tue la morte,
vecchia, tra breve! E il nido appenderai
de le povere case in su le porte;
e i tuoi garriti non saran che lai…
Sur una canna, allora, insidïosa
io legherò una piuma, e tu verrai,
tu vecchia rondinella vanitosa…
E – Perché, ti dirò, quando per anco
non eri uccello, ma vecchia grinzosa,
curva dagli anni, e dal pel rado e bianco,
ti stavi per de l’ore intere intere
a la finestra de la casa a fianco?
A che uccellavi? Al giovin cavaliere,
che per danaro a le vecchie matrone
fa la corte sgobbando a uno scacchiere?
E allora tu piangendo, e con ragione,
mi dirai che era vile il mio sospetto,
e mi dirai che il mondo è mascalzone;
però che tu, fedele a un primo affetto,
amoreggiavi platonicamente
co’l vecchio che ti stava dirimpetto…
Oh come male giudica la gente;
oh come ha messo pancia la coscienza;
come piú non si vive idealmente;

come pare che siamo in decadenza!


VII

Fuori: – Un fanale, e nel cristallo opaco
l’insegna «Vini scelti» in cifre rosse;
due scalini d’invito, e l’uscio a vetri.
Dentro: (Aguzza lo sguardo), tra una nube
soffocante di fumo, un tanfo acuto
di vino inacidito tra la muffa
di vecchie botti, e un sordo acciottolio
di stoviglie rimosse, e un odor caldo
di cucina, e un sommesso borbottare
di voci rauche e fesse. A manca, entrando,
un tavolo da giuoco ricoperto
da un panno verde vecchio e sfrittellato.
Curvi, quasi volessero l’un l’altro
rubarsi il fiato, con mano tremante
due vecchi calvi giuocano a le carte,
tra i grugniti or di rabbia or di consenso
d’un accolta d’intenti spettatori
stretti a le loro spalle. Ubbrïacati
non dal vino bevuto, ma dal lezzo
nauseante dei fiati e da le pipe
intartarite dei vicini, i due
vecchi accaniti giuocano, e non fiatano.
Pende dal tetto basso e tra la densa
nube la sua giallezza aduggia un lume
– Un quintino del bianco di Velletri!
urla un siciliano. Oh mio buon vino,
de le verdi d’aranci Madonie,
il tuo foco non han questi vinelli
di Toscana e di Roma, e tu la forza
degli isolani e l’anima tu sei.
I socî buona gente veneziana,
ridono de l’apostrofe, e pensando
a le bianche colombe di S. Marco
gustan l’acquetta e se ne tengon paghi.
Ma il siciliano, un giovine toroso,
a cui de l’Urbe le mollezze e i vizî
han guastato lo stomaco e corroso
le vigorose fibre, scompigliando
con le dita convulse i neri, incolti
capelli, scaccia un ricordo soave
de la patria lontana, che – oh potenza
del vino inesplicabile! – lo stringe
quasi quasi a le lagrime. – Tòh! piange
il bestione! – nota in uno scroscio
di secche risa un venezian rompendo.
– Piango? sí, piango! poveretto… io dico
che il pensare a la patria è… come dire?
come il veder tagliare le cipolle:
non si piange, ma lacrimano gli occhi…
La mamma mia mi disse: a la taverna
i majali ci vanno!… – or ella è morta,
povera mamma! sangue di… lo porti
o non lo porti, orso che sei, quel vino?.
E Costantino dal teston velloso,
dal le movenze in ver d’orsaccio stracco,
porta il quintino, e nel risetto arguto
che gli allunga le labbra, si palesa
l’anima d’un filosofo incosciente.
O Costantin da i miti occhi di capro,
da le orecchie di bestia mansueta,
dimmi tu come, tra i vapor del vino,
di morale discutono, e di quanti
nobili affetti ha l’uomo gli avventori
de la taverna tua; dimmi tu come
codesti ubriaconi gentiluomini
intendono rifar la terza Roma.


VIII

Sono a la mia finestra, al quinto piano
e guardo giú per via: – C’è molto fango
oggi non scenderò. – Nubi vaganti,
nubi ideal d’ogni ideale vano,
nubi amor dei poeti e degli amanti,
egli è dunque cosí che va a finire
l’alta idealità che vi sublima?
Ahimè tutto quel fango, altere nubi,
(colla che i piedi attacca dei mortali
a questa enorme trottola sciocchissima
per gli spazî lanciata a raggirarsi
in eterno) da voi, da voi diviene.
Oggi non scenderò: Socchiudo gli occhi,
e mi pare d’assistere da l’alto
ad un sedizïoso di formiche
commovimento. Oh via! formiche… È troppo:
Chi mi dice che giú, tra tanta gente
non possa a un tratto capitare un qualche
grand’uomo? È ben probabile: in Italia,
al di d’oggi i grand’uomini si contano
a centinaja di migliaja, e ovunque
se ne incontrano, e sempre. Quando meno
te l’aspetti, t’imbatti, a mo’ d’esempio,
in un che a prima vista un onest’uomo
diresti – e bene – trema – egli è quel tale
poeta. o mettiamo, quel pittore,
quello scultor di cui parlò pur jeri
tutto il mondo – e l’han fatto senatore.
Ma un cane oggi non v’è che lo rammenti.
– Buona gente, fermatevi un istante
sotto la mia finestra, e udite, udite:
Ho perduto tra voi, come si perde
una berretta o una parrucca, il mio
cervello e de la vita il vero scopo.
Ora, a voi: Getto quanto mi rimane
in sen d’affetti: amore, odî, speranze,
desiderî, virtù, vizî, ogni cosa,
e il vile ossequio che prestai per tanto
tempo a le vostre leggi! A voi: Dal viso
la maschera, or compunta or giovïale,
mi strappo – e ve l’avvento: La portai
già troppo; e sol con essa vi baciai…
Raccattatela or voi – vi farà ancora
un benevolo ed ultimo sorriso,
e vi dirà: «Buon dí, cari fratelli;
Dio vi conservi lungamente sani»
Tutto, tutto vi getto, onesta gente;
ma i miei pensieri no – sarebber pioggia
di ciottoli roventi su di voi.
Fango e menzogna costà giú s’impasta,
e novi figli crescono a la patria.
Io sto, qui, in alto. – O centenarî corvi,
che raccogliete il vol su i campanili
de le romane chiese, e accoccolati
su le croci di ferro o su le teste
de le marmoree sante, ruminate
di tanti anni gli eventi e i fasti novi
di questa eterna Roma; a voi do in pasto,
neri corvi, il cuor mio. Sú, sú, volate,
e gracchiate, e gracchiate a piena gola,
da un capo a l’altro la città correndo,
ciò che del mondo e ciò che de la vita

un illuso pensò. – Chiudo le imposte.


IX

È troppo poco un secolo. Mill’anni,
due, tremil’anni sono troppo pochi.
Voglio viver di piú. Voglio in eterno
far la memoria mia famosa e sacra.
Tardi nepoti dei nepoti miei,
io per voi scrivo, e mi rivolgo a voi.
(Tanto, i presenti badano a tutt’altro,
gente seria, sennata e positiva,
e non sanno che farsene di versi.)
Quegli autori, che scrissero al tempo
dei nei di seta nera e de le bianche
parrucche dal codino saltellante
dietro la nuca, si finsero mai
per avventura posteri conciati
sí come noi? Chi sa! Posteri, certo,
che al difetto d’un candido codino,
con una coda d’asino o di un lupo
furbescamente ascosa entro i calzoni
han supperito, eh via! già ne hanno avuto
ma lo sa Iddio (per modo avverbïale),
tardi nepoti dei nepoti miei,
che sorte mai di coda avrete voi!
Comunque sia, vi prendo con le buone;
e chiudo gli occhi e sogno l’avvenire:
Che posteri per bene! Da per tutto,
ovunque l’occhio volgo, è il libro mio;
in ogni scuola, in ogni biblioteca,
ed in ogni domestico scaffale,
ne le vetrine dei libraj, tra i novi
volumetti dei miei bravi nepoti,
proprio ovunque, perfin nei salumaj.
Su le nuove facciate dei palagi;
giú giú da le grondaje al marciapiedi,
son trascritti i miei versi; e su ogni porta
Mercurio novo, ride ai rispettosi
nepoti la mia imagine adorata.
Abolite le carte da parato,
le pareti domestiche son tante
dei miei volumi squadernate pagine.
Ogni onesto mortale sa a memoria
questo o quel canto, a seconda dei gusti,
e se lo rode seco pienamente.
Per le vie, per le piazze, in su la sera,
odo come un susurro d’alveare,
un basso salmeggiar d’anime buone:
Sono i posteri miei, con sotto il braccio
il mio libro immortal, che, serî, vanno
per la città in riposo recitando,
a un bel chiaro di luna, i versi miei.
Ma ahimé, s’annebbia il sogno!

Che è accaduto?
Mi scampi il cielo! È il finimondo! il fini…
Or che ci penso! e come farò io
quando il sol sarà spento e l’altre stelle,

e non avrò piú posteri né fama?


Poesie - Raccolta "Mal Giocondo" - 1899
INTRODUZIONE04. Intermezzo lieto
01. A l'eletta05. Momentanee
02. Romanzi06. Triste
03. Allegre07. Solitaria

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