02. Romanzi

Romanzi

Raccolta “Mal giocondo” (1889)


02. Romanzi.

I

Come tenace auriga antico, il quale
su l’agil biga per lungo discorso
frenò l’ardor de l’arabo animale,
subitamente, fatto arco del dorso,
i freni allenta e aizza con vocale
sprone la coppia dei focosi al corso,
e va, che par saetta, e scossa polve
lontano in una nube aurea l’involve;

tale il teso a fuggire interno duolo,
sciolto a la fantasia l’ala gioconda,
pe ‘l fantastico ciel mi caccio a volo;
e la nube dei sogni mi confonda.


II

Udite. Da le pagine immortali
del divin Ferrarese a raccontare
una diversa favola di strani
versi a voi vengo.

Vi condurrò sotto un velame antico
a intender novo caso e nova pena.
Chi nel giovin ch’io fingo sé vedesse,
mesto acconsenta.

Corse infrequenti vie spronando a sangue
l’animoso destrier fiero annitrente
in fuga impetuosa, erte le orecchie,
le nari ansanti.

Valli dal verno desolate corse
e inculti piani sterminati e soli,
fiumi guadò, valicò monti, ignaro
del suo vïaggio.

Ira di tempo o sorriso d’aprile
già mai no’l vinse o gli allentò la furia:
Sprone d’insani desiderî avanti
sempre lo spinse.

L’inseguiron pe ‘l ciel nuvole fosche,
quasi a gittar su lui funereo manto;
e a lui sempre atterrita eco rispose,
nunzia di morte.

Raccolse al suo passar grida e sospiri
di genti grame, e mestizie profonde
di offesi campi da i venti autunnali
al verde infesti.

E gonfio il petto d’angosciose pene
senza mai posa andò, come rapito
dietro un fantasma innanzi a lui fuggente,
lusingatore.

Andò fin che a la furia il generoso
animale non giacque: allor fermossi,
compreso ancor da l’impeto e stupito
di quel suo stare.

E in torno si guardò: per ogni lato
una gran selva di misteri intensa
eragli sopra, e contendeagli il passo
silenzïosa.

Raggio di sol non penetrò già mai
l’immenso intrico di quei rami torti;
non mai furore di rapaci venti
spogliò quel verde;

ma d’ogni parte il guardo ansio escludendo,
senza limiti stava, in contro al cielo.
In lei l’in van per tanta via seguito
fantasma vano
era disparso. Il giovine ostinato
non disperò, non imprecò la sorte:
Dal rovesciato arcion tolta una scure,
mosse a la selva.

Ma al primo colpo su una quercia antica
udí levarsi in grembo al verde orrore
un clamor sordo d’indistinte voci
misteriose.

Ristette impaurito, ogni vitale
forza acuïta ne l’orecchio teso:
Vasto silenzio ovunque. Era un inganno
dei sensi, certo.

E diéssi a l’opra immane. Un dopo l’altro
vigorosi scendean su tronchi pregni
di selvatica vita i colpi, come
su membra umane.

Quando al fin tra stillanti offesi rami
s’aprí capace a pena un primo varco
e in esso si cacciò, subitamente
al guardo un novo

inatteso spettacolo s’offerse:
tra le innumeri foglie erongli in torno
volti di leggiadrissime fanciulle
supplici in vista:

Da gli occhi loro immobili partia
un guardo intenso a lui chiedente pace
con promessa d’amor non mai provato
d’alcun mortale.

Eron le loro labbra piccoline
di süadevol sorriso atteggiate;
pace chiedean le labbra, e pur: ne bacia,
dicean, ma lieve.

A tale incanto il giovine perplesso,
senza respiro e tutto intento stava:
Parlar volea ma gliel vietava un nodo
stretto a la gola.

Se non che tosto, come sogno lieve
che a poco a poco si sciolga da i sensi,
stupor mesto lasciando; ecco vanire
le imagin belle.

Volle egli allor lanciarsi contro, preso
d’acre desio, ma si trovò captivo
de la gran selva, per non sospettata
virtù d’incanto.

Rapito in quella visïon fatale
scender non vide a lui silenziosi,
quasi furtive braccia, de la selva
magica i rami;

verdi non vide serpentelli arguti
da viluppi disciorsi, ed a le gambe
al collo al seno ai polsi attorcigliarsi
tenacemente;

mille steli di fior strani non vide
d’ogn’intorno allungarsi insidïosi,
ne sentí de le spine, ond’eron aspri,
l’acuto morso:

tanta fu di quei volti femminili
la traditrice possente malia;
tanto di quegli immobili occhi valse
l’intenso sguardo.

Ora egli sta ne la gran selva chiuso,
de i verdi serpi, de i rami, de i fiori,
de lo stupor; de le spine in potere,
tutto tenuto.

Suoni lontani di danze e di cori,
dolci concenti d’arcani strumenti,
limpidi canti di ninfe gioconde,
ode ne l’ombra.

E, scherno atroce, da presso gli splende
di tra le fronde allargate, sí come
un vivo sole, il fantasma agognato
Splende e l’irride.

Pria ch’egli il giunga, o sfiorir quell’immensa
dee primavera, che avvinto lo tiene,
o lui le carni tra quegli aspri nodi
lasciare a brani.


III  – Giove parla

Parve un sublime incendio del cielo
quell’ultimo tramonto. E su le nove
cristiane genti stese un negro velo
la Notte. E disse, moribondo, Giove:

Le braccia, tra cui stretta il vecchio cerro
tenea la terra vigorosamente,
segò il villano; ma il dente di ferro
de la rigida sega pazïente

le braccia, che in profondo erono tese,
non raggiunse: la scure le troncò.
Quindi un gemito sordo il tronco rese,
e maestoso il gran cerro crollò.


IV

Quasi cristallo liquido, ondeggiante
con lieve moto, ne l’accidia, l’onda
soverchiatrice, come
l’onda del tempo, copre

di pieghevol vestiti d’alga i resti
del greco porto d’Agrigento greca.
Vengo da i templi antichi
a tuffarmi nel mare.

O conscio mar di tante egemonie,
conscio di tante lotte, o mar conteso,
Mediterraneo, dammi
dammi l’oblio, l’oblio.

Pallade fiera, de la polve astersi
i fianchi ai suoi destrieri, e della spuma
(o idillio di Callimaco!)
l’umide nar fumanti,

a l’acque anch’ella, l’elmo aureo gittato
e l’armi ancor sanguigne, espugnatrice
di città bella, usa era
chieder ristoro e pace,

Me non achee fanciulle al sacro elette
uffizio dei lavacri accolgon baldo
su lo sciolto, treenne
poledro al mar veniente;

ma l’egra torma al desolato lido
de le memorie accoglie e dei rimpianti;
e solo ad oblïare
entro ne l’onda fredda,

ad oblïare il mal triste di vivere,
mentre il volgo trionfa e il culto muore
de la bellezza eterna,
divin nostro ideale.

Tra le colonne de l’integro tempio
de la Concordia udii, dove un dí greche
a Dei greci le turbe
cantavan prosodie,

rozzo un pastor del gregge non curante,
cullar l’ozio de l’anima villana
ne l’abbandon di molle,
araba cantilena;

e nel languor monotono del canto
la rinunzia del popolo sorpresi
agl’ideali sacri
che fan le patrie forti.

O conscio mare, in te, cui la riviera
agrigentina in lieve seno abbraccia,
mar che mi desti primo
lo stupor de le grandi

visïoni serene, ecco, io mi caccio;
ma in te pur cala il sol flammeo, solenne,
come l’eroe morente


V

Il paese che un dí sognai, del mondo
inesperto e dei mali, su la terra
già lungo tempo lo cercai, fidente
nel vago imaginar che scorta m’era.
Molti paesi visitai deluso,
molti da lungi salutai fuggendo,
e su i lor tetti, declinante il giorno,
con la notte, la pace e il dolce inganno
sempre invocai dei sogni e il calmo oblio.
Ma per incerte vie, tra sassi e spine,
tacito andando nel desio pungente,
quanta parte di me viva lasciai!
Folle, e sperai; folle, ebbi fede. E solo
ai danni miei presiede ora crudele
la coscienza che mai, che mai dal suolo
in cui giaccio, menzogne pïetose,
amor di donna o carità d’amico,
a rïalzarmi non varran – piú mai.
Né a te, paese dei miei sogni novi,
ora piú credo; e tardi, ahimè, compresi
che vano era cercarti sotto il sole.
Se tristi grue pe ‘l ciel fosco passare
vedea mesto, tra gli alberi battuti
da i primi venti d’autunno, in mente
io mi dicea: “Là giú, là giú, lontano,
nel bel paese dei miei sogni andranno,
ove eterna fiorisce primavera”.
E a lui credea n’andassero, portate
dal lungo vento, anche le foglie ai rami
strappate; a lui le nuvole, e le vaghe
da i petti umani illusïon fuggite…

Era follia, follia certo; ma dolce.


VI

Un canto a l’Armonia;
e nasca l’imagin da ‘l suono,
sí come da le spume
del mare, tra ninfe e tritoni,
Venere nacque, e lieta
la drèpana rise marina.

Onda piú tersa e pura
sei tu veramente, Armonia:
In te sovrano il cigno
bianchissimo incede sognando,
in te le mie ferite
io lavo, oblïando, e risano.

A salutar lavacro
le vergini figlie del Sogno
vengono a te (gittando,
del vivo candore gelosi,
a l’aura molle i veli)
e in te, senza un brivido, nude

si tuffano e sorridono.
O come, fresca onda, di dolce
abbracciamento cingi
le figlie del Sogno leggiadre!
Da ‘l cielo un verde lume
su loro riversa la Luna.

Fremon le vive spume
nel cavo del seno, ove l’una
grazia e l’altra ricolme
si partono, e pajono insieme
due ritondette pome
o due melograni ancor chiusi.

Vengon a te le figlie
del Sogno, e per quanti d’oblio
in te assetati sono
mortali, o sacra onda benigna,
hanno esse un bacio un riso
un atto d’amor che consola.

Ne la tempesta fiera
de i foschi pensieri, di un nero
odio ne l’ozio nati
di questa, che inutile fugge,
vana vita mortale,
nel petto ruggenti malsano;

la tua voce, Armonia,
di teneri suoni vibrante,
serenatrice viene,
sí come uno stormo di bianche
colombe un picciol ramo
in bocca recanti d’ulivo.

Mi fingo allor, lontana,
in grembo a la notte celata,
una vergine ignota,
che bianche colombe m’invia;
ma deluso già troppo
non credo a le nunzie d’amore.

Su l’angoscioso petto
su gli òmeri esse e su ‘l capo
si posano, scuotendo
malferme con strepito l’ale:
«Oh chiudete piú spesso
i tondi e neri occhi, o innocenti

colombe, e de le penne
su ‘l volto che brucia, la dolce
soavità, qual mite.
materna carezza, provate.
Non per amor ben vedo
la vergine ignota v’invia.»

Maliarda ella, toccando
le corde d’arcano strumento,
ne la notte, a un castello
attira d’inganni i mortali,
e, liberale, a tutti
ivi offre un veleno, che ambrosia

divina pare. E lei
che mille diversi racchiude
desiderî e speranze
e sogni, come astri, fulgenti;
lei che mille sprigiona
per l’aura che brucia, commossa,

de la sua febre istessa
fantasime vive di luce;
lei indarno, indarno invoco:
l’immite, l’immite non viene.
Sto con ardenti labbra
un morso agognanti, protese,

avidamente o un bacio
o un alito fresco, che il foco
ond’ardo, muto, dentro,
lenisca; ma indarno invocata,
indarno ahimè bramata,
l’immite, l’immite non viene.

Oh verso qual mai lido,
o fievoli suoni languenti,
quasi parole vane
su candida neve segnate,
lungi or con voi la vaga
mia anima naviga incerta?

Innanzi, innanzi! il mare
di palpiti lucido trèmola,
l’agile nave fende
il cerulo piano de l’acque…
Innanzi, innanzi! oh questo
non è l’arcipelago stretto

quasi corona in torno
la greca Penisola madre?
e questi suoni adunque,
te, Grecia sospirano antica,
forte, dal vario suolo
la varia potenza nei canti

dei rapsodi spirante
già sotto l’eterno cilestre
del ciel d’Omero? Salve,
o Lesbo, dolce isola, salve!
Non trema de l’ardente
di Saffo fatal passïone

qui l’onda consapevole?
i lieti convivi gli amori
del mitilèneo Alceo,
poeta e guerriero, non dice?
Or sú, vergini achee:
con sette dolcissime corde

d’una vaga partenia
al canto la cetra v’invita.
E io vorrei a un sonno
di miti fantasmi affollato
abbandonarmi, a un sonno
che l’ultimo, l’ultimo sia…

o morir lentamente
da un nugol leggiero di foglie
di rose soffocato
intatta stillanti rugiada
e pioventi da l’alto,
dal divo tuo grembo, o Armonia..


VII

Co ‘l primo raggio del mattin d’aprile
ne la mia stanza irruppe Primavera,
dea giovinetta, e a piene man profuse
dal pieno grembo

rose d’ogni color, su ‘l letto mio,
rose dischiuse al bacio de l’aurora,
rose stillanti ancor notturna brina,
rose su rose.

Sogno d’amor tra le sue dolci spire
me rattenea, di quell’arrivo ignaro;
ma ciò vedendo Primavera, i labri
schiusi a un sorriso,

con un gambo di fior la fronte lieta
e il collo diéssi a vellicarmi, lieve:
allor balzai dallo stupor compreso
del sogno ancora.

Rise ella forte un riso schietto al goffo
destarsi d’un mortale. Inebrïato
de le innumeri rose su ‘l mio letto,
io travedea.

Ma tra le belle man lattee la testa
con dolce atto mi prese, e su me china
la bocca mi baciò d’un fresco bacio
dicendo: Sorgi!

E quindi uscí. La vidi in una gloria
di luce errar pe i piani, e novo vidi
miracolo gentile: sotto i fini
suoi piè la terra

rifiorir di color vivi, diversi,
e l’aura al suo respir puro allargarsi,
e gir mill’api intorno a lei succhiando
i fior novelli.

Poi da lungi ver me si volse ancora:
Chiara nel ciel vibrò (tacquer gli uccelli)
sua voce e disse: «Cantami la sacra
pasqua di Gea».


VIII

Saturno, la tua favola crudele
spietatamente il secolo rinnova,
e noi, suoi figli (latte no, ma fiele
sugger ci dette già ne l’età nova,
genitrice di vittime, Cibele)
nati a la morte senza l’ardua prova
de la vita, che pur triste innamora,
noi, suoi figli, non sazio mai, divora.

Di sua man cadde un regno, e le rovine
or gli son trono, e chiede a la consorte
vittime ancora. O tu, Cibele, al fine
un novo scampa ultor Giove a la morte.


IX  – Cavalleresca

O messer Lodovico, in su ‘l cimiero
d’Orlando, una cornacchia si posò:
«Sii tu la spada, io sarò il tuo pensiero»
disse, e Orlando Margutte diventò.

Ora, ei lascia che Angelica e Medoro
sfoglino in pace il fiore de l’età;
e senza freno in tanto, Brigliadoro
springando via per selve orride va.

Va senza freno, e quanti su la groppa
audaci cavalier tentan saltar,
egli atterra, indomabile, e galoppa
né sa dove l’adduca il folle andar.

Ma su l’irta criniera io me gli avvento:
le braccia al collo, e stretto ai fianchi il piè,
lo domo, e volo come in preda al vento,
ogni cura oblïando e il mondo e me.

*
De l’alte querce il bosco secolare
ha lungo e grande fremito d’orror,
e le Ninfe che in quelle aman sognare
de la mia corsa destansi al romor.

Basta un acuto sibilo di freccia
a rompere il lor sonno vegetal:
Svegliate, esse, stracciando la corteccia
tendon da i tronchi il bel capo ninfal.

Or mille voci chiamanmi frementi,
tra spasimi di fiera voluttà:
“Vieni!… mi bacia!… toglimi!… rattienti!…
son tua!… ti voglio!… t’amo!… ardo!… ristà!”

Ha un’anima ogni foglia ed ha una voce,
e fiamma è l’aria, che in contro mi vien…
Ahi, de la febre che il mio sangue coce
brucia la selva, e in sé chiuso mi tien.

Via, Brigliadoro, e contro tutti in guerra;
tutto calpesta, e avanti sempre piú!
Ebro di lotta, ogni ostacolo atterra,
la pace un sogno ne l’ignavia fu.

A quest’aura fischiante tra gli orecchi,
da l’impeto commossa, al tuo fuggir,
lasciam le vecchie cure e i sogni e i vecchi
affetti, e andiamo in contro a l’avvenir.

*
O paese dei sogni, ove non suona,
di mie catene il lugubre stridor,
a te, lontano, io volo, a te mi sprona
necessità d’oblio, sete d’amor.

Che van tu sia, lo so; ti cerco in vano;
so che già mai non giungerò il mio fin,
ma in questo mio fuggir sdegnoso e strano
sprezzo la vita, irrisa dal destin.

Via dunque, avanti, ove il sentier ne mena,
fino al punto, che dato è a noi toccar:
anch’io vorrei veder quella Sirena,
che co’l suo dolce canto accheta il mar…

*
Alcina, fata crudele e diversa,
da lungi non sorridermi cosí:
La turba rea, che il passo tien, dispersa
non ho per anco, e pugno notte e dí.

Una vecchia maledica e rissosa
schizzando fiele aizza contro me
l’iniqua turba, e senza tregua e posa
la meta mi contende: o Alcina, te.

Vengan, ch’è tempo, come un dí a Ruggero,
le miti ancelle, e porganmi la man,
le ancelle tue di pace, e con l’altero
gesto, dòmin lo stuolo aspro e villan.

*
O vaga Alcina, al fin tra le tue braccia,
se non è sogno, stretto anch’io mi sto:
Fa che una notte sola io teco giaccia,
e lieto e pago i giorni chiuderò.

Perché sí bella e pur sí trista sei,
dimmi, dolce amor mio, dimmi perché…
Prendi tutto il vigor degli anni miei,
ond’io, felice, mi distrugga in te.

Vecchia sei tu, ma celami la vera
essenza tua con vista giovanil,
come la vecchia Terra a primavera
le rughe cela coi fiori d’april.

Quando una notte avrò di te goduto,
uno sterpo fammi, e non trarmi mai piú.
Io ti dirò, co ’l mio miglior saluto:
«Come sei brutta, o bella Alcina, tu…»


X

Andiamo altrove. Qui, tra queste mura
(d’altri qui fosti non amata sposa:
sanguina il cuore sotto la gravosa
oppression de la memoria oscura)

come in angusto vaso albero a forza
costretto perde il natural rigoglio,
né foglia mette né caccia germoglio,
e impietra sotto la cinerea scorza;

cosí tra queste mura dolorose
racchiuso langue e a poco a poco manca
il grande amor ch’a te mi lega e franca
piú non ti dice l’anima le cose.

Altrove andiam: Qual nugolo sonoro
di fini insetti, le memorie incerte
sento gridar per le stanze diserte,
in questa calma che non è di pace.

Echi irrisori, o sia che tu mi parli
dolci d’amor parole, o che mi baci,
in torno a noi risvegliansi. Deh, taci,
altro mezzo non è per acchetarli.

«A te, l’eco m’insinua, ella ripete
ciò che ad altri già disse, al tempo amico,
cosi com’io sue parole or ridico:
Qui non avrete mai pace e quïete.»

Andiamo, andiamo altrove: Sotto il sole
son tetti a mille, ove non sdegna il nido
appendere la rondine. Piú fido
uno ci accoglierà, come amor vuole.


XI

O superbi dei pubblici giardini
schierati alberi lungo i bei vïali,
quasi a scortar gli sciocchi cittadini
e le piú sciocche vanità mortali;
quanta pietà, superbi alberi, sento
ora che foschi chiaman gli autunnali
mesi le piogge a flagellarvi e il vento,
di voi, dannati da contraria sorte
a far da malinconico ornamento.
Co ‘l pomeriggio le sue ferree porte
apre il giardino, e la comedia vana,
sotto le vostre nude rame torte,
d’una folla, che a voi par certo nana,
torna a svolgersi, piena di languore
e di menzogne – umana, umana, umana!
Là giú, di tra le nuvole, il rossore
cupo del vespro tinge di sanguigno
le cupole lontane e i tetti: Muore
cosí, senza il sorriso d’un benigno
raggio di sole, un altro giorno ancora.
Io guardo voi, grandi alberi, e un maligno
e tristo accenno parmi a ora a ora
mi facciano per l’aria i vostri rami
torcendosi, e il mio viso si scolora:
Parmi che ognun di voi freddo mi chiami
con la notte a finir, che fosca incombe,
a un tronco appeso: «Or su, folle, che brami?

Pace hanno i morti giú, ne le lor tombe!»


XII

Quale di rose pioggia purissima
da i cieli accesi piovve l’aurora
su Roma grave, da un gran silenzio
tenuta ancora,

il dí che, dietro l’ombra fuggevole
rapito io folle d’un sogno vano,
t’abbandonai senza una lacrima,
o amor lontano.

Del bel Tritone fuor da la buccina
sentii, correndo la piazza ratto,
al cuor l’arguto zampillo gelido
piombarmi a un tratto.

Inebrïate del lume roseo
le vaghe rondini garriano intorno,
e le campane lontan squillavano,
nunzie del giorno.

Quale di rose pioggia purissima!
Da lungi i vetri de le dormenti
case romane mi salutavano,
razzando ardenti.

Su le memorie care, su i fervidi
amor miei vani, su ‘l van desio
cadeva in Roma di rose pallide
il nembo pio.


XIII

Giacea su ‘l virginal letto la pia:
le amiche inginocchiate in torno al letto
teneano un giglio in mano, e il buon Baldia,
vescovo dotto, orava. Al sacro detto
rispondea la giacente: «Cosí sia»
con le braccia incrociate sopra il petto.
Poi l’ostia santa ricevette, e al piede
e al fronte il bacio estremo della fede.

Ma ne la stanza irruppe in quel momento
un giovin fiero. Ella rizzossi, tese
le braccia, e al sen d’un forte abbracciamento,
l’avvinse stretto: «T’ho aspettato un mese!»
E stretto il tenne, e al ciel lieta mostrava
la bianca fronte, ed un sorriso pieno
d’alta beatitudine, e tremava,
poi ch’egli le sue lagrime su ‘l seno
purissimo coi baci le asciugava;
ma, cerea, a tanto ardore venia meno,
quasi da i baci suggersi la vita
dolcemente sentisse, illanguidita.

Quando da i suoi capelli a poco a poco
il giovine sentí sciorre le mani,
e del seno sentí spento ogni foco,
levossi e disse: «Attendimi dimani.»


XIV

Scendea pensosa l’ampia scalinata
marmorea de la villa signorile,
ne la luce del vespero pacata,
quand’io la vidi e la nomai gentile.
Un rosso fiore in man pe ‘l lungo stelo
teneva; erono i miti idi d’aprile.
L’occhio stellante del color del ciclo
vèr me rivolse, e chinò tosto il mento
su ‘l petto ansante sotto il fosco velo.
Poi seguitò a discendere, ma a lento
passo e indolente. Giunta quasi al piede,
fosse per caso o per divisamento,
mise un piedino in fallo, e insieme diede
un breve acuto grido. Accorsi io ratto,
e per la vita la sostenni in piede:
Ella tremante mi sorrise. Il fatto
fu senz’altro cosí; ma, lusinghiera,
il fior mi porse, e andando disse: «A patto
che me ‘l riportiate questa sera…»


XV

Quando ella sola, o mar perfido e bello,
tranquilla siede, e di mille astri viva,
su te la Notte, e in te versa la Luna
il suo bel raggio;

allor l’immensità cerula tua,
da l’ampio lido a l’orizzonte estremo,
correr tutta vogl’io, come veloce
delfino, o Mare.

Infaticato nuotator gagliardo,
correr vogl’io la luminosa via
del lunar raggio su le palpitanti
acque infiammate;

e del cielo e del mar le paurose
profonde immensità su ‘l capo e in torno,
nel silenzio, sentir, rotto da i lievi
romor del nuoto.

Ora, la Luna attendo, e le mie forze,
sí come antico lottator, preparo:
Io voglio, io voglio in voi tutto, o vaste acque
purificarmi.

Di tanta ignavia e dei lunghi ozî voglio
purificarmi. Inascoltato padre,
immenso Mar, ridammi tu le fiere
audacie prime;

i miei ritempra tu muscoli rosi
da i mal de la città, dove è menzogna
tutto, e per cui te, Padre, un di lasciai,
non piú contento

del plauso schietto, onde gli adusti tuoi
figli eron larghi al giovinetto, ardito
nuotatore, allorché tutti su ‘l lido
raccolti e intenti

me, de gli emuli destri sfidatore,
ne i trionfi seguian, forte acclamando
da lungi, e quindi, innanzi a te plaudente,
m’offrian da bere.


Poesie - Raccolta "Mal Giocondo" - 1899
INTRODUZIONE04. Intermezzo lieto
01. A l'eletta05. Momentanee
02. Romanzi06. Triste
03. Allegre07. Solitaria

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