02. Il pianeta

Il pianeta

Raccolta “Fuori di chiave” (1912)


02. Il pianeta

Pubblicata nella Rivista d’Italia, anno IV, vol. III, fasc. X, ottobre 1901. Il n. 2 già apparso nel giornale Folchetto, anno Il, N. 122, Roma, 1° maggio 1892, col titolo Tutto sommato; il n. 3, ivi, – IV, N. 95, 9 aprile 1894, col titolo Il perché; il N. 4, ivi, anno II, N. 191, 9 luglio 1892, col titolo Gita di piacere.

1

Gira, gira… Nello spazio
tante trottole. Ci scherza
Dio. Talvolta con la trottola
di man sfuggegli la ferza,

ed in cielo allor si vedono
le comete… – O savio antico,
teco or piú non posso io credere
che la terra l’ombelico

sia del mondo e che s’aggirino
sole ed astri a lei d’attorno
per offrirle uno spettacolo
e far lume notte e giorno.

Se sapessi con che fervido
indefesso acuto zelo
ci siam messi noi medesimi
a scoprirci atomi in cielo!


2.

Ma la Terra, se non bella,
via, non c’è poi tanto male:
dican pure ch’è una stella
d’infim’ordine; che vale?

C’è bei monti, c’è ubertosi
piani, e poi ci sono mari,
se vogliamo, spaziosi…
Forse i viveri son cari.

Città belle, ve ne sono:
per esempio, dove metti
Roma? Vino e vitto buono;
buone donne; buoni letti…

Piú poeti in belli squarci
n’han già reso grazie a Dio.
Ma che siam venuti a farci?.
Tu lo sai? No? Neppur io.


3.

Non siam fatti per capire
tutto in prima. Pazienza!
Dovrem pure un dí morire.
La ragion dell’esistenza

la sapremo, forse, dopo.
E che fare intanto? Attendere
alla vita e, a breve scopo,
per non stare in ozio, prendere

una cosa pur che sia,
seria o vana, importa poco:
quel che importa è che si dia
importanza al proprio gioco.

Giacché stolto è l’uom che vuole
ragionar le cose arcane,
fabbricando di parole
vane, leggi ancor piú vane.

Di sentenze n’ho sentite
d’ogni conio: dolci e amare;
ma, tra loro, tutte in lite:
un continuo mareggiare.

Sieno vere queste o quelle,
forse è meglio viver solo
per amar le donne belle… –
ma ne vien qualche figliuolo.


4.

Facciam conto una vettura
questa nostra Terra sia,
sempre in giro, alla ventura,
su cui far dobbiam la via.

Postiglione, il vecchio Tempo;
passegger’ precarii, noi:
forse, in prima, è passatempo;
poi, col tempo, ti ci annoj.

Giornalmente il vetturale
vien lo scotto a dimandare:
c’è chi scende, c’è chi sale,
ma ciascun deve pagare.

E il viaggio costa assai,
e si sta scomodi bene;
si va sempre innanzi e mai
a destin non si perviene.

Io, per me, forse v’ascesi
troppo tardi, e ci sto male.
Tutti i posti erano presi:
seggo su l’imperiale.

Stelle e nuvole pe ‘l cielo
di guardar solo m’è dato:
m’è nell’ossa entrato il gelo
e sternuti alzo al creato

Graziosi i venticelli
scherzan su la testa mia
e gl’inganni ed i capelli
tutti, aimè, mi portan via.

D’aspettar cosí mi resta,
paziente passeggere,
ch’abbia fine per me
questa strana gita di piacere.


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