36. Tenui luci improvvise

Tenui luci improvvise

“Poesie sparse” (1890/1933)


36. Tenui luci improvvise

Da La Riviera Ligure, febbraio 1904, n. 57.

1. Crollo

Rido se vedo un bimbo che la mano
schiuda nel vuoto,
credendo di posarvi un qualche oggetto;
non rido piú se noto
che a me pur similmente accade
che nel vano del tempo crolli ogni desio nascente,
ogni nascente affetto.


2. Per via

— Lascia… Che importa?
— No: resta! lo voglio!
Sempre cosí, sempre in me questa guerra
tra l’Anima, del ciel figlia, e l’Orgoglio,
insolente monello della terra.


3. Giro tondo

Le pagliuzze, i relitti della via,
esposti alla mercé di chi cammina,
hanno anch’essi nel mondo
il lor breve momento d’allegria:
viene un soffio di vento e li mulina;
pajon bambini che fan girotondo.


4. Tramonto

— Di foco all’orizzonte il ciel si fascia,
lento al tramonto il sole si riduce.

O tu che del mister sforzi le porte,
guarda! Di qua le tenebre egli lascia,
reca di là d’un nuovo dí la luce.

Ebben, chi sa? forse cosí la morte.


5. Che fai?

Batte nel cuor di tutti una campana;
ma della vita nel vario frastuono
il dolce suono
nessun ne ascolta.
Pure, talvolta,
d’un tratto giunge a noi come un’arcana
voce profonda, non udita mai.
È la lontana
chiesetta antica dell’abbandonata
nostra città… — «Ave Maria… Ave Maria…» — Che fai,
anima sconsolata?
Lagrime amare ha chi pregar non sa…


6. Metamorfosi

— Vuoi darmi la manina? Ti ci metto
un bacio. Or serra il pugno, stretto stretto;
lesta, scappa se no! —

La bambina, stupita, il pugno strinse
e il bacio, dentro, vivo, ci sentia.
Si rinchioccí presso la mamma. Illusa
e intenta, finché il sonno non la vinse,
mi guardò, mi guardò,
tenendo al petto la manina chiusa.
Nel sogno, un uccellin ne volò via.


7. Altalena abbandonata

Legati ancora, qui, da quell’anno
questi due vecchi alberi stanno:

il vento passa,
agita appena

la fune lassa

dell’altalena…

Alle volate, or questo ramo
or l’altro dava un cigolio.

Noi ridevamo.

Poveri vecchi! al folle brio

di noi bambini,

tristi piegavansi, ma rassegnati.

— «Guarda oh, che gli alberi
ci fanno inchini!»

Li beffavamo,
noi brutti ingrati…


8. Dormiveglia

Giorni oscuri, giorni stanchi!
tace l’anima, stupita
nella doglia
che le viene dalla vita;
non sa piú quel che si voglia,
non sa piú quel che le manchi.
Rotte, fievoli parole
alla bocca, non pensate, vengon sole;
ed è il corpo non curato,
senza requie torturato,
che si duole.
Quante volte, quante volte udii cosí,
trasalendo, sospirare
nelle insonni notti enormi
le mie labbra aride amare:
Meglio, sí,
meglio assai morir; ma dormi,
ora dormi.


9. Sorpresa

Mi parea, sú da quei greppi scoscesi,
che fosser pannilini di bucato,
gli arredi, forse, d’un bambino, stesi
su questo verde tenero del prato.

Lapidi! Un cimitero abbandonato…


10. Incontro

E ancor cammino,
senza destino:
non son vicino
e né lontan.

— Buona sera, mi t’inchino.
Sono la Morte e ti porgo la man.


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